venerdì 21 giugno 2013

Borghezio attacca Idem: «Vere puttane nelle istituzioni, merita la gogna»

Corriere della sera

Il leghista: «È stata testimonial del ministero delle Finanze». Scelta civica scrive a Letta. Il Pd di Ravenna chiede chiarimenti

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«La galera non si augura mai a nessuno, ma un po' di gogna certamente». Lo dice l'europarlamentare della lega Mario Borghezio a Klaus Condicio parlando della vicenda di Imu non pagata in cui è coinvolta il ministro dello Sport e delle Pari opportunità Josefa Idem.

LE VERE PUTTANE - «Io non ce l'ho con la signora Kyenge, ce l'ho invece contro questa ministra Idem - dice ancora Borghezio - Forse le vere puttane non sono quelle che esercitano la professione, sono quelle piene di ipocrisia, politicamente parlando, che dicono una cosa e ne fanno un'altra. Forse le vere puttane sono certi personaggi, donne ma anche uomini, che prostituiscono la funzione di servizio che chi ha uno stipendio pubblico dovrebbe sentire di avere nei confronti dell'azienda che li paga, dell'istituzione che gli dà anche degli onori e dei piccoli privilegi o dei grandi privilegi». «Siamo di fronte a un personaggio - continua l'esponente della Lega - che è stato testimonial del nostro Ministero delle Finanze, della campagna per gli adempimenti fiscali e la prima a non adempiere è proprio la signora Idem».

IL PD DI RAVENNA - Nel frattempo il Partito democratico di Ravenna, attraverso il coordinatore provinciale e neodeputato Alberto Pagani, chiede a Idem di chiarire personalmente tre punti: l'abuso edilizio sulla palestra, l'eventuale uso pubblico della struttura e l'evasione su lle imposte Ici e Imu. Idem, esponente a sua volta del Pd, «dovrebbe chiarire meglio», secondo Pagani: «C'è una bella differenza sostanziale tra la mancata richiesta di un cambio di destinazione d'uso di una parte della casa e la costruzione abusiva di un manufatto che amplia illegalmente le dimensioni dell'immobile». E ancora: «Sono convinto - ha concluso Pagani - che il Ministro Idem saprà fornire anche queste informazioni, e così permetterà a tutti noi di valutarle liberamente, di formarci le nostre opinioni e di esprimere le nostre valutazioni».

Borghezio contro Idem: "Le vere puttane sono quelle piene di ipocrisia" (21/06/2013)


SCELTA CIVICA SCRIVE A LETTA - Scelta Civica si rivolge, invece, al presidente del Consiglio Enrico Letta per chiedere chiarimenti sulla vicenda e, in caso di conferma degli abusi, «quali siano le azioni che il governo intende porre in atto per ripristinare un clima di fiducia in materia fiscale con i cittadini e per salvaguardare l'immagine dell'esecutivo stesso». L'interrogazione a Letta è stata presentata dai due deputati Gian Luigi Gigli e Mario Sberna. «Se la notizia venisse confermata - sottolinea Gigli - saremmo di fronte a un comportamento in palese conflitto con i principi di pari opportunità e di assenza di privilegi per la classe politica. Oltre che in contrasto con l'idem sentire della popolazione tutta».

Redazione Online21 giugno 2013 | 18:33

Emanuela Orlandi è morta, ma il caso è vicino alla soluzione»

Corriere della sera

Alla vigilia dell'anniversario del sequestro, il procuratore Capaldo rivela: troppi temevano verità scomoda


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ROMA - «Emanuela Orlandi è morta, ma il caso della sua scomparsa potrebbe risolversi. Finora ci sono state molte false piste e molti depistaggi». Alla vigilia del trentennale dalla scomparsa della studentessa quindicenne, figlia del messo pontificio Ercole, vista per l'ultima volta il 22 giugno 1983 all’uscita dalla scuola di musica, il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, rivela che il giallo è vicino a una conclusione. Il magistrato, che da anni conduce l’inchiesta assieme al pm Simona Maisto, ha parlato del caso Orlandi a un incontro nella terza edizione del Festival Trame a Lamezia Terme. «La verità sulla fine di Emanuela - ha precisato - non si è trovata per molto tempo perché troppi temevano che dietro questa storia si nascondesse una verità scomoda».

LA SVOLTA – Le dichiarazioni del procuratore aggiunto sono senza precedenti: mai la Procura di Roma, in trent’anni di indagini che hanno percorso le piste più diverse e lontane, da quella dell’Est ai «Lupi grigi» di Alì Agca, dalla banda della Magliana a ipotetici scenari a sfondo sessuale, si era detta tanto fiduciosa. La novità è legata agli interrogatori delle ultime settimane a Piazzale Clodio a carico di Marco Fassoni Accetti, il fotografo d’arte 57 enne che si è presentato spontaneamente a fine marzo dichiarando di essere stato uno dei telefonisti della vicenda Orlandi e consegnando un flauto che non si può escludere sia quello appartenuto alla quindicenne. Le perizie tecniche si sono limitate a certificare che le tracce biologiche rinvenute sono «insufficienti» a risalire al dna.

IL «NUCLEO» – Il supertestimone, che è indagato per sequestro di persona aggravato dalla morte dell’ostaggio, è stato interrogato 9 volte dai magistrati, ai quali ha consegnato anche un suo memoriale. Fassoni Accetti si è autoaccusato di aver fatto parte di un «nucleo di controspionaggio» composto da «laici che lavoravano per conto di alcuni ecclesiastici con il supporto di fiancheggiatori dei servizi segreti dell’Est»: tale gruppo, attivo a suo dire dalla fine degli anni Settanta a tutti gli anni Ottanta, avrebbe svolto azioni di «pressione e ricatto» per influenzare le scelte dell’allora Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa (organismo collegiale in seno al Vaticano), ma anche per contrastare l’allora capo dello Ior monsignor Marcinkus, per interferire sulla riforma del codice di diritto canonico discussa in quel periodo e per condizionare alcune nomine.

IL MOVENTE - Il sequestro di Emanuela Orlandi (come anche quello di Mirella Gregori, sparita nel maggio 1983) secondo Fassoni Accetti avrebbe avuto l’obiettivo di indurre Alì Agca a ritrattare le sue accuse di complicità ai bulgari nell’attentato al Papa del maggio 1981, in cambio di una sua futura liberazione (il terrorista turco ricevette la grazia dal presidente della Repubblica nel 2000). L’indagato, che più volte ha lanciato appelli perché i suoi complici dell’epoca escano allo scoperto, ha precisato che l’operazione nacque come «rapimento simulato», poi però sfuggito al controllo degli stessi sequestratori: la «ragazza con la fascetta», prelevata con l’inganno grazie al coinvolgimento di tre sue coetanee nel centro di Roma, sarebbe dovuta tornare a casa in pochi giorni, ma l’esplosione mediatica seguita all’appello del 3 luglio 1983 di papa Wojtyla dalla finestra dell’Angelus avrebbe trasformato un’ «azione dimostrativa» in uno dei gialli più inquietanti e torbidi del dopoguerra.

Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it21 giugno 2013 | 16:44

Web, Grillo perde fan su Facebook via dalla pagina M5S 6mila persone

Il Mattino


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ROMA - Dall'insediamento del governo Letta ad oggi i social network e le discussioni in rete registrano un calo del 40% dell'interesse degli utenti verso i temi politici. Grillo e il Movimento 5 Stelle scontano più di altri questa tendenza con punte di oltre 6mila fan che vanno via da Facebook.

È l'analisi di Blogmeter, società che monitora i social media e le discussioni online, che mette in evidenza anche un calo di Matteo Renzi, Mario Monti e Scelta Civica. . «Sul fronte Facebook emerge un fenomeno inusuale - sottolinea Blogmeter -: una serie di persone hanno deciso addirittura di cancellare l'iscrizione alle pagine di Grillo e del M5S. La prima perde ben 6013 fan (in media 135 fan al giorno), la seconda 2394, probabilmente a causa dell'alto livello di aspettative pre-elezioni».

Più in generale l«engagement' complessivo su Facebook (cioè la somma di 'likè, commenti, condivisioni, post spontanei in bacheca) scende per tutti ad eccezione della Lega: Monti cala addirittura del 93% (»anche perchè non scrive più un post da marzo«, sottolinea Blogmeter), il Popolo della libertà del 70%, Silvio Berlusconi del 56%, il Partito Democratico del 54%, Renzi del 57%, Grillo del 32% e il Movimento Cinquestelle del 28%.

Su Twitter, invece, nel periodo che va dal 1 maggio al 17 giugno si nota una flessione delle menzioni di partiti e leader rispetto al corrispondente periodo precedente: Scelta civica perde l'83%, il Partito democratico il 60%, Grillo e il Movimento Cinquestelle il 48%, il Popolo della libertà il 31%, Renzi il 44%. «Si tratta in parte di cali fisiologici dopo la scorpacciata delle politiche - spiega Vincenzo Cosenza, social media strategist di Blogmeter - ma i dati segnalano anche un certo disinteresse e un'incapacità dei partiti di coinvolgere con contenuti originali e temi forti i propri sostenitori nelle fasi post elettorali».

 
venerdì 21 giugno 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 16:04

Scontrino selvaggio: dopo il sale a 800, il gelato che scompare

Il Mattino

di Ugo Cundari

Il cassiere del bar ha battuto il prezzo, ma il totale è zero



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In un bar di via Chiatamone che frequento sia per prendere il caffè sia per ordinare il pranzo, oggi è successo qualcosa che mi ha fatto davvero indignare. Ho comprato un gelato, il cassiere del bar mi ha fatto lo scontrino di sua spontanea volontà, io l’ho messo in tasca soddisfatto e me ne sono andato. Tornato in ufficio, cerco in tasca le chiavi del cassetto della scrivania e mi ritrovo lo scontrino. Sto per buttarlo, ma me lo voglio guardare un’ultima volta, lo ritengo il segno di una civiltà e di un rispetto verso il cliente, di questi tempi, prezioso. Ma una volta sotto gli occhi, stento a crederci. Il barista ha fatto tutta una messa in scena, movimenti delle dita sulla cassa e consegna dello scontrino... perché come ha segnato il prezzo del gelato così l'ha stornato in un sol colpo... Io sono uscito fuori del bar con il sorriso sul volto e lo scontrino in tasca, solo che, come prezzo c’è scritto, in totale, 0 euro…


Lo scontrino a costo zero



giovedì 20 giugno 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: venerdì 21 giugno 2013 08:08

De Magistris: «Il nostro piano rifiuti stupirà l'Italia. Napoli sarà un modello»

Corriere del Mezzogiorno

Il sindaco: «No a inceneritori e discariche. Il Comune sarà in linea con quello che chiede l'Ue, anzi anche di più»


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NAPOLI - «Abbiamo un piano che farà diventare fra tre anni Napoli un esempio in tutta Italia». Lo ha detto il sindaco Luigi de Magistris a margine di un'iniziativa per la Giornata mondiale del rifugiato. Secondo il sindaco, reduce da un recente viaggio a San Francisco dove ha verificato le diverse tipologie di ciclo integrato di smaltimento, l'obiettivo è arrivare ad avere un ciclo virtuoso sul modello rifiuti zero «in linea con quello che chiede l'Unione europea, anzi anche di più» perchè - ha spiegato de Magistris - noi siamo contro inceneritori e discariche e dimostreremo che si può arrivare a rifiuto zero». Un lavoro che il Comune di Napoli porterà avanti - come riferito dal primo cittadino - «con il Governo e la Regione con l'obiettivo di evitare la multa o per evitare che sia una multa forte».


Redazione online20 giugno 2013





Ue: «Troppi 3 anni dalla sentenza». Orlando:non possiamo pagare la multa

Corriere del Mezzogiorno

 Il ministro a Caserta: «200 mila euro al giorno sono troppi. I termovalorizzatori? Si può discutere»


E prepara il decreto anti-roghi per la Terra dei fuochi


NAPOLI - «Io ho detto che a Bruxelles dobbiamo dire come chiudere il ciclo. Non ci possiamo consentire di pagare una multa di 200 mila euro al giorno». Lo ha detto il ministro dell'Ambiente, Andrea Orlando, a Caserta, commentando il deferimento dell'Italia per i rifiuti in Campania. Per Orlando è necessario accelerare.

APERTURA SUI TERMOVALORIZZATORI - «Sui «termovalorizzatori si può ridiscutere» ha aggiunto il ministro evidenziando l'importanza di procedere su impiantistica e differenziata. «Entro il 2020, come prescrive l'Ue - ha ricordato - le discariche andranno chiuse».

E L'UE: ITALIA RITARDATARIA - «Sono trascorsi tre anni dalla sentenza della Corte Ue. Sono tanti, e nonostante tutta l'assistenza data dalla Commissione alle autorità italiane, non è stata trovata una soluzione. Abbiamo dovuto prendere la decisione del deferimento e delle multe». Così una portavoce ha spiegato oggi, durante il briefing della Commissione, la decisione di deferire l'Italia davanti alla Corte Ue per le lunghe inadempienze nella gestione dei rifiuti in Campania.

CHIEDO SCUSA - «Sono ministro da 45 giorni ma chiedo scusa per quanto è accaduto finora». Lo ha detto il ministro dell'Ambiente, Andrea Orlando, parlando a Caivano (Napoli) nella parrocchia di don Maurizio Patriciello e davanti ai comitati dei cittadini, riferendosi ai roghi tossici tra il Napoletano e il Casertano.

20 giugno 2013

Perché la guerra di Parigi a Google?

La Stampa

a cura di alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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La Francia dà un ultimatum a Google. Perché?
E’ la Commissione Nazionale dell’Informatica e delle Libertà (Cnil) a dare a Google tre mesi di tempo per mettersi in conformità con la legge francese sulla protezione dei dati personali, sotto pena di sanzioni pecuniarie.

Di cosa è accusata Google?
Nell’ottobre scorso le 27 autorità europee per la tutela della privacy hanno chiesto al gigante americano di Internet di conformarsi alla direttiva Ue in materia. Nel marzo precedente Google aveva unificato in una sola una sessantina delle sue regole di utilizzo, in particolare raggruppando le informazioni di molti servizi prima separati, come la messaggeria Gmail e la rete Google+. In sostanza, gli europei rimproverano a Google di combinare le informazioni di un servizio con quelle di un altro e quindi di poterle utilizzarle per fini diversi da quelli per cui le ha ottenute. Ieri la Cnil è passata all’attacco per la Francia: «Google - ha spiegato la sua presidentessa, Isabelle Falque-Perrotin - non è tuttora in confornità con il diritto nazionale».

Cosa rischia Google?
Se entro tre mesi Google non effettuerà le modifiche richieste, la Cnil potrà iniziare la procedura per sanzionarla. In Francia, rischia una multa fino a 150 mila euro.

Cosa risponde Google?
Ieri da Mountain View, sede di Google in California, è arrivato solo uno stringato commento che ripete gli argomenti già esposti all’inizio del contenzioso con gli europei. «La nostra politica di confidenzialità rispetta la legge europea e ci permette di offrire dei servizi più semplici e più efficaci. Ci siamo pienamente impegnati durante tutta la trattativa con le autorità per la protezione dei dati personali e continueremo a farlo», ha detto un portavoce.

Quali altri Paesi europei hanno lanciato la proceduta su Google?
Per il momento solo la Spagna. L’Aepd, l’agenzia spagnola, ha annunciato di aver rilevato «indizi di sei infrazioni, di cui cinque gravi» in materia di protezione dei dati personali. Le multe, in questo caso, possono andare da 40 mila a 300 mila euro. La differenza rispetto alla posizione francese è che la Spagna non ha dato a Google alcuna scadenza. Se saranno assodate le violazioni, il motore di ricerca dovrà rimediare subito (e pagare).

E gli altri membri della Ue?
Secondo la Cnil, le autorità olandese, britannica, italiana e tedesca «proseguono le loro indagini nel quadro delle loro procedure rispettive». Madame Falque-Perrotin riassume così la posizione francese: «Non è una crociata contro Google, ma la trasparenza si deve applicare anche a loro. Noi vogliamo che Google sveli la galassia che rappresenta e di cui i suoi clienti non hanno assolutamente idea».

La Francia si è già scontrata con Google?
Sì. Un duro contenzioso ha contrapposto il nuovo governo socialista al colosso di Mountain View. Su pressione degli editori francesi François Hollande aveva ventilato la possibilità di instaurare una tassa sugli articoli dei media francesi indicizzati da Google nelle sue ricerche. La replica di Google era stata dura: aveva minacciato di eliminare tutti i link ai media francesi.

Quando e come si è conclusa la trattativa?
Nel febbraio scorso, insieme alla sua ministra della Cultura, Aurélie Filippetti, Hollande ha ricevuto all’Eliseo il Ceo di Google, Eric Schmidt. Con grande sfoggio di sorrisi e strette di mano a favor di telecamere, ma dopo una trattativa durata diverse ore, Schmidt ha annunciato che Google avrebbe stanziato 60 milioni di euro per un «Digital Publishing Innovation Fund» per finanziare delle nuove iniziative editoriali digitali. Non solo: Google avrebbe iniziato una partnership con gli editori francesi per aiutarli a incrementare i loro introiti on line. In cambio, ovviamente, la Francia avrebbe rinunciato a quella che i giornali avevano già battezzato “link-tax».

Qual è stata la reazione dell’opinione pubblica francese?
A caldo l’accordo ha suscitato molto entusiasmo, subito rimbalzato sulla rete e nei commenti dei giornali «di carta». Sembrava che la Francia avesse piegato il gigante d’oltreatlantico, aspetto che ha la sua importanza in una pubblica opinione di regola molto critica verso gli americani come quella francese. Alcuni osservatori, però, fanno notare che Google se l’è cavata con poco (60 milioni non sono certo molti per poter riempire i propri link con tutta la produzione editoriale francese) e che i progetti editoriali che finanzierà saranno decisi insieme dai rappresentanti di Google e del governo e degli editori francesi. Di certo, come ha confermato l’ultimatum di ieri, la guerra fra Mountain View e Parigi non è finita». 

Moschee, web e macellerie islamiche ecco dove si convertono gli jiadisti italiani”

La Stampa

L’esperto israeliano: chi torna in patria è un pericolo, potrebbe organizzare attentati

rosaria talarico
roma

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Vai a comprare un felafel fatto con carne «halal» (l’unica che i musulmani osservanti possono mangiare perché macellata secondo le regole della legge islamica) ed esci con un volantino. Il reclutamento dei volontari come Giuliano Ibrahim Delnevo, pronti a combattere la jihad (la guerra santa dell’islam contro gli infedeli), avviene anche così, nella macelleria islamica vicino casa.

Poi certo ci sono i siti internet, i forum e le moschee per chi, non essendo nato in un Paese o una famiglia musulmana, ha deciso di abbracciarne la cultura e la religione fino al punto di trasformarsi in uno shahid, un martire. «Alcuni siti internet si occupano del reclutamento dopo che la conversione è già avvenuta» racconta un agente dei Servizi con molti anni di esperienza sul campo. «Sempre via web è possibile ricevere le istruzioni e procedere con una sorta di auto addestramento. Ma al di là della fede religiosa, va tenuto presente che fare i mercenari è un reato da codice penale».

L’approccio iniziale può avvenire anche attraverso i social network. «Basta una minima dote di ingegneria sociale» spiega un’altra fonte istituzionale che si occupa di cyber terrorismo «per capire le inclinazioni e le debolezze di una persona e poi incidere su queste». Con una distinzione fondamentale per non fare confusione tra cyber terrorismo (attacchi diretti a sistemi informatici) e il reclutamento via internet. A cui si associano di norma altri due elementi: il radicalismo e la ricerca di risorse finanziarie da devolvere alla causa.

Shumoukh al-Islam, Ansar al-Mujahedin, Jabhat al-Nosra sono ad esempio alcuni forum utilizzati per reclutare combattenti in Siria (anche se spesso gli indirizzi internet variano e i siti non sono raggiungibili). «Non abbiamo dei veri numeri, ma le statistiche sono basate sulle persone uccise» spiega Ely Karmon, esperto israeliano dell’International Institute for Counter-Terrorism. «Le cifre vengono ricavate dai necrologi che compaiono su importanti forum di ideologia araba e di storia dei martiri.

Il 10% di tutti i combattenti sunniti in Siria sono stranieri volontari. Sull’Europa i numeri sono ancora meno, ma sappiamo che chi ritorna a casa dopo aver combattuto potrebbe organizzare attentati, come è successo a Bruxelles pochi mesi fa ma. Attentato per fortuna sventato. Un mezzo molto utilizzato è Youtube, dove vengono inseriti molti video e conseguenti richieste di finanziamento». Colpisce più la penna (e i suoi derivati moderni), che la spada.

La valenza strategica della parola era stata intuita da Osama bin Laden, «il primo che ha parlato dell’importanza di servire la jihad non con le armi, ma con la parola» ricorda un’autorevole fonte istituzionale «poi la moschea non va intesa solo come chiesa, è un punto di incontro dove si fanno affari e anche il reclutamento». Il percorso comincia con la da’wa (la convinzione religiosa), si diventa poi mujaheddin (combattente per la fede) fino all’estremo, trasformarsi in shahid, il martire.

«Per passarsi le istruzioni operative quelli bravi usano la steganografia (foto che contengono dei testi nascosti nel file, ndr) e la crittografia. Ci sono una decina di convertiti italiani che potrebbero essere combattenti, ma è una stima per eccesso» conclude la fonte «ma in Italia non ci sono dei centri di irradiamento. Sono percorsi al momento individuali e non esiste un luogo di indottrinamento». 

Quarant’anni “al servizio” del fratello, dovrà essere mantenuta come una moglie

La Stampa


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Ha diviso la casa con il fratello per quarant’anni facendogli praticamente da colf, poi, messa alla porta dal fratello o andatasene di sua spontanea volontà non è dato sapere, la donna ha chiesto gli alimenti al fratello, esattamente come una moglie. La Cassazione ora ha accolto il ricorso della signora P.S., sottolineando che «la circostanza che la pretesa alimentare sia rivolta nei confronti del fratello non comporta la sua infondatezza».

La vicenda si svolge in un paese della Liguria, dove P.S. per quarant’anni vive insieme al fratello, facendogli le faccende di casa. Le loro strade, dopo tutto quel tempo, si dividono e la sorella cita in giudizio il fratello per chiedergli un mantenimento. In primo grado, il Tribunale di Chiavari dispone che a P.S. il fratello dia 250 euro di alimenti al mese. Assegno revocato dalla Corte d’appello di Genova, nel 2007, sulla base del fatto che la donna, nonostante la sua invalidità, saltuariamente lavorava anche in un albergo come domestica a ore. La donna ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando lo «stato di bisogno» causato anche da una invalidità al 60%. Piazza Cavour - sentenza 15397 - ha accolto, in parte, il ricorso della sorella e ha evidenziato che «la circostanza che la pretesa alimentare sia rivolta nei confronti del fratello non comporta la sua infondatezza, ma solo la determinazione del relativo importo nella misura dello stretto necessario». Gli alimenti li stabilirà la Corte d’appello di Genova cui è stato rinviato il caso. 

Fonte: Adnkronos

10 consigli per foto perfette in vacanza

La Stampa

valerio mariani

Guida semiseria all'attività più diffusa durante le ferie.



Le vacanze si avvicinano e si pensa all'attrezzatura da portare in viaggio. Smartphone e tablet d'ordinanza, magari un computer portatile e un eBook Reader, fotocamera e, se ancora ci si ricorda di averla, una videocamera. In verità, per evitare brutte sorprese alla bilancia (delle valigie), la razionalizzazione è d'obbligo. L'armamentario minimo da fanatici del low cost, allora, potrebbe essere uno smartphone magari di quelli più noti come camera phone, un tablet e/o un ultrabook e un eBook Reader. Qualsiasi cosa si decida di portare, alla fine l'attività preferita probabilmente non sarà la lettura di un eBook ma lo scatto, intervallato da una capatina tra i social, connessione permettendo. Sfruttiamo, allora, l'informativa di Sonyche ha chiesto ai finalisti del World Photography Awards 2013 una serie di consigli per scattare foto migliori.

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Noi le sintetizziamo e le riportiamo, sottovoce e con la giusta leggerezza, per non far sobbalzare i puristi dell'immagine che non credono che le parole “foto” e “bella” possano andare d'accordo con “smartphone” e “tablet” qualunque essi siano. In fondo, però, ciò che conta è avere dei ricordi decenti, non sfuocati, ben illuminati e originali, con i quali intasare la bacheca di Facebook al proprio ritorno. Vediamo, allora, i 10 consigli (riadattati) dei professionisti interpellati da Sony.

1.Permette una foto? I due terzi dei fotografi interpellati sostengono che chi conosce bene il soggetto della foto è a metà dell'opera. In effetti, fotografare sconosciuti può anche creare qualche problema di privacy, risolvibile più o meno violentemente. 

2.Scusa che hai detto? Sempre loro, quelli bravi, ci dicono di ascoltare e interpretare il linguaggio del corpo per cogliere l'essenza del soggetto e immortalarla. Ecco, se il suddetto corpo si muove a grandi passi verso lo smartphone, vedere punto precedente. 

3.Fuori dalla scena, sto lavorando!Quando si fotografa una persona, bisogna sempre prestare massima attenzione allo sfondo, corna volanti comprese. Ecco, magari cercare di fermare il traffico in Trafalgar Square può non essere semplicissimo, anche qui l'effetto di cui al punto uno è, letteralmente, dietro l'angolo. 

4.Foto nature. Non si tratta di fare l'affare con scatti vietati ai minori ma, piuttosto, di cogliere la naturalezza del soggetto evitando di avvisarlo prima dello scatto. Sì, ma siete sicuri che in nome di una foto da premio siate in grado di affrontare la conseguente ira del soggetto, dopo quella dei precedenti? 

5.Scripta manent, soggetto no. I professionisti interpellati da Sony ci dicono che nella valigia non possono mancare cavalletto, flash e taccuino per annotare visioni sfuggenti. Ma voi avete un biglietto low cost, dunque al posto del cavalletto meglio usare oggetti di fortuna, e fotografare di giorno. Il taccuino non crea problemi di peso ma, purtroppo, non è un libretto di assegni con il quale opzionare soggetti e sfondo della foto perfetta. 

6.Eppure l'albergo era qui. Altro consiglio: per scattare foto originali ci vogliono scene originali, luoghi inusuali, fuori dai percorsi troppo battuti. Certo, è indubbio, ma il rischio è proporzionale al risultato. Almeno portatevi dietro un soggetto, da usare come guida. E trattate bene gli eventuali ospiti della scena. 

7.Minimalismo rischioso. Avete sacrificato tutto, proprio tutto, solo il camera phone e due paia di mutande. Perché i veri fotografi di viaggio non si fermano di fronte a una maglietta navigata. Ottima scelta, anche per essere certi di non avere soggetti dotati di olfatto nelle vicinanze, solo nature morte. 

8.Cavalletto? No, grazie. Torniamo sul punto 5: niente cavalletto, ok. D'altronde sassi, alberi, bidoni ne troverete a iosa. Immortalare un tramonto sarà uno scherzo, senza cavalletto, a patto che non ci si trovi in un luogo inusuale con soggetti inusuali. Uno smartphone lasciato incustodito anche per un innocuo autoscatto è come il coniglio di un prestigiatore. 

9.Effetti speciali. Adesso scegliamo l'esposizione, l'Iso, la modalità più giusta, un attimo eh. Con la varietà di scelta di molti software di gestione si ottengono foto ottime in ogni situazione. Ma l'attesa può essere fatale per l'eventuale soggetto. Scegliere come finisce, nel migliore dei casi secondo il punto due, nel peggiore secondo il punto sette. 

10.Vacanze finite, archiviate in pace. No, non lo faremo mai, lo sappiamo. Avete giurato a ciascuna delle cento foto scattate che poi ci saremo presi cura di loro: ti salvo, ti archivio, ti taggo, ti ritocco. Sicuro, invece, che a Natale ti ho già cancellata.

Le tre divinità del politicamente corretto

Marcello Veneziani - Gio, 20/06/2013 - 16:16

Tutte e tre vengono dall'estero, Germania, Congo e Terzo mondo in tour. Nella versione moderna le Parche si occupano delle sorti gay, degli immigrati clandestini, di ius soli


Ci sono tre Parche a guardia del nostro destino: Cloto Boldrina, sovrintendente alle Belle Anime e Presidente della Camera Caritatis, Lachesi Kyenge, la Balotelli del governo che sta lì per la gioia dei leghisti più agitati, e Atropo Idem, che come dice il cognome, la pensa come le prime due.

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Tutte e tre vengono dall'estero, Germania, Congo e Terzo mondo in tour. Atropo va in canoa, Lachesi contromano, Cloto è portata in processione. Cloto è al latte, Lachesi è fondente, Atropo è pralinata, tre dolciumi per un momento amaro. Infatti il governo si occupa dei problemi pratici più grevi, legati alla crisi; a loro invece tocca l'edificazione morale del popolo. Nell'antichità le Parche o Moire avevano compiti decisivi: la prima filava la sorte, la seconda ne stabiliva la durata e la terza tagliava il filo della vita. Nella versione moderna le Parche si occupano delle sorti gay, degli immigrati clandestini, di ius soli e poi, per far felici grandi e piccini, di aborto, eutanasia e biodiritti.

La Boldrini è portata in campana di vetro per scacciare il demonio sessista, razzista e omofobo. La Idem ha una missione di parità ma si è subito battuta per un privilegio: agli sportivi stranieri sia riconosciuta subito la cittadinanza italiana. La Kyenge è sacra e inattaccabile perché Nera del Katanga e Vittima del becero rozzismo, versione campestre del razzismo. Le Parche sono le bigotte del progressismo e ci esortano alla devozione verso il politicamente corretto. Quando le ascolti, ti senti preso per il culto.

Idem, solo 1.200 euro di Imu per 5 case

Libero


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Il nucleo familiare di Josefa Idem possiede cinque abitazioni e due terreni, anche se non è chiaro a quasi nessuno in quale di queste abitino. Alla ex campionessa, ora senatrice del Pd e ministra del governo di Enrico Letta, sono intestate in tutto due abitazioni. La prima è intestata al 100% alla Idem ed è un appartamento accatastato A/2 a Ravenna allo stesso indirizzo della ormai famosa palestra (via Carraia Bezzi 104), con una consistenza di 11,5 vani e una rendita catastale di 1.306,64 euro.

Inserendo le caratteristiche di quella palestra come fosse una semplice seconda abitazione (è ancora accatastata così) nella banca dati del comune di Ravenna, la Idem avrebbe dovuto versare entro il 17 giugno scorso una prima rata Imu di 1.163 euro. L’aliquota al momento è la stessa del 2012, ma la banca dati non calcola anche la seconda rata (più o meno uguale alla prima) perché in teoria quell’aliquota potrebbe ancora essere aumentata o ridotta. La Idem ha detto : «Io ho una casa di proprietà e una assieme a mio marito. Ho pagato 1.200 euro di Imu». Per una casa e mezza in un anno dunque avrebbe pagato di Imu la stessa cifra che avrebbe dovuto pagare solo per la prima rata dell’abitazione in gran segreto trasformata in palestra.

Ma le case e i terreni in famiglia sono più di quelli dichiarati dal ministro. Oltre alla palestra c’è in effetti un appartamento A3 diviso a metà con il coniuge Guglielmo Guerrini, in viale Piccarda a Ravenna. Acquistato nel maggio 2004 ha 4 vani e una rendita catastale di 392,51 euro. I due coniugi risultano usufruttuari anche di un terzo appartamento, sempre categoria A3, in viale Lungomare a Marina di Ravenna. È più piccolo - ha 3,5 vani -  e la nuda proprietà è divisa fra i due figli Janek (classe 1995) e Jonas (classe 2003). L’appartamento è stato acquistato il 13 febbraio 2012 dalla locale Euroimmobiliare costruzioni srl di Matteo Raggi. È una casa di nuova costruzione, realizzata con materiali all’avanguardia con interni tutti in vetro e legno.

Facci: Mori, cronaca di un processo assurdo

Libero

Pentiti e pm indecisi: quante falle nelle accuse al generale dei carabinieri


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L’irrilevanza e l’assurdità del «processo Mori», a Palermo, rischia di far passare inosservato anche l’incredibile. Il generale è accusato di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano e di non averlo catturato quando avrebbe potuto, ma una lettura attenta della sua memoria difensiva - presentata in aula il 7 giugno - lascia perplessi indipendentemente dalla simpatia o antipatia che il personaggio possa destare.

La memoria di 160 pagine è interamente in rete (www.censurati.it) ma a non quadrare, a ben vedere, sono anche alcuni documenti prodotti dall’accusa. Sia la difesa che l’accusa, infatti, ricordano come la mancata cattura di Provenzano fu anzitutto dovuta al depistaggio operato dai sottufficiali Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo: quest’ultimo lavorava alla sezione  palermitana dei Ros, ma il primo - la vicenda è nota - era distaccato nell’ufficio di Antonio Ingroia e lavorava a stretto contatto con lui.

È assodato che Giuseppe Ciuro fosse una talpa interna alla procura e che chiacchierasse con Michele Ajello, ex re delle cliniche siciliane già legato a Provenzano. Sono cose che possono succedere solo in Sicilia: Ciuro, prima di essere scoperto dai pm, aveva persino procurato ad Ingroia un’impresa che ristrutturasse un casolare paterno a Calatafimi, col paradosso che   l’impresa scelta da Ciuro fu proprio quella del mafioso Aiello. Ciuro all’epoca era ancora il braccio destro di Ingroia (in Procura li chiamavano «puri e ciuri») e al mare avevano i villini affiancati, laddove per un’estate si affaccerà anche l’incolpevole Marco Travaglio che era legato a entrambi (a Ciuro e a Ingroia) ma che a ricordargli l’episodio, ogni volta, perde il lume della ragione.

La circostanza, professionalmente imbarazzante, non impedisce che anche in questi giorni Travaglio seguiti a pontificare sul caso Mori e a scagliarsi contro chi lo difenda. Ajello, dicevamo, è stato riconosciuto colpevole di associazione mafiosa e ha beccato 15 anni: Riolo ha beccato sette anni per concorso esterno; mentre Ciuro, ammesso al rito abbreviato con l’accusa di favoreggiamento, ha preso quattro anni e otto mesi. Ed è una memoria della Procura, e non della difesa, a ricordare che Ciuro e Riolo, oltreché il mafioso Mario Ajello, «da molti anni fornivano notizie segrete e rivelazioni sulle indagini del Ros finalizzate alla cattura dei latitanti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro». La memoria è datata 1 settembre 2004 ed è firmata dai pubblici ministeri Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Maurizio De Lucia e Antonio Di Matteo.

Sì, Antonio Di Matteo: qualcuno avrà già notato la contraddizione. Di Matteo, infatti, oggi rappresenta l’accusa contro Mario Mori: in pratica lo incolpa di ciò che lui stesso, anni addietro, aveva attribuito ai depistatori Ajello e Riolo e Ciuro. Di Matteo, cioè, nel 2004 scriveva che Provenzano non veniva catturato perché un collaboratore di Ingroia lo informava indirettamente delle mosse dei Ros e dei magistrati, ma oggi addebita la mancata cattura al generale Mori. Il contrasto è evidente e il primo a notarlo è stato l’ex direttore dell’Unità Emanuele Macaluso in una lettera pubblicata sul Foglio di mercoledì, ripresa ieri dal Corriere della Sera.

Da quanto inteso, il pm Di Matteo si prepara a metterci una pezza: ha già fatto capire che i fatti addebitati a Mori e il depistaggio dei succitati apparterrebbero a periodi diversi. Mori, cioè, avrebbe favorito la latitanza di Provenzano fino al 1996, gli altri invece per fatti  dal 2001 al 2003. In questo il pm non ha torto: bastava guardare alla richiesta di condanna pronunciata da Di Matteo contro il generale  (9 anni di galera chiesti il 24 maggio scorso) per accorgersi che i fatti addebitati risalirebbero all’ottobre 2003.

Ma le contraddizioni di Di Matteo parrebbero anche altre. L’accusa al generale Mori si deve principalmente alla denuncia dell’ex colonnello Michele Riccio, già condannato a Genova per furto di stupefacenti: ma fu lo stesso Di Matteo, da principio, ad archiviare le stesse accuse in data 1 giugno 2006. E quello che non si capisce, tantomeno dal processo, e che cosa abbia convinto Di Matteo (e Antonio Ingroia) a riaprire la questione.

A meno di credere che sia stata sufficiente qualche parolina aggiuntiva a opera dell’affidabilissimo Massimo Ciancimino, il quale in effetti ha successivamente riferito di contatti tra il generale Mori e suo padre, il mafioso Vito Ciancimino. Mori peraltro non ha negato i contatti: li ha ammessi in più sedi giudiziarie e li ha attribuiti al tentativo di acquisire notizie per poter catturare i grandi capi mafia, come poi fece. Secondo Ciancimino, invece, Mori parlava con suo padre perché voleva instaurare una trattativa che interrompesse le stragi dei primi anni Novanta. La parola del generale Mori contro quella di Massimo Ciancimino. 

di Filippo Facci

Nasa, arrivano i cacciatori di asteroidi per scongiurare "Armageddon"

Il Messaggero
di Laura Bogliolo

Bolden, il numero uno della Nasa a Roma: fondamentale la collaborazione con l'Italia. Incontro con Letta e alla Farnesina


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ROMA - "Lo Spazio è un luogo pericoloso, non è facile pensare a un futuro nel quale sarà facile viaggiare nell'Universo: se dicessi a mia moglie che sono pronto per una nuova missione mi caccerebbe di casa". E’ veterano dell’esercito e dello Spazio, ha trascorso 28 giorni, 8 ore e 37 minuti della sua vita tra le Stelle: “Ero semplicemente un viaggiatore dello Spazio, il vostro Luca Parmitano invece lavora e vive lassù, dovete essere fieri di lui”. Charles Bolden, amministratore della Nasa, entra nella sala comunicazione del ministero dell’Istruzione a Roma spezzando l’attesa con un sonoro “hello” accompagnato da un sorriso. “Come on, come on” dice invitando a prendere i posti in prima fila come se non ci fosse molto tempo per rincorrere il futuro che è già arrivato.

Si chiama Grand Asteroid Challenge ed è l’ultima sfida della Nasa: catalogare tutti gli asteroidi che possono essere considerati pericolosi per la Terra e catturarne uno per studiarlo e imparare a conoscere i segreti dello Spazio. Bolden è in Europa per una serie di incontri per rafforzare intese e collaborazioni in vista delle future missioni di esplorazione spaziale. I cacciatori di asteroidi. Il 95% degli asteroidi più grandi di un chilometro sono conosciuti e monitorati dalla Nasa. Sono i Neo, i Near earth object catalogati in un grande database.

Manca un 5%, ignoto che l’Agenzia spaziale americana vuole decifrare per evitare spiacevoli inconvenienti. Proprio Bolden tempo fa ha dato un’unica e chiarissima risposta all’inquietante domanda “cosa fare se un asteroide dovesse minacciare la Terra?”. “Pregare” ha detto Bolden davanti al Congresso nel corso di un’audizione voluta dopo la pioggia di rocce negli Urali a febbraio. Quello della Nasa e della Casa Bianca è un vero e proprio appello a collaborare per cercare di svelare la natura e la traiettoria di quel 5% di asteroidi che ancora non sono stati analizzati.

Catalogare gli asteroidi ma anche catturarli. Questa l’ambiziosa missione pensata dalla Nasa: “Si tratta di individuare, catturare e spostare un asteroide” spiega Bolden. Una missione appoggiata dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama e che prevede la possibilità di “raggiungere nuove scoperte scientifiche e accrescere le nostre capacità tecnologiche”. Una prodezza tecnologica semnza precedenti che consentirebbe di “colonizzare” un asteroide e poi studiarlo. L’obiettivo dato dal presidente Obama è di inviare degli astronauti a esplorare l’asteroide nel 2025.

La missione futuristica prevede di catturare un asteroide di piccole dimensioni (500 tonnellate) con una sonda robotizzata, portarlo nell’orbita lunare per poi farlo esplorare dagli astronauti.”Grandi possibilità di studio e di scoperte nel progetto della Nasa” spiega il presidente dell'Agenzia spaziale italiana (Asi), Enrico Saggese, che sta accompagnando Bolden nel tour italiano. L’amministratore della Nasa ha incontrato alla Farnesina tra il viceministro degli Esteri Marta Dassù per uno scambio di opinioni sui nuovi sviluppi della Nasa, che ha nella Stazione Spaziale Internazionale (Iss) la principale attività in corso di attuazione. Tre mesi fa la firma dell'accordo bilaterale per l'esplorazione e l'uso pacifico dello spazio a Washington.

Stretta di mano tra il numero uno della Nasa anche con il ministro Carrozza e con il presidente del Consiglio Enrico Letta che su Twitter ha fatto sapere: «ho incontrato il direttore della nasa bolden e abbiamo discusso di come rafforzare la cooperazione tra usa e italia in materia spaziale». L’importanza della Stazione spaziale internazionale. Mentre Luca Parmitano si prepara alla prima passeggiata che lo attende i primi di luglio (la data del 9 non è ancora confermata), sulla Terra Bolden elogia la collaborazione dell’Italia con la Nasa. «La collaborazione internazionale - ha annunciato Bolden - è assolutamente critica in vista del prolungamento della vita della Stazione Spaziale fino al 2020».

«Nello spazio si sta aprendo uno scenario completamente nuovo, con un ruolo sempre più importante dei privati», ha detto Bolden riferendosi anche al prossimo lancio della navetta Cygnus, costruita in Italia per l'azienda privata statunitense Orbital e destinata a portare rifornimenti alla Stazione Spaziale.

Mercurio e l’accordo con l’Asi. Bolden, quattro volte sulla Shuttle, ha anche annunciato la firma oggi dell’accordo tra Asi e Nasa per studiare la debolissima atmosfera di Mercurio, in uno degli strumenti a bordo della missione europea BepiColombo, in programma nel 2016. Al centro del progetto lo spettrometro Strofio, messo a punto da un gruppo di ricerca coordinato dall'italiano Stefano Livi: lo strumento è programmato per studiare la composizione dell'atmosfera estremamente rarefatta di Mercurio. La missione BepiColombo prevede l'invio di due moduli scientifici: il Mercury Planetary Orbiter (Mpo) sviluppato dall'Agenzia Spaziale Europea (Esa) ed il Mercury Magnetospheric Orbiter (Mmo) sviluppato dall'agenzia spaziale giapponese Jaxa.

Si discuterà di asteroidi, Iss e delle nuove sfide nello Spazio il 9 e 10 gennaio a Washington: sarà una sorta di Onu dello Spazio al quale parteciperanno 40 Paesi.

La sfida degli asteroidi è appena iniziata: Lori Garver, vice amministratore della Nasa, spiega i motivi della sfida con poche ma chiarissime parole: la caccia agli asteroidi aiuterebbe a provare che “siamo più intelligenti dei dinosauri”.


twitter: l4ur4bogliolo
laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Giovedì 20 Giugno 2013 - 19:31
Ultimo aggiornamento: Venerdì 21 Giugno - 09:54

Il sorpasso di Ferrero su Google

Corriere della sera

Il sondaggio tra gli studenti: i posti di lavoro preferiti in Italia

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Il posto ideale dove lavorare? Per gli studenti italiani di Economia è la Ferrero. La multinazionale italiana batte, quest'anno, per la prima volta Google (medaglia d'argento) nella classifica Universum: «Italy's most attractive employers», presentata ieri a Milano al Palazzo delle Stelline. Un ranking, alla sua decima edizione, effettuato su un campione di 20.718 studenti provenienti da 39 università di tutta Italia, intervistati da gennaio ad aprile 2013 su 140 aziende. In terza e quarta posizione Unicredit e Intesa San Paolo. Mentre tra gli studenti di ingegneria, informatica e scienze naturali, Google resta in cima anche quest'anno, seguita da Ferrari, Microsoft ed Eni. Ma come ha fatto l'azienda produttrice di Nutella a risultare più attraente del colosso mondiale Google e a essere tra le preferite degli studenti francesi e tedeschi? Secondo l'amministratore delegato Giovanni Ferrero, il successo deriva innanzitutto dalla notorietà di un prodotto e poi dall'essere una realtà "glocal", vale a dire che pensa localmente e che agisce globalmente.

Presenti nella lista dalle realtà come Ferrari, Pirelli, Eni, Luxottica, Barilla (premiata come l'azienda più etica e socialmente responsabile ) e Ducati: brand italiani, ma noti anche fuori confine, che offrono loro opportunità per il futuro. «A differenza del passato, in cui vincevano marchi come Armani, Bulgari, Sony e Nokia, le aziende prescelte offrono stage, trainee programs e - cosa importante - prospettive di lavoro. Infatti in passato gli studenti prediligevano nomi più prestigiosi non curanti se in effetti a questi fossero collegati vere e proprie chance d'inserimento. Oggi sono più saggi e selettivi e ritengono fondamentale che abbiano tra i loro requisiti: oltre alla prospettiva d'assunzione, essere italiane, forti e stabili a livello finanziario» spiega Claudia Tattanelli, global director e country manager per l'Italia di Universum.

In netta crescita la popolarità di settori come la consulenza gestionale e strategica. Tra le big four Ernst & Young è risultata essere la prima «employer» in Italia per il quinto anno di fila; e quest'anno è salita di nove posizioni. In ascesa anche Boston Consulting Group, di 54 posizioni. Per quanto riguarda invece i trend di carriera si evidenzia che il 40% degli intervistati preferirebbe lavorare all'estero. «Il desiderio di perseguire una carriera internazionale distingue i nostri studenti da quelli del resto d'Europa», prosegue la Tattanelli, che riporta inoltre che l'86% degli studenti vorrebbe fare uno stage, ma che non ne ha la possibilità se non all'estero. Esistono infine ancora grandi differenze di genere. Le studentesse d'ingegneria per esempio si orientano verso imprese del settore dei beni di consumo e farmaceutiche, perché sono convinte che i loro datori di lavoro possano offrire loro più equilibrio in termini di vita professionale e familiare. Gli uomini preferiscono invece le banche, le società di revisione e le aziende automobilistiche, più associate ai concetti di: alti profitti, possibilità di diventare leader o manager.


Irene Consigliere
21 giugno 2013 | 8:05

Palatucci non fu un Giusto» Yad Vashem riapre la questione

Corriere della sera

Escluso da una mostra in Usa. E il Vaticano studia il caso
 
Giovanni Palatucci, funzionario della polizia italiana, morì il 10 febbraio 1945, a 35 anni, nel lager di Dachau, dove era stato rinchiuso dai nazisti. La Chiesa ha aperto su di lui un processo di beatificazione e il memoriale della Shoah di Yad Vashem, in Israele, lo ha nominato nel 1990 Giusto tra le nazioni per la sua opera a favore degli ebrei perseguitati.

CatturaOra però la sua figura torna in discussione, come ha rivelato Alessandra Farkas in un articolo apparso su Corriere.it. Il Museo dell'Olocausto di Washington ha tolto il materiale su Palatucci da una mostra riguardante i non ebrei che aiutarono, o al contrario denunciarono, le persone prese di mira dai nazisti per motivi razziali. Anche Yad Vashem ha deciso di riaprire la pratica e il Vaticano, secondo quanto riferisce il «New York Times» citando padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, intende approfondire la questione. Inoltre la Lega antidiffamazione, organizzazione che combatte l'antisemitismo, non premierà più ufficiali di polizia con un riconoscimento intitolato a Palatucci.

Tutto nasce da una ricerca promossa dal centro Primo Levi di New York, un'istituzione che si occupa di diffondere la conoscenza della cultura ebraica italiana negli Stati Uniti, ma forti dubbi sull'azione di Palatucci, cui viene attribuito il salvataggio di ben cinquemila ebrei a Fiume (oggi Rijeka, in Croazia), erano stati sollevati in precedenza dallo studioso triestino Marco Coslovich, autore del saggio Giovanni Palatucci. Una giusta memoria (Mephite editore, 2008): «Su Palatucci sono state scritte molte inesattezze: si afferma che bruciò gli elenchi degli ebrei di Fiume per sottrarli ai nazisti, ma in realtà quelle liste sono tuttora consultabili in archivio», dichiara Coslovich al «Corriere». Gli studiosi del centro Primo Levi, che hanno lavorato sui documenti e approfondito le questioni sollevate da Coslovich, sostengono che Palatucci non si distinse particolarmente in favore degli ebrei, ma anzi, da funzionario della questura fiumana, applicò le leggi razziali italiane e poi, dopo l'8 settembre, aderì alla Repubblica di Salò. Se i nazisti lo deportarono, non fu perché si fosse opposto alla Shoah, ma per i suoi contatti, di cui parla un documento firmato dal famigerato ufficiale delle SS Herbert Kappler, con i servizi segreti angloamericani.

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«Per la sua morte a Dachau - osserva Michele Sarfatti, storico del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) - Palatucci merita rispetto, ma il suo ruolo è stato ingigantito: non salvò certo cinquemila persone. È vero che nel marzo 1939 favorì l'esodo verso il futuro Israele di molti ebrei mitteleuropei, che erano stati bloccati dalla capitaneria di porto di Fiume, ma lo fece in ossequio alle direttive del ministero dell'Interno. Comprensibilmente quei profughi lo ricordarono poi come un provvidenziale soccorritore, tanto che nel 1952 gli fecero dedicare una via e un parco nella città israeliana di Ramat Gan». Più tardi, nel 1955, le comunità ebraiche italiane conferirono a Palatucci una medaglia alla memoria e nel 1990 gli fu riconosciuta la qualifica di Giusto a Yad Vashem. «Ci sono in suo favore delle testimonianze - ricorda Sarfatti - che in linea generale ritengo fondate, ma devono essere vagliate con attenzione studiando le carte. Il problema è che i riconoscimenti pubblici a Palatucci hanno preceduto la ricerca storica. Infatti adesso a Yad Vashem è partito un processo di riesame del suo caso sulla base della nuova documentazione. E credo che anche in Italia si debba aprire una riflessione: noi, come Cdec, siamo disposti a partecipare a un eventuale gruppo di lavoro incaricato di fare chiarezza».

Tutta questa vicenda lascia sconcertato lo storico cattolico Matteo Luigi Napolitano: «Mordecai Paldiel, ex direttore dell'ufficio di Yad Vashem che si occupa dei Giusti, ha detto di recente che ci sono prove che Palatucci soccorse una sola donna, Elena Aschkenasy. Ma in precedenza lo stesso Paldiel aveva parlato di "molti ebrei" salvati da Palatucci. E dagli archivi di Yad Vashem risulta che ad essere soccorsa fu l'intera famiglia di quella signora. Comunque la qualifica di Giusto non è un fatto quantitativo: non dipende dal numero di vite salvate, ne basta solo una. Certamente Palatucci aderì alla Rsi, ma anche Giorgio Perlasca era fascista e Oskar Schindler era nazista».

Antonio Carioti
21 giugno 2013 | 8:12




Palatucci, tutte le ombre sulla vita
dello «Schindler italiano»

Corriere della sera
Si dice abbia salvato oltre 5.000 ebrei in una regione dove non ve n’erano neanche la metà. Mito o truffa clamorosa?
Dal nostro corrispondente ALESSANDRA FARKAS

Cattura
NEW YORK – La sua pagina su Wikipedia lo ricorda, in ben 10 lingue diverse, come «il commissario di pubblica sicurezza che salvò dalla deportazione migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale e fu per questo deportato egli stesso nel campo di concentramento di Dachau, dove morì». «Per le sue gesta, Giovanni Palatucci è Medaglia d'oro al merito civile, Giusto tra le nazioni per lo Yad Vashem (12 settembre 1990) e Servo di Dio per la Chiesa cattolica», precisa l’enciclopedia libera.

SCHINDLER ITALIANO O BUFALA? - Ma a dar retta al crescente coro di storici e ricercatori che da anni studiano il più celebrato tra i «giusti» italiani, il mito di Palatucci non sarebbe altro che una truffa clamorosa orchestrata da amici e parenti del presunto eroe che si dice abbia salvato oltre 5.000 ebrei in una regione dove non ve n’erano neanche la metà. L’ipotesi di un salvataggio di massa da parte di Palatucci era già stata categoricamente esclusa dal Ministero degli Interni in un memorandum del luglio 1952 e successivamente dalla commissione dell’Istituto dei Giusti di Yad Vashem nel 1990. In una tavola rotonda organizzata dal Centro Primo Levi alla Casa Italiana Zerilli Merimò di New York, l’ex direttore di Yad Vashem Mordecai Paldiel ha spiegato che sotto la sua supervisione, nel 1990 Palatucci fu riconosciuto «giusto fra le nazioni» per aver aiutato «una sola donna», Elena Aschkenasy, nel 1940, e che la commissione «non ha rinvenuto alcuna prova né testimonianza che avesse prestato assistenza al di là di questo caso».

PREMI, RICONOSCIMENTI E BIOGRAFIE - Eppure nel 1955 l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane gli conferisce una decorazione e nel 1995 lo Stato italiano la Medaglia d'oro al merito civile. Durante la cerimonia ecumenica Giubilare del 7 maggio 2000, papa Giovanni Paolo II lo annovera tra i martiri del XX Secolo. Nel 2004 si conclude la fase diocesana del processo di canonizzazione con la proclamazione a Servo di Dio dell’eroe morto a Dachau nel ’45, all’età di 35 anni. Ma chi ha condotto la ricerca storica sulla quale si sono basati questi riconoscimenti? Come nasce il mito del «Schindler italiano»? Le biografie ufficiali - di cui l’ultima, Giovanni Palatucci: un giusto e martire cristiano di Antonio De Simone e Michele Bianco con la prefazione del Cardinale Camillo Ruini - parlano di migliaia di ebrei da lui inviati nel campo di internamento di Campagna dove sarebbero stati protetti dal Vescovo Giuseppe Maria Palatucci, zio di Giovanni. Il famigerato campo che proprio il vescovo, nel 1953, definì un «luogo di villeggiatura». «Impossibile», replica Anna Pizzuti, curatrice del database degli ebrei stranieri internati in Italia (www.annapizzuti.it), «Quaranta in tutto sono i fiumani internati a Campagna. Un terzo del gruppo finì ad Auschwitz».

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SOMMERSI E SALVATI - Le biografie ricordano poi gli 800 reduci ebrei che nel 1939 si sarebbero clandestinamente imbarcati sul battello greco Agia Zoni che salpò da Fiume il 17 marzo 1939 diretto in Palestina e sarebbe stato allestito personalmente dall’eroico commissario. Ma dal diario della guida del gruppo conservato a Yad Vashem e dai documenti della capitaneria di porto raccolti presso l’Archivio di Stato, si scopre che fu un’operazione dell’Agenzia Ebraica di Zurigo, avvenuta sotto lo stretto controllo dei superiori di Palatucci che non solo innescarono un penoso processo di estorsione ma fecero respingere al confine i più bisognosi dei rifugiati, gli apolidi e i fuoriusciti da Dachau.

DALLA REALTA’ AL MITO - Dagli archivi si scopre che Palatucci fu funzionario di pubblica sicurezza presso la Questura di Fiume dal 1937 al 1944, dove era addetto all’ufficio stranieri e si occupò dei censimenti dei cittadini ebrei sulla cui base la Prefettura applicava le leggi razziali. Proprio a Fiume i censimenti furono condotti con una capillarità ineguagliabile e le leggi applicate con un accanimento che provocò proteste internazionali e la reazione dello stesso Ministero degli Interni. Secondo la monografia di Silva Bon Le Comunità ebraiche della Provincia italiana del Carnaro Fiume e Abbazia (1924-1945) e i dati raccolti nel Libro della Memoria di Liliana Picciotto, durante la breve reggenza di Palatucci la percentuale di ebrei deportati da Fiume fu tra le più alte d’Italia. L’affresco familiare recentemente pubblicato da Silvia Cuttin Ci sarebbe bastato mostra con lucidità e accuratezza l’esperienza tragica degli ebrei fiumani.

FASCISTA ZELANTE E VOLENTEROSO - In Giovanni Palatucci, Una Giusta Memoria Marco Coslovich ricostruisce l’ambiguo profilo professionale di un vice commissario di polizia che appena trentenne giura fedeltà alla Repubblica di Salò. «Palatucci non fu mai questore di Fiume», rivela Coslovich, «ma vice commissario aggiunto sotto il controllo di superiori notoriamente antisemiti». Tutt’altro che in conflitto con essi, le carte mostrano che egli era considerato un funzionario modello. Definito «insostituibile» dal prefetto Testa, godeva appieno dei suoi favori. Tra aprile e inizio settembre 1944 fu reggente alle dirette dipendenze dei gerarchi di Salò Tullio Tamburini ed Eugenio Cerruti. Anche lo storico Michele Sarfatti nel programma tv La storia siamo noi dedicato a Palatucci, nel 2008 ha espresso dubbi sulla plausibilità di numeri sproporzionati rispetto a una comunità di poco più di un migliaio di persone che tra emigrazione e internamento era ridotta a poco più di 500 persone nell’ottobre del 1943.

EROE AD HOC PER L’ITALIA DEL DOPOGUERRA - Secondo lo storico veneziano Simon Levis Sullam l’affaire Palatucci s’inserisce nella questione più vasta di come la persecuzione antiebraica nell’Italia Fascista e il ruolo degli italiani sono stati rappresentati nei 68 anni dalla fine della guerra. Spiega Sullam, co-curatore dell’ultima grande opera sulla Shoah in Italia edita dalla UTET (2012): «Il mito del bravo italiano ha costituito dopo la Seconda guerra mondiale una fonte di auto-assoluzione collettiva rispetto al sostegno offerto a politiche antisemite e razziste nel periodo 1937-1945, cui migliaia di italiani parteciparono direttamente». Coslovich sottolinea come più della metà del fascicolo personale di Palatucci riguarda gli sforzi compiuti dal padre Felice e dallo zio Vescovo per la riabilitazione completa del commissario rispetto all’epurazione, la concessione di una pensione di guerra che la legge accordava solo a vedove e orfani dei caduti (Palatucci era invece celibe) e il coinvolgimento del governo italiano nel designare il loro congiunto come «salvatore di ebrei».

LO ZIO VESCOVO - Tra il 1952 e il 1953, il Vescovo Giuseppe Maria Palatucci si avvale della collaborazione scritta di Rodolfo Grani, un ebreo fiumano di origine ungherese che aveva conosciuto durante il suo breve internamento a Campagna. Eppure lo storico Mauro Canali, esperto di storia del sistema di polizia fascista all’Università di Camerino, sostiene che nella copiosa fonte documentaria riguardante Grani non vi è segno che abbia mai incontrato Giovanni Palatucci. Aveva invece conosciuto Palatucci il Barone Niel Sachs de Gric, anch’egli ebreo fiumano di origine ungherese, avvocato della curia e rappresentante della Santa Sede per il Concordato con la Jugoslavia. Nel 1952 il vescovo gli invia un articolo da pubblicare sull’Osservatore Romano con «l’invito» a firmarlo al suo posto. I documenti attribuiti a Grani e Sachs, la cui autenticità è tutta da verificare e nessuno dei quali ricevette l’aiuto del commissario, sono all’origine dell’epica palatucciana. L’ultimo tassello della leggenda a cadere è quello relativo alle circostanze della sua morte. La motivazione dell’arresto firmata da Herbert Kappler e depositata all’Archivio Centrale dello Stato non lascia dubbi: Palatucci fu accusato di tradimento dai tedeschi per aver trasmesso al nemico (gli inglesi), documenti della Repubblica Sociale di Salò che chiedevano di trattare l’indipendenza di Fiume, non per aver protetto gli ebrei di quella città.

Alessandra Farkas
afarkasny23 maggio 2013 (modifica il 29 maggio 2013)

Così l'Europa si mangia i nostri soldi al terzo mondo

Fausto Biloslavo - Ven, 21/06/2013 - 08:42

L'87% delle risorse stanziate dall'Italia finisce nelle casse di Bruxelles o di istituzioni finanziarie internazionali. Un disastro per il volontariato

Il ritornello dell'Italia ultima ruota del carrozzone occidentale nel campo degli aiuti lo conoscono tutti. Pochi sanno, però, che i soldi pubblici per lo sviluppo finiscono in gran parte nella casse dell'Unione europea e di istituzioni finanziarie internazionali.

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Solo il 13,4% dei 1895,4 milioni di euro previsti per il 2013 verranno gestiti direttamente dalla Cooperazione e dal ministero degli Esteri. Nel 2011 i paesi donatori aderenti all'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) indirizzavano invece il 70% al canale bilaterale. Ovvero trattavano direttamente con i paesi beneficiari con un indubbio guadagno geopolitico.

La distorsione degli aiuti allo sviluppo è stata sollevata di recente all'interno di Confindustria Assafrica e Mediterraneo, l'associazione per lo sviluppo delle imprese italiane in queste aree delicate. L'Italia nel 2013 stanzia in totale 1895,4 milioni di euro per l'«aiuto pubblico allo sviluppo». L'86,6% di questa cifra viene destinata dal ministero delle Finanze al canale multilaterale. In pratica 1346 milioni vanno a finire all'Unione europea, nel pozzo senza fondo di Bruxelles e altri 295 alle istituzioni finanziarie internazionali come le banche di sviluppo. Questo secondo importo è probabilmente sottostimato e non include i contributi alle agenzie delle Nazioni Unite, un'altra piccola voragine che fa bella l'Onu, ma di meno l'Italia.

«Per il volontariato italiano il fatto che l'86% del nostro aiuto pubblico allo sviluppo sia gestito all'estero è un disastro - sottolinea una fonte del Giornale in Confindustria Assafrica e Mediterraneo - Inoltre viene disatteso uno degli obiettivi della legge vigente secondo la quale questo denaro deve essere anche uno strumento della politica estera italiana». Al contrario deleghiamo a Bruxelles l'utilizzo del grosso dei nostri soldi per lo sviluppo anche in aree strategiche come l'altra sponda del Mediterraneo.

Al canale bilaterale gestito direttamente rimangono le briciole: 254,4 milioni di euro. Stiamo parlando di appena il 13,4% della torta. Secondo i dati del Comitato dell'assistenza allo sviluppo dell'Ocse, nel 2011 i paesi aderenti hanno indirizzato il 70% degli aiuti al canale bilaterale. L'Italia non riesce neppure a seguire l'esempio francese e tedesco di «cooperazione delegata» ovvero gestione dei fondi di aiuto per conto della Commissione europea. Il problema è che l'ente delegato deve cofinanziare il progetto. Impresa ardua tenendo conto che la Farnesina ha fondi limitati a causa dell' «altruismo» verso Bruxelles. Nelle 35 pagine delle linee guida per il 2013-2015 della Cooperazione allo sviluppo non c'è alcun cenno alla delega sui fondi comunitari.

L'analisi realizzata all'interno di Confindustria Assafrica punta il dito anche contro il mancato «ritorno» per le nostre aziende degli stanziamenti alla Ue. Dei 1346 milioni di euro previsti per quest'anno, 457 sono destinati al decimo Fes, il Fondo europeo di sviluppo. Lo scorso settembre è stata inviata a Bruxelles una nota assai critica sull'efficacia concreta del Fondo da Confindustria Assafrica assieme alle associazioni simili di Germania e Francia. «L'unico progetto di rilievo finanziato dal Fes, che ha avuto come promotore un'azienda italiana di rilievo è un parco eolico di Enel Green Power in Messico realizzato, peraltro, con impianti di origine spagnola» stigmatizza la fonte del Giornale.

Solo il tradizionale dinamismo delle nostre medie imprese ci ha dato qualche soddisfazione, ma appena sul 20% del Fondo europeo destinato ai progetti. L'intera politica degli aiuti allo sviluppo va rivista anche nell'ottica di un sistema cresciuto a dismisura. Secondo un censimento della Banca mondiale si contano 33 importanti paesi donatori, in base a requisiti occidentali, 40 agenzie delle Nazioni Unite, 24 banche di sviluppo e 280 agenzie bilaterali. Oltre a 250 fondi o agenzie di esecuzione dei progetti di rilievo (un centinaio solo nel settore sanitario). A questa Babele umanitaria va aggiunto un numero imprecisato di Ong e fondazioni private. «Un complesso burocratico-finanziario degli aiuti formato da un esercito di mezzo milione di persone - spiega la fonte del Giornale - che va profondamente ripensato in termini di efficienza e di criteri per le politiche di sviluppo.

www.faustobiloslavo.eu