lunedì 24 giugno 2013

Internet: nasce la prima costellazione satellitare per la banda larga

Corriere della sera

Realizzata da O3b, era stato un sogno di Bill Gates

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Era il sogno di Bill Gates, ma impossibile all’epoca. Nella metà degli anni Novanta il fondatore di Microsoft si appassionava all’idea di Internet via satellite. Così tanto che accettava di dare il via a un progetto faraonico investendo subito 10 milioni di dollari per iniziare il progetto. L’obiettivo era il lancio di una costellazione di addirittura 840 satelliti e così la rete terrestre si sarebbe materializzata grazie a un parallela rete satellitare. Il sogno si rivelò impraticabile (sia per gli investimenti che per la tecnologia) è svanì rapidamente come era nato. Sono passati quasi vent’anni e quell’idea pesantemente rivista doveva diventare realtà lunedì alle 20.53 (ora italiana) con i primi quattro satelliti O3b dedicati appunto all’impiego di Internet via satellite utilizzando la banda Ka (18-40 GHz). Ma il lancio del razzo russo Soyuz è stato rinviato per forti venti sulla Guyana francese.

DODICI SATELLITI - Ma è il primo quartetto di una costellazione di dodici satelliti che sarà completata entro i primi mesi del 2014. Il secondo gruppo sarà spedito in cielo infatti entro l’anno in corso. Finora erano stati lanciati rari satelliti singoli dedicati alla banda larga Ka (ad esempio il KaSat di Eutelsateuropeo nel 2010 e ViaSat americano l’anno successivo), ma il vero balzo nelle possibilità si compie ora con O3b, dal nome della società fondata nel 2007 da Greg Wyler, sigla derivata dalle iniziali di (The) Other 3 Billion, dove i tre Billion rappresentano la popolazione del mondo che oggi non ha accesso a Internet. La costellazione sarà invece in grado di raggiungerla.

INTERNET - Nella società battezzata O3b Networks entravano poi Google, Hsbc, Ses World Skies, John Malone, il magnate della Tv via cavo, più altre compagnie e gruppi bancari. I satelliti pesanti 700 chilogrammi, sono sistemati su orbite alte 8 mila chilometri (quindi più vicini rispetto ai satelliti precursori che sono in orbita geostazionaria a 36 mila chilometri). La costellazione servirà soprattutto i service provider di Internet e gli operatori di servizi mobili garantendo alta velocità (simile a quella delle reti in fibra ottica), costi contenuti e, appunto, Internet e servizi di telecomunicazione agli abitanti e ai mercati dei Paesi emergenti.

I satelliti per la banda larga I satelliti per la banda larga I satelliti per la banda larga I satelliti per la banda larga I satelliti per la banda larga

IL CONTRIBUTO ITALIANO - I satelliti copriranno con le loro antenne la fascia della Terra tra le latitudini 45 gradi Nord e 45 gradi Sud; vale a dire tutta la maggior parte del mondo abitato. Ogni fascio di trasmissione in salita viaggia a 300 Mbps e ogni fascio in discesa (a 100 Mbps) arriva a coprire un’area circolare larga 600 chilometri. Nove gateway sono distribuite nei continenti e ad esse possono connettersi le infrastrutture regionali in fibra ottica. I satelliti sono stati realizzati nelle camere bianche di Thales Alenia Space di Roma, diventata la più grande catena di montaggio satellitare esistente al mondo. Qui oltre i dodici O3b si producono 81 Iridium Next e 24 Globalstar II. Il tutto organizzando un innovativo sistema produttivo che include nelle sale anche gli impianti di prova. Così all’uscita i satelliti sono pronti per essere spediti alla base di lancio.

Giovanni Caprara
24 giugno 2013 | 19:08

Carte di credito poco usate dagli italiani il contante ci costa 133 euro a testa

Il Messaggero

di Diodato Pirone


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Oltre alle tasse “normali” gli italiani pagano anche un’imposta invisibile di cui si potrebbe fare a mano con poco: quella sul contante. Già perché trasportare banconote, custodirle al sicuro in cassaforti a prova di bomba, contarle con precisione millimetrica, stamparne in gran numero costa ad ogni italiano – neonati compresi – la bellezza di 133 euro l’anno.

Una cifra enorme se si considera che il costo complessivo della “tenuta del contante” è di 8 miliardi all’anno. Un peso assurdo che alla fine della giostra banche e reti commerciali scaricano sui consumatori. Tanto più assurdo se si considera che questa “tassa” potrebbe calare drasticamente se gli italiani si adeguassero agli usi e costumi degli altri europei usando un po’ di più bancomat e postamat. Invece oggi in Italia il 92% dei pagamenti avviene tramite contante contro l’80% della media europea. Le cifre sono state fornite oggi dalla Banca d’Italia nel corso della terza edizione del “No Cash Day”, manifestazione organizzata per sensibilizzare gli italiani sulla scarsa praticità del contante.

Non solo. Già prima delle misure varate dal governo Monti (Tetto di mille euro per l’utilizzo del contante nelle transazioni tra privati,) alcuni dati confermavano la correlazione tra uso del contante ed evasione. Secondo una recente ricerca dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, attraverso il maggiore utilizzo delle carte di pagamento – bancomat, carte di credito e prepagate - si potrebbero recuperare fino a 40 miliardi di euro, pari a 3 punti di Pil, sottraendoli all'economia sommersa.

Lo studio analizza anzitutto l’andamento della diffusione e dell’uso della moneta elettronica dal 1993: da allora le famiglie italiane che usano le card sono aumentate passando dal 41,8% al 63,6% per le carte di credito e dal 13,2% al 31,6% per quelle di debito. E tuttavia, le operazioni fatte col denaro di plastica risultano ancora molto poche nel confronto internazionale: ogni italiano ne fa solo 24,5 contro le 57 degli europei (Eurozona) e le 191,1 degli americani.


Lunedì 24 Giugno 2013 - 16:51
Ultimo aggiornamento: 18:51

Il dvd dalla capacità di un Petabyte

Corriere della sera

Il supporto ottico reso possibile da una nuova tecnologia studiata in Australia che sfrutta un doppio fascio laser


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MILANO - Byte in cerca d'archivio: oggi la capacità di memoria di un comune Dvd arriva a circa 4,7 gigabyte di dati, e quella di un disco Blu-ray non supera i 50 gigabyte. Tuttavia, un team di ricercatori australiani dell’università di Swinburne sono riusciti adesso a comprimere 1.000 terabyte, cioè un petabyte, su un unico Dvd attraverso una nuova tecnologia, a «doppio raggio laser», che aumenta drasticamente la capacità di memorizzazione. Un petabyte, per intenderci, corrisponde a circa 50.000 film in full-hd o, in altre parole, è l’equivalente dello spazio necessario per memorizzare più di 13 anni di materiale video ad alta definizione.

LIMITE DI ABBE - Gli esperti in microfotonica a Melbourne vogliono far entrare un petabyte, l'equivalente di circa 20 mila dischi Blu-ray, in un singolo supporto ottico. Hanno dunque creato un nuovo tipo di laser che potrebbe aumentare la capacità di dati su un singolo Dvd. La tecnica, in sintesi, sfrutta le tecnologie già esistenti e non cambia la dimensione o la forma del disco, ma modifica il laser utilizzato per scrittura e lettura dei dati. Il limite attuale viene infatti dettato da una legge di fisica nota come "Limite di Abbe", esposta 140 anni fa dal fisico tedesco Ernst Abbe: se un fascio di luce viene focalizzato attraverso una lente, il diametro del "punto di luce" risultante non può essere inferiore alla metà della sua lunghezza d’onda.

DOPPIO LASER - Ciò che hanno fatto gli studiosi dell’università di Swinburne è stato quello di trovare un modo per aggirare questi limiti attraverso l’uso di un laser standard per la scrittura dei dati e di un secondo per limitare l’azione del primo fascio. Il tutto è spiegato nel dettaglio in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications. Sebbene la nuova tecnologia risulti relativamente economica, l’arrivo sul mercato non è previsto in tempi brevi. Eventuali campi di applicazione, spiegano i ricercatori, possono essere i settori degli Ssd o quello delle nanotecnologie.

Elmar Burchia
24 giugno 2013 | 14:48

Torre Eiffel, l’insostenibile costo dei tentati suicidi

La Stampa

Per ogni persona che vuole tuffarsi nel vuoto dalla torre più celebre, la società di gestione ci rimette, fra spesi e non incassati, 50 mila euro

alberto mattioli
corrispondente da parigi


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L’ultimo ci ha provato martedì. E’ un polacco, poi ingabbiato e diagnosticato «squilibrato con tendenza schizofrenica». Si è arrampicato fra il secondo e il terzo piano della torre Eiffel, a circa duecento metri di altezza, e ha minacciato di buttarsi di sotto. Fortunatamente, alla fine l’hanno convinto a non farlo. Ricoverato nell’infermieria psichiatrica della Prefettura di polizia. Il polacco è salvo. I conti della torre, un po’ meno. Eh, già. Alla Sete, la società che gestisce la tour, i suicidi, sia quelli riusciti (pochi) che quelli solo minacciati (di più), costano un sacco di soldi. Il «Parisien» le ha fatto i conti in tasca: per ogni tizio che vuole tuffarsi nel vuoto dalla torre più famosa del mondo, la Sete ci rimette, fra spesi e non incassati, circa 50 mila euro. 

In effetti, nel caso che qualcuno ci provi, la torre viene subito evacuata. Bisogna quindi aggiungere al rimborso dei biglietti di chi c’è già sopra il mancato guadagno per qualche ora di chiusura forzata. Poi ci sono i conti non pagati dei due ristoranti e del bar della torre e le spese per installare e mantenere i dispositivi antisuicidio, dalla videosorveglianza alle vetrate. Considerando che i tentativi sono una decina all’anno, di cui due o tre riusciti, per la Sete è una perdita di più di mezzo milione. Peraltro la società, molto signorilmente, non ha fatto causa al polacco. Invece la Sncf, la Trenitalia francese, di recente ha chiesto a un ventiduenne che voleva buttarsi sotto il treno alla stazione di Mureaux un risarcimento di 30 mila euro...

La torre ha sempre attirato i suicidi, un effetto collaterale non previsto dall’ingegner Eiffel, tutto permeato di fede positivistica nel progresso e nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Il primo suicida ci lasciò la pelle 15 luglio 1898; l’ultimo, un inglese, il 24 giugno dell’anno scorso. In totale, dovrebbero essere circa quattrocento le persone che hanno deciso di farla finita proprio lì. Il problema è che (per fortuna) riuscirci è sempre più difficile. Negli spazi aperti al pubblico le strutture metalliche della vecchia signora di ferro sono state rivestite di pannelli di plexiglas alti più di un uomo: il panorama è salvo e la vita anche. Quindi per riuscire a uccidersi bisogna evitare la sorveglianza, arrampicarsi sulle travi e poi buttarsi: tutt’altro che facile (poiché poi la torre si stringe man mano che sale, chi ce la fa non si schianta al suolo, ma sul primo piano). Inoltre, le lunghe attese per salire sul secondo monumento più visitato di Parigi dopo Notre-Dame fanno sì che gli aspiranti suicidi abbiano tutto il tempo di ripensarci. Infatti i suicidi dalla torre sono ormai rari. Con beneficio per chi si salva la vita e per i gestori che salvano la borsa. 

Romania, al via il massacro di cani

La Stampa

Il sindaco di Mangalia sta “ripulendo le strade” in vista della stagione balneare.

FULVIO CERUTTI


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Danno fastidio. Possono disturbare i turisti. Allora meglio farli sparire. Sta diventando un abitudine quella di sterminare i cani. Soprattutto nei Paesi dell’est. Le ultime notizie, in ordine di tempo, arrivano dalla vicina Romania: negli ultimi cinque giorni centinaia di cani randagi sono stati rastrellati per le strade di Mangalia. Il tutto con l’approvazione del primo cittadino, Cristian Radu, che non si è opposto alla cattura di un numero indecifrato di quadrupedi (alcuni parlano di oltre 400 animali), tutti spariti in un vero e proprio “buco nero”.

È quanto denuncia l’associazione “Save the dogs”. Ignoto il nome della ditta che sta effettuando le catture e ignota la destinazione degli animali, che il sindaco in una recente intervista diceva sarebbero stati collocati in “canili appositamente attrezzati”. Anche di questi, però, non esiste traccia. Un anno fa il giovane e neo eletto primo cittadino aveva fatto sperare in un cambiamento di rotta rispetto al suo predecessore. Il City Manager Romulus Dumitrana aveva visitato il rifugio modello dell’associazione Save the Dogs chiamato “Footprints of Joy”, a Cernavoda, e aveva manifestato pubblicamente l’intenzione di avviare un pacchetto di misure per arginare il fenomeno del randagismo e risolverlo con metodi corretti.

Sulla scorta di questo incontro nell’estate 2012 un team di Save the Dogs si era recato a Mangalia – una località di vacanza assai frequentata sul Mar Nero – con la propria clinica mobile, sterilizzando a proprie spese 364 cani randagi e di proprietà. «Ci avevano detto che a causa di un grave deficit di bilancio non potevano iniziare subito con una campagna di sterilizzazione – spiega la presidente di Save the Dogs Sara Turetta – ma che avevano bisogno di mandare un segnale alla cittadinanza, e ci hanno chiesto aiuto. Una colossale presa in giro – commenta con amarezza Turetta – perché molti di quegli animali oggi vengono presi e fatti sparire, sicuramente uccisi in qualche struttura lontano da occhi indiscreti».

Le catture, così come mostra un video diffuso da Save the dogs, continuano anche di fronte alle grida di cittadini e animalisti. Ora questi ultimi hanno deciso di sporgere formale denuncia contro l’Amministrazione Comunale e chiedono ai turisti italiani di non recarsi a Mangalia, per dimostrare alle autorità che non si desiderano “strade ripulite” ma città civili ed europee.

«I turisti che si recano oggi a Mangalia hanno alte probabilità di incontrare gli accalappiacani e di sentire le urla dei cani catturati – conclude Turetta – stipati anche 70 alla volta in furgoni senza aria condizionata. Uno spettacolo raccapricciante che non consigliamo a nessuno». Le uccisioni dei cani randagi sono vietate per legge in Romania dal 2008 ma continuano indisturbate in tutto il paese grazie alla corruzione diffusa e agli interessi economici legati alla gestione del randagismo. 

Orge con minori in Vaticano, Zanardi rivela: "Ecco dove sono i filmati.."

Libero

Parla il presidente di Rete Abuso. Un imprenditore tedesco consegna le prove in duplice copia. Ma la Procura ha molti dubbi su questa storia


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Video pornografici che immortalano alte cariche del Vaticano mentre abusano di giovani minori durante alcuni, segretissimi, festini sarebbero stati depositati presso un prestigioso notaio di Lugano. Questa l'ultima rivelazione choc di Francesco Zanardi, presidente di Rete Abuso impegnato nella tutela dei diritti minorili, primo a denunciare il presunto scandalo che coinvolgerebbe una fitta rete di prelati del Vaticano. L'inchiesta, partita dalle pagine del Fatto Quotidiano, ha posto l'accento sulla probabile esistenza di prove che documenterebbero i fatti, orribili, accaduti tra le mura vaticane. Festini hard, abusi, giovani minorenni: questo ciò che sarebbe stato documentato in alcuni filmati realizzati direttamente dai giovani coinvolti e custoditi presso uno studio notarile nel centro della cittadina svizzera.

Gola profonda - A rendere nota l'indiscrezione Francesco Zanardi, paladino della crociata contro la pedofilia (e anche lui vittima di abusi da piccolo). Se l'indiscrezione dovesse essere confermata porterebbe importanti novità sul caso delle orge con minori in vaticano. La denuncia sarebbe partita da una fonte top secret, un imprenditore tedesco con rilevanti agganci in Santa Sede, che avrebbe depositato regolare denuncia presso i magistrati italiani che, a loro volta, avrebbero aperto un fascicolo di indagine. Zanardi ha raccontato a Il Caffè di essere entrato in contatto con l'imprenditore circa due anni fa quando, all'epoca, il presidente di Rete Abuso era riuscito a smascherare un prete pedofilo, don Italo Casiraghi, che nonostante la condanna per abusi continuava a svolgere le sue funzioni parrocchiali presso Pietra Ligure.

Zanardi spiega come lui stesso, inizialmente, avesse dubitato delle informazioni fornite dall'uomo: "Perché venire da me e perché dirmi quelle cose orribili? Mi ha risposto d’essere rimasto disgustato da quel mondo e che voleva uscire da un giro in cui era stato introdotto da un noto manager vicino alla Santa Sede. Erano i giorni in cui si parlava del Corvo in Vaticano. Ho capito, però,  che qualcosa di vero c’era". Alle prime dichiarazioni poi sono seguite le prove: nomi, cognomi, numeri di telefono. "Mi ha dato numeri di telefono, fatto nomi e cognomi, in molti casi è stato davvero dettagliato - spiega Zanardi - Mi ha messo anche in contatto con un ragazzo coinvolto in uno dei festini ai quali partecipavano, mi ha detto l’imprenditore, che peraltro è gay, alti prelati, di cui mi ha fornito pure nome e cognome".

I video -
Quando Zanardi ha chiesto alla sua fonte di poter visionare quei filmati i rapporti però si sono momentaneamente interrotti. Solo qualche mese dopo l'imprenditore è tornato a farsi sentire, rivelando che quelle immagini non si trovavano più sotto il suo stretto controllo ma depositati, in copia duplice, presso due studi notarili: uno a Lugano ed uno a Roma. La scelta di "nascondere" i filmati in Svizzera, spiega Zanardi, è stata fatta per rendere più sicuro il deposito di quel materiale sensibile. Zanardi rivela inoltre come sull'indagine sia stato aperto anche un fascicolo, per adescamento, da parte degli inquirenti di Savona, dato che l'eventuale abuso si sarebbe consumato in uno stato estero. Il presidente di Rete Abuso spiega come sia probabile che: "I magistrati italiani abbiano interpellato i loro colleghi ticinesi per capire chi sia questo notaio . Ed è anche possibile che si vada a fondo della faccenda. Non so se questa storia sia vera e sino a che punto; questo lo dovranno dire i giudici. Io avevo uno scrupolo di coscienza ed è per questo che sono andato in procura a raccontare tutto".

I dubbi - Sulla vicenda però ancora molte zone d'ombra soprattutto per quel che riguarda i racconti del manager tedesco. Zanardi ha però rivelato di aver ottenuto una conferma, in una chat su Facebook, da parte di un giovane - un posteggiatore con difficoltà economiche - che avrebbe partecipato ai festini in questione. Ad alimentare i dubbi che si possa trattare di un ricatto però il fatto che nessuno abbia mai visionato i famosi filmati e anche la procura di Savona, che da qualche mese indaga sulle rivelazioni di Zanardi, non esclude che si possa essere di fronte ad un mitomane. Solo poche settimane fa però lo stesso Papa Francesco, nonostante non si sia espresso in tema di pedofilia, ha parlato dell'esistenza in Vaticano di lobby gay; dichiarazioni che alcuni esperti come il teologo David Berger hanno confermato.

Campionessa di assenteismo Al Comune costò 260mila euro

Stefano Filippi - Lun, 24/06/2013 - 08:34

Da assessore a Ravenna, Josefa disertava spesso le sedute. Il sindaco di allora: "Però era un simbolo". Via alle verifiche sugli abusi nella palestra

Ravenna - Vidmer Mercatali è l'ex sindaco di Ravenna che volle Josefa Idem come assessore allo Sport. Una campionessa tedesca, romagnola d'adozione per aver sposato il preparatore atletico di Bagnacavallo, che dedica tutto il tempo ad allenarsi per otto olimpiadi.

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Perché un politico navigato come Mercatali incorona Sefi assessore? La risposta è in un'intervista a Repubblica di ieri: «Mi bastava andasse nelle scuole a convincere i ragazzi a fare sport».Questa è la competenza e il riformismo chiesti all'attuale ministro: l'abilità a fare da «testimonial». È costato caro ai contribuenti di Ravenna avere la Idem in giunta dal 2001 al 2007 per convincere gli scolari a fare sport: quasi 260mila euro. Tutto dovuto in base a leggi e regolamenti, a differenza degli interventi sulla casa-palestra di Santerno. 

Il calcolo è stato reso noto dal consigliere comunale di opposizione Alvaro Ancisi. A carico dei bilanci comunali figurano 237.813,55 euro come indennità di carica lorda, cui si aggiungono 12.228,41 euro di rimborsi spese e altri 8.642,00 euro per contributi previdenziali. Questi ultimi rappresentano l'ultimo capitolo dello scandalo che si addensa sul ministro delle Pari opportunità: si era fatta assumere da una società del marito 10 giorni prima di essere rinominata assessore e, dopo il reincarico, si era messa in aspettativa chiedendo al Comune di versare i relativi contributi all'Inps.

Sulla storia degli oneri previdenziali perfino il suo grande sponsor Mercatali ora storce il naso: «Niente di illegale, ma di inopportuno sì - confessa a Repubblica - Per carità, la legge lo consente, ma un conto è essere dipendenti di un'azienda, un conto esserlo del marito. Non è una bell'immagine». Sulla palestra, invece, l'ex sindaco ammette a malincuore che potrebbero configurarsi reati: «Se era privata e serviva a lei per allenarsi, è un conto. Se invece la struttura era di uso pubblico, siamo di fronte a un abuso edilizio, quindi a un reato penale. In questo caso vedo difficile che possa restare al suo posto».

La Procura è in campo. Il procuratore capo pro tempore Isabella Cavallari ha incaricato la polizia municipale di Ravenna di compiere verifiche sia sulla parte edilizia sia su quella commerciale della casa di Carraia Bezzi. Gli accertamenti saranno determinanti per individuare eventuali ipotesi di reato. Le dimissioni si avvicinano? Anche secondo Mercatali Josefa Idem dovrebbe lasciare. Il ministro si è detta «disposta a regolarizzare la situazione». Ma la situazione è difficile da sanare, non avendo approfittato di qualche odiato condono. Ora ogni richiesta di aggiustamento deve essere vagliata dagli uffici, e non è detto che sia accolta. Gli abusi del passato comunque restano e ora se ne occuperà la Procura.
Quello su cui invece Mercatali non si esprime è se quei 260mila euro sono stati ben spesi. L'ex sindaco non parla, per esempio, dell'altissimo tasso di assenteismo dell'olimpionica. Sefi Idem fu responsabile dello Sport ravennate dal 29 maggio 2001 al 24 febbraio 2006 su nomina di Mercatali, e successivamente dal 10 giugno 2006 al 7 maggio 2007 con Fabrizio Matteucci. Sette anni scarsi retribuiti a norma di legge: 43mila euro annui di indennità per il primo mandato scesi a 38mila nel secondo. Ebbene, la Idem non ha mai brillato per assiduità amministrativa. Ha saltato il 39 per cento delle riunioni della giunta (150 assenze su 384 sedute) e addirittura il 71 per cento dei Consigli comunali (194 assenze su 274 convocazioni).
Come ha detto Mercatali, la Idem era stata scelta per fare bella figura nelle scuole. A ciò si aggiungeva l'intensa attività agonistica, gli allenamenti, le olimpiadi, le medaglie. Tempo per amministrare la città di Ravenna ne restava pochino. Del resto, a Mercatali andava bene così. «La giunta è una squadra - ha detto il sindaco - si può essere un bravo amministratore anche perché si è un simbolo, un punto di riferimento. Una presenza in più o in meno in un Consiglio non è determinante». Tasse non pagate, abusi edilizi, irregolarità urbanistiche e igienico sanitarie, assunzioni forse fittizie per incassare contributi, assenteismo: un po' troppo anche per un «simbolo» carico di onori e medaglie.
 

I giorni trascorsi dall'assunzione della Idem (dal marito) alla nomina ad assessore: così acquisì il diritto ai contributi

Gli euro risparmiati dalla Idem in circa 5 anni per non aver pagato l'Ici o aver pagato un'Imu ridotta sulla casa-palestra

La percentuale delle riunioni di giunta cui la Idem non ha partecipato quando era assessore allo Sport a Ravenna

I contributi previdenziali in euro versati dal Comune per la Idem in quanto assessore in aspettativa dal lavoro

Omicidi ed estorsioni Ma a Lamezia non ci sono condannati per mafia

La Stampa

Viaggio nella città dove la guerra tra clan della ’ndrangheta ha fatto più di 30 morti e tutti gli imprenditori pagano il pizzo


guido ruotolo
INVIATO A LAMEZIA TERME


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Silenzio. Le armi tacciono, anche le taniche di benzina, i proiettili in busta, gli ordigni artigianali sono in «vacanza». Le statistiche raccontano che negli ultimi due anni solo per 62 giorni non ci sono stati attentati. Più o meno un giorno di riposo ogni dieci di rumori, fiamme e rovine. È che da quando si è diffusa la notizia di imminenti retate che riguarderebbero «batterie di fuoco», piromani, esperti in esplosivi, avvocati collusi, politici corrotti, tutti si sentono coinvolti. Si sussurra che un politico finirà in carcere e il panico ha preso il sopravvento perché ognuno si sente perseguitato.

Che dolore prendere atto come in questo scenario, solo adesso, l’Antimafia sembra essere passata all’offensiva. Finora persino la giustizia ha dato prova di molta debolezza se non di collusione. Saltati i meccanismi di coordinamento tra gli apparati investigativi che si occupano del contrasto al crimine organizzato, si assisteva allo scaricabarile sulle competenze facendo perdere ogni visione unitaria di quello che succedeva a Lamezia.

È vero, nel luglio 2012 sono state arrestate 36 persone, i vertici della cosca Giampà, tutti recentemente condannati a pene pari a circa 400 anni di reclusione. Ma siamo solo al primo grado, come se fosse l’alba di una stagione tradita in passato. Infatti, a Lamezia, nessun processo si è concluso finora con la sentenza passata in giudicato per il reato di associazione mafiosa. E oggi la giunta del riscatto antimafia del sindaco Giannetto Speranza, segretario regionale di Sel, sta per soccombere al fuoco amico.

La Calabria della politica è un territorio dove si combatte aspramente. E Lamezia è un po’ Beirut, un po’ Corleone. Riconosce il sindaco: «Da sempre la politica è debole verso la mafia». Rodolfo Ruperti, l’esperto investigatore: «Lamezia è una città criminale». Il procuratore aggiunto antimafia, Giuseppe Borrelli: «Lamezia è la città dove il legame tra la ’ndrangheta e alcuni settori della società civile è talmente radicato che non viene percepito come una devianza sociale perché è digerito nello stomaco della città».

Anche l’Antiracket, fiore all’occhiello di un Sud che si dovrebbe opporre a Lamezia sembra una margherita appassita. Mai una denuncia, mai una primavera di imprenditori sanamente incolleriti davanti alla porta della Mobile, dei carabinieri. E il peggio è il sospetto che anche loro, non abbiano saputo dire «no» agli esattori del pizzo.

Il bilancio della ’ndrangheta di Lamezia è di 37 omicidi, 10 tentati omicidi in dieci anni. Come se a Roma ve ne fossero stati 2.500. In questo elenco non ci sono i due netturbini uccisi nel 1987 solo perché il Comune aveva tolto ai clan l’appalto della raccolta dei rifiuti. E non c’è l’omicidio del vigile del fuoco Vincenzo Paradiso, colpevole di aver investito in auto un ubriaco che si pose all’improvviso davanti alla sua auto. L’ubriaco però era un mafioso e la sua cosca punì con la vita il povero pompiere. Un caso che porta all’omicidio del poliziotto Salvatore Aversa e di sua moglie,nel ’92, condannato a morte per aver concentrato le attività investigative sui reggenti del clan Giampà e Torcasio.

Ndrangheta per nulla di serie b, questa di Lamezia. Francesco Giampà è il figlio del capo della cosca che comanda in città, Giuseppe, in carcere da anni. È dunque il reggente. Arrestato pure lui, ha deciso di collaborare diventando il pentito più importante della Calabria. Non solo per il grado che ricopre. Ha messo a verbale: «Chi comanda davvero è chi ha le batterie di fuoco».

Parla di killer, il pentito. E lui ne aveva di fidatissimi e non conosciuti. Almeno otto. Uno dei «migliori» è stato Vasile. Francesco Giampà l’aveva assunto come dipendente nella sua attività di copertura, un ristorante. «Era bravissimo a sparare - racconta il boss pentito - che una volta con il guidando il motorino con una mano e la pistola nell’altra ammazzò senza problemi la sua vittima». Un’altra volta, nel 2011, entrò nel campo di calcio e uccise l’allenatore, che era della famiglia rivale dei Torcasio.

Il patriarca Giuseppe Giampà non era da meno. Un giorno capì che lo zio Vincenzo Bonaddio non versava nella cassa del clan tutti i proventi delle estorsioni. Il boss fece partire l’ordine di piazzare una bottiglia incendiaria spenta davanti a ogni attività commerciale e imprenditoriale di Lamezia. «Ma in questo modo chi paga già dovrà pagare due volte?», obiettano i fedelissimi al capo. Il boss replica: «Chi paga ce lo dirà e sapremo così quanto lo zio Vincenzo si è fregato». Il conto adesso sembra essere arrivato. Lo scenario che si annuncia è un terremoto giudiziario che lascerà tante rovine. E non è detto che sia un male. 

Hemingway, quel manoscritto inedito conteso tra «Vanity Fair» e gli eredi

Corriere della sera

La rivista rifiutò di pubblicarlo novanta anni fa e ora vorrebbe farlo uscire. Ma la famiglia dice no

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Non scoraggiatevi se il vostro manoscritto viene rifiutato da riviste o editori. Accadde pure a Ernest Hemingway, l'autore de Il vecchio e il mare. E adesso quel testo è al centro di una disputa tra gli eredi dello scrittore e «Vanity Fair», il magazine che quasi novant'anni fa non volle pubblicarlo.

I DUE FRONTI - La mia vita nell'arena con Donald Ogden Stewart, il titolo della storia, scritta da Hemingway all'età di 25 anni. Cinque pagine, di tono leggermente umoristico, ideate mentre l'autore ultimava Fiesta e Torrenti di primavera. Oggi - secondo il sito del quotidiano britannico «The Independent» - il direttore di «Vanity Fair», Graydon Carter - vorrebbe pubblicare quel testo rimasto inedito. Ma gli eredi dello scrittore si oppongono. «Che ci crediate o no, Hemingway sapeva essere umoristico - interviene il figlio Patrick -. Si è ispirato a Mark Twain». Ma, precisa, «la storia non ha alcun valore letterario». E ancora: «Non sono una grande fan di "Vanity Fair". È un magazine destinato a una sorta di pensatore del lusso, a chi trae soddisfazione dal guidare una Jaguar anziché una Mini».

«Prestiamo molta attenzione alle opere non pubblicate» aggiunge Michael Katakis, il manager che si occupa dei diritti di Hemingway. «La questione è - spiega -, se fosse vivo vorrebbe che uscissero in una rivista come "Vanity fair" o vorrebbe piuttosto destinare i suoi lavori a un tipo di analisi erudita che mostri come uno scrittore si evolve»?. La decisione finale degli eredi è, infatti, che il manoscritto veda la luce ma non sul magazine americano. Uscirà nel secondo volume delle Lettere di Ernest Hemingway - 1923-1925, che sarà pubblicato entro l'anno.

Alessia Rastelli
24 giugno 2013 | 15:48

Sponsor e Paesi amici La rete che sfida Obama

La Stampa

L’ex tecnico Cia gode di una protezione totale: e Wikileaks conta quanto gli Stati

paolo mastrolilli
inviato a new york


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Vladimir Putin, Xi Jinping, Julian Assange, Baltasar Garzón, Rafael Correa, forse i fratelli Castro e Nicolàs Maduro. Che cosa hanno in comune tutte queste persone? Edward Snowden, perché rappresentano la singolare alleanza internazionale che lo ha sostenuto e gli ha consentito di fuggire.

O meglio, hanno in comune l’avversione per gli Stati Uniti, contro cui hanno fatto fronte unico, accendendo la luce sulle nuove dinamiche che regolano gli equilibri globali. Washington sta premendo su Russia, Ecuador, Cuba e Venezuela, affinché non diano asilo al fuggito, cui hanno revocato il passaporto. Il presidente Obama è impegnato di persona, ma finora ha ricevuto solo umiliazioni.

La prima cosa da notare sarebbe questa: Snowden ha giustificato le sue azioni con la volontà di difendere libertà e trasparenza negli Stati Uniti, ma poi si è appoggiato ad alcuni dei regimi più totalitari e illiberali del pianeta. Qualcuno potrà obiettare che non aveva alternative, però la contraddizione salta agli occhi, come del resto nel caso di Assange, che vive nell’ambasciata di un regime apertamente accusato di violare la libertà di stampa.

L’altro elemento che tiene insieme tutta questa vicenda è la tecnologia. La National Security Agency esiste dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma senza internet, i social media, gli smartphone e tutti i nuovi sistemi di comunicazione, non sarebbero neanche esistiti i controlli all’origine dello scandalo. Snowden non sarebbe stato assunto e tanto lui, quanto Assange, non avrebbero potuto pubblicare così facilmente le informazioni che nel bene o nel male avevano raccolto.
Questo nuovo mondo tecnologico, però, si salda adesso con il vecchio mondo degli stati tradizionali, per essere usato ai soliti scopi: la rivalità e l’interesse nazionale.

Quando all’inizio di giugno il nuovo presidente cinese è andato in California per incontrare in maniche di camicia il collega Obama, Snowden era già ad Hong Kong. Xi non sapeva nulla? Anche ammesso che fosse così, ieri di sicuro non ha fatto nulla per convincere le autorità di Hong Kong ad arrestarlo, come Washington aveva domandato. Anzi, ha usato cavilli legali per contestare l’estradizione e ora chiede chiarimenti agli americani sullo spionaggio. Perché Cina e Usa sono rivali, non partner, e l’occhio nero dello scandalo sorveglianza quanto meno aiuta Pechino a giustificare le sue attività spionistiche.

Putin sapeva che Snowden stava arrivando, tanto è vero che nelle ultime 48 ore Mosca aveva ricevuto la visita segreta del nuovo capo della Cia Brennan, venuto a chiedere aiuto se la talpa avesse scelto la Russia come prossima destinazione. Eppure il Cremlino ha accettato che Edward usasse il suo Paese, se non altro come transito. La posizione di Putin in questo intrigo internazionale è più delicata di quella di Xi, perché partecipa al G8 e in teoria dovrebbe essere un interlocutore degli Stati Uniti, se non proprio un amico. E invece, dopo lo scontro aperto sulla Siria e l’Iran, Vladimir ha scelto di sfidare ancora Barack, per riaffermare il ruolo perduto di superpotenza del suo Paese.

Ecuador, Cuba, Venezuela, ossia Correa che già ospita Assange, i fratelli Castro, e il fantasma di Chavez incarnato ora da Maduro, non perdono mai l’occasione per infilare un dito nell’occhio degli Usa. Oggi però non hanno più bisogno di armare missili per creare problemi, e non è difficile immaginare l’uso propagandistico e strategico che potrebbero fare di Snowden, magari in collaborazione con i servizi di Russia e Cina con cui sono stati sempre in affari. 

A questi attori tradizionali si sono uniti adesso i protagonisti del mondo digitale come Assange, che ha fatto accompagnare Edward nel suo viaggio dall’assistente Sarah Harrison e ha mediato con l’Ecuador attraverso Garzón. Il suo nemico dichiarato sono gli Usa, e qualunque nemico del suo nemico diventa un amico. Poco importa se Russia e Cina fanno peggio degli Usa nello spionaggio, con la differenza che la loro repressione interna chiude ogni spiraglio alla libertà di espressione che in teoria Wikileaks e Snowden vorrebbe difendere in America. Questi protagonisti poi ricevono l’applauso della protesta globale modello Occupy Wall Street, tanto che già esiste una petizione firmata da centomila persone per liberare Edward.

Risultato: gli Usa hanno meno influenza oggi, di quanta ne avevano all’epoca della Guerra Fredda. Allora si litigava e si negoziava con Mosca, per complicare o risolvere ogni problema. Oggi, grazie a un computer, un fronte singolare come questo può mettere Washington all’angolo.

Il Pd pensa agli affari in famiglia: Marino imbarca sorelle e amiche

Vittorio Macioce - Lun, 24/06/2013 - 08:25

L'ex ministro Barca molla la corsa alla leadership e il sindaco di Roma lo ricompensa nominando Flavia alla Cultura. Una poltrona anche alla fidanzata di Franceschini


Che fine ha fatto Fabrizio Barca? Le ultime tracce parlano del suo passo indietro. Niente scalata al partito, per adesso. In attesa di capire tutte le mosse di Renzi.

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Il suo cognome però in queste ore rimbalza nel sottobosco politico romano e crea malumori. Questa storia ha a che fare con le strategie di Fabrizio, gli equilibri del Pd e l'identità della sinistra. Tutto comincia con Ignazio Marino. Il nuovo sindaco deve scegliere la sua squadra. Chi pensa che sia facile si sbaglia. Non è che Marino può dire voglio questo qui e quest'altro là e tutto si incastra. Non funziona così. Prima di tutto perché il sindaco ha cominciato a chiamare una serie di personaggi e la risposta è stata: mi dispiace, mi fa piacere, ma non me la sento.

Le poltrone lusingano, ma di questi tempi sono un trono di spade. Quando nel partitone nazionale si sono accorti delle difficoltà del sindaco borbottano: ci pensiamo noi. Nel senso che c'è tanta gente da piazzare e una poltrona è sempre gradita. Così su Ignazio sono cominciati a piovere nomi e candidature. Mica pressioni, chiamiamoli consigli amichevoli. Il risultato è una lotta con il coltello tra i denti fra le varie correnti e fazioni. E qui si arriva a Barca, o meglio alla sorella. Flavia Barca è il nome pensante che circola per la poltrona di assessore alla Cultura.

La dottoressa Barca è donna di intellighenzia. Lavora in una cattedrale del pensiero come la Fondazione Rosselli. Lì dove nel comitato scientifico c'è Amartia Sen (in ogni fondazione che si rispetti c'è almeno un premio Nobel). Flavia, nella cattedrale, è il direttore scientifico dell'Istituto di Economia dei media. Il suo punto forte sono le tv private. Ora tutto questo non basta a non far incavolare il Pd romano e anche parecchi amici di Marino. Non è un nome così autorevole da zittire chi mal digerisce le scelte imposte dall'alto. E poi c'è la questione del cognome. Flavia Barca è «troppo sorella». Non è difficile raccogliere il malumore, anche se nessuno per ora ci mette la faccia, perché anche nel Pd hanno famiglia.

I discorsi comunque sono questi. «La diversità della sinistra è una storia che ci raccontiamo ogni giorno. Poi siamo quasi peggio degli altri. Parliamo di quote rosa. Belle. Come no? Poi diventano quote famiglia. La sorella di Barca, la fidanzata di Franceschini, Michela Di Biase, anche lei in odore di poltrona, oppure si catapulta da Venezia Marina Dragotto come assessore all'Urbanistica. E va bene che è esperta in recupero di aree dismesse, ma che c'entra con Roma?». Questi discorsi a Roma ti arrivano ogni volta che parli con qualcuno dei dirigenti Pd. Non piacciono le quote rosa. Non piace il giro dei soliti nomi. Non piace la casta. Qualcosa, evidentemente, non va. Perché il problema per la sinistra non è solo vincere, ma il dopo. Il problema è governare.

Ma torniamo a Fabrizio Barca. Qualcuno dice che il nome della sorella sia una compensazione per aver lasciato a Epifani la segreteria precaria, a tempo, del partito. L'ex ministro del governo Monti non sfiderà neppure Renzi in autunno. Non è una resa, ma il segno della sua saggezza. Renzi ha già vinto. I dinosauri del partito si sono tutti convertiti al suo giubbotto in stile Fonzie. Quando perfino Rosy Bindi gli dà ragione non c'è più gara. Renzi come sapete ha cambiato strategia. Ha capito che per arrivare a Palazzo Chigi doveva prima conquistare l'apparato, allearsi con chi voleva rottamare.

Adesso non gli resta che preparare il funerale politico di Enrico Letta, come lui «giovane», come lui con il sangue post democristiano, quindi di fatto il suo rivale naturale per la leadership. Letta e Renzi giocano nello stesso ruolo, ma lo interpretano in modo diverso. Non c'è spazio per tutti e due. C'è spazio invece per Barca. Per Renzi la segreteria del partito è un tappa che porta a Palazzo Chigi. Una volta arrivato a destinazione quella poltrona è di troppo. Barca, che ora sta sottocoperta, è il candidato a ereditarla. Ma la sua prima mossa è: fortificarsi a Roma. La sua casa, la sua famiglia.

Tagli pure sulle vacanze dei disabili

Maria Sorbi - Lun, 24/06/2013 - 08:43

La quota a carico delle famiglie passa da 340 euro a 1.200. Dimezzato il sussidio agli anziani con pensione sociale

Pur di mettere una pezza al buco in bilancio, il Comune colpisce le categorie più deboli: anziani e disabili.

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Non fa arrivare a fine mese i primi e non manda in vacanza i secondi. La squadra di Pisapia è tornata solo parzialmente sui suoi passi e conferma i tagli più salienti ai contributi. Cominciamo dalla scure che si è abbattuta sulle risorse per i disabili. In un primo momento le sforbiciate avevano colpito varie voci, dall'assistenza domiciliare al trasporto. Dopo le pressioni della Ledha e delle associazioni, le delibere sui tagli sono state annullate. Ma ne è rimasta in vigore una, importantissima: quella che riguarda i tagli ai finanziamenti per le vacanze.

I disabili con un reddito che va dai 5mila euro in su dovranno pagare il proprio soggiorno al mare o in montagna quattro volte tanto rispetto a prima. Il Comune lascia inalterate le tariffe per le tre fasce più povere di disabili a cui continuerà a chiedere contributi che vanno dai 75 ai 185 euro a vacanza. Il vero effetto scure si sentirà sulle categorie un filo più «benestanti». Anziché contribuire con 225 euro, ora le famiglie dovranno sborsare 1.135 euro. Chi ha un reddito tra i 6mila e i 7.124 euro (e quindi non stiamo certo parlando dei ricconi di turno) non pagherà più 340 euro ma 1.204. Chi rientra nella fascia tra i 7.124 e gli 8.220 euro dovrà spendere 1.243 per qualche giorno di sollievo.

La categoria dei disabili si sente offesa dalla decisione dell'amministrazione. E fa notare che le vacanze non sono solo un lusso ma un diritto, soprattutto per chi è costretto su una sedia rotelle e ha problemi a viaggiare e muoversi. Le strutture alberghiere adeguate, più attrezzate, sono anche le più costose. Per di più il disabile ha spesso bisogno di assistenza speciale e aiuti che solo le cooperative sono in grado di dare. «A pagare sono le famiglie più che il dialogo» commentano i disabili applaudendo solo per metà alla cancellazione delle delibere sui tagli. «Toccare questi contributi - sostiene Marco Rasconi, presidente milanese della Ledha - vuol dire toccare nel vivo e nell'immediato le famiglie dei disabili. Sembra banale, ma per i disabili è estremamente importante la vacanza di sollievo in strutture adeguate. Soprattutto per chi non è indipendente e non ci può andare da solo».

Quest'anno è tardi perché il Comune torni sui suoi passi, ma si sta lavorando perché il problema non si ripresenti la prossima estate. I rappresentanti dell'associazione stanno stendendo un piano per vedere cosa è possibile tagliare e cosa no. «I soggiorni di sollievo - sostiene Rasconi - devono essere tra le voci che non è possibile toccare e vogliamo che questo concetto sia capito». Inoltre si cercherà di chiedere un contributo anche alla Regione Lombardia, almeno per tappare quel vuoto che il Comune da solo non è più in grado di coprire.

Poi c'è la questione anziani. Il Comune ha scelto di dimezzare il sussidio che, da decenni, viene erogato ai pensionati titolari di pensione sociale (459 euro al mese). A criticare la mossa sono scesi in campo anche i sindacalisti della Cisl: «Tagliare i sussidi agli anziani poveri è una decisione sbagliata nel merito e nel metodo - aveva criticato il segretario Beppe Saronni -. I fondi per i buchi vanno trovati altrove». Per «compensare» il Comune ha appena confermato 800mila euro per l'assistenza agli anziani in famiglia. E da settembre ci saranno nuove regole contro i furbetti dei contributi. Si spera.

I rom pagati per il rimpatrio si sono spostati di 500 metri

Enrico Silvestri - Lun, 24/06/2013 - 08:04

Presi i soldi per tornare in Romania, gli abusivi di via Triboniano non hanno fatto molta strada, mezzo chilometro al massimo poi sono andati a occupare due capannoni dimessi in via Montefeltro e via Brunetti.

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Due insediamenti di circa 400 persone con i soliti problemi sanitari, topi e sporcizia ovunque, e di difficile convivenza con i residenti. Un situazione pronta a esplodere, nonostante l'allarme lanciato da Enrico Salerani, capogruppo della Lega in zona 8.

L'area interessata si trova a due passi dalla stazione di Milano Certosa, ed è punteggiata di capannoni abbandonati e villette che cadono a pezzi. L'anno scorso sono arrivati i primi nomadi reduci dallo smantellamento del campo di via Triboniano, gli stessi che avevano preso i soldi dalla giunta Moratti per tornare in Romania. Dopo aver gironzolato per un annetto forse hanno capito che ora potevano tornare e si sono installati in via Montefeltro 8, nell'ex stabilimento di Galileo Avionica, società del gruppo Finmeccanica.

Il nucleo si è rapidamente ingrossato fino a raggiungere i 200 individui. A quel punto l'area cominciava a scoppiare per cui i successivi arrivi sono stati dirottati nella vicina via Brunetti, al civico 26, in un vasto capannone che un tempo ospitava la Italmondo, grossa ditta di trasporti e logistica. Le loro fila si sono rapidamente ingrossate e anche qui adesso ci sono non meno di 200 persone. In totale dunque circa 400 nomadi che vivono nelle consuete condizioni: baracche fattiscenti, quintali di immondizia, macchine e camper di dubbia provenienza, alcune con svariati fori di proiettili, con decine di bambini che giocano tra topi e rifiuti.

Salerani ha lanciato l'allarme e portato la questione in consiglio di zona 8 ma con scarso successo: «Siamo stati poi costretti a votare contro la mozione di allontanamento perché la sinistra vi aveva incluso l'obbligo di trovare per questi individui una situazione abitativa stabile. Ma come? Hanno preso i soldi per andarsene e adesso non solo sono tornati ma gli dobbiamo trovare una casa? Una funzionaria della polizia locale ci ha assicurato che lo sgombero delle due aree “È una priorità” ma non ci ha potuto assicurare sui tempi».

Nel frattempo i nomadi crescono di numero e crescono anche i furti nel «triangolo» via Espinasse, viale Certosa e via Sapri. Nel quartiere monta il disagio e la voglia di intervenire.

Mini tatuaggi e pillole Ecco le password del futuro

La Stampa

La Motorola sta sperimentando micro-chip dove sono immagazzinati tutti i codici. Investitori hanno già cominciato a fiutare il business e a investire


claudio gallo
corrispondente da londra


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Che noia le password: ce ne sono troppe, chi se le ricorda tutte? A meno di non usare sempre la stessa, ma lo cosa è ovviamente sconsigliata. Oltre la metà dei possessori di telefonini non mette la parola chiave che blocca lo schermo per non perdere tempo tutte le volte a digitare la combinazione. La tecnologia, che cospira a costruire un mondo più comodo, ci viene adesso in aiuto. La Motorola, l’azienda che tra le altre cose produce telefonini, di proprietà del grandissimo fratello Google, sta sperimentando tatuaggi e pillole contenenti micro-chip dove sono immagazzinate tutte le nostre password, neanche più la fatica di digitarle, se la vede il micro-processore direttamente con il computer. La cosa è meno futuribile di quanto si pensi: importanti investitori hanno già cominciato a fiutare il business e a pompare dollari.

A condurre le ricerche è una donna da tenere d’occhio, considerata una dei più brillanti ingegneri americani: Regina Dugan. Un passato alla Darpa, l’agenzia che inventa le più incredibili e micidiali diavolerie per l’esercito americano, dirige ora la ricerca avanzata alla Motorola e lavora per la Proteus, un’azienda di tecnologia avanzata. “L’elettronica è inscatolata e rigida, il corpo umano è flessuoso e soffice”, ha spiegato la Dugan in un convegno in America. Per fare comunicare i due livelli, la ricercatrice è convinta che la soluzione sia far diventare più umane le password. 

Ad aiutare questa soluzione è la MC10, un’azienda che produce circuiti deformabili, isole di silicone connesse da struttura a fisarmonica che ne permettono l’estensione del 200 per cento senza alterarne la funzionalità. Apparecchi che sono usati anche dalla medicina. Ecco allora le due soluzione a cui sta lavorando la Mororola: un piccolo tatuaggio da portare sul braccio, oppure una pillola da prendere giornalmente che si attiva con i succhi gastrici. “Ciò significa - ha detto la Dagan che portava un tatuaggio elettronico sul baccio sinistro - che il tuo braccio diventa un cavo e la tua mano un connettore. Quando tocco il telefono, il computer, la porta di casa, l’automobile, sono immediatamente autenticata. E’ il mio primo superpotere, lo voglio!”.

Così ci toccherà anche digerire le password e i figli avranno finalmente la scusa per ottenere il permesso di farsi un tatuaggio: un mondo sempre più comodo ma sempre più complicato che il povero animale in noi guarda con crescente smarrimento.

Mistero nel museo egizio, la statua gira su se stessa: «È viva, si muove»

Il Mattino


LONDRA - Il caso della statua egizia che si muoverebbe è finito su molti media britannici e sta attirando l'attenzione di eminenti studiosi. Si tratta di una raffigurazione alta 25 cm del defunto Neb-Senu risalente al 1800 avanti Cristo , che si trova all'interno di una vetrina nel museo di Manchester e secondo le immagini delle telecamere ruoterebbe su se stessa.
Il Daily Telegraph ha addirittura chiesto il parere del fisico Brian Cox, secondo cui sarebbe tutto molto naturale e si tratterebbe di uno spostamento dovuto al fatto che la base di pietra della statua slitta sul vetro che la sorregge. Spostamento facilitato dalle vibrazioni dei visitatori di passaggio.


Non la pensa così l'egittologo del museo, Campbell Price. «Sono l'unico che ha la chiave della vetrina - ha detto - l'ho rimessa al suo posto ma dopo esattamente un giorno si era ancora girata. Nell'antico Egitto credevano che se la mummia fosse stata distrutta allora la statua avrebbe ospitato lo spirito del defunto e questo potrebbe causare il movimento». Il mistero resta per ora irrisolto. Intanto però sono tanti i curiosi che si affollano attorno alla vetrina della statua aviva.
 
domenica 23 giugno 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: 18:06

Il politico italiano costa di più e «rende» di meno

Corriere della sera

I parlamentari italiani sono i più pagati d'Europa. Ma il loro «public fit» è calato del 10% in 20 anni
L'ex premier Silvio Berlusconi, «sceso in campo» nel 1993 dopo una lunga carriera da imprenditore. Classico esempio di «market fit»

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Dal 1948 al 2006 il reddito medio reale lordo dei parlamentari italiani è cresciuto del 10% all'anno. Nel 1985 guadagnavano l'equivalente di 80 mila euro all'anno. Nel 2004 superavano i 14o mila. I nostri rappresentanti politici alla Camera e al Senato sono i più pagati d'Europa. Sono anche i più efficienti? O meglio, sono le persone più adatte a ricoprire il prestigioso e altamente remunerato incarico? Per dare una risposta a questa domanda due economisti italiani hanno analizzato l'attività del Parlamento italiano, fotografato nel 2006, la quattordicesima legislatura. Il risultato è che, dati alla mano, il politico italiano costa di più e rende di meno.

PERCHÈ SI FA POLITICA - In Moneycracy, Alessandro Fedele dell'università di Bolzano e Pierpaolo Giannoccolo dell'università di Bologna, asseriscono che «pagare molto non dà migliori politici». Al contrario, salari così alti inducono alla candidatura persone con alte capacità, ma con un approccio «poco pubblico» alla politica, un modo di fare tipico di chi ha maturato esperienze nel settore privato. Fedele e Giannoccolo desumono due categorie di parlamentari: il public fit e, appunto, il market fit. La prima è costituita da coloro che raggiungono il Parlamento dopo un cursus politico o di partito. La seconda è invece composta da chi proviene dalle professioni, dall'impresa, dal lavoro. In una parola dal mercato.

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LE QUALITÀ DEL POLITICO - «Sono considerati politici “bravi” quelli dotati di abilità riconosciute e remunerate nel mercato», argomenta il saggio. «Tale approccio sembra tuttavia non tener conto di alcune peculiarità del settore pubblico, in generale, e di quello politico, in particolare. Diversi studi, economici e non, hanno sottolineato l’importanza di elementi che influenzano la decisione di candidarsi e l’impegno dei politici una volta eletti. Tra questi, la motivazione per il pubblico servizio (public service motivation) gioca un ruolo importante». Gli autori la definiscono «predisposizione» per il settore pubblico, «una marcia in più che si attiva se il candidato, motivato per la politica, viene eletto». Se c'è public fit i valori e i compiti tipici dell’attività politica sono assorbiti naturalmente e «aumentano la gratificazione facendo conseguentemente diminuire lo sforzo, il peso del compito assegnato». I dati raccolti sembrano confermare l'ipotesi. In uno studio precedente realizzato da Fedele con Paolo Naticchioni dell'università di Cassino, è emerso che i neoparlamentari che vengono da una precedente carriera politica sono meno assenteisti di quelli provenienti dal «mercato» (7% in meno di assenze) e più produttivi, con una media di 8 Ddl contro i 7,45 (i dati fanno riferimento alla tredicesima e quattordicesima legislatura).

I RISULTATI FINALI - In politica, dunque, il public fit sembra un fattore positivo. Eppure, numeri alla mano, i politici presenti in parlamento con queste caratteristiche sono calati del 10% dal 1987 al 2006. Un dato in controtendenza rispetto a quello rilevato dalla World values service (database che da 30 anni raccoglie i più svariati orientamenti della popolazione mondiale), secondo cui il public fit della popolazione italiana è cresciuto nello stesso periodo di 10 punti percentuali. Una divergenza sostanziale che per Fedele e Giannoccolo si spiega proprio con il costante aumento degli stipendi dei politici.

Antonio Castaldo
@gorazio22 giugno 2013 (modifica il 24 giugno 2013)

Facebook, un Reader per puntare sul mobile (e rilanciare la pubblicità)

Corriere della sera

di Greta Sclaunich


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Il progetto si chiama Reader, e il nome già dice tutto. Pare che a Facebook ci stiano lavorando, in gran segreto, ormai da un anno: secondo il Wall Street Journal si tratterebbe di un servizio per la condivisione delle notizie pubblicate dagli utenti, selezionate ed ordinate in un formato adatto al mobile. E graficamente simile ad un giornale, sulla scia dei prodotti lanciati da Flipboard o Pulse.
Sia Flipboard che Pulse, due app di aggregazione di notizie in arrivo (anche) dai social, selezionano i contenuti condivisi in Rete per creare “quotidiani” personalizzati e basati sulle preferenze dei singoli utenti. Pescando dati e articoli anche dai profili Facebook degli iscritti: perché – deve essersi detto Zuckerberg – non creare lo stesso prodotto, ma fatto in casa? Per il momento il Reader è ancora in fase di sviluppo, e secondo lo stesso WSJ non è chiaro se e quando Menlo Park deciderà di renderlo disponibile. Sia il nome sia il fatto che la società ci stia lavorando da prima che Google annunci la chiusura di GReader (prevista per il 1 luglio), mostrano chiaramente dove Facebook vuole andare a parare: la creazione di un suo personale sistema di raccolta e condivisione di news. Probabilmente – ipotizza WSJ – anche per spingere sempre di più sulla pubblicità.

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Ma lo sviluppo del nuovo servizio indica anche l’impegno di Facebook verso il mobile: per ora si parla di un’app pensata apposta per smartphone e tablet. Il lancio di un Reader fatto in casa sarebbe anche un modo per ridefinire l’identità di Facebook che, dopo aver raccolto un bacino di circa 1,1 miliardo di utenti, soffre un momento di stasi. Il social, nato nel 2004, è partito come piattaforma per interagire con amici e compagni di classe. Oggi, nove anni dopo, l’obiettivo è diventare uno spazio per lo scambio e la scoperta di storie e notizie, spingendo anche sulla conversazione e la condivisione in tempo reale. In quest’ottica va letta anche l’introduzione dell’hashtag, il cancelletto che ha fatto la fortuna di Twitter consentendo (e facilitando) l’organizzazione di flussi di notizie intorno allo stesso argomento.

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Puntare su prodotti più interessanti per l’utente, come le news in arrivo dal Reader, potrebbe anche servire a Facebook per aumentare la permanenza degli iscritti in arrivo da mobile: ora, secondo alcune fonti interne interpellate da WSJ, il tempo medio è di pochi minuti alla volta. Quanto basta per dare un’occhiata alla timeline, pubblicare un post, rispondere ad un messaggio privato. Nuovi prodotti che invoglino gli utenti a passare più tempo sull’app aprirebbe nuovi modelli di business per il colosso. Aumentando, magari, i ricavi in arrivo dal mobile (che ora ammontano a un terzo del totale).

Metrò, la banda delle bosniache Arrestate e rilasciate: tutte incinte

Corriere della sera

Sfruttate da gruppi criminali, le ragazze borseggiano i viaggiatori circondandoli mentre salgono in treno


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Le chiamano così: le bosniache (per la nazionalità). Scendono in metrò ogni giorno. «Lavorano» per ore, nelle fasce più affollate dai passeggeri. Non si allontanano quasi mai dal centro, rimangono di solito in uno spazio delimitato dalle fermate Centrale e Cadorna. Chi frequenta per abitudine quelle stazioni del metrò le ha viste spesso. E le riconosce. Scippano e borseggiano. Ogni giorno. Più volte al giorno. Le conoscono gli agenti della Polizia locale. Ricordano le loro facce molti operatori dell'Atm (per seguirle e fermarle, sono sempre più fondamentali i sistemi di sicurezza e la modernissima e capillare rete di telecamere dell'azienda dei trasporti). Ogni tanto le arrestano. E qualche giorno dopo le rivedono. Perché le bosniache sono un gruppo di madri e future madri. Tutte incinte. La procedura di solito è questa: arresto, convalida, rimessa in libertà. Soltanto nell'ultimo mese è successo due volte.

Quindici giugno scorso, metà mattinata, fermata Cadorna, i vigili dell'Unità prevenzione reati predatori individuano le ragazze e le seguono attraverso le telecamere dell'Atm che inquadrano gli angoli delle stazioni. Appena «agganciate», le bosniache fanno però subito il primo borseggio. Con la tecnica che usano sempre, un copione a suo modo «perfetto»: circondano una donna nel momento in cui sta salendo sul treno, creano un po' di calca, una infila la mano nella borsa. Mentre il treno parte, riescono tutte a saltar fuori, mentre la vittima rimane dentro. È per questo che da tempo anche il Comune ripete di fare attenzione in metropolitana, in particolare nei momenti di salita sui treni. Comunque, poco prima delle 11 del 15 giugno, le ragazze entrano in un treno e si allontanano.

    La banda delle borseggiatrici La banda delle borseggiatrici La banda delle borseggiatrici La banda delle borseggiatrici La banda delle borseggiatrici 

Gli investigatori della Polizia locale, in borghese, scendono allora in banchina. E aspettano. Le bosniache sono seriali, ripetitive, un «gruppo d'assalto» che non si ferma mai. E infatti poco dopo ricompaiono in banchina a Cadorna. Stesso metodo: stavolta seguono una donna con un trolley. La circondano, scappano dal treno nel momento in cui si stanno per chiudere le porte. È in quel momento che gli agenti della Polizia locale le bloccano. La stessa cosa era già accaduta esattamente due settimane prima, il primo giugno. E in tutti e due i casi l'esito è stato lo stesso: la Procura ha convalidato l'arresto, ma le ragazze sono state rilasciate, perché sono tutte incinte.

1 E qui si pone un problema più generale e complesso per le autorità: se da una parte la gravidanza (rispetto a reati non gravissimi come il borseggio) è motivo per non entrare in carcere, dall'altra queste ragazze tornano in metropolitana a commettere sempre gli stessi reati. Anche perché fanno parte di gruppi criminali che le sfruttano, come accade per l'accattonaggio con i minorenni. Le bosniache sono ben vestite, come giovani ragazze qualsiasi. Si muovono in gruppo o si dividono, per poi riunirsi. Continueranno a passare sotto le telecamere di controllo dell'Atm. Chi indaga, sa che la questione non è se, ma quando verranno riarrestate.



Gianni Santucci24 giugno 2013 | 9:59

Quando la crisi economica investì l'antica Roma

Corriere della sera

Il racconto di Gino Polidori mette a confronto passato e presente


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ROMA - La crisi economica non è un fenomeno dei nostri tempi. All'epoca di Augusto Roma subì una depressione simile a quella che ci affligge in questi anni. L'imperatore tornò dall'Egitto carico di favolosi tesori e pensò di metterli in circolazione per favorire i consumi. Ne conseguì un'inflazione spaventosa. I prezzi balzarono alle stelle. E il successore Tiberio pensò di bloccare la spirale con misure che oggi definiremmo di rigore. Ma il rigore provocò il panico. I Romani si precipitarono a ritirare i loro risparmi dalle banche. Il terrore di finire in miseria contagiò tutte le province dell'Impero. E come adesso le conseguenze furono fallimenti, disperazione per i debiti e una catena di suicidi. Un racconto avvincente di come funzionavano gli affari economici nell'antica Roma ce lo offre Gino Polidori, presidente del Credito cooperativo di Formello e Trevignano e studioso di storia romana. Arriva in libreria il suo ultimo libro, «L'oro dell'Impero» (Ecra edizioni).

Oggi ci lamentiamo perché la spesa pubblica divora enormi risorse. Nell'antichità era perfino peggio. Le armate imperiali contavano più di 300 mila soldati, bisognosi di cibo e salario. Nell'Urbe formicolavano almeno 200 mila sfaccendati che bisognava tenere buoni con la distribuzione di pane e l'allestimento di costosi giochi circensi. Servivano montagne di soldi non solo per alimentare la colossale macchina imperiale, ma anche per costruire strade, anfiteatri, templi, archi di trionfo. Ora si ricorre alle tasse. Ma a quei tempi le tasse, per quanto esose, non bastavano. C'era un solo modo per procurarsi i fondi: rubare. L'Impero era costretto a spingere sempre più in là i propri confini allo scopo di invadere nuove terre, depredare nuovi popoli, ampliare la folla di schiavi che fornivano mano d'opera gratuita sia per edificare opere pubbliche che per estrarre oro e argento dalle miniere spagnole.

Ogni campagna militare faceva affluire nell'Urbe gioielli, vasi d'argento, animali esotici, forzieri colmi di monete d'oro e d'argento che finivano nelle casse degli argentari, i banchieri dell'epoca, che avevano le loro tabernae aperte sulla piazza del Foro romano, che rappresentava non solo il cuore della città, ma del mondo. Gli argentari prestavano danaro a interessi da usura.Ogni mese andava pagata una rata altissima in base a uno scadenzario detto calendarium. Perciò la categoria più vituperata era anche allora, come adesso, quella dei banchieri. Oggi la Germania ha imposto di tartassare la Grecia, ma neanche Roma ci andò leggera: per un prestito di 53 talenti d'argento alla città di Salamina ne fu pretesa la restituzione di ben 200. I capi delle terre conquistate venivano mantenuti al potere grazie al tributo che essi versavano a Roma. Quando Ariobarzane di Cappadocia interruppe i pagamenti fu assassinato.

Nei primi secoli Roma non batteva moneta, gli scambi commerciali si basavano su lingotti di bronzo del peso di una libbra (327 grammi). Il lingotto era detto pecunia perché il suo valore era l'equivalente di un capo di bestiame (pecus). Dal bronzo (in latino aes) prese nome la prima moneta romana, l'asse. Ma nel 209 a.C. fu necessario mettere mano alle riserve auree. Era in corso lo scontro vitale con Cartagine e vennero fuse ben 4 mila libbre d'oro, ricavandone monete per pagare le truppe e procurare i viveri. Da allora le monete vennero coniate con raffigurazioni di conquiste militari, di divinità, di lotte per il potere, inaugurazione di una via o di monumenti, sicché nella loro sequenza permettono di leggere la storia di Roma.

Giulio Cesare fu il primo a far imprimere la sua immagine sulle monete. Nelle spedizioni militari si portava dietro una zecca mobile per far immortalare le sue gesta. Un altro parallelo con la situazione attuale può essere rintracciato all'epoca di Diocleziano. Quando l'inflazione tornò a galoppare e i prezzi schizzarono in alto. Fu data la colpa ai mercanti che facevano lievitare a proprio utile i costi delle merci. Nel 301 l'imperatore emise un editto per introdurre, come si tenta a volte anche oggi, un calmiere dei prezzi.

Marco Nese
23 giugno 2013 | 11:49

Da Scialla a Inchino, le parole della nostra lingua

Corriere della sera

di  BEPPE SEVERGNINI



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Oggi «3 Minuti 1 Parola» arriva alla puntata numero 100 e chiude: è sempre bene lasciare quando le cose funzionano. E questa rubrica — lo dicono i numeri degli accessi e l’entusiasmo degli utenti — ha funzionato. Cos’è stata? Un modo nuovo di ragionare sulla lingua italiana. Anzi, di capire cosa c’è dietro la lingua italiana. Una nazione con le sue ossessioni, le sue passioni, le sue fobie, i suoi imprevedibili pudori, i suoi eccessi fastidiosi («assolutamente sì!», «straordinario»), le sue metafore stanche (da quanto stiamo «sull’orlo del baratro»?).

Ma di rubriche linguistiche il mondo e i giornali sono pieni. «3 Minuti 1 Parola» è un prodotto degli anni Dieci (ha esordito nel 2011, si ferma nel 2013). Una rubrica che tiene conto delle strepitose possibilità di Internet e della banda larga. Un piccolo video — mai più di tre minuti, per nessun motivo — si può vedere bevendo un caffè in una pausa del lavoro, su un tablet in viaggio, nell’ora d’italiano a scuola (se l’insegnante è sveglio!). Ma bisogna renderlo interessante. Un giornalista più o meno noto che parla guardando la telecamera? Già dato, già fatto, già visto.

L'archivio: tutte le puntate di «3 minuti, 1 parola»

Quest’introduzione era necessaria per spiegare il ruolo di Francesco Angeli, Stefano Meazza e Luca Cattivelli, gli «Impermeabili», i giovani, geniali disegnatori della rubrica, realizzata come un vecchio cartone animato (flipbook)». Il nome gliel’ho trovato io, perché mi ricordavano i misteriosi impermeabili svolazzanti nel «Poema a fumetti» di Dino Buzzati. Non ci crederete, infatti, ma li ho conosciuti tutti insieme, di persona, solo a progetto concluso. Fantasia, tecnica, irriverenza: questa la loro ricetta per «3 Minuti 1 Parola». Oggi potete trovare sul Corriere della Sera un concentrato di 20 delle 100 puntate prodotte ognuna dedicata a un parola-simbolo e l’ultima puntata di commiato visibile su: per l’occasione, in rima! L’irruenza visiva degli Impermeabili rendeva indispensabile la presenza di Chiara Seronelli, cerbero sorridente e preziosa collaboratrice della rubrica in ogni sua fase. Per avere capito subito il potenziale della novità ringrazio Ilaria Spagnuolo, responsabile della produzione di Corriere Digitale, e chi al Corriere ha lavorato con lei.

«3 Minuti 1 Parola» chiude: grazie a tutti quelli che l’hanno seguita, settimana dopo settimana. Ma state tranquilli: gli italiani continueranno a dire e a scrivere cose strambe e rivelatrici. E in questa delicata follia, vi assicuro, c'è molto da imparare.

23 giugno 2013 (modifica il 24 giugno 2013)

G8, il papà di Carlo Giuliani «Nuovo processo per mio figlio»

Corriere della sera

di Sara Menafra

Parla il padre del ragazzo morto 12 anni fa


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GENOVA - Chiederà al tribunale civile di Genova di stabilire quello che la corte penale non ha saputo dimostrare: la vera dinamica della morte del figlio, Carlo Giuliani, ucciso 12 anni fa durante le manifestazioni contro il G8 del 2001. Nei giorni scorsi, Giuliano Giuliani ha depositato una citazione civile contro l'ex carabiniere Mario Placanica che esplose il proiettile che uccise Carlo. Assieme a Placanica è citato anche l'allora vice questore Adriano Lauro che coordinava le forze dell'ordine in piazza Alimonda.

"Morì ucciso, ufficialmente, da un colpo di pistola sparato in aria da un carabiniere ausiliario - racconta il padre - Ufficialmente, il proiettile intercettò un sasso lanciato dai manifestanti verso le forze dell'ordine e - destino volle - che quel sasso modificasse la traiettoria del proiettile in modo da farlo arrivare proprio in faccia a Carlo. Nemmeno nei cartoni animati".

Secondo le analisi che lui stesso ha fatto di video, fotografie, registrazioni telefoniche nella ricostruzione ufficiale della vicenda ci sono molti punti che non quadrano a cominciare dal fatto che Giuliani non sarebbe morto quando ha ricevuto i colpi di pistola: "C'è una foto in particolare. Accanto al viso insanguinato di Carlo c'è un sasso anch'esso insanguinato. E appuntito. Quando a Carlo toglieranno il passamontagna scopriranno che in mezzo alla fronte aveva una ferita mortale. E scopriranno che sul passamontagna, all'altezza della fronte, non c'è traccia di lacerazione".


Domenica 23 Giugno 2013 - 17:17
Ultimo aggiornamento: 22:12