mercoledì 26 giugno 2013

L'Apple 1 di Steve Jobs va all'asta: si parte da 500mila dollari

Il Messaggero

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A vederlo così sembra un semplice computer preistorico, lontano anni luce dalle meraviglie della tecnologia moderna, ma gli amanti della Mela morsicata lo riconoscerebbero alla prima occhiata. E' l'Apple 1 del 1976 e fu costruito da Steve Jobs nel suo famigerato garage. C'è tempo fino al 9 luglio per cercare di aggiudicarselo: si parte da 500mila euro.
                            

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All'asta primo computer Steve Jobs: si parte da 500mila dollari


Mercoledì 26 Giugno 2013 - 19:54
Ultimo aggiornamento: 19:55

Dal deserto spunta il cimitero dell’Atari

La Stampa

In una discarica del New Mexico migliaia di reperti storici, da Space Invaders ad Asteroids fino a ET

francesco semprini
new york


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A chi, nella prima metà degli anni Ottanta era ragazzino o appena adolescente, sarebbe venuto un brivido, e magari una lacrima di triste commozione, a guardare quello spettrale scenario di Alamogordo. La cittadina del New Mexico è stata infatti utilizzata come cimitero delle cartucce dell’Atari, pioniere dei giochi elettronici da casa, sulla cui piattaforma è cresciuta, a colpi di joystick, un’intera generazione. «Atari? Magari! Spero che me lo comprino», era il tormentone della pubblicità che sponsorizzava in televisione i vari «Space invaders», «Asteroids», ed «E.T.», considerato a torto o ragione, uno dei peggiori «videogame» mai realizzati. 

Gli stessi titoli che campeggiavano sulle cartucce riportate alla luce nella discarica del deserto del New Mexico, un cimitero dimenticato dalla storia, a pochi passi da uno dei tanti McDonald’s che costellano la cittadina di 32 mila anime. Sino a qualche giorno fa Alamogordo era conosciuta solo per la base dell’Aeronautica militare e per il Museo di storia dello spazio. Ma da oggi il suo nome sarà ricordato anche per quel macabro cimitero di cartucce delimitato da un cartello con una scritta a mano arancione su sfondo bianco: «Keep out», ovvero tenetevi alla larga. 

La genesi della tomba dell’Atari risale ad oltre trenta anni fa, quando l’allora regina dei videogiochi da casa conobbe un veloce declino, incalzata dalla concorrenza e dalla inesorabile accelerazione tecnologica che la rese nel giro di poco tempo ormai obsoleta. I suoi depositi erano colmi di cartucce di ogni genere, invendute e ormai invendibili, un peso in termini di spazio ma anche economici. Meglio gettarle via. Così la società caricò il materiale su una carovana di camion, forse una decina, che dagli stabilimenti di El Paso, appena al di là del confine col Texas, si diressero nel deserto del New Mexico, con l’intento di seppellirli sotto metri di terra: era il settembre del 2003. 

L’operazione riuscì in pieno, passando persino all’ombra della storia, tanto che il cimitero dell’Atari è diventato negli anni una sorta di legenda per appassionati e nostalgici. Sino a quando la mobilitazione di alcuni cittadini, appoggiati dai funzionari del comune, ha vinto ogni resistenza da parte delle autorità dando il via libera agli scavi. Il risultato è quello che oggi è sotto gli occhi di tutti, quello che chi all’inizio degli anni Ottanta era ragazzino o appena adolescente ha definito «il peggior finale che un videogioco abbia mai avuto».

Yaritza Oliva, la ragazza che piange sangue

Corriere della sera

Il misterioso episodio a Purranque in Cile: una ventenne improvvisamente ha iniziato a piangere lacrime di sangue

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«Mettetevi una mano sul cuore e, per favore, aiutate mia figlia». E' stato questo l'accorato messaggio che il padre della giovane Yaritza ha rivolto agli spettatori del canale televisivo cileno 24 Horas. La ragazza ha avuto i primi sintomi all'inizio di questo mese quando, con un misto di incredulità e paura, ha incominciato a vedere sgorgare dai propri occhi rosse lacrime di sangue. Nella piccola cittadina rurale di Purranque, ventimila abitanti e situata nella Regione dei Laghi cilena, c'è un solo ospedale e il solo oculista che presta la sua opera nel nosocomio locale solo qualche giorno alla settimana ha così tanti pazienti da non poter ricevere Yaritza. L'unica occasione di trovare una risposta alla strana condizione della ragazza è stato un trasferimento presso il vicino ospedale di Puerto Montt, dove però i medici le hanno semplicemente prescritto un collirio per alleviare il bruciore agli occhi, senza riuscire a dare una spiegazione dello strano fenomeno.

TANTE IPOTESI, NESSUNA DIAGNOSI - Yaritza piange sangue diverse volte al giorno e ha dichiarato di provare un dolore indescrivibile durante la lacrimazione. La giovane in un primo momento ha pensato di essere affetta da una forma di congiuntivite o da una qualche infezione. Ad un certo punto è arrivata anche a temere che quelle lacrime fossero delle stigmate, rimanendo chiusa in casa per giorni nel timore delle reazioni della gente alla vista delle sue inusuali lacrime. A cercare di fare un po' di chiarezza sulle condizioni di Yaritza è stato Alejandro Lutz, oftalmologo della Clinica Las Condes di Santiago che, dopo avere esaminato i filmati e le foto della ragazza, ha affermato di «escludere che si tratti di una congiuntivite, batterica o virale, poiché l'aspetto degli occhi e i sintomi sono differenti e lo stesso vale per le forme allergiche e croniche».

Secondo l'oculista cileno la causa della rara patologia della quale soffre la giovane potrebbe originare dall'emofilia, da un'alterazione delle piastrine o dall'uso di farmaci. Per il momento quello che conta è che in molti hanno risposto all'appello del padre di Yaritza e che presto la ragazza verrà visitata da medici competenti che tenteranno di risolvere il suo caso. Da notare, infine, che la ventenne cilena soffre anche di un’altra sindrome che le causa dislocazioni articolari ai polsi e alle caviglie, impedendole talvolta di camminare e usare le mani.

EMOLACRIA - E' questo il nome con il quale la scienza definisce la rara sintomatologia che affligge Yaritza ed è una condizione fisica conosciuta che può essere associata a svariate malattie, come il tumore dell'apparato lacrimale, o essere causata da traumi, infezioni e fattori inquinanti. Inoltre in molti sostengono che si tratti di una situazione fisica che riguarda le donne in età fertile che potrebbe essere determinata da squilibri ormonali. Esistono altri tre casi documentati di emolacria nel mondo: due ragazze indiane e un quindicenne americano. Tutti e tre sono stati sottoposti ad approfonditi test clinici che però non hanno portato ad alcuna diagnosi certa.

C'è chi sospetta si tratti di sintomi legati a difetti della coagulazione del sangue (malattia di Von Willebrand tipo 2), chi ipotizza una ancora sconosciuta e rarissima patologia e chi, come nel caso della dodicenne indiana , arriva a citare la sindrome di Munchausen per procura, un disturbo mentale che colpisce generalmente le madri e che spinge la genitrice ad arrecare danni fisici, talvolta gravissimi, al figlio per attirare l'attenzione su di sé. Infine, nel marzo scorso, un canadese ha iniziato a piangere lacrime di sangue, ma questa volta l'individuazione della causa è stata tempestiva e risolutiva: l'uomo, che presentava sanguinamento anche in altre parti del corpo, era stato morso da un serpente velenoso e grazie a un antidoto specifico è guarito.

Emanuela Di Pasqua
26 giugno 2013 | 17:41

Equitalia: le cartelle di pagamento arrivano via PEC

La Stampa


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Equitalia ha annunciato il via libera alla sperimentazione della notifica delle cartelle di pagamento attraverso l’indirizzo di Posta Elettronica Certificata (PEC). I primi soggetti a ricevere le cartelle di pagamento al proprio indirizzo email saranno le società di persone e le società di capitali con la sede in quattro regioni pilota: Molise, Toscana, Lombardia e Campania. Con tale nuova procedura, in sostanza, per i documenti che saranno comunicati dal Gruppo Equitalia ai contribuenti, si garantisce in tempo reale la certezza del giorno nonché l’ora esatta della notifica.

http://fiscopiu.it/news/equitalia-al-l-invio-delle-cartelle-di-pagamento-pec

Grillo-giornalisti la guerra infinita “Via dal Palazzo”

La Stampa

“Gossipari e pennivendoli”. Polemiche anche alla Camera

jacopo iacoboni
torino

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Come il Movimento cinque stelle non piace ai media italiani, inesorabilmente i giornalisti italiani non piacciono a Grillo. E la guerra è continua, dichiarata, anche stucchevole. Ieri se ne sono avuti altri due episodi.

Il principale viene da Grillo e dal suo blog. Stavolta, anziché attaccare giornalisti famosi, se l’è presa senza fare nomi con i cronisti che lavorano in Parlamento definendoli «folle di gossipari e pennivendoli dei quotidiani alla ricerca della parola sbagliata, del titolo scandalistico, del sussurro captato dietro a una porta chiusa». Succede che «qualche deputato li scambia talvolta per colleghi e parla, parla per ritrovare sul giornale quella che credeva una conversazione privata». Ha suggerito il silenzio ai parlamentari cinque stelle (per la verità i più loquaci sono i dissidenti, che però poco ascoltano Grillo, su questo). «Si nascondono ovunque. L’unica difesa è il silenzio, il linguaggio dei segni» (il titolo fa il verso alla propaganda del ventennio: «Taci, il giornalista ti ascolta»).

Ha poi rivolto un invito che evoca epoche italiane in cui i cronisti erano davvero tenuti alla larga: «I giornalisti non possono infestare Camera e Senato e muoversi a loro piacimento. Vanno disciplinati in spazi appositi, esterni al Palazzo». Chi vuole un’intervista, la chieda con un appuntamento (trascura che maestri alla Guido Quaranta teorizzarono un genere fondamentale, l’intervista per appostamento). Alla fine, «all’ingresso di Montecitorio e di Palazzo Madama va posto un cartello “No gossip. Il Parlamento non è un bordello”».

Poi, come al solito nel blog, citazioni: la prima è il Vangelo di Giovanni e il fuori i mercanti dal tempio (lui nei panni di Gesù è difficile, però). L’altra è Innamorati a Milano, della Vanoni, riscritta, «sapessi com’è strano/ fare il deputato/ nel Parlamento romano». Oggi il Parlamento, da «tomba maleodorante», viene invece a tal punto sacralizzato da esser considerato «il luogo più sacro, di una sacralità profana, della Repubblica Italiana». La sostanza è che Grillo vorrebbe più potere al Parlamento (era sbagliata l’accusa che gli veniva fatta di volerlo svilire, semmai è il contrario, nel M5S), ma non rispetta i giornalisti che dentro ci lavorano. E ovviamente i partiti. Li vede come un tutt’uno.

I post del blog e i loro titoli usano come al solito l’esagerazione, però facendo così sono del tutto immersi nel circuito comunicativo che denunciano, lo nutrono; per cui i parlamentari cinque stelle si lamentano che i giornalisti parlano solo di polemiche e non di temi e progetti del Movimento, ma è chiaro che post così offrono lo spunto per parlare solo di polemiche. E si va avanti all’infinito. È ovvio che così si consolidano sempre di più dinamiche di gruppo, come per esempio lo scontro senza possibilità di comprensione tra parlamentari M5S e giornalisti parlamentari. Nei giorni scorsi c’era stato chi (Giulia Di Vita) aveva denunciato su twitter di esser stata insultata da una giornalista.

Ieri Carla Ruocco ha lamentato di sentirsi insultata anche lei dai giornalisti. L’Associazione stampa parlamentare denuncia i «toni intimidatori». E c’è stato un incontro in cui molti parlamentari hanno criticato «domande fatte per oscurare il lavoro fatto in Parlamento» («dovreste chiederci qualcosa sul fisco», chiedeva per esempio la Ruocco). Poi però arriva il post da Milano, e ovviamente oscura qualunque altra cosa. Mettere la stampa in un recinto era una vecchia idea di chi ce l’aveva contro le «iene dattilografe». Non un esempio da imitare, per il M5S.





I pericoli dell’ossessione dei grillini
La Stampa
cesare martinetti


C’è indubbiamente del metodo in quest’ossessione contro i giornalisti. Grillo ne fa uno sketch d’avanspettacolo: «tacete, il giornalista vi ascolta». Casaleggio – questa specie di sacerdote del mistero – ne fa invece una seriosissima teorizzazione della società dove l’informazione non sarà più «mediata», ma diretta. Ora viviamo in un «periodo transitorio – ha detto alla “Lettura” di domenica scorsa -, nel tempo la maggioranza assoluta degli italiani sarà collegato in Rete, Internet diventerà come l’aria... 

Saranno possibili due estremi: la democrazia diretta con la partecipazione collettiva, oppure una neodittatura orwelliana...»

Dobbiamo ridere per le boutades di Grillo o dobbiamo preoccuparci per le pensose elaborazioni di Casaleggio? Né l’uno né l’altro, ma tocca registrare l’ennesimo cortocircuito tra informazione e Movimento 5 Stelle, più in generale tra giornalisti e politici. Un tempo erano le stilettate di D’Alema, poi le infinite smentite di Berlusconi a dichiarazioni financo registrate. Ora è la volta dei grillini che segnalano la loro diversità – davvero imbarazzante – nell’incapacità di stabilire un rapporto con l’informazione.

Non è certo qui il caso di farne una difesa corporativa, se i politici sono lo specchio della società che li esprime e li vota, i giornalisti sono a loro volta il prodotto di entrambe. Ma così come la politica, quand’anche – è il caso italiano – incapace persino di eleggere il presidente della Repubblica, va difesa nella sua funzione di mediazione tra società e istituzioni, interessi singoli e interessi collettivi, anche l’informazione va affermata nel suo ruolo di protezione di un ambiente libero in cui possono circolare analisi serie e documentate insieme a gossip mescolati – non abbiamo difficoltà ad ammetterlo – a sciocchezze infondate e spesso pilotate.

È la società aperta a rendere virtuoso tutto ciò. Ed è davvero singolare che questi paradossali grillini non se ne rendano conto. Ma dove nasce il successo del loro partito se non dal cumulo di notizie sulla «casta» e contro la «casta» trovate da quegli stessi giornalisti dai quali si sentono ora minacciati? Si scandalizzano perché i cronisti origliano, bussano agli usci degli uffici parlamentari, ascoltano le conversazioni alla buvette? Ma da dove credono che escano le notizie, dai comunicati ufficiali di Palazzo Chigi? Dai post sul blog di Grillo o dalle fumose elaborazioni dello staff di Casaleggio?

Tra il totem della «democrazia diretta» dove tutti decideranno tutto in tempo reale, dove i parlamentari e i governanti non saranno che portavoce e dipendenti del popolo e una neodittatura orwelliana non c’è nessuna differenza. I «periodi transitori» finiscono sempre con la ghigliottina o con i gulag. Casaleggio non galleggia tra Saint-Just e Lenin in un’inesistente terra di mezzo. E i parlamentari grillini, sui quali si è riversata tanta speranza e tanta energia da parte degli elettori, devono imparare a muoversi nella società aperta, per quanto complicata, incasinata, contradditoria e anche volgare espressa dalla sua stampa. La smettano di lamentarsi: se ne gioveranno loro e anche noi.

Scoperto il vaccino contro il diabete

La Stampa

Funziona nei giovani uccidendo le cellule immunitarie impazzite

daniele banfi
milano


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I vaccini, è innegabile, hanno rivoluzionato il mondo della medicina. Se ad oggi patologie come poliomielite e vaiolo sono quasi del tutto sparite dalla circolazione il merito è certamente loro. Una lista che oggi potrebbe allungarsi e comprendere anche malattie più comuni. E’ questo il caso del diabete giovanile: il professor Lawrence Steinman, della Stanford University School of Medicine, ne avrebbe realizzato uno in grado di combattere la malattia. I risultati saranno pubblicati oggi dalla rivista Science Translational Medicine.

Il diabete giovanile –noto anche con il nome di diabete insulino-dipendente o di tipo 1- è una patologia che colpisce prevalentemente i giovani. Secondo le ultime statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a soffrirne sarebbe circa il 3% della popolazione mondiale. A differenza del diabete di tipo 2, di gran lunga più diffuso e associato a scorretti stili di vita, quello giovanile appartiene alla categorie delle malattie autoimmuni. Le persone che ne soffrono subiscono la progressiva distruzione, ad opera del proprio sistema immunitario, delle cellule del pancreas che producono l’insulina. Ecco perché i malati sono costretti, per tutta la vita, a iniezioni di questo ormone per abbassare i livelli di glucosio nel sangue.

Ora però la cura potrebbe cambiare radicalmente. L’idea dei ricercatori statunitensi è stata quella di agire sul sistema immunitario, la causa del diabete giovanile. Una tendenza peraltro di moda come suggeriscono i sempre più numerosi studi che riguardano l’immunoterapia, un filone di ricerca che mira, regolando la risposta immunitaria, a combattere tumori e malattie degenerative. La strategia per il diabete giovanile è molto semplice: spegnere la risposta immunitaria. Come spiega Lawrence Steinman all’ANSA, «si tratta di un vaccino al contrario, funziona uccidendo le cellule immunitarie impazzite che attaccano il pancreas». Un approccio differente dai classici vaccini usati per attivare il sistema immunitario.

Sperimentalmente si è visto, nello studio ad opera dei medici della Stanford University, che le persone vaccinate erano in grado di produrre più insulina rispetto a quelle non trattate. Non solo, le cellule “impazzite” che attaccano il pancreas risultavano numericamente molto inferiori. Steinman spiega che il vaccino «è stato testato su pazienti cui era stata fatta la diagnosi di diabete 1-3 anni prima». «Al momento –precisa lo scienziato- stiamo organizzando un trial clinico più grande su un maggior numero di pazienti dopo aver visto gli ottimi risultati sui primi 80».

Uno step doveroso e necessario. Se i risultati confermassero questa tendenza saremmo di fronte ad una vera e propria rivoluzione: spegnere il sistema immunitario per impedire la distruzione delle cellule pancreatiche. Attenzione però alle false illusioni: i tempi necessari alla commercializzazione del possibile vaccino sono ancora molto lontani. Ma ancora più attenzione alla lettura frettolosa: l’eventuale cura è per il diabete giovanile, nulla a che vedere con la forma più diffusa al mondo, quello insulino-resistente.

@danielebanfi83

Enpa: calano gli incidenti stradali, ma in aumento quelli con gli animali

La Stampa

Al via il numero verde per segnalare gli abbandoni


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Le strade italiane sono più sicure, ma non per gli animali. È quanto emerge dai dati della Polizia di Stato relativi agli incidenti verificatisi nel triennio 2010-2012, che evidenziano un calo costante e generalizzato dei sinistri, passati dai 79.784 del 2010 ai 66.100 del 2012 con una diminuzione superiore al 17% (-7,9% nel 2010-2011, -10,1% nel 2011-2012), ma non di quelli che hanno coinvolto gli animali, che manifestano invece un’allarmante tendenza al rialzo. Lo afferma l’Enpa, l’ente nazionale protezione animali che rileva come, «nel triennio questo tipo di eventi è aumentato dai 1.425 casi del 2010 ai 1.512 del 2012 (+6%)».

Non meno preoccupante è il raffronto con il calo complessivo, dal quale si evince che nel triennio in esame la percentuale di incidenti con animali (sul totale complessivo) è aumentata di mezzo punto, passando dall’1,8% al 2,3% del totale. Quindi, mentre sono in calo i sinistri imputabili al fattore umano, crescono quelli causati da abbandono e randagismo”.

Per contrastare tale fenomeno, l’Enpa lancia un numero verde anti-abbandoni, l’800.137.079 - attivo 24 ore al giorno dal 1° luglio al 31 agosto - contattando il quale gli automobilisti possono segnalare sia episodi di abbandono sia l’eventuale presenza di animali vaganti sulla rete autostradale del Paese. Patrocinata dal ministero della Salute e resa possibile anche grazie al supporto di Pizzardi Editore, l’iniziativa è stata presentata oggi nel corso di un incontro promosso da Enpa, Mediafriends Onlus e Polizia di Stato.

«Il personale del “contact center” anti-abbandoni - ha spiegato Marco Bravi, responsabile Comunicazione e Sviluppo Enpa - è stato appositamente formato dalla Protezione Animali per individuare, attraverso un «triage» operativo, le casistiche relative all’abbandono e fornire quindi il recapito più utile per attivare l’intervento».

Una volta ricevuta la segnalazione, l’operatore fornirà all’utente il numero della sala operativa competente della Polizia stradale e potrà così comunicare agli agenti tutte le informazioni necessarie ad agire in modo corretto e tempestivo. «Questo servizio - ha aggiunto Carlotta Gallo, dirigente della Polizia Stradale di Milano - ci permetterà di gestire con maggiore efficacia gli interventi che interessano gli animali abbandonati lungo la rete stradale ed autostradale italiana, per tutelare la sicurezza di automobilisti e animali. 

Naturalmente è fondamentale che gli utenti da un lato forniscano indicazioni il più precise possibili sul luogo dell’avvistamento, dall’altro evitino i falsi allarmi’’. La campagna anti-abbandoni 2013 promossa dall’Enpa insieme ai suoi partner prevede anche un’azione di comunicazione, intensa e mirata, finalizzata ad incidere su quegli atteggiamenti che continuano ad alimentare abbandoni e randagismo. 

«La «moda del pet», innanzitutto, del cucciolo di razza regalato a Natale e poi abbandonato in estate non appena adulto - ha sottolineato Roberto Marchesini, direttore della Scuola Interazione Uomo Animale - Una moda, un business, dietro i quali si cela un’operazione di «cosmesi zoofila» che contribuisce ad ingrossare le fila dei randagi». Intanto, il 6 e 7 luglio le sezioni Enpa - più di 150 in tutta Italia - saranno impegnate nel primo evento nazionale anti-abbandoni (per maggiori informazioni è possibile visitare il sito www.enpa.it). 

San Paolo, la storia «segreta» del santuario: si inaugura il nuovo museo archeologico

Il Messaggero

di Laura Larcan


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Quando la basilica di San Paolo era una «città» fuori le Mura Aureliane. Quando vantava un monastero grandioso per l’estensione delle proprietà, paragonabile a Montecassino e Farfa. Quando offriva ai pellegrini un imponente sistema di accoglienza attraverso la «Porticus», il porticato con botteghe e case per i poveri lungo il percorso. È la storia «segreta» tra l’VIII e il IX secolo d.C. del santuario del santo martire che da domani sarà svelato al pubblico. Un racconto incastonato nell’alto-medioevo, che scivola tra un settore del grandioso monastero di Gregorio II, un «braccio» della portentosa Porticus, i resti della torre campanaria di Adriano I e le tante strutture di una vita quotidiana all’interno del borgo. Un patrimonio di prove archeologiche eccezionali che oggi scrivono un capitolo di San Paolo finora solo vagheggiato dagli studiosi.

Il grande santuario papale sulla via Ostiense inaugurerà domani il suo nuovo museo archeologico. Un’area di mille metri quadrati, scavata a sud della basilica, che ha riportato alla luce una serie di testimonianze inedite, valorizzate oggi in un percorso di visita coperto da una struttura moderna. Un progetto nato tra il 2007 e il 2009 quando partirono gli scavi diretti da Lucrezia Spera per il Pontificio Istituto di archeologia cristiana e Giorgio Filippi per i Musei Vaticani, in stretta sinergia con l’amministrazione della basilica papale di San Paolo guidata dal cardinale James Harvey. Sulla scorta dei restauri eseguiti dalla Scuola di specializzazione in beni architettonici de La Sapienza, si è arrivati al coronamento del museo sotto il coordinamento di Antonio Paolucci. Il tutto, grazie al sostegno economico dei Patrons of the Arts dei Musei Vaticani.

San Paolo, la storia «segreta» del santuario


 
 
VITA DEL SUBURBIO «Sono reperti unici - dichiara Lucrezia Spera - che consentono di scoprire una Roma alto-medievale che aspettava di essere indagata e su cui pesa ancora un’interpretazione negativa dei secoli bui. Inoltre, abbiamo uno spaccato di vita del suburbio». Il percorso parte da un settore del monastero di Gregorio II (715-731) quello adibito ai servizi di accoglienza per poveri e pellegrini, dotato di un pozzo: «Fu Gregorio che si preoccupò di sottrarre all’abbandono due monasteri preesistenti, ricostruendo un monastero grandioso che le fonti chiamano di San Paolo. Fu un’opera di rilancio del sito», racconta la Spera. Spicca, poi, una porzione della famosa «Porticus», con la sequenza delle colonne.

«L’allestimento - annuncia la Spera - proporrà al visitatore una ricostruzione del porticato secondo la descrizione che ne fa lo storico Procopio di Cesarea nel VI secolo, che lo definisce come un organismo ininterrotto lungo 14 stadi, cioè tre chilometri, dalle Mura Aureliane fino al tempio dell’apostolo». Fino al campanile di Adriano I (772-795), da cui si riescono a intuire le proporzioni della campana, del diametro di 45 centimetri. «Adriano è il grande costruttore della Roma d’età carolingia», avverte la Spera. Si vedono, poi, le vasche del cantiere per la miscelazione della malta, cuore della lavorazione dei materiali per costruire gli edifici del borgo. «San Paolo è una città sorta intorno alla tomba del martire - conclude la Spera - Alla fine del IX secolo si chiama Giovannipoli, la città di Giovanni VIII, il papa che tra l’872 e l’882 costruisce le mura fortificate a difesa dalle incursioni dei saraceni».


Mercoledì 26 Giugno 2013 - 12:51
Ultimo aggiornamento: 12:55

Il museo dell'auto di Torino va fortissimo

Corriere della sera

Per il «Times», è al 35° posto tra i più belli del mondo. E a due anni dalla riapertura, ha già avuto mezzo milione di visitatori

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TORINO - Ai tempi dell'Impero britannico i sudditi che viaggiavano in automobile avevano in valigia atlanti favolosi come il Trans African Highways o il Western India Road Atlas. Oggi debbono accontentarsi di un inserto domenicale del Times che consiglia i cinquanta musei più belli del mondo. Compendio un po' bizzarro, perché segnala ovvietà come il British Museum o gli Smithsonian's di Washington, ma dimentica la Galleria Borghese, gli Uffizi e il Louvre. Resta il fatto che al trentacinquesimo posto della hit-parade d'Oltremanica figura il Museo dell'Automobile di Torino, che tiene alto il prestigio nazionale insieme al Museo Egizio, sempre torinese, e alla Centrale Montemartini di Roma.

MEZZO MILIONE DI VISITATORI -È una bella notizia per il tempio italiano delle quattro ruote, reinventato due anni fa dal grande creativo Francois Confino (la Villette, Museo del Cinema), dall'architetto Cino Zucchi e dagli appassionati vertici dell'Istituzione. Un premio che peraltro non fa che sottolineare il favore che cinquecentomila visitatori hanno dimostrato in trenta mesi di apertura. Mezzo milione di biglietti non sono pochi, in Italia, dove numeri del genere sono limitati a quattro o cinque gallerie e gioielli assoluti come Villa Giulia o l'Archeologico di Napoli contano meno di centomila visite all'anno.

UN GIOIELLO DI FAMIGLIA - Ma il Museo dell'auto festeggia, in questi giorni, anche altri traguardi. Ottant'anni dalla fondazione voluta dal pioniere Carlo Biscaretti di Ruffia, a cui è stato dedicato fino all'anno scorso. Oggi, sulla carta intestata, si è aggiunto il nome dell'avvocato Gianni Agnelli e tutti, a cominciare dal presidente Benedetto Camerana, si augurano che insieme a Regione, Provincia e Comune, la Fiat sosterrà il futuro di quello che è anche un gioiello di famiglia. Tutti i musei, non solo quelli tecnologici, devono avere una dote, che permetta di investire costantemente nel loro aggiornamento e nella comunicazione. Lo hanno imparato bene all'estero e i risultati si vedono (il Louvre, solo per citare un esempio ben noto, ha da solo più visitatori di tutti i musei
italiani mesi insieme).


COLLABORAZIONI INTERNAZIONALI - A Torino si cercano buoni contatti proprio in giro per il mondo: Museo di Shanghai, Politecnico di Mosca, Ambasciata italiana di Canberra, Museo di Mulhouse, senza dimenticare i grandi collezionisti. Il presidente sta sviluppando un piano di eventi in Europa, America ed Oriente. L’obiettivo è creare i presupposti per collaborazioni, interscambi di materiali e cercare sponsor per progetti di design, mostre e conferenze. Eventi ed idee ben riuscite sono già state, dal 2011 ad oggi, la mostra per il centenario della Bertone, quella delle tele iperrealiste del pittore Enrico Ghinato, quella sulle «Auto dell'Avvocato» in occasione del decennale della scomparsa. E poi la collaborazione con il Politecnico di Torino, sul tema dell'auto ecologica, che vedrà tra l'altro l'installazione di una stazione di ricarica per mezzi elettrici, primo esempio in città, oltre all'apertura di una scuola di restauro dell'auto.

LA VISITA VIRTUALE - Per il pubblico Web, che deve essere invitato a visitare le spettacolari gallerie (due ore non bastano!) o che a distanza di oceani difficilmente potrà goderle dal vivo, il museo offre da qualche giorno una visita virtuale su Google Maps attraverso la funzione Street View. Il Museo non è visibile nella sua interezza, ma ne viene dato online un cospicuo assaggio. Il tour è strutturato su tre livelli direttamente raggiungibili con la funzione avanzata «multifloor», le immagini sono in alta definizione ed è possibile entrare addirittura negli abitacoli di tre vetture.

Giosuè Boetto Cohen
21 giugno 2013 (modifica il 26 giugno 2013)

Promessa del nuoto non può gareggiare «Niente sincro, è figlia di africani»

Corriere della sera

È nata in Italia dieci anni fa, si allena a Camposampiero, ma per la legge è considerata ancora una straniera e la Federazione di Nuoto le ha imposto lo stop alle gare


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PADOVA - È nata in Italia dieci anni fa da genitori nordafricani ma per la legge è considerata ancora una straniera e la Federazione di Nuoto le ha imposto lo stop alle gare. La grande delusione sportiva è toccata ad una ragazzina di Camposampiero che alla soglia del debutto agonistico nel team di nuoto sincronizzato è costretta dalla burocrazia a rimanere seduta sui blocchi.

La giovane, come spiega il Mattino, gareggia per la locale società «Il gabbiano». A nulla sono valsi sino a questo momento i tentativi di trovare una breccia nella normativa da parte del padre, integrato da 12 anni, nè dello stesso sindaco Mirko Patron. «È una strada lunga - ha spiegato il primo cittadino - come Comune non possiamo intervenire». Nonostante la buona volontà della società che aggrega ad ogni trasferta la giovane schierandola come riserva, senza però farla scendere in acqua, il padre sembrerebbe intenzionato a chiudere definitivamente la non ancora sviluppata carriera sportiva della piccola.

 (Ansa)
26 giugno 2013

Anche i tatuaggi temporanei possono essere rischiosi

Corriere della sera

Non sono poche le segnalazioni di effetti collaterali: possibili arrossamenti, vesciche e perfino cicatrici permanenti

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Un tatuaggio vero, indelebile, con gli aghi che entrano nella pelle per disegnare figure e parole. Molti desistono al solo pensiero, ma per tanti è difficile resistere alla moda dei segni sulla pelle da sfoggiare anche e soprattutto con l'arrivo della bella stagione. I tatuaggi temporanei parrebbero un compromesso accettabile: sembrano veri, ma spariscono senza lasciare traccia dopo un po' e non si sente alcun male a farli. Ma sono anche sicuri? Secondo un documento pubblicato dalla Food and Drug Administration statunitense, non troppo: anche con i tatuaggi a base di analoghi dell'henné si possono rischiare reazioni cutanee che vanno dagli arrossamenti alle vesciche, dalla perdita di pigmentazione della pelle a una maggiore sensibilità alla luce, fino a cicatrici permanenti.

RISCHI – «Il fatto che siano destinati a sparire non rende i tatuaggi temporanei automaticamente sicuri e tollerabili: in alcuni casi sono stati riferiti danni cutanei consistenti, che durano ben più del tatuaggio “a tempo”», ha spiegato Linda Katz, direttrice dell'Ufficio Cosmetici e Colori della FDA. Le reazioni sono svariate e nei fascicoli dell'ente americano ce ne sono per tutti i gusti: una ragazza con la pelle escoriata e danneggiata «come se si fosse ustionata», una diciassettenne che ha visto arrossarsi e riempirsi di vescicole la zona tatuata, perfino una bimba di cinque anni che aveva giocato a farsi fare un tattoo con l'henné nero sul braccio e dopo due settimane se l'è ritrovato rosso come un peperone. «Gli eventi avversi si possono manifestare subito, ma anche dopo due o tre settimane dal tatuaggio», spiega l'esperta.

HENNE' – Ma com'è possibile che un colore che viene steso sulla pelle con un pennello, e non infiltrato nella cute con gli aghi come accade nei “veri” tatuaggi, faccia tanto male? La risposta sta in ciò che è dentro al pigmento che viene applicato. «Per le decorazioni sulla pelle da tempo immemore le popolazioni dell'Africa e dell'Asia usano l'henné, il pigmento rossiccio derivato dall'essiccazione di una pianta comune in Medio Oriente: a questo colore alcuni possono essere allergici – spiegano gli esperti statunitensi –. I problemi seri però non derivano tanto da questo, bensì dal fatto che oggi per i tatuaggi temporanei si usa molto spesso l'henné nero, in cui al prodotto tradizionale vengono aggiunte altre sostanze per rendere il colore scuro, più simile agli inchiostri dei tattoo permanenti, e anche più durevole: sono questi composti che ne rendono l'uso potenzialmente pericoloso».

L'indiziato numero uno è la parafenilendiamina o PPD, un colorante scuro che viene impiegato in diverse tinture per capelli e che può provocare reazioni cutanee anche serie. «Chi esegue i tatuaggi temporanei dovrebbe dichiarare la composizione dei pigmenti che usa, ma non sempre è così e purtroppo è difficile sapere in anticipo chi potrà avere una risposta eccessiva all'henné nero», ammettono gli statunitensi. Che perciò richiamano alla prudenza: anche se si sceglie un tattoo destinato a sparire, meglio informarsi bene e scegliere un tatuatore che possa dare informazioni circa la composizione dei prodotti che utilizza.

Elena Meli
26 giugno 2013 | 10:56

Stop ai guard rail assassini I Cinque stelle al fianco dei motociclisti

Corriere della sera

Passa in Commissione Trasporti una risoluzione per modificare le barriere, causa di tanti morti in strada
La salute dei motociclisti sta a cuore al Movimento 5 Stelle. Che nella battaglia contro i guard rail assassini ha infine coalizzato tutti i partiti. La Commissione trasporti della Camera ha infatti approvato all’unanimità una risoluzione che impegna il Governo su un problema molto sentito da chi viaggi su due ruote.


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PROPOSTA DEI CINQUE STELLE-Si tratta delle barriere di metallo, i guard rail appunto, poste ai lati delle strade per evitare i salti di corsia. Concepite per contenere le automobili e i mezzi pesanti non tengono conto dei danni che possono provocare al corpo di un uomo che dovesse esser proiettato contro le loro lamiere taglienti. Le statistiche sono zeppe di episodi mortali e da tempo le associazioni dei motociclisti, come l'Ancma, portano avanti una battaglia per modificare la struttura dei guard rail. Il mese scorso Michele dell’Orco, deputato M5S, aveva presentato insieme ad altri sei colleghi di partito la risoluzione che sollecita l’impegno di Governo. «Bastano piccole azioni per fare la differenza tra la vita e la morte- ha dichiarato Dell’Orco -e per questo chiediamo al Governo di agire in fretta con l’installazione di nuove barriere, o con l’adeguamento di quelle già esistenti, nei tratti più a rischio».

ITALIA IN RITARDO-La richiesta ha trovato il consenso e l’appoggio delle altre forze politiche e adesso si aspetta la risposta dell’esecutivo. Uno degli ostacoli principali è l’impegno economico necessario per adeguare le attuali barriere, la quasi totalità delle quali è realizzata alla vecchia maniera. Quindi senza tenere conto del pericolo che rappresenta per chi va in moto. Il problema è noto anche al livello europeo dove la modifica normativa è però in ritardo. In Italia spesso sono le amministrazioni locali a farsi carico, sui tratti di loro competenza, della messa in sicurezza dei guard rail. Ma si tratta di una goccia nel mare. «I fondi possono essere trovati emanando i decreti attuativi della legge 120 del 29 luglio 20102« propone il primo firmatario che ha anche ricordato le impressionanti statistiche sulla mortalità dei motociclisti: il 30% degli incidenti letali riguarda infatti i centauri. Che sono una piccola parte degli utenti della strada. Spesso la più indifesa.

Paolo Lorenzi
26 giugno 2013 | 12:03

I pazzi delle «Cannonball» che sfrecciano a 200 all'ora

Corriere della sera

Lamborghini, Ferrari e Bentley da Londra viaggiano verso Sud sfidandosi su strade e autostrade per tutta l'estate

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Sulla strada di campagna tra Brest a Quimper, in Bretagna, giorni fa la Bentley viaggiava a 201 chilometri all'ora, la Lamborghini più prudente a 180. Tre Porsche le seguivano, i gendarmi non sono riusciti a misurare la velocità di queste ultime, ma hanno fermato anche quelle. Patente ritirata, 1.500 euro di multa, Bentley sequestrata, ma non la Lamborghini, che era a noleggio. Poi è toccato a una Ferrari, 180 all'ora su una stradina a Le Poët Laval, in Provenza.

Gli agenti francesi sono stati allertati dai colleghi britannici, che hanno notato un'inusuale frequenza di auto sportive agli imbarchi dei traghetti sulla Manica. Tranne che in Germania, dove i limiti di velocità esistono solo in alcuni tratti, nel resto d'Europa è pressoché impossibile guidare per giorni quelle auto senza violare la legge. I piloti sanno che l'importante è non farsi fermare dalle pattuglie dalla polizia: quanto alle multe prese con l'autovelox, è quasi impossibile che vengano notificate una volta rientrati in Inghilterra.

Da qualche settimana in Francia e nel resto d'Europa, come ogni estate, sono tornati i pazzi delle corse «Cannonball»: molto amate dai giovani miliardari britannici segnati a vita dagli inseguimenti sulle Alpi di James Bond.

La partenza è sempre Londra, la direzione sempre Sud: arrivate nel continente le decine di Aston Martin, Maserati, Bmw prendono poi strade diverse, perché gli eventi sono tanti. C'è la «Rico Rally», la «Modball» o la «Riviera Adventure», che nel fine settimana ripartirà da Roma verso Parigi. Le polizie sono mobilitate, perché anche se in teoria non si tratta di gare - così almeno assicurano tutti gli organizzatori - in pratica decine di partecipanti si danno battaglia, su autostrade e strade secondarie.
 
Ufficialmente «ogni automobile in grado di viaggiare» è ammessa, ma chi si iscrive non lo fa per fare scampagnate. La polizia francese ha a sua disposizione qualche Renault Mégane RS capace di sfiorare i 250 all'ora, «ma preferiamo evitare gli inseguimenti e non partecipare alla follia», dice Gérard Ercolano, responsabile della sicurezza stradale della Gendarmeria. Le forze dell'ordine usano motociclisti e elicotteri per contrastare un fenomeno destinato a durare, di solito, fino a settembre.

Cinque auto sono state fermate ieri in Svizzera, a Lodrino, pochi chilometri dopo essere sbucate dal tunnel del San Gottardo e dirette verso Milano, in seguito alla segnalazione di alcuni testimoni che avevano visto le vetture sorpassarsi a tutta velocità. La polizia le ha intercettate prima a 190 poi a 204 chilometri orari; al volante c'erano cinque giovani inglesi, tra i 26 e i 23 anni, tutti denunciati a piede libero per violazione del codice della strada. Due Bmw sportive sono state messe sotto sequestro: a bordo sono state trovate apparecchiature per intercettare i radar della polizia mentre le targhe erano state modificate per sfuggire ai controlli del traffico. Sulle fiancate delle auto la scritta «Modball rally»: partenza quattro giorni fa da St. James park, nel cuore di Londra. Quota d'iscrizione 1.190 sterline per alloggio in hotel e partecipazioni alle feste previste ogni sera. Non ci sono premi né graduatorie ufficiali. «Il vincitore è il primo che arriva a Praga e il primo che si ubriaca», dice uno dei partecipanti.

La prima corsa Cannonball partì da New York il 13 novembre 1971 e arrivò 4.608 chilometri e 35 ore dopo a Rodondo Beach, California: due giornalisti americani, Brock Yates e Jim Smith, avevano deciso di fare rivivere il mito del pilota Erwin «Cannonball» Baker, che quasi quarant'anni prima, nel 1933, aveva attraversato gli Stati Uniti da costa a costa in 53 ore, al volante di una Graham-Paige. La prima gara della nuova era venne vinta da un ex pilota di Formula Uno, Dan Gurney, al volante di una Ferrari Daytona, che dichiarò con modestia di non avere mai superato i 280 km/h, di essere stato fermato una sola volta dalla polizia, e lasciato libero di ripartire. Oggi gli agenti sono meno comprensivi.

Stefano Montefiori e Claudio Del Frate
26 giugno 2013 | 10:19

Anonymous svela i numeri di telefono di Ronaldo, Pelè e Dilma Rousseff

La Stampa

Iniziativa online dei cyber-attivisti brasiliani in prima linea nelle proteste contro il Mondiale di calcio

paolo manzo
san paolo

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Vuoi fare un pernacchio via cellulare a Ronaldo, l’ex campione di Barça, Real, Inter, Milan e Corinthians oggi testimonial FIFA dei Mondiali brasiliani oltre che voce della Globo, la tv che detiene i diritti della Seleçao? Da stamattina se vuoi imitare l’Eduardo De Filippo dell’Oro di Napoli lo puoi fare grazie all’ultima “missione” di Anonymous Brasile.

L’ormai celeberrima rete di hacker-attivisti che in Brasile sta organizzando gran parte delle manifestazioni di protesta ha infatti “messo a disposizione” sulla sua seguitissima pagina di Facebook – più di un milione i follower – tutti i numeri di telefonini e delle residenze dei principali “target” dei manifestanti. A cominciare proprio da Ronaldo che, tempo fa, se n’era uscito con la seguente frase, invero assai infelice visto lo stato della sanità pubblica del paese sudamericano: “per fare un Mondiale c’è bisogno di stadi, non di ospedali”. Pubblicati da Anonymous Brasile anche i numeri di “O Rey” Pelé, altro testimonial Fifa che nei giorni scorsi se n’era uscito con un’altra “perla” – “dimentichiamoci le proteste, andiamo allo stadio a tifare la Nazionale” - che ha fatto letteralmente infuriare molti indignati brasiliani 

Non solo il calcio però ma, naturalmente, anche la politica entra nel mirino degli hacker-attivisti che poco fa hanno divulgato i telefoni personali dei principali leader del Brasile, a cominciare dai numeri privati della presidente Dilma Rousseff, del suo predecessore Lula da Silva e del governatore di Rio de Janeiro, Sergio Cabral, di fronte alla cui casa un nutrito gruppo di emuli di “Occupy Wall Street” stanno stazionando da giorni con decine di tende. “Rimarremo qui sino a quando non ci riceverà”, hanno promesso ieri. Bene, adesso grazie all’hackeraggio di Anonimous Brasil se vorranno potranno chiamare il governatore persino sul suo cellulare per fissare l’incontro. O per fargli un pernacchio “live”, come suggeriscono alcuni Anonymous online.

Max Butler, l’hacker che ha fatto tremare l’Fbi

La Stampa

Un libro racconta la più grande rapina informatica del mondo. Il suo ideatore è, come Edward Snowden, un emulo di Newton:nvuole mostrare che cosa c’è dietro la “luce bianca” del potere

federico varese


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Chissà se gli analisti del governo americano avevano in mente l’esperimento di Newton quando battezzarono col nome Prisma il programma di intercettazione globale rivelato da Edward Snowden al Guardian in una serie di interviste condotte ad Hong Kong. Nel 1666 il grande fisico inglese stava cercando di risolvere una volta per tutte il mistero dell’origine del colore. Prese un pezzo di vetro ben levigato e lo espose a un raggio di luce.

Quasi per magia il raggio si trasformò in un arcobaleno. Non vi potrebbe essere metafora migliore del potere: ciò che appare limpido e lineare, «una luce bianca», nasconde una dimensione segreta e multiforme. In quell’arcobaleno per noi invisibile convivono aspirazioni e obiettivi diversi tra loro, la lotta al terrorismo e la caccia alle streghe, la collaborazione tra alleati e lo spionaggio industriale, il poliziotto e la spia, l’agente dell’Fbi e l’hacker, gli eserciti e i mercenari, la fiducia e il tradimento. Ogni tanto nella storia degli Stati arrivano individui che svelano la dimensione segreta e multiforme del potere statale. 

Una di queste persone è un ragazzone americano alto quasi due metri, anche lui come Snowden convinto sostenitore della trasparenza totale e del diritto di rimanere anonimi, Max «Vision» Butler. La vita di questo genio del computer con valori anarchici ed eversivi è narrata con dovizia di particolari nell’affascinante Kingpin. La storia della rapina digitale più incredibile del secolo, di Kevin Poulsen (Hoepli). Butler, che diventerà l’hacker più famoso della storia, muove i primi passi nel mondo del crimine informatico quando, ancora sui banchi di scuola, ruba i codici che permettono di fare telefonate a lunga distanza.

Dopo essere stato beccato a scaricare programmi illegalmente, accetta nel 1997 di diventare un informatore dell’Fbi. Viene però arrestato dopo tre anni per aver mantenuto una chiave di accesso segreta ai siti del governo che doveva proteggere. Proprio in carcere conosce un piccolo truffatore con cui comincia a collaborare una volta tornato in libertà. Max ruba i numeri della carte di credito in rete, mentre l’altro le clona per usarle nei grandi magazzini della Bay Area californiana.

Max Butler non è solo un ladro informatico. Come Newton, vuole svelare l’arcobaleno dove noi vediamo solo luce bianca. Ha capito che il problema cruciale per chi opera su internet è riuscire a comunicare in maniera sicura, senza essere spiati. All’inizio del nuovo secolo l’Fbi mette fuori uso i principali forum dove gli hacker si incontrano per scambiare informazioni e comprare merci rubate, generando il caos. Max «Vision» ha la soluzione: crea un forum a prova di infiltrazioni, dove poliziotti, spie, truffatori e persone indesiderabili vengono scoperti e espulsi. Individuare gli infiltrati è un problema non solo tecnico, ma anche psicologico.

Max riesce a riconoscere il loro stile, così se si ripresentano con un nuovo nome, vengono messi alla porta. In un atto di superbia senza precedenti, Max decide di distruggere tutti gli altri forum ancora operativi poiché non sono abbastanza sicuri. Da qui il titolo della biografia di Poulsen, Kingpin, che si può tradurre come Il Boss. L’unico sito che riesce a resistere alla furia distruttiva di Max si chiama DarkMarket. Non ci vuole molto a Max per scoprire che DarkMarket fa capo ad un server che ha lo stesso indirizzo fisico dell’agenzia contro i crimini informatici del governo americano. DarkMarket è gestito dall’Fbi. Max svela che il sito è una trappola, ma non viene creduto. Gli hacker pensano che l’invidia verso l’unico forum superstite spinga Butler ad infangare la reputazione degli amministratori di DarkMarket. 

Sia Max Butler che Edward Snowden hanno voluto emulare Newton e, con motivazioni diverse, hanno svelato al mondo i lati oscuri e multiformi del potere. Il governo americano ha lanciato un’indagine senza precedenti che ha permesso di arrestare Max Butler, il quale è ora dietro le sbarre di un carcere federale, condannato ad una pena esemplare. Edward Snowden sembra per ora essere sfuggito alla giustizia americana. Di certo è stato abile nel suo piano di fuga. Pochi hanno notato che l’ex analista della Nsa ha scelto, per il suo soggiorno ad Hong Kong, l’hotel Mira. L’albergo si trova nel quartiere di Kowloon, tra Nathan Road e Kimberley Road, una zona della città notoriamente sotto il controllo delle Triadi di Hong Kong. Per una curiosa coincidenza anch’io ho visitato questo quartiere a maggio, pochi giorni prima che Snowden arrivasse nella città asiatica.

Negli ultimi anni sono sorti hotel di lusso, come il Mira, e shopping center labirintici, come il Mirama, ma le Triadi continuano a gestire il pizzo, lo spaccio e la prostituzione. Proprio di fianco all’ingresso del Mira, sullo stesso lato della strada, una porta secondaria permette di entrare in un palazzo che ospita dieci piani di mini-appartamenti, tutti abitati 24 ore su 24 da lavoratrici del sesso. Ogni piano ha diverse telecamere che controllano chi vi mette piede. Sulle pareti vi sono poster di clienti «ricercati» dal servizio di sicurezza dell’organizzazione che gestisce il palazzo.

L’intera strada ha insegne illuminate che invitano il pubblico ad entrare nei locali un po’ sordidi del quartiere. Mentre il consolato americano e i principali hotel sono sull’isola di Hong Kong, Snowden ha scelto la parte Nord di Kowloon, un quartiere sulla terraferma in gran parte abitato da cittadini locali. Come è noto, le triadi di Hong Kong hanno rapporti amichevoli con il governo cinese. Evidentemente, Snowden sa che il potere è un arcobaleno con molte sfumature.