lunedì 1 luglio 2013

Trattativa Stato-mafia, parla Riina: «Sono "loro" ad avermi cercato i veri mafiosi sono politici e magistrati»

Il Mattino

«Andreotti era un galantuomo e io sono stato sempre della sua area. Ma mi ci vedete a baciarlo?»


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ROMA - Dal capomafia Totò Riina arriverebbero clamorose conferme sull'esistenza della trattativa Stato-mafia. Agli agenti penitenziari avrebbe detto che a farlo arrestare furono Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino. Le parole del boss, che non collabora con la giustizia, sono finite in una relazione degli agenti che oggi è stata depositata agli atti del processo sulla trattativa insieme agli interrogatori delle guardie carcerarie che hanno sentito le frasi di Riina. Dalle parole del boss verrebbe una conferma alle dichiarazioni del figlio di Ciancimino, Massimo, che ha raccontato ai pm che furono il padre e Provenzano a fare arrestare Riina ai carabinieri a gennaio del 1993. Il padrino avrebbe fatto riferimento poi alla circostanza che qualcuno sarebbe andato da lui: frase sibillina che potrebbe alludere al tentativo di dialogo avviato dal Ros con Riina attraverso Vito Ciancimino che avrebbe segnato l'avvio della trattativa.

Riina: «Andreotti? Un galantuomo».
«Appuntato, lei mi vede a baciare Andreotti? Le posso solo dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre»: così Riina, il 21 maggio scorso, avrebbe risposto a un agente della polizia penitenziaria che gli chiedeva se fosse vera la storia del bacio tra lui e Andreotti. A riferire il particolare ai magistrati di Palermo è stata la stessa guardia carceraria che ha depositato sul suo colloquio con Riina una relazione di servizio finita agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia.

Riina rivela il ruolo dei servizi nelle stragi
. Il ruolo dei servizi segreti nella strage di Capaci, nella scomparsa dell'agenda rossa del giudice Borsellino e nell'attento di via D'Amelio sono stati oggetto delle confidenze fatte in carcere da Riina a un agente della polizia penitenziaria che le ha poi riferite in una relazione di servizio consegnata alla procura di Palermo. Nella relazione la guardia, riportando le parole del boss, dice che Riina avrebbe sostenuto: «Brusca non aveva fatto tutto da solo e lì c'era la mano dei servizi segreti. La stessa cosa - prosegue l'agente, sempre riportando le parole del boss - vale anche per l'agenda del giudice Paolo Borsellino. Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e non si fanno dire a chi ha consegnato l'agenda? In via D'Amelio c'entrano i servizi che si trovano a Castello Utveggio e che, dopo cinque minuti dall'attentato, sono scomparsi, ma subito si sono andati a prendere la borsa».

«Mai visto il papello».
«Ha visto quante persone hanno chiamato a testimoniare al processo Stato-mafia? Vogliono chiamare circa 130 persone. Le pare giusto quello che stanno facendo? Mi vogliono condannare per forza, mi stanno mettendo sotto pressione a me e tutta la mia famiglia»: così il 21 maggio scorso Riina si sarebbe sfogato in carcere con un agente penitenziario. Lo ha riferito la guardia in una relazione di servizio depositata oggi agli atti del processo Stato-mafia. «Stanno facendo pure le perizie calligrafiche dei miei figli - avrebbe aggiunto il boss - Io di questo papello non so niente. Non l'ho mai visto. La vera mafia in Italia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra loro e scaricano ogni responsabilità sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine assumendosi tutte le responsabilità. Io sto bene, mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura».

 
lunedì 1 luglio 2013 - 15:51

Il kit del mutanda test, l'arma chimica smaschera corna

La Stampa

L' ossessione per l' infedeltà della partner porta molti uomini ad acquistare in rete il "Semen-spy"

gianluca nicoletti


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Care signore, se volete star tranquille mettete il lucchetto al cesto della biancheria sporca. Chi abbia un peso sulla coscienza, rispetto la fedeltà al proprio partner, è meglio ricorra alle lavanderie o all’ usa e getta. Esplode in rete una vasta reclamizzazione dei test  anti-infedeltà, ciò porta a concludere che siano più di quello che sia lecito immaginare gli uomini, distrutti dal sospetto, che si sono attrezzati per giocare al piccolo chimico con le mutande della presunta fedifraga. 

Il kit “Semen-spy” è sicuramente roba da Ris, si tratta di un rilevatore di fosfatasi acida, si tratta dell'enzima che segnalerebbe tracce, anche invisibili, di un avvenuto contatto con liquido seminale maschile. L’ ossessione da tradimento porterebbe i maschi, particolarmente ossessionati, a cercare la prova regina del contatto sessuale armandosi di provette e reagenti. Non è tanto un lecito sospetto a essere censurabile, ma la vera follia è seguire la procedura che impone questa particolare caccia all’ infedele. 

L’attrezzatura è facilmente acquistabile on line direttamente dagli Stati Uniti, ma per duecento euro anche attraverso molti dei siti italiani specializzati all’intercettazione domestica, pur vendendolo, questi specificano che il prodotto non reca la marchiatura CE, pertanto non può circolare nel mercato della Comunità europea, non può essere commercializzato, non può essere utilizzato. 

La scatoletta contiene provette, pipette contagocce e tamponcini. Le istruzioni assicurano che si fa tutto in meno di cinque minuti; si prende la mutanda sospetta, ma potrebbe essere anche un lenzuolo, la federa di un cuscino, un asciugamano, un materasso o quanto si possa, con la fervida fantasia del tradito, a tutti costi immaginare che la propria donna abbia potuto appoggiarsi, dopo essersi “contaminata” con l’ indelebile suggello della lussuria.

In un sito americano si assicura che la prova può essere valida anche tre anni dopo l’ avvenuto “fattaccio”; questo inquieta ancor di più, sia per la difficoltà di memoria retrospettiva nell’ eventuale necessità di giustificarsi, sia per la sospetta abitudine alla poca igiene che permetterebbe la persistenza triennale di eventuali macchie. 

In ogni caso dopo aver applicato la magica polverina, e passato il tamponcino laddove il malefico enzima maschile si sia soffermato, dovrebbe apparire un inequivocabile alone viola, prova del contatto spermatico. Il reagente comunque, a quanto assicurano, non macchia. Sembra possibile quindi che, dopo la sfuriata, possa esser messo tutto in lavatrice, e forse anche dimenticato. 

Il misterioso aereo russo scovato da Bing Maps

La Stampa

Una mappa mostra il Project 1.44 le cui informazioni sarebbero state rubate dai Red Star, hacker cinesi filo-governativi

antonino caffo


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Potrebbe essere il metodo migliore per scovare progetti segreti. Navigando per caso sulle Mappe di Bing ci si può imbattere in un’immagine di un fantomatico aereo da caccia conservato appena fuori Mosca nel campo d’aviazione di Zhukovsky in Russia. Si tratterebbe del MiG 1.44 , ovvero l’aereo, rimasto prototipo dal suo sviluppo nella fine degli anni novanta, prodotto dall’azienda russa Mikoyan Gurevich. Il Project 1.44 doveva essere la risposta super-veloce dell’allora Unione Sovietica all’F-22 Raptor degli Stati Uniti. Tuttavia il progetto non ha ricevuto i necessari finanziamenti a causa del crollo dell’Unione, rimanendo così un prototipo che ha preso il volo solo nel 2000 per poi essere abbandonato dai progettisti per alcuni difetti di fabbricazione.

Eppure, come si legge dalle testate specializzate, il MiG sarebbe l’avanguardia tecnologica dell’aviazione militare. Progettato per muoversi in modalità stealth grazie a rivestimenti speciali, l’aereo è dotato dei migliori strumenti per eludere le rilevazioni radar più utilizzate e, all’occorrenza, dileguarsi grazie ai comandi di volo digitali e ad un paio di ali motorizzate poste sulla parte anteriore, che lo rendono estremamente maneggevole. 

Nel 2011 i funzionari russi abbandonarono il Project 1.44 in favore di un design più moderno, il Sukhoi T-50 PAK FA che ha solcato i cieli per la prima volta nel dicembre 2012. Dopo ciò l’1.44 è presumibilmente scomparso in qualche deposito innevato per poi ricomparire, per caso, nella ricerca immagini di Google che ne rivela una presenza vicino Mosca. La successiva verifica arriva dalle mappe di Bing che lo trovano nei pressi di Zhukovsky. 

Ma la saga non finisce qui. Alla fine del 2010 la Cina ha presentato il suo caccia J-20, un jet che ha colpito gli esperti per assomigliare davvero molto, come versione aggiornata, al Project 1.44. Basta guardare la code dei due jet per vedere le somiglianze. Inoltre il J-20, come l’1.44, ha un grande oblò centrale con due motori e le ali motorizzate sul fronte. Ovvio ci siano anche delle differenze: il modello cinese è più snello e adatto alla modalità spia e i suoi motori sono disposti in modo diverso. Nonostante l’azienda MiG abbia negato di aver dato informazioni sul Project 1.44 ai cinesi, la Reuters nell’agosto del 2011 aveva sentito un alto ufficiale russo che affermò come “sembra che (i cinesi ndr) abbiano avuto accesso ai documenti che riguardano la Mikoyan”.

Secondo Business Insider , non sarebbe strano se dietro ci fossero gli hacker Red Star, noti per rubare documenti di interesse bellico internazionale. Non a caso i famosi Kaspersky Lab avevano affermato come il gruppo hacker fosse all’opera per sottrarre segreti industriali e diplomatici per conto del governo cinese con particolare attenzione ad obiettivi russi. Secondo i Labs il gruppo di hacker è composto da circa cinquanta persone ed è attivo almeno dal 2005, forse dal 2004 e ha invaso le reti di oltre 350 vittime “di alto profilo”: dagli attivisti tibetani alle agenzie governative, ambasciate, università, strutture di difesa e compagnie petrolifere in quaranta paesi in tutto il mondo grazie all’utilizzo del software di spionaggio NetTraveler.

Napoli, la cagnetta Fuffa salvata e adottata curata con massaggi e sedia a rotelle

Il Mattino

di Nello Fontanella


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Si chiama Fuffa, un incrocio di volpino di taglia piccola femmina. Investita un mese fa da un pirata della strada sulla provinciale che collega San Paolo Bel Sito con Palma Campania, con frattura del bacino, Fuffa è stata salvata dopo un giorno e una notte di abbandono sul ciglio della strada, dai volontari dell’associazione onlus animalista "Cuore d’oro”. Oggi Fuffa è sottoposta a cure intense con terapie in acqua e massaggi continui alle zampe posteriori e cammina grazie all’ausilio di una sedie a rotelle. E’ diventata la mascotte dei bimbi che l’hanno idealmente adottata, ma Fuffa sarà affidata solo quando sarà completamente guarita e potrà camminare da sola. “Insieme a lei ci sono diversi cuccioli già pronti per essere affidare - dice Carmela Maffucci dell’associazione Cuore d’oro – ma Fuffa l’affideremo quando sarà completamente guarita e camminerà da sola”.


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Aspetta una bimba, Marika umiliata e riempita di botte A processo il marito musulmano

Il Giorno

di Mario Consani



Non la voleva una figlia femmina. Così quando seppe che la moglie incinta aspettava proprio una bambina, quello fu un motivo in più per aggredirla, picchiarla, insultarla in tutti i modi possibili


Non la voleva una figlia femmina. Così quando seppe che la moglie incinta aspettava proprio una bambina, quello fu un motivo in più per aggredirla, picchiarla, insultarla in tutti i modi possibili. Più che un matrimonio, un inferno quello descritto da Marika (nome di fantasia), una ragazza italiana che nel 2001 sposò Hulmi S., oggi 39 anni, origini siriane.

Un anno d’amore e poi l’inizio delle umiliazioni, delle vessazioni, degli episodi di violenza verbale e fisica. Un rapporto che si è trascinato per anni in un crescendo di episodi violenti, di aggressioni di Hulmi su Marika, che ha sopportato in silenzio a lungo, attaccata alla sua bambina, finché non ne ha potuto più. Alla fine lei si è presentata ai carabinieri e nella denuncia ha raccontato per filo e per segno le umiliazioni subite da quell’uomo, musulmano osservante, che nei sei anni di matrimonio non ha perso un’occasione per farla sentire una nullità, inadeguata a tutto, incapace persino di fare un figlio maschio.

Il tempo è passato, ma alla fine il gup Andrea Salemme ha rinviato a giudizio Hulmi per i maltrattamenti pesanti nei confronti della moglie. L’accusa da cui l’uomo deve difendersi è articolata. Nel capo d’imputazione si contestano “reiterate vessazioni morali, psicologiche e fisiche” ai danni di Marika, consistite “nell’aggredirla, e picchiarla in diverse occasioni , colpendola con schiaffi al volto e pugni, tirandole addosso oggetti, afferrandola e strattonandola e ciò anche quando la parte lesa era in stato interessante”. Anzi, più frequenti si fecero le aggressioni, contesta la procura, “non appena appreso che il nascituro era di sesso femminile”.

Pur nel freddo linguaggio giuridico c’è la descrizione tecnica di un incubo durato per anni. La lenta agonia di un rapporto amoroso che altro non era in realtà, secondo l’accusa, se non non una relazione semplicemente fondata sulla prepotenza e sulla sopraffazione fisica e psicologica. Hulmi non è comparso finora davanti al tribunale che lo deve giudicare.

Marika invece ha ripercorso davanti ai giudici passo per passo il suo personalissimo inferno. «Sei una merda, non sai fare niente... non pulisci la casa... sei una poco di buono la offendeva quasi quotidianamente il marito prima di alzare le mani. Davanti al tribunale la ragazza ha raccontato uno per uno gli episodi e le offese subite. Ha ripetuto quelle frasi cattive che il marito le scagliava contro come fossero pietre: «Mi fai schifo... sei grassa...».

E il terrore non aveva tregua neppure quando Hulmi portava Marika in Siria dai suoi parenti, come quando l’afferrò per i capelli trascinandola e picchiandola con calci e pugni solo perché, si legge nel capo d’accusa, lei “era uscita in giardino a leggere un libro”. Lui del resto era fatto così, ha raccontato Marika davanti ai giudici, bastava niente per fargli scattare la reazione violenta. Ancora nel linguaggio tecnico dell’accusa: “limitandole aspirazioni e frequentazioni, privandola della necessaria affettività e considerazione all’interno della famiglia, instaurando un sistema di vita caratterizzato da violenza e prevaricazione morale, idoneo a ledere gravemente la dignità della persona offesa, cagionandole penose sofferenze, anche di ordine psicologico”.

Lui non si è ancora presentato davanti ai giudici che lo stanno processando, ma i suoi difensori hanno provato finora a minimizzare la condotta dell’uomo, negando le violenze, dove possibile, ponendo l’accento sul fatto che la ragazza non lavorando non era di alcun aiuto economico alla famiglia, e sostenendo che nel momento in cui aveva deciso di sposare un musulmano, Marika avrebbe dovuto mettere nel conto che certi suoi atteggiamenti avrebbero prodotto scontri e discussioni con il marito.

La patente a punti compie dieci anni

Corriere della sera

Gli incidenti sono calati ma non bisogna abbassare la guardia

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La patente a punti compie dieci anni: era il 1 luglio 2003 quando scattò la più grande rivoluzione nel sistema italiano delle licenze. È servita? I numeri dicono di sì, l'Asaps, associazione degli amici della Polizia Stradale, pure. Pur con qualche riserva. Fino allo scorso 31 dicembre i punti persi dai 37,6 milioni di italiani provvisti di patente sono stati più di 85, con una media di 2,275 punti sottratti per ogni patente.

LE DONNE MEGLIO DEGLI UOMINI-Cartellino rosso per i giovanissimi sotto i 20 anni che ne hanno persi in media 6,497 (ma per loro nei primi tre anni valgono doppio), seguono con 3,390 i ragazzi fino a 24 anni, si passa a 2,638 nella fascia da 30 a 34 anni. Record minimo di punti, 1,176 in media, pagati dagli ultrasettantenni. E le donne sono state più brave: col 43,67% di patenti hanno perso appena il 25,44% del totale dei punti. Gli uomini col 56,33% hanno lasciato il 74,56% del «tesoretto». Quali sono state le violazioni più diffuse? Al primo posto l’eccesso di velocità, seguito dal mancato dalle cinture di sicurezza non allacciate, l’attraversamento semaforo col rosso e l’uso del cellulare alla guida.

REGALO PER I PIU' DISCIPLINATI-Ma la domanda che tutti si fanno è: la patente a punti ha funzionato? Secondo l'Asaps, a giudicare dal calo degli incidenti e insieme alle norme anti-alcol più severe e all’incremento dei controlli con l’etilometro, sì: nel 2002 si contavano ancora 265.402 incidenti con 6.980 morti e 378.492 feriti, nel 2011 si è scesi al minimo storico di 205.638 incidenti (-22,5%), con 3.860 vittime (-44,7%) e 292.019 feriti (-22,8%). «Ma il problema non è superato: oggi si contano ancora sulle strade 11 morti e 800 feriti al giorno» avverte l'Asaps per il quale l'anello mancante del sistema è l'introduzione del reato di omicidio stradale. E per il decimo compleanno c'è un «regalo» per più disciplinati, quelli che non ha mai subito decurtazioni. Per loro il monte punti sale a 30, il massimo raggiungibile. Per conoscere il saldo basta chiamare il numero 848 782 782 del Ministero dei Trasporti.

Giulia Cimpanelli
1 luglio 2013 | 16:40

Prosecco contro Proshek, la Croazia nell'Ue scatena la guerra del vino

Il Mattino

di Marco Gasparin

Il Veneto vuole un cambio del nome, ma il 28esimo Stato dell'Unione replica: «Viene prodotto in Dalmazia da secoli»


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VENEZIA - «Siamo pronti ad agire in tutte le sedi opportune per tutelare il Prosecco e non abbiamo nessuna intenzione di perdere». Il Consorzio di tutela Prosecco Doc è pronto a dare battaglia alla Croazia, che da oggi diventerà il ventottesimo Paese dell’Unione europea. Con questo ingresso si profila una disputa tra i produttori di vino italiani e croati sulla commercializzazione e vendita del ben noto Prosecco e del meno famoso Proshek, vino dalmata tradizionale dal sapore dolce e morbido, da servire dopo il pasto, prodotto con il metodo dell’appassimento dell’uva bianca prima della vinificazione.

Due mondi diversi, al punto che chiunque saprebbe distinguerli per colore e sapore, ma due nomi troppo simili, che potrebbero trarre in inganno i consumatori. Il timore, al di qua del confine, è che i produttori di Proshek approfittino del momento magico del Prosecco, che nel primo trimestre del 2013 ha segnato un aumento del 29% sul fronte dell’export, trainando il comparto spumante.

I primi a muoversi sono stati gli eurodeputati leghisti Giancarlo Scottà e Lorenzo Fontana, che a maggio hanno chiesto alla Commissione europea un intervento urgente; nei giorni scorsi è tornata alla carica Mara Bizzotto, che ha presentato un’interrogazione urgente affinché la Croazia rinunci all’utilizzo del nome "Proshek". "Giocando sull’assonanza col nostro Prosecco - si legge nel testo - ciò rischia di ingannare i cittadini e di creare pesanti danni economici e d’immagine ai nostri produttori".

Con i 350 milioni di bottiglie vendute, il prosecco muove un giro di affari di circa un miliardo di euro e "l'Ue ha il dovere di tutelare adeguatamente i circa ottomila produttori dalle imitazioni prodotte all'estero", sostiene l'eurodeputata della Lega Nord.

Per tutta risposta l’Associazione dei viticoltori croati ha annunciato che intende intraprendere tutti i passi necessari per proteggere il vino dalmata a livello europeo con il suo nome d’origine. «Il Proshek si produce in Dalmazia da secoli - hanno sostenuto -. Recentemente ne è stata individuata una bottiglia risalente alla fine dell'800, e stiamo preparando la documentazione per prevenire che ci venga tolto il diritto di venderlo sotto il suo nome tradizionale», hanno spiegato.

«Siamo di fronte a prodotti completamente diversi, questo è fuori di dubbio - afferma il Consorzio (che dal 2009 riunisce 9 province tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, per un totale di 19.700 ettari di vigneto, 10.021 aziende viticole, 1.344 aziende vinificatrici, 307 aziende imbottigliatrici) - ma il nome è troppo simile e rischia di generare confusione nel consumatore. Il fatto che possa vantare una storia centenaria non ci preoccupa; sappiamo com’è andata a finire la storia del Tocai. Anzi, memori di quella partita persa siamo pronti a dare battaglia».

I produttori al momento ostentano tranquillità. «Il Prosecco è un prodotto che oggi cavalca un’onda molto positiva - afferma Domenico Scimone, direttore di Carpenè Malvolti - l’unico nel settore vino che sembra non conoscere crisi. È chiaro che ci sia chi ha tutta l’intenzione di cercare di cavalcare quest’onda. Come chi non potendo mettere la denominazione Champagne sull’etichetta della bottiglia ripiega scrive Champenoise, nome che richiama il metodo di produzione». A difendere il Prosecco ci sono le denominazioni: «Sia il disciplinare della Docg che della Doc sono talmente blindati che pensiamo non ci saranno rischi, almeno in Europa. Per il momento siamo tranquilli e possiamo brindare. Prosit».

 
lunedì 1 luglio 2013 - 11:07   Ultimo aggiornamento: 12:23

Facebook: da oggi pubblicità solo su pagine “degne”

La Stampa

Non appariranno inserzioni su pagine con immagini offensive, violenti o sessuali. Si parte con 10 mila selezionati

claudio leonardi


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Facebook, dopo le recenti pressioni di inserzionisti autorevoli , ha annunciato un importante rinnovamento del proprio sistema pubblicitario. Il problema sollevato riguardava la comparsa di alcuni messaggi promozionali all’interno di pagine offensive, un accostamento non gradito dai clienti. Da ora, quindi, ci saranno nuove restrizioni sui “luoghi” del social network in cui compaiono inserzioni. Il sito, infatti, sta progettando di eliminare qualsiasi pubblicità da molte delle sue pagine. 
una risposta alle minacce di aziende quali Marks and Spencer e BSkyB, pronte a sospendere gli investimenti dopo che i loro contenuto erano apparsi accanto a materiale offensivo.

In particolare, aveva suscitato polemiche l’annuncio Sky di un voucher di M & S, inserito in una pagina Facebook chiamata “bei ragazzi e gay” tappezzata, però, da fotografie di ragazzi adolescenti.
In un blogpost apparso venerdì scorso, Facebook ha ammesso: “Ci rendiamo conto che dobbiamo fare di più per prevenire situazioni in cui gli annunci siano visualizzati accanto a pagine e gruppi controversi Quindi stiamo prendendo provvedimenti». Da oggi la società di Mark Zuckerberg intende adottare un nuovo processo per determinare quali pagine o gruppi sia accoppino nel migliore dei modi alle pubblicità.

Aboliti gli annunci su pagine che mostrano contenuti violenti o sessuali, anche se contenuti non in violazione delle regole della società, secondo una fonte citata dal sito della Bbc, Facebook creerà un “gold standard” di circa 10.000 pagine che sono ritenute adatti alle inserzioni, e prevederà poi ispezionare le altre pagine per vedere se possono essere aggiunte alla lista. Tutte le inserzioni saranno rimossi dalle altre pagine.

La pronta reazione di Facebook, che comporterà un intenso lavoro dl suo staff, non deve stupire.
Le due aziende coinvolte avevano minacciato il ritiro di tutte le inserzioni, e per il social network non è il momento di ricadute negative sulla sua fondamentale risorsa di reddito. Da qualche tempo, infatti, si discute dell’efficacia delle inserzioni su Facebook , e anche gli utenti non sempre gradiscono intrusioni pubblicitarie non sempre appropriate. 

Il tema è essenziale. I servizi online fondano i loro incassi sulla pubblicità, unico prezzo che gli iscritti sembrano ormai disposti a pagare. Nel caso dei social network, il valore aggiunto consiste nelle tante informazioni su gusti e inclinazioni personali che quotidianamente forniamo loro. Anche quella una fonte di polemiche legate alla privacy. Ma è un altro capitolo.

Com'è difficile per i malati ottenere l'invalidità civile

Corriere della sera

Ostacoli, ritardi e carenze nonostante norme precise di tutela

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MILANO - Ritardi e percorsi tortuosi per ottenere il riconoscimento dell'invalidità civile, benefici previsti dalla legge ma a volte negati, visite di controllo per accertare patologie irreversibili che non possono migliorare e, nel frattempo, pensioni di invalidità e indennità di accompagnamento sospese. Sono aumentate nel 2012 le segnalazioni di malati, già provati dalle loro condizioni, che si sentono vessati da una burocrazia che complica ancor più la vita. Quasi quattromila cittadini hanno raccontato - agli operatori del PIT Salute (Progetto integrato di Tutela) di Cittadinanzattiva e Tribunale per i diritti del malato - questi disagi, raccolti nel primo "Rapporto nazionale sull'invalidità civile e la burocrazia" .

CAMPAGNA - Il Rapporto si colloca nell'ambito della Campagna nazionale d'informazione "Sono un V.I.P. - Very invalid People", cioè persona davvero invalida, avviata due anni fa dall'organizzazione civica insieme ad associazioni di pazienti. «Si tratta di segnalazioni di malati e non di statistiche, ma coincidono con i dati della Corte dei Conti che ogni anno svolge un'attività di controllo sulla gestione finanziaria del l'Inps, l'Istituto nazionale della previdenza sociale - sottolinea Tonino Aceti, responsabile del Coordinamento nazionale delle associazioni dei malati cronici di Cittadinanzattiva -. Eppure le nuove procedure introdotte a gennaio 2010 dovevano semplificare la vita ai cittadini, garantendo tempi più veloci e maggiore trasparenza». Ancora oggi i malati incontrano difficoltà nella presentazione della domanda per l’invalidità civile, che da gennaio 2010 va inoltrata per via telematica all'Inps, previa certificazione medica: le segnalazioni sono passate dal 30,1% del 2011 al 34,1% del 2012.

La municipalità dei record: ogni consigliere ha almeno due falsi invalidi tra i parenti più stretti (17/04/2013)

LUNGA ATTESA - «La procedura telematica avrebbe dovuto snellire l'iter, ma non è stato così secondo i cittadini che ci hanno contattato - riferisce Valeria Fava, consulente del Pit Salute -. Quasi tutti hanno dovuto rivolgersi a un patronato per farsi aiutare». Secondo il rapporto, inoltre, aumentano i tempi di attesa: in media 8 mesi (rispetto ai sei del 2011) solo per essere convocati alla prima visita, mentre secondo le norme dovrebbe avvenire per i pazienti oncologici entro 15 giorni dalla presentazione della domanda, per gli altri malati entro 3 mesi (la circolare Inps n. 131 del 2009 prevede addirittura entro 30 giorni). Dopo la visita, la ricezione del verbale avviene in media dopo 11 mesi e l'erogazione dei benefici dopo un anno.

«Tempi inaccettabili, se si pensa che il verbale permette a un malato cronico, in assenza di un'esenzione già riconosciuta, di non pagare ticket sanitari sempre più elevati, oppure di usufruire di permessi lavorativi per curarsi» sottolinea Fava. A risentire maggiormente dei disagi sono i pazienti più fragili: il 39% di chi si è rivolto a Cittadinanzattiva ha una malattia oncologica (segnalazioni in aumento di circa il 10% rispetto al 2011), sebbene il legislatore abbia previsto per loro un percorso semplificato e maggiori garanzie; seguono coloro che soffrono di una malattia cronica e neurologica degenerativa, che hanno patologie legate all'età (Alzheimer), i malati rari, chi ha problemi di salute mentale.

MALATTIE RARE - In particolare, le persone che soffrono di malattie rare segnalano l'assenza di medici specialisti nella loro patologia in sede di valutazione medico legale; inoltre, il mancato aggiornamento delle tabelle di invalidità causa spesso l'impossibilità di assegnare una percentuale di invalidità adeguata, per cui sono esclusi da benefici sociali, economici e fiscali. Un malato su quattro, secondo il rapporto, ritiene l'esito dell'accertamento sanitario non adeguato rispetto al proprio stato di salute. «Per esempio - riferisce Fava -, quando l'indennità di accompagnamento non è stata concessa, anche se il medico l'aveva richiesta». Infine, pur essendo diminuite le segnalazioni che riguardano la rivedibilità (6,4% nel 2012, 13,3% nel 2011), aumentano quelle di persone chiamate a visita pur essendo esonerati (legge n. 80/2006) perché soffrono di una malattia irreversibile che non può migliorare (42,5% nel 2011; 58,8% del 2012). E nel frattempo vengono sospesi assegno di invalidità e indennità di accompagnamento.

Maria Giovanna Faiella
1 luglio 2013

La crisi divide l’Italia: metà sta peggio, il resto se la cava

La Stampa

daniele marini *
padova


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Un lustro di crisi sta mettendo a dura prova le famiglie italiane. Non passa giorno in cui categorie economiche, sindacati, associazioni di consumatori non denuncino le difficoltà crescenti delle famiglie e un progressivo calo dei consumi. I centri di accoglienza della Caritas vedono aumentare il numero di famiglie italiane (e non più solo immigrati) che si recano nei loro uffici per ricevere un sostegno economico. Si fanno più frequenti le presenze di organizzazioni caritatevoli che, alle porte dei supermercati, raccolgono viveri per le famiglie bisognose. 

Come per il sistema produttivo, però, le difficoltà delle condizioni economiche non sorgono solo negli ultimi anni. Parallelamente (e conseguentemente) alla stagnazione della produttività, anche le spese delle famiglie per i consumi hanno volato basso. Nel periodo pre-crisi (2000-2007) sono cresciute complessivamente del 5,3%, mediamente lo 0,7% l’anno. Ma con l’avvio della crisi e fino al 2011 sono diminuite dell’1,3% (Istat). Secondo il ministero dell’Economia e delle Finanze, il 2012 si è chiuso con un pesantissimo -4,3% e l’anno in corso si assesterà sul -1,7%. Insomma, un bollettino assai negativo su cui hanno sicuramente pesato le misure urgenti per il rientro dal deficit imposte al nostro Paese dagli organismi europei e internazionali, la cui effettiva efficacia oggi è oggetto di ripensamento da quegli stessi attori. 

Rispetto agli altri Paesi europei che hanno dovuto realizzare operazioni di rientro, l’Italia finora ha generalmente saputo reggere meglio l’impatto delle diverse misure fiscali e dei tagli, in virtù soprattutto di un minor indebitamento delle famiglie e di una loro maggiore solidità patrimoniale. Tuttavia, le scelte di riforme strutturali non avviate negli anni addietro hanno fatto venire al pettine contemporaneamente tutti i nodi irrisolti. I segnali di una ripresa economica non s’intravedono e ciò alimenta un clima di incertezza e di sfiducia che induce le famiglie a contenere il più possibile le spese e i consumi. 

Anche solo questi dati spiegano la necessità e l’urgenza di avviare misure che sostengano una ripresa della domanda interna, poiché non possiamo vivere contando soltanto sulla capacità delle nostre imprese di essere presenti sui mercati esteri. Va ricordato, infatti, che se l’export offre performance positive, la grande maggioranza del sistema produttivo ha dimensioni assai contenute (9 su 10 imprese hanno meno di 10 dipendenti) e opera su un mercato interno, dove il concetto di interno ormai abbraccia anche l’Europa. E se la domanda interna non riparte velocemente, le difficoltà sono destinate ad aumentare.

Questo lungo periodo di mancata ripresa economica ha visto le famiglie impegnate in un’oculata gestione dei propri risparmi e dei consumi. Dunque, sono state rimodulate le strategie di spesa, ma per cercare di mantenere gli standard raggiunti si sono attinte le risorse accumulate negli anni precedenti. Tuttavia, se si continua ad erodere quanto accantonato senza avere la capacità di ripristinarlo in modo adeguato, i rischi di una deprivazione relativa aumentano notevolmente. L’indagine Last (Community Media Research per La Stampa, realizzata da Questlab) ha sondato la percezione degli italiani relativamente alle mutate condizioni economiche.

In generale, emerge un processo di polarizzazione fra chi è stato in grado di mantenere – se non migliorare – il proprio tenore di vita; e chi, per contro, ha visto progressivamente peggiorare la propria situazione. Nello stesso tempo, tale polarizzazione tende ad attraversare i gruppi sociali, disarticolandoli al loro interno. Così, per esempio, non tutti i pensionati o gli operai hanno conosciuto un peggioramento della loro situazione; e, viceversa, non tutti gli imprenditori o i dirigenti hanno avuto un miglioramento. E, peraltro, con misure non marginali. Negli ultimi 5 anni, il 31,4% ha mantenute sostanzialmente intatte le proprie condizioni economiche e il 10,7% le ha incrementate o nettamente migliorate.

Viceversa, ben il 43,3% ha conosciuto un peggioramento e il 14,6% addirittura un netto peggioramento. A questo proposito, è interessante analizzare le diverse articolazioni dei rispondenti, utili a meglio delineare le diverse condizioni. Nell’area di quanti dichiarano un miglioramento economico più o meno netto (10,7%), rispetto a prima della crisi, troviamo maggiormente rappresentata la componente maschile, quanti hanno fra i 55 e i 64 anni, residente nel Nord del Paese e in particolare nel Nord Ovest, chi ha in tasca una laurea. Vale la pena sottolineare come in quest’insieme di popolazione non siano rappresentati solo gli imprenditori – come sarebbe facile attendersi – ma troviamo anche una parte dei lavoratori manuali (operai specializzati), di pensionati e di casalinghe.

Figure, queste ultime, spesso tutte assimilate alle più indifese. Un riflesso di questa segmentazione delle condizioni la possiamo osservare analizzando quanti sono riusciti a preservare le proprie condizioni economiche (31,4%). Ancora una volta, gli uomini sono maggiormente presenti, oltre alle generazioni più giovani (fino a 34 anni), chi risiede nel Nord e soprattutto nel Nord Est e, ancora una volta, chi è laureato. In questa situazione si trovano in particolare i lavoratori appartenenti al ceto medio (dirigenti, tecnici, lavoro impiegatizio) e i pensionati. Quanti hanno una professionalità da spendere sul mercato e i pensionati che hanno potuto accumulare nel tempo risorse adeguate sembrano riuscire a preservare meglio di altri le proprie condizioni economiche.

La quota prevalente fra gli intervistati (43,3%) dichiara di aver peggiorato la propria situazione economica rispetto a 5 anni addietro. Si trovano in questa condizione prevalentemente la componente femminile, le generazioni più giovani (meno di 24 anni), chi abita nel Centro e soprattutto nel Mezzogiorno, chi ha solo l’obbligo scolastico o al più un diploma. I lavoratori manuali e le casalinghe sembrano le categorie più colpite da questa situazione.

Quanti invece vedono nettamente peggiorata la propria condizione (14,6%) costituiscono una quota minoritaria, ma sicuramente non marginale. In questo caso, e ancora una volta, incontriamo maggiormente rappresentata la componente femminile, i lavoratori 50enni (45-54) e gli over 65, chi risiede nel Centro-Sud, soprattutto i disoccupati, ma anche i pensionati e gli imprenditori, chi ha solo l’obbligo o un diploma. Come in precedenza, i profili sociali degli interpellati sono articolati e polarizzati al loro interno. Certo, essere donna, del Centro-Sud, soprattutto disoccupato, costituiscono gli ingredienti principali per conoscere un peggioramento della propria condizione economica. Ma non emerge invece un’immagine univoca e omogenea in relazione alla condizione socio-professionale.

Ma in che misura il reddito mensile della famiglia è sufficiente a sostenere le spese necessarie? Poco più della metà degli intervistati (56,1%) le ritiene sufficienti, mentre il 41,3% è di avviso contrario. In questo caso, emerge una condizione speculare. Nel primo gruppo, annoveriamo soprattutto la componente maschile, chi è in avvio di carriera lavorativa (fino a 34 anni) e chi verso l’ultimo periodo di attività (55-64 anni), chi abita nel Nord (e a Nord Ovest, in particolare), gli imprenditori e i dirigenti e chi è laureato. Quanti si vedono erodere una parte dei risparmi è composta in particolare dalla componente femminile, dai 35-44enni, da chi abita nel Mezzogiorno, dai disoccupati e dalle casalinghe, chi ha acquisito solo l’obbligo scolastico.

Incrociando la valutazione sulla situazione economica con quella sul reddito mensile è possibile costruire un indicatore di sintesi che fotografa la condizione economica della popolazione. Il gruppo più numeroso è costituito dalle «formiche» (47,6%) ovvero da quanti hanno mantenuto, o leggermente peggiorato, la propria condizione e pur tuttavia il reddito è ancora sufficiente a coprire le spese mensili. È una parte di ceto medio che vede ridursi il proprio potere d’acquisto. Si definiscono per un comportamento ispirato alla sobrietà, che fa i conti con le minori risorse disponibili e una selettività nei comportamenti d’acquisto. Qui si collocano maggiormente i più giovani (meno di 34 anni) e i più anziani (over 65), chi risiede a Nord, i dirigenti e i tecnici, nonché i pensionati e i laureati.

Più limitato, ma non marginale, è il secondo gruppo: i «benestanti» (10,0%), quanti hanno accresciuto la loro condizione economica negli ultimi 5 anni e il reddito mensile è più che sufficiente per le spese necessarie. A dispetto della crisi, hanno saputo migliorare la propria posizione economica.All’interno di questo gruppo incontriamo la componente maschile, i più adulti (55-64 anni), i residenti al Nord, chi ha una laurea, gli imprenditori, ma anche una quota di lavoratori manuali e di pensionati. Il terzo gruppo è degli «erosi» (7,4%) ovvero di quanti pur avendo una condizione economica analoga o migliore del passato, tuttavia il reddito non copre tutte le spese.

Sono i tentati dal consumismo, dal non rinunciare al proprio status raggiunto e pur di mantenerlo intaccano il capitale accumulato. In questo gruppo annoveriamo i più giovani (meno 24 anni), chi risiede nel Nord Est e nel Mezzogiorno, le casalinghe e gli studenti, chi ha solo l’obbligo scolastico. Infine, ma non per importanza, un gruppo nutrito fra la popolazione: i «deprivati» (35,0%). Sono famiglie che registrano un peggioramento della condizione economica e il reddito mensile è insufficiente. È interessata soprattutto la componente femminile, le fasce d’età centrali (35-54 anni), chi abita nel Centro e soprattutto nel Mezzogiorno, i disoccupati e le casalinghe. 

Dunque, la crisi non colpisce in modo indifferenziato. Alcune categorie di persone sono più avversate di altre dalle difficoltà, ma avviene in modo trasversale e disomogeneo. Tutto ciò rende più complesso trovare le misure adeguate, soprattutto se prese in emergenza. Per questi motivi servono riforme strutturali e di lungo periodo. E un ceto politico lungimirante.

* Università di Padova

Quella verità nascosta sulla morte di Moro: Cossiga sapeva già tutto

Paolo Guzzanti - Dom, 30/06/2013 - 08:03

L'agente che ispezionò per primo la Renault 4 in via Caetani dimostra che l'allora ministro mentì sui tempi dell'esecuzione

Oggi proviamo soltanto rabbia perché è troppo tardi: i due che sapevano tutto se ne sono andati in silenzio e per sempre: Cossiga e Andreotti. Il primo era anche un mio amico, ma sapevo che su Moro mentiva. Oggi ne abbiamo una prova. Lo avevo aggredito un paio di volte su questo tema, ma lui cambiava discorso.

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Andreotti era rimasto una sfinge. Sapeva di Moro, sapeva di Falcone. La vitiligine, diceva Cossiga: portava come prova del suo choc di fronte alla vista del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, il fatto che il suo corpo - viso e braccia in particolare - si fosse coperto di macchie biancastre. Ho sempre pensato che quella reazione sproporzionata dimostrasse che lui, Cossiga, fosse sopraffatto più che dal dolore per una morte ampiamente annunciata, dalla traumatica sorpresa: non se l'aspettava, aveva informazioni sbagliate.

Era sicuro (con Andreotti) di aver ottenuto la liberazione di Moro e invece si trovava di fronte il suo cadavere. Ma adesso ne impariamo una nuova e la impariamo da Vitantonio Raso che fu uno dei due antisabotatori che 35 anni fa, il 9 maggio del 1978, scoprirono il cadavere di Moro nella Renault rossa due ore prima di quanto la storia e i verbali abbiano tramandato. Lo racconta nel libro La bomba umana scritto con il giornalista Paolo Cucchiarelli dell'Ansa.

Ora sappiamo che Cossiga arrivò subito dopo il ritrovamento e che ben lungi dall'essere sconvolto, fu impassibile, freddo. Venne subito per constatare il ritrovamento del cadavere, salvo due ore dopo ripetere l'intera scena, in seguito alla telefonata ufficiale di Moretti. Ma quando la telefonata fu fatta, Moro era già stato ritrovato. E ancora sanguinava di ferite fresche. Dunque fu trovato pochi minuti dopo l'uccisione, o al massimo mezz'ora dopo.

Eccoci dunque di fronte a una messa in scena: le ore non sono quelle e neanche le reazioni e i sentimenti sono quelli. C'è un prima sconosciuto e un dopo che fu creato soltanto per l'opinione pubblica e la stampa. Una messinscena. C'è dunque una controstoria, una storia vera che si sovrappone a quella di facciata e che si aggiunge alle tante false storie e depistaggi che accompagnano la vicenda, la madre di tutti i traumi della Repubblica, dei ricatti, delle falsità che inquinano la politica. Cossiga dunque mentì.

Oggi abbiamo anche - oltre all'annunciata uscita del libro La bomba umana dell'agente Raso - la testimonianza a sostegno di questa novità, dell'ex ministro socialista Claudio Signorile, allora titolare dei Trasporti nel governo Craxi, il quale per puro caso era al Viminale per prendere un caffè con Cossiga - «e non un aperitivo» come ha voluto sottolineare per spostare indietro le lancette dell'orologio - il quale ricorda oggi che udì con Cossiga via radio il messaggio in cui si diceva che due agenti anti sabotatori stavano forzando una R4 sospetta in via Caetani, e poi che nel portabagagli della macchina era stato rinvenuto il cadavere «della nota personalità», vale a dire di Moro. Raso fornisce un'ulteriore informazione: le ferite mortali di Moro, ucciso con una mitraglietta Skorpion, sembravano recentissime. Raso se ne intendeva perché aveva visto le ferite mortali degli uomini della scorta di Moro in via Fani.

Due ore dopo l'eccidio, il sangue era già secco. Nel caso di Moro, il sangue ancora sgorgava. E Cossiga, piombato sul posto con alcuni collaboratori del ministro degli Interni si comportava, ricorda Raso, come se fosse già al corrente di tutto e non fosse affatto sorpreso. E il trauma? E la vitiligine? La vitiligine era vera, intendiamoci. E di sicuro quella malattia colpì la sua pelle quel giorno e non prima, né dopo, ma il trauma doveva esserci stato in un momento ancora precedente, quello del sopralluogo segreto. Ma quando Cossiga aveva saputo?

Moro fu eliminato proprio mentre era in corso a pochi metri dal luogo del ritrovamento una riunione convocata da Amintore Fanfani per accettare la richiesta dei sedicenti brigatisti rossi che chiedevano uno scambio: un «prigioniero di Stato» contro Moro. Era fatta. Così sembrava. Ma il regista vero dell'operazione Moro la pensava diversamente e prima che la Dc potesse annunciare la decisione di cedere alle richieste delle Br, fece condurre Moro probabilmente ancora vivo in via Caetani dove fu eliminato.

Queste rivelazioni riaprono, direi per fortuna, il caso Moro sul quale hanno indagato quattro processi e una Commissione parlamentare d'inchiesta, senza mai venire a capo della vera storia. Io presumo di aver capito un po' di più attraverso i lavori della Commissione Mitrokhin di cui sono stato presidente e di cui fu un animatore l'onorevole Enzo Fragalà, che poi fu assassinato. Si discuteva se le Br che rapirono e uccisero Moro fossero composte soltanto da pretesi rivoluzionari comunisti, o anche da altri elementi non italiani. La questione era se le Br fossero state «eterodirette».

Ebbene, la Commissione Mitrokhin fu in grado di provare che le Br contenevano al proprio interno certamente elementi che erano sotto il controllo del Kgb sovietico e della Stasi tedesca orientale. Questa certezza fu raggiunta attraverso una rogatoria internazionale che si svolse presso la Procura generale di Budapest nel dicembre del 2005, quando durante una riunione cui parteciparono membri della Commissione il procuratore ci mostrò una grande valigia piena di documenti in cui, disse, c'erano tutte le prove dei legami fra terrorismo rosso e Kgb.

In particolare fu fatto il nome del brigatista Antonio Savasta che per quanto ne so è scomparso dalla circolazione. Il giorno dopo a queste rivelazioni la Procura di Budapest ci comunicò con rammarico di non poterci consegnare la documentazione a causa dei trattati diplomatici che legano i Paesi dell'ex Patto di Varsavia con la Federazione Russa. Ma quel che accadde a Budapest non ce lo siamo sognato. Cossiga, dopo il ritrovamento del corpo di Moro, passò molto tempo andando in pellegrinaggio in tutte le carceri in cui si trovavano i brigatisti con cui ebbe lunghissimi colloqui.

Da quel momento Cossiga impedì di fatto che qualcuno si azzardasse a negare il carattere puramente italiano dei «compagni che sbagliano» e i brigatisti uscirono quasi tutti di galera. Così Moro fu assassinato due volte. Andreotti face parte della Commissione Mitrokhin e si comportò di fatto come un sabotatore di tutte le ipotesi che potessero ricondurre alle responsabilità sovietiche. La vera storia è ancora tutta da scrivere e la rivelazione di questo testimone riapre uno spazio sigillato per decenni. Perché Cossiga mentì? Perché già sapeva? Perché credeva di aver salvato Moro e invece fu beffato e addirittura si ammalò per il trauma?

Il Guardian: "C'erano cimici americane nell'ambasciata italiana" Usa: risposte con canali diplomatici

Quotidiano.net

Spiegel: "Spiate istituzioni e rappresentanze dell'Ue". Secondo il quotidiano nel mirino anche Francoforte, città sede della Bce. Germania: "Clima da Guerra fredda". Ue: "Datagate, a rischio negoziati libero scambio". Il Guardian elimina il pezzo che tirava in ballo l'Italia



Londra, 30 giugno 2013 - Crescono i malumori in Europa dopo le rivelazioni dello 'Spiegel' secondo cui il programma di sorveglianza della National Security Agency americana riguardava anche molti Paesi europei e persino istituzioni e rappresentanze dell’Ue. Nel documento top secret della Nsa, l’Europa verrebbe definita un “target”, un obiettivo. Tra le rivelazioni c’è anche quella che nel 2008 i responsabili della sicurezza Ue si accorsero che le comunicazioni dello Justus Lipsius, il palazzo del Consiglio Ue, venivano intercettate e che a controllarle era un’area schermata controllata dalla Nsa all’interno del quartier generale della Nato, vicino a Bruxelles.

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A tarda serata la precisazione: gli Stati Uniti risponderanno alle richieste di chiarimento dell’Ue sul programma di spionaggio della National Security Agency nei Paesi membri attraverso “canali diplomatici”.

FRANCOFORTE NEL MIRINO - Secondo quanto rivelato ancora dallo Spiegel, la Germania sarebbe stata spiata dai servizi Usa come nessun altro Paese nell’Unione europea, circa dieci volte di più della Francia. A passare sotto la lente d’ingrandimento dell’agenzia per la sicurezza Nsa non solo telefonate e mail, ma anche chat e sms. Sotto particolare osservazione era stata posta la città di Francoforte, sede della Bce, di Bundesbank e dei più grandi istituti di credito tedeschi.

BERLINO FURIOSA - La Germania, da parte sua, con il ministro della Giustizia Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ha affermato che Washington "deve fornire spiegazioni immediate e approfondite se le notizie di stampa su un uso del tutto sproporzionato delle intercettazioni nell’Ue siano attendibili o meno". "Supera ogni immaginazione", ha sottolineato l’esponente liberale, “pensare che i nostri amici degli Usa guardino agli europei nel modo in cui si guardava ai nemici durante la Guerra fredda". Secondo quanto riferito dallo Spiegel, la Nsa acquisisce in media ogni mese i dati di 500 milioni di comunicazioni soltanto in Germania, tra mail, contatti su Internet, sms e conversazioni telefoniche.

PARIGI - Anche la Francia ha chiesto agli Stati Uniti spiegazioni sulle informazioni filtrate sulla stampa di uno spionaggio sistematico ai danni dell’Europa e delle sue istituzioni da parte dell’agenzia americana Nsa. Lo rende noto il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius.

BRUXELLES - Dopo il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, che ha chiesto agli Usa "un chiarimento completo" e ha avvertito che il caso potrebbe avere “un impatto grave sui rapporti” bilaterali, la Commissione europea ha fatto sapere attraverso un portavoce che sta procedendo "alle necessarie indagini e verifiche". L’Unione europea ha chiesto immediate spiegazioni agli Stati Uniti sulle informazioni filtrate sulle stampa di uno spionaggio sistematico ai danni dell’Europa e delle sue istituzioni da parte dell’agenzia americana Nsa "Abbiamo preso immediatamente contatto con le autorità americane a Washington e Bruxelles, chiedendo loro spiegazioni sulle informazioni di stampa. Le autorità americane hanno detto che verificheranno l’esattezza delle informazioni pubblicate ieri e ci daranno conto", si legge nel comunicato della Commissione europea.

LA MINACCIA DELL'UE - "I partner non si spiano l’uno con l’altro". Lo afferma la vicepresidente della Commissione Ue e responsabile Giustizia Viviane Reding. "Non possiamo negoziare un grande mercato transatlantico se c’è anche il minimo dubbio che i nostri partner fanno attività di spionaggio negli uffici dei nostri negoziatori". "Le autorità Usa devono prontamente eliminare ogni dubbio", ha aggiunto Reding a Lussemburgo, che però all’inizio di giugno aveva già invitato gli Stati Uniti a dare chiarimenti sul sistema Prism, senza ricevere alcuna risposta. Tanto che il 19 giugno ha deciso di inviare, assieme alla collega Cecilia Malmstroem, responsabile per gli Affari interni, una lettera di sollecito ai ministri Usa responsabili per la Sicurezza nazionale e la Giustizia, Janet Napolitano e Eric Holder.

MOSCA PUNZECCHIA - Ovviamente Mosca non si è fatta sfuggire l’occasione per attaccare Washington: “E’ un altro colpo all’immagine democratica degli Stati Uniti”, ha commentato Alexei Pushkov, presidente della Commissione Esteri della Duma. Citando nuovi documenti a cui avrebbe avuto accesso la talpa dell’Nsagate, Edward Snowden, il settimanale tedesco ha scritto che gli 007 statunitensi spiavano mail e telefonate dei diplomatici dell’Ue a Washington e a New York, e a Bruxelles avrebbero anche intercettato i computer e i telefoni di esponenti europei, forse anche quelli dei leader.

DUBBI SU RACCONTO MADSEN - Sembra invece infondata l’altra rivelazione emersa nelle ultime ore, quella che accusava l’Italia e altri sei Paesi Ue di avere accordi segreti con Washington per fornire dati personali e sulle comunicazioni private alla Nsa. Il sito del Guardian ha ritirato l’articolo"in attesa dei risultati di un’indagine", come è stato spiegato. Secondo il sito di un concorrente del quotidiano inglese, il Telegraph, la fonte, Wayne Madsen, sarebbe risultata essere poco credibile e già in passato avrebbe fatto false rivelazioni come quella su una presunta omosessualità di Barack Obama.

Nell’articolo si riferiva che Madsen, presentato come un ex ufficiale della Marina che avrebbe lavorato per 12 anni nella Nsa, avrebbe affermato che Italia, Gran Bretagna, Francia, Danimarca, Olanda, Germania e Spagna di avere accesso insieme agli Usa al Tat-14, il sistema di telecomunicazioni transatlantico via cavo che consente loro di intercettare un’enorme quantita’ di dati, incluse telefonate, email e tutti gli accessi a internet degli utenti. In un’intervista al blog PrivacySurgeon.org ripresa dal quotidiano inglese, Madsen sosteneva che gli accordi di spionaggio risalissero addirittura agli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra, quindi a ben prima dell’era di Internet.

E GLI 007 ITALIANI NEGANO - E’ falso che l’Italia passi dati personali agli Usa così come scritto ieri dal Guardian: lo riferiscono fonti degli 007 italiani che parlano di collaborazione in funzione anti-terrorismo ma non certo per la consegna di dati personali. Una "falsità" veicolata da "un personaggio inaffidabile", tanto che il Guardian è stato costretto a rimuoverla dal suo sito, sottolineano le fonti dell’intelligence italiana. La collaborazione tra servizi italiani e quelli di altri Stati, rilevano le stesse fonti, naturalmente esiste ed è stata potenziata dopo l’11 settembre, ma "riguarda la difesa del nostro Paese da azioni terroristiche e dei nostri contingenti all’estero, non certo la raccolta e la condivisione di banche dati personali che peraltro e’ anche vietata dalla nostra legge".

LO SPIEGEL RILANCIA - C’era anche l’Italia tra i Paesi spiati dall’agenzia americana Nsa attraverso il programma Boundless Informant, anche se in misura molto minore rispetto alla Germania. Lo rivela il settimanale tedesco Der Spiegel grazie ai documenti fatti filtrare da Edward Snowden. Il giornale pubblica anche un grafico delle intercettazioni. Eco del Guardian: l'ultima clamorosa rivelazione è che c'erano "cimici nelle ambasciate di Paesi europei e alleati, compresa l’Italia, sia a Washington che a New York, erano state piazzate dagli Stati Uniti nell’ambito della gigantesca operazione di spionaggio"

ECUADOR CONVINTO: PUO' RIMANERE IN RUSSIA - Dopo l’iniziale entusiasmo il presidente ecuadoregno Rafael Correa ha di fatto scaricato nelle mani della Russia la talpa dell’Nsagate, Edward Snowden. Correa, cui ieri il vicepresindete Usa, Joe Biden, in una telefonata personale ha chiesto di non concedere asilo a Snowden, ha detto oggi che il destino di Snowden e’ nelle mani della Russia, visto che ormai da una settimana l’ex tecnico della Nsa e della Cia si trova nella zona transiti dell’aeroporto moscovita di Sheremetevo. Il tutto mentre Mosca ripete che non avendo superato il confine russo Snowden vive in una sorta di limbo nello scalo e quindi non e’ di loro competenza.





Pronto, Cremlino?E' la Casa Bianca. La bufala storica del telefono rosso

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La scoperta: la linea diretta non è mai esistita, era un’invenzione cinematografica. Lo rivela Smithsonian Museum



J.F. Kennedy al telefono nello studio ovale della Casa Bianca, nel riquadro Nikita Kruscev (da il Resto del carlino)
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Washington, 30 giugno 2013



MA ALLORA non ci lasciate nulla a cui credere? Il telefono rosso, la linea calda che avrebbe dovuto salvare il mondo dalla catastrofe nucleare, era un’invenzione cinematografica. Mai esistito, rivela lo Smithsonian Museum. Era proprio un telefono scarlatto, neanche tanto elegante, ricordava uno di quei giocattoli che si regalavano prima degli aggeggi elettronici, ai bambini che volevano giocare a fare i grandi. Anche i grandi giocavano come i bambini? In caso di crisi, il presidente nella Casa Bianca, e lo zar sovietico al Cremlino, alzavano la cornetta per dirsi: «Ma sei mica pazzo? Finiamola qui, richiama indietro i tuoi caccia». O i missili con la testata atomica. In quanti film abbiamo visto questa scenetta?

NEANCHE le superpotenze negli Anni Sessanta avevano la tecnologia sufficiente per creare una linea ultrariservata di 16mila chilometri, rivela il museo americano. In un momento di tensione meglio confidare sui documenti scritti, trasmessi con una normale telescrivente, che alle conversazioni di due leader, tradotte dagli interpreti. Si dimentica un ‘niet’, e la vecchia Europa viene polverizzata. Il sistema, messo a punto dalla Harris Corporation, comprendeva due telescriventi, un circuito a doppio filo che andava da Washington a Mosca, passando da Londra-Copenhagen-Stoccolma e Helsinki, e un secondo circuito per il radiotelegrafo via Tangeri. I messaggi venivano scritti rispettivamente in russo e in inglese e tradotti quando giungevano a destinazione.

Nell’ottobre del ’62, si rischiò la terza guerra mondiale per i missili che l’Urss voleva installare a Cuba. Kennedy mandò le sue corazzate a fermare le navi di Kruscev dirette ai Caraibi. Chi avrebbe ceduto per primo? I generali sono pericolosi, si concluse, la prossima volta ci parliamo di persona. Per spedire e tradurre un messaggio di tremila parole inviato da Nikita a John si erano perdute dodici ore. Un tempo pericolosamente lungo. E nacque la ‘hotline’, la linea calda per l’appunto. La hotline venne utilizzata per la prima volta nel 1967 durante la ‘Guerra dei sei giorni’, tra Lyndon Johnson e il Cremlino. Nel 1971, si rivela oggi, si passò a un collegamento satellitare sempre riservato a telescriventi, nel 1980 si giunse al fax; nel 2008 si realizza un collegamento a fibre ottiche per le email. Mai, però, un vero telefono. Chi ha in mano i destini del mondo dichiarerà guerra o salverà la pace parlando su facebook o con un twitter?

Peter Sellers nel ‘Dottor Stranamore’ di Stanley Kubrick, scatena il conflitto e cavalca il missile come un cowboy alla Bush. La hotline appare in ben due film di 007, in ‘Moonraker’ del 1979, e in ‘Solo per i tuoi occhi’, due anni dopo. James Bond è britannico e al telefono parla anche la sua capa Margareth Thatcher. C’è anche una pellicola con Ilona Staller, del 1985, ‘Hotline’, ma Cicciolina usa il telefono per altri giochi, sempre proibiti. Intanto i giornali mostrano il telefono rosso portatile: quando è in viaggio, il presidente Usa si porta dietro una valigetta con la hotline. Potrà chiamare l’Urss anche quando è in vacanza, o in visita da noi. Rassicurante. Oppure no?

IO NON CREDO ai complotti, alle teorie strampalate sull’undici settembre, e via dicendo, ma ora sarà più difficile convincere quelli sicuri che non siamo mai andati sulla Luna e che tutto fu messo in scena in uno studio a Hollywood. Alla semplice realtà non vuol credere nessuno. Il ‘muro’ vent’anni dopo, non cadde grazie a Gorbaciov o Reagan o papa Wojtyla. Ma per opera di un giovanotto, il diciottenne Matthias Rust, che il 28 maggio del 1987, atterrò indisturbato con il suo Cessna nella Piazza Rossa. I sistemi di difesa sovietici erano inefficienti, e lo scudo spaziale americano, che sarebbe costato migliaia di miliardi di dollari, non sarebbe servito, se non alle fabbriche belliche. E si iniziò a smantellare la cortina di ferro, o almeno a pensarci. Quale sceneggiatore cinematografico avrebbe mai pensato a un volo così incredibile? Si può inventare tutto, tranne la realtà, che è sempre troppo incredibile.

di Roberto Giardina

Yahoo! spegne Altavista, il motore che ispirò Google

La Stampa

Lanciato nel 1995, aveva anche più funzioni del suo illustre erede

valerio mariani

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Il restyling di Marissa Mayer non si ferma. L’ultimo annuncio in proposito riguarda il pensionamento di 12 prodotti di Yahoo! , alcuni a suo tempo azzardati, altri nostalgicamente obsoleti, altri ancora poco fortunati. 

Come detto le dismissioni sono 12, in ordine di sparizione si parte con Yahoo! Axis, un plug in per i programmi di navigazione, e Yahoo! Browser Plus, altra estensione per i browser, Citizen Sports, una sorta di widget per i contenuti sportivi, Yahoo! WebPlayer sparirà dai siti che hanno accettato di embeddarlo, FoxyTunes, altro servizio sportivo che farà posto a un prodotto integrale a tema e poi Yahoo! RSS Alerts, Yahoo! Neighbors Beta, Yahoo! Stars India che diventerà Yahoo! India OMG!, Yahoo! Downloads Beta, Yahoo! Local API e Yahoo! Term Extraction API. Contandoli bene ci si accorge che i prodotti, in verità, sono 11, il 12mo addio è il più straziante di tutti: Altavista. Il servizio che è stato uno dei primi motori di ricerca di pagine web, sicuramente il più popolare, verrà oscurato l’8 luglio del 2013. Chi bazzica su Internet da più di quindici anni come chi scrive se lo ricorda molto bene. 

Ideato dalla Digital Equipment Corporation in quelli che sono stati degli importantissimi laboratori di innovazione, venne messo a disposizione di tutti alla fine del 1995, anno in cui Brin & Page compivano 22 anni. In 12 mesi raggiunse 25 milioni di utenti mensili superando concorrenti come Excite e Lycos, grazie al particolare algoritmo che garantiva tempi di risposta mai visti prima (un tempo medio di ricerca di 0,7 secondi) e alle Cpu Apha a 64 bit su cui girava. Purtroppo, come tanti prodotti innovativi, e come tante cose uscite dai laboratori Digital, Altavista non fu mai oggetto di un interesse specifico e di un piano strategico sensato. Nel 1996 divenne il motore ufficiale di Yahoo!, poi di Google, nel 2002 si tentò un rilancio grazie a Babel Fish, un traduttore automatico di pagine web, nel 2003 Yahoo! acquistò Overture, che lo aveva rilevato, decretando, di fatto, la fine del marchio Altavista.

Certo, le ottime performance di Altavista dipendevano anche dal fatto che 1996 Internet era popolato solo da circa 100mila siti, oggi ce ne sono almeno mille volte di più. Ma il collegamento a Internet avveniva via dial up a 56k, quando riusciva. Altavista fu ideato da Paul Flaherty, morto di infarto nel 2006 ad appena 42 anni, insieme a Louis Monier, classe 1956 poi ingaggiato da Google per un breve periodo, e Michael Burrows, inglese che attualmente lavora proprio per Google. 

Il motore aveva due innovazioni notevoli per quei tempi: da una parte utilizzava un crawler (ciò che oggi Google chiama spider e che setaccia a intervalli di tempo le pagine web nel mondo) già proiettato verso il futuro e non tarato solo per le pagine che esistevano al tempo. In secondo luogo, i tre ricercatori potevano contare su un hardware Digital di tutto rispetto. Si pensi solo che nel 1998 Altavista girava su 20 macchine multiprocessore con motore Dec Alpha a 64 bit e che avevano a disposizione 130 Gb di Ram complessiva e 500 Gb di spazio su disco. L’infrastruttura riceveva 13 milioni di ricerche al giorno. Osservando la homepage, poi, ci si rende conto di quanto Brin & Page abbiano preso ispirazione dal minimalismo di Altavista per il design di Google. Il traffico di Altavista passò in due anni da 300mila hit al giorno a 80 milioni.

Ma gli spunti non si fermarono solo alla grafica, le idee base della progettazione di un motore di ricerca, infatti, sono molti i documenti in rete che dimostrano le notevoli affinità tra Altavista e Google, non solo in termini di funzionalità ma anche di algoritmo. Come per Google, per esempio, molte funzionalità di Altavista erano note solo agli smanettoni, una fra tutte la possibilità di fare una ricerca locale su un motore del 1995 – senza ovviamente la geolocalizzazione automatica. Fare una comparazione oggi, peraltro, sarebbe un tantino irriguardoso visto che il database e le risorse hardware di Google sono di gran lunga superiori ma rispettare un servizio che in fondo, dopo quasi vent’anni, si dimostra inossidabile è doveroso.

Ecco il video che scagiona i marò

Fausto Biloslavo - Lun, 01/07/2013 - 08:38

In un filmato il capitano del peschereccio locale dice che l'incidente avvenne alle 21. Ma i nostri spararono 5 ore prima

E se i marò non avessero mai sparato sul peschereccio St. Anthony, dove la morte di due pescatori indiani ha fatto esplodere una crisi senza precedenti fra Italia e India? Se fossero totalmente innocenti? Lo sostiene Toni Capuozzo in una ricostruzione degli eventi del fatidico 15 febbraio 2012 andata in onda sabato sera su Tgcom 24.

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La «prova» dell'innocenza di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone si basa sul video di una tv locale che riprende a caldo le parole di Freddy Bosco, capitano ed armatore del St. Anthony appena rientrato, con a bordo i cadavere dei due pescatori, in un porto indiano. «Attorno alle 21.30 (9 pm) ho sentito un forte rumore, mi sono svegliato e ho visto un membro del mio equipaggio con il sangue che gli usciva dal naso e dalle orecchie» dichiara davanti alle telecamere il proprietario del peschereccio che secondo gli indiani sarebbe stato colpito dai nostri fucilieri imbarcati sull'Enrica Lexie. Peccato che l'incidente con la nave italiana, per il quale i due marò saranno processati a Delhi, ha avuto luogo e si è concluso fra le 16 e le 16.30 ora indiana.

Una bella differenza, di cinque ore, con la testimonianza a caldo di Bosco che fissa alle 21.30 la morte dei pescatori. Non solo: la prima comunicazione scritta del centro di controllo marittimo indiano di Mumbai, che chiede alla nave italiana di invertire la rotta è delle 20.36, ora locale. Gli indiani parlano solo di «un incidente a fuoco di pirateria con un sospetto skiff (imbarcazione usata dai bucanieri, nda)». Il comandante, Umberto Vitelli, risponde 11 minuti dopo confermando che sta cambiando rotta per rientrare al porto di Kochi, come richiesto. Prima ancora gli indiani avevano comunicato con la Lexie via telefono satellitare chiedendo cosa fosse accaduto. Lo stesso comandante aveva diramato l'allarme del sospetto attacco pirata respinto dai marò e la comunicazione era stata notata da Mumbai.

Vitelli, prima di virare, aveva voluto la richiesta scritta via mail dagli indiani, giunta alle 20.36 locali. A bordo il computer con la posta elettronica, secondo la società armatrice, ha l'ora italiana (4 ore e mezzo indietro rispetto alla costa indiana). Nave Lexie ha gettato le ancore in porto a Kochi verso la mezzanotte locale del 15 febbraio. Nel frattempo il St. Anthony attracca nel porto di Neendakara e alle 23.15, Bosco dichiara per due volte, davanti alle telecamere, che hanno sparato da una nave contro il suo peschereccio alle 21.30. Ad un certo punto si vede anche un poliziotto alle sue spalle, che deve aver sentito la prima dichiarazione a caldo del capitano e armatore del St. Anthony.

 Nella ricostruzione di Tgcom24 si fa notare che nello stesso tratto di mare "alle 22.20 la nave greca Olympic Flair comunica all' Organizzazione Marittima Internazionale) di aver subito un attacco da due imbarcazioni di pirati, che desistono davanti all'allerta dell'equipaggio". A bordo, dopo varie smentite, i greci ammettono che c'erano dei contractor, delle guardie private, ma sostengono che fossero disarmati. Potrebbe anche trattarsi di una voluta ammissione. Se la dichiarazione a caldo di Bosco della sparatoria in mare alle 21.30 venisse confermata coinciderebbe con la denuncia dello sventato arrembaggio al mercantile greco resa nota meno di un'ora dopo.

L'unico dato certo è che i greci sono già lontani e non hanno alcuna intenzione di tornare indietro, mentre l'Enrica Lexie sta docilmente rientrando in porto con i marò convinti di non aver ucciso nessun pescatore perchè hanno sparato in acqua. La nave italiana diventa un capro espiatorio perfetto in tempi di campagna elettorale locale con il risultato che Latorre e Girone vengono incastrati. La ricostruzione di Toni Capuozzo andrà di nuovo in onda questa sera sul Tg5 delle 20, ma come sostiene lo stesso autore "è un'inchiesta che non tocca a noi. Quel che ci interessa è quel buco di cinque ore tra i due incidenti. La stessa distanza che passa tra la colpa e l'innocenza".

www.faustobiloslavo.eu

Io, dimenticata dopo la strage, mai riconosciuta come vittima»

Corriere della sera

Catia Cucchi vigilessa: solo oggi mi offrono aiuto psicologico


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Dodici anni impiegò Catia Cucchi per venire al mondo, così a lungo l'inseguirono i suoi che mai persero la speranza; lei, occhi chiarissimi e lentiggini in cima alla divisa da vigile, ci ride sopra e insieme assume l'aria d'un pulcino nel ricordarlo mentre sfoglia la vecchia agenda tascabile, va alla terza settimana di luglio, a pochi giorni dall'anniversario, e poggia l'indice sull'appuntamento in calendario: «Sostegno psicologico». L'aveva chiesto al rientro dal lavoro, dopo la malattia e dopo la bomba. Sostegno psicologico . Gliel'hanno concesso giusto nel ventennale.

IL RITORNO IN VIA PALESTRO - Se sia tardivo pentimento oppure scherzo dello Stato, sensibilità dell'attuale comandante dei vigili rispetto al disinteresse del passato, risveglio di una giunta dopo il sonno di altre, sincero slancio emozionale o cinica calcolata mossa, a Catia davvero poco interessa. E ancora meno interessano i probabili effetti collaterali che potrebbero salire dall'anonimato e tracimare nell'enfasi, e portare menzioni d'onore, fregi, applausi, l'Ambrogino d'oro. Tanto, comunque, nulla cambierà. Forse. «Non sono più la stessa persona. La vitalità, l'allegria, lo spirito che avevo... Sono ripartita da capo. Ero regredita. Non riuscivo a stare in mezzo alla gente. Avevo paura del buio. È dal 1993... Dal 1993... E adesso, adesso sono improvvisamente stanca, come se avessi dato ogni goccia d'energia e avessi compiuto ogni sforzo possibile immaginabile». Basta. Ha bisogno di prendere fiato. Aria nuova. Nuova luce. E infatti, per la prima volta, il prossimo 27, Catia tornerà in via Palestro e dall'indomani smetterà di evitare di passarci.

IL RICORDO - Il 27 luglio '93 era arrivata di pattuglia con Alessandro Ferrari, che stava alla guida. Secondo mese nella polizia municipale. Debutto in macchina, servizio a bordo anziché a piedi. Il collega di Alessandro era malato, serviva un sostituto. «Cucchi, tocca a te». Turno dalle 17.30 a mezzanotte e un quarto. Quasi agosto, città vuota. Il tardo pomeriggio si trascinò lento e pacifico. Accertamenti su alcuni motorini rubati, bassa velocità circumnavigando il centro, una sosta a Crocetta per un panino; venne sera, controlli in corso Buenos Aires, dritto lungo corso Venezia, a destra per via Palestro, una coppietta che agitava le braccia e richiamava l'attenzione: «Dissero che c'era una macchina che bruciava». Eccola. «I finestrini erano leggermente abbassati. Usciva del fumo. Ale avvisa in Centrale. Mi garantisce: "Manderanno subito i vigili del fuoco". Io: "Subito per davvero?". Trascorsero due minuti, tre, comparve il camion dei pompieri. Ale : "Hai visto? Ti devi fidare di me"».

L'ESPLOSIONE - Una curva fece da riparo. Catia, 47 anni, sposata, mamma della meravigliosa Ilaria, era casualmente dietro la curva che la salvò: le schegge d'acciaio dell'autobomba presero altre strade. Impegnata nel cacciare i curiosi, rimase in mezzo, spettatrice dell'attentato. Non una contusione, un graffio. Niente. «Ma era ovvio che io andai in frantumi. Mi sembravo uno specchio devastato, spezzettato in quarantacinquemila tessere. E da lì, da allora, ogni benedetto istante per ricomporre lo specchio... Rimodellare il carattere, gli atteggiamenti. Alcuni colleghi mi portarono al Comando di piazza Beccaria.

Nessuno pensò di mandarmi in ospedale. Ero illesa, certamente, eppure avevo lo stesso bisogno disperato di aiuto. Alle quattro di notte passò il mio fidanzato, richiamato d'urgenza, era cantante, aveva uno spettacolo. Per lui ero salita a Milano, io sono marchigiana... Andammo a casa, a Corsico. Alle cinque crollai a letto. Alle sette citofonarono due agenti della Digos. "Svelta, dobbiamo portarti in Questura per la testimonianza". In serata presi un volo e tornai dai miei, nelle Marche. Tre mesi di malattia. Ero allo sbando, in rotta. Serviva una pausa. La polizia locale non mi riconobbe la malattia... decurtarono la busta paga... Dopo sei anni, finalmente, per quei tre mesi di assenza fu riconosciuta la causa di servizio».

LA POLIZIA LOCALE - Non è tipo da piangersi addosso, Catia Cucchi. Né da approfittare di questo momento per parlar male di chi, e ce ne sono stati, non ha rispettato la sua tragedia e ha invece alimentato nei corridoi degli uffici male lingue, rancori, stupide maschiliste rivalse, a volte il godimento «nel vedermi qui, all'angolo, inerme». È stata la polizia locale e poteva essere qualsiasi altro posto di lavoro. La differenza, come sempre, la generano le persone. «A me piace ricordare due colleghe che mi hanno sempre seguito. Anna e Maria. Mi sono state al fianco e lo sono ancora. Non ho mai chiesto aumenti, non ho mai preteso promozioni. Sono tornata e negli anni sono andata dove mi hanno inviato. Nel Nucleo problemi del territorio che segue i rom... In Procura nel pool che si occupa di maltrattamenti di mogli e figli... Mi sono permessa di dire no soltanto quando, al rientro dalla maternità, mi dirottarono nella squadra anti-pedofilia...».

VIGILESSA - Viale Legioni Romane, presidio territoriale della polizia locale, secondo piano, ufficio di Catia Cucchi (orario di lavoro finito da un bel pezzo). Disegni di Ilaria sull'armadio, ordine sulla scrivania, condizionatore acceso, poster del mondo colorato che abita i mari dei Caraibi. Lei seduta, dritta sulla schiena, le mani giunte, un piede poggiato sull'altro, sguardo che vaga, perlustra, interroga. «Ad Ale arrivò la telefonata dalla Centrale. Chiedevano di verificare la targa. "Dove vai?" Gli urlai. "Tranquilla, saranno fiori bianchi". Candidi innocui fiori bianchi... Era convinto, eravamo tutti convinti in verità che non sarebbe successo più niente... Ale mi è sparito davanti. Sono stata investita da un vento caldo e dal silenzio».

Catia Cucchi immobile e abbandonata sull'orlo del cratere. «Che Ale fosse morto, che fossero morte altre quattro persone l'ho realizzato un anno dopo. Un anno dopo. Non capivo più niente. Mi sentivo pedinata dalla mafia. Vivevo di farmaci. Stress da panico... Pensare che da ragazzina avevo preso un diploma di assistente sociale e avrei voluto proseguire gli studi in Psicologia. L'università era a Roma, e a Roma i miei non mi mandarono. No, non volevo diventare vigilessa da bambina... A Milano ho vinto un concorso. In via Palestro ero vigile da due mesi appena.

I POMPIERI - Il perché di Milano ve l'ho detto: per amore. Non vi avevo detto che, subito dopo, lui mi lasciò». Sorriso ampio e forte, forse liberatorio. «Ma via, è storia passata. Erano vent'anni fa, giusto? Non ho più paura, non voglio più nascondermi. Ci sono due pompieri, due brave persone, Sergio e Alessandro, che amano la loro divisa e che per rispetto di vittime e sopravvissuti hanno raccolto documenti, articoli, fotografie, per proteggere la memoria e rispettare la ricerca della verità. Mi hanno cercata, incontrata, mi hanno intervistata, hanno voluto sapere. Il 27 luglio, in prima fila alle cerimonie ufficiali alle quali mi hanno invitata, io voglio loro due al mio fianco. Altrimenti non partecipo. O così o niente. Sono stata dimenticata per diciannove anniversari: uno in più per me non fa differenza».

Andrea Galli Gianni Santucci
30 giugno 2013 | 18:42







Le immagini dell'esplosione al Pac|Guarda


        
Il rogo e il crollo nelle foto della Scientifica|Guarda

I misteri irrisolti venti anni dopo I protagonisti e le vittime della strage

Le vittime: per non dimenticareI volti e le storie


Le tracce sul luogo della strage: un monumento involontario


di Gianni Santucci

Cane disidratato nell'atrio dell'ospedale: gara di solidarietà per salvarlo

Il Mattino

Un agente del posto fisso di polizia lo porta in ufficio, proprietari rintracciati col microchip: il cane è scappato per dieci chilometri



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PERUGIA - «Poverino, portategli dell'acqua. Sta male». «A me fa un po' paura». «Ma no, è buonissimo. Anzi, ora vado a prendergli qualcosa da mangiare». «Signor poliziotto, scusi, come possiamo fare a capire se si è perso e se qualcuno lo sta cercando?». Dieci e trenta di domenica mattina, atrio dell'ospedale Santa Maria della Misericordia. Uno splendido husky con un ochho blu e l'altro di un verde tendente al giallo scatena una commovente catena di solidarietà

Ad accorgersi per prima dell' animale - riferisce l'ufficio stampa dell'azienda ospedaliera - una signora di Firenze, in visita al marito ricoverato per un intervento chirurgico. «Poverino, si sta disidratando. Dobbiamo aiutarlo» e porge all'husky una bottiglia d'acqua. E' domenica, ma passa tanta gente. E nessuno riesce a voltare la faccia dell'altra parte, nessuno riesce a fare finta di niente. Così la catena della solidarietà inizia a manifestarsi. Anche in chi si avvicina con un po' di apprensione viste le dimensioni dell'animale. Qualcuno corre a prendere qualcosa da mangiare, qualcun altro torna con più acqua. Altri si fermano per accarezzarlo e tranquillizzarlo. Viene avvertito il posto fisso di polizia dell'ospedale, dove l' agente in servizio improvvisa con uno spago un guinzaglio e lo porta al fresco dell'ufficio per poi prendere subito contatto con il servizio della Usl 1.

Dieci minuti e l'accalappiacani, assieme a personale della polizia veterinaria, è in grado di individuare i proprietari grazie al chip sul collare del cane. Lo splendido husky ha percorso diversi chilometri scappando dalla casa dei proprietari a Castel del Piano, frazione a circa dieci chilometri dal Santa Maria della Misericordia. «Ancora tu - dice ironicamente l'accalappiacani rivolto all'animale - possibile che devo sempre venire a riprenderti in giro?». E proprio mentre l'husky viene caricato sul mezzo della cooperativa che gestisce il servizio del canile di Collestrada, la signora fiorentina ha parole al miele per la struttura e la gente di Perugia: «Desidero congratularmi per l' attenzione e la celerità del recupero dell' animale, ho visto una sensibilità che ha riscaldato il mio animo.A Perugia ho trovato una umanità speciale e non solo nella assistenza alle persone. Sono orgogliosa della scelta che mio marito e io abbiamo fatto».

 
domenica 30 giugno 2013 - 20:39   Ultimo aggiornamento: 20:40

Fabiana, la bimba più buona d’Italia che aiuta fratello e amica disabili

Il Mattino

di Nicoletta Romano

La 13enne napoletana è stata premiata per la sua sensibilità verso coetanei e familiari che necessitano di maggiore conforto


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NAPOLI - La bambina più buona d'Italia risiede a Casalnuovo. La 13enne Fabiana Caprioli, studentessa dell'istituto comprensivo Aldo Moro, è risultata la vincitrice del concorso nazionale dalla fondazione «L'alunno più buono del buono». Fabiana è stata premiata per la sua sensibilità verso coetanei e familiari che necessitano di maggiore conforto: la studentessa ha un fratello diversamente abile che vive sereno anche grazie alle sue attenzioni e a scuola ha come compagna di banco un'alunna portatrice di handicap.

«Fabiana, nonostante la situazione di dolore che vive in famiglia, riesce a diffondere serenità e trasmette gioia di vivere - si legge nella lettera di motivazioni che ha accompagnato la notizia della sua vittoria - è un'alunna modello, che primeggia per i risultati raggiunti a scuola e si impegna altruisticamente per aiutare gli altri». Soddisfatti gli alunni e i genitori della 13enne, che ha primeggiato nell'ambito del concorso che gode del patrocinio del Ministero dell'Istruzione.

«Siamo tutti orgogliosi di Fabiana - ha dichiarato il preside dell'istituto Moro, Michelangelo Riemma - lei è diventata per tutti un esempio da seguire. Questo soprattutto grazie all'educazione ricevuta dalla sua famiglia ma anche grazie all'impegno dei docenti della nostra scuola. È una studentessa modello - ha aggiunto il dirigente scolastico - sempre in prima linea quando si tratta di aiutare gli altri.

Per fortuna nella nostra scuola ci sono anche tanti altri studenti che seguono il suo esempio: i docenti danno il massimo per formare la classe dirigente di domani». Fabiana si è aggiudicata una borsa di studio che servirà per agevolarla negli studi. Non appena a settembre si riapriranno i cancelli della scuola sarà organizzata una manifestazione nell'ambito della quale interverranno anche i responsabili della fondazione che per il 38esimo anno di fila bandisce il concorso.

 
domenica 30 giugno 2013 - 11:17   Ultimo aggiornamento: 19:02

Mia carissima nemica, quante litigate sul Nulla

Antonino Zichichi - Dom, 30/06/2013 - 09:08

Atea dalla grande onestà intellettuale, a Dio preferì un atto di fede nel nichilismo. Credeva in una tecnologia interamente dedicata al progresso e al benessere dell'Uomo

Il più bel ricordo che ho di Margherita Hack è quando a Siena mi disse che preferiva il Nulla.Eravamo entrambi ospi­ti dell’Arcivescovo di Siena, mon­signor Gaetano Bonicelli, che aveva deciso di dar vita a una se­rie di incontri tra scienziati, uno credente e l’altro ateo.

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La Chiesa Universitaria era stracol­ma. Attacca lei e spiega i motivi per cui non poteva credere in Dio. Nel mio intervento spiego i motivi per cui io credevo (e cre­do) in Dio. Ed ecco come viene fuori il Nul­la. Il messaggio che viene dalla Scienza- dicevo e dico- è che esi­ste una Logica Rigorosa cui il mon­do deve obbedire, dall’univer­so subnucleare all’universo fat­to con stelle e galassie. La pro­fessoressa Hack lavora studian­do l’universo fatto con stelle e galassie. Io lavoro invece stu­diando l’universo subnuclea­re, le cui leggi e regolarità sono necessarie per capire che cos’è una stella. E infatti il mistero del Sole ha resistito fino a quando­a metà degli anni ’40 del secolo scorso - non è stato capito che cos’è una stella.

Se l’uomo avesse continuato a osservare sempre meglio le stelle, ancor oggi non saprem­mo che cos’è una stella. La luce che emette il nostro sole è un fe­nomeno che avviene sulla su­perficie di una stella. Perché non si spegne né esplode ce lo dicono le leggi dell’universo su­bnucleare. Il sole è infatti una candela a fusione nucleare. Non si spegne in quanto ha una valvola di sicurezza perfetta. Questa valvola è la cosiddetta carica debole (da non confon­dere con la carica elettrica) la cui prima misura di alta preci­sione è stata fatta al Cern dal mio gruppo. La candela nuclea­re non esplode in quanto essa si raffredda perfettamente emet­tendo neutrini.

Il sole brilla più di neutrini che di luce. Che do­vesseroesistere i neutrini non lo aveva capito nessuno fino a metà del secolo scorso. Adesso, grazie ai lavori fatti con la mac­china del Cern ( Lep), è fuori di­scussione che esistono tre tipi di neutrini. Il fisico che ha pro­posto l’esistenza del terzo tipo di neutrini facendo i primi espe­rimenti al Cern è colui che dice all’amica Hack:se l’universo su­bnucleare non fosse retto da una logica rigorosa io sarei di­soccupato. Non saprei cosa fa­re domani.

Né avrei mai potuto far niente nella mia carriera di fi­sico impegnato a decifrare la lo­gica scritta nel libro della natu­ra. Se c’è una logica deve esser­ci un Autore. Ecco perché io cre­do in Colui che ha fatto il Mon­do. L’ateismo nega l’esistenza dell’Autore. Negare l’esistenza di questa logica corrisponde a negare l’esistenza della Scien­za. L’ateismo non sa dimostra­re com’è possibile l’esistenza di una logica senza che ci sia Co­lu­i che di questa logica è l’Auto­re. Ecco perché io dico che l’ateismo non è atto di ragione ma di fede nel Nulla.

A questo punto Margherita chiede il microfono all’arcive­scovo e dice: «Sono d’accordo con ciò che ha detto il professo­re Zichichi. Io, Margherita Hack, preferisco l’atto di fede nel Nulla all’atto di ragione che mi porterebbe a credere in Dio».In molte occasioni ho cita­to come esemp­io di onestà intel­lettuale questa affermazione di Margherita Hack. Iddio solo sa quanto ci sia oggi bisogno di onestà intellettuale. La crisi di questi anni porta al­la mia memoria i tempi della Guerra Fredda.

Ci legava l’uto­pia di una Scienza senza segreti e senza frontiere. C’è un solo modo perché questa utopia possa diventare realtà: chiude­re i laboratori segreti. A metà de­gli anni Ottanta, avvenne a Gi­nevra un evento senza prece­denti, Margherita Hack mi tele­fonò dicendo che era felice per quanto aveva appreso. A Gine­vra, Reagan e Gorbachev si im­pegnavano a smantellare i labo­ratori segreti. I capi delle due su­perpotenze avevano tradotto in un’azione concreta quanto sostenuto nel Manifesto di Eri­ce. La Cultura dominante accu­sava noi scienziati di essere i ve­ri responsabili del pianeta im­bottito con bombe nucleari, no­nostante il Manifesto di Erice fosse stato firmato da diecimila scienziati di 115 nazioni.

Margherita Hack era con noi nel sostenere che le grandi con­qui­ste della Scienza e le conse­guenti invenzioni tecnologi­che posso­no dar vita a tecnolo­gie interamente dedicate al be­nessere e al progresso civile e sociale soltanto se si smantella­no i laboratori che lavorano a porte chiuse. Bisogna distin­guere nettamente la Scienza dalla Tecnica. Noi scienziati abbiamo la responsabilità del­le scoperte scientifiche. La re­sponsabilità di privilegiare le invenzioni tecnologiche peri­colose per la vita e il rispetto dei valori su cui si fonda una so­cietà libera, democratica e civi­le, è del potere politico ed eco­nomico. Affinché le scoperte scientifiche siano interamen­te dedicate al benessere e al progresso civile e sociale è ne­cessario che l’utopia della scienza senza segreti e senza frontiere diventi realtà.

Margherita Hack è un esem­pio di onestà intellettuale e di forte impegno per la più civile delle battaglie culturali: scien­za senza segreti e né frontiere.










Scienza, politica, etica Ecco l'universo di "Marga"

 

È morta a 91 anni la grande astrofisica fiorentina. Dedicò la vita alla ricerca. Ma non rinunciò mai alla battaglia delle idee

Matteo Sacchi - Dom, 30/06/2013 - 12:48


«Quando ci sono io non c'è la morte e quando ci sarà la morte non ci sarò io». Questo diceva, citando Epicuro, da quando era ricoverata in ospedale, in cura per i problemi cardiaci che l'assillavano da tanto e che negli ultimi tempi erano molto peggiorati.

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E in questo essere coraggiosa, toscanaccia e scanzonata a prescindere, c'era molto di Margherita Hack, la più famosa astrofisica italiana, che si è spenta ieri a Trieste. Una donna spigolosa, amante dello scontro verbale, «perché è così che nascono le idee», e ben poco disposta a farsi appiccicare un cartellino, una di quelle belle didascalie chiarificatrici che si trovano nei musei o negli osservatori astronomici.

Era nata nel 1922 a Firenze, da una famiglia in cui la religione contava. Il padre Roberto era contabile e protestante, la madre maestra, diplomata in Belle Arti e cattolica. Entrambi si erano avvicinati alla teosofia, filosofia-religione che tende a unire in un solo credo tutti i culti. Lei, invece, a 15 anni aveva già scelto con chiarezza l'ateismo. «Forse da bambina ho creduto nell'aldilà, ma è poi successo da sé che non ho più creduto: è importante il rispetto del prossimo, per amarlo “come te stesso” è sufficiente l'etica, non c'è bisogno di ricorrere a Dio!».

E c'è un'altra svolta risalente agli anni giovanili, ma non di rottura con la tradizione famigliare, bensì di adesione. Il padre aveva perso il lavoro per non aver voluto prendere la tessera del fascio. Non cambiò idea nemmeno quando la situazione economica della famiglia divenne disastrosa. Margherita invece rischiò, nel 1940 l'espulsione dal liceo - «i miei facevano enormi sacrifici per mandarmici» - litigando con i suoi compagni di classe fascisti.

È stato questo il “Big bang” della pasionaria rossa e atea che tutti conosciamo anche per scelte improbabili come la candidatura nella Lista Anticapitalista alle elezioni europee del 2004, o per essersi fatta eleggere alle regionali del 2005, in Lombardia, nella lista del Partito dei Comunisti Italiani e poi cedere il seggio al comico Bebo Storti. Ma attenzione, le catalogazioni facili, alla “supernova” Hack non si addicono. Il suo privato infatti è meno tranchant. In quegli stessi anni conosce per la prima volta quello che diventerà suo marito. Primo incontro ai giardinetti: lei ha 11 anni, lui 13.

Poi si perdono di vista e si ritrovarono all'università. Lui è Aldo De Rosa, cattolico, figlio di un commissario di polizia, poco scientista e amante della letteratura. Ovviamente per lo più passano il tempo a litigare. Ovviamente è amore. Per lui “Marga” (la chiamava così) fa quello che non farà mai più: entra (una mattina, di nascosto) in una chiesa e lo sposa. Sono rimasti sempre assieme. Cervelli gemelli, visto che la parola anima alla Hack... Ognuno dei due ha applicato quell'arte del cedere che si chiama amore. Certo, più lui che lei. Come sui figli: «Se glielo avessi chiesto non si sarebbe rifiutata, ma avevo capito che non le sarebbe piaciuto, anche fisicamente».

E poi c'è la scienza. Anche in quel campo è difficile classificarla. Alla fine dell'università cercano di rifilarle una tesi loffia e un po' ottocentesca sull'elettrostatica. Fugge verso l'astrofisica e si laurea (votazione 101/110). E il resto lei lo spiegava così: «Non sono stata un Einstein. Non ho fatto grandi scoperte. Ho portato, nel mio campo, un contributo al progresso della scienza. E l'ho fatta conoscere soprattutto ai giovani...». Soltanto divulgazione? No. Nel 1957 a Berkeley aveva fatto delle ipotesi per spiegare le caratteristiche di una stella unica nel suo genere, Epsilon Aurigae, ma per verificare queste ipotesi avrebbe dovuto osservarla all'ultravioletto, inaccessibile da Terra.

Aveva ragione, lo si saprà soltanto ne 1978. Tra le sue ipotesi più affascinanti, anche l'idea di un universo che si espande “a grappolo”. E si è battuta in difesa di idee scientificamente corrette e politicamente scorrette. Come raccontò proprio al Giornale: «Io credo che il nucleare sia necessario, perché c'è un problema crescente di energia... bisognerebbe scegliere zone non sismiche come la Sardegna». Certo il suo lato nuclearista («una scelta ecologica e sostenibile») non è mai piaciuto a molti suoi fan rosso-verdi.

Preferivano aggrapparsi al suo rigido vegetarianesimo, all'amore per gli animali (viveva con otto gatti e un cane), o al fatto che avesse fatto il garante scientifico del Cicap o la “madrina” intellettuale dell'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Perché era da lei usare la scienza come una clava. Senza mezze misure. Ma è triste che del suo rigore, a volte rabbioso, qualcuno abbia accolto unicamente la parte “comoda” (e forse più opinabile), quella del laicismo a oltranza. Come è sbagliato, ora che non può più difendersi, cercare di edulcorarne il personaggio. Il web è pieno di necrologie in stile: «Adesso sei una stella». Lei che non voleva credere «al paradiso in formato condominio» non vogliamo immaginare che cosa avrebbe risposto alla favola della stellina et similia. Meglio Epicuro.