venerdì 5 luglio 2013

Ladri di biciclette

La Stampa

massimo gramellini

Sabato scorso un ciclista parcheggia la sua bici da tremila euro sulla punta del molo di un porticciolo di Agrigento per andarsi a fare un giro in barca. Al ritorno dalla gita il ciclista scopre che la bicicletta è stata rubata e, senza troppe speranze, sporge denuncia all’autorità competente. Invece, nonostante siano sotto organico e oberate da ogni genere di reati, le forze dell’ordine trovano il tempo di visionare insieme con il derubato le immagini dell’impianto di videosorveglianza, smascherano il ladro in men che non si dica e recuperano la superaccessoriata refurtiva.

Sempre sabato scorso un ciclista parcheggia la sua bici da duecento euro intorno al palo che fronteggia un bar di Pavia per andarsi a fare un giro in centro. Al ritorno dalla passeggiata il ciclista scopre che la bicicletta è stata rubata e, senza troppe speranze, sporge denuncia all’autorità competente. Purtroppo, poiché sono sotto organico e oberate da ogni genere di reati, le forze dell’ordine non trovano il tempo di visionare le immagini dell’impianto di videosorveglianza, che dopo una settimana (domani) verranno inesorabilmente cancellate, rendendo impossibile lo smascheramento del ladro e il recupero della sottoaccessoriata refurtiva.

Dagli scarni indizi sopra esposti, vi sfido a scoprire quale dei due ciclisti derubati sia il signor Angelino Alfano, ministro degli Interni, e quale la signora Tina Bianco, lettrice de La Stampa.

Conosci davvero il napoletano? Mettiti alla prova con le domande di Pietro Treccagnoli

Il Mattino


Cattura
Conosci davvero il napoletano? Il Mattino ti sfida a provare quanto bene conosci il linguaggio della tua città. Una lingua che sembra spagnolo, a volte è arabo, ha preso dal francese. E nasce dal greco. Prova a rispondere.




1) Che cos’è il mastrillo?
a. Una persona che si dà arie da esperto
b. Un tipo di serratura
c. Una trappola per topi
d. Un insegnante alle prime armi

2) Quando si è cominciato a usare la parola «scugnizzo» per definire i ragazzini che vivono per strada? 
a. Ne parla già Boccaccio nel «Decamerone».
b. È un termine importato dagli spagnoli durante il Seicento.
c. Alla fine dell’Ottocento, come testimoniano gli articoli giornalistici e le poesie di Ferdinando Russo.
d. Nel secondo dopoguerra, con l’arrivo dei soldati americani.

3) Come si fa il plurale femminile in napoletano?
a. Aggiungendo una «e» alla fine della parola.
b. Non c’è differenza con il maschile, ci si affida al contesto.
c. Raddoppiando la lettera iniziale del maschile plurale.
d. Si capisce dall’articolo determinativo.

4) Che significa «caiòtola»?
a. Donna pettegola di basso livello.
b. Recipiente rotondo per liquidi.
c. Una parte commestibile delle interiora animali.
d. Una gabbia per piccoli volatili.

5) Che cosa significava originariamente il verbo «pariare»?
a. Divertirsi.
b. Perdere tempo.
c. Digerire.
d. Prendere in giro.

6) Qual è la forma corretta in cui si traduce l’espressione italiana «una casa»?
a.‘Na casa.
b.Una casa.
c.Na’ casa.
d.Na casa.

7) Come tradurreste l’espressione «pe’ tramente»?
a. Per paura.
b. Prendendo il tram
c. Intanto.
d.Commettendo un errore.

8) A via Duomo, ad angolo con Forcella, c’è la chiesa di San Giorgio Maggiore, detta anche San Giorgio dei Mannesi. Chi erano i Mannesi?
a. Una potente famiglia locale.
b. I falegnami e carpentieri che operavano particolarmente in quella zona.
c. Un ordine religioso dedito al culto della manna.
d. E’ il cognome di un vescovo che amava particolarmente quella chiesa.

9) Che cosa sono le cugnòle?  
a. Delle angurie dalla forma oblunga.
b. Vasetti per la marmellata di prugna.
c. Dei particolari schiaffi, molto violenti.
d. Delle collinette.

10) Che cosa significa «scampìa», il termine che ha dato il nome a un quartiere di Napoli?
a.Terreno incolto, non alberato.
b.Luogo da cui fuggire.
c.Luogo dove fare scampagnate.
d.Non significa niente

L’umorismo come esorcismo

La Stampa

yoani sanchez


Cattura
Ero appoggiata al finestrino e facevo attenzione. Il vetro mostrava una vistosa incrinatura e a ogni scossone sembrava che dovesse cadere a pezzi. Per alcuni minuti, lungo il viale percorso dal taxi collettivo, mi ero imposta un esercizio di aritmetica: contare per strada tutte le persone che sorridevano. Nel primo tratto, tra avenida Rancho Boyeros e il cinema Maravillas, non ho visto nessuno. Una signora mostrava i denti non per allegria ma per colpa del sole, che le disegnava una smorfia composta da occhi socchiusi e labbra aperte. Un adolescente in uniforme da liceale gridava all’indirizzo di un collega.

Non ho potuto sentire a causa del rumore del motore, ma le sue parole non contenevano alcuna battuta umoristica. All’altezza di Piazza Cuatro Caminos una coppietta ferma a un crocevia si baciava con passione, ma neppure in questo caso si notavano atteggiamenti giocosi. Tutt’altro. Era un bacio carnivoro, vorace, rapace. Un bebè in carrozzina sembrava sul punto di sorridere… ma era soltanto uno sbadiglio. Arrivati al Parque de la Fraternidad avevo potuto contare solo tre risate, incluso quella di un poliziotto che si burlava del giovane che aveva ammanettato e fatto salire sulla camionetta. 

Ho fatto questo esperimento in diverse occasioni, per verificare se siamo davvero quel popolo sorridente di cui parlano tanti stereotipi. Nella maggior parte dei casi, il numero di coloro che esprimono un certo grado di allegria non ha superato le cinque persone in un tragitto che varia tra i 4 e i 10 chilometri. Certo, questo non prova niente, ma è vero che nelle circostanze quotidiane le risate non sono così abbondanti come vogliono farci credere. In ogni caso restiamo un popolo dotato di molto senso dell’umorismo.

Ma l’ilarità è una scialuppa di salvataggio che ci riscatta dal naufragio della depressione più che una caratteristica del nostro carattere. Ridiamo per non piangere, per non picchiare, per non uccidere. Ridiamo per dimenticare, fuggire, tacere. Per questo, quando assistiamo a uno spettacolo comico capace di far vibrare tutte le corde dolorose del nostro umorismo, è come se si aprissero le valvole di scarico e tutta la calzada 10 de Octubre cominciasse a ridere, inclusi gli edifici, i lampioni e i semafori. 

Venerdì scorso è successo qualcosa di simile durante lo spettacolo “De doime son los cantantes” che l’attore Osvaldo Doimeadios ci ha regalato nella sala del Karl Marx. L’umorista ha reso omaggio al nostro miglior teatro vernacolare esibendosi in magistrali interpretazioni e monologhi. Le penurie economiche, la riforma migratoria, gli eccessivi controlli sul lavoro privato, gli episodi di scandalosa corruzione collegati al cavo di fibra ottica sono stati alcuni tra gli argomenti che hanno strappato il maggior numero di risate.

Ridiamo dei nostri problemi e delle nostre miserie, ridiamo di noi stessi. Finita la distrazione, il pubblico si è accalcato nei caldi corridoi per guadagnare l’uscita. Fuori, la calle Primera era affollata nonostante fosse notte. Ho preso un autobus per tornare a casa e mi sono affacciata al finestrino… nessuno sorrideva. L’umorismo era rimasto nelle poltrone e sul palcoscenico, eravamo tornati alla sobria realtà. 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Il vizio di fare il portavoce dei morti sicuri di non essere mai smentiti

Maurizio Caverzan - Ven, 05/07/2013 - 08:27

Da Travaglio a Mazzetti, da Ingroia alla Bindi, ecco chi fa carriera grazie ai defunti eccellenti

 

È una nuova professione, una figura politica e giornalistica inedita: il portavoce del morto. Colui che ne prosegue il pensiero. Poco importa se corrisponda a quello vero dei defunti.

Cattura
Loro non ci sono più, ahinoi. E dunque. Fortuna che qualcuno si è incaricato di farli parlare ancora. Magari a sproposito. Impossibili da smentire, i portavoce dei morti non abbisognano di nomine e documentazione. Basta un pizzico di millanteria, una certa voglia di carriera e si autocertificano ognuno secondo la propria indole. Il piagnucoloso, l'arrogante e il furbacchione. Si tratti di un grande intervistatore televisivo, della penna più fulminante del giornalismo italiano, dei magistrati uccisi dalla mafia: non importa, il morto è mio e lo rappresento, lo interpreto, lo divulgo... lo immortalo io.

Loris Mazzetti è il ventriloquo post-mortem di Enzo Biagi. Marco Travaglio l'esegeta abusivo di Indro Montanelli. Antonio Ingroia il presuntissimo continuatore di Giovanni Falcone e, in seconda battuta, di Paolo Borsellino. Sono gli esempi più illustri della nuova professione in voga. Poi ci sono le vedove inconsolabili di qualche maître à penser scomparso da decenni, da Pasolini a Antonioni, da Bobbio a Galante Garrone fino al Bachelet ripetutamente citato e rimpianto da Rosy Bindi. Ma qui la faccenda si stempera in una nostalgia inguaribile. Infine ecco figli, nipoti e discendenti vari, custodi dei diritti post-mortem di giornalisti e scrittori. Guai se citi una frase senza chiedere il permesso alle fondazioni... Qui, invece, la grana si fa pecuniaria.

Per tornare ai monopolisti del verbo del defunto, il caso di giornata è quello di Mazzetti, capostruttura di Raitre, che ha annunciato con prosa petulante la nuova iniziativa del Fatto quotidiano. Da giovedì prossimo, il giornale diretto da Padellaro pubblicherà settimanalmente un'intervista realizzata da Biagi per Raiuno. La notizia si è compendiata in una lacrimevole paginata nella quale Mazzetti ha ripercorso per l'ennesima volta la carriera del «nonno», com'era chiamato in redazione, guarda caso partendo dal famigerato editto bulgaro e, a ritroso, fino al passaggio dalla carta stampata a «quando disse di sì alla Rai di Ettore Bernabè». Che poi sarebbe Bernabei, storico direttore generale della tv pubblica dal 1960 al 1974.

La versione spocchiosa e rivendicativa del portavoce post-mortem è invece quella prestigiosamente rappresentata da Travaglio. Insieme con la sdoganatissima Isabella Ferrari, il vicedirettore del Fatto ha portato in giro per l'Italia uno spettacolo intitolato Anestesia totale incentrato sugli scritti montanelliani. Lei era l'attrice-lettrice, lui l'esegeta. Un successone. Altrove, Travaglio è prodigo di citazioni di dialoghi privati e non verificabili con l'ex direttore del Giornale: «Stai attento, Marco - mi disse una volta - questa volta durerà a lungo e io sono felice del fatto che non vedrò la sua fine.

Combatti la tua, la nostra battaglia, ma guardati le spalle, perché l'uomo sembra simpatico, e a piccole dosi lo è, ma con chi gli tocca la roba è vendicativo...». Chissà di chi parlavano. Come ha scritto Mario Cervi, «Travaglio evoca sovente, e ampiamente, colui che definisce il suo maestro... Ma l'utilizzarlo, con insistenza petulante, per avvalorare e alimentare furori d'oggi, mi sembra poco elegante».

L'interpretazione opportunistica del monopolista del morto è quella incarnata da Antonio Ingroia. Nel pieno dell'ultima campagna elettorale con Rivoluzione civile l'ormai ex pm replicò ai colleghi scettici sulla sua avventura politica paragonandosi a Giovanni Falcone. «Forse non è un caso», spiegò, «che quando iniziò la sua attività di collaborazione con la politica le critiche peggiori giunsero dalla magistratura. È un copione che si ripete».

Ne seguì una violenta polemica con Ilda Boccassini, per uscire dalla quale Ingroia convocò un altro mostro sacro dell'antimafia: «Mi basta sapere che cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei», sibilò l'ex pm palermitano. Intervennero la sorella di Falcone, Maria, e Salvatore Borsellino: «Contino entrambi fino a 30 prima di aprire bocca», disse rivolto a Ingroia e Boccassini, «e lascino il nome di mio fratello fuori da questa campagna elettorale».

E pace all'anima sua.

Gli F35 e il dilemma dei sindacati tra posti di lavoro e lotte pacifiste

Corriere della sera

Il reportage - A Cameri, in Piemonte. L'operaio della Fiom: no alla guerra, ma mettetevi nei miei panni

Cattura
CAMERI (Novara) - Dentro i 16 miliardi di tagli veri, presunti o in bilico agli F35 ci sono anche i 2.200 euro al mese dell'operaio Bruno Castellani, che lavora in Alenia da vent'anni, è iscritto alla Fiom, ogni anno fa la marcia della pace, ma tiene anche famiglia numerosa e monoreddito, il suo. «Certo che se ci mettessimo a costruire mongolfiere sarei più contento, chi non lo sarebbe. Ma non è possibile riconvertire la produzione, e insomma, si metta nei miei panni».

Almeno proviamoci. Martedì mattina, ai cancelli della base di Cameri, il giorno dopo l'ennesima crisi di nervi generale sulla sorte dei famosi caccia bombardieri «americani» acquistati, forse, dall'Italia. Oddio, cancelli. Piuttosto, una linga fila di inferriate, filo spinato e torrette a protezione dei dieci capannoni nati negli ultimi tre anni sui prati che costeggiano il sito del vecchio aeroporto militare un tempo intitolato a Natale e Silvio Palli, eroi della prima guerra mondiale. Rumore continuo di martelli pneumatici che picchiano per l'allargamento di un hangar, bulldozer che spianano terreno.

Il materiale per l'avvio della produzione continua ad arrivare ogni giorno e viene assemblato in tempo reale. Mentre la storia degli F35 ristagna, lo stabilimento che dovrà assemblarli sembra un formicaio. «Alla fine li faremo, qui ne siamo convinti» dice Bruno. «Quando il progetto venne approvato a Roma erano tutti d'accordo. E sapevano bene che di trattava di aerei da guerra, mica giocattoli. Noi abbiamo sempre fatto questo». Anche lui, come tutti gli altri, è in trasferta. Dalla sua casa di Torino a questa distesa di campi irrigati che lambisce il Ticino. Un'ora e mezza ad andare, altrettanto a tornare.

L'aeroporto di Cameri ha smesso da molto tempo di ospitare reparti di volo. Oggi è la fabbrica degli F35 americani, che proprio per questo hanno l'hanno voluta all'interno di una base militare, con tutta la segretezza che ne consegue, compresa per statuto l'assenza di una rappresentanza sindacale. Il sito è un gigantesco alveare ancora vuoto, in attesa di essere riempito dalla commessa che per molti sta diventando sinonimo di spreco, o di soldi spesi male. I nuovi assunti sono trenta. Gli altri settanta, operai e ingegneri dell'Alenia di Caselle sono in appoggio, pendolari o alloggiati all'interno della base, che dista una quindicina di chilometri dal paese. Un avamposto. Il grosso della forza lavoro arriverà solo quando tutto sarà chiaro, chissà quando.

Nella disfida dei numeri che fa da supporto alla contesa ideologica l'unica bussola è un monumentale schedario appoggiato su una scrivania all'ufficio delle attività produttive primo piano del municipio. L'impiegata lo solleva con una certa fatica per riporlo nell'armadio. Sono 2.300 richieste di assunzione alla base militare arrivate da tutto la regione, e oltre. «Non di nostra competenza» dice l'impiegata. «Noi possiamo solo smistarle».

Prima il Tav in Val Susa, poi gli F35 nel novarese. Il Piemonte sembra la palestra del confronto tra lavoro «buono» e lavoro «cattivo», con entrambi gli aggettivi sottoposti a rigorose virgolette. Bruno perde la pazienza. «Questa distinzione non la capisco. Specialmente di questi tempi». Emilio Lonati, ex metalmeccanico, segretario della Cisl del Piemonte orientale, rappresenta al meglio il dilemma dei sindacati territoriali sugli F35. Lui, che nella vita di tutti i giorni è anche perito all'Agusta, pensa tutto il male possibile della svolta produttiva che ha portato la nostra aeronautica verso l'America.

Ma ogni giorno bussano alla sua porta persone che chiedono «prospettive occupazionali», un modo per definire la disperazione in sindacalese. E quindi la consueta propaganda sui posti di lavoro che verranno lo fa infuriare, perché dai 12.000 del 2007 si è passati chissà come a una stima realistica che si aggira su 2.000 nuove assunzioni, contando l'indotto. «Certo, anche così rappresentano una possibilità unica e irripetibile. Sono posti preziosi e utili per un'area in crisi come il Piemonte orientale».

Vista dalla prospettiva di Cameri, la contesa sugli F35 è un vicolo cieco dove le sacrosante questioni di principio fanno a pugni con lo stato di necessità. Neppure i duri della Fiom ce la fanno a trovare un punto d'equilibrio. Come tutte le aziende della produzione militare, l'Alenia di Caselle ha un tasso di sindacalizzazione non elevato. Solo il 35 per cento dei tremila dipendenti possiede una tessera, e 1.200di queste sono dei metalmeccanici Cgil, che nel resto d'Italia fanno fuoco e fiamme contro l'acquisto degli F35.

Anche qui, ma con notevoli arrampicate sugli specchi, ammesse con molta sincerità. Antonio Fraggiacomo, tosto delegato Fiom dell'Alenia, considera la scelta degli F35 l'ennesima occasione perduta dell'industria aeronautica italiana, in questa occasione ridotta a manovalanza degli odiati yankee. Perfetto, e se poi non li fanno, quei caccia americani? Fraggiacomo allarga le braccia. «Senza commesse sicure rischiamo di chiudere». Bruno Castellani scuote la testa. «Poi lo racconti tu a mia moglie»? I vicoli ciechi hanno questo di brutto, che non se ne esce.

Marco Imarisio
5 luglio 2013 | 8:18

La Boldrini peggio della Cgil Sgarbo alla Fiat (e agli operai)

Pierluigi Bonora - Ven, 05/07/2013 - 08:31

La presidente della Camera rifiuta l'invito di Marchionne a visitare la fabbrica in Val di Sangro. Altro che super partes: fa pure la lezioncina comunista

La presidente della Camera, Laura Boldrini, sembra averci preso gusto a non mantenere, come richiede il ruolo che ricopre (è la terza carica dello Stato), una posizione di equidistanza rispetto ai problemi che assillano il Paese.

 CatturaEcco allora l'ex portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati ricevere una delegazione di metalmeccanici della Fiom, capeggiata dal leader Maurizio Landini (gli stessi che poco prima erano sfilati in corteo a Roma contro la Fiat), e respingere al mittente l'invito dell'ad del Lingotto, Sergio Marchionne, a presenziare alla cerimonia per la presentazione dei nuovi investimenti per la fabbrica in Val di Sangro, una delle più importanti del gruppo. Due pesi e due misure, dunque. Sì alla Fiom, no alla Fiat.

L'onorevole Boldrini, nella lettera di risposta a Marchionne, giustifica la sua assenza all'evento del prossimo 9 luglio ad Atessa, in provincia di Chieti, con «impegni istituzionali già in agenda». Ringraziano gli oltre 6mila lavoratori dello stabilimento, in joint venture con Psa Peugeot Citroën, che sforna la gamma di furgoni Fiat e dei due marchi francesi. La presidente Boldrini, in verità, aveva già risposto «no» all'invito ufficiale, a presenziare all'evento, che Marchionne le aveva fatto pervenire il 28 giugno scorso. A convincere il top manager a chiedere alla Boldrini di partecipare alla cerimonia era stato proprio l'incontro di quest'ultima con Landini e la delegazione Fiom.

«Ho avuto modo di leggere del suo interessamento ai problemi del lavoro in fabbrica - le parole di Marchionne - sia pure nell'ambito di un incontro con un sindacato che in Fiat ha una rappresentatività molto limitata e non è sottoscrittore di alcun contratto nazionale. Mi farebbe piacere che lei toccasse con mano la realtà industriale che la Fiat sta ricostruendo in Italia». Fin qui l'ad del gruppo industriale, impegnato nel rilancio della struttura produttiva italiana (quello di Sevel è il quarto impianto oggetto di nuovi investimenti dopo Pomigliano d'Arco, Grugliasco e Melfi; all'appello mancano ancora Mirafiori e Cassino).

Nella lettera di ieri, per tutta risposta, la Boldrini scrive, tra l'altro, che «per ogni fabbrica che chiude e per ogni impresa che trasferisce la produzione all'estero, centinaia di famiglie precipitano nel disagio sociale e il nostro sistema economico diventa più debole nella competizione internazionale». Tutto vero, peccato che queste parole vengano messe in relazione con un evento dedicato al rilancio di uno stabilimento (e quindi a prospettive di lavoro per i suoi dipendenti) e non al de profundis di un impianto.

L'Italia, nel «Marchionne pensiero» e alla luce della pesante crisi del mercato automobilistico in Europa («non vedo alcun segnale di ripresa e non mi pare che ci siano dati macro che permettano di parlare di inversione di tendenza», ha ribadito ieri il manager Alfredo Altavilla, alla presentazione della Fiat 500 Living) è destinata a trasformarsi in un hub produttivo per l'esportazione Oltreoceano e in altri mercati extra-europei.

La Boldrini, comunque, quasi per ripicca dopo che Marchionne aveva evidenziato la mano tesa della presidente nei confronti della Fiom, rincara la dose e in un passaggio della sua lettera va a toccare proprio uno dei temi cari a Landini. «Non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro - afferma - che potremo avviare la ripresa». Quindi, nelle ultime righe, il tentativo di ammorbidimento: «...tutto questo mi porta a guardare con particolare interesse alla condizione e al ruolo della Fiat, sia in Italia sia all'estero, e ascoltare le ragioni di quanti partecipano attivamente a una realtà così importante».

Comunque, oltre a non immaginare «che in Italia oggi ci fosse tanta povertà e tanto bisogno delle cose essenziali» (la dichiarazione choc della Boldrini a Civitanova Marche lo scorso aprile), la stessa presidente della Camera non s'è accorta che Fiat ha investito e sta investendo, in Italia, quasi 3 miliardi, e altri 800 milioni, presumibilmente, arriveranno la prossima settimana ad Atessa.

Epifani l'assenteista ci costa 25 euro al minuto

Libero

Il democratico ha presieduto la Commissione Attività produttive alla Camera solo due volte: 190 minuti di lavoro totale, 4.700 euro di indennità


Cattura
Guglielmo Epifani aveva un lavoro: segretario della Cgil. Poi l’ha lasciato. Il Pd gliene ha dato un altro: parlamentare. Siccome era in ottima posizione di lista, a febbraio ce l’ha fatta ad entrare a Montecitorio nonostante il risultato non proprio brillante del segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Una volta entrato alla Camera certo Epifani con il curriculum che aveva alle spalle non poteva certo fare la fine del peone, anche se a palazzo era neofita. C’era chi lo immaginava al governo, chi invece pronosticava una sua elezione alla guida della commissione Lavoro della Camera: sarebbe stato un tecnico della materia, in fondo. Invece alla fine della prima settimana di maggio è stato eletto dai suoi presidente della Commissione Attività produttive. (...)

Come ci spiega Fosca Bincher su Libero di venerdì 5 luglio, l'assenteista Guglielmo Epifani ci costa la bellezza di 25 euro al minuto. Il segretario del Partito democratico, infatti, ha presieduto la Commissione Attività produttive alla Camera soltanto due volte. Un totale di appena 190 minuti di lavoro, ma retribuiti molto profumatamente: ha ricevuto 4.700 euro di indennità.