sabato 6 luglio 2013

Siete garibaldini o filo-borbonici?

Il Mattino


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Oltre 80mila napoletani si sono appassionati al quiz de il Mattino che sfidava a valutare la conoscenza del napoletano. Ed è partito il dibattito su una lingua che ha una letteratura ma non una standardizzazione. Una lingua libera e piena di sfumature, storie, personaggi. Oggi la sfida culturale, lanciata da Gigi di Fiore, inviato de il Mattino ed esperto di storia del Mezzogiorno, è forse ancora più intrigante. Quanto sapete delle radici della vostra storia?



FERDINANDO III È MAI STATO RE DELLE DUE SICILIE? a) No, la dinastia ha avuto un Ferdinando II non un III
b) No, i Ferdinando re delle Due Sicilie sono stati due
c) Sì, Ferdinando III era il figlio di Carlo III di Borbone, che divenne, insieme, IV re di Napoli e III della Sicilia.
D) Sì, fu il penultimo re Ferdinando. Dopo di lui, ci fu anche un Ferdinando IV re delle Due Sicilie

2) FRANCESCO II DI BORBONE LASCIÒ NAPOLI IL 6 SETTEMBRE 1860 PER ANDARE IN ESILIO A ROMA?
a) Sì, il giorno dopo Garibaldi entrò a Napoli e le Due Sicilie furono annesse all'Italia
b) No, si trasferì a Roma il 21 ottobre dopo il voto del plebiscito che decise l'annessione
c) No, il re si trasferì a Roma solo la settimana successiva
d) No, andò a Roma solo il 14 febbraio 1861, dopo la capitolazione della fortezza di Gaeta

3) LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO TRA GARIBALDINI ED ESERCITO DELLE DUE SICILIE DURÒ POCHE ORE IL 30 SETTEMBRE 1860? a) Sì, i garibaldini ebbero subito ragione delle demoralizzate truppe napoletane
b) No, la battaglia fu combattuta il primo ottobre con la vittoria dell'esercito di Francesco II di Borbone
c) No, la battaglia cominciò il primo ottobre e finì il 2, con la vittoria dei garibaldini.
d) No, la battaglia cominciò il 30 settembre e, durissima, si concluse solo il 2 ottobre

4) LA NUNZIATELLA, ACCADEMIA MILITARE DELLE DUE SICILIE, RIMASE SEMPRE NELLA SUA SEDE DI MONTE DI DIO? a) Sì, i re Borbone erano troppo legati alla tradizione per pensare di trasferirla.
b) No, venne chiusa per diversi mesi dopo i moti del 1848
c) No, fu trasferita anche per un periodo a Salerno
d) No, Ferdinando II di Borbone volle trasferirla a Maddaloni dopo i moti del 1848.

5) FERDINANDO II DI BORBONE EBBE COME UNICA MOGLIE MARIA CRISTINA DI SAVOIA? a) No, Ferdinando II, rimasto vedovo, sposò in seconde nozze Maria Teresa d'Austria
b) Sì. Rimase vedovo con un solo figlio, futuro erede al trono
c) Sì, con lei si strinsero i legami tra regno sardo-piemontese e regno delle Due Sicilie. Dal loro matrimonio nacquero diversi figli
d) No, dopo Maria Cristina, Ferdinando si sposò altre due volte: con Maria Teresa d'Austria e Maria Sofia di Baviera

6) LA REGGIA DI PORTICI FU CHIUSA DA GIOACCHINO MURAT QUANDO REGNÒ MENTRE I BORBONE SI ERANO RIFUGIATI A PALERMO?
a) Sì, il cognato di Napoleone era troppo legato alla reggia di Napoli
b) Sì, Murat preferì sempre la reggia di Capodimonte e le piccole residenze preferì venderle
c) No, Murat chiuse a lungo la reggia di Capodimonte
d) No, Murat era assai legato a Portici

7) MATTEO NEGRI FU UN FAMOSO GENERALE PIEMONTESE VITTORIOSO SUL GARIGLIANO CONTRO L'ESERCITO DELLE DUE SICILIE? a) Sì, alla testa dei bersaglieri sbaragliò i napoletani nella conquista del ponte sul fiume Garigliano a fine ottobre 1960
b) No, Matteo Negri fu un eroico generale napoletano, morto in battaglia sul Garigliano.
c) Sì, fu il famoso massacratore di civili nel paese di Pontelandolfo il 14 agosto 1861
d) No, era un diplomatico torinese, giunto a Napoli

8) CAVOUR VISITÒ NAPOLI PER LA PRIMA VOLTA CON IL RE VITTORIO EMANUELE II NEL NOVEMBRE DEL 1860?
a) Sì, fu una giornata importante, anche se venne ricordata per le grandi piogge che guastarono i festeggiamenti.
b) No, Cavour non vide mai Napoli.
c) Sì, nei suoi carteggi Cavour ricordò sempre quel giorno, scrivendone spesso a Nigra
d) No, Cavour non volle mai vedere Napoli

9) I MOTI DEL CILENTO FURONO REPRESSI PER ORDINE DI FRANCESCO II, GIOVANE SPOSO DI MARIA SOFIA? a) No, fu il nonno, Francesco I, nel 1828, a decidere la dura repressione
b) Sì, fu una scelta dolorosa per l'ultimo re, da poco salito al trono
c) Sì, ma Francesco II fu spinto alla repressione su consiglio della moglie Maria Sofia.
d) No, la repressione in Cilento fu decisa dal padre di Francesco II. Ferdinando II

10) TUTTI I SOVRANI DELLE DUE SICILIE CON LE MOGLI SONO SEPOLTI NELLA CHIESA DI SANTA CHIARA?
a) Sì, dopo lunghe peripezie, anche le spoglie di Francesco Ii e della moglie Maria Sofia furono trasferite a Napoli nel 1984.
b) No, manca la regina Maria Carolina, moglie di Ferdinando I.
c) No, mancano le spoglie di Ferdinando II che furono bruciate, dopo la sua morte per una malattia che venne ritenuta contagiosa
d) No, mancano le spoglie di tutte le mogli dei re.


venerdì 5 luglio 2013 - 09:14   Ultimo aggiornamento: sabato 6 luglio 2013 10:39

Don Bonini mette le «guardie» in Duomo: minacciano i fedeli

Corriere della sera

La decisione dopo il blitz nell'accampamento degli zingari «Barbanera»


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MESTRE— Il giorno dopo il blitz alla tendopoli degli zingari «barbanera» per Comune e Chiesa la misura è coma. Lo sottolinea monsignor Fausto Bonini, parroco del Duomo di Mestre, dove i «barbanera» irrompono in chiesa con fare minaccioso. «Abbiamo organizzato un servizio di sorveglianza—spiega —. Il "fai da te" è sbagliato ma non avevamo scelta». Di domenica un parrocchiano romeno li convince ad andarsene durante le messe, due giorni fa, le prove del coro dei ragazzi sono state interrotte da un «barbanera » che minacciava di rapire i bambini. Una pensionata è stata strattonata dopo la recita del rosario e due domeniche fa un uomo si è sdraiato a dormine sull’uscio del duomo. «Ci intimano di dare loro soldi visto che li raccogliamo per i poveri, se non lo facciamo minacciano ritorsioni — continua Bonini -. Va trovato il modo di rimandarli a casa loro, in questa situazione si rischia di non aiutare chi ne ha veramente bisogno». Negli ultimi tre anni la rimozione di accampamenti e le multe dei vigili non sono state comunque un deterrente, al contrario la comunità è cresciuta.

Sgombero di una famiglia di zingari a Mestre




Alle 8 di venerdì mattina polizia e vigili si sono presentati in via Ca’ Marcello. Nel verde, nascosto dal parcheggio dell'Aci, un accampamento in piena regola: tende, materassi, fornelli e suppellettili di ogni tipo (c’erano persino un paio di sci) tra avanzi dei pasti consumati nei giorni precedenti e vestiti. Per rimuovere il campo ci sono volute quattro ore e non è bastato un camion di Veritas per liberare l’area dove vivevano una quindicina di persone. Gli agenti hanno trovato solo tre donne e due uomini, gli altri erano già usciti a chiedere l’elemosina. I cinque sono stati identificati, si tratta di cittadini romeni, che non hanno commesso reati e quindi sono stati lasciati andare.

«Torneremo in Romania », ha detto una donna nel lasciare l’accampamento. E’ improbabile però che queste famiglie se ne vadano, è più facile che invece si riuniscano al resto della comunità degli 80 «barbanera» veneziani. Chiedere l’elemosina non è un reato e non costituirebbe un problema, non fosse che i modi aggressivi e le minacce contro chi rifiuta loro l’euro stanno diventando difficili da gestire. L’assessore all'Ambiente Gianfranco Bettin ha chiesto che venga dato loro il foglio di via e si aprano indagini per associazione a delinquere. Il motivo? In corso del Popolo, Veritas deve ripulire spesso i loro bivacchi e a cinque autisti sono state rigate le auto perché avevano rifiutato di fare l’elemosina (mercoledì una comitiva è stata accerchiata all'hotel Delfino).

«L’area vicino all’Aci è stata sgomberata almeno 10 volte», dice il vicesindaco Sandro Simionato. Dal 2011, le operazioni di polizia sono state 65 e le multe quasi 500 per accattonaggio in zone vietate o facchinaggio abusivo. Due «barbanera» sono stati arresti per estorsione, uno per furto e altri 24 denunciati per reati minori. «Nonostante tutti i tentativi messi in campo, il problema rimane— dice Simionato —. Si tratta di cittadini europei e non ci sono leggi che facilitano l’intervento, in questa situazione c’è bisogno che lo Stato ci dia gli strumenti normativi per operare e che si studino azioni nei paesi d’origine». Nell’Europa dell'Est non ci sono filtri, ora che la Croazia è entrata nell’Ue Simionato teme che il numero dei rom possa aumentare.

G.B.
06 luglio 2013

Tutto iniziò con le microspie nelle auto dei monsignori Poi arrivammo ai sequestri»

Corriere della sera

L'indagato Marco Accetti e il gruppo di controspionaggio. «Un sacerdote mi disse: sei bravo con la cinepresa, ci aiuti?»


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ROMA - «Emanuela Orlandi è morta», ha detto giorni fa Giancarlo Capaldo, il procuratore aggiunto che da anni indaga, assieme al pm Simona Maisto, sulla Vatican connection . Ma le circostanze - luogo del delitto, indizi, prove sulla fine della quindicenne sparita nel 1983, un mese dopo la sua coetanea Mirella Gregori - non le ha spiegate. Poi si è lasciato sfuggire una frase. Sibillina: «Il caso della sua scomparsa però potrebbe risolversi...»

Come? Capito bene? Soluzione vicina? A 30 anni da quel maledetto imperscrutabile evento entrato nella memoria di un intero Paese - la ragazza con la fascetta, figlia del messo pontificio, evaporata dopo la lezione di musica; le urla visionarie di Agca; Wojtyla dolente che invoca Emanuela all'Angelus; la ridda folle di comunicati con la K - la Procura è dunque a un passo da dove mai, mai erano giunte generazioni di investigatori? Inutile chiedere a un magistrato rigoroso come Capaldo. «Capirà, il segreto istruttorio...»

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Tuttavia, messo agli atti l'undicesimo interrogatorio in tre mesi di Marco Fassoni Accetti, il fotografo che si è autoaccusato del duplice rapimento, il Corriere è in grado di ricostruire ciò che, forse, è alla base del non celato ottimismo: uno scenario. Meglio: una lotta tra fazioni all'ombra del Cupolone. Di più: i nomi degli alti prelati ai quali (senza che ciò comporti un loro coinvolgimento) avrebbero fatto riferimento i gruppi di potere coperto dal cui scontro sarebbe germinato il sequestro di Emanuela e Mirella.

Premessa necessaria: la Procura prende sul serio il superteste indagato. Finora non ha mostrato di curarsi del materiale artistico di Accetti - film e foto sui temi della morte, del potere, del sesso - che a taluni fanno balenare l'ipotesi pedofilia. Tanto più che lui stesso ha fornito le liberatorie per le riprese ai minori e il sito non è stato sequestrato. A Piazzale Clodio, piuttosto, intendono approfondire e riscontrare - vista la gran mole di eventi, inseriti nel loro contesto geopolitico - tutto ciò che l'uomo racconta.

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Marco Accetti, collegiale al San Giuseppe De Merode, grazie al suo direttore spirituale Pierluigi Celata nei primi anni '70 conosce alcuni religiosi che gli mettono a disposizione abiti talari e locali per attività filmiche. È questa la sua prima «entratura». Poi - il ragazzo è sveglio - maturano altri contatti. «Sacerdoti un po' peccatori mi proposero: visto che sei così bravo con la cinepresa, vuoi renderti utile?» Siamo alla fine dei '70, tempo di guerra fredda. Di spie, cordate e camarille. Le azioni del «nucleo di controspionaggio», elenca Accetti, nascono per «tutelare il dialogo con i Paesi del Patto di Varsavia» (il che coincideva con la linea Casaroli) e contrastare la gestione di Ior e Apsa. Ma chi fu l'ispiratore? Risposta sfumata: «Volevamo condizionare in senso progressista le scelte del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa...

Agivamo nell'area di monsignor Backis (cardinale lituano presente al recente conclave, ndr)». Accetti comunque un episodio lo cita: «Nella sua Fiat collocammo microspie per attenzionare persone che erano con lui». Altre figure vicine erano «monsignor Martin, della Prefettura pontificia, e Deskur, preposto alle Comunicazioni sociali», nonché «il cardinal Hume, alle prese con i debiti della sua diocesi». Quanto alla parte avversa, è con l'ascesa nel 1978 del pontefice polacco che il gruppo individua i bersagli: «Ci opponevamo ai finanziamenti a Solidarnosc e in generale alla spinta anticomunista di Wojtyla». Per questo, vittime di ricatti e dossieraggi sarebbero stati il cardinal Caprio (anni prima espulso dalla Cina, spiato con cimici «sotto la moquette gialla») e monsignor Hnilica (condannato per il caso Calvi), oltre a Marcinkus, discusso capo dello Ior, all'uomo d'affari Thomas Macioce e al cardinal O'Connor

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E Emanuela? E Mirella? È dall'81, con l'attentato al papa in piazza San Pietro - in vista del quale il «ganglio» (come rivelato dal Corriere lo scorso 18 maggio) avrebbe svolto «azioni di supporto» a favore dei Lupi grigi - che il loro destino inizia a essere segnato. «Le prelevammo dopo la promessa dei servizi segreti ad Agca di liberarlo entro due anni: la Gregori, cittadina italiana, serviva a premere per la grazia presidenziale. Io ci misi le mie capacità di sceneggiatura...» Il resto è noto: i sequestri nel maggio-giugno '83, le amiche usate come esca, i finti venditori Avon, la situazione che precipita per l'eco planetaria del caso Orlandi, le ragazze che non tornano... E, alla luce dello scenario emerso, anche un ultimo atroce dubbio: Accetti sostiene che Katy Skerl, la diciassettenne strangolata nel gennaio 1984 a Grottaferrata, fu uccisa nell'ambito dello stesso scontro di potere. È tale narrazione circostanziata e minuziosissima, seppure mai suffragata da chiamate in correità, che induce la Procura all'ottimismo?


Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it6 luglio 2013 | 11:26

Miracolo sulla A3: un cantiere chiude in anticipo

La Stampa

Un’azienda completa i lavori un anno e mezzo prima del termine. Il presidente dell’Anas Ciucci: “Dal 2014 basta ruspe”

fabio albanese
reggio calabria


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Si può completare una grande opera pubblica con un anno e mezzo di anticipo, in un Paese in cui normalmente si sa quando si comincia e mai se e quando si finisce? Si può: lunedì 22 luglio un tratto di 11 km della famigerata autostrada Salerno-Reggio Calabria sarà inaugurato dall’Anas. Lo ha annunciato ieri il presidente Pietro Ciucci, proprio mentre ne apriva uno più piccolo, di 5 km, nel Reggino, assieme allo svincolo di Rosarno.

Il «miracolo» ha il volto e la passione di Mimmo Costanzo, 51 anni, catanese, imprenditore diventato un simbolo antiracket, a capo di una azienda, la Cogip, che della legalità ha fatto una bandiera e che, con Concetto Bosco, ha messo su la Tecnis che ha gli appalti sull’autostrada A3. L’anno scorso qualcuno si presentò in un altro cantiere che la Cogip ha in Calabria per la costruzione della Statale 106 Ionica. Cosa volessero è facilmente intuibile, in aree dove la ’ndrangheta controlla vasti territori. Lui non si scompose a andò dritto dai carabinieri, e in galera finirono tutti i capi delle ’ndrine della zona. 

La Salerno-Reggio Calabria è l’autostrada i cui lavori di ammodernamento cominciarono con il primo governo Prodi e non sono ancora finiti; ieri il presidente dell’Anas Ciucci, inaugurando il tratto in provincia di Reggio Calabria, ha detto che questo «è un passo avanti verso l’obiettivo ambizioso di completare tutti i lavori in corso entro la fine di quest’anno». Grazie anche al gruppo di Costanzo e Bosco, peraltro al suo secondo exploit visto che già nel 2012 aveva aperto un altro tratto in anticipo. Insomma, è diventato un marchio di fabbrica.

«È un vantaggio per tutti - dice Mimmo Costanzo, che negli Anni 90 fu anche assessore a Catania - per il committente, che può mettere prima la strada a disposizione della collettività e dell’economia del territorio, e colmare il gap infrastrutturale al sud è una priorità; e per noi, che in questa maniera possiamo dimostrare che la nostra è un’azienda affidabile e competitiva».

Il cantiere del tratto Morano Calabro-Campotenese, nel Pollino, tutto viadotti e gallerie, è di fatto già chiuso, manca solo qualche guard rail e un po’ di segnaletica. Ci hanno lavorato per tre anni 600 persone su tre turni, che significa 24 ore su 24. «Quando si parla di realizzare una grande opera si parla anzitutto di organizzazione - dice l’altro socio, Concetto Bosco - abbiamo attrezzature e tecnologie all’avanguardia ma soprattutto abbiamo una squadra di persone con un grande senso di appartenenza che lavora in sinergia e armonia, qui la catena di comando è piatta, al tavolo siedono tutti». 

«Quando ho cominciato, quindici anni fa - aggiunge Costanzo - abbiamo chiesto di venire con noi a gente che lavorava in altre ditte siciliane e che stava per andare in grandi aziende nazionali. Tutti hanno accettato la sfida. Ora abbiamo commesse non solo in Italia ma anche all’estero». Dal Brasile, che vive un boom nelle infrastrutture, alla Tunisia. 

C’è poi il capitolo legalità. Ma davvero nessuno si è presentato nel cantiere della Salerno-Reggio Calabria? «Sì, qui nessuna pressione del racket, ma ormai è noto che la nostra è un’azienda che ha, e pretende, un totale rispetto delle regole - dice Costanzo - È la nostra arma vincente».

L'aspirina che ci cura è una trappola per Fido

Oscar Grazioli - Sab, 06/07/2013 - 09:44

Quei pericoli in casa per gli animali domestici: 4 casi di avvelenamento su 10 dovuti alla somministrazione di farmaci adatti ad acciacchi umani

Quando ero piccolo si usava, nelle caldi serate estive, sedersi all'aperto e, mentre i bambini aspettavano di essere cacciati a letto, gli anziani facevano due chiacchiere e si scambiavano misteriosi pacchetti, in assoluto segreto.

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In un pezzo di carta azzurra la nonna, riceveva, da un'altra anziana, la medicina miracolosa che aveva avuto ragione di quel dolore al ginocchio comune ad entrambe. Stessa età, stesso dolore, se aveva fatto bene a lei per quale motivo non doveva beneficiarne anche mia nonna? Il sillogismo era quasi perfetto se non che mi nonna era cardiopatica e la sua amica no. Finì ricoverata, ma lo scambio di medicine continuò inossidabile a qualunque altro ragionamento avverso.

Seguendo le statistiche, dove queste si fanno seriamente come negli Stati Uniti, nei pet (animali d'affezione) che subiscono qualche forma di avvelenamento, il 40% è causato da comuni farmaci per uso umano, soprattutto quelli di libera vendita, mentre un altro 20% è causato da intossicazione per ingestione di piante o fiori (giglio, oleandro, stella di Natale, finte palmette ecc.)

Per i farmaci, talvolta gioca un ruolo la distrazione (il classico blister di compresse lasciate sul tavolo), ma molto più di frequente è il padrone stesso che, pensando alla somiglianza degli organismi, somministra il «suo» medicinale al cane, gatto o coniglio nano. E magari lo condanna a morte. È scontato che un ruolo importante gioca anche il peso diverso tra una persona e un gatto o un piccolo cane, per cui una compressa assunta da un uomo di 80 Kg, raggiunge un picco, nel sangue, ben diverso in un cane di 20 chili o in un gatto che ne pesa quattro. Al di là di questa ovvietà, ci sono però molte molecole che, anche a dosi molto basse, possono essere addirittura letali per gli animali, in quanto il loro fegato o i loro reni non sono in grado di «smontarle» come farebbe un bambino di pari peso.

L'Aspirina è ancora uno degli analgesici più usati in campo umano: purtroppo può essere letale soprattutto nel gatto, anche a basse dosi. Tra gli antiinfiammatori-analgesici l'Ibuprofene (Brufen, Moment) e il Naprossene (Synflex) sono quelli che causano il maggior numero d'incidenti con danni gravissimi a stomaco e rene. L'Alprazolam (Xanax), il principe degli ansiolitici, può avere un comportamento bizzarro nei pet causando agitazione oppure, ad alte dosi, ipotensione e collasso. Lo Zolpidem (Stilnox) è un sonnifero molto usato in campo umano. Magari lo si lascia sul comodino o sul letto a portata di mano... e di gatto, in cui provoca agitazione e un pericoloso aumento dei battiti cardiaci.

Il Paracetamolo (Tachipirina) è un altro antipiretico e analgesico che si trova in ogni casa. Soprattutto nel gatto è in grado di causare seri danni ai globuli rossi, privando l'animale del trasporto d'ossigeno essenziale per la vita. Molti sono gli antidepressivi, di grande consumo in campo umano, pericolosi per i nostri animali, ma la Venlafaxina /Efexor), per ragioni ancora non chiarite, è particolarmente gradita al gatto. La psoriasi è una dermatite cronica che colpisce quasi tre milioni di persone in Italia. Tra i farmaci per uso locale, il più usato è il Calcipotriolo (Daivonex). Molto appetito dal gatto, poche leccate possono provocare un fatale innalzamento del calcio nel sangue.
Insomma, che dire... non fate come le nostre nonne.

Il pizzino del giudice contro gli avvocati: "Siete degli scemi"

Luca Fazzo - Sab, 06/07/2013 - 09:41

Clamorosa gaffe di una toga milanese. Il legale apre  il fascicolo del processo e trova il bigliettino offensivo

MilanoCi mancava solo questo, in giorni in cui le gaffe fuorionda del ministro della Giustizia Cancellieri e gli scioperi degli avvocati hanno fatto bruscamente salire la temperatura dei rapporti tra chi governa i tribunali e chi ci lavora dalla parte degli utenti.

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A Milano salta fuori un bigliettino, dimenticato da un giudice nel fascicolo di un processo civile, che racconta meglio di tanti dibattiti la sciatteria e il fastidio con cui agli avvocati capita di sentirsi trattare: come se il ruolo del difensore non fosse essenziale alla giustizia quanto quello del giudice.
La storia arriva dalla dodicesima sezione civile del tribunale milanese: sezione che si occupa prevalentemente di assicurazioni e risarcimenti. Materia arida ma affollata, e che per il cittadino «normale» è uno dei casi più frequenti di impatto con le aule di tribunale.

Qui, davanti a un giudice, era in corso una causa come tante: un incidente stradale, un motociclista che viene investito e subisce un grave trauma a una gamba. A rendere più complessa e più triste la vicenda, c'è il fatto che dopo le terapie per recuperare la gamba, il motociclista sviluppa un tumore che lo uccide. L'investitore viene condannato, gli eredi dell'investito spiccano un decreto ingiuntivo nei confronti della compagnia di assicurazione per ottenere i 200mila euro di risarcimento. L'assicurazione impugna il decreto. Si arriva davanti al tribunale. E avviene il fatto.

Il 28 giugno scorso, nuova udienza. L'avocato degli eredi, Mino Siracusa, apre il fascicolo e rimane di sasso. Appuntato alle carte c'è un biglietto scritto a mano con grafia femminile. É un appunto del giudice, Maria Teresa Zugaro. «Credete di essere furbi a chiedere le somme con decreti ingiuntivi. E invece siete scemi». Siracusa non crede ai suoi occhi. Nell'appunto, il giudice non si limita a far capire chiaramente di avere già deciso a chi dare ragione. Ma insulta i legali di una delle parti. E poco conta che fosse una riflessione che il giudice voleva tenere per sè, e che ha messo per iscritto solo per propria memoria. Quell'appunto fotografa in modo impietoso il modo in cui il giudice affrontava la causa.

Così l'appunto sui furbi e sugli scemi è diventato un caso che ha investito i vertici del Palazzo di giustizia milanese. Siracusa ha chiesto un intervento del consiglio dell'ordine degli avvocati. E ha depositato a Livia Pomodoro, presidente del tribunale milanese, una istanza di ricusazione in cui va giù senza diplomazia: «Il sottoscritto avvocato, dopo trent'anni di professione, non intende farsi dare della "scemo" da un giudice che non ha neppure guardato i documenti di causa, non ha capito l'oggetto della medesima né la causa petendi, e intende preservare la propria dignità di professionista di fronte ad abusi così evidenti e oltraggiosi da parte di un pubblico Ufficiale che dovrebbe garantire Giustizia».

Caso-limite o spia di un fenomeno? Non è la prima volta che un giudice dimentica in un fascicolo tracce evidenti di una decisione presa anzi tempo. Ma che una toga arrivasse a mettere per iscritto epiteti irriguardosi verso un avvocato non era finora mai successo. Anche questo, a suo modo, è un «fuori onda» eloquente.

Uccise e fece a pezzi la convivente: annullato l'ergastolo, torna libero

Il Mattino


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TERAMO - Dall'ergastolo per l'omicidio volontario della ex convivente con vilipendio del suo cadavere a detenuto in attesa di giudizio: è il percorso all'indietro fatto da Romano Bisceglia - il 57enne teramano, accusato di aver strangolato e fatto in cinque pezzi la ex convivente Adele Mazza (49 anni) a Pasqua di tre anni fa - per effetto della sentenza emessa dai giudici della Corte d'Assise d'Appello dell'Aquila. La sentenza con cui i giudici di Teramo lo hanno condannato al carcere a vita con isolamento diurno il 23 aprile dello scorso anno, è stata infatti annullata.

Un femminicidio feroce, soprattutto perchè intervenuto a soffocare con il sangue la voglia di libertà di una donna sfruttata per traffici di droga e costretta a prostituirsi per portare denaro in casa, viene cancellato da uno dei cosiddetti 'cavilli' segnalato in udienza dal procuratore generale, Romolo Como: nel corso del processo due dei sei giudici popolari si sarebbero assentati in udienze diverse e sostituiti sempre dallo stesso giudice supplente. Processo da rifare dunque. «Voglio un caffè - sono state le prime parole pronunciate da Bisceglia - ma adesso torno in libertà?», ha poi chiesto al suo difensore, l'avvocato Barbara Castiglione.

Non ci tornerà per il momento, non essendo in scadenza i termini di custodia cautelare, ma aspetterà in cella, nel carcere di Chieti dove è detenuto, il prossimo autunno, stagione in cui è presumibile che la Corte d'Assise di Teramo, in altra composizione collegiale, tornerà a processarlo per omicidio volontario pluriaggravato e vilipendio di cadavere. Attenderà anche che la sua difesa precisi meglio i contorni di alcuni aspetti dell'indagine, a suo dire lacunosi, che aveva indicato nei motivi di appello, compresa l'acquisizione di nuovi tabulati telefonici e la nomina di un nuovo consulente tecnico d'ufficio per stabilire con maggior esattezza la data della morte della donna.

I cinque pezzi del corpo della donna - arti inferiori, arti superiori e tronco - furono rinvenuti casualmente da un cane condotto a passeggio dal suo proprietario il 5 aprile 2010, in via Nicola Franchi, alle porte della città. Se il trasporto con un carrellino dei resti umani, chiusi in buste di supermercato e uno zainetto, dal luogo del delitto alla scarpata, non fosse stato compiuto maldestramente dall'assassino, forse quel corpo non sarebbe mai stato ritrovato. Un corpo sezionato con abilità chirurgica, quasi da mani esperte, di una donna già senza vita perchè strangolata con una corda, in una operazione condotta con calma e con molto tempo a disposizione.

Ad incastrare Bisceglia era stato il Dna, estratto da un reperto, un pezzetto di adesivo che doveva servire per assicurare una delle buste di plastica al carrellino. Non c'era alternativa - avevano commentato l'allora procuratore capo Gabriele Ferretti e il pm che aveva condotto le indagini, Roberta D'Avolio - la sentenza è chiara: piena responsabilità penale dell'imputato, come da noi sostenuto. La sentenza era stata accolta con le lacrime dalle sorelle della vittima, che alla pronuncia in aula della parola ergastolo, si erano abbracciate piangendo: «Siamo soddisfatte, giustizia è fatta - avevano detto Pina e Marilena Mazza - Adesso veramente Adele può riposare in pace». Quel cavillo ha rimesso tutto in discussione. In autunno si tornerà in aula, a Teramo e loro ritroveranno di fronte colui da cui Adele voleva fuggire.

 
venerdì 5 luglio 2013 - 20:04   Ultimo aggiornamento: 20:05

Shorts o palandrane La violenza non nasce lì

Corriere della sera

di Anna Costanza Baldry

Ancora. Ancora sui media. E persino a margine di Istituzioni, Palazzi. La frase scappa. E svela.


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L’ultima è di ieri: «Le donne non vanno uccise, le donne vanno scopate». La frase (“infelice…” è troppo poco?) è stata pronunciata a Roma, durante il Consiglio regionale (riporta l’agenzia Dire). E proprio discutendo la mozione  (poi approvata a maggioranza con la sola astensione di un consigliere Pdl) contro il femminicidio. Lo ha denunciato la consigliera di Per il Lazio, Daniela Bianchi. Chi l’ha detta? Non importa.  «Non è tanto la qualifica del ruolo di chi abbia detto questo, quanto averla ascoltata in un corridoio come il nostro», ha chiosato Daniela Bianchi. Ciò che importa, secondo me, è il filo sottile tra sessismo e giustificazione  che ritorna nel parlato di questa nostra società.

E nel pensato colmo sempre di pregiudizio. E poco importa che subito dopo ci si ribelli. Prendiamo pure il caso dell’articolo di Marco Cubeddu sul SecoloXIX che ha scatenato la ribellione su Twitter.
Quando ritornano queste frasi, questi dibattiti, queste contestazioni, questi commenti, queste critiche sul rapporto fra violenza e modo di vestire e comportarsi, inevitabile riflettere se davvero qualcosa nelle nostre culture è cambiato. Marco Cubeddu, ma si poteva chiamare in qualsiasi altro modo, tanto diffuso è un pensiero che mette in correlazione libertà di scelta di essere e di esprimersi con la violenza (contro le donne) che ne potrebbe derivare.

Anche se non è questo il pensiero individuale del singolo scrittore, il rischio di ciò che fa trapelare è proprio questo. Il giudizio e la messa in correlazione di due aspetti, come ci si veste e quello e la violenza che potrebbe accadere.

È un’associazione assurda.

Vorrei ricordare che la violenza sessuale così come la violenza domestica vede vittime giovani donne che erano vestite al momento dell’aggressione, con jeans piuttosto che con la gonna, che erano in short o con la palandrana. Vengono violentate le ragazzine ma anche le persone anziane di 75 anni (sic). Il problema della violenza contro le donne purtroppo, dico per certi versi, non è riconducibile al come io mi vesto. Fosse coì avremmo risolto il problema secoli fa. Ieri l’alibi maschile è una scollatura troppo generosa, oggi lo short troppo corto, domani il piede nudo, dopodomani ancora rischia di diventare il fatto stesso che sono uscita di casa.

E torniamo al concetto di insubordinazione, esprimere la propria libertà, bellezza, libertà è un valore non un reato. Quello che una ragazza non dovrebbe fare mai è attenersi a mode o norme sociali che fa proprie solo per non sentirsi diversa, solo per omologarsi al gruppo di appartenenza. Magari a qualcuno vestirsi con i pantaloncini non andrebbe, ma deve farlo per non sentirsi diversa dalle compagne, o a rischio di essere presa in giro perché si è messa i pantaloni lunghi e le scarpe non proprio all’ultimo grido. Fino anche a rischiare derisione, commenti magari anche online. Quello sarebbe sì sbagliato e si chiamerebbe anche cyberbullismo.

Il nostro ruolo sociale, come educatori, modelli, genitori è di mettere i nostri figli nella condizione di poter esprimere la propria individualità la propria natura nella maniera con cui sentiamo meglio appartenerci, con consapevolezza e rispetto. In chiesa non puoi entrare con gli short o canottiera, così come non lo puoi fare in luoghi di culto. Condivisibile o no, è una questione di rispetto del luogo di culto, ma sono convinta non perché Dio guarda a queste cose, lui guarda e si preoccupa del nostro cuore anima, spirito, ma perché purtroppo altri uomini farebbero forse esattamente quello che ha fatto Cubeddu o chi con lui, guardare (sic) commentare e quindi distrarsi.

Si ritorna al processo del film Sotto Accusa ve lo ricordate? Dove l’incolpevole Jodie Foster, stuprata da un gruppo di ragazzi perbene fu accusata lei del suo comportamento che avrebbe indotto un inarrestabile bisogno di stuprare... perché ballava, perché aveva bevuto, perché aveva la gonna sopra il ginocchio e una magliettina. L’unica colpa della ragazza è stata l‘aver pensato di poter essere una donna libera, di essere, di esprimersi, di decidere.

Gli shorts non sono il problema, li indossava anche Sophia Loren, ve lo ricordate? Bellissimi, cortissimi e tutti sono felicissimi di quelle immagine che esaltano tali bellezze di cui esserne tutti e tutte grate. Il problema della violenza di genere non deve trovare alibi e giustificazioni. Purtroppo la questione è molta semplice…

Mezz'ora in più di lavoro gratis Il sì degli operai e l'ira dei sindacati

Corriere della sera

La proposta del proprietario per non chiudere l'azienda. Per la Fiom-Cgil l'intesa è illegale, preoccupata anche la Cisl

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I l caso che sta facendo rumore è quello della Joint & Welding di Sedico in provincia di Belluno. Eddi Della Rosa, proprietario dell'azienda siderurgica (30 addetti), ha chiesto ai suoi dipendenti di lavorare mezz'ora in più al giorno a parità di salario per tenere in piedi l'attività e non chiudere i battenti. La stragrande maggioranza degli operai, tutti tranne un paio, ha accettato seppur obtorto collo e quindi rinunceranno a due pause giornaliere di 15 minuti ciascuna.
La Fiom-Cgil provinciale ha tuonato contro l'accordo, l'ha definito illegale e ha chiesto a Dalla Rosa di azzerare tutto e avviare un vero negoziato.

Il padrone, dal canto suo, ha fatto sapere che se la situazione dovesse migliorare, a fine anno rimborserà gli operai. In attesa di conoscere gli sviluppi del caso bellunese vale la pena riportare la preoccupazione di Franca Porto, segretario regionale della Cisl secondo la quale «ormai accordi di questo tipo non si scrivono nemmeno, ci si scambiano in fabbrica degli affidamenti ma non si mette niente nero su bianco». E indubbiamente una tendenza di questo tipo preoccupa la Cisl, il sindacato guidato da Bonanni. «Sono tentativi disperati, spesso ai limiti della decenza sindacale e riflettono due fenomeni. L'angoscia per il rischio di veder morire le imprese e l'attaccamento degli operai all'azienda».

Insomma la Cisl mette in guardia dai pericoli di accordi improvvisati ma sottolinea la complicità che in Veneto lega padroni e dipendenti. «Alla fine della crisi ci accorgeremo che questa complicità farà la differenza, si rivelerà una risorsa». In passato aveva fatto discutere un altro caso, quello degli operai della Smit Textile, che davanti al blocco dei prestiti all'azienda avevano minacciato le banche locali di chiudere i conti correnti e spostarli altrove. Gigi Copiello è un ex sindacalista vicentino, anche lui cislino, da sempre considerato eterodosso. «Attenzione però, una cosa è derogare alle intese aziendali, e si è fatto molte volte, altro è contravvenire al contratto nazionale.

In questo caso si rischia che venga impugnato davanti al giudice anche da un solo lavoratore e tutto diventa inutile». Detto questo Copiello è scettico sulla reale efficacia di soluzioni alla bellunese. «Da sindacalista ero favorevole a contratti di complicità quando si aumentava la produttività, ma se l'obiettivo è soltanto limare i costi non si va molto lontano. E le aziende chiudono lo stesso».Franca Porto ci tiene a sottolineare come accanto ad accordi sommersi e informali ci sia una contrattazione sana in aziende che vanno bene. Cita i casi recenti della Vitek o alla Manofrotto di Bassano del Grappa o della Salvagnini di Vicenza dove il sindacato ha raggiunto intese migliorative anche in materia di welfare aziendale e partecipazione.

Un'altra esperienza che sta trovando seguito sempre in Veneto è quella delle «fabbriche recuperate» con il sacrificio dei lavoratori, come le fonderie Zen di Albignasego che erano finite in amministrazione straordinaria. Sono entrati nel capitale sia i manager aziendali con il 25% sia una cooperativa degli operai (5%) che ha attinto alle risorse del Tfr dei lavoratori.Qualcosa di simile è accaduto anche alla Modelleria D&C di Vigodarzere.

Dopo il fallimento dell'azienda è stata riavviata l'attività in forma di cooperativa autogestita con il supporto della Legacoop Veneto. Il modello di conduzione aziendale prevede il coinvolgimento dei dipendenti che si riuniscono una volta al mese per valutare l'andamento della società e finora le cose non sono andate male perché la Modelleria è tornata addirittura in utile. Ma è evidente che tutte queste discontinuità si possono introdurre solo se la base è convinta e motivata.

Secondo il sociologo Paolo Feltrin la via maestra di una «complicità utile» è però quella basata sulla divisione del lavoro e sull'abbassamento del costo attraverso i contratti di solidarietà. «Sul territorio di accordi così se ne fanno moltissimi e a chiederli stavolta, rispetto al passato, sono prima di tutto le aziende. E devo dire che in attesa della ripresa è questa la formula migliore per far passare la nottata. Anche i tedeschi l'hanno usata per ristrutturarsi, noi dovremmo non solo estenderla dalle piccole alle grandi fabbriche ma anche in qualche modo incentivarla con dei soldi»

Dario Di Vico
@dariodivico6 luglio 2013 | 7:28

Sposatevi di giovedì », le nozze a basso costo con gli sconti dei Comuni

Corriere della sera
di Leonard Berberi


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Le prime prenotazioni, dicono dal Comune, sono già arrivate. Così come le telefonate per avere informazioni. Una grande città, Genova, decide di tagliare le tariffe per sposarsi in municipio il fine settimana. E così, per promettersi amore eterno basteranno 165 euro, contro i 400 che – come minimo – vengono richiesti dall’amministrazione. L’iniziativa, che diventerà operativa da settembre e riguarderà il quarto sabato di ogni mese, cerca di risolvere due problemi. Il primo: come avere tutti i parenti e gli amici presenti. Il secondo: come pagare poco in tempo di crisi. Dopo gli abiti, gli addobbi e il pranzo nuziale low cost, dopo la luna di miele vicino casa o posticipata, dopo il matrimonio con lo sponsor, ecco il «sì» – in Comune – a prezzi «popolari». Una realtà che, secondo l’Istat, nel 2011 ha riguardato più di ottantamila coppie.

Tariffario alla mano, nel capoluogo ligure il giorno più conveniente per sposarsi con rito civile è il giovedì: 25 euro la mattina, 67 nel pomeriggio. Prezzi modici, ma comunque in un giorno lavorativo. L’ambiente è la Sala Cerimonie di corso Torino. Fino ad agosto, per chi vuole sposarsi sabato o domenica, bisogna pagare molto di più: 400-430 euro per Palazzo Tursi, 1.130 euro per Villa Luxoro, 1.500 euro per il Palazzo Ducale. Il prezzo low cost – i 165 euro, appunto – il quarto sabato di ogni mese corrisponde al costo degli straordinari per il personale del Comune di Genova. Non un centesimo di più, assicurano da corso Torino. «Con questa iniziativa vogliamo andare incontro alle richieste dei cittadini che vogliono sposarsi il fine settimana senza dover sostenere costi troppo alti», spiega Elena Fiorini, assessore comunale alla Legalità e ai Diritti.

Per chi sceglie il matrimonio con rito civile il tariffario, in Italia, varia da città a città. L’amministrazione locale decide strutture e prezzi. In molto casi prevede cifre differenti per coppie residenti e non. In generale, il giorno più conveniente è il giovedì mattina (si va dal gratuito a un massimo di 200 euro) e negli orari di servizio. Al di fuori le spese decollano. Un’autonomia, questa dei Comuni, che a volte produce risultati particolari. Come nel caso di Belluno: dirsi «sì» nella piazza Duomo della città veneta – fa notare il Corriere delle Alpi – costa di più (200-350 euro) che scambiarsi gli anelli nell’affascinante Cortina d’Ampezzo (150-250 euro).

E nel resto del Paese? Torino mette a disposizione due sedi gratuite lunedì, giovedì e sabato mattina. A Sanremo Villa Zirio non costa nulla nella prima parte di giovedì. Mentre con 130 euro la stessa sede si può avere il secondo sabato del mese. A Milano Palazzo Reale, alla destra del Duomo, è gratis per i residenti il lunedì, martedì, giovedì e venerdì (dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 15.30). Ma se la coppia di fidanzati viene da fuori il costo schizza a 500 euro. Per chi vuole sposarsi il sabato mattina il costo è di 96 euro. Più giù, a Ferrara, ai futuri moglie e marito viene chiesto di sborsare almeno 80 euro, mentre per non pagare nulla a Firenze - nella Sala Rossa di Palazzo Vecchio – basta recarsi in orario di servizio. L’importante è non sbagliare nome. Perché nella stessa struttura c’è il Salone de’ Cinquecento. Costo: 5.000 euro.

Nella Capitale per il rito civile i romani devono pagare 150 euro. Ma ai non residenti ne vengono chiesti 1.200 (dal lunedì al venerdì) e 1.400 il fine settimana. Nessuna differenza di prezzo per Capri: l’ufficio di stato civile è gratis dal lunedì al venerdì per residenti e non. Al di fuori degli orari di servizio le tariffe vanno da un minimo di 70 euro (per fidanzati con casa nell’isola) a 170 (non residenti). A Palermo, il «sì» è gratuito il venerdì, dalle 9 a mezzogiorno. Se si sceglie il sabato servono 400 (la mattina) o 500 euro (il pomeriggio).

E insomma, per giurare fedeltà eterna e pagare poco o niente, bisogna prendere carta e penna, scegliere la data e il luogo meno costosi quindi incastrare il tutto con gli impegni di parenti e amici. Poi, ovvio, l’avventura è solo agli inizi. E se proprio dovesse andare male, c’è sempre il divorzio low cost. Ma questa, per dirla con qualcuno, è un’altra storia.