lunedì 8 luglio 2013

Famosi su Youtube? Le cinque regole d'oro

Corriere della sera

I suggerimenti di BuzzMyVideos, la startup che fa da «incubatrice» per nuovi talenti online

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LONDRA - Chi non ha mai sognato di diventare una star? Se credete di avere un talento particolare, una passione che vi distingue, una vocazione a metterli davanti alla telecamera, allora potreste diventare una star di YouTube. Forse non ha lo stesso appeal di un talent sulla tv nazionale, ma le chance di emergere sono molte di più di quello che immaginate. Se avete bisogno di qualche dritta ora potete affidarvi al team di BuzzMyVideos, startup fondata dalla giovane imprenditrice italiana Paola Marinone, il cui obiettivo è proprio quello di aiutarvi a sfondare sul web. Siamo andati nella sede londinese della società, situata nel Google Camp di Bonhill Street, per scoprire quali sono i trucchi da adottare per diventare i prossimi “Fiorello”.

Gli elementi da tenere a mente sono 5 come ci racconta Bengu Atamer, vera e propria coach di talenti telematici, approdata da poco in BuzzMyVideos dopo aver lavorato a lungo in YouTube.

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1. La chiave è il contenuto. «Lo diciamo sempre, può apparire addirittura superfluo, ma tutto ruota intorno al contenuto», sottolinea Bengu. «Bisogna essere originali, creativi, dare informazioni utili e provare a sperimentare». Certo, detto così sembra quasi facile, ma nel mare smisurato di Internet il rischio è quello di perdersi. Allora, come suggeriscono dal quartier generale di BuzzMyVideos, non abbiate paura a prendere l’ispirazione da chi è già sulla cresta dell’onda. «Seguire e studiare i video che hanno già molto successo sul web è un ottimo punto di partenza».

2. Essere strategici.
Bengu lo ripete come un mantra: “Youtube è un motore di ricerca!”. La traduzione di questo concetto, non banale, è che per farsi trovare non bastano le buone idee, ma bisogna anche usare alcune regole precise: metadati, ottimizzazione, titoli, parole chiave e descrizioni. Nulla di davvero complicato, i meccanismi si imparano abbastanza facilmente, ma senza questi elementi anche i video più interessanti rischiano di sparire inghiottiti nel tubo.

3. Collaborazione. Non è proprio l’approccio che privilegiamo in Italia. Spesso si ha paura che condividere le idee sia un valido modo per farsi scippare il progetto da qualcun altro. Sbagliato. Come sottolinea Bengu “ognuno fa il suo mestiere ed è impossibile essere bravi a fare tutto, allora basta chiedere ad altri un pezzettino del proprio talento: c’è chi scrive la musica, chi sa realizzare un’efficace grafica, chi fa bene le riprese video”. Lavorare in team è sempre un’ottima cosa, e lo ho anche creare sinergie con altri progetti video per aumentare la visibilità reciproca.

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4. Essere dinamici e attivi. Realizzare un video originale, ben strutturato per i motori di ricerca, anche con l’aiuto di professionisti non è sufficiente a farvi diventare dei miti del web. Bisogna anche curare la propria creatura, continuare ad innaffiare la pianta per farla diventare più forte e bella. Usando gli strumenti digitali questo significa che i link vanno condivisi, stimolando la propria comunità ad essere attiva, interagendo con commenti, like e alimentando i siti social correlati. Attività da svolgere quasi quotidianamente.

5. Pensare in grande. “Internet è uno strumento globale, allora vale la pena pensare a un audience vasto, addirittura internazionale”, ci dice Bengu. Questo approccio non solo è un ottimo stimolo per realizzare prodotti di qualità, ma anche per superare i confini locali. Il problema della lingua (italiana), non sempre è un ostacolo: Si possono usare i sottotitoli, si possono sviluppare format che non puntano troppo sul talk-show. Più è grande l’audience, più aumentano i guadagni. Diventare una star di YouTube potrebbe infatti consentire di portare a casa un vero e proprio stipendio. In tempo di crisi, questa è un’occasione da non lasciarsi sfuggire.

Mark Perna8 luglio 2013 | 15:00

Facebook, arriva Graph Search e c’è già chi si preoccupa per la privacy

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Arriva Graph Search. Ma non convince. Annunciato lo scorso gennaio, da oggi è disponibile una versione aggiornata motore di ricerca di Facebook che consentirà di trovare persone, luoghi, foto ed interessi di amici e conoscenti iscritti al social.

L’update sarà disponibile per gli utenti che usano la versione di Facebook in inglese per gli Stati Uniti. Graph Search apparirà visivamente come un grande barra di ricerca nella parte superiore di ogni pagina, sostituendo la solita barra di ricerca bianca. Da non confondere però con “ricerche sul Web”, che, grazie a parole chiave, portano a risultati corrispondenti al meglio con le parole inserite. Graph Search, invece, fa riferimento soltanto alla base di dati contenuti all’interno della piattaforma Facebook.

Contravvenendo alle logiche del seo semantico, sarà possibile porre specifiche domande come “quali dei miei amici vive a New York?” oppure “chi dei miei amici è appassionato di Game of Thrones?” per vedersi comparire tutti i risultati correlati. Una vera e propria rivoluzione, secondo le parole di Mark Zuckerberg, perché “verrà mostra la risposta e non i collegamenti alle risposte”.
 
La Graph Search è inoltre integrata con il database di Bing, motore di ricerca di Microsoft che permetterà di offire risultati provenienti dal web se Facebook non riesce a trovare risposte utili all’interno del proprio network. La funzione sarà sarà disponibile per il momento solo per gli utenti negli Stati Uniti e per quelli che utilizzano la versione americana o inglese del sito, ma le versioni per le altre regioni del mondo, come fa sapere Facebook, saranno introdotte a breve.

Secondo il New York Times, Graph Search è tuttavia ancora ben lontana dall’essere perfetta: non riesce a trovare informazioni sugli aggiornamenti di stato, non può sfruttare i dati provenienti da applicazioni di terze parti (come Instagram) e non è disponibile sulle applicazioni mobili ufficiali di Facebook. Il quotidiano americano fa anche degli esempi pratici: il motore infatti farebbe confusione tra “surfisti che vivono a Santa Cruz” con “persone che amano il surfer”. Come dire, insomma, che l’algoritmo deve essere ancora perfezionato.

Ma non solo. Chi ha avuto modo di testare il motore in anteprima ha messo in evidenza come il nuovo strumento possa far emergere dai vari profili informazioni “imbarazzanti” o addirittura  lesive della reputazione degli utenti. Basta infatti   un “Like” dato con leggerezza per ritrovarsi tra i risultati della ricerca “persone che lavorano in quell’azienda a cui piace il razzismo” o nella lista di “persone sposate cui piacciono le prostitute”.

Le criticità legate all’uso di Graph Search sono state raccolte da un utente in un Tumblr dal titolo Actual Facebook Graph Searches, che spiega agli utenti gli eventuali problemi connessi all’uso della Graph Search. Ed ecco perché – come consiglia del resto anche Facebook – diventa quanto mai più importante tenere d’occhio le impostazioni di privacy e attivare la funzione di controllo dei tag sulle foto.

Certo, Facebook Graph Search pare ancora work in progress. Ma sembra lontana l’efficienza raggiunta da Twitter per cercare informazioni. Un gap che Menlo Park ha cercato di colmare affiancando a Graph Search l’hashtag. Ma che evidentemente è difficile da recuperare.

David, il manager che fa il «reportage» perfetto Dopo lo schianto ecco la foto-scoop e il racconto

Corriere della sera

Con l'aereo in fiamme, twitta quel che succede in pista, rassicura gli amici. E addirittura polemizza con la Cnn

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L'aereo della Asiana Airlines si schianta sulla pista dell'aeroporto di San Francisco ed è già un mezzo miracolo che ci siano dei sopravvissuti. Lui, David Eun, top manager con un curriculum lungo così, è uno dei passeggeri a bordo. Fuoco in carlinga, la fusoliera spezzata a metà, panico e urla di chi gli sta accanto non paiono preoccuparlo. Tanto che, pochi secondi dopo il fortunoso atterraggio, è già pronto a impugnare il suo smartphone per prodursi in un saggio di giornalismo che in qualche modo è destinato a fare storia. Con una freddezza impressionante, riesce infatti a scattare la foto che, twittata in tempo reale, dopo pochi istanti rimbalza sulle tv e sui siti di mezzo mondo. Poi in una manciata di minuti chiarisce a tutti, in quattro asettici «cinguettii» all'insegna delle «5 w» del giornalismo (when, where, why, who, what) quel che è successo.

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LA «POLEMICA» CON LA CNN - Non bastasse, pensa a rassicurare amici e familiari sulle sue condizioni, ribadendo di non telefonargli, tanto sta bene. E infine trova anche il tempo di polemizzare, sia pure con sobrietà ed educazione, con un reporter della Cnn che, sempre via tweet, già lo tartassa con la richiesta di un'intervista audio. David gli risponde così, all'insegna dell'understatement, lasciando che prevalgano i fatti: «Non voglio spostare l'attenzione dall'incidente. Sto postando aggiornamenti solo per far sapere che la maggioranza dei passeggeri sembra stia bene». Anche qui, parole caute ed equilibrate, quelle che dovrebbe usare ogni reporter in certi casi, perchè in effetti il dubbio che ci siano vittime già sta aleggiando, e sicuramente se lo è posto anche lui che però non vuole preoccupare inutilmente chi cerca informazioni.

I FOLLOWERS SI MOLTIPLICANO - Nel frattempo (dallo schianto saranno passati una ventina di minuti) il numero dei suoi followers si moltiplica, come impazzito. Da poche centinaia schizza all'insù, per raggiungere gli oltre 25 mila. I più sono giornalisti, che non perdono tempo nel copiare e incollare nei loro resoconti quella prosa secca e stringata in cui c'è tutto, e che ricorda tanto l'asciuttezza del «De bello gallico» di Giulio Cesare. Il reportage comincia così: «Il B777, senza la coda, è adagiato sul prato bruciacchiato dal sole del San Francisco Airport (SFO). Un ampio pennacchio grigio emerge dalla carlinga, con i due scivoli srotolati. In primo piano, a sinistra, un uomo fa una foto con un cellulare, mentre decine di passeggeri scappano dall'aereo in fiamme. Colpisce una signora dalla giacca turchese: sta correndo con il suo trolley».

«Oh my God!»: S. Francisco (07/07/2013)
I TWEET - David (top manager di Samsung, dopo esperienze in Google, Facebook, laurea ad Harvard e specializzazioni nel mondo dei media) posta altri tre tweet. Che bastano. Dà la notizia secondo cui praticamente tutti i passeggeri sembrano stare bene. Segnala che stanno evacuando i feriti. E chiede agli amici, appunto, di non chiamarlo per telefono, e con un link rimanda a Path, il social network che collega tra di loro amici e familiari. «Sto bene e la maggior parte della gente è calmissima, - scrive Eun, stavolta con una certa enfasi- e sta lasciando fare ai vigili del fuoco ed i soccorritori il loro mestiere. Come ai tempi dell'11 Settembre, la maggior parte della gente si comporta benissimo e cerca di essere utile in un momento di crisi».

San Francisco: si schianta aereo, fiamme sulla pista (06/07/2013)

IL «CURRICULUM» DI DAVID - Spazio, infine, ad una breve «biografia» di David, presa da quel che racconta di sè su Linkedin, Twitter e Facebook. Ha figli, è un coreano-americano cresciuto in Virginia diventato newyorchese ed è un frequent flyer. Tifa per i Vikings, la squadra di football del Minnesota, gioca a squash ed è un «ottimista riflessivo». Nell'ultimo tweet a circa un giorno di distanza dallo schianto, rimbalzato su Path, si dilunga un cincinino di più sui suoi fatti personali: «Un po' scosso per l'esperienza di ieri». Naturalmente trova il tempo per ricordarsi dei «morti, dei feriti. E di quei due bambini che spero non siano rimasti troppo traumatizzati». Davvero, perfetto.

Alessandro Fulloni
alefulloni7 luglio 2013 (modifica il 8 luglio 2013)





Il pilota del 777 era in fase di addestramento. Per il comandante «tirocinante» 43 ore di volo

Corriere della sera

L'aviatore da poco impiegato sul Boeing. Una delle vittime forse morta per essere stata investita da un mezzo di soccorso
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Emergono nuovi elementi sull'incidente aereo di S. Francisco. Il più rilevante riguarda il pilota: forse non aveva sufficiente esperienza su quel velivolo, visto che era ancora in addestramento. La mancanza del «glide slope» a terra, ovvero lo strumento che «aiuta» il velivolo in atterraggio, e la sconcertante ipotesi che una delle vittime sia morta dopo essere stata investita da uno dei mezzi di soccorso, sono le altre novità che stanno emergendo dall'inchiesta sullo schianto, domenica notte, del Boeing 777 di Asiana Airlines sulla pista di San Francisco. Di due morti è il bilancio dell'incidente, anche se ci sono ancora alcuni feriti gravi ricoverati in ospedale.

San Francisco, l'audio prima dello schianto (07/07/2013)

LA VITTIMA FORSE INVESTITA - E appunto: una delle vittime, una delle due vittime - entrambe ragazzine cinesi -sarebbe morta dopo essere stata investita da uno dei veicoli di soccorso. La sedicenne è stata trovata vicino a uno degli scivoli di emergenza del volo 214. È in corso un'autopsia per determinare se la teenager sia rimasta vittima di un automezzo dei vigili del fuoco. Secondo il capo dei pompieri di San Francisco Joanne Hayes-White, le ferite della ragazza sono spiegabili con il fatto che possa essere stata travolta da un veicolo. «Potrebbe essere stato uno dei nostri mezzi che si è aggiunto alle ferite già riportate, oppure un altro veicolo. Sarà parte della nostra inchiesta», ha detto la Hayes-White.

Schianto a San Francisco (06/07/2013)

PER IL PILOTA SOLO 43 ORE DI VOLO - Poi c'è da chiarire quanto fosse addestrato il pilota ai comandi del Boeing. Lee Gang-guk, questo il suo nome, atterrava per la prima volta in quell'aeroporto con questo tipo di aereo. È quanto ha riferito una portavoce della compagnia aerea con base a Seul, Lee Hyomin, spiegando che il pilota era in formazione su quel volo e aveva alle spalle circa 10mila ore di volo su altri aerei, ma solo 43 sul Boeing 777. A bordo dell'aereo si trovava anche un altro pilota, Lee Jeong-min, con più esperienza con quel tipo di aereo e che aveva il compito di supervisionare Lee Gang-guk nella formazione: aveva infatti alle spalle 12.390 ore di volo, di cui 3.220 sui 777, stando a quanto riferisce il ministero sudcoreano dei Trasporti. Gli inquirenti stanno provando a determinare su le cause dell'incidente possano essere rintracciate in un errore del pilota, problemi meccanici o altri elementi; stanno per esempio verificando anche se possa avere avuto un ruolo il fatto che uno degli strumenti usati per aiutare i piloti nell'atterraggio, il cosiddetto glide slope che è situato a terra, a San Francisco era fuori servizio da giugno.

L'INCHIESTA - Sulle cause del disastro non c'è alcuna certezza, ma le prime informazioni che arrivano dall'analisi delle due scatole nere indicherebbero che l'aereo, poco prima dell'atterraggio, volava troppo basso e a velocità insufficiente. Tra le ipotesi, anche l'errore umano. Il direttore del National Transportation Safety Board (Ntsb, l'Agenzia Nazionale Usa per i Trasporti), Deborah Hersman, ha riferito che prima dell'impatto, l'aereo volava a una velocità «significativamente» al di sotto di quella normalmente tenuta in fase di atterraggio e che prima dell'incidente al personale della torre di controllo non è stato segnalato alcun problema. Pochi secondi prima dell'impatto sul frangiflutti che separa la pista d'atterraggio dal mare, il pilota, secondo i dati registrati dalle scatole nere, aveva dato nuovamente gas e aveva chiesto l'autorizzazione alla torre di controllo per interrompere la manovra e riprendere quota. Hersman ha sottolineato che le condizione meteo erano ideali e la visibilità ottima.

Un video amatoriale (sopra), girato da Fred Hayes e trasmesso dalla Cnn, mostra le immagini dell'atterraggio e dell'impatto con la pista. Appunto: l'assetto dell'aereo non sembra parallelo alla pista ma fortemente angolato, con la coda troppo bassa rispetto al muso.


Redazione Online8 luglio 2013 | 16:02

Ti godi il fresco senza correre rischi se ti fai condizionare (dal buon senso)

Corriere della sera

Combattere l’afa è utile per la salute, soprattutto delle persone «fragili». Poche e facili regole evitano problemi

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MILANO - Quando il caldo arriva, la tentazione di accendere l'aria condizionata al massimo diventa per molti irresistibile: avere un impianto di climatizzazione in casa ormai non è più privilegio di pochissimi e le auto senza climatizzatore sembrano pezzi d'antiquariato. Sta di fatto che nelle settimane di grande afa chi ha l’aria condizionata ne fa un uso notevole, a volte eccessivo. Va detto che già nel 2009 una revisione degli studi sul tema pubblicata sul Canadian Medical Association Journal, da ricercatori dell’Università di Ottawa, ha sancito che l’impiego corretto dei condizionatori riduce dell'80% i rischi di salute dovuti al caldo nelle persone più fragili (bambini, anziani, soggetti con patologie croniche quali l'obesità, il diabete o patologie cardiache o respiratorie). Quindi è l’uso
sconsiderato, non quello "regolare", che può avere ripercussioni negative (GUARDA).
 
I RISCHI - Diverse ricerche hanno sottolineato che i condizionatori, se usati in modo sbagliato, possono essere responsabili di problemi respiratori, primi fra tutti i raffreddori e i mal di gola estivi, cui si aggiungono mal di testa, irritazioni cutanee, congiuntiviti, allergie. Uno studio francese pubblicato sull'International Journal of Epidemiology, per esempio, ha mostrato come lavorare in un palazzo con aria condizionata centralizzata esponga due volte e mezzo di più a sintomi respiratori e affaticamento rispetto a quanto può accadere a chi passa le otto ore d'ufficio in ambienti con ventilazione naturale. Antonio Stefàno, pneumologo dell'Istituto Scientifico Fondazione Maugeri di Cassano Murge (Ba), spiega: «Il microclima più salutare per l’organismo è quello in cui si hanno 24-25 gradi e un'umidità del 65%.

Un obiettivo raggiungibile con i condizionatori utilizzati con buon senso. Quando respiriamo aria fredda, invece, i vasi sanguigni che irrorano le mucose di naso e gola si stringono. La reazione può persistere anche se lo stimolo del freddo cessa, ma se si mantiene per diversi minuti il microcircolo periferico si riduce e quindi inizia a scarseggiare l'apporto di nutrienti e soprattutto di ossigeno alle mucose e al sistema linfatico locale, ovvero ai globuli bianchi che fanno da sentinella contro i germi. In pratica, il raffreddamento eccessivo provoca una depressione temporanea della risposta immunitaria: i microrganismi con cui conviviamo, e che questi "poliziotti" di prima linea tengono sotto controllo, possono prendere il sopravvento, mentre germi introdotti dall’esterno non vengono combattuti a dovere. Il risultato è una maggior probabilità di infezioni delle vie respiratorie».

MUFFE E GERMI - «Il freddo inoltre provoca la costrizione dei bronchi, per cui sono a rischio gli asmatici o le persone che soffrono di broncopneumopatia cronica ostruttiva (bronchite cronica o enfisema, ndr) - aggiunge Walter Canonica, direttore della Clinica di malattie dell'apparato respiratorio e allergologia dell'Università di Genova -. A questi si aggiungono i soggetti più delicati, bambini e anziani: se una persona in età avanzata, magari ex fumatore, va al centro commerciale per non soccombere al caldo torrido, ma si prende una botta di freddo passando da 40 a 20 gradi, l'eventualità di una polmonite non è così remota.

Oltre alla drastica differenza di temperatura, c'è da considerare la pulizia dei filtri, che lascia spesso a desiderare e che è invece fondamentale: se non vengono sostituiti o puliti regolarmente secondo le istruzioni della macchina, i filtri dell'aria condizionata possono raccogliere muffe, germi, acari della polvere o particelle di pelo di animale che poi si disperdono grazie alla ventilazione forzata. Respirando l'aria che esce dal condizionatore è come se ci facessimo un aerosol di tutta questa roba, con effetti pericolosi per chi è allergico e un rischio consistente di infezioni per tutti: la manutenzione degli apparecchi, in ambienti pubblici ma anche nella propria casa è indispensabile».

DOLORI - Oltre al rischio di problemi respiratori, che spesso peraltro possono trascinarsi a lungo (una faringite che di norma sparirebbe in 5 o 6 giorni può protrarsi anche per due settimane in estate), l'aria condizionata sparata al massimo può seccare la pelle, favorendo irritazioni e la comparsa di congiuntiviti o blefariti, proprio grazie alla circolazione di germi associata alla maggior secchezza degli occhi; inoltre, il freddo può essere causa di mal di schiena o altri dolori muscolari. «Quando vengono esposti al freddo i muscoli si contraggono per difesa: succede ai paravertebrali della schiena e del collo o anche a quelli del viso ed è questo che provoca lombalgia, cervicale, mal di testa - spiega Vito Marsico, ortopedico fisiatra dell’Unità di recupero e riabilitazione funzionale della Fondazione Maugeri di Cassano Murge (Ba).

Il rischio è maggiore in chi è predisposto perché ha già una condizione di "sofferenza", ad esempio un'artrosi lombare o un'ernia del disco: in questi casi anche esporsi ad aria troppo fredda per poco tempo può avere conseguenze spiacevoli. Di norma il dolore se ne va in un paio di giorni; se non passa si può usare un miorilassante per tre, quattro giorni e aggiungere poi un antidolorifico, ma quando il disturbo si protrae oltre una settimana è bene chiedere consiglio al medico. Per ridurre la probabilità di guai è buona regola vestire abiti in tessuti naturali, come cotone e lino, evitando gli acrilici che fanno sudare di più e poi "gelano" il sudore sulla pelle, accentuando lo spasmo muscolare; altrettanto importante è non dirigere mai sul corpo le bocchette dell'aria condizionata, in casa, in ufficio o in auto».

UMIDITÀ - L’aria che esce dai condizionatori, in effetti, ha una temperatura parecchio inferiore rispetto a quella impostata, perché deve raffreddare un ampio volume mescolandosi con aria calda: attenzione, quindi, all’orientamento delle bocchette, soprattutto nei luoghi dove si passa più tempo, come nella postazione di lavoro o in camera da letto. «Un altro problema è quello dell'escursione termica quando si passa da fuori a un ambiente chiuso climatizzato - aggiunge Stefàno -: se la differenza supera i 5-6 gradi si possono avere effetti negativi seri. Una buona idea è usare un termometro che indichi la differenza di temperatura con l'esterno, così da poter regolare il fresco necessario senza strafare.

Altrettanto utile è utilizzare un igrometro per misurare l'umidità in casa, così da mantenere il livello più corretto evitando un clima troppo secco, irritante per le vie aeree tanto quanto il freddo eccessivo. E quando fuori è molto caldo, bisogna passare gradualmente dagli ambienti condizionati a quelli che non lo sono: una ventina di minuti prima di scendere dall'auto, ad esempio, è opportuno spegnere il condizionatore e aprire i finestrini per adeguarsi pian piano alla temperatura fuori». A volte però un passaggio "soft" sembra impossibile: come riuscirci, ad esempio, quando si passa dal parcheggio sotto il sole all'interno di un centro commerciale? «In questi casi, oltre proteggersi con una sciarpa leggera o con un golfino, è importante respirare con il naso, perché così si pre-riscalda l'aria, riducendone l'impatto sulle vie respiratorie» conclude Stefàno.

Elena Meli
8 luglio 2013 | 10:28

Il Web difende Snowden e gli altri ‘Whistleblowers’

Corriere della sera

di Voices from the Blogs


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Edward Snowden, Julian Assange, ma anche gli hacker di Anonymous si sono ritagliati, con le loro azioni, uno spazio da protagonisti nelle cronache internazionali. Da Wikileaks al Datagate, Assange e Snowden hanno diffuso via internet o sui tradizionali canali mediatici informazioni riservate o secretate attirandosi l’ira degli Stati Uniti nonché diversi mandati di arresto. Anche Anonymous ha spesso colpito in rete violando piattaforme e siti internet, governativi e non, diffondendo documenti riservati ma anche mail private e finendo nel mirino delle forze di polizia. Snowden, Assange, e Anonymous possono quindi essere definiti a tutti gli effetti dei ‘whistleblowers‘, ossia personaggi che rivelano informazioni segrete. Ma qual è il giudizio nei loro confronti? Sono spie, pirati, oppure esempi da seguire?

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E qual è il giusto trade-off tra privacy e trasparenza? Il dibattito infiamma i media e anche in rete, come c’era da aspettarsi, i commenti non sono di certo mancati, soprattutto in questi giorni in cui l’affaire “Datagate” è di forte attualità. Tra i quasi 50 mila tweet analizzati tra il 25 giugno ed il 5 luglio prevale chi considera l’operato di Assange, Snowden e Anonymous come una battaglia per la trasparenza e la libertà del web, contro ogni forma di censura.

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Il 39,5% dei commenti va infatti in questa direzione. Il 5,7% li considera addirittura degli eroi, mentre molti (15,9%) fanno esplicitamente riferimento alla necessità di proteggerli garantendogli asilo politico o una qualche forma di immunità. Tra i commenti critici (il 38,9% del totale) registriamo una forte preoccupazione per le violazioni della privacy (18,4%) compiute dai tre. Altri accusano Snowden e Assange di essere in cerca di fama o di soldi (12,4%) e non manca chi li definisce criminali e spie anti-americane (8,1%).

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In generale quindi la rete sembra sostenere le battaglie di Snowden & Co. Il sentiment verso colui che ha sollevato il polverone del Datagate è decisamente positivo, con un 57,2% di commenti favorevoli. I giudizi negativi si fermano invece al 26,2%. Infine, contrariamente a quella che è stata la scelta fatta dal ministro Bonino di non concedere asilo politico a Snowden, il web appare decisamente più possibilista, con oltre 2 commenti su 3 (69,4%) favorevoli a garantire a Snowden asilo politico o almeno un salvacondotto. Nel dilemma tra privacy e trasparenza la rete sembra avere dunque le idee chiare.

Napoli, tornano a casa i due ragazzini arrestati nella notte choc di Ponticelli

Il Mattino

di Giuseppe Crimaldi


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Tornano a casa i due sedicenni arrestati nella notte choc di Ponticelli. La procura presso il tribunale per i minori non ha disposto il fermo dei due che, da quanto è emerso nel frattempo, dalle indagini, non avrebbero fatto parte del commando di killer che ha sparato contro l'abitazione di Giuseppe D'Amico, ritenuto dagli inquirenti personaggio emergente nel panorama criminale della zona.

I due, come emerso dalle indagini dei carabinieri, avrebbero invece fatto parte del gruppo messo a protezione della casa del presunto boss. Resta da chiarire, e questo lo dirò lo Stube , se i 2 minorenni abbiano o no risposto al fuoco: in questo caso la loro posizione cambierebbe. Per la loro minore età i due sono stati riaffidati ai genitori. Sempre dalle indagini è emerso che il raid di venerdì notte sarebbe stata la risposta ad un altro blitz di personaggi vicino ai D'Amico a Cercola.

 
 
FOTOGALLERY

Napoli. Una notte al seguito dei Carabinieri (Newfotosud - Alessandro Garofalo)




domenica 7 luglio 2013 - 19:54   Ultimo aggiornamento: lunedì 8 luglio 2013 08:29

Conosci davvero la musica napoletana?

Il Mattino


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Proseguono i quiz del Mattino. Questa domenica mettetevi alla prova con le domande sulla storia musicale della città preparate da Federico Vacalebre.






1- In che anno Gilda Mignonette partecipò per la prima volta ad un'Audizione di Piedigrotta?
a- 1915
b-1912
c-1914

2- Quale fu il più celebre dei posteggiatori napoletani?
a- Vincenzo Esposito, detto ’o Giornalista.
b- Giovanni Andrea, ’o Capitone
c-Giuseppe Di Francesco, ’o Zingariello

3- Nel 1976 Pino Daniele suonò la chitarra nel 45 giri di un collega. Chi?
a- Mario Musella
b-Gianni Nazzaro
c-Jenny Sorrenti

4- Chi ispirò «’O sarracino» a Nisa e Carosone ?
a- Rodolfo Valentino
b-Totò

c-Harry Belafonte

5- Sergio Bruni interpretò al cinema un divo di cantaNapoli. Chi?
a- Pasquariello
b- sé stesso

c- Armando Gill
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6- Quale rapper campano si è imposto nella prima serata del primo «Music summer festival»?
a- Rocco Hunt
b- Clementino
c-’Nto’

7- Come si chiama la canzone che arrivò prima alla Piedigrotta Tavola Rotonda del 1898, davanti a «'O sole mio»?
a- «Luna nostra»
b- «Bona sera Luci’!»

c- «Napule bello»

8- Patty Pravo ha appena inciso una canzone napoletana moderna. Di quale autore?
a- Gigi D’Alessio
b- Paolo Morelli
c- Enzo Gragnaniello

9- De Andrè tradusse in napoletano parte di una canzone di Dylan. Quale?
a- «Blowin’ in the wind»
b-«Forever young»

c- «Romance in Durango»

10- In che anno il Festival di Napoli non ammise in gara brani di Totò e Peppino De Filippo?
a- 1955
b-1954
c-1960



domenica 7 luglio 2013 - 11:37   Ultimo aggiornamento: lunedì 8 luglio 2013 10:47

Niente fondi? Per l'Arci si trovano

Alberto Giannoni - Lun, 08/07/2013 - 08:41

Tagli su tutto, ma fra Palazzo Marino e Zone spunta sempre qualche iniziativa che coinvolge i "compagni"

Le casse del Comune languono. Milano aspetta solo di sapere quale entità avrà il buco di bilancio che la giunta metterà in conto ai cittadini contribuenti attraverso aumenti fiscali e tagli.


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Si tagliano servizi e sussidi, si raschia il fondo del barile, ma evidentemente non su tutto. Nei giorni scorsi, per esempio, si è parlato del Festival di cultura gay generosamente finanziato da Palazzo Marino. E qualcosa del genere sembra accadere alle iniziative che vedono coinvolta l'Arci, la storica associazione «ricreativa e culturale italiana» nata nell'alveo della sinistra comunista. Almeno, è quanto accade secondo il centrodestra. I Consigli di zona sono ormai a secco di risorse, non finanziano più iniziative e associazioni. In un caso non possono neanche acquistare la carta per le fotocopie, ma sembra che in certi casi i contributi, seppur piccoli, possono essere trovati.

Proprio dalle zone, dalle 3 in particolare, Gianluca Boari del Pdl attacca: «Già il 27 settembre 2012 era stata finanziata una rassegna cinematografica a cura del Circolo Arci “Offensive democratiche” per un costo di 410 euro di cui 400 a beneficio di fantomatici curatori. Il 22 novembre 2012, dopo solo due mesi, veniva finanziata un'iniziativa di un altro circolo Arci, quello ospitato all'interno dell'edificio Aler di via Pascoli 4, dal titolo “Nutriamoci di Cultura”. Un progetto di “coesione sociale e produzione di cultura condivisa” per una spesa di 654,75 euro. Passa appena una settimana, siamo al 29 novembre 2012, e arriva un nuovo finanziamento a un circolo della stessa famiglia, questa volta ad essere beneficiato è il Circolo Arci “Metromondo”.

Si tratta di 1.700 euro più Iva spesi per uno spettacolo dal titolo “Ridere e cantare fa bene alle salute”». «Il 16 maggio, meno di due mesi fa - continua Boari - era stata la volta del Circolo Arci “Offensive democratiche” finanziato con 1.350 euro per una rassegna cinematografica per cui il curatore riceveva ben 1.000 euro». «In sostanza - sintetizza - ogni 2 mesi circa viene coinvolto un circolo dell'organizzazione di sinistra. Possibile che non ci siano altre realtà in Zona 3 che possano collaborare col Consiglio di Zona?». Ma la questione non riguarda solo la Zona 3.

Il Comune stesso ha firmato una convenzione con un'associazione temporanea d'impresa avente come capofila proprio l'Arci Milano. Il progetto, già partito, è quello dei Consigli di zona per ragazzi. Il progetto costerà circa 437mila euro, in gran parte ministeriali. Il Comune ne erogherà 43.750. Stessa cifra a carico dell'Arci. «Ma quei 437mila euro andranno a retribuire e finanziare strutture e soggetti esterne al Comune - aggiunge Boari - Mi chiedo: il Comune non poteva gestire direttamente il progetto, impiegando le sue risorse interne, preparate e di lunga esperienza, piuttosto che affidarsi a esterni, come i compagni dell'Arci?».

Il Made in Italy sotto i tacchi

Corriere della sera

Gli artigiani veneti denunciano: le griffes preferiscono i nostri concorrenti cinesi


Dopo avere rispolverato la memoria a Patrizio Bertelli, amministratore delegato di Prada sulle responsabilità dei marchi del lusso nel declino della Milano della moda, ecco la seconda tappa del Made in Italy: la Riviera del Brenta, tra Venezia e Padova, capitale della scarpe griffate. Capitale ancora per poco se i nostri marchi continuano a cullarsi sulla convinzione che il mondo non si accorgerà mai del trucco sotto il tacco marchiato Made in Italy. Oggi l’export del prodotto di lusso regge bene alla crisi soprattutto grazie ai mercati emergenti. Basterebbe un po’ di lungimiranza per prevedere che i russi e i cinesi con i portafogli griffati non acquisteranno più il Made in Italy quando scopriranno che stanno pagando per una scritta esclusiva che mente sull’origine della produzione artigianale.

La norma sull’etichettatura europea infatti consente di realizzare all’estero le parti più importanti di qualunque prodotto manifatturiero e le nostre marche prediligono l’Europa dell’est e l’Asia grazie ai bassi costi della manodopera. Anche molte delle griffes francesi si spingono in Serbia, Romania, Cina e Indonesia per poi assemblare nella Riviera del Brenta le parti realizzate all’estero. La legge truffa lo consente. Alle griffes francesi conviene. I loro marchi del lusso, dopo avere comprato gli italiani Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi e via dicendo, producono soprattutto in quei distretti italiani dell’artigianato che ancora godono di prestigio.

Il made in Italy fatto con i cinesi
Il made in Italy fatto con i cinesi
Il discredito che potrebbe colpire quei distretti può penalizzare soltanto il brand più prezioso: il nostro Made in Italy. I politici di casa nostra non hanno difeso l’esclusività della nostra manifattura artigianale quando hanno approvato regolamenti europei sull’etichettatura che consentono di marchiare Made in Italy prodotti realizzati in gran parte all’estero. Sono i responsabili della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro della piccola e media impresa in favore di quella grande che ha ridotto i costi.

«I dati parlano chiaro», sostiene Matteo Ribon della Cna Federmoda Veneto «il fatturato del settore è lo stesso da dieci anni e la produzione si aggira sempre intorno ai 20 milioni di scarpe l'anno quindi è evidente che a perderci sono gli Italiani, in particolare gli artigiani annientati dalla doppia concorrenza: quella straniera causata dalla delocalizzazione e quella dei Cinesi che lavorano qui nel distretto».

Nel settore pelli calzature dal 2001 al 2012 le imprese individuali cinesi sono aumentate da 30 a 205 mentre hanno chiuso bottega 90 imprese artigiane italiane. I Cinesi hanno sostituito gli Italiani a colpi di concorrenza sleale. Illegalità, sfruttamento della manodopera (spesso in nero) sono alla base di un’inesorabile avanzata dei laboratori cinesi in tutti i distretti del Made in Italy.

La statistica smentisce impietosamente l’ipocrisia dei committenti italiani che fingono di non sapere perché i terzisti cinesi ai quali affidano la propria merce sono così rapidi, flessibili e concorrenziali. Tutte (proprio tutte) le volte che le forze dell’ordine si ricordano di effettuare un controllo nelle aziende “artigianali” cinesi, riscontrano almeno una delle seguenti irregolarità: impiego della manodopera in nero, riduzione in schiavitù di clandestini, violazione delle norme sulla sicurezza dei lavoratori, evasione contributiva e ovviamente fiscale. Avere sempre una mazzetta di soldi in nero sotto il bancone è particolarmente utile.

Le griffes delle scarpe sono stati le prime in Italia ad arruolare direttamente terzisti cinesi. Ma non vedono, non sentono e non parlano. Però pagano a prezzo scontato le tomaie, che è poi la parte più artigianale della scarpa. Mentre i prezzi delle loro pregiate scarpe Made in Italy non sono affatto diminuiti. Sono invece drasticamente crollati i posti di lavoro per gli artigiani italiani.

L’Associazione tomaifici terzisti veneti presieduta dall’artigiano Federico Barison riunisce una quarantina di terzisti stanchi di aspettare che i politici regionali, la magistratura e le forze dell’ordine si accorgano della nuova “mala” del Brenta. Un esposto arrivato un anno fa alla Procura della Repubblica di Venezia non ha modificato lo scenario. Un paio di controlli e tutto è rientrato. Stranamente i controlli sono invece aumentati nei confronti degli associati.

Matteo Ribon della Cna denuncia: «Quest'anno ci sono 250 dipendenti di tomaifici e terzisti in cassa integrazione e venti aziende sono a rischio chiusura. Ovviamente solo italiane. Non mi risulta che quelle cinesi facciano richiesta di cassa integrazione». Nel video registrato con camera nascosta si vedono nume

rosi operai cinesi intenti a cucire tomaie in un laboratorio della Riviera. Da una verifica è poi risultato che il titolare cinese aveva registrato presso l’ufficio preposto soltanto due dipendenti. Gli altri lavoravano in nero e non è dato sapere se fossero anche clandestini. L’imprenditore cinese cuciva tomaie a metà prezzo per una nota marca italiana che qualche mese prima l’aveva preferito all’artigiano italiano, che in mancanza di lavoro è stato costretto a mettere in cassa integrazione le sue operaie. Un altro costo per la collettività.

Finché non si applicheranno severe sanzioni anche contro i committenti e finché non si farà una norma che disponga la distruzione della merce pregiata trovata nei laboratori irregolari non cambierà niente. Il prestigio del Made in Italy resiste finché i panni sporchi continuano a essere lavati in famiglia. Denunciare è l’unica arma rimasta in mano agli artigiani.

Alle griffes per ora sta andando di lusso perché i cinesi (ricchi) non si sono accorti che potrebbero fare già tutto in casa, arruolando quelli (poveri), soprattutto gli emigrati in Italia per lo più illegalmente. Hanno goduto di dieci anni di impunità per trasformarsi in abili esecutori dell’eccellenza artigianale. Le stesse griffes hanno delocalizzato parte della produzione in Cina esportando le nostre preziose competenze su materiali, macchinari e tecniche di manifattura. Proprio dei maestri.

Guarda l'inchiesta "Disoccupati del lusso" andata in onda a Report il 18 maggio 2008


Sabrina Giannini @giannini_report8 luglio 2013 | 8:15

Una legge semplifica, quattro complicano

Corriere della sera

Così la burocrazia ci fa perdere 30 miliardi

Per toccare con mano la paralisi, recarsi a Laino Borgo, duemila anime in provincia di Cosenza, nel cuore del meraviglioso Parco del Pollino. Nei pressi del paese c'è una vecchia centrale elettrica, spenta nel 1993 perché non più economica. L'Enel vorrebbe ora riconvertirne una parte a biomasse, ma il progetto è imprigionato in un inestricabile dedalo di pareri, autorizzazioni, veti incrociati e carte bollate. Tutto comincia nel 2001. Sei anni dopo le pratiche sono esaurite (sei anni!), ma quando si sta per girare l'interruttore, una nuova direttiva europea impone un altro passaggio formale.

E la giostra infernale si rimette in moto. I documenti restano nei cassetti della Provincia di Cosenza per due anni e mezzo, mentre l'Ente Parco, undici giorni dopo aver concesso il quarto via libera, ci ripensa. Piovono i ricorsi e la schermaglia che già era iniziata si trasforma in una guerra termonucleare. In 5 anni si contano 14 fra sospensive, ordinanze e sentenze. L'ultimo pronunciamento del Consiglio di Stato, nell'agosto 2012, ribalta la precedente decisione del Tar favorevole all'impianto azzerando tutte le autorizzazioni. E dopo 12 anni si ricomincia daccapo.

Non vogliamo entrare nel merito della faccenda. Ma che nella settima, ottava o nona potenza economica del mondo quale dovrebbe essere l'Italia non si riesca a decidere in 12 anni se una vecchia centrale spenta possa o meno essere riaccesa, è davvero il colmo. Anche perché quell'insensato spreco di tempo lo paghiamo tutti noi.Sperare però che questo impietosisca una burocrazia ossessiva capace di trasformare l'Italia in un Paese bloccato è davvero troppo. Lo stesso Parlamento resta vittima di quel meccanismo infernale, come dimostra l'incapacità di fare le riforme. Prendiamo la più urgente di tutte: l'abolizione del bicameralismo perfetto, che rende l'approvazione di ogni legge un autentico calvario.

Se ne parla da anni senza costrutto, nonostante si dicano tutti d'accordo.Nella scorsa legislatura la commissione affari costituzionali del Senato ci ha lavorato a lungo: fatica sprecata. Ora si riparte da zero. Tre mesi già se ne sono andati per nominare quaranta saggi cui è stato affidato il dossier delle riforme istituzionali. Piccolo particolare, fra di loro ci sono anche tre principi del foro schierati dalle Regioni nella causa alla Consulta contro la riforma delle Province: Beniamino Caravita di Toritto, Massimo Luciani e Giandomenico Falcon. D'altra parte, come non ricordare che il ministro della Funzione pubblica Gianpiero D'Alia, oggi favorevolissimo all'abolizione delle Province, fu orgoglioso autore nel 2006 di un emendamento alla finanziaria per salvare la chiusura delle prefetture minori?

Leggi, commi e decreti Il simbolo più eclatante della sconfitta subita dalla politica a opera della burocrazia è senza dubbio il ministero della Semplificazione, ora pietosamente sepolto. Mentre il ministro Roberto Calderoli menava inutilmente fendenti su 375 mila leggi inutili, la macchina della Complicazione andava a pieni giri. Un documento appena sfornato dall'ufficio studi della Confartigianato diretto da Enrico Quintavalle racconta che dal 2008 a oggi sono state approvate 491 norme tributarie, delle quali 288 hanno reso la vita più difficile alle imprese, contro le 67 che invece sulla carta le semplificavano. Bilancio: 4,3 complicazioni per ogni semplificazione.

Lui, Calderoli, ci provò a fare una legge per stabilire che le leggi dovevano essere scritte in modo chiaro e comprensibile. Quell'obbligo esiste da quattro anni. Ma sfogliate una Gazzetta ufficiale , a caso, e controllate quante volte è stato rispettato. Praticamente mai. Le leggi continuano a essere un groviglio incomprensibile di commi, lettere e rimandi ad altre leggi modificate da altri introvabili commi.

Per avere norme semplici e comprensibili bisognerebbe forse cambiare chi le scrive. Che invece sono sempre gli stessi. Magistrati e altissimi burocrati detentori dei gangli del potere: capi di gabinetto e degli uffici legislativi, commissari straordinari, consiglieri di ministri e sottosegretari, ai vertici delle authority. Il fulcro della burocrazia. Tecnici e politici al tempo stesso, con entrature di peso nei partiti e nelle loro correnti. Anche loro una lobby, per dirla con Anna Maria Cancellieri? Di sicuro un pacchetto di mischia solido e compatto. Un esempio? Nella legge anticorruzione compare una pillola avvelenata: i magistrati non potranno restare fuori ruolo per più di 10 anni.

Fine degli incarichi extragiudiziali a vita. Spunta però un comma previdenziale che esenta dal tetto i membri del governo. Ovvero, i consiglieri di Stato Antonio Catricalà e Filippo Patroni Griffi, allora rispettivamente sottosegretario alla presidenza e ministro della Funzione pubblica: nel successivo governo di Enrico Letta il primo è diventato viceministro dello Sviluppo e il secondo è andato al posto del primo. Non basta. Il decreto attuativo non è mai stato approvato, con il risultato che sugli altri incarichi degli altri magistrati decide sempre il relativo organo di autogoverno. Al Csm si è già stabilito che nei dieci anni non sono compresi i periodi di aspettativa.

I decreti attuativi sono una caratteristica tipica delle leggi italiane, il meccanismo con cui il parlamento consegna il proprio potere legislativo alle burocrazie. Perché la legge, se non c'è il decreto ministeriale, resta lettera morta. E i decreti li scrivono gli uffici. Soltanto la legge varata nell'estate del 2012 per rilanciare lo sviluppo ha avuto bisogno per essere attuata di 74 norme di secondo livello. Un livello che spesso interviene pesantemente, modificandolo nella sostanza, anche sul primo.

La lentezza è uguale per tutti
A forza di moltiplicare centri decisionali che si ostacolano l'un l'altro, di fare leggi e circolari che contraddicono altre leggi e altre circolari, nonché di aggiungere enti, società, agenzie, authority, era inevitabile che si arrivasse alla paralisi. Tutto, in Italia, diventa oggetto di contenzioso. Non mancano casi in cui lo Stato fa causa allo Stato, come dimostra la surreale vicenda legale che oppone la Finmeccanica al suo azionista Tesoro. Una storia nata da un disaccordo sulla liquidazione di una società costituita nel 2005 per fare la carta d'identità elettronica cui la Finmeccanica partecipa insieme al Poligrafico dello Stato e alle Poste, e sfociata in tribunale. Carte d'identità prodotte: zero virgola zero. In compenso, 876 mila euro sono andati agli avvocati. Adesso siamo in appello. Prima udienza fissata per il 22 novembre del 2016.

La giustizia non è forse uguale per tutti, Stato compreso? La durata media di un procedimento civile per inadempienza contrattuale qui è di 1.210 giorni, più del triplo rispetto a Germania, Francia e Regno Unito (394, 390 e 399 giorni). Una procedura fallimentare va avanti in media per 2.567 giorni, ma ci sono casi, come quello di una piccola ditta pugliese fallita nel 1962, che hanno segnato record di 48 anni cui si è sfiorato il mezzo secolo. Una pacchia forse per gli avvocati, tanto numerosi da superare nella sola città di Roma quelli di tutta la Francia, certo non per le imprese. Né italiane, né straniere, che infatti hanno ridotto al lumicino gli investimenti nel nostro Paese.

Uno zaino pieno di sassi
Il gravame giudiziario è uno dei tanti pesi che la burocrazia made in Italy carica sulle spalle di chi produce. Folgorante la battuta del segretario dell Confartigianato Cesare Fumagalli: «È come se nella competizione internazionale i nostri corressero con uno zaino pieno di sassi». La sua organizzazione ha calcolato che il costo burocratico per le imprese sfiora ormai i due punti di Pil: 30 miliardi e 980 milioni. Parliamo di 7.091 euro in media per ogni azienda al di sotto dei 250 dipendenti.Fra i sassi, ovviamente, c'è anche quello dell'arretratezza tecnologica della pubblica amministrazione.

Dicono gli artigiani che sono appena 928 su oltre 8 mila i Comuni in grado di svolgere tutte le pratiche per via telematica, pagamenti compresi, mentre solo 2.449 intrattengono con i fornitori rapporti di fatturazione elettronica: il che contribuisce ovviamente al ritardo enorme con cui il pubblico onora i propri impegni, in media 180 giorni con punte di 800 nella sanità. La burocrazia è così fitta che le amministrazioni pubbliche, dopo aver accumulato un debito con i fornitori di oltre 100 miliardi, ora che potrebbero ripianarne almeno una parte sono costrette a uno slalom procedurale assurdo per pagare le imprese. Vittime così di una ulteriore crudele beffa.

Ancora. In Italia i giorni necessari per ottenere permessi edilizi sono in media 234, contro i 184 della Francia, i 99 del Regno Unito e i 97 della Germania. Senza citare l'inconcepibile quantità di strumenti urbanistici attraverso cui bisogna districarsi nel caso di opere appena più complesse di una semplice ristrutturazione: l'imprenditore campano Alfredo Letizia ne ha censiti 62. Vincoli che non hanno impedito al Paese più iper regolato di diventare campione europeo di illegalità e abusivismo edilizio, ma che rendono ancora più tortuoso ogni processo decisionale, condizionato da un numero incredibile di soggetti competenti.

Alla conferenza dei servizi della Stazione dell'alta velocità di Roma Tiburtina hanno partecipato in 38, ciascuno dotato di un potere di veto più o meno piccolo. Per fotocopiare e distribuire a tutti il progetto sono stati spesi 456 mila euro, poi altri 22 mila per distruggere le fotocopie.Inutile meravigliarsi, poi, se per far partire un'opera pubblica servono in una Regione come la Sicilia più di 1.500 giorni. E se un chilometro di autostrada o ferrovia costa il triplo che in Francia o Spagna: 32 milioni contro 10.

Il Paese dei 23 mila appaltatori Inutile meravigliarsi, soprattutto, che la spesa pubblica abbia superato di slancio il 50 per cento del Pil, senza aver fatto crescere la ricchezza nazionale. Anzi. Fra il 2001 e il 2012, mentre la spesa lievitava di 200 miliardi, il Pil pro capite a prezzi costanti crollava del 6,5 per cento. La colpa? Certo la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra ha moltiplicato i centri di spesa privandoli dei necessari controlli dal centro. Si è arrivati a contare 23 mila stazioni appaltanti, con conseguenze a dir poco perverse come nella sanità, che rappresenta oltre metà del mastodontico esborso regionale e dove si continua a tagliare mentre le spese crescono senza sosta. Basta dire che all'eliminazione di 5 mila posti letto nel solo Lazio ha corrisposto, per quanto sia difficile da credere, un aumento del 17 per cento della spesa per l'acquisto di beni e servizi.

La spesa per la sanità pubblica è salita di 50 miliardi in dieci anni senza che la qualità sia migliorata. Secondo l'Istat, nel 2012 il 50,8 per cento dei pazienti in fila alla Asl ha atteso oltre 20 minuti. Rispetto al 2002 il tempo di attesa medio si è allungato dell'11,9 per cento. Per di più, mentre si riducono i posti letto degli ospedali, la sanità pubblica continua a foraggiare una marea di strutture private convenzionate: soltanto in Sicilia sono 1.476. Cifra che rende necessaria una diversa interpretazione dei dati sul personale pubblico. E non soltanto nelle Asl.

Quanti sono davvero i dipendenti pubblici? Le statistiche ufficiali dicono che il numero dei nostri dipendenti pubblici è perfettamente in linea con la media europea. Ma pur avendo più o meno lo stesso personale del Regno Unito (tre milioni e mezzo), non abbiamo la stessa qualità dei servizi. Quanto abbia contribuito nei decenni una certa politica sindacale priva di qualunque suggestione meritocratica è sotto gli occhi di tutti. In Italia i dipendenti pubblici ricevono un incentivo alla «presenza», cioè per il solo fatto di timbrare il cartellino.

E poi le «progressioni orizzontali» (banalmente, gli aumenti di stipendio) uguali per tutti com'era regola anni fa alla Regione Campania, i giudizi sempre ottimi per tutti i dirigenti basati sulla valutazione di se stessi, quando non accordi sindacali che escludevano addirittura la possibilità di dare insufficienze ai subalterni. Il principio della deresponsabilizzazione ha letteralmente dilagato dai massimi gradi dirigenziali fino ai livelli inferiori. Né i tentativi di riforma sono stati in grado di imprimere una svolta.

In questo sistema tutto italiano si è trovato anche il modo per aggirare i blocchi alle assunzioni. Così sono nate migliaia di società controllate dagli enti locali, con moltiplicazione di competenze, sovrapposizione di funzioni, sprechi indicibili. Altre spese, altra burocrazia. Ma stavolta «societaria», e con un vantaggio: assumere senza concorso né incappare nel divieto del turnover. Nel 2008 la Corte dei conti calcolava che questa massa informe di imprese pubbliche occupasse 255 mila persone, oltre a 38 mila fra consiglieri di amministrazione, revisori contabili e alti dirigenti. Ciascuna con una media di 68 dipendenti e ben 12 persone in posizioni di comando. Per avere un'idea del peso di queste società, si consideri che il Comune di Roma ha 25 mila dipendenti e 37 mila stipendi pagati da municipalizzate o aziende partecipate. Totale, più di sessantamila. Sessantamila...

Sergio Rizzo
8 luglio 2013 | 8:06

Kenia, un computer per ogni bambino Il «no» dei genitori: alto il rischio rapine

Corriere della sera

Il programma del governo dal 2014. Le associazioni delle famiglie: pc oggetti di valore e qui c'è gente che non ha da mangiare

Cattura
JUBA (Repubblica del Sud Sudan) – Un portatile in ogni zainetto: il sogno di ogni bambino, l’ambizione di ogni politico. Se poi il progetto gode del sostegno di uno dei colossi del settore (la Microsoft di Bill Gates), il gioco è fatto. Questa, almeno, sembrava essere la convinzione del nuovo presidente keniota, Uhuru Kenyatta: tra i punti chiave della sua campagna elettorale, la distribuzione annua di oltre 1,2 milioni di laptop, da qui al 2016, ai bambini che iniziano il ciclo scolastico. Peccato che il piano, approvato dal governo lo scorso giovedì, non vada giù proprio a quelli che dovrebbero esserne i diretti beneficiari: i genitori degli studenti.

IL SOGNO – Trasformare il Kenya nel crocevia tecnologico di tutta l’Africa orientale: questo l’obiettivo dichiarato del governo, e una delle promesse più sbandierate dalla «Coalizione del Giubileo», che ha sostenuto Kenyatta fino alla vittoria. Un piano triennale da 615 milioni di dollari (costo di ogni portatile: 100 dollari), che dovrebbe prendere il via alla fine di quest’anno. Microsoft, attraverso il programma «Partners in Learning Schools», ha già formato 32.600 insegnanti in tutto il Paese nell’ultimo quinquennio (ma, stando a una nota della Microsoft African Initiatives, non ha ancora siglato un accordo definitivo per l’implementazione del progetto). Il governo ha annunciato la realizzazione di «magazzini speciali» in ogni istituto scolastico e l’inserimento di informatica ed educazione digitale nel curriculum a partire da gennaio 2014. E, ovviamente, ha garantito energia elettrica in ogni scuola, con distribuzione di pannelli solari nelle zone non raggiunte dalla rete.

LA REALTÀ – La buona volontà non manca, così come i partner internazionali. Ma la realizzazione, in un Paese dove oltre 200mila insegnanti sono attualmente in sciopero nel tentativo di ottenere integrativi promessi ormai 16 anni fa, sembra meno semplice del previsto. In Kenya servirebbero almeno 40mila maestri e professori in più dell’attuale corpo docente, e ci sarebbero 42mila aule scolastiche ancora da costruire. Per non parlare dei 70 milioni di libri scolastici destinati a un programma di educazione primaria gratuita, e spariti nel nulla dopo una serie di rapine nella contea di Trans Nzoya. «Se sono capaci di perdere un numero così alto di libri di testo, con i computer potrebbe essere ancora peggio», ha dichiarato all’Associated Press Musau Ndunda, dell’Associazione Nazionale Genitori.

Impossibile, d’altro canto, chiedere agli studenti di portarli via con sé: «Non puoi tenere in casa un oggetto del genere in posti in cui la gente non ha niente da mangiare», ha aggiunto Ndunda. Anche la Federazione dei Consumatori si è apertamente schierata contro il progetto, che - per quanto nobile - «non è stato pianificato a sufficienza ed è stato politicizzato in maniera inaccettabile». «Chiunque critica questa idea, non si preoccupa del futuro», è stata la reazione di Muthui Kariuki, portavoce del governo. «Siamo nell’era digitale, e dai giovani che questo programma formerà, nasceranno i futuri manager della nostra ‘Silicon Valley’. La tecnologia è l’unica frontiera che rimane». Resta da vedere se il governo di Uhuru Kenyatta riuscirà ad abbatterla.

Gabriela Jacomella
@gab_jacomella7 luglio 2013 (modifica il 8 luglio 2013)

Abu Qatada estradato in Giordania, per Londra finisce un incubo

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


Cattura
Dopo anni di battaglie per l’estradizione è stato rimpatriato oggi in Giordania  Abu Qatada, al secolo Omar Othman, il  predicatore palestinese considerato il braccio destro di Bin Laden in Europa e accusato di “cospirazione finalizzata al compimento di atti terroristici” . Vestito in djellaba bianca, Qatada, 53 anni, è salito a bordo di un velivolo della Raf alla base di Northolt destinazione Amman.  Non appena è atterrato  l’integralista è finito a tempo di record di fronte a un giudice che lo ha incriminato per atti di terrorismo, anche se lui si è dichiarato non colpevole, e subito dopo è stato trasferito in un carcere di massima sicurezza.

Secondo una fonte giudiziaria locale, il predicatore deve restare dietro le sbarre, a titolo preventivo, per 15 giorni. Il suo legale, Tayssir Diab, ha precisato che domani presenterà un ricorso per ottenere la libertà su cauzione del suo cliente. La promessa fatta dalle autorità giordane al governo Cameron è quella di non estorcergli nessuna testimonianza con la tortura. È grazie infatti all’accordo fra Amman e Londra in cui si sancisce proprio questo, nero su bianco, che è stato possibile chiudere la vicenda, per lo meno da parte britannica. I legali di Abu Qatada avevano chiesto questa garanzia per acconsentire al suo ritorno in patria.

“La sua partenza segna la fine degli sforzi intrapresi dal 2001 per la sua espulsione e penso che sarà una buona notizia per l’opinione pubblica britannica», ha affermato la ministra dell’Interno britannica, Theresa May. Ha anche precisato, però, che il governo cercherà di risolvere nello stesso modo anche altri casi e ha ricordato che deve essere rivista la Convenzione europea sui diritti umani, che avrebbe troppo limitato la capacità di risolvere la vicenda da parte delle autorità di Londra. In caso contrario, ha aggiunto, il Regno potrebbe anche valutare una sua uscita dalla convenzione.
L’integralista era già stato condannato a morte in contumacia per terrorismo nel 1999, verdetto subito dopo commutato nei lavori forzati a vita. Nel 2000 alla pena si aggiunsero ulteriori quindici anni di reclusione. La lotta per la sua estradizione era cominciata nel 2001 ed ha causato più di un imbarazzo al governo britannico. Il primo ministro David Cameron alla notizia dell’estradizione si è detto “contentissimo”. Mi ha fatto ribollire il sangue il fatto che un uomo che non aveva nessun diritto di stare nel  nostro Paese e che anzi rappresentava una minaccia non potesse essere espulso con facilità”. 

Molti gruppi per i diritti umani hanno criticato il fatto che il processo si svolga in una corte militare e hanno chiesto una corte civile. Abu Qatada ha trascorso sette anni nel carcere inglese di Long Lartin, nel Worcestershire. Ha poi ottenuto la libertà vigilata. come abbiamo scritto in questo post,  e di recente è tornato in prigione per averne violato i termini. Nel suo ultimo arresto, a marzo, la polizia aveva sequestrato molto materiale ‘sospettò in casa sua, come 17 telefoni cellulari, diversi cd e dvd. Secondo Scotland Yard, fra quei documenti, ci sarebbero anche video e pagine che riconducono a un gruppo di integralisti islamici che operano in vari Paesi europei.

I giudici oscurano il sito che ha scoperchiato il “Watergate di Francia”

La Stampa

Colpo di scena nell’affaire Bettencourt. Il direttore: come nell’800

alberto mattioli
corrispondente da parigi


Cattura
Come in ogni buon feuilleton, anche nello scandalo Bettencourt ogni giorno porta, da tre anni, la sua nuova puntata. Con l’ultima, però, si passa da Dumas a Re Ubu. Udite, udite: la Corte d’appello di Versailles ha condannato il sito d’informazione «Mediapart» a far sparire dalla rete tutti gli estratti o le trascrizioni delle famigerate registrazioni clandestine del maggiordomo di Liliane Bettencourt. Come ordinare a Pandora di chiudere il vaso, dopo che proprio quei nastri, pubblicati il 16 giugno 2010, hanno scatenato uno tsunami di rivelazioni, inchieste, sentenze, polemiche, spiate, perquisizioni e dimissioni. Una vicenda iniziata come una pochade e che ha finito per far vacillare la République, o almeno la sua Casta. «The french Watergate», secondo il «New York Times».

All’«affaire» non manca nulla. C’è la magnate 87enne un po’ andata di testa, proprietaria dell’Oréal e terza fortuna di Francia stimata a 18 miliardi di euro, trasformata in una specie di bancomat umano che distribuisce centinaia di milioni ad affascinanti protegé o a politici evidentemente convincenti. C’è la figlia biblista, Françoise Bettencourt-Meyers, che chiede e ottiene l’interdizione della madre.

C’è il fotografo dandy, François-Marie Banier, che frequenta madame Bettencourt e riceve dall’Oréal 993 milioni di euro per imprecisate «consulenze». C’è il maggiordomo infedele, Pascal Bonnefoy, che con il registratore nascosto documenta le pressioni e le angherie sulla padrona, ma anche i suoi conti offshore e i versamenti in nero all’Ump, il partito di centro-destra. C’è Eric Woerth, ministro sarkozysta prima del Bilancio e poi del Lavoro, la cui moglie lavora, guarda caso, nella società che gestisce la fortuna dei Bettencourt e che finisce per dimettersi travolto dallo scandalo.

Non basta? Ci sono le inchieste che si accavallano e si contraddicono e non finiscono mai, anche perché ci sono procuratori che vogliono insabbiare e giudici istruttori che invece vogliono indagare. Ci sono i giornalisti che si occupano del caso i cui telefoni vengono intercettati dai servizi e i cui computer risultano misteriosamente rubati. E soprattutto c’è Nicolas Sarkozy, accusato di far visite notturne a casa Bettencourt e di uscirne con valigette piene di euro per la sua campagna elettorale del 2007. L’ex Presidente viene torchiato per otto ore di fila da un giudice di Bordeaux ma si salva perché si scopre che quest’ultimo ha delle relazioni davvero pericolose con la dottoressa incaricata (da lui) di valutare la salute mentale della miliardaria. E i sarkozysti sparano ad alzo zero contro la magistratura «politicizzata» (eh sì, tutto il mondo è Belpaese).

Adesso, come nel gioco dell’oca, anzi il Monopoli visto che i soldi sono onnipresenti, si riparte dal via. In uno degli innumerevoli processi, quello per l’«attentato alla vita privata» di Liliane, insomma i nastri, dopo sentenza, appello, Cassazione e nuovo appello, dei giudici evidentemente convinti di vivere nel 1950 ordinano a Mediapart di far sparire ogni traccia delle registrazioni che hanno scatenato tutto il putiferio. Otto giorni di tempo, pena 10 mila euro di multa per giorno di ritardo e per infrazione constatata. Come se dalla rete fosse possibile far sparire alcunché. Sono 894 articoli e 1.615 commenti di lettori solo per Mediapart, ricorda il suo direttore, Edwy Plenel.

Insorgono i giornalisti. I siti concorrenti si offrono di pubblicare quel che Mediapart non può più pubblicare. Molti politici chiedono di revisionare la legge. Plenel ricorda che proprio a Versailles, nel 1898, fu condannato Emile Zola per il suo «J’accuse!». Anni dopo, quando fu chiaro che Dreyfus era davvero innocente, Zola chiese ai giudici «semplicemente, di dire se c’è crimine a volere la verità». Che brutto «affaire».