lunedì 15 luglio 2013

Caso Calderoli-Kyenge, Salvini attacca il capo dello Stato: «Napolitano taci che è meglio»

Corriere della sera

L'esponente leghista se la prende con il presidente della Repubblica che aveva censurato il vicepresidente del Senato

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Il caso Calderoli-Kyenge (con il vicepresidente del Senato leghista che dal palco di un comizio aveva sottolineato che quando guardava il ministro Kyenge non poteva «non pensare ad un orango») fa ancora discutere. Il Partito democratico chiede formalmente le dimissioni di Calderoli con una nota: «Adesso basta. Non si può lasciare spazio al razzismo, all'insulto, all'istigazione dei peggiori istinti. Non si tratta di chiedere scusa o di smentire battute. Non si può tergiversare o minimizzare». Le parole del leghista, infatti, «sono una manifestazione di irresponsabilità. Non si può lasciare che resti al proprio posto di rappresentante delle istituzioni chi usa le parole come clave per fomentare il razzismo e dileggiare una donna e un ministro», si legge nella nota.

LA DIFESA - Dal fronte della Lega, però, non solo c'è chi difende Calderoli, come un assessore veneto che chiosa «offeso l'orango» (una frase poi fatta propria anche da Paola Gregato, consigliere provinciale della Lega Nord a Monza), ma anche chi attacca coloro i quali avevano «bacchettato» l'ex ministro. A cominciare dal capo dello Stato. Il leghista Matteo Salvini infatti non ha gradito l'intervento del Presidente della Repubblica sulle parole pronunciate da Roberto Calderoli nei confronti del ministro per l'Integrazione.

«Napolitano si indigna per una battuta di Calderoli. Ma Napolitano si indignò quando la Fornero, col voto di Pd e Pdl, rovinò milioni di pensionati e lavoratori?», ha scritto l'esponente leghista su Facebook. «Io mi indigno con chi si indigna. Napolitano, taci che è meglio!», ha aggiunto. Una presa di posizione quella di Salvini che fa indignare perfino chi con il partito di Slavini ha governato per anni in Lombardia vale a dire l'ex governatore lombardo Roberto Formigoni che su Twitter scrive: «Quando si dice: di male in peggio. Dopo gli insulti di Calderoli a Kyenge, ecco la villania di Salvini a Napolitano. La Lega si dia una calmata».

Calderoli: «Non l'ho paragonata ad un Orango. Ne ha i lineamenti» (14/07/2013)
ZAIA: USCITA INFELICE - Anche Zaia si dissocia dall'accaduto, e in particolare dalla posizione assunta dall'assessore veneto: «A Daniele Stival ricordo, per ricordarlo a me stesso e agli altri assessori che da noi i veneti si aspettano soluzioni ai loro problemi, come la disoccupazione giovanile e una sanità sempre più efficiente, e non di perdere tempo su inutili e ingiustificabili commenti a vicende come queste». Per quanto riguarda invece Calderoli, Zaia dice: «da Calderoli un'uscita infelice senza se e senza ma. L'unica cosa da fare sono le scuse, che Calderoli ha fatto».
Bufera su Calderoli, quando anche Borghezio attaccava la Kyenge (14/07/2013)
ALTRO ATTACCO - C'è chi poi se la prende sempre con la vittima ovvero la Kyenge. «Mi dà fastidio che la Kyenge sia ministro di quel Ministero, semplicemente perchè lei è entrata nel nostro Paese come clandestino, e non credo che una persona che entra così nel nostro Paese possa poi fare il Ministro dell'integrazione» attacca il il segretario della Lega Nord dell'Emilia Romagna, Fabio Rainieri. Che però non porta prove a sostegno della sua affermazione.

Calderoli e il comizio a Treviglio contro Kyenge, senti l'audio (15/07/2013)
GRASSO - C'è però, chi, dopo l'ampio dibattito di domenica, discute ancora sulla necessità di togliere a Calderoli la carica di vicepresidente del Senato. «Non ci si può rifugiare dietro i comizi per nascondere quelle che sono certamente delle aggressioni verbali di tipo razzista, e questo è un dato di fatto» ha sottolineato il presidente del Senato, Pietro Grasso, ricordando che eventuali dimissioni devono essere presentate volontariamente dallo stesso Calderoli e votate dall'Aula. Intanto Calderoli, che poi aveva chiesto scusa alla Kyenge la quale a sua volta aveva spiegato («Le dimissioni non le richiedo io. Questo non è un punto che mi riguarda. Io pongo un'altra questione, una riflessione sul ruolo di chi riveste una carica pubblica») viene censurato anche da Flavio Briatore su Twitter.

Calderoli-Kyenge, l'insulto rimbalza sulla stampa estera (14/07/2013)

LA KYENGE A PESCARA - Il ministro Kyenge si trova invece ancora attaccata per la sua attività politica. Ad accogliere il ministro per l'Integrazione, a Pescara per partecipare a un incontro-dibattito, su immigrazione e cittadinanza, cappi simbolici alle cui estremità sono stati posti dei manifestini «contro l'immigrazione» e contro «qualsiasi forma di Ius Soli» firmati Forza Nuova. Li hanno affissi nella notte, nel perimetro esterno della Provincia di Pescara, militanti della formazione di estrema destra. Sulla vicenda ha parlato successivamente la Kyenge: «Dobbiamo far passare dei messaggi che non istigano a odio e violenza. Sicuramente non sarà il mio compito di rispondere alla violenza con la violenza. Il mio compito è quello di dare una guida ai nostri giovani, all'Italia, perchè l'Italia non è razzista e chi vuole soffocare questa parte dell'Italia non razzista farà fatica a farlo».

15 luglio 2013 | 13:53

 

Il Carroccio: «Solo strumentalizzazioni, Calderoli resta »

Corriere della sera

 

Dopo un summit in via Bellerio la Lega rispedisce al mittente le richieste di dimissioni del vicepresidente del Senato

 

La Lega si stringe attorno al vicepresidente del Senato Roberto Calderoli e lo difende a spada tratta. Rigettate al mittente le richieste di dimissioni, ora il Carroccio cavalca il sempre caro tema dell'immigrazione e ne approfitta. «Rilanciamo la battaglia politica della Lega Nord sul tema del contrasto all'immigrazione clandestina e della difesa della legalità - spiega il partito riunitosi in via Bellerio -, confermando la netta contrarietà del Movimento alle proposte finora avanzate dal Governo sul tema, in particolare sulle proposte di cittadinanza facile e concessione dello ius soli». E subito annuncia per il 7 settembre a Torino una grande manifestazione.

La bufera scoppiata in torno alle affermazioni di Calderoli nei confronti del ministro Cecile Kyenge, ("mi ricorda un orango) per la Lega è solo una mossa per distogliere l'attenzione verso altri temi. «La segreteria politica federale - si legge infatti nella nota diffusa dal partito dopo la riunione di questo pomeriggio - ha considerato che l’enfasi mediatica attribuita alla vicenda delle dichiarazione del senatore Calderoli ha avuto l’effetto di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla vicenda incredibile e scandalosa della deportazione della piccola Adua in Kazakistan con una palese violazione dei suoi diritti civili". Per questo motivo, si legge ancora la Lega "ha dato mandato ai propri capigruppo e ai propri gruppi parlamentari di attivarsi per incalzare il governo su questa vicenda, affinchè si accertino le responsabilità politiche, evitando la ricerca di facile capri espiatori tra i funzionari del Ministero dell’Interno"..

 

15 luglio 2013 | 18:34

Roberto indifendibile, come il ministro"

Nadia Muratore - Lun, 15/07/2013 - 07:34

Gianna Gancia, compagna del senatore: "Ha superato il limite, però basta assurdità sugli stranieri"


Gianna Gancia, presidente della Provincia di Cuneo e della Lega Nord del Piemonte, fedelissima al Carroccio da quando aveva le trecce lunghe e da 13 anni compagna di Roberto Calderoli, del quale ammirò grinta e parlantina fin dalla prima volta che lo vide sul palco durante un comizio. Dopo l'infelice battuta sul ministro Cecile Kyenge, non tenta neppure di difendere il suo uomo. Fare il contrario sarebbe missione impossibile, anche per lei, donna di Langa che non ha mai avuto timore a navigare controcorrente, nella vita come nella professione.

Presidente, questa volta Calderoli è indifendibile.
«Sono state parole oltre al limite, per cui Roberto ha fatto bene a porgere le sue scuse ma nessuno sconto va fatto a scelte politiche assurde e pericolose come quelle del ministro all'Immigrazione».

Sconto politico, appunto, qui si va oltre e si cade nel razzismo. «Non esageriamo. Prima di giudicare bisogna conoscere il forte legame di appartenenza al movimento, che è qualcosa di empatico. Roberto ha dato la vita per un ideale e quando si è in mezzo alla propria tribù, a volte hanno il sopravvento gli istinti meno nobili che albergano in ciascuno di noi. La Lega ha dimostrato, al di là delle parole, di credere nella fratellanza reale e mai sbandierata come fanno alcuni quando parlano di solidarietà. Ribadisco che quella frase sul ministro all'Immigrazione Kyenge non andava detta ma resto ferma nella posizione politica della Lega contro la piega che sta prendendo questo governo su un'accoglienza facile che non condividiamo».

Calderoli come Borghezio? Avete criticato l'eurodeputato per le sue uscire sul ministro Kyenge, perché questa volta è diverso?
«Nessuno della Lega ha criticato Roberto, anzi. Ci sono state parole di sostegno e solidarietà, un motivo ci sarà. Evidentemente il contesto e la finalità della frase detta da Calderoli dal palco durante un comizio, hanno un significato diverso rispetto alla battuta di Borghezio. Lui per primo si è scusato invitando il ministro a Bergamo».

A Treviglio, i militanti presenti al comizio non si sono scandalizzati.
«Mi pare proprio di no. Le sue parole, per quanto dure ed eccessive, hanno comunque fatto emergere un disagio reale. Promettere la cittadinanza facile è da irresponsabili e non tiene conto neppure del periodo di crisi che l'Italia sta vivendo. Ci sono anche molti italiani che devono andare all'estero se vogliono lavorare e in questo momento economico particolare, è a loro che va il mio pensiero. Stiamo parlando di vite umane e non di una battuta, per quando inappropriata possa essere».

Come donna si sente offesa?
«No, la frase era rivolta all'esponente politico, non alla donna. Personalmente sono abituata a subire critiche assai più pesanti ma ci passo sopra. Non si può fare di ogni parola un caso, a meno che non si voglia creare un capro espiatorio per dimenticare altri fatti più gravi».

Se una frase simile l'avesse pronunciata un esponente politico di sinistra, come avrebbe reagito?
«Non avrei reagito. Spesso, persone anche di una certa intelligenza e cultura, rivolgano alle donne in politica complimenti poco edificanti».

Che Calderoli se le vada a cercare è indubbio: la maglietta contro Maometto gli costò il posto da ministro «Basta parlare di queste cose...».

Quei ministri della Repubblica che disprezzano l'italianità

Ida Magli - Lun, 15/07/2013 - 07:34

Chi vuole estendere la cittadinanza agli stranieri con lo "ius soli" ha l'obiettivo di omologare i popoli e annullare la ricchezza del Paese

Siamo costretti a constatare, come purtroppo è già avvenuto molte volte in passato, che siamo governati da persone la cui ignoranza è pari soltanto al disprezzo che nutrono nei confronti dell'Italia e degli italiani.

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Si sono mai chiesti i nostri politici come mai adoperano i termini latini per affermare lo ius soli? Perché non lo traducono in italiano quando parlano di questo argomento? I tempi dello ius soli erano quelli in cui nessuno si avventurava fuori dal proprio paese. L'arrivo di uno straniero era perciò un avvenimento talmente raro ed eccezionale da essere considerato un fatto «magico», una sorte felicissima, portatrice di ogni bene per il «terreno» (il suolo) su cui lo straniero era approdato. Si trattava perciò sempre di un singolo individuo, mai di un gruppo.

L'esempio più famoso di questa eccezionalità magica portatrice di bene è l'approdo sulle spiagge d'Egitto del canestro con dentro il neonato Mosè il quale divenne consigliere del Faraone in base al presupposto che una dote di straordinario sapere si accompagnasse alla sua straordinaria fortuna. Anche per Ulisse si verificò qualcosa del genere quando, apparso naufrago e nudo a Nausicaa e alle sue compagne, fu subito circondato dalla loro ammirata curiosità e fu condotto dal Re nella certezza che le sue felici virtù sarebbero state utili nel governo del regno. Insomma, era l'assoluta eccezionalità di una fortuna magico-divina a dare valore al «suolo» sul quale lo straniero era comparso.

Mai in nessun tempo, in nessun luogo, l'essere umano è stato considerato un «nulla», una tabula rasa alla quale è il suolo sul quale si trova casualmente a nascere ad assegnare nome e identità. È questo invece quanto affermano i nostri governanti. Non è un caso, però, se sono soprattutto le donne che proclamano l'irrilevanza della storia nel momento in cui dichiarano: «Chi nasce in Italia è italiano». Nessuna legge è più certa di quella che è racchiusa nel detto: «I simili con i simili». Le donne fino ad oggi (senza discutere qui quali ne possano essere stati i motivi) hanno contribuito molto poco alla scienza, all'arte, al diritto, alla filosofia, al sapere, alla politica, ossia a ciò che caratterizza la storia della nazione, della civiltà italiana.

Sono abbastanza simili, perciò, a coloro che, casualmente o meno, oggi giungono in Italia e cercano di appropriarsene malgrado non abbiano fatto nulla per costruirla. Il passato per costoro non esiste così come - per quanto possa apparire incredibile - non esiste per molti dei nostri governanti. Contrariamente a quello di cui siamo sempre stati e che George Gadamer ha affermato con limpida sicurezza quando ha scritto nel suo saggio sull' Occidente: «È qui e soltanto qui che è avvenuta la più importante delle rivoluzioni, l'apparizione di una presa di coscienza storica, la consapevolezza della storia come coestensiva alla vita».

Dire che chi è nato in Italia è italiano significa invece proprio questo: che l'Italia non possiede nulla, che la sua storia non vale nulla, che l'orizzonte nel quale l'individuo viene al mondo è vuoto e che soltanto il caso lo contraddistingue. Se la barca fosse approdata in Spagna sarebbe stato spagnolo, se fosse approdata in Argentina sarebbe stato argentino... È molto significativo, però, il fatto che il governo Letta, nato come il governo Monti per mettersi al servizio dell'Ue, sia formato da molti ministri propensi al disprezzo dell'italianità. L'Ue è il tramite a quell'omologazione dei popoli che è indispensabile a un governo mondiale.

Per ottenere una massa di individui tutti uguali bisogna eliminare le differenze dei popoli d'Europa; annullare la ricchezza delle loro lingue, della loro letteratura, della loro arte, della loro musica, del loro patrimonio storico di nazione. Un'operazione che però si è dimostrata, lungo il fallimentare percorso dell'unificazione europea, molto difficile da realizzare. Fino a quando infatti sarà impossibile anche al più ignorante dei governanti confondere l'italianità della musica di Verdi con la tedeschità della musica di Wagner, nessuno potrà negare l'esistenza del carattere dei popoli europei, la loro meravigliosa peculiarità e riconoscere anche il profondo, quasi del tutto inesplicabile mistero di questa civiltà pluriforme che si esprime e si rivela attraverso la grandezza dei suoi numerosissimi geni che hanno «tradotto» e traducono nell'assoluto dell'arte la storia del gruppo.

Le cose? Costano poco. Ma il prezzo è ingiusto

Gabriele Villa - Lun, 15/07/2013 - 10:22

Libri, caffè, jeans. Hanno una spesa molto inferiore rispetto alla tariffa del mercato. E la pizza? Ha un ricarico del 490%

Siamo circondati. Da costi gonfiati e conti che non tornano. Le nostre tasche si svuotano anche e soprattutto per le nostre più care abitudini. Che diventano, così, carissime. Seguiteci in questa carrellata.

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Meno di un minuto per berlo e almeno un euro (se abitate nel nord Italia), oramai, per togliersi lo sfizio. Di un caffè (non sempre buonissimo, peraltro) al bar. Costo reale di quella nostra dolcissima o amarissima tazzina con cui apriamo la giornata? Non più di 20 centesimi. Come, molto onestamente, ha ammesso poco tempo fa a Verona il proprietario del centralissimo «Come Sinatra Caffè» che ha scelto di andare controcorrente proponendo il caffè a 50 centesimi. Un successone: i clienti, sono aumentati, e i conti tornano, comunque. Eccome: «Noi il caffè lo compriamo a 25 euro al chilo, il che significa un costo di 20 centesimi a tazzina. Pur tenendo conto delle spese, quindi, un guadagno riusciamo ad averlo». Capito il messaggio?

Dal caffè agli sfizi modaioli. Il massimo del must? Un iPhone per esempio. Ecco dunque la bella domanda: quanto costa realmente l'iPhone 5? La risposta ci arriva da un team multinazionale di esperti che è riuscito ad individuare il costo delle componenti sviluppate dal fornitore ufficiale di Apple, la multinazionale cinese Foxconn. Analizzando solo i componenti principali, possiamo dunque arrivare a dire con una certa attendibilità che: il processore costa 14 euro, la memoria flash (di base 16GB) 8 euro, così come la Ram. Le componenti più costose sono lo schermo (34 euro), le varie antenne radio e wireless (31 euro) e le componenti elettromeccaniche (30 euro).

Totale? Euro 155 netti a dispositivo, a cui vanno aggiunti i 5 euro di costi di assemblaggio e i 5 euro di spedizione internazionale per un totale di 165 euro per ogni iPhone 5 assemblato. Gli esperti del team non hanno preso in considerazione il costo della scocca in alluminio, così come le tasse imposte dai vari Paesi per l'import/export, le tasse sul valore aggiunto e sulla rivendita, (almeno 150 euro in più al valore netto di fabbrica, ma dipende dal Paese). Resta il fatto che, pur considerando questi extra, un prezzo più equo per questo must non dovrebbe superare i 350 euro. Cifra che permetterebbe comunque di contare su un buon utile (almeno 100 euro su ogni device, se non di più).

E la pizza? Altra beneamata dagli italiani e non solo dagli italiani, disposti spesso a svuotare il portafoglio (in alcuni locali, denunce alle varie associazioni dei consumatori alla mano, una margherita arriva a costare anche 12 euro). Il prodotto tipico per eccellenza del nostro bel Paese ci riserva ricarichi stratosferici, che arrivano, tenetevi forte, al 490 per cento. Basta analizzare i costi degli ingredienti classici della pizza margherita: acqua, farina, lievito, sale, pomodoro, mozzarella, basilico, olio di oliva. Prendiamone una dal peso medio di 210 grammi .

Impasto per il disco (acqua, farina, lievito, sale) :0,14 euro per grammi 180; pomodoro 0,10 euro per grammi 75; mozzarella. 0,60 euro per grammi 70; basilico 0,20 euro per grammi 10; olio di oliva 0,06 euro per grammi 15. Totale? 1,1 euro. Vero, verissimo una pizza costa 1,1 euro ma viene fatta pagare mediamente 6,5 euro con un ricarico del 490 per cento. E se invece dell'olio di oliva ci si mette l'olio di semi vari, e se invece del pomodoro sanmarzano c'è la passata surgelata di pomodoro, e se invece della mozzarella fiordilatte la caseina reidratata, beh, allora oltre che è essere una pizza mediocre, il ricarico aumenta ancora di più senza dimenticare poi che il peso della pizza subisce una diminuzione durante la cottura per l'evaporazione dell'acqua.

E la cultura quanto ci costa? Quanto costa stampare un libro? Certo c'è libro e libro e tiratura e tiratura e non si può generalizzare ma un campione base: senza prestampa, solo un controllo sul testo, senza copertina separata, costo dei macchinari e con una tiratura di 2000 copie e di 500 pagine un libro ha un costo unitario: di 2,65 euro che moltiplicato fa 5309,55. Tutto ciò che si aggiungerà, cioè il costo spesso impegnativo che si vede in libreria è dovuto a scelte di marketing, pubblicità, etc della casa editrice.

A questo punto infiliamoci un paio di jeans e teniamoci le tasche vuote perché anche il capo di più complessa realizzazione non arriva a costare oltre i 30, 40 euro (salvo si utilizzino materiali pregiati per confezionarlo) e la quasi totalità dei costi di una azienda di moda sono diretti al mantenimento dell'immagine del marchio. Non esiste un prezzo giusto per un jeans di marca, ma per farsi un'idea basti dire che qualche giorno un camion di jeans firmati ma falsi è stato bloccato alla frontiera con la Svizzera. Prezzo: 80 centesimi al paio.

E l'auto? A parte i costi di gestione e mantenimento giusto che si sappia che per tutte le auto europee ci sono tipo sei soli tipi di disegno standard di struttura telaio. Per le utilitarie ce n'è un paio, uno per berline e station wagon, uno per le «corte» due porte, uno per i gipponi, uno per i furgoncini e i veicoli commerciali. Tanto che recentemente su un blog di autosupporter qualcuno ha tirato le somme per noi: se un'auto costa 1200 euro tra plastica e alluminio, ecco che di listino si vende quell'auto a 12.000 euro. Basta moltiplicare per 10, quindi. E uscire dal concessionario in fretta prima di arrabbiarsi.

Chi è Roberto Calderoli: tutte le polemiche sul leghista bergamasco

Il Giorno

Nato a Bergamo nel 1956, Calderoli è una leghista della prima ora, dai primi anni Novanta tra i protagonisti del partito. Il bergamasco non è nuovo alle polemiche, quella sul ministro Kyenge che "sembra un orango" è solo l'ultima di una lunga serie di nvettive: ecco quali

Bergamo, 14 luglio 2013


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Roberto Calderoli è nato a Bergamo nel 1956 ed è uno membro storico della Lega Nord. La sua carriera nel partito fondato da Umberto Bossi è iniziata nella Lega Lombarda, di cui è stato presidente nel 1993 e segretario nazionale dal 1995 al 2002. Calderoli è anche uno dei politici bergamaschi più noti a livello nazionale: dal 1990 al 1995 è stato anche consigliere comunale a Bergamo. È stato ministro per la Semplificazione Normativa nel governo Berlusconi e attualmente ricopre la carica di  vicepresidente del Senato. Calderoli non è nuovo a polemiche e casi mediatici. Le frasi rivolte al ministro Kyenge ("Sembra un orango"), è solo la più recente delle sue"invettive". Ecco alcune tra le più significative prese di posizione.

La T-SHIRT ANTI-ISLAM: il 15 febbraio 2006 Calderoli mostra in Tv una maglietta che indossa sotto la camicia, sulla quale è stampata una vignetta che irride Maometto. Nei giorni successivi si susseguono reazioni violente nei Paesi islamici, compreso l’assalto al consolato italiano a Bengasi e la Chiesa nella stessa citta’. Calderoli sara’ costretto alle dimissioni.

IL MAIALE DAY - Nel 2007 Calderoli scatenò una bufera politica e lo sdegno della comunità musulmana con la sua proposta choc di indire un ‘maiale-day’ (le cui carni sono cibo proibito dal Corano) contro la costruzione di nuove moschee in Italia.

IL PAPA - In un’intervista dopo l’elezione di Papa Ratzinger, Calderoli sostiene di non gradire il nome scelto dal pontefice. “A Benedetto XVI avrei preferito Crautus I”, scherza.

I CIAMPI - In visita a Napoli la signora Franca Ciampi dice che “la gente del Sud è più buona ed intelligente”. Calderoli insorge e chiede una rettifica formale del Quirinale, perché “quella frase sarebbe razzista nei confronti del resto della popolazione”. In un’altra occasione, bacchetta anche il presidente Ciampi invitandolo a “non far politica”.

LA TAGLIA - La invoca su Unabomber, che dissemina ordigni che colpiscono i bimbi; ma anche per chi ha ucciso un benzinaio militante della Lega di Lecco: 5 mila euro. “Cosi’ che si capisca cosa succede a chi tocca un padano”.

LA PENA DI MORTE - La reclama per i pedofili e, ancora, per Unabomber. “E’ ora di finirla con le ipocrisie”.

LA CASTRAZIONE CHIMICA - La considera lo strumento vincente, “l’unico deterrente serio” contro gli stupri.

L’IRAQ - Calderoli coglie tutti in contropiede quando chiede di ritirare “in fretta” le nostre truppe dell’Iraq per attestare in Italia la difesa dai terroristi, contro i quali chiede che il Parlamento voti “lo stato di guerra”. Poi si corregge, dopo l’intervento dell’allora premier Berlusconi.

IL VOTO SEGRETO, O NO? - Mentre alla Camera ci sono votazioni segrete sulla legge elettorale, Calderoli esce dall’Aula e spiega che “tutti sanno che il voto segreto in realta’ tanto segreto non è in quanto si fa con delle macchine e dietro e macchine ci sono i tecnici del servizio informatica del Senato e della Camera”. Casini insorge: la segretezza del voto "è tutelata al 101%”.

LO ZOO DI CASA - Nel giardino della villetta dove vive a Bergamo Calderoli aveva una tigre; “ma ho dovuto darla via perché ha divorato un cane”. Ora nel suo giardino c’erano due lupi che lo hanno pure morso al polpaccio: in Transatlantico fece vedere ai cronisti la ferita.

L’ISLAM - L’Islam non è una civiltà", dice quando si esamina il decreto antiterrorismo, e si attira gli strali sia della sinistra sia la “deprecazione” di Fini ed An. Calderoli se la prende spesso con il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, di cui contesta l’essere troppo “morbido” con gli immigrati. Gli scontri con Pisanu non si contano, ma particolarmente duri sono stati quello quando chiese la chiusura della moschea di Viale Jenner a Milano e che le motovedette della Marina militare sparino sulle carrette del mare che si avvicinano cariche di clandestine alle coste italiane invece di prestare loro soccorso. Sul tema, Calderoli ha le idee chiare: L’Islam moderato “e’ una chimera” e gli immigrati sono “bingo bongo”.

“QUELLA SIGNORA ABBRONZATA...” - Sempre parlando di Islam in televisione, Calderoli si rivolge a Rula Jebreal, la giornalista palestinese de ‘La 7’: “Non rispondo a quella signora abbronzata...”, dice e provoca l’ennesimo putiferio di polemiche.

L'accusa choc della reporter: "La mia vita vale 70 dollari"

Luca Fazzo - Lun, 15/07/2013 - 09:29

Un articolo della freelance Francesca Borri scatena il dibattito fra i lettori e i suoi colleghi: è giusto rischiare (senza garanzie) per fare informazione?

C'era una volta l'inviato di guerra, figura leggendaria, mito di generazioni di aspiranti giornalisti, uomo avvezzo a tutti i rum, a tutti gli Hilton e a tutte le pallottole.


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Ma i tempi cambiano, e la crisi cambia etica e budget dei giornali. Così dalle redazioni non parte più nessuno. E i teatri di guerra si riempiono di reporter disperati e non garantiti pagati un tanto (o meglio: un poco) a pezzo, precariato del fronte, lavoro nero in mezzo al sangue, che vanno a rischiare la vita per giornali interessati solo allo scoop. È il grido di dolore lanciato da Francesca Borri, freelance (ovvero, libera professionista del giornalismo) che dalla Siria ha mandato alla Columbia Journalism Review una accorata lettera sul suo destino. Raccogliendo ondate di solidarietà ma anche qualche critica.

Cosa dice la Borri, nel suo articolo iper-linkato e iper-commentato? Racconta della sua vita in Siria, ad Aleppo, sotto le bombe, a fare i conti col tifo, con i colleghi sciacalli, con l'ignoranza e la superficialità dei capiredattori dei giornali per cui scrive. Esempio: un faticoso reportage sul sistema di servizi sociali che sta alla base del consenso agli Islamici, accolto dal capo con un crudele «E questo che roba è? Seimila parole e non è morto nessuno». Tutto ciò, lamenta Borri, per uno stipendio da fame: gli articoli sono pagati settanta dollari l'uno, e ai capi poco importa se vengono da Aleppo, da Gaza o da Roma.

Appena la lettera-articolo della freeelance italiana viene pubblicata sulla Columbia Journalism Review, iniziano a fioccare i commenti. L'articolo viene tradotto e arriva in Italia, rimbalza di blog in blog in modo - come si dice ora - virale. Suscitando un vespaio di polemiche. Ma testimoniando anche come in fondo l'icona del reporter con l'elmetto - a decenni di distanza dalle epopee dei Corradi, delle Fallaci, dei Lami - continui a fare parte dell'immaginario collettivo e a toccare corde sensibili.

La maggior parte dei commenti sono dalla parte di Francesca, del suo entusiasmo, anzi della sua «urgenza» di raccontare. Ma già tra le prime reazioni ospitate dalla Review non mancano i critici: da quelli bruschi («nessuno ti obbliga a restare in Siria») a quelli più apertamente polemici («i freelance selvaggi come te stanno distruggendo questo lavoro accettando di andare in zone di guerra per settanta dollari al giorno»). E quando l'articolo rimbalza in Italia, la scena si ripete. Il mestiere del giornalista sta cambiando, precariato e paghe basse sono una realtà da anni.

Ma che la mutazione tocchi anche i teatri di guerra è una realtà su cui solo l'articolo della Borri sembra avere sollevato il silenzio. Addio alla vecchie pellacce ben pagate, in grado di coprirsi le spalle e annusare notizie allungando verdoni agli stringer, gli informatori locali; capaci di raccontare una tragedia da bordo piscina, ma anche di rischiare davvero la pelle se necessario: possibilmente col satellitare nello zaino e una assicurazione sulla vita a sostenere eventuali vedove ed orfani. Il conflitto globale è oggi il posto di lavoro dei nuovi paria dell'informazione, la nuova frontiera dei non garantiti nell'epoca di Internet e dei tweet. Ma le cose stanno davvero così?

Anche in Italia le reazioni si dividono: la maggior parte - e spesso sono altri freelance, o ex freelance, o aspiranti freelance - si schierano con risolutezza dalla parte di Francesca Borri e della sua «urgenza». Però ci sono anche quelli che la contestano e la accusano di narcisismo. E dunque? «Io non conosco Francesca personalmente - racconta Fausto Biloslavo, reporter di guerra e firma del Giornale - ma incontro molti come lei. Sono tanti, sono sempre di più, anche se la polemica sui parachute reporters c'era anche ai tempi del sud est asiatico.

La differenza è che oggi i giornali sono in crisi e pagano sempre meno. Ma la differenza è anche che molti di questi reporter vengono dal mondo delle Ong, del volontariato, e si portano dietro un eccesso di idealismo. Se vuoi fare l'inviato di guerra serve un po' di pelo sullo stomaco. Altrimenti finisci per partire per posti pazzeschi senza neanche la certezza di venire pagato. Intendiamoci: sbagli che ho fatto anche io. Ma che non rifarei».

Ogni anno gli accalappiacani recuperano 12 mila animali. Quattro su dieci sono randagi

Corriere della sera

Gli abbandoni avvengono tutto l'anno, ma i cittadini oggi sono più sensibili e adottano più cuccioli


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Sei volte su dieci, il quattrozampe raccolto dalla strada e portato in canile non è un randagio ma s'è semplicemente perso. Ed è sufficiente la lettura del microchip (quando c'è) per riconsegnarlo al proprietario. I dati raccolti dal Servizio Veterinario Regionale fotografano, poi, il fenomeno dell'abbandono spalmato su ogni stagione dell'anno, non solo d'estate. In compenso, il turn over nei Rifugi canile è altissimo: ogni anno oltre cinquemila animali vengono affidati a una nuova famiglia.

AL SUD - Nei giorni scorsi il ministero della Salute ha avviato una verifica in tutto il territorio nazionale dell'attuazione regionale delle norme nazionali, dei programmi e delle risorse destinate per combattere il randagismo. L'iniziativa parlamentare è partita dalla denuncia dell'onorevole Elvira Savino, che chiedeva iniziative per il contrasto al maltrattamento degli animali, con particolare attenzione alla situazione dei canili in Puglia. Milioni di euro, infatti, vengono stanziati da Stato e regioni per il controllo e la tutela del randagismo, che in alcune regioni del Sud non danno i risultati sperati. E ancora molti comuni non si sono dotati di canili sanitari e di rifugi.

I RIFUGI LOMBARDI - In Lombardia, il Servizio Veterinario ha già condotto oltre 800 ispezioni, in Rifugi, pensioni, allevamenti. Solo 5 Rifugi hanno una gestione diretta del Comune (Milano, tra questi), altri 35 Rifugi sono gestiti in convenzione e 33 sono di associazioni private. In media sono soggetti a 3/4 controlli ogni anno, solo da parte dei servizi veterinari. Non cala negli anni il numero dei quattrozampe accalappiati, perché trovati a vagabondare. Nel 2012, sono stati 12.222 (contro i 12.520 dell'anno precedente).

Nel 60 per cento dei casi, però, è stato possibile attraverso la lettura del microchip restituirli ai proprietari. Altri 5.801 sono stati, invece, affidati. La corretta gestione del Rifugio si deduce anche dalla lettura di questi dati, cioè dal numero (basso) di animali che rimangono in canile dopo la restituzione o l'affidamento. Efficace si dimostrata la strategia scelta per il Parco Canile di via Dell'Aquila: le associazioni che gestiscono la struttura per conto del Comune percepiscono, infatti, un forfait fisso, indipendente dal numero di ospiti presenti. Risulta, dunque, vantaggioso spingere l'acceleratore verso l'adozione.

OLTRE UN MILIONE COL MICROCHIP - Nella nostra regione c'è un quattrozampe registrato all'anagrafe ogni 9 persone: 1 milione e 129.937 pelosi risultano regolarmente microchippati. La città che guida la classifica è Bergamo (189.330 pelosi), seguita da Brescia (176.490) e da Milano (81.827). Il Parco Canile di Milano da inizio anno ha dato in adozione 83 cani. Ma due numeri sono particolarmente significativi, per capire come è cambiata la sensibilità dei cittadini: nel 2008 andò a buon fine l'affidamento di un nuovo entrato nel Rifugio su quattro (238 ingressi contro 60 adozioni), lo scorso anno la bilancia s'è rovesciata: 244 ingressi contro 299 adozioni. I trovatelli spesso sono anche cani di razza: negli ultimi cinque anni la struttura comunale ne ha dati in adozione ben 110 con pedigree. Se trovate un cane vagante, chiamate la polizia locale (02-77271, 020208), il canile sanitario nei giorni feriali (02.85789072/73) oppure l'Enpa (02.9706421).


15 luglio 2013 | 8:46

Gratta e quasi vinci

Corriere della sera

Perché non è vero che siamo tutti a un passo dalla fortuna


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“Pensieri magici” è una ricerca dell’associazione onlus Giovanni XXIII finalizzata a ridurre le credenze errate nei giocatori d'azzardo: l'illusione di non aver vinto per un pelo è infatti una percezione molto diffusa secondo quanto rilevato dalla onlus di Reggio Emilia, che dal 2000 si occupa di offrire assistenza ai giocatori d'azzardo patologici e che da poco ha inaugurato la prima comunità terapeutica italiana per giocatori d’azzardo.

Con questa ricerca l'associazione ha cercato di far luce sui quei messaggi che inducono i giocatori a credere che la vincita sia realmente a portata di mano. Nel caso dei Gratta e Vinci ad esempio hanno dimostrato infatti che il 56% di numeri “perdenti” sono molto vicini ai numeri vincenti; se il numero vincente è il 45 e io troverò il 46 sarò portato a pensare: Accidenti! Per un pelo non ho vinto… oggi sono fortunato, ne compro un altro. «Numeri molto vicini a quelli vincente fungono da rinforzo mentale, viene considerato dalla nostra mente, in modo illogico, come una quasi vincita» spiega Matteo Iori dell'associazione Giovanni XXIII.

In Italia in tanti sembrano essere stati condizionati da questi meccanismi che spingono a far credere di essere sull'orlo della vincita visto che uno studio dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifc-Cnr) presentato all'inizio dell'anno scorso ha conteggiato che nel 2011 17 milioni di italiani hanno giocato d'azzardo. Tra questi giocatori circa 2 milioni sono stati considerati con lieve rischio da dipendenza, mentre circa un milione sono già affetti da patologia o rientrano nella categoria dell'alto rischio.

Dagli anni '90 c'è stato un aumento esponenziale di soldi spesi dai cittadini italiani nell’azzardo, in particolar modo negli apparecchi come le slot machine, portando il nostro paese fra i primi al mondo per spesa pro-capite al gioco d’azzardo: la Corte dei Conti ha quantificato che nel 2012 in Italia sono stati spesi circa 88 miliardi di euro e considerando che in Italia i maggiorenni, compresi gli ultracentenari, sono 47,5 milioni si arriva ad una spesa di circa 1.860 euro procapite.

Guarda l'inchiesta "I biscazzieri" andata in onda a Report l'8 maggio 2011


14 luglio 2013 (modifica il 15 luglio 2013)

La mia odissea per pagare una tassa» Marca da bollo, notaio, modulo F23, Pin...

Corriere della sera

Quando una burocrazia da Stato arrogante trasforma i cittadini in sudditi. Avanti e indietro tra gli sportelli

Caro direttore, la burocrazia che affligge il nostro Paese fa molto danno ai cittadini, ma forse ne fa ancora di più allo Stato stesso che la produce. Nei mesi scorsi ho ereditato con mio fratello l'appartamento in cui ha abitato mia madre; e lo abbiamo affittato. Da aspirante buon cittadino, decido di andare a registrare il contratto, per poterlo poi indicare nella denuncia dei redditi.

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L'impiegato che esamina la pratica osserva che sul contratto avrei dovuto apporre due marche da bollo, da 14,62 euro l'una. Vado dunque a comprarle e torno con le marche da bollo; sennonché l'impiegato osserva che le marche avrebbero dovuto recare una data anteriore a quella della stipulazione del contratto e ci aggiunge una sanzione di euro 3,65 (ma perché mai, dal momento che la registrazione, per legge, può avvenire fino a 30 giorni dopo la stipulazione?).

A questo punto, l'impiegato rileva che i proprietari sono due: non si può procedere alla registrazione senza che siano presenti entrambi. Ma mio fratello abita in un'altra città! Allora deve inviare una procura perché io possa rappresentarlo. Obietto che, se anche mio fratello non mi avesse incaricato di questo adempimento, lo Stato dovrebbe essere contentissimo del fatto che io lo compia. Niente da fare: occorre la procura. Perché? Perché anche su quella si paga l'imposta di registro: altri 168 euro.

E se mio fratello fosse venuto di persona? Altri 168 euro anche in quel caso, senza rimedio. E se mio fratello non ne volesse proprio sapere? L'impiegato non risponde; ma i suoi occhi parlano da soli:  «Vuole smetterla di formulare ipotesi totalmente estranee a quelle contemplate dal regolamento?».
Chiedo dunque a mio fratello di prendere appuntamento con un notaio per stipulare la procura. Costo: 300 euro per il notaio più i 168 della registrazione dell'atto.

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Torno quindi all'Agenzia delle Entrate, convinto di avere superato l'ultimo ostacolo. A questo punto viene effettuato il computo dell'imposta di registro da pagare: di base 472 euro. Ma l'impiegato osserva che nel contratto abbiamo inserito una penale - peraltro assai modesta - per il caso in cui l'inquilino ritardi nei pagamenti. Per questa sola clausola aggiuntiva l'imposta di registro aumenta di 168 euro (e se poi non ci saranno ritardi nei pagamenti? Non importa: l'imposta aggiuntiva va pagata lo stesso). Insomma, alla fine l'imposta da pagare viene determinata in 640 euro più i 168 per la procura. E mi spiegano che per pagarla devo compilare un modulo F23 e andare a fare il pagamento in Banca.

Eseguito diligentemente anche questo passaggio, torno fiero all'Agenzia delle Entrate con il mio F23 timbrato dalla banca. Penso dentro di me: «Ho pagato, ora devono soltanto prendere atto ed effettuare la registrazione». Effettivamente, a questo punto l'impiegato prende a digitare intensamente sul suo terminale. Ma subito aggrotta la fronte: «Lei ha più di nove proprietà immobiliari». «No», rispondo «ne ho solo tre: oltre alla prima casa, un appartamentino in montagna e una casa in Toscana». Già, ma se si contano anche due pezzetti di terreno che vi sono attaccati, due box e due soffitte di cui una adattata a mansarda, si arriva proprio a nove. E ora con l'appartamento della mamma fanno dieci. Devo riconoscere che l'impiegato ha ragione; ma ancora non comprendo dove voglia andare a parare. Me lo spiega impietosamente lui stesso: chi possiede più di nove unità immobiliari non può fare la registrazione allo sportello; può farla solo per via telematica.

Oddio, e ora come si fa? Mi spiegano che devo andare a un altro sportello per chiedere un codice Pin, necessario per eseguire la pratica online. Ma mi avvertono anche del fatto che, eseguendo la pratica in questo modo, il pagamento dell'imposta non può essere effettuato per mezzo del modulo F23: va fatto anche quello online. E io che ha già pagato con l'F23 in banca? Non c'è altro modo per rimediare che quello di chiedere il rimborso e intanto procedere a pagare una seconda volta con l'altro sistema.
Mi sento vessato e persino schernito per questa mia pretesa di registrare da solo (senza consulenti!) un contratto di locazione. In questa gimkana costosissima (più ancora di tempo che di denaro) a cui ho dovuto sottopormi vedo l'arroganza di un'amministrazione alla quale tutto è dovuto dal cittadino-

suddito, mentre nulla essa stessa al cittadino deve: non la semplificazione degli adempimenti che un management minimamente capace e attento al benessere del contribuente onesto dovrebbe essere capace di garantire con intelligenza e sollecitudine; non l'informazione completa e tempestiva che un impiegato minimamente diligente e ben addestrato dovrebbe fornire fin dal primo contatto con il contribuente; non l'attenzione a evitare tutti i piccoli e grandi aggravi degli adempimenti, le piccole e grandi complicazioni gratuite, che costano al cittadino sproporzionatamente di più di quanto rendono allo Stato. Che stupido, questo Stato! Quanto più volentieri pagheremmo le tasse, se avessimo la sensazione che l'amministrazione pubblica si comporta verso di noi con la stessa diligenza, sollecitudine e buona fede che da noi essa pretende!

15 luglio 2013 | 8:11

Pubblicata la mappa del Dna degli organismi "primitivi"

Il Mattino

ROMA - Pubblicata la prima mappa genetica della 'materia oscura della vita', ossia del Dna dei microrganismi più primitivi che vivono sul pianeta e finora i più sconosciuti. Leggere il Dna di questi archeobatteri è stato possibile grazie a nuove tecniche di sequenziamento. Il risultato, pubblicato su Nature, si deve a un gruppo coordinato da Tanja Woyke del Joint Genome Institute del Dipartimento di Energia degli Stati uniti a Walnut Creek, in California.


CatturaQuesti microrganismi sono le forme di vita cellulare più abbondanti e diversificate del pianeta, praticamente occupano ogni nicchia ambientale concepibile: dalle profondità estreme degli oceani al più secco dei deserti e possono avere profonde influenze sui processi ambientali, dalla crescita delle piante, al ciclo dei nutrienti, a quello del carbonio e si sospetta abbiano un ruolo anche nei processi climatici.

Tuttavia, queste forme di vita sono in gran parte sconosciute perchè, rileva Woyke, vivendo in ambienti difficili da riprodurre come i fondali oceanici o in simbiosi con altri batteri o sulla pelle di un animale, la stragrande maggioranza di esse non si riesce a coltivare in laboratorio. Finora infatti i metodi di sequenziamento del Dna richiedevano la coltivazione in laboratorio di miliardi di cellule identiche. Ma le nuove tecniche di analisi genetiche superano questo problema perchè riescono ad analizzare il Dna estratto da una singola cellula di un batterio.

I MICRORGANISMI In questo modo i ricercatori hanno sequenziato il genoma di campioni provenienti da nove diversi habitat: dagli abissi oceanici alle sorgenti idrotermali, fino alle miniere. Dai campioni raccolti sono state analizzate 9.000 di cellule e identificati 201 microrganismi diversi, afferenti a 29 gruppi di cui due nuovi. Sono emerse caratteristiche insolite, tra cui alcuni tratti negli archeobatteri in precedenza visti solo nei batteri, uno di questi è un enzima che potrebbe essere usato come meccanismo di difesa contro gli attacchi di altri microrganismi.

«Queste analisi genetiche - osserva Woyke - ci stanno, inoltre, permettendo di comprendere le relazioni evolutive tra questi microrganismi: è un po' come guardare un albero genealogico per capire chi sono i tuoi fratelli e le tue sorelle. Ma non è semplice stabilire queste relazioni: dai campioni emergono milioni di frammenti di informazioni genetiche che possiamo paragonare a stelle lontane nel cielo notturno che stiamo cercando di allineare in costellazioni riconoscibili ».

 
domenica 14 luglio 2013 - 21:30   Ultimo aggiornamento: 21:39

Basilicata terra di Leonardo? Tra misteri e leggende aprono due musei

Il Mattino

Sull'autoritratto di Acerenza i dubbi sulla paternità sono ormai venuti meno. La Monna Lisa sepolta a Lagonegro?


POTENZA - La Basilicata si scopre terra del genio Leonardo da Vinci. Il ritrovamento di un autoritratto attribuito allo scienziato ed artista toscano, la «Tavola di Acerenza», ha dato il via ad una serie di attività che hanno portato all'apertura di due musei e a dei rigorosi studi storici e nel contempo ha alimentato anche leggende. Sull'autoritratto i dubbi sono ormai venuti meno. Sono stati già raccolti diversi elementi sulla paternità di Leonardo e si è giunti alla certezza che l'opera sia stata realizzata nella seconda metà del XV secolo.


CatturaÈ antecedente a quello famosissimo che è esposto nella Biblioteca Reale di Torino del 1513 circa con un Leonardo già anziano. L'opera pittorica trova posto presso il Museo delle Antiche Genti di Lucania a Vaglio di Basilicata da cui viene spostato perchè continuamente richiesto per delle mostre. Ancora tutta da accertare e ammantata di leggenda è invece la storia che la Monna Lisa sia sepolta in Basilicata da cui è nato il museo multimediale «Monna Lisa Museum» a Lagonegro

.Un'iniziativa nata dopo la scoperta della «Tavola di Acerenza» da parte dello storico napoletano Nicola Barbatelli che è anche direttore del Museo di Vaglio di Basilicata. È un dipinto in tempera su tavola in pioppo ed è ritenuto l«'ultimo capolavoro ritrovato» di Leonardo da Vinci. Era finito in una collezione privata a Salerno dove è arrivato attraverso vari passaggi di mano di famiglie nobili lucane.

A possederlo per primo è stata una famiglia toscana, legata al genio, che aveva vissuto per molto tempo proprio ad Acerenza. Da cinque anni, dopo il ritrovamento, è iniziato un percorso di studi per la sua attribuzione che suffragano la teoria del «Leonardo lucano» autentico. Studi certosini che hanno coinvolto anche il nucleo di dattiloscopisti dell'Arma dei Carabinieri per l'analisi di una impronta digitale.

Sul supporto ligneo e sul pigmento pittorico, inoltre, sono stati compiuti degli accertamenti scientifici da parte di esperti della Seconda Università degli studi di Napoli. È stata condotta un'analisi Xrf (spettrometria o fluorescenza a raggi x) su vari punti dello strato pittorico mentre su minuscoli frammenti di legno prelevati dal retro della tavola sono state effettuate delle datazioni con il metodo del radiocarbonio con spettrometria di massa con acceleratore.

Secondo tali studi, il reperto è ascrivibile alla seconda metà del XV secolo e potrebbe essere un Leonardo quarantenne o poco meno che cinquantenne. Più giovane del Leonardo immortalato nello splendido quadro che si trova a Torino. Ulteriore riscontro alla paternità dell'opera è la nota propensione di Leonardo per l'autoritratto, dal momento che ne ha lasciato più di uno. All'annuncio del ritrovamento non è mancato lo scetticismo (espresso anche dal critico Vittorio Sgarbi) ma il 'placet' di Carlo Pedretti, ritenuto il massimo studioso in materia, ha dato un crisma alla teoria che appartenga al genio di Vinci.

Proseguono gli studi. Siccome la «Tavola di Acerenza» è segnata e lesa in alcuni punti dello strato pittorico, è stata sottoposta anche ad un restauro virtuale con tecnologie che consentono una ricostruzione digitale ed elettronica. Intanto, sino al 30 settembre il dipinto è esposto a Cava dè Tirreni (Salerno), presso il Complesso monumentale di Santa Maria del Rifugio in piazza San Francesco. La mostra è ritenuta di notevole interesse scientifico in quanto sono esposte quadri e macchine di Leonardo insieme ad opere di uno dei suoi maggiori seguaci, il maestro Cesare da Sesto di cui è presente la «Madonna col Bambino», proveniente dalla prestigiosa collezione Cribiori di Milano.

Tornando in Basilicata, molto si è mosso per dare una «casa» leonardiana. A Vaglio, nelle vicinanze di Potenza, il Museo delle Antiche Genti di Lucania si è arricchito ed è cresciuto proprio dopo la scoperta dell'autoritratto. Sono state realizzate settantacinque macchine, fedelmente riprodotte dai disegni contenuti nei codici di Leonardo, ricostruite da abili artigiani, coadiuvati da esperti ingegneri.

Rappresentano un repertorio notevole delle invenzioni leonardesche: il carro armato, la bicicletta, i cuscinetti a sfera, la pianola, il guanto palmato e le notissime macchine volanti. Tutto ciò testimonia un ingegno estroverso che spazia in settori come quelli per la guerra con dispositivi meccanici d'ingegneria civile, una produzione dello studio di Leonardo del quale oggi restano oltre cinquemila pagine di appunti prodotti mediante la sua inconfondibile scrittura.

 
domenica 14 luglio 2013 - 18:47   Ultimo aggiornamento: 19:05

Il Nokia Lumia 1020 è la morte delle fotocamere Dslr?

La Stampa
valerio mariani


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Nokia presenta il Lumia 1020 – l'ultimo di una serie a rischio spamming da fare invidia a Samsung – che ha una e una sola caratteristica degna di nota: 41 megapixel di risoluzione massima per le foto. Stanchi di descrivere le solite caratteristiche, lette e rilette negli ultimi mesi, blogger e giornalisti si lanciano sulla suddetta, unica, caratteristica con cui riempire le pagine. 

A partire dal 920, per poi proseguire con il 925, Nokia ha (di nuovo) puntato il suo rilancio su un unico cavallo di battaglia: la qualità delle lenti Carl Zeiss. Una partnership, quella con la storica azienda tedesca, che ha sempre dato i suoi frutti, anche in tempi non sospetti. Le foto con i telefonini Nokia erano sempre di un livello superiore alla concorrenza, ma poi ci sono arrivati anche gli altri, e così non è bastato Carl Zeiss a evitare la crisi dell'azienda finlandese. 

E anche oggi, non paga dei risultati di apprezzamento di Windows Phone 8, Nokia punta tutto sulla qualità del comparto fotografico, fino a definire i suoi modelli Camera Phone, fotocamere paragonabili alle cosiddette point & shot – le compatte di una volta – che sanno anche mandare mail, collegarsi ai social e, nel caso servisse, telefonare. 

A questo proposito qui in Italia ci chiediamo, legittimamente, se servono 41 megapixel per vincere contro Apple e Samsung, ovvero, come scrive il mio amico Roberto, se è sufficiente la capacità di fare foto bellissime a convincere il consumatore a passare all'altra sponda. Dall'altra parte dell'oceano, non bastano questi termini, l'asticella si alza. 

In una battaglia di post , con la silenziosa complicità di Nokia che si becca tutti i vantaggi di questa pubblicità implicita, due giornalisti di Zdnet si chiedono se un camera phone come il Nokia Lumia 1020 possa decretare la fine, o almeno un lieve malessere, per il mercato delle Dslr, ovvero le reflex digitali che, per intenderci sono delle bestie di fotocamere, capaci di girare in Full HD al punto che tanti operatori professionisti le hanno sostituite alle ingombranti cam pro. 

La Canon Eos 5d Mark III, per ricodare la più nota, senza ottiche non costa meno di 2500 euro. Del Nokia Lumia 1020 non si sa il prezzo in Italia, arriverà a settembre, ma sembra che sarà molto competitivo, insomma, molto meno di 500 euro sul mercato libero, ovvero senza contratto con l'operatore. Parliamo di un ordine di prezzo dieci volte inferiore, a spanne. E quindi, di cosa stiamo parlando? Noi di niente, i due giornalisti di Zdnet parlano eccome, anzi, scrivono. 

Scherzi a parte, i due la prendono molto seriamente . Partiamo dalla situazione oggettiva: secondo Business Week gli smartphone hanno già mietuto una vittima, le fotocamere compatte, scese di ben il 46% in un anno. Mentre le Dslr non sembrano risentire dell'invasione di campo di Nokia e soci. Sempre secondo Business Week, il comparto ha registrato un bel +13%. i dati di Business Week sono confortati da quelli della Camera & Imaging Products Association che sostengono un +35% di crescita durante lo scorso periodo natalizio. Insomma, il comparto cresce e gli acquirenti non sono più solo fotografi di professione ma soprattutto appassionati disposti a rateizzare o “sboroni” danarosi che puntano a una florida carriera da fotoblogger.

Certo, pur sempre una piccola parte rispetto agli acquirenti di smartphone dal grilletto facile ma comunque sufficienti a far crescere di volume e soprattutto di fatturato il mercato. Quindi abbiamo una certa nicchia di utenti, disposti a spendere almeno 1500 euro per una reflex digitale, che se ne fregano altamente dei camera phone. Sanno che, se vogliono fotografie valide, devono soffrire e portarsi dietro smartphone e reflex digitale. Non ci pensano minimamente a ottimizzare i carichi e ad accontentarsi di una qualità più bassa. Perché, non c'è discussione, possiamo credere a tutte le demo di Nokia, ma la qualità e le possibilità di una reflex digitale Canon sono inarrivabili per un Lumia 1020. 

Dall'altra parte, nel dibattito di Zdnet, c'è il difensore dei camera phone , in verità per sua stessa ammissione un po' parvenu, un po' obbligato a difendere la tesi “i camera phone seppelliranno le reflex digitali”. Le tesi dell'accusa riguardano, oltre all'ovvio rapporto peso-qualità, e all'altro prezzo-qualità, altre considerazioni. Per esempio, quanti, dopo aver acquistato la reflex con un'ottica standard proseguono nell'acquisto degli accessori necessari al bravo fotografo? Ben pochi. Quanti usano tutte le funzionalità di una reflex? Quanti si mettono al pc a ritoccare le foto? 

E, ancora, attenzione alle parti meccaniche e deteriorabili di una reflex, ancora troppe rispetto a quelle di un camera phone. Jason Perlow poi, il giornalista di Zdnet che, sembrerebbe suo malgrado, deve fare il paladino dei camera phone, giura sulla qualità eccelsa delle foto con telefono, al punto da essere pubblicate su giornali e riviste. La sua tesi è che molto dipende dall'abilità del fotografo. 
Insomma, un dibattito infinito che ricorda quello classico sul sesso degli angeli. Alle argomentazioni già descritte aggiungiamo il domandone finale: a quanti improvvisati fotografi che si sollazzano con camera phone simili al Nokia Lumia 1020 interessa realmente fare una bella foto? E quanti sanno distinguere una foto da una bella foto?

Il suono della vittoria che inganna i giocatori d’azzardo

La Stampa

Secondo uno studio canadese la musica delle slot machine confonde le sensazioni anche quando si sta perdendo

francesco semprini
new york


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Slot machine, un inganno dalla colonna sonora ipnotica. E’ questo, in sintesi, il risultato di uno studio condotto in Canada, secondo cui suoni e musica delle popolari macchine da gioco sarebbero pensati in modo tale da dare la sensazione di vincere anche quando si sta perdendo. La ricerca è stata condotta da una squadra guidata dallo psicologo Mike Dixon della University of Waterloo, in Ontario, considerato una sorte di guru della psicologia del gioco d’azzardo.

Ebbene dalle rilevazioni è emerso che i giocatori hanno provato assai meno piacere nel dedicarsi a slot machine silenziose, e che allo stesso tempo erano maggiormente presenti a se stessi sull’andamento delle loro giocate. Secondo quanto spiegato dai ricercatori sul «Journal of gambling studies», si verifica nel corso del gioco un fenomeno chiamato «perdite mascherate da vittorie». 

Nelle moderne macchinette d’azzardo, dove il giocatore è impegnato simultaneamente su più partite in linea, la vittoria anche in una sola di queste produce musiche e suoni «a festa» che inducono chi si trovi davanti a pensare di vincere, anche se in realtà su tutti gli altri «game» è in perdita. Il risultato è che il giocatore è portato a proseguire pensando di essere in attivo e infilare più monete nella «diabolica macchina succhia soldi». Per misurare il grado di distorsione prodotta dalle colonne sonore delle slot machine, i ricercatori hanno selezionato due campioni di giocatori, dal vivo e su Internet, sottoponendoli a una prova di simulazione di gioco. A quelli dal vivo sono stati applicati dei sensori sulla pelle per registrare gli impulsi associati nel corso delle partite. 

Diversi i risultati della ricerca, in primis, la preferenza psico-fisica del giocatore alle slot machine dotate di suoni e musica. Poi il fatto che in caso di giocate silenziose la percezione di vittoria è stata mediamente pari a 33 volte, contro le 36 delle giocate sonore. In realtà i casi di vittoria sono stati in media solo 28, questo vuol dire che già le giocate multiple distorcono la reale percezione del giocatore, e che questa distorsione viene amplificata quando le slot machine emettono suoni, per una quota che va dal 15 al 24 per cento.

Questo vuole dire che in alcuni casi una volta su quattro si pensa di vincere e invece si perde. «Ciò aiuta a comprendere l’insistenza di alcuni giocatori che sembrano rapiti, quasi ipnotizzati dal suono delle slot», spiega Dixon, la cui ricerca rappresenta un importante contributo per far fronte a un fenomeno che, anche nel Nuovo mondo e a causa del boom dei casinò, ha ricadute sociali preoccupanti.

Le star di Hollywood in fuga da Scientology

La Stampa

L’ultima è l’attrice Leah Remini: “Profondo disaccordo con i metodi e le politiche del leader Miscavige”

maurizio molinari corrispondente da new york

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L’attrice Leah Remini abbandona Scientology affermando di essere in «profondo disaccordo» con «metodi e politiche» del suo leader, David Miscavige. 

Per l’ex star di “King of Queens”, che da oltre trenta anni è una seguace di Scientology, la svolta è arrivata al termine di «un lungo periodo di esame sulla Chiesa di Scientology». Richiamandosi ad analoghe scelte compiute dal comico Jerry Seinfeld, dall’attrice Demi Moore e dal regista Paul Haggis, Remini contesta - secondo indiscrezioni pubblicate da “New York Post” e “Hollywood Reporter” - la «validità della scomunica delle persone» non considerate in sintonia con le posizioni ufficiali di Scientology. 

«Ha scelto di andarsene da un sistema religioso che considera corrotto, una non-religione che vanta il diritto di lacerare famiglie o commettere abusi solo perché si ritiene una fede» scrive il “New York Post” citando fonti vicine alla protagonista di “Family Tools”. Fra l’altro Remini avrebbe protestato contro l’impossibilità da parte dei fedeli di contestare le scelte della direzione di Scientology come anche di denunciare abusi avvenuti da parte di componenti dell’ordine religioso “Sea Org”. Il corto circuito iniziale fra Remini e Scientology sarebbe avvenuto nel 2006, in occasione delle nozze fra Tom Cruise e Katie Holmes quando chiese perché la moglie di Miscavige, Shelly, era assente e l’ex capo del “Celebrity Centre” di Scientology le rispose bruscamente che lei non aveva “il rango” per poter fare domande su Shelly. Scientology resta comunque una delle fedi più diffuse fra i divi di Hollywood, a cominciare da Tom Cruise e John Travolta.

Nuova specie della pulce della neve identificata grazie a Facebook

La Stampa

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La fotografia dell’insetto è stata caricata su una pagina per soli entomologi e tra dibattiti
e opinioni sul social network i è riusciti a identificare l’insetto come una specie inedita.

Scoperta in Alaska grazie a Facebook una nuova specie di pulce della neve, appartenente alla famiglia dei Boreidi (Boreidae). I ricercatori della University of Alaska hanno rilevato l’insetto insolito e originale sulla Prince of Wales Island, un esemplare che appartiene a un gruppo enigmatico che potrebbe aiutare a comprendere qualche dettaglio in più sull’origine evolutiva delle pulci.

La fotografia della pulce è stata caricata su una pagina di Facebook per soli entomologi e tra dibattiti e opinioni sul social network si è riusciti a identificare l’insetto come una specie inedita.
L’insetto è incluso nell’ordine dei Mecoptera, la sua descrizione è stata pubblicata sulla rivista Zookeys, dopo un lungo dibattito tra gli esperti del settore su Facebook in difficoltà nel determinarne l’appartenenza. La svolta è arrivata da un commento di Michael Ivie, entomologo della Montana State University, che infine è riuscito a dimostrare che si trattava di una specie afferente al genere Caurinus, di cui una sola variante, negli stati di Washington e dell’Oregon, è stata precedentemente rilevata. Il nuovo «acquisito» grande appena due millimetri è stato denominato Caurinus tlagu.

Tocca il tubo della doccia e muore folgorato: mancava il salvavita. Condannato l’elettricista

La Stampa

L’impiantista avrebbe dovuto costruire un circuito dotato di quegli accorgimenti imposti dalla legge o suggeriti dalle regole di esperienza e dalla tecnica, idonei a prevenire o impedire le conseguenze negative che fenomeni di dispersione o sovratensione avrebbero potuto provocare. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 12930/13.

CatturaIl caso: folgorato in casa propria. Un tecnico viene condannato per omicidio colposo a seguito della morte di un cliente al quale aveva realizzato l’impianto elettrico dell’abitazione: questi, infatti, era rimasto folgorato dopo essere venuto a contatto con il tubo della doccia attraversato da sovratensione. Secondo la Corte di Appello, l’incidente è da ricondursi alla cattiva predisposizione dell’impianto elettrico, in quanto lo stesso, pur realizzato successivamente alla l. n. 46/1990, non era stato dotato di messa a terra ed era stata collocata una presa in prossimità della doccia senza installare un differenziale ad alta sensibilità (salvavita) a monte del circuito elettrico. L’imputato ricorre allora per cassazione, osservando anzitutto che nella giornata dell’incidente erano caduti in zona diversi fulmini, che avevano provocato una sovratensione alle linee elettriche; inoltre, i sistemi di tutela della linea Enel esterna erano carenti dal punto di vista strutturale e manutentivo e non erano stati adottati interventi per garantire la sicurezza in caso di sovratensione.

A giudizio degli Ermellini, tuttavia, la doglianza non può essere accolta: il perito di ufficio, infatti, ha spiegato che l’installazione di un interruttore differenziale ad alta sensibilità avrebbe sicuramente evitato l’esito mortale dell’incidente; del resto, pur in presenza delle rilevate carenze della rete, nessuno dei vicini di casa della vittima aveva subito conseguenze nefaste. In conclusione, il tecnico avrebbe dovuto costruire un circuito dotato di quegli accorgimenti imposti dalla legge o suggeriti dalle regole di esperienza e dalla tecnica, idonei a prevenire o impedire le conseguenze negative che fenomeni di dispersione o sovratensione avrebbero potuto provocare: il rispetto delle regole di prudenza impostogli dalla posizione di garanzia assunta avrebbe infatti scongiurato la morte della vittima. Per questi motivi, ritenendo che i giudici di merito abbiano applicato correttamente i principi in materia di causalità, la Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Facile a dirsi: È italiano chi nasce qui

Il Mattino
di Alessandro Barbano

Si fa presto a dire «chi nasce in Italia è un italiano». C’è una questione pregiudiziale che rischia di trasformare il nostro rapporto con il Mediterraneo in un’eterna incompiuta. Essa riguarda la mancanza di un modello di integrazione. Più grave dopo un ventennio di politiche di segno diverso ma ugualmente inconcludenti che hanno fatto dell’Italia un paese tanto permeabile quanto inadeguato ad accogliere. Con l’effetto oggi di avere una popolazione immigrata che supera i 4 milioni di persone e della quale una percentuale variabile tra il 15 e il 20 per cento vive in clandestinità.



CatturaDue numeri fotografano questa incompiutezza. Il 44 per cento dei figli degli immigrati lascia la scuola prima della scadenza prevista dalla legge, gonfiando l’area della dispersione e il potenziale bacino di reclutamento della malavita. Allo stesso tempo, sono quasi 500mila le imprese controllate dagli stranieri e rappresentano ormai il 7,4 per cento dell’intero patrimonio aziendale del Paese, con punte vicine al 20 per cento in regioni come la Lombardia. C’è un’immigrazione che possiamo assorbire e che è portatrice di sviluppo e ce n’è una che può peggiorare una già fragile coesione sociale. Favorire la prima, ancorandola a una cittadinanza fatta di diritti e di doveri e reprimere la seconda con l’uso della legalità interna e con l’efficacia di autorevoli relazioni internazionali significa avere un’idea di buon governo dell’immigrazione. Finora è accaduto il contrario.

L’urgenza di superare questo stallo nelle politiche dell’accoglienza cresce insieme con la rilevanza strategica dell’area mediterranea: l’emancipazione democratica avviata con la primavera araba ha liberalizzato il mercato. Il rilancio delle energie rinnovabili e dei commerci marini ha differenziato l’economia di paesi prima considerati mere riserve di petrolio e gas. Nonostante i disordini rivoluzionari e le incertezze politiche che gravano ancora su realtà centrali come Egitto e Tunisia, gli scambi sono quasi tutti in crescita.

L’Italia, che svolge il ruolo di corridoio tra Europa e Nord Africa, si conferma il primo partner commerciale, facendo registrare nel 2012 un interscambio pari a 57,7 miliardi di euro (superiore ai 56,6 miliardi della Germania ed ai 46,8 miliardi della Francia). E le previsioni per il 2014 parlano di un incremento del 50%. Ciononostante non saranno la diplomazia, per altro in ombra nell’ultimo decennio, né gli interessi energetici ed economici, né ancora la contiguità culturale tra l’Italia e i paesi del Nord-Africa a fare del Mediterraneo un’occasione, se l’incontro tra le diverse popolazioni e culture che abitano le due sponde di questo grande mare avverrà senza regole e per dura necessità della storia, così come è accaduto finora.

La recente visita del Papa a Lampedusa ha portato alla luce questa contraddizione politica e civile, chiamando il governo e i partiti a farsene carico. L’idea che il rapporto dell’Italia con l’immigrazione possa oggi risolversi nella cosiddetta Bossi-Fini, la legge che dal 2002 regola l’accesso degli stranieri nel nostro Paese, equivale a una rimozione del problema. Eppure, slogan a parte, nessun esecutivo e nessuna forza politica hanno assunto la costruzione di un modello di integrazione come l’asse fondante di una politica di governo.

Nel frattempo la società si attrezza con i mezzi di cui dispone. Il Mezzogiorno, da bacino di approdo e di transito è diventato punto di arrivo e laboratorio di nuove società: la struttura urbanistica e sociale delle città e dei piccoli centri del Sud ha favorito un’integrazione naturale fondata su uno schema pluralista, che ammette e tollera l’alterità favorendo la coesistenza di più culture all’interno di una medesima comunità. E che nel contempo, però, attiva processi di inclusione progressiva dei diversi gruppi etnici, i quali possono conservare i propri costumi a condizione che non compromettano i valori generali che tengono unita l’intera società. Tuttavia, qualcosa non funziona.

La mancanza di una cornice legislativa in grado di riconoscere e garantire diritti e doveri fa sì che il rapporto di forze impari tra ospitanti e ospiti produca un equilibrio sociale non sempre soddisfacente: così accade che gli immigrati abbiano rimpiazzato gli italiani nei lavori più umili nell’industria e nell’agricoltura, andando a occupare sacche di sommerso in cui le tutele più elementari risultano compromesse. Nelle popolazioni immigrate cresce la frustrazione provocata dallo squilibrio tra la cultura che definisce le mete e la società costituita dalla distribuzione effettiva delle opportunità.

Gli immigrati di seconda generazione fanno propri gli obiettivi del paese in cui sono nati senza avere, però, le chances per raggiungerli. Il divario crescente in Occidente nella divisione della ricchezza renderà più drammatica questa discriminazione. È pensabile un’integrazione che prescinda da una maggiore giustizia sociale? Questo quesito tocca il cuore del problema: affrontare il tema dell’integrazione significa per l’Italia e per l’Europa fare i conti con la propria identità. Questa è andata ridefinendosi sulla scorta di due fattori concomitanti e tuttavia diversi per caratteristiche e genesi, che interagiscono tra loro.

Il primo riguarda il crescere dei flussi migratori. Entro il 2025 gli immigrati africani del Vecchio Continente saranno diverse decine di milioni. La natura di questa emigrazione è del tutto inedita nella storia umana, per lo meno in simili proporzioni. Non si tratta di un’emigrazione soltanto da domanda, causata da fattori di attrazione e dalla capacità di assorbimento del mercato del lavoro europeo, come quella che portò tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento milioni di italiani ed europei in America. Si tratta invece di un’emigrazione da offerta, provocata da fattori di spinta presenti nei paesi di provenienza. Non sono perciò del tutto in equilibrio le condizioni di reciproco vantaggio su cui s’instaura lo scambio migratorio.

Il secondo fattore riguarda i processi di frantumazione delle antiche appartenenze della cultura occidentale, da cui deriva la crisi dello Stato e dei corpi intermedi. La storia delle società moderne degli ultimi due secoli è scritta nella contrapposizione tra un modello di identità civile di derivazione illuministica, fondato sull’adesione a valori condivisi, e un altro di derivazione romantica, fondato sulla nascita e su una presunta identità etnicamente attribuibile all’individuo. Poi, dalla fine del Secolo scorso l’identità in Occidente ha iniziato a essere percepita non più come «data una volta per tutte», ma come la costruzione di un’intera esistenza.

In quanto fondata su molteplici appartenenze, alcune legate a una storia etnica e altre no, alcune legate a una tradizione religiosa e altre no, essa è sempre più la risultante delle relazioni di socializzazione diretta tra gli individui e tra gli individui e le istituzioni. Nel decennio appena trascorso, nel clima di paura per un conflitto di civiltà seguito alla strage delle Torri gemelle, l’Occidente ha iniziato a interrogarsi sul limite della tolleranza quale esercizio di virtù civile, varcato il quale il rispetto per le culture alternative è parso calpestare quello per la persona umana.

Scongiurato poi, o forse solo allontanato lo spettro dello scontro di civiltà, resta in piedi oggi la difficoltà di trovare una misura tra necessità dell’integrazione e tolleranza degli integralismi che essa può comportare. È una prova che l’Europa ha di fronte. In ogni paese la popolazione è attraversata da una somma di diaspore. Gli attori del meticciato sono eredi e portatori di tradizioni molto radicate e talvolta radicali. In che modo il Vecchio Continente deve relazionarsi con esse? Deve mettere tra parentesi la propria identità in nome di alcuni principi di libertà universali e astratti?

Ma una neutralità indifferente ai valori non rischia di trasformarlo in un «non luogo» abitato da enclavi in costante sospetto l’una con l’altra? Tanto più stringenti sono questi interrogativi tanto più è urgente un modello di integrazione chiaro, proiettato nel futuro demografico e sociale dell’Italia che sarà. In cui la leva della cittadinanza contiene ma non esaurisce l’impegno di un governo, di una politica e di una società. Poiché è illusorio pensare che tutto si risolva semplicemente sostituendo le coordinate del diritto di sangue con quelle del diritto del suolo, come auspica qualche ideologo dell’ultima ora.

Occorre trovare il luogo simbolico in cui due civiltà si riconoscono, dialogano e si concedono pari opportunità. Occorre stabilire quanto ampio e quanto inclusivo debba essere questo spazio civile. Occorre costruirlo, promuoverlo e difenderlo. È una sfida ormai irrinunciabile. Si vince senza slogan, ma dosando con saggezza realismo e idealità. E si gioca sul Mediterraneo, com’è già accaduto più volte nel corso dei secoli.

domenica 14 luglio 2013 - 15:30   Ultimo aggiornamento: 18:02

Se i tori al macello hanno più cervello dell'uomo ubriaco

Oscar Grazioli - Dom, 14/07/2013 - 09:14

Al tradizionale encierro di Pamplona 21 feriti per la calca. Strage evitata, ma solo perché gli animali non hanno caricato

In Spagna ogni orrore ha il suo patrono, un santo inconsapevole e sicuramente poco felice di essere venerato nei giorni in cui animali, che nulla gli hanno fatto di male, subiscono le torture più orrende.

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Nelle feste sanguinarie del popolo spagnolo, gli animali usati sono i più vari: bovini, ovini, asini, cani, gatti, conigli, galline, oche. L'elenco è infinito, ma, se comprendiamo la corrida, sono sicuramente i bovini a rimetterci le penne in modo orribile, uccisi col ferro e col fuoco, mentre bocche sgangherate ridono invocando il santo o la madonna di turno, storpiandone il nome con la lingua che si arrotola per la troppa sangria e i fiumi di cerveza (birra) che scorrono nelle gole riarse dal caldo. Ma la religione serve a coprire il business di bovini ormai inutilizzabili nelle corride e nella riproduzione, che diventano utili ad allevatori e commercianti per riciclare «gli scarti».

Siamo ormai all'ultimo giorno di una delle feste più lunghe e più famose di tutto il mondo. Basta citare Pamplona, capoluogo della comunità autonoma di Navarra, perché chiunque corra immediatamente alle immagini che le televisioni diffondono dal 6 al 14 luglio, quando nella città fondata da Pompeo si svolgono Los Sanfirmines, le feste in cui ogni giorno si svolge l'encierro, ovvero la corsa dei tori che per 825 metri sgroppano liberi, mentre una folla di gente da ricovero coatto li precede e li affianca cercando di non farsi incornare o pestare o stringere contro un muro. Nei minuti prima dell'encierro, i partecipanti venerano il santo di turno, il povero Firmino, decapitato nel 303 ad Amiens dove i francesi non apprezzarono il suo fervore religioso. Cantano per il loro patrono in catalano e basco «A San Firmino, il nostro patrono, chiediamo che ci guidi nell'encierro dandoci la sua benedizione».

Va da sé che, ogni anno, i feriti sono numerosi e qualche volta ci scappa il morto, come accadde nel 2009. Quest'annno l'encierro di ieri è stato uno dei più drammatici. I «corredores», vestiti di bianco e con il fazzoletto rosso, nel fuggire inseguiti dai tori, hanno cominciato a cadere davanti all'entrata dell'arena e, complice una porta che non si è aperta, hanno formato una sorta di barriera umana, posta sul percorso finale dei tori che sopraggiungevano a tutta velocità. I tori hanno mostrato molto più raziocinio di loro, non caricandoli, altrimenti sarebbe stata una tragedia. Il bilancio invece è «solo» di ventun feriti lievi, quattro gravi ricoverati in ospedale e uno in prognosi risrevata.

Iruña (Pamplona in basco) conta circa 200.000 abitanti che diventano un milione e mezzo durante Los Sanfirmines. In questo periodo Pamplona si ferma, tutti i negozi sono chiusi e rimangono aperti solo bar, ristoranti, alberghi e discoteche. Le giornate sono calde e le notti lunghe, passate tra canti, balli e colossali bevute. L'alcol è un viatico importante per disinibire i centri cerebrali e affogare la paura che si fa sentire quando un toro di mezza tonnellata si stanca di essere pungolato, di scivolare sul terreno di strade strette e di spaccarsi muscoli e ossa contro il muro delle case che sporgono sul percorso e, rimasto solo, si accorge di te, che agiti il fazzoletto con minore convinzione ora che ce l'hai davanti, mentre sbuffa e abbassa le corna. E se non ti ritrovi all'ospedale, ti ritrovi in albergo a cambiarti le mutande che emanano un puzzo insopportabile, anche per i tori. San Firmino, dacci la tua benedizione. E un cambio di mutande pulite.