martedì 16 luglio 2013

Le parole da evitare e quelle da usare per una e-mail a prova di bomba

Corriere della sera

Due decaloghi da seguire per essere sicuri che la corrispondenza arrivi sana e salva a destinazione

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È ora di aggiungere una nuova parola al nostro vocabolario: deliverability. Lunga, complessa e difficilmente digeribile, designa semplicemente la probabilità di un e-mail di giungere a destinazione. L'avvenuta consegna delle e-mail dipende da molti fattori ma il primo e più importante è sicuramente l'oggetto, quella stringa di caratteri che prima e meglio di altri ci spinge a leggere o meno il messaggio.

L'IMPORTANZA DELL'OGGETTO - Se è chiaro che «Hai vinto», «Farmaci gratis» e «Viagra con lo sconto» faranno attivare il filtro antispam, è forse meno noto che ci sono tante altre parole da evitare se vogliamo che la corrispondenza arrivi sana e salva e altre ancora che aiutano nell'impresa. L'ispirazione per queste due liste viene da un recente report compilato in base a oltre due miliardi di e-mail, dalle regole classiche del marketing online e da un brillante articolo apparso sul Financial Times.



Vuoi che la mail arrivi a destinazione?Ecco le parole da evitare nell'oggetto

Corriere della sera

Dai caratteri esotici ai superlativi. Senza dimenticare le insidie del «Re:» e del «Reminder». E gli inviti come «Leggi questo»

1. «Gratis», «regalo», «free», «omaggio» e simili proprio non funzionano più. Spesso attivano il filtro antispam e comunque nessuno cade più in trucchetti del genere. O almeno si spera.

2. Esotismi come caratteri cinesi o russi possono dare un tocco di stile alla nostra corrispondenza ma i filtri la vedono in modo diverso. Questi due Paesi infatti sono i re della posta indesiderata e i loro messaggi vengono bloccati anche quando sono leciti.

3. «Probabilmente l'hai già visto...» fa il paio con «Un messaggio da...». Se il mittente suppone che abbiamo già visto il contenuto non c'è motivo per noi di aprirlo mentre il secondo oggetto è ridondante: sappiamo già che quello che abbiamo di fronte è un messaggio e anche il mittente è specificato. Quindi, perché scriverlo di nuovo?

4. Superlativi assoluti come «grandissimo», «bellissimo», «ricchissimo» hanno la peculiare capacità di farci cliccare direttamente sul cestino per polverizzare il messaggio all'istante. Meglio mantenersi quieti con gli aggettivi, come quando si parla.

5. Un «Reminder» ci ricorda sempre che qualcosa che non ci interessava continua a non interessarci.

6. A meno che non venga da un collaboratore, il «Re:» segnala che l'email è stata inoltrata senza
neanche una correzione da parte del mittente dimostrando che lui stesso non la ritiene importante.

7. Gli anglosassoni non ce ne vogliano, ma simboli come «&», «$», «/» o «#» sono nemici giurati della posta elettronica come le parentesi quadre e tanti punti esclamativi o interrogativi in successione che, tra l'altro, uccidono la nostra lingua.

8. Un «Invito personale» in genere dovrebbe comunicare un evento esclusivo (altra parola da non usare) ma in realtà non ci dice nulla dell'invito in oggetto.

9. Pregare il destinatario con formule come «Leggi questo», «Importante», «Imperdibile» allontana l'agognato corrispondente senza raggiungere l'obiettivo prefissato. Se il messaggio è importante non c'è motivo di rimarcarlo nell'oggetto.

10. «Caro Tizio, Caio e Sempronio» semplicemente non sono degli oggetti da mail. Avere il proprio nome nell'oggetto ha la capacità di farci irritare: questo stile finto informale adottato da qualcuno che non abbiamo mai visto è un po' troppo melenso e poi sappiamo come ci chiamiamo, non c'è bisogno che qualcuno ce lo ricordi.



Le formule «magiche» che spingono il nostro dito a cliccare e aprire una e-mail

Corriere della sera
Dalla personalizzazione dell'oggetto allo studio del calendario: il decalogo per far sì che la le notre mail non siano cestinate
1. «Siamo brevi, il mondo è sovraffollato di parole» scriveva Stanisław Jerzy Lec, quindi tentiamo di creare oggetti che non superino le dieci parole tenendo conto che le prime tre sono sempre le più importanti.

2. La precisione prima di tutto. «Ti presento la tal cosa» o «Vorrei invitarti alla tal altra» sono formule a cui è difficile sottrarsi.

3. Affascinare il destinatario funziona sempre, magari invitandolo all'azione

4. Essere narrativi fa buon effetto. «Non sai cosa mi è successo ieri sera» o «Lo sapevi che Tizio si è lasciato con Caio?» funzionano sempre.

5. Secondo diversi studi, martedì e mercoledì sono i giorni in cui si è più ricettivi e propensi a leggere la posta elettronica. Lunedì invece andrebbe evitato come la peste.

6. Personalizzare l'oggetto gli dona efficacia. Meglio «Il mio progetto per» che «Progetto per»

7. Scrivere usando correttamente maiuscole e minuscole non è solo più corretto a livello linguistico ma evita il fastidio di vedere TUTTI I CARATTERI MAIUSCOLI.

8. Se l'email contiene più informazioni, nell'oggetto è buona regola focalizzarsi solo sul tema principale.

9. Provare più oggetti con persone diverse permette di avere una piccola statistica sull'efficacia dei nostri oggetti. Certo, le variabili sono parecchie ma in ogni caso avremo una pallottola in più nella nostra cartucciera.

10. Da ultimo è bene ricordare la regola aurea, la domanda da porsi prima di ogni invio: «Tu l'apriresti?»



Vuoi che la mail arrivi a destinazione?Ecco le parole da evitare nell'oggetto

Corriere della sera

Dai caratteri esotici ai superlativi. Senza dimenticare le insidie del «Re:» e del «Reminder». E gli inviti come «Leggi questo»

1. «Gratis», «regalo», «free», «omaggio» e simili proprio non funzionano più. Spesso attivano il filtro antispam e comunque nessuno cade più in trucchetti del genere. O almeno si spera.

2. Esotismi come caratteri cinesi o russi possono dare un tocco di stile alla nostra corrispondenza ma i filtri la vedono in modo diverso. Questi due Paesi infatti sono i re della posta indesiderata e i loro messaggi vengono bloccati anche quando sono leciti.

3. «Probabilmente l'hai già visto...» fa il paio con «Un messaggio da...». Se il mittente suppone che abbiamo già visto il contenuto non c'è motivo per noi di aprirlo mentre il secondo oggetto è ridondante: sappiamo già che quello che abbiamo di fronte è un messaggio e anche il mittente è specificato. Quindi, perché scriverlo di nuovo?

4. Superlativi assoluti come «grandissimo», «bellissimo», «ricchissimo» hanno la peculiare capacità di farci cliccare direttamente sul cestino per polverizzare il messaggio all'istante. Meglio mantenersi quieti con gli aggettivi, come quando si parla.

5. Un «Reminder» ci ricorda sempre che qualcosa che non ci interessava continua a non interessarci.

6. A meno che non venga da un collaboratore, il «Re:» segnala che l'email è stata inoltrata senza neanche una correzione da parte del mittente dimostrando che lui stesso non la ritiene importante.

7. Gli anglosassoni non ce ne vogliano, ma simboli come «&», «$», «/» o «#» sono nemici giurati della posta elettronica come le parentesi quadre e tanti punti esclamativi o interrogativi in successione che, tra l'altro, uccidono la nostra lingua.

8. Un «Invito personale» in genere dovrebbe comunicare un evento esclusivo (altra parola da non usare) ma in realtà non ci dice nulla dell'invito in oggetto.

9. Pregare il destinatario con formule come «Leggi questo», «Importante», «Imperdibile» allontana l'agognato corrispondente senza raggiungere l'obiettivo prefissato. Se il messaggio è importante non c'è motivo di rimarcarlo nell'oggetto.

10. «Caro Tizio, Caio e Sempronio» semplicemente non sono degli oggetti da mail. Avere il proprio nome nell'oggetto ha la capacità di farci irritare: questo stile finto informale adottato da qualcuno che non abbiamo mai visto è un po' troppo melenso e poi sappiamo come ci chiamiamo, non c'è bisogno che qualcuno ce lo ricordi.

L'urlo di Froome: "Non sono drogato" Ma la bicicletta?

Pier Augusto Stagi - Mar, 16/07/2013 - 08:19

C'è chi propone di ripassare la bici ai raggi X. In passato usati scanner per controllare i telai

Musi lunghi, tensione palpabile: non sembra nemmeno di essere al Tour, e nemmeno nell'albergo della maglia gialla Chris Froome. È come se l'impresa del Mont Ventoux fosse stata portata via dal vento.

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«Froome, naturallement» titola ironico e malizioso "L'Equipe". E naturalmente, tanti oggi giocano sul tavolo del sospetto e del dubbio per mettere in difficoltà il Team Sky e la maglia gialla che, in mancanza di avversari, si è trovato costretto ad affrontare una conferenza stampa come se fosse stato davanti ad un plotone d'esecuzione.

«Trovo molto triste che all'indomani della più grande vittoria della mia carriera mi si venga a parlare di doping", ha detto stizzito Froome, ma le voci non si placano. Lo confermano anche i bookmaker internazionali: la possibilità che Froome venga trovato positivo ai controlli antidoping al Tour De France 2013 entro il 21 luglio viene offerta a 5,25, mentre l'ipotesi che il ciclista britannico risulti non positivo si gioca a 1,10. Si gioca, ma si fa anche maledettamente sul serio. Non per niente il britannico, nelle ultime 24 ore, ha dovuto subire due controlli di urine e uno sul sangue, come la stessa maglia gialla ha rivelato in conferenza stampa.

Regna la diffidenza, purtroppo. E anche il disincanto. Sono in molti a ricordare alla maglia gialla che il caso Lance Armstrong ha dimostrato come sia facile aggirare le norme esistenti in materia di doping e quindi hanno chiesto a Dave Brailsford, manager del team Sky, perché non rende pubblici i dati dei suoi corridori, affinché il mondo scientifico possa trarne delle valutazioni.

«È pseudo scienza - ha replicato seccato Dave Brailsford -. Non pubblichiamo i dati reali dei corridori perché nessuno li saprebbe analizzare nel modo giusto e perché alle cifre si può far dire qualsiasi cosa. Questo resta un segreto del nostro lavoro». E poi ecco una via d'uscita: «Potremmo presentare tutti i dati disponibili di ogni nostro atleta ad un gruppo di esperti. La Wada sarebbe l'organismo ideale». E Chris Froome, incalzato dai paragoni con il corridore texano, ha chiuso ogni discorso sbottando con uno scatto dei suoi: «Paragonarmi a Lance non ha senso, perché lui ha barato. Io no».

E in soccorso del britannico arriva nientemeno che Alberto Contador, lo spagnolo terzo in classifica, maltrattato domenica sulle pendenze del Mont Ventoux. «Non ho motivo di dubitare di Froome. È un grande professionista e un corridore di alto livello. Lo ha dimostrato nel corso di tutta la stagione». Dubbi e sospetti aleggiano sulla Grande Boucle. E tra i sospetti e i dubbi, c'è chi è tornato a rispolverare l'idea di controllare ai raggi X i telai delle biciclette, perché secondo alcuni Froome potrebbe aver utilizzato una bicicletta a pedalata assistita.

Come molti sostennero dopo la vittoriosa cavalcata di Fabian Cancellara al Fiandre del 2010. Un motorino che agisce con un ingranaggio sull'asse del pedale alleggerendo lo sforzo e aiutando la pedalata, indusse l'Uci, il governo mondiale della bicicletta e la stessa Aso- ente organizzatore del Tour-, ad adottare degli scanner ai raggi X (fotografa l'interno dei telai, stesso principio che si usa nei controlli dei bagagli in aeroporto) per controllare che nei telai delle bici non ci siano nascosti sistemi elettrici a batterie per il movimento assistito.

Questi apparecchi furono usati proprio al Tour del 2011, e oggi non più. Alcuni osservatori hanno riproposto l'idea: per salvare questo Tour, vogliono mettere Froome ai raggi X.

Mucca sfonda tetto e gli cade sul letto Muore brasiliano di 45 anni

Corriere della sera

L'animale era scappato da una fattoria vicina. L'uomo è morto per l'emorragia causata dalle ferite

Cattura
Essere ucciso da una mucca che ti cade sul letto? Storia assurda, al limite dell’incredibile. Ma può succedere. Ed è successo. In Brasile un uomo di 45 anni, João Maria de Souza, è morto così. Un bovino da una tonnellata e mezzo di peso gli è cascato addosso, dopo aver sfondato il tetto di casa sua, a Caratinga, nel sud est del Paese.

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GAMBA ROTTA - La mucca era scappata da una fattoria vicina. La disgrazia come sempre ha molte facce e la sfortuna non ha risparmiato nulla all'uomo che dormiva serenamente con sua moglie di fianco. Il tetto della casa, un semplice ondulato di metallo, non ha retto il peso dell’animale che si è schiantato sul letto, dalla parte dell’uomo. La moglie e l’animale sono sopravvissuti, il 45enne brasiliano è stato ricoverato all’ospedale con una gamba fratturata.

Ed è qui che la vicenda (che sembra ricordare la trama di un film argentino del 2011: «Cosa piove dal cielo?») assume aspetti grotteschi e allo stesso tempo tragici. João Maria de Souza non è infatti deceduto per le ferite riportate, ma per l’emorragia interna che i medici non gli hanno diagnosticato. evidenziare eventuali responsabilità. La madre ha denunciato la storia in tv e il fratello di João, Carlos Correa, intervistato dal quotidiano Hoje em Dia ha rimarcato le carenze del personale medico dell’ospedale : «A mio modo di vedere - ha detto - mio fratello non è morto per l’incidente ma per tutto il tempo che ha passato in ospedale in attesa delle cure necessarie».

16 luglio 2013 | 11:01

Di Pietro jr al gruppo misto: oltre al super stipendio, 800 euro di più al mese

Libero

In attesa di risolvere una disputa con il collega dell'Idv al consiglio del Molise si è messo in tasca un bel gruzzoletto


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Lo scorso 15 aprile Cristiano Di Pietro, consigliere regionale molisano dell’Idv - nonché figlio di Tonino - si autosospendeva dal partito e fondava il gruppo misto, di cui è rimasto unico membro, in attesa di risolvere una disputa col compagno dell’Idv Cosmo Tedeschi riguardo chi avesse diritto al seggio in Regione (Tedeschi sperava di rientrare a palazzo  per una questione di ripartizione dei seggi da attribuire a Isernia e non alla provincia di Campobasso). Il ricorso di quest’ultimo è finito nel nulla, e così Di Pietro jr  è rientrato nei ranghi dell’Idv. Ma nel frattempo, stando nel misto, ha beccato 800 euro netti in più ogni mese. Mica male, per un partito che sbandiera a destra e a manca la lotta agli sprechi.

Un sindaco in esilio”: Cortina d'Ampezzo e il processo che riguarda i primi cittadini di tutta Italia

Il Messaggero


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ROMA - «E’ un processo che riguarda tutti i Sindaci d’Italia, sempre stretti tra abuso d’ufficio e l’omissione in atti d’ufficio, in un equilibrio che potrebbe rivelarsi impossibile, minacciando l’ultimo anello della catena tra politica e cittadini che ancora non si sia spezzato»: Andrea Franceschi, sindaco (sospeso) di Cortina d'Ampezzo, torna a parlare dopo la vicenza giudiziaria che l'ha travolto lo scorso aprile e che lo costringere tutt'ora a vivere lontano dalla “sua” cittadina.

“Un sidaco in esilio” è il titolo del libro in cui Franceschi racconta la sua versione dei fatti, dagli arresti domiciliari scattati il 24 aprile alla «pena d'altri tempi», il divieto di dimora a Cortina: «Di fatto - spiega - prima ero chiuso dentro, adesso mi hanno chiuso fuori». Il giovane primo cittadino del rinomato comune veneto, eletto con una lista civica nel 2006 e poi confermato nel 2012, è indagato per turbativa d'asta, abuso d'ufficio e violenza privata per un bando sui rifiuti e per il rapporto col comandante dei vigili urbani, ma sostiene che in ballo c'è «il ruolo dei Sindaci nel nostro Paese».

«L’esito del dibattimento - continua Franceschi - servirà a chiarire a tutti gli effetti un precedente per stabilire se i Sindaci saranno amministratori che rispondono ai cittadini o passacarte dal ruolo per lo più onorifici: se sia o meno reato fare il Sindaco in maniera attiva, chiedendo agli uffici di applicare modifiche ai bandi, incontrando le aziende che presentano progetti, pretendendo che i dipendenti (vigili urbani) si concentrino su abusi edilizi e non su autovelox».

Nel libro, che in questi giorni lo stesso Franceschi sta presentando nei comuni nel bellunese per un originale “Esilio Tour”, si ripercorre la storia esemplare di Cortina, «una località turistica prima che turismo divenisse una parola di uso corrente», dagli eccessi dell'«Ancien régime» ai blitz della Finanza, fino a quello che lui definisce il «Ritorno alla montagna», con la difficile decisione di chiudere la celebre manifestazione estiva CortinaInConTra e di dare per sempre addio all'epoca «dell'eccesso, dell'apparenza ad ogni costo, in alcuni casi della cafonaggine e della maleducazione...».


Sabato 13 Luglio 2013 - 14:42
Ultimo aggiornamento: Domenica 14 Luglio - 01:30

La Boldrini denunciata "Discrimina gli italiani"

Fabrizio De Feo - Mar, 16/07/2013 - 07:41

Il presidente della Camera: rom in testa alle liste di assegnazione delle case. Un escluso non ci sta: "Calpestata la Costituzione, è vilipendio"

 

Roma - Regole, norme, codici, serietà, sostenibilità dell'immigrazione, centralità dell'interesse nazionale. Nel fitto diluvio di messaggi finto-buonisti che si abbatte sul nostro dibattito politico sta diventando quasi eretica la posizione di chi rivendica la necessità di governare - come avviene in tutti i Paesi del mondo - un fenomeno complesso come l'immigrazione e si oppone a slogan confusi, sul modello di «Italia, nazione aperta», che altro non fanno che rendere sempre meno gestibile il già drammatico fenomeno dei flussi.


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Chi ha provato a compiere un piccolo gesto in controtendenza è Davide Fabbri, rappresentante del «Movimento lavoro e rispetto» che il 30 giugno scorso si è presentato al Comando di Milano Marittima dei Carabinieri per formalizzare una ratifica di denuncia, con testimoni, nei confronti del presidente della Camera, Laura Boldrini. Il motivo? Fabbri scrive: «Ho sentito il presidente della Camera alla domanda di un giornalista che le chiedeva: “Con quale criterio saranno assegnate le case popolari?” rispondere: “Saranno date prima ai rom e agli extracomunitari con figli a carico”». Fabbri in quanto cittadino italiano, si è sentito discriminato poiché è stato a suo tempo privato due volte del diritto di una casa popolare nel Comune residente di appartenenza.

Secondo Fabbri, con queste decisioni, Laura Boldrini, decide di appropriarsi arbitrariamente di un bene nato dal risparmio dei cittadini italiani tutelato dall'articolo 47 della Costituzione. Insomma, il sentimento, fa capire Fabbri è quello di sentirsi sempre più ospiti a casa propria. Per questo procede alla denuncia per «discriminazione e vilipendio della Costituzione». I segnali, comunque, non lasciano certo intravedere una inversione di tendenza. Proprio ieri Laura Boldrini, arbitro che quasi quotidianamente sveste i panni della terzietà per scendere in campo, è tornata a sostenere che «è sufficiente osservare la realtà italiana, quel meticciato per dirla come il ministro Cecile Kyenge, per rendersi conto che occorre valutare una nuova legge sulla cittadinanza».

E pochi giorni fa aveva detto che «l'immigrazione non va gestita con logiche di difesa. Costituisce un pericoloso anacronismo che una legge sulla cittadinanza non prenda atto che in Italia vivono quattro milioni di immigrati ai quali sono preclusi diritti civili. Ciò crea animosità. Gli allarmismi e la sindrome d'assedio danneggiano la coesione sociale. C'è un vittimismo non giustificato dai numeri. Non sono clandestini, sono rifugiati. L'emergenza clandestini non esiste. È solo un'invenzione».

Naturalmente, nonostante l'abrogazione a mezzo stampa dell'emergenza immigrazione, il quadro tratteggiato dalla Boldrini omette «particolari» non trascurabili. Una fotografia fedele del mondo reale - al netto di buonismi e derive ideologiche - arriva dal Rapporto annuale su immigrati e occupazione che proprio ieri ha acceso i riflettori sulla situazione italiana. Lo studio certifica come nel 2012 i cittadini stranieri disoccupati abbiano raggiunto quota 385mila unità. Rispetto al 2011 il numero è aumentato del 19,2% per la componente Ue e del 25,4% per quella extra Ue.

«Considerando l'ultimo triennio dal 2010 al 2012, il numero delle persone in cerca di lavoro di cittadinanza Ue è cresciuto di oltre 35 mila unità, mentre tra le forze di lavoro di cittadinanza extra Ue l'aumento è superiore alle 72 mila persone», spiega il rapporto curato dalla direzione generale Immigrazione e politiche d'integrazione del ministero del Lavoro. Un fenomeno che nella prospettiva della lunga fase di crisi «assume caratteri decisamente allarmanti».

Cento anni e non li dimostra: l'irresistibile ascesa della T-shirt

Il Messaggero

di Anna Guaita


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NEW YORK - Cento anni fa la Marina americana cercava un nuovo capo d’abbigliamento: doveva essere di cotone, leggero e facilmente lavabile, doveva essere “decente”, coprire il torso e anche le ascelle.Nasceva così, nella primavera del 1913, un capo che da allora è diventato onnipresente: la T-shirt. Oggi la maglietta la troviamo in ogni Paese e in ogni fascia sociale, la indossano uomini, donne e bambini, ricchi e poveri, giovani e anziani. Allora, nel documento “Uniform Regulations of the United States Navy” le disposizioni erano alquanto rigide, e il capo era concepito a soli scopi utilitaristici. Foto di centinaia di marinai che eseguivano i loro compiti a bordo delle navi, in pantaloni blu e maglietta bianca divennero però presto universali. E ci volle poco perché un capo così comodo venisse imitato, anche dagli altri corpi federali come ad esempio le Guardie Forestali o i vigili del fuoco. Nel 1920, il vocabolario Merriam-Webster dovette includere per la prima volta una descrizione della T-shirt, ma allora naturalmente la spiegazione diceva “capo indossato da uomini a bambini a forma di T”, le donne non erano neanche considerate, a quei tempi le signore indossavano ancora il busto, altro che comode magliette di cotone!

CAPO DA FATICA
Fu la Seconda Guerra Mondiale, con i soldati americani da un capo all’altro del mondo, a far dilagare l’uso della T-shirt come capo “da fatica”, ma anche come capo utile per proteggere la pelle dai pesanti indumenti di allora, spesso fatti di lane ruvide. Solo dopo la Guerra la maglietta approdò al cinema. E non sembrò più solo un capo da soldati: sul corpo muscoloso di Marlon Brando era assolutamente sexy, su quello asciutto e nervoso di James Dean si caricò di significati sociali. A Washington una grande casa produttrice di magliette, la CustomInk sostiene infatti che fu Marlon Brando, con il film “Un Tram chiamato Desiderio” nel 1951, a rendere la T-shirt un capo di moda.

Subito dopo, un indimenticabile James Dean, in “Gioventù Bruciata”, nel 1955 la trasforma nella divisa dei giovani ribelli. Poco dopo, nel 1957, Broadway, con lo storico “West Side Story”, un musical che presto diventa mitico ed è seguito da una popolarissima riduzione cinematografica, segna la decisiva affermazione della T-shirt come il capo dei giovani. E si arriva agli anni Sessanta, agli hippies di San Francisco, alle magliette colorate e scolorate, lavate con la candeggina a creare un gioco psichedelico, e alle magliette usate come messaggio di protesta contro la guerra in Vietnam: il capo inventato dalle forze armate diventa la bandiera dei pacifisti.

IL BOOM
Siamo così nella fase “matura” di questo modesto capo, che può costare pochi euro, ma arrivare a centinaia, migliaia addirittura, se firmato da qualche grande stilista. New York, in una recente sfilata, n'è stata vista una in pelle di coccodrillo, per il prezzo di 91,500 mila dollari. Ma in genere una maglietta di cotone, anche delle qualità migliori non supera i trenta dollari. Quel che importa, quel che la rende unica fra tutti i capi d’abbigliamento inventati attraverso i secoli, è il fatto che si è trasformata in una lavagna. La T-shirt è oggi un capo che definisce l’identità di chi la indossa, che dichiara l’appartenenza a una scuola o un’università, a un Paese o a un corpo militare, a un’idea o a un movimento politico.

Può essere il ricordo di un viaggio o di un concerto, la pubblicità di un prodotto o di una località turistica, può commemorare un avvenimento, magari un centenario: guarda caso, c’è anche una maglietta che celebra... il centenario della maglietta. La psicologa Jennifer Baumgartner, autrice di “You are what you wear” (Tu sei quel che indossi) spiega che in un mondo dove l’abbigliamento economico è prodotto in massa, anonimamente, le magliette disegnate “ad hoc” sono diventate «un modo per esprimere noi stessi».

La T-shirt è anche il capo più diffuso in assoluto, almeno negli Usa. L’immancabile sondaggio dimostra che il 95 per cento della popolazione ne possiede almeno cinque diverse versioni, e l’87 per cento ne conserva alcune «da cui non si separerebbe mai, neanche se ridotte in brandelli». Il sito shirtbirthday.com elenca le cento magliette più popolari e importanti anche al livello sociale. Alcune sono effettivamente note in tutto il mondo, come quella che porta il marchio inventato dal disegnatore grafico Milton Glaser nel 1977 per fare pubblicità a New York, che porta la parola “I” (Io), un cuore rosso e le iniziali “NY”: negli Stati Uniti è la più venduta in assoluto.



Lunedì 15 Luglio 2013 - 12:29    Ultimo aggiornamento: 12:32

Un nuovo gatto sindaco per Gravellona: "eletta" Marina

Il Giorno

Arriva dal Rifugio del Micio di Vigevano. Il Comune più pet friendly d'Italia: "Siamo stati i primi in Italia ad evere un gatto in ufficio. E ora vogliamo continuare su questa strada"

Gravellona Lomellina, 15 luglio 2013


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Gravellona Lomellina, piccolo comune del Pavese, ha un nuovo gatto-sindaco. La felina "neoeletta" si chiama Marina (o più semplicemente "Mari"): pancia bianca, manto tigrato sulla schiena e due occhioni verdi. La gatta ha già conquistato tutti con la sua dolcezza. Ora, all'affettuosissima gatta, non resta che ambientarsi completamente nelle stanze del municipio. Eh sì, perché il Comune di Gravellona Lomellina è davvero pet friendly.

"Siamo stati i primi in Italia ad evere un gatto in ufficio - spiega Massimo Rossi, dipendente del Comune e papà adottivo di Marina -. E ora vogliamo continuare su questa strada". Il Comune ha sempre sostenuto che la presenza di un animale "aumenta la serenità dell'ufficio". Una vera e propria pet-therapy. Per questo, spiega Massimo Rossi, era importante "portare avanti il messaggio di Pippi (storico gatto sindaco recentemante scomparso ndr) , vale a dire far capire che la convivenza fra gatti e animali è possibile anche negli uffici". La gatta Marina  arriva dal Rifugio del Micio di Vigevano, recentemente premiato dall'onorevole Michela Vittoria Brambilla per l'impegno sul territorio, pur tra mille difficoltà, per salvare cani e gatti randagi.

di C. D.

Sanità, la Lega denuncia lo Stato

Giannino della Frattina - Mar, 16/07/2013 - 07:13


La Lega vuole denunciare lo Stato italiano per i soldi spesi nelle cure agli extracomunitari irregolari da Regione Lombardia e che Roma non le ha mai restituito.


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Ad annunciarlo il vice segretario federale Matteo Salvini che nelle pieghe delle polemiche sugli apprezzamenti volgari fatti al ministro Cecile Kyenge dal vice presidente della Camera Roberto Calderoli, dice che un vero motivo per essere indignati non è una «battuta del cavolo», ma i mancati rimborsi. «E inizieremo a fare causa a questo Stato ladro». Toni ancora decisamente sopra le righe per lanciare una campagna di cui Salvini assicura essere stato messo al corrente anche il governatore Roberto Maroni che si potrebbe presto trovare tra le mani un fascicolo decisamente impegnativo.

Perché il piano di Salvini e della segreteria lombarda della Lega prevede addirittura un decreto ingiuntivo con la richiesta di pignoramento dei beni dello Stato per un valore equivalente a quello speso dalla sanità lombarda per le cure agli immigrati senza permesso. «Gli ospedali milanesi in questi anni hanno curato giustamente - spiega Salvini e ci tiene a sottolineare quel “giustamente” - migliaia di clandestini che ovviamente non hanno pagato per le prestazioni ricevute».

Un costo, aggiunge, «anticipato dalla Regione e soldi che ci dovrebbe rimborsare lo Stato». Con un conto approssimativo per la sola città di Milano e la sua provincia che secondo i leghisti dovrebbe raggiungere i 62 milioni di euro. «I lombardi pagano i ticket - spiega Salvini -, i clandestini no. Sono soldi nostri e noi li vogliamo recuperare. Anche a costo di denunciare lo Stato e bloccare i suoi beni fino a quando non salderà i suoi debiti». E a proposito di debiti, il responsabile Economia e Finanze della Lega Massimo Garavaglia che è anche assessore della giunta Maroni, ricorda che in parlamento si sta per concludere l'iter del decreto sui pagamento di quelli della pubblica amministrazione.

«Un decreto - attacca Garavaglia - che potrebbe essere fatto diversamente, anche se dubito accadrà perché è difficile che il governo possa accettare l'impostazione data in proposito dalla Regione Lombardia, ovvero il pagamento direttamente delle aziende al posto di far effettuare i pagamenti ai Comuni». Critico Garavaglia. «Ritengo non possa accettarlo perché sarebbe troppo semplice per gli standard della burocrazia centrale.

Ma il governo potrebbe accogliere un suggerimento: qui in Lombardia noi abbiamo elevato il massimale dei pagamenti per le aziende che a loro volta garantiranno il pagamento dei propri fornitori e così ogni milione di liquidità immesso nel sistema, di fatto si raddoppia. Perché il governo non coglie questo suggerimento e non fa altrettanto?». Per Garavaglia «questo effetto leva è un effetto virtuoso che può consentire una maggiore efficacia al provvedimento in corso di esame, liberando liquidità per tutta la filiera».

Pinelli e Calabresi: ora la verità va scritta sul marmo

Luca Fazzo - Mar, 16/07/2013 - 07:12

E adesso cosa accadrà delle lapidi di Milano? Quale commissione si prenderà la briga di rileggere una ad una le innumerevoli targhe marmoree sparse per la città, e di controllarne la fedeltà alla verità giudiziaria oltre che a quella storica? L'interrogativo viene sollevato dalla delibera che ieri il consiglio comunale approva dopo un percorso accidentato, il cui sintomo più evidente sono le sette assenze nella maggioranza al momento del voto (tutta Sel, un paio di piddini e uno della lista civica).


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Il problema è che la delibera era nata - su iniziativa del Pd David Gentili - con il semplice obiettivo di completare la lapide per la strage di via Palestro, attualmente definita su marmo come «vile attentato», e che invece alla luce delle sentenze di Cassazione diverrà «strage mafiosa volta a ricattare lo Stato». Fin qui tutto bene e tutti d'accordo. Ma poi si è messo di mezzo Manfredi Palmeri, centrista: eh no, allora se si corregge quella si correggono tutte. Ed è questa la linea approvata ieri dal consiglio.

Tanto lavoro in vista per marmisti e scalpellini? Mica tanto. Perché in realtà tutti i distinguo e tutte le cautele ruotano intorno a un pugno di targhe. Strafalcioni appesi ai muri milanesi, a ben vedere, ve ne saranno parecchi. Ma a spaccare il mondo della politica sono le lapidi che ruotano intorno a due soli, tragici episodi, intimamente connessi tra loro: la morte di Giuseppe Pinelli, volato dal quarto piano della questura il 16 dicembre 1969; e l'uccisione di Luigi Calabresi, il commissario che stava interrogando Pinelli, ammazzato sotto casa tre anni dopo.

A Milano ci sono tre lapidi per Calabresi e due lapidi per Pinelli. Quelle per Calabresi - in via Cherubini, in questura, in via Corridoni - offrono la stessa versione un po' vaga, parlano di «spirale di violenza», di «terrorismo», eccetera: insomma non spiegano chiaramente chi abbia ucciso il commissario. Le due lapidi di Pinelli sono invece una accanto all'altra, in piazza Fontana, e dicono cose opposte: una è quella ufficiale del Comune, l'altra è quella ufficiosa dei «democratici ed antifascisti milanesi». La prima definisce Pinelli «morto innocente» in questura, la seconda «ucciso innocente».

La targa ufficiale, alla luce della mozione approvata ieri, non ha bisogno di essere corretta, perché la verità giudiziaria dice che Pinelli non venne ucciso ma ebbe un «malore attivo». A dover essere corretta sarebbe semmai l'altra targa, quella ufficiosa, che parla di un Pinelli ammazzato: targa che però il Comune non riuscì a fare correggere neanche ai tempi della giunta Moratti-De Corato, e si può stare certi che tantomeno ci riuscirà adesso. Insomma non cambierà nulla, e le due targhe continueranno a convivere sull'aiuola, come in città convivono opinioni diverse su quei tragici fatti. E non sempre la verità dei fascicoli processuali ha la forza per diventare verità condivisa.

Altrimenti, in piena applicazione della mozione approvata ieri, andrebbero completate anche le targhe per Luigi Calabresi, che oggi sono ancora più vaghe di quella di via Palestro. Anche per il commissario la verità giudiziaria è stata raggiunta, con sentenze definitive. Calabresi per la giustizia non fu vittima di un imprecisata «spirale di violenza» ma di un omicidio premeditato e attuato dal servizio d'ordine di Lotta Continua. Ma si può scriverlo su una lapide? Si può almeno parlare di violenza di estrema sinistra, come su altre lapidi si parla giustamente di violenza fascista?  No, pare che non si possa. D'altronde neanche la famiglia del commissario lo ha mai chiesto. E anche quelle lapidi, si può starne certi, resteranno come oggi.

Condizionatore disturba condominio, scatta multa

La Stampa

Scatta la condanna penale, per disturbo alla quiete delle persone nelle loro abitazioni, nei confronti di chi installa condizionatori rumorosi in casa sua o nel luogo dove svolge la sua attività, anche nel caso in cui dei rumori si lamenti solo uno dei nuclei familiari residenti nel condominio. Lo ha deciso la Cassazione che ha convalidato 200 euro di multa a carico del gestore di un centro commerciale di Cosenza che aveva messo dei condizionatori le cui emissioni si sentivano fino al quarto piano del condominio soprastante.

Cattura
L’imprenditore, Desiderio N. (53 anni), dovrà anche risarcire i danni morali patiti dalla coppia del quarto piano che lo aveva denunciato e aveva chiamato anche un tecnico dell’Arpa a misurare i decibel molesti. Marito e moglie avevano fatto presente che «rumori non sopportabili erano percepiti negli appartamenti anche a finestre chiuse», e l’esperto dell’agenzia regionale per la protezione ambientale aveva «effettuato una rilevazione nell’appartamento del quarto piano riscontrando il valore di 56 decibel».

Senza successo l’imputato ha sostenuto che «per giurisprudenza consolidata, il reato era integrato solo da una rumorosità idonea ad arrecare disturbo ad una pluralità di persone e non ai soli vicini: nel caso concreto questo non era stato accertato, e dunque veniva a mancare un elemento essenziale della fattispecie penale».

Ma la Suprema Corte gli ha risposto che per la «la rilevanza penale della condotta produttiva di rumori» basta «l’incidenza sulla tranquillità pubblica, in quanto l’interesse tutelato dal legislatore è la pubblica quiete, sicché i rumori devono avere una tale diffusività che l’evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone, pur se poi concretamente solo taluna se ne possa lamentare».

Con questa decisione - sentenza 28874 della Prima sezione penale - la Cassazione ha confermato la pronuncia emessa dal Tribunale di Cosenza il due maggio 2012 con la quale l’ammenda era stata inflitta con la sospensione della pena e la non menzione della condanna con la concessione delle attenuanti generiche. La causa civile liquiderà i danni. Desiderio N. deve anche pagare le spese legali sostenute dai querelanti e versare mille euro alla Cassa delle ammende.

(Fonte: ANSA).

Sorpresa, la Marianna è una Femen

Corriere della sera


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PARIGI – Domenica 14 luglio, festa nazionale, il presidente François Hollande svela con una cerimonia all’Eliseo la nuova effige della Marianna di Francia, il simbolo ufficiale della République che verrà usato per i francobolli. È un momento importante per la società francese, anche perché nel passato (per i busti) sono state usate glorie nazionali: Brigitte Bardot, Catherine Deneuve, Laetitia Casta, Sophie Marceau, tra le altre. Durante l’anno scolastico molte proposte erano state fatte girare nelle scuole, i ragazzini hanno votato e il presidente ha poi scelto fra i tre primi francobolli classificati. Solo molte ore dopo il creatore del francobollo, Olivier Ciappa, ha reso noto a chi si era ispirato: per la prima volta nella storia non una ragazza francese ma l’ucraina Inna Schevchenko, fondatrice del movimento femminista Femen. Per la Francia più tradizionalista uno choc. Anche perché Inna ha subito ringraziato a suo modo, con un tweet di non altissimo profilo istituzionale.

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«FEMEN è sui francobolli francesi. Adesso tutti gli omofobi, estremisti, fascisti dovranno leccarmi  XX XXXX quando vogliono spedire una lettera». In realtà quei francobolli sono autoadesivi. Comunque, Inna Schevchenko, nata il 23 giugno 1990 a Kherson, vicino al Mar Nero, è arrivata in Francia nel 2012 e qualche giorno fa ha sostenuto di avere ottenuto asilo politico in Francia dopo i guai con la giustizia ucraina (aveva segato un crocifisso). Durante la cerimonia ufficiale nessuno l’ha evocata, ma nelle ore successive Olivier Ciappa, che ha disegnato il francobollo, ha infine rivelato che «la modella di Marianna è un miscuglio di molte donne ma soprattutto è Inna Shevchenko, fondatrice di Femen». Alcuni invocano il boicottaggio dei francobolli, la deputata Christiane Boutin, già protagonista delle proteste contro il matrimonio gay, è scandalizzata.

«Marianne» è la personificazione della Repubblica francese, rappresentata per la prima volta – a seno nudo – da Eugène Delacroix nel dipinto «La libertà che guida il popolo». «Marianna sarebbe stata una Femen – insiste Olivier Ciappa -, perché liberté, égalité e fraternité sono i valori delle Femen».
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Da quando hanno aperto una base in Francia comunque le Femen non hanno avuto vita facile. Qualche settimana fa, al Salone aeronautico del Bourget, una ragazza che si è avvicinata a François Hollande è stata bloccata violentemente dal servizio di sicurezza. E quanto alle credenziali democratiche e egalitarie di Inna Schevchenko, non è solo la destra tradizionalista ad avere dubbi. Ecco un suo tweet del 9 luglio, da lei inutilmente cancellato poche ore dopo la notizia di Marianna.

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«Cosa ci può essere di più stupido del Ramadan? Cosa ci può essere di peggio di questa religione?» Gli insulti contro il Ramadan e l’Islam non sembrano appartenere allo spirito di fratellanza evocato dal motto della République. Né la manifestazione contro il Papa in Vaticano, il 13 gennaio scorso.

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Non è chiaro se Hollande, quando ha scelto quel francobollo, fosse a conoscenza del fatto che era stato ispirato da Inna Schevchenko. Le polemiche sembrano destinate a continuare.


Stefano Montefiori
@Stef_Montefiori

Risponde all'iPhone 5 e muore fulminata Apple apre un'inchiesta. «Fatto isolato»

Corriere della sera

La vittima è una hostess di 23 anni. Il cellulare era in carica. Inutili i soccorsi. La sorella twitta: «Fate attenzione»

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Muore folgorata dopo avere ricevuto una telefonata sul suo iPhone 5, mentre questo era in carica. E' successo in Cina e la vittima è una hostess di 23 anni. Apple annuncia di aver avviato un'indagine di sicurezza. A riferirlo è il quotidiano Daily Mail, secondo cui la giovane, Ma Ailun, un'ex hostess della China Southern Airlines, avrebbe ricevuto un violento elettrochoc dal cellulare. Accasciatasi al suolo, la ragazza è stata immediatamente trasportata in ospedale ma i medici non sono riusciti a rianimarla.

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L'INDAGINE UFFICIALE - Stando a quanto affermato da un'agenzia della Reuters, Apple indagherà  sull'incidente. Lo riporta la stessa società. Anche l'agenzia ufficiale cinese Xinhua riferisce della morte dell'assistente di volo, che viveva nella regione occidentale dello Xinjiang, rimasta fulminata rispondendo al cellulare attaccato alla presa elettrica. Apple non ha voluto fare commenti specifici, ritenendo che si tratti di un caso isolato.

LA SORELLA SUL SITO - La sorella di Ma ha scritto sul sito di microblogging Sina che la giovane è collassata e morta usando l'iPhone sotto carica e ha invitato gli utenti a stare attenti.

15 luglio 2013 | 15:52

Insulti alla Kyenge, quando Calderoli denunciò alla polizia chi lo definì "gay"

Il Messaggero
di Marco Pasqua

Il nome del leghista fu inserito in una lista di politici "omofobi e omosessuali"


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E' arrivato a dare dell'orango al ministro Kyenge, ma ha subito denunciato chi gli ha dato del “gay”. Quando, nel settembre del 2011, venne pubblicata sul web una lista di dieci politici che sarebbero omofobi e omosessuali, Roberto Calderoli era ministro della Semplificazione Normativa. E, tra i dieci nomi, in quarta posizione, c'era proprio quello del leghista. Che non digerì affatto quell'outing pubblico (la pratica di dichiarare l'omosessualità di una persona, molto diffusa all'estero), per il quale però non vennero fornite prove o spiegazioni. Così, tramite i suoi legali, si rivolse alla polizia postale e sporse denuncia contro ignoti. E non fu il solo. Altri politici – oltre a lui vennero chiamati in causa, tra gli altri, Roberto Formigoni e Maurizio Gasparri – chiesero alla polizia di risalire agli autori di quella lista.

LE INDAGINI La Procura di Roma, prima ancora di ricevere le denunce dei politici finiti sulla lista del sito “Listaouting.wordpress.com”, aveva già aperto un fascicolo processuale. Era il 24 settembre, il giorno dopo che quella “blacklist” basata sull'orientamento sessuale diventò pubblica. L'inchiesta, affidata al procuratore aggiunto Nello Rossi e al sostituto Eugenio Albamonte, entrambi del pool reati informatici, fu particolarmente difficile, perché il sito in questione era ospitato su un server americano. Dopo una serie di complesse indagini – ancora non concluse - la polizia è però riuscita a risalire all'utenza telefonica romana utilizzata per collegarsi al sito.
Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center, commenta sarcastico la denuncia del vice presidente del Senato nei confronti degli autori della lista: «Ci dispiacerebbe davvero molto se Calderoli fosse realmente gay. Un politico che fa ripetute dichiarazioni razziste, offensive e anche omofobe si dimostra da un lato propenso a tutelare la propria immagine - come se essere gay fosse un'offesa - anche per vie legali e dall'altro a calpestare invece i più elementari diritti di civiltà. Dovrebbero essere gli italiani a sporgere querela nei suoi confronti».

IL WEB-OUTING
Ad annunciare la pubblicazione della lista, il 19 luglio del 2011, fu Aurelio Mancuso, storico militante del movimento Glbt, che, in un secondo momento, si sfilò dall'iniziativa: «Non so chi siano gli autori della lista, mi hanno contattato via email», spiegò poi l'attuale presidente di Equality. Quel che pare certo, è che si tratti di più mani. «Questa iniziativa nasce per riportare un po' di giustizia in un paese dove ci sono persone non hanno alcun tipo di difesa rispetto agli insulti e gli attacchi quotidiani da parte di una classe politica ipocrita e cattiva», spiegarono all'epoca dei fatti i web-attivisti sul sito Listaouting. E, ancora: «Abbiamo deciso di iniziare con questi primi dieci nomi per far comprendere chiaramente come nel Parlamento italiano viga la regola dell'ipocrisia e della discriminazione. I politici di cui conosciamo le vere identità sessuali sono molti altri, presenti in tutti i partiti, per ora ci limitiamo a pubblicare un estratto di quelli appartenenti ai partiti che hanno votato contro la legge sull'omofobia».

LE POLEMICHE Ma non ci furono solo le denunce dei diretti interessati. A insorgere contro quella lista fu un'ampia fetta del movimento omosessuale. Alcune associazioni criticarono l'operazione, soprattutto perché non era suffragata da nessuna spiegazione o prova. Tra i contrari, il circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, che si dissociò pubblicamente: «Una lista di nomi, niente altro, inviata da anonimi. Un’operazione di squallido chiacchiericcio, priva anche dell’assunzione di piena responsabilità degli artefici, che si sono limitati al miserabile metodo della delazione. Non supportata da niente altro se non l’evidente tentativo di sbalordire con i nomi di alcuni politici che hanno rilasciato dichiarazioni realmente omofobe e di altri colpevoli di aver votato nella loro maggioranza il no alla legge contro l’omofobia. E qui si ferma tutto».


Lunedì 15 Luglio 2013 - 20:09
Ultimo aggiornamento: 20:34

Il fango pulito dei moralisti

Alessandro Sallusti - Lun, 15/07/2013 - 15:01

Per le battute vale la doppia morale. Offensive nei confronti di uomini e donne del centrodestra, vietate per il centrosinistra

Dunque in Italia si può dire, e riderci sopra, che un politico è un caimano, una pitonessa, un piccione, non - come ha detto ieri Calderoli riferito al ministro Kyenge - un orango.


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In effetti siamo di fronte a un caso di razzismo, ma non nei confronti di un uomo (o donna), bensì del genere animale. Povero orango, che cosa avrà di diverso dal caimano o dal pitone da suscitare una rivolta del mondo politico tale da diventare un caso istituzionale? Calderoli, che di mestiere fa il vicepresidente del Senato, non è nuovo a uscite ardite, ma stiamo calmi. Una battuta è per definizione stupida altrimenti sarebbe altro. E allora perché dovremmo ridere delle cavolate che ogni giorno Grillo spara a ruota libera? E come mai nessuno ha chiesto l'espulsione dal magico mondo della politica di D'Alema prima e del sobrio Monti poi quando i due ironizzarono sulla statura non alta del ministro Brunetta?

La verità è che anche per le battute vale la doppia morale. Libere, e più volgari e offensive sono meglio è, nei confronti degli uomini e delle donne del centrodestra, vietate se nel mirino finiscono esponenti del centrosinistra. Che se poi sono di colore apriti cielo. Certo, se la Carfagna fosse stata di sinistra e magari di pelle scura, le minacce di morte ricevute nelle ultime ore avrebbero suscitato reazioni e solidarietà ben maggiori di quelle, tiepide e di maniera, ricevute. Ma che vuoi farci, lei è bianca, carina e soprattutto berlusconiana, per cui crepi pure e non la metta giù dura.

La Repubblica, organo ufficiale dei moralisti, ieri ci ha offerto una nuova perla dell'ipocrisia al potere. Scrive Piero Colaprico che la macchina del fango del Giornale si è rimessa in moto. Si riferisce a due recenti articoli. Il primo svelava che la giudice del processo Mediaset-Berlusconi si è dimenticata di scrivere le motivazioni di una sentenza, cosa che ha provocato la non carcerazione di uno stupratore seriale. Nel secondo si raccontava come la categoria dei magistrati che piange sempre miseria sia quella che gode del maggior numero di ferie pagate, ben 51 giorni l'anno.

Che i magistrati siano protetti da Repubblica non è una novità. Per loro meglio uno stupratore libero che un giudice in prima pagina, soprattutto se ha condannato Berlusconi. Dei privilegi della casta delle toghe poi non parliamone. Sono tutti santi, a prescindere. Povero Colaprico, ex cronista di razza che ha fatto la fine non del nobile orango ma dello stupido struzzo, quello che mette la testa sotto la sabbia per non vedere ciò che accade. Dai Piero, che oggi ti puoi esibire su quel criminale di Calderoli. Il Paese aspetta con ansia la tua predica.

Rapì e uccise il figlio di un industriale Libero senza essere mai stato in carcere

Corriere del Mezzogiorno

Giovanni Di Pietro, classe '56, venne condannato a 30 anni ma la sentenza non gli è stata mai notificata: ora è estinta


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CATANIA - Venne condannato a 30 anni di carcere per aver rapito e ucciso, nel 1978, Franz Trovato, il figlio 26enne di un facoltoso industriale catanese, ma la sentenza non gli è stata mai notificata. E così Giovanni Di Pietro, classe '56, ha atteso a Buenos Aires, città in cui intanto si era trasferito, che il tempo trascorresse. Ora, la pena è estinta per decorso del termine di 30 anni dalla data di irrevocabilità del verdetto. La storia è stata raccontata dal quotidiano online Livesicilia.

PENA ESTINTA - L'8 luglio la corte d'appello di Catania, su istanza del legale e della Procura generale ha emesso un'ordinanza di «risoluzione di incidente di esecuzione». Il collegio non ha potuto fare altro che prendere atto della situazione e dichiarare «estinta la pena di reclusione per avvenuta prescrizione». Di Pietro è, dunque, un uomo libero e non ha mai scontato un giorno di reclusione. A complicare la vicenda giudiziaria sarebbe stato anche il rifiuto dell'Argentina di concedere l'estradizione per il condannato.

IL RAPIMENTO - Il rapimento avvenne il 19 maggio 1978. Franz, 26 anni, studente e figlio di un facoltoso industriale di Acireale, si era allontanato da casa per andare in una villa di famiglia in contrada Lavinaio. Qui i carabinieri trovarono delle tracce di sangue sulle scale. Poco dopo, la telefonata di rivendicazione: "Abbiamo rapito vostro figlio". Fu chiesto un riscatto di quattro miliardi di vecchie lire. Ma dopo ventuno giorni di prigionia il giovane sarebbe stato ucciso con quattro colpi di pistola mentre tentava la fuga.

IL LEGALE - «Non è stata una svista della Procura di Catania. È successo perché l'Argentina non ha mai riconosciuto l'estradizione. La Procura di Catania l'aveva chiesta e l'Argentina l'ha negata. Passati trent'anni materialmente la pena si estingue. La legge prevede questo». Lo ha detto l'avvocato Tommaso De Lisi, del Foro di Palermo, commentando la vicenda. Il legale ha spiegato di avere «contatti via e-mail» con il suo assistito, che da anni vive in Argentina, aggiungendo però di non avergli ancora scritto degli ultimi sviluppi.

«Lui – ha spiegato - mi ha conferito mandato dall'Argentina con un atto notarile e suggerendomi delle indicazioni per chiedere l'estinzione della pena. Io sono stato contattato con l'ordine di presentare istanza alla procura generale per potere richiedere l'estinzione della pena». Lo sentirò nei prossimi giorni - ha concluso l'avvocato De Lisi - e gli dirò che la pena è stata estinta e che può fare rientro in Italia. L'unico adempimento che dobbiamo ora fare è notificare il provvedimento al consolato italiano in Argentina».

Redazione online15 luglio 2013

Cina, la chiusero in un «campo di lavoro» Donna risarcita con 326 euro

Corriere della sera

Tang Hui era stata punita perché chiedeva giustizia per sua figlia: la 11enne era stata rapita e violentata da un gruppo
Dal nostro corrispondente

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PECHINO - Dopo sette anni di battaglia legale la madre di una bambina rapita e violentata ha avuto giustizia. E 326 euro di risarcimento. Il caso è diventato celebre in Cina perché anche la donna, Tang Hui, aveva subito la violenza delle istituzioni: era stata chiusa in un «laojiao», un campo di lavori forzati, con l’accusa di aver turbato l’ordine sociale con le sue accuse di collusione rivolte alla polizia.

LA VIOLENZA - Il fatto era successo nel 2006 nella zona di Changsha, nel centro della Cina. La figlia di Tang Hui, 11 anni, era stata presa, violentata e costretta a prostituirsi. La madre l’aveva ritrovata tre mesi dopo in un bordello, sconvolta. Da allora aveva cominciato una campagna coraggiosa per ottenere la punizione dei colpevoli. Nelle sue petizioni, oltre ai sette autori materiali del sequestro e organizzatori del giro di prostituzione, Tang Hui aveva denunciato anche un gruppetto di poliziotti locali che secondo lei avevano cercato di coprire gli sfruttatori. A giugno del 2012 due dei sette sequestratori erano stati condannati a morte, quattro all’ergastolo e il settimo a 15 anni di carcere. Ma i poliziotti non avevano dimenticato l’accusa contro di loro lanciata da Tang Hui. E ad agosto del 2012 la madre era stata mandata per 18 mesi in campo di lavoro per «aver gravemente turbato l’ordine sociale». Questa condanna-vendetta aveva fatto scandalo.

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RISARCIMENTO MA NIENTE SCUSE FORMALI - Il «laojiao» è un sistema di punizione arbitrario, mirato alla «riabilitazione attraverso il lavoro forzato», lasciato alla discrezione della polizia. Sull’onda delle proteste, Tang Hui era stata liberata una settimana dopo. Ora la corte d’appello di Changsha ha accordato a Tang Hui un risarcimento di 2.641 yuan (326 euro) per «danni psicologici». Lei chiedeva anche una lettera di scuse formali da parte della polizia. Ma questo la corte non ha voluto concederlo, sostenendo che bastano le scuse pronunciate in aula dalle «persone interessate». Tra queste c’era anche l’ufficiale di polizia Jiang Jianxiang (che è anche vicesindaco di Yongzhou, la località dove si svolsero i fatti drammatici). E Jiang in tribunale, sette anni dopo, ha ammesso di «non aver agito con sufficiente umanità».

15 luglio 2013 | 15:31

Il serpente gli morde i genitali mentre è seduto sul water

Il Mattino


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TEL AVIV - Era seduto sul gabinetto mentre faceva i bisogni, quando ad un tratto un serpente è sbucato dall'interno del water e lo ha azzannato al pene. Fortunatamente il serpente non era velenoso e l'uomo (di cui si sono tenute nascoste le generalità) ha scherzato su ciò che gli era accaduto. "L'uomo ha chiamato subito il Rambam Medical Center di Haifa (Israele) - commentano i paramedici accorsi sul luogo dell'incidente - L'uomo era di buon umore, nonostante l'incontro piuttosto scomodo con il serpente".

Leggi la notizia sul Times Of Israel

lunedì 15 luglio 2013 - 15:37   Ultimo aggiornamento: 15:40

Contenzioso ironico-legale tra il Psg e il Paris san Gennar

Il Mattino
di Gianluca Agata

Giù le mani dal Napoli Club Parigi «Paris San Gennar» e pazienza se a sferrare gli assalti sono gli sceicchi che a colpi di dollari stanno facendo razzie in Italia. Quando si parla di fede nessuno è in vendita. E così è accaduto che qualche giorno fa è arrivata una mail al club dei tifosi napoletani all’ombra della Tour Eiffel da parte dell’ufficio legale del Psg. Motivo del contendere l’acronimo che per Leonardo e compagni sta per Paris Saint Germain, per i tifosissimi azzurri significa Paris San Gennar.



CatturaUna mail lunghissima. «Nous vous contactons au nom de la société Paris Saint Germain Football - Psg, qui gère le célèbre club français de football PSG, connu en Europe et dans le monde entier» è l’incipit del testo. «Vi contattiamo a nome del Paris Saint Germain conosciuto in Europa e nel mondo». E giù foto, allegati, loghi depositati e tanto altro ancora. Poi la perentoria richiesta: cambiate il logo dal vostro sito www.parissangennar.com.

Vale a dire Davide contro Golia, i petroldollari contro la passione e la creatività. «Pur avendo registrato il marchio sia in Italia che in Francia – racconta il presidente del Psg in salsa partenopea Sabatino Abagnale – il club francese ci ha chiesto di togliere l’acronimo dal logo avanzando qualche perplessità sul disegno stesso». Passi per le iniziali, pur rimanendo i dubbio che i tifosi di calcio in giro per il mondo possano confondersi, ma i loghi sono totalmente differenti. In quello dei napoletani-transalpini figura un ciuccio con tanto di basco e sciarpetta.

«Il timore del Paris Saint Germain è che noi possiamo sfruttare l’acronimo a fini commerciali e per questo ci hanno chiesto anche una lettera d’impegno che stiamo valutando se mandare visto che non siamo convinti della regolarità delle loro richieste e dovremo concertarci con un avvocato». L’acronimo oggi è sparito dal sito ma resta l’irritazione per la richiesta un po' sopra le righe. La transazione? Possibile anche quella. «Firmo tutto se ci danno Ibrahimovic. Quei due – Lavezzi e Cavani ndr – non li voglio più, nemmeno se me li mandano per una partita di beneficenza».

La speranza è comunque un gesto da parte del Psg dei milioni. Una iniziativa per dimostrare che anche il calcio miliardario può essere attento alle associazioni no profit come il Psg napoletano. E proprio per questo dopo aver avuto l’autografo di Lavezzi lo scorso anno all’aeroporto sotto il contratto d'ingaggio come terzino del Paris San Gennar, ora l’idea: «Cavani lo prenderemo come mediano. Meglio lì che davanti alla porta». In programma un nuovo blitz all’aeroporto con tanto di sciarpetta? «Assolutamente no, Paganini non ripete».