mercoledì 17 luglio 2013

Limonta, visto Usa vietato anche alla famiglia E lui scrive una lettera aperta a Obama

Corriere della sera

Paolo Limonta torna sul caso del visto Esta per gli Stati Uniti: «Perché gli Usa mi sono vietati?»


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Frontiere Usa chiuse non solo per il braccio destro del sindaco Pisapia, Paolo Limonta, ma anche per la moglie e il figlio. Ora il responsabile dell'ufficio di Palazzo Marino per le relazioni con la città e maestro elementare scrive al presidente Barack Obama.

LA MISSIVA - Aveva già fatto scalpore la notizia che gli Stati Uniti d'America gli avessero negato l'Esta; ora che la «non autorizzazione» al viaggio è stata estesa anche alla sua famiglia, inizialmente ammessa, Paolo Limonta, «braccio destro» del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, a capo delle relazioni con la città, ha deciso di scrivere una lettera aperta al presidente Usa, Barack Obama. Una missiva dettata soprattutto dalla difficoltà di trovare una risposta da fornire al figlio di 19 anni che si è visto impedito il viaggio estivo. Riconoscendo il suo passato impegnato nella lotta per i diritti umani e ipotizzando che fosse questo alla base del diniego, Limonta ha fatto notare a Obama che «personaggi un po' razzisti e xenofobi in America possono andare quando vogliono», ma anche che «se ci vivessero non l'avrebbero votato per il colore della pelle».

«UNO DI SEI MILIARDI» - Limonta aveva raccontato l'intera vicenda sulla sua pagina Facebook a fine giugno. Sul suo profilo viene anche pubblicata la lettera aperta indirizzata all'inquilino della Casa Bianca: «Egregio Presidente Obama, io non sono che uno dei sei miliardi di abitanti di questo pianeta, ma mi auguro vivamente che Lei, nonostante le enormi questioni cui deve far fronte, riesca a leggere questa lettera perché potrebbe davvero esserLe molto utile».

16 luglio 2013 | 19:55

Quella sinistra chic con licenza d'insulto

Luigi Mascheroni - Mer, 17/07/2013 - 11:26

Quello che segue è l'ennesimo e peraltro inutile tentativo di sottolineare la contraddizione fra l'inclinazione all'offesa e all'insulto che è universale e bipartisan, e il carattere invece sempre unilaterale dello scandalo

Sia chiaro sin dalla prima riga. Ciò che segue non è una giustificazione alle parole di Roberto Calderoli, il quale dicendo quello che ha detto sul ministro Cecile Kyenge ha commesso due errori madornali.

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Il secondo formale, perché è anche vicepresidente del Senato. Quello che segue, quindi, non è un tentativo di discolpa. Ma tantomeno un caramelloso articolo d'indignazione buonista che già altri giornalisti bravini, perfettini, severgnini e gramellini scrivono, peraltro inutilmente, benissimo.

Quello che segue è l'ennesimo e peraltro inutile tentativo di sottolineare la contraddizione fra l'inclinazione all'offesa e all'insulto che è universale e bipartisan, e il carattere invece sempre unilaterale dello scandalo, il «pensiero unico» dello sdegno, la correttezza politica sempre orientata. Chiunque, accecato dalla rabbia o dall'ignoranza, può non vedere che la sua «battuta» in realtà è un oltraggio, e finire così con la faccia nel fango.

Ma il lato da cui si scivola, da destra o da sinistra, fa un'enorme differenza. Da destra è sempre volgare, da sinistra può essere chic. Quello che ha detto Roberto Calderoli è volgare, ed essendo detto da un'alta carica dello Stato, anche pericoloso. Ma perché se la medesima cosa è detta da un'«altra» parte, è una «metafora», una «provocazione», una boutade? Comunque scusabile?

Ieri sul Corriere della sera Luca Mastrantonio ricordava, nella sua rubrica «La fattoria degli animali», che Lidia Ravera, pasionaria della Contestazione, scrittrice e giornalista, femminista storica e fresca assessore alla Cultura nella Regione Lazio di Zigaretti, su l'Unità del 25 novembre 2004 firmò un pezzo violentissimo contro Condoleezza Rice, segretaria di Stato di Bush junior, e di colore: «Condoleezza, con quelle guancette da impunita, è la “lider maxima” delle donne-scimmia.

In quanto pacifista contraria alla politica estera di Bush mi sparerei un colpo. In quanto femminista lo sparerei direttamente a lei, il colpo, ... “con dolcezza”». Dove «con dolcezza» - un gioco di parole col nome Condoleeza - è ovviamente una citazione colta... Coloro che hanno letto il passaggio sulla Ravera, nascosto dentro il pezzo, sono pochi. Ancora meno coloro che lo hanno commentato su Twitter.

E fra questi c'è chi sottolinea che la Ravera è una scrittrice che «crea la categoria delle donne scimmia», e non c'entra niente con il razzista Calderoli... A dimostrazione di come l'aurea dell'intellighenzia può mascherare i peggiori peccati. E anche stupidità imbarazzanti. Come quella di Maria Luisa Agnese, che sull'ultimo numero di Sette, dice di Giorgia Meloni, in corsa per la leadership della «Cosa nera», che «con quella faccia da E.T. sarebbe più indicata per scrivere una fenomenologia dei buchi neri». Una cosa che non fa ridere ed è offensiva. Ma non se detto da una intellettuale di sinistra a una politica di destra. Peraltro neppure di colore.

La copertina di Rolling Stone con il terrorista ceceno indigna l'America

Corriere della sera

Dzhokhar Tsarnaev è uno dei presunti autori dell'attentato alla maratona di Boston

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Non è ancora in edicola, ma ha già scatenato un putiferio negli Stati Uniti. La copertina del prossimo numero di Rolling Stone, in vendita dal 3 agosto e presentata in anteprima nei giorni scorsi, non è affatto piaciuta agli abbonati e ai lettori della cosiddetta Bibbia della musica rock. A scatenare la loro ira e le proteste è stata la presenza in prima pagina di una foto di Dzhokhar Tsarnaev, uno dei presunti autori dell'attentato alla maratona di Boston dello scorso 15 aprile che ha causato tre morti e il ferimento di 264 persone.



Dzhokhar Tsarnaev è uno dei presunti autori dell'attentato alla maratona di Boston

REPORTAGE - Il terrorista ceceno, arrestato pochi giorni dopo la strage e che adesso si trova rinchiuso in un carcere del Massachusetts, in copertina assomiglia a un'autentica star del rock e sotto la sua immagine campeggia il titolo «The Bomber». La rivista dedica un ampio servizio all'attentatore e lo scopo del reportage è capire come «un promettente e benvoluto studente sia potuto diventare un islamista radicale». La rivista indaga sull'infanzia del diciannovenne, i suoi rapporti familiari e promette di rivelare notizie inedite e sensazionali sorprese. Tuttavia il servizio portato a termine dalla «Bibbia del rock» non convince i lettori che hanno accusato la rivista di «antiamericanismo» e soprattutto di voler trasformare un carnefice in un martire.

Disperata la mamma degli attentatori di Boston, "Perchè avete ucciso Tamerlan?" (26/04/2013)

Boston, chi sono i due sospetti attentatori (19/04/2013)
CRITICHE - Sulla pagina Facebook del magazine sono stati postati dai lettori in poche ore migliaia di commenti che esprimono rabbia e dispiacere: «Davvero una scelta antiamericana - scrive in un post un utente del social network - Chiunque non condivide questa copertina dovrebbe immediatamente cancellare il proprio abbonamento con la rivista». Dello stesso avviso un altro utente che spiega: «Ho condiviso sulla mia bacheca questa copertina per dimostrare quanto è caduto in basso questo magazine mettendo in prima pagina l'immagine di un terrorista. Rolling Stone, per favore leggi tutti i commenti a questa foto, ci sono tante persone arrabbiate per la tua scelta disgustosa».

PRECEDENTI - Molti lettori hanno fatto notare su Twitter che l'immagine di Tsarnaev pubblicata dalla rivista assomiglia in modo impressionante a una vecchia copertina di Rolling Stone di fine anni '60 su cui appariva il volto di Jim Morrison e all'interno un ampio articolo ne celebrava il mito: «Questa copertina lo fa sembrare un nuovo dio del rock - scrive indignato un utente del sito di microblogging - È davvero orribile». Altri hanno ricordato che non è la prima volta che il magazine mette in prima pagina il volto di un assassino. Nel giugno del 1970 sulla copertina di Rolling Stone campeggiava l'immagine di Charles «Satana» Manson, il criminale statunitense, con un passato da musicista, autore e mandante di alcuni dei più efferati omicidi negli Usa, vedi il massacro a casa Polanski, con l'assassinio della giovane moglie del regista Sharon Tate.


17 luglio 2013 | 12:27

Apple e il cimitero delle app zombie

Corriere della sera

di Marco Letizia


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La questione era evidente a tutti. Ma stavolta arriva la certificazione di un’azienda terza, che fornisce numeri precisi anche se relativi a qualche settimana fa. La Adeven, società di analisi, ha reso noto che su 888.856 applicazioni disponibili sull’App Store (attualmente sono più di 900mila) ben 579.001 sono completamente ignorate dagli utenti, incluse molte gratuite. Sono, in pratica delle vere e proprie app «zombie».
Così la torta di 10 miliardi di dollari che recentemente Apple ha dichiarato essere stata passata agli sviluppatori va suddivisa in realtà non tra tutti, ma tra circa 310.000 soggetti. In media fanno 32258 dollari circa a testa. Se però andiamo ad analizzare quanti di questi soggetti potranno realmente fare guadagni consistenti, vediamo che il loro numero scende vertiginosamente.

Secondo una recente ricerca di Distimo, per entrare nella top 50 delle app a pagamento per iPhone negli Usa (il mercato più importante), dobbiamo toccare almeno i 12.000 dollari di vendite al giorno, che salgono a circa 50mila dollari al giorno se vogliamo entrare nelle prime 10. In pratica, una stima prudentissima ci dice che nel 2013, solo negli Usa, una cinquantina di applicazioni per iPhone realizzeranno poco meno di un ventesimo del giro d’affari complessivo.

Se poi ci soffermiamo sul tipo di applicazioni che hanno successo, vediamo, utilizzando sempre i dati di Distimo, che, i maggiori ricavi vanno a settori come il gaming che, per contro ovviamente, sono anche quelli in cui è più difficile emergere. Se consideriamo sempre gli Usa e le app a pagamento per iPhone avremo bisogno infatti di 22.800 download al giorno per entrare tra le prime 25 app di gaming, che diventano solo 40 per quelle che si occupano di previsioni del tempo. Ma perché è così importante entrare in classifica?

Se ci si riesce a posizionare bene, si diventa automaticamente più visibili e quindi si verrà più scaricati, venendo a far parte di un vero e proprio circolo virtuoso. Le grandi case di software, ovviamente più note al grande pubblico, partono quindi con un vantaggio concorrenziale sui piccoli sviluppatori. Che chiedono alla Apple sempre più spesso di modificare il sistema di indicizzazione in modo tale di permettere a chiunque di emergere. O quanto meno di riuscire a trovare un sistema per differenziare le app meritevoli da quelle mediocri o inutili, permettendo così loro di uscire dal popolatissimo recinto degli «zombie».

Gabanelli: «Furto anomalo, gli volevano dare fastidio»

Corriere della sera

Trovate impronte fresche, indagini in corso


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BOLOGNA - «Mi auguro che sia solo un furto e basta, anche se pieno di anomalie». Milena Gabanelli è convinta che qualcosa non quadri nel furto subito da Alberto Nerazzini, uomo di punta della squadra di Report, al quale qualcuno ha rubato, introducendosi domenica nella sua villa sui colli bolognesi, computer, telecamere e attrezzature per il montaggio per un valore di 35-40 mila euro. La conduttrice di Report ha parlato a lungo con Nerazzini. A casa del giornalista, esperto di corruzione e criminalità organizzata, la polizia ha accertato la presenza di impronte fresche che non risultano negli archivi delle forze dell’ordine.

Gabanelli, ritiene che il furto sia un’intimidazione?
«Mi auguro sia solo un furto, ma non c’è dubbio che rubare gli strumenti di lavoro a un giornalista freelance vuol dire metterlo in ginocchio».

Pensa ci siano alcune anomalie? «Sono stati rubati i computer utilizzati per il montaggio, il portatile, telecamere, ottiche, microfoni, materiale costoso da ricomprare e difficilmente smerciabile, ecco l’anomalia. Sembra più un gesto per impedirgli di lavorare o rallentarlo. Se pensavano di portarsi via materiale sensibile hanno fatto un buco nell’acqua, visto che nessuno di noi conserva informazioni riservate a portata di ladro».

Quali sono gli ultimi casi ai quali Nerazzini ha lavorato?
«La corruzione, in tutte le sue forme».

Le capita spesso di subire minacce per le inchieste della sua redazione?
«Le chiamo "pressioni", ma considerato il mestiere sono nel conto».

Le è mai capitato di essere avvicinata da qualcuno che voleva convincerla ad abbandonare un’inchiesta? «Viaggio con i miei pensieri, che sono già abbastanza impegnativi, e non ho l’abitudine di guardarmi in giro circospetta. In quanto agli avvertimenti, diciamo che non viviamo circondati da "temerari", ma piuttosto da un lungo esercito di pavidi che preferiscono mascherare la loro paura (spesso ingiustificata) cercando di convincerti che non devi occuparti di questo e quest’altro».

Qual è l’inchiesta che le ha dato più problemi? «Ogni inchiesta ha il suo "problema"... che si impara a gestire».

Ne hai mai abbandonata una perché troppo pericolosa?
«È capitato di lasciare qualche argomento perché le porte erano blindate e non era possibile andare da nessuna parte».


Pierpaolo Velonà
17 luglio 2013

Sartori: "Kyenge e Boldrini sono due raccomandate incompetenti, nullità della politica"

Libero

Il politologo mette nel mirino il ministro dell'integrazione: "Che c'entra un'oculista al governo?". E su lady Montecitorio: "E' stata segnalata forse dalla P3?"


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Giovanni Sartori torna ad attaccare il ministro dell'integrazione Cecile Kyenge. Il politologo, con un editoriale sul Corriere della Sera, dopo aver consigliato alla Kyenge "lezioni d'italiano", ora la accusa di incompetenza e di essere di fatto una raccomandata. "Letta è del mestiere, conosce bene il mondo politico nel quale vive. Chi gli ha imposto, allora, una donna (nera, bianca o gialla non fa nessunissima differenza) specializzata in oculistica all'Università di Modena per il delicatissimo dicastero della "integrazione"? Lei, la Kyenge, si batte per un ius soli (la cittadinanza a tutti coloro che sono nati in Italia) mentre il suo ministero si dovrebbe occupare di 'integrazione'. Allora a chi deve la sua immeritata posizione la nostra brava Kyenge Kashetu? Tra i tanti misteriosi misteri della politica italiana questo sarebbe davvero da scoprire", afferma Sartori.

Secondo il politologo la Kyenge ha fallito su tutta la linea: "Nullità che diventano ministri, brave persone messe al posto sbagliato. La Kyenge non sa, a quanto pare, che l'integrazione non ha niente a che fare con il luogo di nascita: è una fusione che avviene, o anche non avviene, tra un popolo e un altro. Io ho scritto un libro per spiegare quali siano i requisiti di questa integrazione etico-politica (che non è integrazione di tutto o in tutto). Capisco che un'oculista non deve leggere (semmai deve mettere i suoi pazienti in condizioni di leggere). Ma cosa c'entra l'immigrazione e l'eventuale integrazione con le competenze di un'oculista? Ovviamente niente".

Poi Sartori sposta il mirino su Montecitorio e se la prende pure con Laura Boldrini: "Un'altra raccomandata a quanto pare anch'essa di ferro (da chi?) è la presidente della Camera. In questo caso le credenziali sono davvero irrisorie. Molta sicumera, molto presenzialismo femminista ma scarsa correttezza e anche presenza nel mestiere che dovrebbe fare. L'Italia non si può permettere governi combinati (o meglio scombinati) da misteriose raccomandazioni di misteriosissimi poteri. Siamo forse arrivati alla P3?".

 (I.S.)




Sartori: "La Kyenge non sa l'italiano, non può fare il ministro"

Libero

Un attacco duro contro il ministro dell'Integrazione. Stavolta a firmarlo è il politologo di punta del Corriere: "Non possiamo integrarci, la ministra nemmeno sa cosa significa meticcio"

17/06/2013

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Giovanni Sartori, storico politologo antiCav sul Corriere della Sera questa volta bastona e non poco il ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge. Il Prof Sartori dedica al ministro di colore un editoriale al veleno. Sartori apre dicendo che Letta ha scelto male il ministro dell’Integrazione. “Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di integrazione, di ius soli e correlativamente di ius sanguinis?”. Difficile, secondo lui che la Kyenge possa capirne qualcosa di questi temi. Ma la stoccata al veleno di Sartori non finisce qui. Il politologo va oltre e bacchetta il ministro colpevole di non aver letto il suo libro Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei, come se conoscere i suoi saggi voglia dire automaticamente condividerli. E si lamenta che la sua proposta sulla residenza permanente sia stata “ignorata da tutti”.

Lezione d'Italiano - Poi Sartori dà anche una lezione di "italiano" alla Kyenge. Secondo il Prof a quanto pare il ministro non conosce bene la nostra lingua. Così il politologo, polemicamente le spiega cosa significa il termine "meticcio": "La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese meticcio. Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l'Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava moglie e buoi dei paesi tuoi. E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini integrati".

La Kyenge non è integrata - E dopo la lezione d'Italiano Sartori conclude con uno sfottò ancora più esplicito e accusa la Kyenge di non conoscere bene la storia e soprattutto di ignorare il fatto che l'integrazione tra etnie diverse non ha mai funzionato. Così Sartori attacca: "Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell'Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l'arrivo delle Compagnie occidentali? All'ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall'India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l'uno contro l'altro". Sartori anche in chiusura non ha esaurito la scorta di veleno e chiude con una sentenza sul ministro: "Più disintegrati di così si muore". Ma non dite che il Corriere è un gionale razzista.

 (I.S)

Le vecchie applicazioni non moriranno mai grazie al sito Capptivate.co

La Stampa

L’idea è quella di realizzare una sorta di museo digitale che ospiti le vecchie app
carlo lavalle

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Quando un’app viene aggiornata che succede alla versione precedente? Tranne i file sul computer di chi l’ha concepita poco o niente è destinato a rimanere. Ma ora grazie al sito Capptivate.co, creato da Alli Dryer, che lavora come mobile user experience strategist per l’azienda di Dallas “Bottle Rocket Apps”, le applicazioni obsolete sono in grado di rivivere restando a disposizione degli utenti senza scomparire definitivamente.

L’idea è quella di realizzare una sorta di museo digitale che ospiti le vecchie app in un unico spazio per poterle tramandare ai posteri. In realtà il sito ne mostra solo una parte attraverso brevi video della durata di cinque secondi che ripropongono grafica e animazioni in disuso. Con il passaggio del cursore sarà possibile vedere le varie versioni obsolete, superate dalle più recenti. Le app presenti sono suddivise e classificate in base allo stile e alla tecnica di realizzazione.

Il progetto di Alli Dryer, molto impegnativo, è iniziato come una collezione di animazioni che i progettisti potevano utilizzare per la loro attività creativa. Subito però si è resa conto che il sito poteva trasformarsi in una raccolta storica di app messe fuori uso dai successivi aggiornamenti. Dryer, anche architetto e responsabile del blog Architerials, nell’ideare Capptivate.co è stata sollecitata dall’esperienza lavorativa affrontata in Bottle Rochet Apps trovandosi a dover spiegare ai clienti le caratteristiche e il design di un’applicazione. E’ sempre stata inoltre un’appassionata di siti che pubblicano online screenshot dei profili delle varie app. 

Allo stato Capptivate.co, che ha ottenuto un riscontro nel mondo dei progettisti e degli sviluppatori, acquisisce soltanto app iOS. Il sito è nato meno di un mese fa ma contiene al suo interno già decine di clip. Le sfide da affrontare sono enormi se si pensa che nell’Apple Store ci sono oltre 900.000 applicazioni che sono sempre più sottoposte a rapidi processi di aggiornamento. Basti pensare che nel solo 2013 per l’applicazione Twitter per iPhone sono stati rilasciati sette nuovi aggiornamenti per aspetti di rilievo minore. Certo, non tutte le app cambieranno le loro caratteristiche fondamentali ma nell’insieme considerando il dinamismo del mercato in questo settore la mole di lavoro è notevole. 
Dryer pensa però che il futuro sviluppo di Capptivate.co dipenderà dalla collaborazione e dal coinvolgimento di altre persone, non solo dal suo sforzo solitario. 

D’altro canto, ulteriori problemi potrebbero venire dal rispetto delle leggi sul copyright. Gli sviluppatori potrebbero sollevare questioni legali relativamente al materiale pubblicato che tuttavia si cercherebbe di risolvere richiamando la clausola del fair use del Copyright Act statunitense, posta a tutela di un utilizzo lecito, leale, equo e corretto dell’opera di un autore.

La Camera costa 784 milioni all'anno La denuncia del Movimento Cinque Stelle

Corriere della sera

Il dossier sugli sprechi presentato a Montecitorio. Il personale costa 280 milioni, spese anche per gli uffici di Bertinotti e Fini

Oltre 120 milioni per i vitalizi, 784 milioni per stipendi e pensioni parlamentari, 400 milioni per gli stipendi dei consiglieri. Poi 30 milioni di euro di affitti per gli immobili con gli uffici (10 stanze di proprietà della Camera) degli ex presidenti Bertinotti e Fini ancora attivi. E 9 milioni di euro di stampe di atti parlamentari, 110 milioni di assicurazioni per la vita, 4 milioni per l’acquisto di software. La Camera spende per stipendi e pensioni 784 milioni di euro l'anno di cui 280 solo di costi per il personale. I Cinque Stelle aprono con l'apriscatole il Palazzo. E presentano un dossier sui costi del personale della Camera dei deputati.

IL MURO DI GOMMA - «In questi momenti di crisi, chi ha di più deve dare di più. Quasi due terzi del bilancio della Camera è destinato al pagamento di stipendi e pensioni a Montecitorio: una situazione insostenibile», spiegano i parlamentari del M5S Riccardo Fraccaro e i Luigi Di Maio che hanno condotto l'indagine. Fraccaro, membro del Cap segretario dell'organismo e membro del Cap, il Comitato per gli Affari del Personale, quello che deve sottoporre all'Ufficio di Presidenza le proposte di modifica del trattamento dei dipendenti della Camera, denuncia «un muro di gomma contro la richiesta di trasparenza sugli stipendi dei dipendenti della Camera e una serie di privilegi che si continuano a sfornare esibendo tagli che hanno la sola funzione di blandire l'opinione pubblica».

ALLOGGI E CIRCOLI - Nel dossier del M5s si denunciano poi gli sprechi per inutili spese per beni e servizi: per l'affitto di immobili si spendono 30 milioni ed altri 42 milioni costa la gestione e la manutenzione ordinaria per i 4 ex alloggi dei vicepresidente e i 3 ex alloggi questori. Per la pubblicazione degli atti parlamentari, che potrebbe essere informatizzata, si spendono 9 milioni di euro l'anno: soldi inutili visto che i parlamentari hanno diritto ad un rimborso di 2.500 euro per l'acquisto di monitor, tablet, Pc. Ci sono poi le erogazioni ad enti esterni: 100 mila euro per il circolo di Montecitorio, 20 mila per il rettore della Chiesa San Gregorio Nazianzeno, 260 mila per l'Unione Interparlamentare. Altri risparmi si potrebbero ottenere intervenendo sui contributi alle assicurazioni dei parlamentari e tagliano di qualche punto percentuali alcune spese che, per esempio, sono di 7,1 milioni di euro l'anno per le pulizie, 3,8 per la gestione dei servizi informatici più altri 3,1 per la manutenzione software ed hardware, 3 milioni di euro per l'ufficio stampa.

17 luglio 2013 | 14:02

Errore PayPal: per poche ore diventa il più ricco del mondo

Corriere della sera

Accreditati oltre 70 quadrilioni di euro: «Avrei pagato i debiti dello Stato e avrei comprato squadra di baseball»

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Chris Reynolds, di Delaware County (Pennsylvania), è diventato nottetempo l'uomo più ricco del pianeta. Nei giorni scorsi il 56enne ha aperto una lettera e scoperto che il popolare servizio per i pagamenti online Paypal gli aveva accreditato una cifra record: 92 quadrilioni di dollari. Il saldo dell'uomo si era infatti gonfiato di 92.233.720.368.547.800 dollari (circa 70.182.390.269.115.016 euro). Subito Reynolds ha eseguito un controllo online attraverso il sito ufficiale e dopo pochi minuti tutti i soldi erano ovviamente spariti. Tornato con i piedi per terra l'uomo ha segnalato l'errore a Paypal che ha ammesso lo sbaglio. Intervistato dal giornale Philadelphia Daily News Reynold ha spiegato che con quei soldi avrebbe come prima cosa pagato i debiti dello stato e poi si sarebbe comprato la squadra di baseball di Philadelphia, i Phillies.

17 luglio 2013 | 15:03

Un museo con 40 mila reperti falsi scoperto in Cina: chiuso per accertamenti

Corriere della sera

Antichità imperiali erano invece reperti falsificati

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PECHINO - Nel Paese capace di falsificare tutto, dalle scarpe di marca agli smartphone, non poteva mancare un museo di antichità imperiali che esibisce reperti falsificati. O meglio, li esibiva, perché è stato scoperto e chiuso. È successo in un villaggio della provincia settentrionale dello Hebei, che esibiva con orgoglio circa 40 mila reperti risalenti alle varie dinastie imperiali della Cina.

Ma quando uno scrittore è andato a visitare il museo, si è accorto che qualcosa non quadrava: in particolare un posto d’onore era riservato a un vaso «appartenuto al mitico Imperatore Giallo», che avrebbe regnato sulla Cina la bellezza di ventisette secoli prima di Cristo. Il suo nome era inciso sul prezioso oggetto. Peccato che fosse stato scritto in caratteri cinesi semplificati, introdotti solo nell’anno 1950.

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Un altro esempio? Nella collezione spiccava un vaso di porcellana della Dinastia Tang, policromo, in cinque colori: peccato che questa tecnica sia stata inventata molto dopo la Dinastia Tang. La faccenda è finita sui giornali cinesi e il museo è stato chiuso in attesa di ulteriori accertamenti. Si è saputo così che il fondatore è il signor Wang Zhongquan, dirigente del locale partito comunista. Che anni fa ebbe la brillante idea di abbellire il villaggio con un museo.
E non un museo qualunque: 12 sale, 88 milioni di spesa. Descritto come centro di educazione patriottica. Wang si sarebbe occupato anche dell’acquisto dei reperti contraffatti, pagandoli tra i 100 yuan (12 euro) e i 2 mila (240 euro) l’uno. Doveva essergli chiaro che reperti di quattromila anni fa non potevano costare così poco. Eppure ora il signor Wang è ancora ottimista: dice che «almeno 80 dei nostri 40 mila reperti sono sicuramente autentici». E comunque «solo gli dei possono dire con certezza se qualcosa è vero o falso».

17 luglio 2013 | 14:27

La busta paga dei parlamentari italiani è sei volte più ricca di quella del cittadino medio

Corriere della sera

I conti in tasca ai deputati: in Italia i più pagati d'Europa. Gran Bretagna: governo e opinione pubblica contrari agli aumenti

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In Inghilterra, i sudditi di Sua Maestà si accapigliano sull'opportunità di aumentare gli stipendi dei parlamentari: da 66.396 sterline a 74mila. L'11% in più, corrispondente a circa 9mila euro; a fronte, peraltro, della riduzione di alcuni benefit e privilegi pensionistici.

Il progetto potrebbe diventare operativo in autunno e portare - oltre al già previsto aumento dell'1% a partire da aprile 2014 - a un ulteriore scatto di 6.300 sterline l'anno a partire dal 2015. Misura decisamente impopolare, quella suggerita dalla Commissione di regolamentazione (Ipsa: Independent Parliamentary Standards Authority), ente istituito nel 2009 - dopo uno scandalo sulle spese dei politici - in un momento in cui i salari dei sudditi di Sua Maestà ristagnano.

L'aumento è stato disapprovato apertamente da alcuni parlamentari: a partire dal vice premier, Nick Clegg, che ha già annunciato che restituirà il sovrappiù. Mentre il laburista John Mann ha dichiarato che una simile decisione sarebbe «una catastrofe» per la reputazione del Parlamento e il suo capo, Ed Milliband, ha reso noto che, quell'aumento, lui e il suo partito lo rifiuterebbero.

I CONTI IN TASCA - Se la polemica Oltremanica è servita a fare i conti in tasca ai parlamentari britannici - che guadagnano meno dei dirigenti pubblici o dei professori universitari - va sottolineato però che gli stessi si erano volontariamente congelati lo stipendio sia per l'anno 2011/2012 che per il successivo. Adesso si pensa di adeguarli alla media del Paese.

Ma, pur invisa alla maggior parte dei cittadini inglesi - che attualmente hanno un pil pro capite che si attesta su una cifra circa 2,7 volte inferiore - la novità non porterebbe i deputati britannici in cima alle classifiche. Nè in termini assoluti, nè di reddito pro capite. Lo spiega bene una tabella dell'Economist, che colloca in cima alla classifica Nigeria e Kenya (dove peraltro è stato bloccato due anni fa il tentativo di portare gli stipendi dei membri del Parlamento da 75mila a 125mila dollari l'anno e quello del primo ministro da 430mila dollari, 240 volte più del reddito medio).

Nella stessa analisi, l'Italia risulta nelle prime dieci nazioni per proporzione sul pil: un deputato italiano porta a casa uno stipendio lordo mensile che, tra indennità parlamentare, diaria e rimborso di trasporto, supera i 16mila euro: il 60% in più rispetto alle media Ue. Un collega francese prende circa 14mila euro e l'omologo tedesco poco più di 12mila. Dati che, nel 2010, la commissione presieduta dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, prudentemente definiva «inadatti a effettuare il calcolo delle medie di riferimento e comparazioni con altri Paesi».

PRIMI PER DIFFERENZA CON I CITTADINI - Ma il dato più sconcertante è che il nostro Paese figura addirittura al primo posto in un'altra classifica: quella pubblicata dall'Ocse, che racconta il gap tra stipendi dei cittadini e dei parlamentari in Europa. Per il Belpaese le cifre sono da primato: 23.400 euro l'anno, contro una busta paga moltiplicata per sei: 144mila euro. Allargando la lente al resto del mondo, in cima alla classifica si trovano ancora Nigeria e Kenya. Curiosa la posizione della Tailandia, dove i rappresentanti del partito al governo sono pagati più di quelli dell'opposizione. Svetta su tutti il primo ministro di Singapore, che riceve più di due milioni di dollari: 40 volte più della media dei suoi concittadini. In fondo alla classifica, il primo ministro indiano, che grava sulle casse dello Stato per soli 4mila dollari l'anno.

16 luglio 2013 | 16:06

Quei 44 bambini che Milano piange ancora

Corriere della sera

A 66 anni dalla tragedia di Albenga, la commemorazione delle piccole vittime della «Annamaria» al Cimitero Maggiore


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Il 16 luglio del 1947 la motobarca Annamaria naufragò nel mare di Albenga: in quella tragedia morirono annegati 44 bambini, la maggior parte dei quali milanesi, e quattro accompagnatrici. Fu il più grave disastro del Dopoguerra in cui persero la vita dei minori. Nel 66° anniversario del naufragio, il Comune di Milano ha ricordato le giovani vittime con la cerimonia di deposizione di un cuscino di fiori bianchi sul monumento commemorativo al Cimitero Maggiore, dove sono sepolti quasi tutti i bimbi dell’Annamaria.

LA TRAGEDIA DI ALBENGA - Nel pomeriggio del 16 luglio del 1947 la motobarca Annamaria stava trasportando 84 bambini, tutti maschi dai 4 agli 8 anni, in prevalenza milanesi orfani di guerra. I piccoli erano ospiti della colonia della solidarietà nazionale di Loano, ed erano diretti in gita all’isola Gallinara. Alle 18 il mare era calmo: la nave strapiena, che viaggiava a circa 60 metri dalla costa, urtò contro un ostacolo, iniziando a imbarcare acqua. L’Annamaria si inclinò pericolosamente, mentre i bambini cadevano in mare. Le vittime del disastro furono 48: 44 bimbi e 4 adulti. «Ad Albenga - scrisse allora Dino Buzzati inviato sul luogo della tragedia - si era concentrato tutto il dolore del mondo» .

LA CITTA' IN LUTTO - I funerali, celebrati dall’Arcivescovo di Milano Cardinale Schuster, si svolsero in Duomo, alla presenza dell’allora Sindaco Greppi, di tutto il Consiglio comunale e di una folla silenziosa e commossa. I nomi di tutti coloro che persero la vita sono oggi scolpiti nel monumento funebre, opera dello scultore Giacomo Manzù, al Cimitero Maggiore: un bassorilievo in bronzo che raffigura Gesù circondato dai bimbi, con la frase del Vangelo di Matteo: «Lasciate che i piccoli vengano a me, perché di essi è il regno dei cieli».

VIDEO : I funerali delle piccole vittime
(da «La settimana Incom»)

16 luglio 2013 | 17:55








Tutto il dolore del mondo.in quarantaquattro cuori di mamme

Uno straziante spettacolo nella camera ardente di Albenga all'arrivo dei genitori delle vittime - Primi accertamenti sulle cause della sciagura - Un'inchiesta ordinata dal governo


DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE Albenga, 17 Luglio 1947 notte -

La camera ardente di Albenga resterà fra le cose più grandi e spaventose di tutti questi anni e della mia personale vita: la camera ardente e ciò che vi è accaduto nel pomeriggio di oggi. Ad un certo punto ha perso ogni significato il sapere come i 43 bambini fossero morti, non è importato più né il nome, né i cosiddetti episodi, né gli sforzi per il salvataggio, né di chi potesse essere la colpa. È rimasto unicamente lo spettacolo indicibile del basso stanzone della Croce Bianca, col soffitto imbiancato a calce, lungo le pareti le vetrine del sodalizio e appesi i ritratti di vecchi benefattori. Perché qui la morte aveva allestito una faccenda davvero infernale.

Le quattro donne
Ridicolo al paragone il famoso Trionfo della Morte della pittura antica, retorici i campi di battaglia di Napoleone, inutilmente esagerato lo sterminio delle città bombardate dagli aeroplani, perfino Buchenwald e Auschwitz non raggiungono una così sobria potenza. Mai, diciamo, la morte aveva chiuso in un quadro così compatto e inesorabile il suo trionfo. Chi entrava oggi nell'ambulatorio della Croce Bianca di Albenga sentiva, nel senso letterale della parola, una cosa diaccia e pesantissima entrargli poco più su della bocca dello stomaco dentro al petto. E più guardava, più questa cosa indefinibile faceva forza dentro di lui. Non serve dire: 43 anime tenerissime volate in un sol colpo al Creatore; non serve pensare a diecine e diecine di famiglie spezzate all'improvviso da un telegramma o dalla tremenda ambasciata d'un messo comunale: le parole non servono a niente.

Bisognava vedere quei 43 piccolissimi uomini allineati su un unico pancone, poi a destra quelle quattro donne, unite a loro da un bizzarro destino, distese su un pancone separato, quasi fossero delle intruse. È evidente che su queste povere donne la morte non faceva assegnamento nel suo calcolo di catastrofe, che le ha portate via perché non poteva farne a meno e che le erano del tutto superflue. Bisognava vedere - e bastava un baleno d'occhiata - quello schieramento di testine ceree, di manine ugualmente raccolte sul petto, di gambe esili, di piccoli piedi abbandonati in un immobile sonno. Bisognava vedere come si assomigliavano in modo allucinante le 43 faccine, non impaurite, non doloranti, bensì dolcemente attonite e, in certo modo, rassegnate. Fra le mani ciascuno teneva con delicatezza una immagine sacra e un fiore, le palpebre erano attaccate appena appena. Senza nessuna retorica erano tutti belli ed estremamente gentili. «Tante bambole, sembrano» disse uno.

Quarantatrè bambole con dentro chiuso in ciascuna il mistero della morte. Un Gesù in croce abbandonato al peso del corpo e con le braccia tese in su in modo spasmodico era posto sopra l'immenso capezzale dei 43 innocenti. E anche lui, sebbene ciò sia assurdo, sembrava non capire il perché. La gente di Albenga sfilava silenziosamente davanti; negli interstizi tra bimbo e bimbo crescevano i fiori e cresceva il loro inequivocabile profumo. Fuori risplendeva il sole e suonavano i clackson dei viandanti spensierati.

E le 43 faccine diventavano sempre più di cera, si facevano sempre più diafane e perfette e il Cristo pareva sempre più distendersi nello spasimo della crocefissione e piegava desolatamente la testa da un lato, perché, assurdo o no che fosse, neppure lui riusciva a capire. Così quella cosa diaccia e pesante entrava come una trave di ferro nel petto di coloro che guardavano. Così le frasi che di regola sono giudicate false e sciocche diventavano rigorosamente vere: ad Albenga, diremo per puro dovere di cronisti, si era concentrato, nel pieno della serenità, tutto il dolore del mondo e si spezzavano cuori rimasti fino a stamane di pietra.

Ecco, arrivano
Ma la morte com'è evidente, non era ancora contenta, e desiderava sfruttare, per così dire, ancora di più, il suo abominevole capolavoro. E Cristo e gli uomini evidentemente non avevano sofferto abbastanza. Perciò alle ore 15, nella piazza di Albenga, arrivò il primo autobus proveniente da Milano, con a bordo circa quaranta persone adulte: le madri, i padri, i nonni e gli zii dei bambini che erano morti. Nella piazza battuta dal sole la gente formò per istinto una specie di corridoio come nella scena famosa del massacro spagnolo di Hemingway. E con sguardo di terrore, al pensiero di quanto sarebbe successo, la gente vide avanzare il gruppo. Trattenuta da due parenti venne avanti per prima precipitando, una donna giovane e grassa.Teneva la faccia rivolta al cielo, una mano aggrappata ai capelli come Niobe.

Parole sconnesse che non si riusciva a capire uscivano dalla sua bocca con crescente precipitazione, mentre si avvicinava all'ingresso della camera ardente. Ma un uomo magro e pallido, sui trent'anni, improvvisamente la sopravanzò ululando, le mani tese in avanti, e irruppe nella sala. Dio, fa per misericordia che non si ripeta mai più l'orrore senza nome del 17 luglio ad Albenga. Una madre nella camera ardente non vedeva il suo figlioletto morto: ma lo vedeva morto quarantatrè volte nello stesso istante, quarantatrè volte nello stesso istante strappato dalle sue viscere. I suoi sguardi impazziti cominciavano poi a ondeggiare qua e là cercando. Poi il sangue chiamava e lei si gettava sul misero bimbo di cera, ormai così lontano, baciandolo e accarezzandolo con atroce tenerezza e mettendogli a posto la vestina e stringendogli piano le mani.

Finché un barlume di verità si faceva in lei e la rivolta esplodeva con grida da agghiacciare il sangue. Ogni madre e ogni padre che entrava era lo stesso. Si formò nella sala un vortice di atrocissimo dolore umano. Non avevo mai immaginato che il cuore potesse essere così totalmente sconvolto dalla sofferenza del prossimo. Tutti, non esagero, piangevano senza ritegno. «Oh, oh, Giorgio mio - si sentiva urlare. - Oh, mamma... il mio Alberto, oh che morte gli hanno fatto fare!.. Oh Signore, dammi la grazia», invocava un'altra coprendo di baci i piedini del suo bimbo. Mamme si dibattevano lanciando insensate invettive come travolte dalla pazzia. Mamme ingannate da false segnalazioni, non trovavano il figlio creduto morto e a poco a poco nella faccia sconvolta si apriva come una luce di speranza. Mamme si slanciavano sulla loro creatura irrigidita gridando di felicità: «È vivo, è vivo!».

Mamme uscivano correndo nella piazza come folli lanciando degli evviva fra un singhiozzo e l'altro. Era finalmente soddisfatta la morte? Era questo che desiderava? Per tre volte nel pomeriggio si ripetè l'assalto - bisogna proprio dire così - delle madri e dei padri ai cerei simulacri delle loro creature. La morte di un bambino è sempre un'incomprensibile tragedia. Oggi ad Albenga di queste tragedie ne esplodevano sei o sette contemporaneamente in pochissimi metri quadrati: e non si poteva resistere. Il volto rigato di lagrime, il sindaco Greppi, smarrito, si aggirava da uno strazio all'altro anche lui sbalordito da tanto orrore. Il vescovo, i sacerdoti, le infermiere, gli infermieri della Croce Bianca, uomini e donne del popolo tentavano di ridurre la disperazione dei poveretti. Ma che consolazione potevano offrire?

Un padre, solo
Poi da Roma giunse in volo Parri, delegato dall'Ufficio dell'Assistenza postbellica, da cui dipende la sfortunata colonia, e anche nel suo petto vedemmo sprofondare quella cosa diaccia e pesante come metallo, tanto che la sua faccia si fece terrea. Intanto, dimenticate da tutti, in disparte, le quattro donne dormivano sul loro pancone riservato. Non un cane sembrava occuparsi di loro (sono state riconosciute per Paola Conti vedova Tonoli di 64 anni, da Marcaria (Mantova), Francesca Piloni in Moro, Maria Moro e la figlia Giuseppina di undici anni, tutte e tre di Caravaggio). Soprattutto terribile mi sembrò un padre. Guidato come un automa da un infermiere ritrovò quasi subito il suo bimbo. Era un signore sui trent'anni vestito correttamente di grigio, dal volto nobile e in un certo senso avventuroso.

Veniva da solo. L'infermiere presto lo lasciò richiamato da altre scene miserande. E lui non disse una parola, non ebbe un sospiro o una lagrima, lo vidi anzi a poco a poco diventare di pietra. Fissava con avida intensità il figlio nato inutilmente da lui e mi parve di legger nella sua faccia un rimorso cupo, senza rimedio, quasi che tra l'uomo e il bimbo ci fosse stato un lungo meschino malinteso. Avrei giurato che lui chissà per quali mediocri motivi non avesse mai sentito il bisogno di tenerselo vicino e che ora invece capisse di avere sbagliata l'intera vita: ma era troppo tardi e il malinteso continuerà in eterno e l'ingiustizia brucerà dentro di lui per anni ed anni. Gli altri ululavano, si torcevano le mani, piombavano in ginocchio pregando o maledicendo.

Il taciturno signore, immobile come una statua, faceva più paura di tutti. Nel frattempo il mare, di un meraviglioso colore violetto, continuava a lambire placidamente l'estremità dell'albero dell'Annamaria, la tragica motobarca sprofondata a poco più di cento metri dalla riva. Un pontone con gru e una motovedetta della marina manovravano per sollevare il relitto. E un palombaro calatosi nel fondale di appena quattro metri riscontrava nello scafo dell'imbarcazione uno squarcio di quaranta centimetri per cinquanta. A che serve ormai? Veniva fatto di dire pensando all'irreparabile conto dei morti.

Oggi i funerali
Eppure è anche giusto stabilire le colpe, se colpe ci sono. Ha responsabilità per esempio, il dott. Armando Ducci, direttore del preventorio colonia Fondazione Solidarietà Nazionale, per avere lasciato andare in gita gli ottantun bambini senza prendere le necessarie precauzioni e che è stato fermato? Parri ha fatto presente l'eventuale opportunità di liberarlo, tenuto conto dell'ausilio che egli potrebbe offrire ai bimbi superstiti. Il colonnello dei carabinieri e il procuratore della Repubblica che conducono l'inchiesta hanno però confermato il fermo. Hanno colpa i barcaioli, fratelli Podestà, pure fermati e che sembra non avessero l'autorizzazione legale a noleggiare la loro imbarcazione? Ha responsabilità per caso la Capitaneria di Porto o la Delegazione di spiaggia per non avere eliminato in acque così battute il palo che fu causa della catastrofe?

E all'ufficio tecnico municipale, sempre per via di questo maledetto palo messo a sostegno della fognatura, non si deve imputare nulla? Un ingegnere di quest'Ufficio ha fatto presente che il palo stesso prima della guerra sporgeva dal mare come di dovere, ma che qualche razziatore di ferro l'aveva tranciato tempo fa sotto il livello dell'acqua. Ma perché, si può allora rispondere, l'Ufficio non aveva pensato a segnalare l'insidia? Certo il motivo della tragedia fu il palo: su questo non c'è alcun dubbio. Spetta ora all'autorità stabilire se ci furono e di chi furono le negligenze. Il Ministero dell'Interno, su richiesta dello stesso presidente della Fondazione di solidarietà nazionale, on. Parri, ha disposto che sia effettuata una severa inchiesta dandone incarico al vice prefetto Arnaldo Adami della direzione generale dell'Assistenza postbellica.

Il dott. Adami è già al suo posto. Parri ha destinato alle famiglie delle vittime tre milioni e la signora Eva Peron, prima di lasciare l'Italia, ha inviato la somma di un milione di lire. Questa sera, mentre il padre stava per arrivare in autobus da Milano, il bimbo Antonio Oliva, dopo aver lottato con le sue deboli forze contro l'onnipresente morte, si è spento all'ospedale. Il papà lo ha potuto stringere che era ancora tiepido di vita. Gli altri bimbi superstiti sono intanto quasi tutti fuori pericolo. In ottime condizioni le tre assistenti, il bagnino ed i due barcaioli finiti anch'essi in acqua. I quarantatrè, anzi, da stasera i quarantaquattro morticini, verranno chiusi nelle casse domani a mezzogiorno. Alle 17,30 saranno trasportati nelle cattedrale per l'ultimo solenne commiato. Alle 19,30 partiranno in treno alla volta di Milano. Un bimbo però sarà sepolto a Loano e cinque altri verranno lasciati a Pavia perché in questa provincia vivono le loro famiglie. Sabato mattina Milano vedrà l'inverosimile delle rimanenti trentotto minuscole bare.


(dal «Corriere della Sera» del 17 luglio 1947)
16 luglio 2013 | 17:45

Ville abusive rom: Pisapia li paga per sloggiare

Giannino Della Frattina - Mer, 17/07/2013 - 08:30

Un milione e 400mila euro di indennizzo pubblico. Per farci l'Expo

Milano - E nel mondo che cammina alla rovescia ci sta anche di dover pagare un milione e 400mila euro per abbattere alcune baracche e villette costruite abusivamente dai rom lì dove deve passare una strada fondamentale per raggiungere i terreni dell'Expo 2015.

Un evento per cui Milano aspetta 20 milioni di visitatori e dunque di evidente «interesse pubblico». E non basta. Perché dovremo pagare ben più salati quegli espropri, fino a 50mila euro a famiglia dopo che il Comune di Milano del sindaco rosso Giuliano Pisapia ha avuto la brillante idea di trasformarli con il Pgt (il nuovo piano regolatore) da agricoli in edificabili. Facendone decollare il prezzo e pur essendo al corrente della situazione. Una notizia talmente strabiliante che un giornale politicamente corretto come Repubblica dopo averla scoperta l'ha nascosta nelle pagine locali della cronaca milanese.

I fatti, dunque, che mai come in questo caso hanno bisogno di pochi commenti. Protagonista è Infrastrutture lombarde, la società al 100 per cento di Regione Lombardia che ha l'incarico di trasformare una stradina sterrata usata dai rom per tornare a casa nella corsia di accelerazione per immettere il traffico proveniente dal Ponte Expo verso l'autostrada Milano-Laghi. Non fosse che proprio sul tracciato ci sono baracche, ma anche case in muratura con tanto di allacci e antenne paraboliche. Perché un campo rom abusivo ha regolari collegamenti alle utenze, così come succede per le 35 villette in via Monte Bisbino mai nemmeno condonate e costruite da serbi, croati e kosovari, ma che ospita saltuariamente anche ucraini e romeni.

In trecento di cui settanta minori, nomadi che contro ogni legge logica sono diventati stanziali, tanto da poter esibire certificati che dimostrano la cittadinanza italiana, stati di famiglia con tanto di figli (in media quattro o cinque) e certificati di frequenza alle scuole. Ed è proprio sulla base di questi documenti che la cifra stabilita per gli espropri in 30 euro al metro quadrato per i terreni di loro proprietà è lievitata fino a 100 (calcolando alla stessa cifra anche l'area del giardino) per compensare il «disagio sociale» causato dall'averli invitati a lasciare le costruzioni abusive. A stabilirlo quello che in questi casi si chiama «tavolo» e a cui oltre che Infrastrutture lombarde si sono seduti prefetto, Regione,

il Comune di Milano, la società Expo 2015 e, ovviamente, anche una consulta rom in rappresentanza dei nomadi. Gran rimuginare di cervelli e alla fine un costo lievitato fino a 500mila euro per i 30 di base da consegnare a tutti, più altri 900mila dei rimborsi «integrativi» per chi ha potuto dimostrare di essere nomade stanziale e quindi di aver subito a causa dell'esproprio un «disagio sociale». E questo grazie al nuovo Pgt firmato Pisapia che ha trasformato le aree in edificabili, consentendo ai rom di rinegoziare gli indennizzi.

Per il governatore Roberto Maroni «non è Infrastrutture Lombarde che paga, ma il Comune». Pisapia nega: «Non vi è alcun accordo per pagare gli espropri». Immediata la replica dell'assessore lombardo Maurizio Del Tenno. «Che paghi il Comune è poco, ma sicuro. Hanno 5,6 milioni di euro a disposizione per i rom, li utilizzino per un accordo frutto di quel tavolo che nel 2012 stabilì rimborsi fino a 100 euro per gente che non ne aveva alcun diritto». Tra cui gli abitanti di sei villette che sono agli arresti domiciliari. E che ora dovranno traslocare.

Come cambiano i giornali

La Stampa

La nuova formula del giornalismo moderno: qualità + quantità + varietà = audience.
giuseppe granieri (@gg)

«Le persone intelligenti che lavorano nei media», scrive Alan D. Mutter, «stanno abbandonando la carta».


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Le cause di questa scelta, argomenta, sono abbastanza evidenti. Innanzitutto la contrazione del pubblico, che osserviamo tutti i giorni nei titoli e nelle cose che vediamo accadere. Tra le notizie che circolano in questi giorni, la chiusura di PCWorld ( Internet Killed The Magazine Star) e gli ultimi dati di PEW che raccontano del crollo della pubblicità, che tocca anche giganti come l'Economist. 

Tra le ragioni che individua Mutter c'è, appunto, anche il continuo declino dei ricavi e di conseguenza dei profitti. «Molti editori hanno ancora dei margini di lavoro», conclude Alan, «e questo dimostra che il settore è ferito gravemente ma non vicino alla morte. Però le tendenze attuali stanno facendo scappare la gente più in gamba prima che la nave affondi».

Non fidarti della mia sintesi: The smartest guys in media give up on print
Ovviamente tutte le testate stanno lavorando per la transizione al digitale, innovando e sperimentando nuovi modelli di business.  E le migliori menti sono in fermento per cercare di comprendere il cambiamento di paradigmi, che parte da un dato noto. La maggioranza dei lettori ha oggi un modo assai diverso dal passato per accedere alle notizie. I numeri dell'accesso dai dispositivi mobili crescono con molta velocità e i social network sono una delle sorgenti primarie di traffico per i giornali.

«Man mano che si diffonde l'utilizzo dei motori di ricerca, dei social network e dei dispositivi mobili», scrive Philip Klien, «le modalità con cui i lettori interagiscono con i siti web cambiano in maniera radicale. Oggi si gioca tutto sulla capacità di far circolare i contenuti attraverso parole chiave e condivisioni nelle reti di amici».

E questo comporta anche un modo nuovo di immaginare la notizia e di disegnarne la circolazione. 
Il pezzo si intitola, direi in modo assai diretto, The slow death of the homepage.  
Ma è interessante soprattutto la lista di «cose che cambiano» fatta da Lewis DVorkin su Forbes. Lista che parte da quella che viene definita la nuova formula del giornalismo moderno:  qualità + quantità + varietà = audience. 

In questa efficace semplificazione c'è dentro tutta la grammatica della rete, nella sua opposizione a quella della stampa. Non hai più bisogno di impacchettare poche notizie (in modo costoso come avveniva sulla carta) cercando di rimanere sugli interessi generali. E tagliando l'impostazione su una media di quello che ritieni il tuo pubblico.

Anzi, oggi, per far circolare il tuo lavoro e dargli un destino devi parlare con pubblici diversi, di temi diversi e con linguaggi diversi. Internet, si dice, è interest driven: i tuoi lettori devono poter trovare la notizia che interessa loro, con il registro e l'approfondimento di cui hanno bisogno. 

Oltre alla formula del giornalismo moderno, Lewis individua altre 17 questioni su cui ragionare a fondo, che spaziano dal mestiere alle strategie industriali. Qualcuna forse può apparire criptica (dato che sono enunciati privi di commento), ma altre sono dei punti abbastanza fermi. Una, ad esempio, riguarda il futuro dei giornalisti: «Il content marketing di cui hanno bisogno i brand oggi, è diventato una delle principali fonti di impiego dei giornalisti». Oppure: «gli smartphone hanno superato la barriera del 50% del traffico per i giornali».

Ma fatti un'idea da solo: The New Math Of Journalism And 17 Other Disruptive Notions To Ponder
Poi, se ti interessa approfondire lo scenario, dedica anche qualche minuto a un post di Adam Tinworth, che pure brilla per chiarezza sin dal titolo: Six months to get yourself a mobile strategy. O, se vuoi guardare ancora un po' più avanti, Sarah Hill ti spiega come i Google Glass possono diventare un nuovo strumento per il giornalismo.

Come link bonus, due altri aspetti su cui esercitare idee nuove e spirito critico. Il primo è la definizione di giornalismo che Jeff Jarvis ha regalato al Guardian: «qualsiasi cosa sia utile a una comunità informata», dice Jeff, «è giornalismo». Il pezzo lo trovi qui:  What is journalism, redux
E poi, se vuoi approfondire il ragionamento fatto qualche settimana fa su come cambiano i lettori, qui trovi una lunga recensione della mia applicazione preferita. E il succo è: «usa Prismatic 10 giorni e ti stupirai per come ti conosce meglio di come ti conosci tu». Il titolo è già chiaro di suo:  The world's smartest new news reader

Twitter: @gg

Crocetta lancia salvagente a Ingroia: «Sarà commissario di Sicilia e-Servizi»

Corriere della sera

L'ex pm avrebbe dato già la sua disponibilità. Si tratta di una società pubblica che si occupa di informatizzazione


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PALERMO - Il primo tentativo fu quello di nominarlo presidente di «Riscossione Sicilia Spa», ma a quel tempo, lo scorso maggio, Antonio Ingroia era ancora in magistratura e il Csm disse «no» all'incarico, la cui ipotesi aveva anche sollevato accese proteste da parte del Codacons. Poi si diffusero voci su un possibile ingresso dell'ex pm nella giunta regionale, come assessore alla Salute, ma il governatore si affrettò a smentire: «Lucia Borsellino non si tocca». Ora Rosario Crocetta ci riprova, trova la strada giusta e offre un altro «salvagente» a Ingroia, che nel frattempo ha deciso di mettere la toga da parte - tecnicamente di decadere dal servizio - e darsi alla politica, nonostante il flop elettorale della sua Rivoluzione civile. L'ex pm antimafia di Palermo, così ha annunciato il presidente della Regione Sicilia, sarà presto il nuovo commissario di Sicilia e-Servizi, la società pubblica per l'informatizzazione.

COMMISSARIAMENTO - «Al più presto provvederemo a commissariale la Sicilia e-Servizi, e penso di chiamare Ingroia che ha dato la sua disponibilità», ha detto Crocetta a margine di un incontro in Regione. «Alla Sicilia e-Servizi», ha proseguito, «lavorano la figlia di Stefano Bontade, il capomafia, e alla Venture il genero. È una società molto strana la Venture, fa parte del cartello di Sicilia e-Servizi ma prende tutti i suoi appalti. Per questo provvederemo immediatamente a commissariare la società, c'è una truffa di circa 200 milioni di euro. Soldi presi in violazione delle norme comunitarie che prevedono il principio della libera concorrenza» «Il commissariamento sarà molto rigoroso», ha aggiunto ancora il governatore, «chiuderla ci costerebbe troppo tempo e troppi altri soldi andrebbero persi»..

Ch. Ma.16 luglio 2013

Sandro Ciotti e il calcio che non c’è più

Corriere della sera


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Dieci anni fa ci lasciava Sandro Ciotti. Era, per la precisione, il 18 luglio del 2003 quando, a 75 anni, Sandro restituì idealmente la linea per l’ultima volta, cedendo al male che aveva tormentato la fase finale della sua esistenza. Dieci anni e, si usa dire in questi casi, sembra ieri. E invece a me, che ho avuto il piacere di lavorarci insieme molto a lungo, non sembra affatto ieri. Sembra, anzi, che questo decennio abbia messo una distanza molto più ampia del reale fra il calcio di cui Ciotti fu il cantore radiofonico più talentuoso e originale e il calcio di oggi, tutto vivibile in telediretta, ma a rate, dal sabato al lunedì; il calcio ebbro di schemi e tecnicismi, tutto intriso di una violenza che porta perfino a mettere in strada un carrarmato (certo non un simbolo di gioia) per celebrare la metafora del ritorno all’attività di una squadra (l’Atalanta, nello specifico) intenzionata a “schiacciare” il mondo, a partire, naturalmente, da Brescia e Roma, nemiche per antonomasia . Il calcio delle “pungicate” (le coltellate ai glutei inflitte nei pre-partita romani in una certa piazza in zona-Olimpico); il calcio degli ultras che vogliono comandare e delle sentenze sportive che son giuste solo quando puniscono gli altri. Il calcio che deborda sempre più dalle pagine sportive per invadere quelle di cronaca: nera, finanziaria, giudiziaria, farmacologica.

Non era questo il calcio che Ciotti aveva raccontato per 40 anni (e proprio “Quarant’anni di parole” s’intitola il bel libro autobiografico del ’97, ormai introvabile) imponendo uno stile che ne rivelava la personalità. Personalità poliedrica e affascinante, quella di un ragazzo del 1928 tenuto a battesimo dal padrino Trilussa (grande amico di suo padre), formatosi fra studi classici e conservatorio, appassionato di calcio, come di musica o di cinema. E infatti nel suo linguaggio, che non fu mai il deprecabile ”giornalistese sportivo” che infestava molte cronache dell’epoca, confluivano idee e conoscenze di tutti questi mondi, conferendogli l’unicità del fuoriclasse. Uno stile non imitabile, nella sua originalità; chi ne ha tentato lo scimmiottamento ha sconfinato nel patetico. Inventava parole (“estirada”, un inesistente spagnolismo per indicare l’intervento in allungo per realizzare o salvare un gol; “pettinare”

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la palla, per dire che qualcuno l’aveva sfiorata, coi capelli, quel tanto che era bastato a deviarla in rete; “sotto misura”, per dare subito, via radio, con due sole parole, l’idea che la conclusione era ben dentro l’area piccola del portiere); inventava un modo di far giornalismo musicale, come testimoniavano i suoi mille servizi, graffianti e divertentissimi, dal Festival di Sanremo. Se Enrico Ameri, con la sua voce rotonda e chiara, era ritmo e musicalità, Ciotti, con i suoi fonemi di carta vetrata, era graffio e icasticità: un lampo di parole e la partita, o la prestazione di un singolo giocatore, era inequivocabilmente epigrafata. Sosteneva che quella famosa voce, un tempo piena e calda, si fosse arrochita per un’interminabile radiocronaca sotto l’acqua. Ma Sandro era grande anche nel raccontare la propria, di leggenda, non solo quelle degli altri. E a tutti noi che lo conoscevamo bene risultava molto più credibile un progressivo logoramento indotto anche dalle migliaia di Chesterfield senza filtro fumate nell’arco della vita.

Non c’è, né potrebbe esserci, oggi, un altro Ciotti. Quelli come lui, o come il suo amico Beppe Viola, che passavano con facilità dallo scrivere un articolo o una canzone o la sceneggiatura di un film, erano l’espressione più alta di un mondo che non c’è più. Di quelle domeniche in cui la Radio era l’unico oracolo a cui attingere; di quel calcio, e di quello sport, che era ancora bello immaginare e non soltanto veder squadernato sotto gli occhi da mille telecamere in diretta. Oggi i colleghi radio e telecronisti sanno tutto dei giocatori di tutto il mondo, degli schemi delle squadre, delle caratteristiche di arbitri e allenatori. Devono saperlo, perché il primo a essere profondamente informato è il pubblico, dotato di mille fonti ; un tempo, in quel tempo, la gente si accontentava che il radio o telecronista riconoscesse i giocatori e accompagnasse, con ritmo ma senza concitazione, la sua emozione. Quel tempo non c’è più e non possono, dunque, esserci più i Ciotti e i Viola.

I quiz del Mattino: personaggi e aneddoti della storia napoletana con dieci domande di Vittorio Paliotti

Il Mattino


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Appassionati della storia napoletana è il vostro giorno. Episodi, personaggi maggiori e minori, aneddoti, dall'impero romano fino alla seconda guerra mondiale: Vittorio Paliotti, che ne conosce ogni segreto, vi propone dieci quesiti.





1) In quale museo viene conservata una cintura di castità? a) Museo di San Martino
b) Museo Filangieri
c) Museo Duca di Martina
d) Museo Gallerie di Capodimonte

2) Quando entrarono a Napoli, durante l’ultima guerra, le truppe angloamericane? a) 9 luglio 1943
b) 9 settembre 1943
c) 1 ottobre 1943
d) 4 giugno 1944

3) Di quale cantante s’innamorò Gioacchino Rossini? a) Maria Malibran
b) Isabella Colbran
c) Giuseppina Mainvielle Fedor
d) Henriette Sontag

4) Di chi era figlio Antonio Genovesi che fondò a Napoli nel 1754 la cattedra di economia? a) Possidente
b) Maestro elementare
c) Veterinario
d) Ciabattino

5) Come si chiamava quel ladro napoletano che si riabilitò rendendo servigi al controspionaggio? a) Antonio Parlati
b) Gennaro Abbatemaggio
c) Enrico Alfano
d) Teofilo Sperino

6) Chi fu quell’imperatore romano che possedette una villa a Posillipo? a) Diocleziano
b) Cesare Augusto
c) Tiberio
d) Nerone

7) Quando chiuse l’ultimo teatro dell’«opera dei pupi»? a) Primi del Novecento
b) 7 settembre 1898, festa di Piedigrotta
c) Durante la seconda guerra mondiale
d) 10 settembre 1958

8) Qual è il giornale più antico conservato nell’Emeroteca Tucci? a) «Il giornale dei letterati» di Roma
b) «Il Rimino» di Rimini
c) «Bologna» di Bologna
d) «Il Sincero» di Genova.

9) Quale giornale napoletano anticipò «Le figaro» nel pubblicare il «Manifesto sul Futurismo»? a) «Il pungolo»
b) «Il giorno»
c) «La tavola rotonda»
d) Il «Roma»
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10) Quale è stato il film di impegno culturale per Enzo Cannavale? a) «Nuovo cinema paradiso» di Giuseppe Tornatore, 1988
b) «Operazione San Gennaro» di Dino Risi, 1966
c) «Attenti al buffone» di Alberto Bevilacqua, 1975
d) «Il soldato di ventura» di Pasquale Festa Campanile, 1976

martedì 16 luglio 2013 - 14:46   Ultimo aggiornamento: 20:41