sabato 20 luglio 2013

Non conosce Di Pietro né Grillo: operaio bocciato all'esame per la cittadinanza

Il Mattino

di Loris Del Frate

Richie Addai ha sbagliato alcune risposte: ha sbagliato i nomi dei leader del Pdl e fatto confusione su date storiche


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PORDENONE - Ha colpe "gravissime": non conosce tutti i politici italiani, ha sbagliato il nome dei leader del Pdl, confonde alcune date delle feste nazionali, e di Garibaldi ha detto che era un soldato e uno scrittore. Tanto è bastato perchè una dirigente della Questura di Pordenone indicasse "parere sfavorevole" alla concessione della cittadinanza italiana. Poco importa se Richie Addai, 42 anni, ghanese ma residente in città dal 2003 (in Italia da 16 anni), operaio con contratto di solidarietà all’Electrolux, quattro figli da mantenere e una moglie che non lavora, l’italiano lo parla molto bene, sa leggerlo, ripetere il testo, acquista i giornali e si interessa di calcio. Come gran parte degli italiani

. Eppure "non è ancora pronto per essere cittadino italiano". Così sentenzia l’esito del colloquio che ha sostenuto in Questura a Pordenone. «Un’ora di domande - racconta Addai - io credevo di aver risposto bene a tutto. Invece ho scoperto che sono stato bocciato». Le gravi colpe di Addai? Non sapeva che Grillo era il capo di un partito d’opposizione, se lo ricordava come comico, conosceva Pd e Pdl, sapeva che era Bersani il capo del Pd, ma di Berlusconi ricordava solo che era il presidente del Milan. Poi non sapeva chi fosse Casini, come non aveva sentito parlare di Di Pietro.

Sapeva, però, chi è il presidente della Repubblica anche se ignorava che resta in carica 7 anni, conosceva Monti, ma non Ciampi e infine aveva dubbi su Alfano. Addai ha ancora un altro "torto": ha confuso la data dell’Unità d’Italia con un’altra festa nazionale. Insomma, ha dato le stesse risposte che gran parte degli italiani avrebbero dato.

Resta il cruccio per la "bocciatura" che rimanderà di molto la sua possibilità di diventare italiano. «Già - racconta - io però mica me ne vado: 16 anni non si buttano via». Ma è vero che non sapeva chi fosse Berlusconi? «No, sapevo che era presidente del Milan, mi interessa il calcio più della politica» Esattamente come la maggioranza degli italiani. Un dato. Il Fatto Quotidiano che per primo ha pubblicato la notizia ha fatto un test: con una delle figlie di Addai ha fatto le stesse domande agli italiani "veri". Bocciati più della metà.

 
sabato 20 luglio 2013 - 17:06   Ultimo aggiornamento: 17:10

Il "giusto" sciopero di D&G contro la decrescita di Pisapia

Libero

A Milano, Dolce & Gabbana hanno deciso una serrata di tre giorni di tutte le loro boutique cittadine per protestare contro le parole dell'assessore al Commercio D'Alfonso, che si era detto contrario a concedere spazi pubblici a chi, come i due stilisti (giudicati colpevoli di evasione fiscale in primo grado) ha avuto condanne per reati "particolarmente odiosi in un Paese in crisi come il nostro". Gli stilisti hanno minacciato anche la restituzione dell'Ambrogino d'oro (la massima onorificenza cittadina) ricevuti qualche anno fa. L'assessore di Pisapia ha fatto retromarcia, dicendo di aver parlato solo a titolo personale e in modo informale, ma la querelle ormai è aperta.



CatturaQuando uno fa il sindaco di Milano, capitale mondiale della moda (ma fino a quando ancora, con questa amministrazione?),  e un marchio come Dolce& Gabbana, ti organizza una serrata di tre giorni contro, hai altrettante alternative: vai casa e ti impicchi, vai a casa e basta, mandi a casa a calci nel sedere chi ti ha messo in queste condizioni. Scartata la scelta del samurai, che non appartiene al personaggio, a Pisapia restano la seconda e la terza strada, entrambe auspicabili: rassegnare le proprie dimissioni irrevocabili o licenziare D’Alfonso, assessore non alla morale dei fessi, come induce a pensare il suo operato, bensì al Commercio.

Tutto nasce infatti dalla spocchia di questo dilettante allo sbaraglio il quale, in spregio al proprio mandato istituzionale, si è lanciato in una crociata giustizialista e moraleggiante contro uno dei simboli della Milano che si afferma nel mondo, e ha annunciato di non voler concedere né il Duomo né il Castello Sforzesco alla coppia di stilisti per le loro sfilate, in quanto la città «non ha bisogno di farsi rappresentare da evasori fiscali».

Pur senza farne il nome,  il riferimento a D&G, recentemente condannati in primo grado a 20 mesi e 500mila euro di provvisionale per evasione fiscale, non era equivocabile. Alla faccia del garantismo, storico valore della sinistra e in particolare dell’avvocato Pisapia, l’assessore li ha messi al bando senza neppure aspettare la condanna definitiva. Due milanesi (uno di nascita, l’altro, come quasi tutti, d’adozione) che da 25 anni danno lustro e portano centinaia di milioni in città trattati come ormai non vengono trattati neppure gli extracomunitari clandestini.

Ma D’Alfonso aveva fatto i conti senza l’oste. Il poveretto infatti, con lo snobismo che contraddistingue buona parte della banda Pisapia, non aveva calcolato che se Milano non ha bisogno di Dolce e Gabbana (ed è tutto da dimostrare), i due stilisti hanno ancor meno bisogno di Milano, di lui e della sua Giunta (e questo invece è certo) e si sono affrettati a dimostrarlo.

A nulla infatti è servita la goffa retromarcia di D’Alfonso, che si affrettava a precisare che la frase ingiuriosa «non era contenuta in un’intervista bensì estrapolata da una conversazione informale». Così, dopo uno sfogo francamente un po’ isterico in cui definivano il Comune “vergognoso, schifoso e ignorante”, con il pragmatismo, la genialità, il tempismo e la tigna degli imprenditori di razza, i due stilisti hanno elevato il tono della polemica e deciso di «chiudere per indignazione» tutti i loro nove esercizi commerciali in città, come recita il cartello esposto sulle saracinesche abbassate dei negozi D&G. 

E chissenefrega se perdono un weekend di saldi, quindi di buoni incassi, Dolce e Gabbana se lo possono permettere; si possono pure permettere di deludere i turisti giapponesi che da sei mesi si erano programmati la tappa di shopping. Troppo più importante è il messaggio da dare: un grido di protesta contro una politica cittadina che deprime sistematicamente l’economia, quasi l’aggravamento della crisi fosse nel programma elettorale; uno schiaffo a Pisapia, che aveva liquidato come «inaccettabili» le proteste degli stilisti; una sfida muscolare all’amministrazione, perché i turisti giapponesi potranno comprare vestiti D&G anche a Tokio, quando rientreranno, ma una cosa è certa, a Milano non torneranno più e a parenti e amici la prima cosa che racconteranno sarà quel cartello «Chiusi per indignazione», che non è proprio un invito a venire qui.

Si chiude così quella che  Briatore con lo stesso piglio con cui bocciava i suoi aspiranti manager a Sky, ha definito «una enorme figura di m… per il Comune»  e che per chi a Milano da due anni prova a vivere e lavorare nonostante il sindaco non è che l’ennesima riprova della distanza tra la banda arancione e lo spirito della città e di chi la anima tutti i giorni. Una distanza culturale e filosofica prima che politica. Milano è sempre stata in Italia il simbolo del dinamismo, un faro per tutta la nazione, la città del lavoro dell’impresa, del denaro, degli eventi, del traffico che - a differenza di Roma e Napoli - scorreva rapido, delle occasioni da prendere al volo, del divertimento, della moda, l’unica non provinciale, l’unica che nonostante le tutto sommato modeste dimensioni potesse passare per una metropoli.

La voglia, l’iniziativa, l’apertura, l’inclinazione agli affari, si  respiravano. Oggi non è più così. La Milano da bere è diventata la Milano da digiunare o, meglio, da condannare. Là dove c’erano progetti, ora ci sono tagli. Là dove c’era apertura e curiosità, c’è chiusura e grettezza, malgrado una politica terzomondista. Là dove c’erano gli imprenditori e i professionisti, oggi ci sono i pm e i loro galoppini. Sono loro le nuove star della città. Nei salotti, nelle redazioni, nei centri sociali, nelle cooperative, la sinistra ha inseguito disperatamente il potere in città per trent’anni.

E quando c’è arrivata, più per le colpe della Moratti e di un centrodestra compromesso e consunto che per meriti suoi, ha dimostrato tutta la propria inadeguatezza e ha svelato a se stessa di non sapere che farsene del potere. Questa giunta ha distrutto in 25 mesi tradizioni centenarie. «Chi volta il cul a Milàn volta il cul al pan», si diceva. Oggi è la città dei negozi chiusi e dei giovani che emigrano. «Milàn col coer in man» recita un antico proverbio. Oggi è una città egoista, dove la preoccupazione principale è nascondere il portafogli e mettere in salvo quel che si ha.

Pisapia&friends non conoscono la città. Non hanno un progetto economico e hanno abdicato a quello culturale. Hanno infilato una serie di provvedimenti che sarebbero riusciti a stroncare sul nascere le carriere di Mister Ikea e Amancio Ortega, l’inventore di Zara. Volevano chiudere le gelaterie dopo la mezzanotte, hanno aumentato il canone a bar e ristoranti per i tavolini fuori, hanno miniaturizzato l’albero in piazza Duomo e tolto le luminarie di Natale - che per un mese facevano di Milano la città più calda d’Italia -,  hanno imposto la chiusura dei chioschi dopo le 24, ma grazie a dio perfino gli amici giudici si sono gli hanno detto che era troppo e il Tar ha bocciato il provvedimento.

Danno più importanza ai rom che alla moda, coccolano i parassiti e bastonano i contribuenti. Hanno eliminato la notte bianca dello shopping. Vorrebbero che si girasse solo in bicicletta anche se metà delle persone che lavorano vengono da fuori e anche se a furia di pedalare, d’inverno si arriva in ufficio zuppi di pioggia e d’estate di sudore. Fanno pagare 5 euro per entrare in centro ma non hanno cambiato la viabilità, quella che aveva diviso la prima cerchia dei Navigli in spicchi, di modo che fosse praticamente impossibile passare da una parte all’altra in auto. Oggi si paga per non inquinare, ci sono un quarto delle macchine, ma lo stesso ci si impiega mezz’ora per fare due chilometri.

Gli esponenti della giunta vagano come zombie tra bilanci in rosso, progetti irrealizzabili e iniziative fantozziane. Sono al governo da due anni, ne hanno ancora tre davanti ma già contano i giorni che li separano dalla fine del calvario. Il sindaco ha annunciato con tre anni d’anticipo che non si ricandiderà. Oltre il 30 per cento della giunta è stata già cambiata, naturalmente solo in seguito a regolamenti di conti politici e antipatie personali e non sulla base di un progetto politico. Il vero sindaco è l’assessore al Bilancio, un personaggio al confronto del quale Tremonti è un prodigo, Bersani un liberista e Monti un nemico delle tasse. Ha piegato ogni forza mentale e ogni velleità rifacendo i conti a ogni assessorato, suddividendo i tagli in tre categorie: programma forbici, programma dimezzamento e programma morte. Grande visione.

E, incidentalmente, non si capisce neppure da dove origini questa fame di denaro, visto che, rispetto alla Moratti, Pisapia ha potuto contare su 80 milioni di gettito Imu e su un’Irpef allo 0,8% (prima non c’era). Nel solo 2013 le tasse sono aumentate di un miliardo e mezzo. Abbrutiti da loro stessi, senza la vitalità di un progetto, gli assessori infilano gaffe e corbellerie a raffica. Pisapia e i suoi sono di fatto il braccio armato di Grillo: il comico teorizza la decrescita, loro con leggi tafazziane e   provvedimenti da figli dei fiori, la realizzano.  Ieri la Moratti ha annunciato che desidera tornare alla politica. Nessuno fino a un anno fa poteva immaginare che sarebbe stata una buona notizia.
Pietro Senaldi

Napoli, indagato l'assessore Tommasielli: «Ha fatto cancellare multe a parenti a amici»

Il Mattino
di Leandro Del Gaudio

Pina Tommasielli accusata di aver fatto annullare verbali per la ztl. A Tommaso Sodano contestato un incarico affidato a una docente di Bergamo


Multe annullate per i parenti di un assessore del Comune di Napoli, ma anche una consulenza sospetta assegnata - sempre dai vertici di Palazzo San Giacomo - a una docente dell’università di Bergamo.


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Due accuse che coinvolgono altri due pezzi della giunta De Magistris, due nomi che hanno tenuto a battesimo la rivoluzione arancione, seguendone tutti gli sviluppi amministrativi: sotto inchiesta per la storia delle multe annullate finisce così l’assessore comunale allo Sport Pina Tommasielli, che deve rispondere di falso e di truffa; mentre per la storia della consulenza assegnata a una docente della università di Bergamo, finiscono sotto accusa il vicesindaco Tommaso Sodano, il dirigente comunale Giuseppe Pulli e la professoressa Maria Cristina Roscia, a sua volta beneficiaria della consulenza sospetta.

Abuso d’ufficio e truffa sono le ipotesi di accusa che spingono ad indagare sul rapporto tra Sodano e la Roscia, in relazione a un incarico professionale legato alla campagna bollino blu, per la quale si preferisce rivolgersi all’università di Bergamo, senza bandire una gara aperta a tutti. Difeso dal penalista Francesco Picca, Sodano ha chiesto da diverse settimane di essere ascoltato per motivare la propria versione dei fatti. Stessa possibilità per gli altri indagati, a partire da Pulli (difeso dal penalista Claudio Botti), dirigente comunale che potrà ricostruire le fasi legate alle determine dell’incarico assegnato alla prof.

Ma cosa spinge la Procura a convocare l’assessore allo Sport? Qual è l’accusa che le viene mossa? Inchiesta condotta dall’aggiunto Gianni Melillo, al lavoro i pm Ida Teresi, Maria Sepe, Danilo de Simone e Luigi Santulli. L’assessore è indagata perché avrebbe di fatto cancellato le multe alla sorella e al cognato. Parliamo delle multe della ztl, la zona a traffico limitato che può essere attraversata solo da chi ha determinati requisiti. La vicenda risale al periodo che va da gennaio a marzo di quest’anno. Secondo l’accusa, la Tommasielli avrebbe «alterato il registro di protocollo degli atti in entrata all’assessorato alla Mobilità facendo risultare depositate, in data anteriore alle contravvenzioni indicate, istanze di autorizzazione al transito nella Ztl da parte del cognato e della sorella sovrascrivendo e cancellando le preesistenti annotazioni del registro».

In parallelo «venivano formate - scrivono i pm - da pubblici ufficiali dell’assessorato alla Mobilità autorizzazioni al transito dei suddetti veicoli, nelle date indicate, atti ideologicamente falsi in quanto implicitamente attestanti l’avvenuta presentazione di istanze degli interessati ed in quanto apparentemente rilasciate in data anteriore ai citati transiti sanzionati». Stando alla ricostruzione dei pm, sarebbero state fatte carte false per dimostrare che i due familiari avevano i requisiti richiesti per la Ztl, in modo da cancellare le sanzioni.

In particolare, osservano i magistrati, la Tommasielli, «abusando dei poteri inerenti alla sua qualità di assessore alle Politiche sociali ed allo Sport del Comune di Napoli, istigava e determinava a commettere i predetti reati i pubblici ufficiali in servizio presso l’assessorato alla Mobilità». E ancora la Tommasielli «inducendo in errore il personale della polizia municipale - che provvedeva all’annullamento in autotutela delle predette contravvenzioni - in ordine alla legittimazione al transito da parte dei predetti veicoli». Agli atti del fascicolo spunta anche il danno che sarebbe stato arrecato in questa storia dal presunto maneggio: «Tutto ciò procurava ai soggetti indicati l’ingiusto profitto, consistente nel risparmio di spesa derivante dal predetto annullamento (94,52 euro per ogni infrazione) con pari danno economico per il Comune di Napoli, beneficiario dell’importo della sanzione».

 
sabato 20 luglio 2013 - 08:16   Ultimo aggiornamento: 11:48

La paternità del romanzo sotto pseudonimo di J.K. Rowling “suggerita” da un software

La Stampa

L’autrice inglese smascherata da due programmi per computer
federico guerrini


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Pare che J.K. Rowling, smascherata come autrice sotto pseudonimo del giallo The cuckoo’s calling, non l’abbia presa bene, una volta saputo (http://www.independent.co.uk/arts-entertainment/books/news/jk-rowling-angry-and-disappointed-after-law-firm-leaked-robert-galbraith-pseudonym 8718087.html) che l’indiscrezione da cui è partito lo scoop proveniva dall’interno del suo studio legale. Il vero responsabile del malfatto, colui che ha di fatto dato fiato e gambe a quella che all’inizio era solo una voce difficile da provare, non è però un essere umano, ma un programma per computer. Anzi, due programmi: Signature (http://www.philocomp.net/humanities/signature), opera di Peter Millican, docente di filosofia e computer all’Università di Oxford, e Java Graphical Authorship Attribution Program (o JGAAP) (http://evllabs.com/jgaap/w/index.php/Main_Page) ideato dal professore di scienza dei computer Patrick Juola, della Duquesne University di Pittsburgh.

Dopo che il giornalista freelance autore dello scoop, Cal Flyn, aveva fornito ai due studiosi il testo digitale di Cuckoo’s calling assieme a un altro libro della Rowling, Casual Vacancy e ad alcuni testi di altre note autrice britanniche, entrambi i software hanno elargito lo stesso verdetto: le somiglianze stilistiche erano molto maggiori fra i due testi dell’autrice di Harry Potter che fra uno qualsiasi degli altri gialli e il romanzo in questione. Joula ha raccontato la metodologia usata in un post (http://languagelog.ldc.upenn.edu/nll/?p=5315) sul blog Language Log. I romanzi scelti da Flyn sono stati sottoposti a quattro diversi test. Il primo, ha raffrontato la lunghezza media delle parole presenti all’interno dei singoli testi.

Un secondo la distribuzione delle cosiddette parole-funzione, preposizioni congiunzioni e articoli che un autore tende ad adoperare, inconsciamente, più o meno allo stesso modo. “La teoria di base è piuttosto semplice – spiega Joula – il linguaggio è frutto di una serie di scelte, e oratori o scrittori tendono a ricadere abitualmente o quasi più o meno nelle stesse”. Stilemi e ripetizioni caratteristiche di un certo autore sono rivelati anche dal test “dei quattro caratteri”, che prende in esame le stringhe di quattro caratteri adiacenti che ricorrono più di frequente nel testo, e da quelle delle due parole usate più comunemente l’una accanto all’altra.

Tutte queste analisi peraltro, non hanno portato a conclusioni inoppugnabili sulla paternità di The Cuckoo’s Calling. Hanno però mostrato come fra tutti quelli in esame, la Rowling fosse senz’altro il candidato più probabile, indizio più che sufficiente per confermare l’indiscrezione di partenza arrivata al Sunday Times e indurre il giornale a chiedere conferma direttamente alla celebre autrice. Che non ha potuto far altro che confessare; con un certo fastidio, perché, come da lei stessa confessato, avrebbe voluto che il gioco durasse più a lungo.

Muore per sottrarsi a controllo di polizia In rivolta la comunità senegalese

Corriere della sera

L'immigrato di circa 25 anni è annegato dopo aver tentato di guadare il fiume Roja a Ventimiglia

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Dopo il sit-in a Ventimiglia, si è spostata a Sanremo la rivolta della comunità senegalese che protesta per la morte di un connazionale, annegato mentre tentava di sottrarsi a un controllo di polizia. Una quarantina i senegalesi in corteo fino a piazza Eroi. Venerdì a Ventimiglia la protesta si era conclusa poco prima delle 21, dopo circa quattro ore di trattativa con gli agenti del locale commissariato. Secondo la prima ricostruzione dei fatti l'immigrato si sarebbe gettato in mare perchè inseguito dalla polizia.

 Sanremo, la protesta della comunità senegalese Sanremo, la protesta della comunità senegalese Sanremo, la protesta della comunità senegalese Sanremo, la protesta della comunità senegalese Sanremo, la protesta della comunità senegalese

IL PROCURATORE - «Non ci è stata ancora consegnata alcuna segnalazione, ma nel momento in cui riceveremo gli atti apriremo un fascicolo. Poi, si valuterà dallo sviluppo delle indagini» ha dichiarato il procuratore di Sanremo, Roberto Cavallone.

LA RICOSTRUZIONE - L'immigrato senegalese di circa 25 anni è annegato dopo aver tentato di guadare il fiume Roja, all'altezza della Foce, a Ventimiglia (Imperia). Il giovane, che vendendo oggetti al mercato, ha visto arrivare le forze dell'ordine per i controlli ed è fuggito. Si è lanciato in acqua con un altro immigrato per raggiungere la sponda opposta ma è stato trascinato dalla corrente. Tre poliziotti e alcuni pompieri si sono tuffati per tentare il salvataggio. Inutile anche l'intervento di Capitaneria di Porto e 118.

20 luglio 2013 | 17:02

Mollate la Valandro con venti negri» Bufera (al contrario) su un uomo di Sel

Corriere della sera

La Lega chiede le dimissioni, sinistra in imbarazzo. E lui non si scusa


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CAVARZERE (Venezia) - A Cavarzere la partita dei post ingiuriosi su Facebook con sottinteso razziale si gioca a parti invertite, con Sel (Sinistra e libertà) sul banco degli imputati e la Lega a chiedere le scuse e le dimissioni (il giorno dopo è arrivata l'espulsione da parte di Sel). In paese non si parla d’altro da quando Romano Angelo Garbin, settantenne consigliere comunale di Sel noto in zona come El Maestron, sul suo profilo ha scritto, in dialetto: «Ma varda che rassa de femena... la sarìa da molare in on recinto co’ na ventina de negri assatanà e nesuno che la juta e stare a vedare la sua reassion». Frase riferita alla consigliera circoscrizionale leghista di Padova Dolores Valandro, che proprio ieri l’altro è stata condannata in tribunale per quel suo «Ma nessuno che la stupri?» indirizzato al ministro Cecile Kyenge.

La frase incriminata è stata cancellata dal profilo Facebook di Garbin e l’altra sera in consiglio comunale la faccenda è stata chiusa con un ordine del giorno che condanna la violenza verbale sulle donne e il razzismo, votato dalla maggioranza di centrosinistra. Garbin, per la cronaca, si è astenuto, non ha preso la parola, non si è scusato. «Ma come, noi della Lega giustamente espelliamo la Valandro perché ha detto una cosa che mai avrebbe dovuto permettersi di dire e Sel, che si pone come partito paladino dei diritti civili, che fa?

Non chiede neanche a un suo consigliere di scusarsi». La contraddizione è a portata di mano e la giovane consigliera leghista Clara Padoan l’afferra al volo. All’ultima assemblea consiliare si era presentata con un cartellone: «La donna non è un oggetto, va rispettata». Lo stupro come punizione è la parte più cruda di quel post del «Maestron» e il gruppo locale di Sel lo ha riconosciuto e condannato. A suo modo. Il capogruppo Nadio Grillo in consiglio ha letto una dichiarazione che suona come una condanna generica: «Frasi forti, aggressioni verbali al limite della decenza, attacchi sconsiderati vanno sempre condannati da qualsiasi parte politica, la mia compresa.

Ho sempre denunciato la gratuità degli attacchi di qualche consigliere e ho difeso consigliere e assessori donne da attacchi che con la cosa pubblica e l’amministrazione avevano poco da spartire. E’ ora di voltare pagina: la violenza contro le donne si combatte con un linguaggio civile». Bello. Ma qualcuno ha chiesto a Garbin di scusarsi? «Questa è la mia dichiarazione », risponde Grillo. Non una virgola in più. A Venezia Sel è in grave imbarazzo.

Ma a Cavarzere El Maestron è un’autorità, uno storico attivista della sinistra che ha molto seguito ed è merito della sua figura carismatica se Nichi Vendola, alle primarie di novembre per la scelta del candidato premier del centrosinistra, a Cavarzere prese oltre il 50% delle preferenze stracciando Bersani e Renzi. La segreteria locale ha condannato il fatto rinnovando tuttavia la fiducia al consigliere. Che non chiede scusa e non commenta. Come il sindaco Henry Tommasi, giovane avvocato che sull’argomento l’altra sera in assemblea consiliare non ha detto una parola.

Ma non tutta l’area del centro sinistra la pensa allo stesso modo, anzi è stata la ex capogruppo del Pd Marzia Tasso a far venire fuori la faccenda abbandonando l’aula la scorsa seduta al momento del voto su una delibera riguardante le pari opportunità. Quando la nuova capogruppo Nicoletta Visentin aveva chiesto spiegazioni, la Tasso ha raccontato che votare su una materia del genere insieme a Garbin non le pareva opportuno, visto il commento postato su Facebook. Per la Lega, un piatto servito già condito. «La Valandro non la giustifichiamo e la condanniamo. Anche Calderoli ha fatto bene a scusarsi. Sono dichiarazioni sessiste e xenofobe che un rappresentante delle istituzioni non può permettersi di fare, altrimenti squalifica le istituzioni che rappresenta - argomenta la consigliera Padoan -. Per questo abbiamo chiesto che Garbin si dimettesse: ha squalificato il consiglio».

Monica Zicchiero
20 luglio 2013

Maradona, vacanza negata a Disney World. «È troppo amico di Fidel»

Il Mattino

Diego Maradona ha dovuto annullare una vacanza con famiglia a Disney World dopo che gli Stati Uniti gli ha negato il visto. La notiza è stata riportata sul quotidiano britannico "The Sun".

 
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Il motivo? Una fonte del "Sun" ha parlato di "decisione politica" aggiungendo: "Il suo rapporto con gli Stati Uniti non è mai stato buono. Le sue amicizie con Fidel Castro e Hugo Chavez e altri nemici degli Stati Uniti gli hanno fatto negare il permesso." E così, la leggenda del calcio ha dovuto rinunciare al viaggio nel parco a tema in Florida come regalo per il nipote Benjamin. Sulla vicenda è intervenuto il legale italiano di Maradona, Angelo Pisani, che stenta a credere alla notizia. "In virtù della bandiera della democrazia e della libertà che proprio gli Stati Uniti hanno sempre sventolato e rappresentano nel mondo - ha scritto in una nota l'avvocato - mai il presidente Obama farebbe tale autogol senza validi e ragionevoli motivazioni che non sono mai state notificare e spiegate fino ad oggi. Se fosse vero, sarebbe il fallimento di tutti gli schemi diplomatici e convenzioni internazionali a tutela della persona e dei diritti umani".

 
venerdì 19 luglio 2013 - 16:17   Ultimo aggiornamento: 21:16

Detroit , la prima metropoli che ha fatto crac

Corriere della sera

Viaggio nei quartieri disabitati. Interi isolati di case abbandonate e bruciate. Nel 1950 aveva 2 milioni di abitanti, ora sono 700mila

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DETROIT - Jefferson North, il bianchissimo stabilimento nella parte nord-orientale della città dove si producono le Jeep Grand Cherokee della Chrysler, lavora a pieno ritmo. Nasce da qui «imported from Detroit», l'orgogliosa campagna pubblicitaria lanciata anni fa dal gruppo italoamericano guidato da Sergio Marchionne. Ma quello stabilimento è l'unico attivo nell'area urbana della città. Gli altri impianti della rinascita dell'industria Usa dell'auto - Ford, Chrysler e General Motors - sono fuori dal perimetro di Detroit, non contribuiscono al suo esangue bilancio.

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UNA CITTA' SVUOTATA - Anche questo spiega il perché della bancarotta - la prima di una grande metropoli nella storia americana - lungamente annunciata in una città segnata da trasformazioni del suo tessuto produttivo e sociale che l'hanno letteralmente svuotata: dai quasi due milioni di abitanti del 1950 ai 700 mila attuali. La superficie di Detroit è sempre la stessa, sterminata: 140 miglia quadrate sulle quali si alternano quartieri ancora abitati ma poverissimi, zone totalmente abbandonate con l'erba che cresce ovunque sui marciapiede e tra le auto parcheggiate da anni. Ma anche borghi che rinascono per iniziativa di comunità di professionisti e società non profit che risanano edifici, attirano boutique e negozi di specialità alimentari, cercano di riportare in città il ceto medio e le famiglie dei manager emigrate nei sobborghi e nelle verdissime comunità che sorgono sulle rive dei laghi a nord di Detroit.

Detroit dichiara la bancarotta, debiti per 18 miliardi di dollari (19/07/2013)
Andare da Jefferson North fino al vecchio centro degli uffici municipali significa attraversare l'inferno di interi isolati di case unifamiliari abbandonate e bruciate ma anche quartieri della speranza come quello di Woodward Avenue, rinato attorno a due società non automobilistiche di successo, Compuware e Quicken Loans: zone spettrali e parchi con spiagge finte e orchestrine jazz che suonano sotto gli spruzzi degli umidificatori, nella calura estiva. Ma l'immagine che ti resta attaccata addosso è quella degli incendi dolosi. Che hanno anch'essi qualcosa a che fare con la decisione di imporre una svolta drammatica all'amministrazione della città: vedere una casa che brucia nella notte è uno dei passatempi preferiti dalle bande giovanili di Detroit. Che non lo percepiscono più nemmeno come un reato. In questa città con più di 80 mila case abbandonate gli incendi sono oltre cinquemila l'anno, 14 al giorno. Polizia e pompieri, a ranghi ridotti per i tagli di bilancio, riescono a fare qualche indagine solo in un caso su cinque.

IL PREZZO DELLA RINASCITA - Uno stato d'abbandono cavalcato dal governatore del Michigan, Rick Snyder nel momento in cui annuncia lo stato d'emergenza: «La città era paralizzata da troppo tempo, senza più risorse, coi servizi ridotti all'osso. Nel resto d'America, in media, quando chiami la polizia, arriva dopo 11 minuti. A Detroit ce ne vogliono 58. Adesso potremo mettere un punto fermo. Ci saranno sacrifici, certo, ma è anche l'occasione per un nuovo inizio, per restituire i servizi pubblici a una città che vuole rinascere». Sì ma a qualche prezzo? Cosa succederà adesso? Nessuno lo sa con precisione. Perché è già scontro tra le parti, con conseguenze imprevedibili: gli avvocati del sindacato hanno ottenuto un'ingiunzione a sospendere la procedura di bancarotta, considerata incostituzionale, da un giudice dello Stato il cui pronunciamento è stato, però, subito impugnato dal procuratore generale del Michigan. Insomma, un caso senza precedenti per la sua natura ma anche per le dimensioni (un buco di 18 miliardi di dollari nei conti della città): è evidente, in ogni caso, che ci saranno sacrifici pesanti per i pensionati del pubblico impiego attuali e, soprattutto, futuri.

Basta vedere quello che è accaduto nei casi precedenti a cominciare dal primo, quello di Vallejo, la città californiana di 115 mila abitanti che Osby Davis, un sindaco democratico e nero, ha tirato fuori dalla bancarotta con una cura durissima a base di contratti del pubblico impiego cancellati dal giudice fallimentare e ricostruiti su nuove basi, tagli delle pensioni e della spesa sanitaria, cancellazione degli scatti d'anzianità e degli straordinari per i dipendenti pubblici. Ma Detroit è un'altra cosa per le sue dimensioni (fino a non molti anni fa era la quarta città d'America) e la sua storia di culla del movimento operaio e delle organizzazioni sindacali. Una situazione estremamente intricata che rischia di diventare esplosiva se crescerà la protesta mentre gli avvocati delle union cercheranno di dimostrare in tribunale che non ci sono gli estremi per dichiarare bancarotta (il cosiddetto Chapter 9) perché Detroit non è (ancora) insolvente.

GLI INVESTIMENTI (CHE NON CI SONO) - Sullo sfondo il timore di uno scontro politico a sfondo razziale, col governatore, repubblicano e bianco, sospettato di voler mettere alle corde la metropoli democratica e all'80 per cento nera. Snyder ha cercato di evitare questo rischio muovendosi in modo molto graduale: non ha mai criticato apertamente il sindaco (nero) di Detroit, l'ex campione di basket Dave Bing e quando, quattro mesi fa, ha deciso di commissariare la città, ha cercato di farlo col consenso del primo cittadino e ha scelto per l'operazione un professionista: Kevyn Orr, anch'egli di colore. Il quale ieri ha spiegato la sua verità amara ai cittadini e alla stampa con alle spalle un sindaco taciturno e dolente che però, alla fine, non si è tirato indietro: «Ho fatto di tutto per evitare che si arrivasse a questo, ma ormai ci siamo, dobbiamo affrontare l'amara realtà per cercare di risorgere».

La sua idea era quella di fare di Detroit una città «a macchia di leopardo», coi quartieri oggi abbandonati rasi al suolo e trasformati in parchi o utilizzati per nuove attività produttive. In questo modo il comune non dovrebbe distribuire i servizi - acqua, luce, polizia pompieri - in un'area troppo vasta. Ma servirebbero enormi investimenti che nessuno è in grado di sostenere. In passato i grandi progetti infrastrutturali di Detroit sono stati finanziati anche dai fondi pensione del pubblico impiego. Poi crisi e degrado hanno azzerato il valore di quegli investimenti. Anche per questo - e non solo per l'elevato numero di dipendenti pubblici e i trattamenti generosi di cui godono pompieri e poliziotti - oggi quei fondi fanno acqua da tutte le parti. E la città che fin qui li ha integrati con immissioni di denaro pubblico sempre più massicce, ora smetterà di farlo. Con conseguenze che per molti saranno drammatiche.

20 luglio 2013 | 10:17






Detroit teme per i suoi capolavori d'arte. Ipotesi di vendita per ripianare i debiti

Corriere della sera

Kavyn Orr aveva chiesto di valutare le 60.000 opere del Dia, tra cui Tintoretto "I sogni degli uomini"e Matisse "La finestra"

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La crisi di Detroit si allunga sul patrimonio artistico dell'Institute of Art. Per ripianare il gigantesco buco nelle casse della città Kavyn Orr, il city emergency manager, l'uomo a cui a marzo era stato affidato il compito impossibile di salvare le casse comunali, ha pensato di vendere le opere d'arte il cui valore è stimato in 2.5 miliardi di dollari. Una mossa disperata, che ha messo in allarme la comunitàm artistica locale e molti uomini politici.

TINTORETTO E MATISSE - Diciannove miliardi di debiti sono una cifra enorme. Nei mesi scorsi, sfruttando i poteri straordinari che gli sono stati conferiti, Orr ha cercato in tutti modi di tagliare spese e fare cassa, rinegoziando contratti e liquidando tutti i beni più preziosi. Il timore per le sorti della città lo ha indotto a chidere l'inventario delle opere d'arte della collezione del Detroit Institute of Art, tra le quali un capolavoro di Tintoretto, «I sogni degli uomini», valutato 100 milioni di dollari, che nel 2007 il museo ha di nuovo esposto al pubblico dopo 36 anni. Tra gli altri capolavori del Dia, che ha in tutto 60mila opere, «La Finestra» di Matisse, valutata 150 milioni di dollari.

Detroit, ipotesi vendita per i capolavori (19/07/2013)
CONTROMOSSA - Lo scorso giugno il procuratore generale del Michigan, Bill Schuette, aveva espresso la sua opinione contraria, sostenendo che i capolavori della cittá non possono essere venduti per ripianare i debiti. Anche il Senato dello stato del Michigan ha di recente approvato una proposta di legge che vieta vendite di quadri a privati, ma la misura non è stata approvata in via definitiva. Intanto il museo è corso ai ripari e si è affidato a un team di avvocati per proteggere i propri capolavori. «Ovviamente sono preoccupato - ha detto Ford Bell, presidente dell'American Alliance of Museums - noi pensavamo di non correre più rischi per la collezione dell'Istituto, ma non sono un avvocato e non so cosa potrebbe succedere. Questa è una cosa che non è mai successa prima».

19 luglio 2013 | 18:46

Muore il padrone, il cane gli spira al fianco Trovato in casa a sei giorni dalla morte

Il Mattino

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CREMONA - I vicini non lo vedevano da sei giorni e ieri mattina il sopralluogo dei carabinieri ha confermato i sospetti: il corpo di Francesco Bozzetti, architetto di 66 anni, è stato rinvenuto privo di vita all' interno della sua abitazione ad Annicco (Cremona). L'avanzato stato di decomposizione del cadavere non ha permesso di stabilire con certezza la causa del decesso che sarà stabilita dall'autopsia, già disposta dalla procura della Repubblica di Cremona.

Accanto all'uomo c'era il suo cane, morto e disteso al fianco del padrone. Il dramma si è consumato nell'elegante villa-studio del professionista, celibe e originario di Soresina (Cremona). Porte e finestre erano chiuse dall'interno. Non sono stati rilevati segni di effrazione. L'ultimo a vedere l'uomo vivo è stato il suo collaboratore, un tunisino, che l'ha salutato venerdì prima di partire per le vacanze insieme con la famiglia. Viste le condizioni del corpo, si ipotizza che la morte dell'architetto possa risalire proprio a quel giorno, anche perchè poi nessuno ha più notato segni di vita all'interno dell'abitazione.

 
venerdì 19 luglio 2013 - 11:23   Ultimo aggiornamento: 11:38

Cade l’ultimo tabù Anche il Vietnam cede a McDonald’s

La Stampa

Il primo ristorante apre a Ho Chi Minh City. Sarà gestito dal genero del premier Dung

paolo mastrolilli
inviato a new york


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La guerra del Vietnam è finita, e trentotto anni dopo la caduta di Saigon, possiamo ufficialmente proclamare che gli Usa hanno vinto. La McDonald’s ha infatti annunciato qualche giorn fa che all’inizio del 2014 aprirà il primo ristorante a Ho Chi Minh City. 

Se il valore simbolico di questa notizia non bastasse a sancire il trionfo del soft power americano, aggiungiamo che la gestione in «franchise» della catena è stata affidata a Henry Nguyen, genero del primo ministro comunista, Nguyen Tan Dung. Henry è cresciuto negli Usa, dove da adolescente ottenne come primo lavoro il delicato incarico di girare gli hamburger in un fast food: «Sognavo di aprire un ristorante McDonald’s nel mio paese d’origine - ha confessato il genero del premier - da quando sono tornato in Vietnam, oltre un decennio fa. Sono rimasto in contatto con la catena nel corso degli anni, per condividere le opportunità che esistono nella nostra terra».

A sentire queste parole gli amanti del pho, la tradizionale minestra di noodle che i vietnamiti mangiano anche a colazione, rabbrividiranno come quando il fast food dei due archi alzò le saracinesche in piazza di Spagna. Sono in grave ritardo a lamentarsi, però, perché McDonald’s con questa mossa cerca solo di recuperare il terreno perduto a favore della concorrenza. Basti pensare che Kentucky Fried Chicken era sbarcato in Vietnam nel 1997, e ora ha cento ristoranti, mentre anche Burger King, Starbucks, Subway e Pizza Hut hanno aperto da tempo.

Per non parlare delle fabbriche costruite dalle grandi aziende americane, in settori come quello automobilistico o informatico. La principale ragione della corsa è ovviamente economica. Il Vietnam è un mercato di 92 milioni di persone, che nell’ultimo decennio è cresciuto al ritmo del 7% annuo, nonostante la recente frenata al 5% dovuta alla crisi globale. Ha un Pil di 325 miliardi e un reddito pro capite di 3.600 dollari, che continua ad aumentare, creando una classe media sempre più capace di spendere.

Gli investimenti americani sono cominciati negli Anni Novanta e ora sono arrivati a 4,7 miliardi. Li hanno aiutati il Bilateral Trade Agreement del 2001 e la Investment Law del 2005, ma soprattutto l’ingresso del Vietnam nella Wto avvenuto nel 2007. A questo passo l’anno scorso è seguita la nuova legge sugli investimenti stranieri, che ha facilitato l’ingresso di catene come McDonald’s, dipendenti da un sistema globale di fornitura dei prodotti. Giovedì prossimo poi, Obama ospiterà alla Casa Bianca il collega Truong Tan Sang per rafforzare le relazioni. 

Detto questo, la vera svolta è culturale. All’epoca della guerra il Sud era diventato una specie di colonia americana, ma dopo la caduta di Saigon nel 1975 Hanoi aveva cancellato tutto. Ora le nuove generazioni vogliono riaprirsi al mondo, e questa fame di conoscenza include anche gli hamburger di McDonald’s.

Bob Seldon Lady in volo verso gli Usa

Corriere della sera

L'ex agente Cia coinvolto nel sequestro di Abu Omar sarebbe stato rimesso in liberta dalle autorità di Panama

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WASHINGTON - Bob Seldon Lady è su un aereo speciale in volo verso gli Stati Uniti. Lo hanno rivelato indiscrezioni sul "Washington Post" poi confermate da fonti del Dipartimento di Stato. L’ex agente Cia, coinvolto nel sequestro dell’imam Abu Omar, è tornato in libertà dopo essere stato fermato a Panama in seguito ad un mandato d’arresto italiano. "Secondo le nostre informazioni è in volo, destinazione gli Usa", hanno dichiarato funzionari dell’amministrazione Obama.

LE TRATTATIVE - La liberazione di Lady sarebbe arrivata dopo trattative condotte dietro le quinte tra Panama, Washington e alcune persone di fiducia dell’agente residenti negli Usa. E del resto le autorità del piccolo stato, molto legato agli Stati Uniti, avevano creato nelle ultime ore una sorta di muro attorno ad un caso spinoso. Il direttore del servizio immigrazione, Javier Carillo, contattato dai media, ha affermato che il nome di Lady «non gli diceva nulla» e che nessuna persona con quel nome era trattenuta dai suoi uomini. Sulla stessa linea diversi responsabili della sicurezza. Al contrario il quotidiano «La Prensa» aveva sostenuto che l’ex funzionario era stato bloccato, mercoledì, insieme ad una donna colombiana mentre cercava di entrare dal Panama in Costa Rica. I doganieri di quest’ultimo paese - secondo la versione - lo avevano rispedito indietro perché non aveva pagato una tassa turistica. E a quel punto era stato preso in consegna dai panamensi che avrebbero scoperto l’avviso di arresto dell’Interpol.

I SOGGIORNI A PANAMA - Una ricostruzione che lascia perplessi. Sembra anche che Lady viaggiasse con propri documenti e si fosse presentato quale «turista». In realtà è noto che l’uomo della Cia trascorreva lunghi periodi a Panama, usata come punto d’appoggio per la sua attività nel campo della sicurezza privata. Non sarebbe certo una sorpresa se Washington avesse usato le sue proprie leve per ottenere la liberazione di Lady cercandone il rimpatrio per sottrarlo alla Giustizia italiana e a domande scomode.


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19 luglio 2013 | 19:03