domenica 21 luglio 2013

All’asta la Schindler’s list: in vendita su eBay una copia con gli 801 nomi di ebrei salvati dai lager

Il Mattino
di Fabio Isman


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Sono i nomi di 801 uomini: dattiloscritti su una vecchia macchina per scrivere, numerati e incolonnati su fogli in carta velina. Non nomi qualsiasi: nomi di ebrei salvati dai lager del Terzo Reich, i campi di sterminio; sopravvissuti alla Shoah. E non è una lista qualunque: è uno dei quattro esemplari conosciuti di quella di Oskar Schindler (1908 - 1974), l’imprenditore tedesco famoso per averne salvati non si sa se 1.100 o 1.200, e che ha ispirato Steven Spielberg per il film omonimo, premio Oscar 1993. È anche l’unica delle liste, giurano, che appartenga a un privato: è stata posta in vendita giovedì su eBay, con un’asta che parte da tre milioni di dollari e finora non ha però raccolto alcuna offerta. La prima copia fu trovata nel 1999, in una valigia abbandonata dall’imprenditore a Stoccarda, a casa di amici; nel 2009, un’altra è stata rinvenuta in una biblioteca di Sidney, tra i manoscritti di Thomas Keneally, l’autore del romanzo da cui è derivato il film. Due esemplari sono allo Yad Vashem, il memorial dell’Olocausto a Gerusalemme, e uno a quello di Washington, aperto dal 1993 sulla 15esima Strada. Quello in vendita è analogo ad uno dei due israeliani.

IL VERNICIATORE La lista di tredici pagine e poche righe è datata 18 aprile 1945, e, dice chi l’ha messa in vendita, apparterrebbe «a un nipote di Itzhak Stern»: il polacco che lavorò con Schindler come capocontabile, morto a Tel Aviv nel 1969. Quel giorno, l’uomo che aveva salvato tanti ebrei condannati al lager «ebbe un collasso, e pianse come un bambino». Nel film, lo impersona Ben Kingsley. L’elenco all’asta si apre con il nome di Krisher Kirsch, «verniciatore», nato nel 1897; e si chiude con Jarus Kief, di 26 anni. Stern ha il numero 659, ed è «contabile» come Marcel Goldberg, che lo precede di otto posti: sono gli unici con questa qualifica. Ma, per esempio, Alexander Schubert è definito dentista; un paio cuochi; uno medico; uno calzolaio; uno barbiere e così via. Perché Schindler, un «nazista pentito», fa assegnare alla sua fabbrica di armamenti di Brunnlitz (oggi Brmenec nella Repubblica Ceca) queste persone, come indispensabili alla produzione: così li preserva dal peggio, cioé Auschwitz, e dalla morte pressoché sicura nelle sue camere a gas.

LA SCADENZA Secondo Eric Gazin, direttore californiano della ditta che ha posto in vendita il documento, la sua autenticità è «corazzata». Di queste liste sarebbero stati scritti sette esemplari in tutto; e si riconoscono le tracce della carta carbone sulla velina di eBay. Un altro intermediario, Gary Zimet pure californiano, assicura che soltanto quattro tra loro sarebbero ancora esistenti. Non si sa perché il nipote di Stern, non nominato, abbia deciso di vendere l’elenco. L’asta scadrà il 28 luglio; per poter partecipare, bisogna mettersi in contatto con chi l’ha organizzata, ed ottenerne il gradimento; ma fino alle 18 di ieri, nessuna offerta. Gazin, che presiede la Auction Cause, ha già venduto documenti storici; e sempre attraverso eBay, in questo momento offre anche una foto firmata a bulino di Samuel Morse (1791-1872) l’inventore del telegrafo elettrico e dell’alfabeto che ne reca il nome, a 54 milioni di dollari (più altro mezzo per la spedizione); e per 35 milioni, tre pagine manoscritte di un notes di Rosa Parks, colei che nel 1955 rifiutò di cedere il suo posto in autobus a un bianco a Montgomery: anche queste due aste, finora, non hanno avuto offerte. Gazin, però, vende in questo modo dal 1998.

LA SOPRAVVISSUTA Secondo la CNN, che ha rivelato il caso, Halina Silber, una delle «scampate di Schindler» oggi a Baltimora (aveva 13 anni, ma per poter lavorare ne denunciava 16), è sorpresa per l’elevato valore del documento. In uno dei due elenchi conservati allo Yad Vashem, di soli 297 nomi, lei aveva il numero 16; ma manca nell’altro di Gerusalemme, e in questo, che ne è la copia. Di sabato, impossibile interpellare l’istituto, dove lavorano i massimi esperti della Shoah. Sulle foto della lista in vendita, nella terzultima pagina, le prime nove righe appaiono tuttavia scritte in modo diverso dalle altre. Peraltro, intervistata nel 1997, la vedova di Schindler, Emile, dichiarò che non era mai esistito alcun elenco del suo ex marito, chiamato «il mascalzone» dagli abitanti di Svitavy, dove era nato ed aveva del resto avuto un’infanzia assai turbolenta. A parte “Schindler’s List”, forse il più celebre film sui lager è “La vita è bella” di Roberto Benigni, del 1997, pure insignito dell’Oscar; ed è giusto ricordarsene adesso, che Vincenzo Cerami, autore della sceneggiatura, se n’è appena andato. Per giunta, nell’anno che segnerà, il 16 ottobre, il settantesimo anniversario dalla terribile deportazione di più di mille ebrei dal Ghetto e dalla città di Roma.

domenica 21 luglio 2013 - 15:21

Azzam, lo yacht più grande del mondo: un arabo batte Abramovich. Il costo? Faraonico

Il Messaggero


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ROMA - Lungo come due campi di calcio, dotato di un sistema di difesa antimissile e due eliporti, per un costo totale che si aggira attorno i 600 milioni di dollari. Si chiama Azzam ed è lo yacht più grande e veloce al mondo. Di proprietà di un misterioso petroliere degli Emirati arabi uniti, come riporta Al Arabiya, la super imbarcazione ha battuto persino il record di Eclipse, lo yacht del miliardario russo Roman Abramovich. È in grado di viaggiare ad una velocità di 35 miglia all'ora ed è dotato di vetri anti proiettile, un piccolo sottomarino, un cinema, un ristorante e una discoteca.


Domenica 21 Luglio 2013 - 15:49

L'interruttore antifurto per salvare lo smartphone

Corriere della sera

Diecimila colpi al mese, la battaglia del sindaco di Londra


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LONDRA - Nel grande store della Apple in Regent Street erano sbalorditi a vedere quel ragazzo che, un giorno sì e uno no, si presentava al bancone per farsi sostituire il «suo» iPhone ammaccato. Comunque, ritiravano e cambiavano. Va bene una volta, va bene due. Ma non 170 volte in un anno, come alla fine hanno contato. Un record sospetto. Già, perché il ragazzo dei 170 iPhone non era l'unico cliente a frequentare, tanto assiduamente l'affollatissimo negozio dello shopping tecnologico e sempre con lo stesso scopo: dare indietro un telefonino con qualche difetto e portarne a casa uno nuovo. Ci sono volute alcune settimane per capire che cosa è accaduto. E non solo con la Apple ma anche con la Samsung.

In buona sostanza: Londra è la patria dei ladri di telefonini, di smartphone e di tablet. Una specializzazione unica. Nella capitale inglese i reati sono considerevolmente diminuiti nell'ultimo anno. E, proprio in questi giorni, le statistiche rivelano che il fatturato del crimine è calato. Con una eccezione: il furto e lo scippo dei cellulari. Centoventimila colpi all'anno, diecimila colpi al mese (stime della polizia).

Il sindaco Boris Johnson è stufo di questa razzia sistematica. E Scotland Yard è impotente. Brutta immagine per Londra. Allora, rivela il Financial Times, il primo cittadino ha pensato a una contromisura: perché non andare alla Apple, alla Samsung, alla Microsoft e chiedere a loro di studiare un meccanismo per la disabilitazione degli smartphone di illecita o di dubbia provenienza?

1«Kill switch», il killer silenzioso dello scippo. Una opzione, attivabile da lontano, che uccide il cellulare, lo rende inservibile e allo stesso tempo riconoscibile come prodotto sottratto al suo legittimo proprietario (una evoluzione della applicazione già presente «Trova il mio iPhone»). Così da impedire ai furfanti, tipo il ragazzo delle 170 visite allo store della Apple in Regent Street, di farla franca e addirittura di ritrovarsi, grazie allo scambio usato-nuovo, con un telefonino bello impacchettato e persino confezionato da regalo. Una vera e propria beffa.

Boris Johnson ha scritto ai numeri uno britannici di Apple, Nokia, Samsung, Motorola, HTC, Blackberry, Sony e Microsoft. Ha lamentato una politica commerciale troppo permissiva nella sostituzione degli apparecchi (magari con finti o piccoli danni volutamente provocati) e ha suggerito il «kill switch».

Non è il solo in questa battaglia contro gli acchiappa smartphone. A New York e San Francisco, annota il Financial Times in prima pagina, la stessa piaga. Addirittura, dice la polizia americana con precisione, sono 113 i cellulari sottratti illegalmente (o anche perduti) ogni minuto. Cifra spaventosa: 162 mila al giorno. Un business niente male per le bande specializzate.

Saputo che l'«Apple picking» o il «Samsung picking» sono un reato globale, Boris Johnson ha spedito in avanscoperta, negli Stati Uniti, alcuni sui collaboratori dell'amministrazione. Obiettivo: convincere i suoi colleghi di New York e San Francisco a organizzare una santa alleanza per pressare e convincere le case produttrici a brevettare assieme il «kill switch». L'unione fa la forza. Operazione, pare, alla fine riuscita. Londra, New York e San Francisco intendono mettere al tappeto i borseggiatori e i ladri di smartphone. E, siccome le tecnologie lo consentono, chiedono ai colossi delle telefonia e delle comunicazioni di intervenire. Guerra intelligente ai ladri. Il problema non è il come. Il problema è il quando. Le idee e i mezzi per realizzare il «kill switch» ci sono. Ma chissà se le multinazionali agiranno in fretta e di comune accordo: nascerà il «cartello» antiscippatori?

21 luglio 2013 | 10:42

Sicurezza last minute contro i ladri: come controllare casa con lo smartphone

Corriere della sera

I modelli di videocamere di sorveglianza in commercio che si controllano in remoto


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MILANO - Ogni due minuti in Italia avviene un furto in abitazione. Tendenza in crescita costante negli ultimi anni. Porre rimedio a questo poco invidiabile primato non è semplice, soprattutto perché spesso si corre ai ripari dopo aver subito il danno. Troppo tardi. Porte e finestre blindate, sistemi antifurto e anti-intrusione sono una buona precauzione, ma se state per partire per le vacanze senza averci pensato per tempo le soluzioni a disposizione si riducono drasticamente. Qualcosa comunque si può fare, bastano pochi minuti. Installare una o più videocamere di videosorveglianza è infatti un’operazione relativamente semplice e veloce. Esistono diversi modelli in commercio, per ogni esigenza e per tutte le tasche, ma i prodotti più efficienti sono quelli che si controllano da remoto con lo smartphone. Abbiamo passato in rassegna alcune soluzioni, ecco pro e contro.

Sicurezza base -La soluzione proposta dalla telecamera di iSnatch è perfetta per muovere i primi passi in questo mondo. L’installazione è piuttosto semplice ma prevede numerosi passaggi non proprio lineari. Una volta smarcato questo compito che richiede una decina di minuti si è pronti a usufruire dei servizi di sorveglianza utilizzando un dispositivo valido sia per interni che per esterni. Il collegamento alla rete avviene solo via cavo, dunque non è wifi, ma l’ottica assicura un angolo di visuale piuttosto elevato (105 gradi) e i 10 led IR consentono di scrutare anche nel buio pesto. Il prodotto distribuito da Gbc, consente di impostare facilmente registrazioni periodiche a determinati orario (ottimo per tenere sotto controllo collaboratori domestici o altri inquilini), e invia automaticamente via email le immagini delle eventuali intrusioni, mentre in casa scatta anche un all’allarme sonoro. La telecamera è monitorabile via smartphone (iOS e Android), ma non dispone di un sistema di notifica push. Tutte le funzionalità evolute, compresa la registrazione video sono possibili solo se il computer rimane sempre acceso, un requisito non proprio ideale. Costa 109,99 euro.

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Protezione evoluta - Atlantis +Cam offre una soluzione piuttosto completa affiancando all’acquisto della videocamera anche un servizio cloud. L’occhio elettronico si installa senza bisogno di pc, basta scaricare l’applicazione iSecurity+ sul proprio dispositivo Android o iOS. Pochi click e si accede in remoto alla visione prodotta dalla telecamera con streaming audio e video. Attivando il servizio a pagamento Seedonk (gratuito per i primi 30 giorni, poi 5,99 dollari al mese), il prodotto di Atlantis diventa particolarmente efficace perché in caso di intrusione avvisa immediatamente l’utente con un messaggio di allerta sul cellulare e via email (se collegato a internet), inviando la sequenza fotografica dell’evento. In modo gratuito invece è possibile condividere la propria cam con altri utenti, permettendo agli amici di monitorare gli ambienti per vostro conto. Costa 89,90 euro e senza il balzello del servizio extra a pagamento sarebbe davvero un best-buy.

Soluzione multi-camera - Prese singolarmente sono già dei prodotti validi, ma la forza dei dispositivi D-link è la facile integrazione tra loro. Piazzare una telecamera da esterni e una da interni, monitorando in tempo reale entrambi gli ambienti è un’operazione che richiede un po’ di pazienza ma con grattacapi alquanto limitati. Messi sotto torchio, i modelli DSC-5020L e DSC-7010 hanno dimostrato che controllare a distanza la propria casa è un’operazione alla portata di tutti o quasi. Grazie alla funzione pan/tilt, ovvero la possibilità di ruotare a destra/sinistra e su/giù la 5020L è il prodotto ideale per ambienti di medie dimensioni, mentre la 7010L è corazzata per resistere alle intemperie esterne facendo affidamento su un potente zoom 10x e un sistema di registrazione con schede MicroSD integrato. Entrambi i modelli, funzionanti anche al buio, si possono gestire e visualizzare da remoto con iOS e Android. Inoltre è possibile ricevere, gratuitamente via email, gli alert in caso di intrusione (con allegati foto e audio). Le app non supportano le pratiche ed efficaci notifiche push, ma questa funzionalità verrà inserita presto nella prossima versione in arrivo a breve. Prezzi 329 euro per la 7010L e 180 euro per la 5020L, spesa un po’ più elevata rispetto alla media ma compensata dalla qualità dei prodotti.

20 luglio 2013 | 17:43

Pisapia non dà spazi a D&G ma apre a rom e no global

Giannino Della Frattina - Dom, 21/07/2013 - 07:30

Il doppiopesismo della giunta milanese: accusa i due stilisti poi regala aree in città a nomadi e centri sociali che li occupano illegalmente. Allarme bomba in un negozio 


Milano - Ieri secondo giorno di serrata per i nove negozi di Dolce&Gabbana a Milano, da via della Spiga a corso Venezia, più il ristorante Gold di via Poerio. Blitz degli animalisti e giallo per un allarme bomba. Gli stilisti dicono che i 250 lavoratori saranno ugualmente pagati, ma anche oggi serrande abbassate per protesta contro l'assessore della giunta rosso-arancione di Giuliano Pisapia che li ha ghigliottinati senza processo, accusandoli di evasione fiscale e affermando che a gente così non andrebbero concessi gli spazi pubblici. Da domani il ritorno a una normalità che dopo una frattura così grave riguarderà solo i manichini in vetrina e i giapponesi che potranno ricominciare a riempire le buste di moda italiana. Perché il rapporto con chi guida la città sarà ben difficile da ricostruire e restituire l'Ambrogino (l'onorificenza di Milano) è più che un'ipotesi.

Nel Giornale di ieri Vittorio Feltri diceva di una capitale morale diventata moralista. E da vocabolario «fare il moralista, attenersi, spec. con ipocrita e acceso formalismo, alle regole della morale». Ma qui c'è anche di più. C'è l'ignoranza della più elementare nozione giuridica e peggio (perché non di scarsa conoscenza s'è trattato) il dispregio dello stato di diritto che pretende l'innocenza fino a giudizio avvenuto. Per chiunque, compresi Domenico Dolce e Stefano Gabbana che potranno anche non comparire nel pantheon di una giunta sinistra già presidiato da centri sociali e rom, ma non per questo possono essere trattati così. E non da un assessore qualunque, il cui editto bulgaro il sindaco vorrebbe liquidare come semplice «battuta improvvida», perché Franco D'Alfonso è il vero ideologo di Pisapia, quello che ne ha ispirato il programma elettorale e tessuto la rete di relazioni.

Imponendo a Milano un cambio di rotta dopo decenni di centrodestra. E così, a chi oggi pretende giustizia addirittura prima della sentenza, vanno ricordati i tanti spazi pubblici e privati occupati a Milano da no-global e anarchici. E magari le troppe titubanze di fronte all'occupazione della Torre Galfa trasformata nel collettivo Macao dove Pisapia andò addirittura a parlare saldando così il suo debito elettorale con gli «antagonisti». Dov'erano i codici quella volta? Così come se li sono dimenticati al momento di stabilire gli indennizzi per abbattere le villette abusive nel campo rom di via Monte Bisbino. E per una strada indispensabile all'Expo, Comune o Regione (stanno litigando, ma son comunque soldi nostri) sborseranno un milione e 400mila euro a chi quelle case non avrebbe mai dovuto nemmeno costruirle. E qui dov'è la legalità? Il rigore?

Certo, per la sinistra è molto semplice la sparata contro due imprenditori il cui successo attira inevitabili invidie che affrontare con serietà emergenze come i centri sociali o gli insediamenti dei nomadi. Due vivai di tutto quel che sappiamo. Ricordando che D'Alfonso era l'assessore che voleva proibire la vendita dei coni gelato dopo la mezzanotte. Un altro scivolone a cui Pisapia fu costretto a mettere una toppa. Ma le toppe non servono, perché questi non sono come ingiustamente si dice scivoloni, ma il vero Dna di chi oggi amministra Milano.

E, infatti, D'Alfonso dice che tutto è diventato «un'operazione di marketing per conquistare le prime pagine dei giornali, per la quale D&G sono autentici e giustamente celebrati maestri». Non di marketing, assessore D'Alfonso si tratta, ma del diritto a essere giudicati prima da un giudice che da un assessore. E, anche in quel caso, a poter separare la propria vicenda personale da quella di un'azienda che porta con orgoglio il nome dell'Italia nel mondo. E dà lavoro a migliaia di persone.
Ieri la notizia che Fulvio Martusciello ed Enrico Panini, assessori al Commercio della Regione Campania e del Comunale di Napoli sono «pronti a discutere con Dolce e Gabbana per il trasferimento a Napoli». Vesuvio contro Pisapigrad.

I delfini sono «persone non-umane» banditi gli spettacoli acquatici

Corriere della sera

Il Ministero dell’Ambiente dichiara «moralmente inaccettabile» la detenzione dei cetacei a scopi d’intrattenimento

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MILANO – Stop ai delfini usati per spettacoli e intrattenimento, confinati in luoghi e vite incompatibili con la loro intelligenza e sensibilità. Il Ministro dell’Ambiente e delle Foreste indiano, nel comunicare la decisione del governo, va oltre, affermando che i delfini «dovrebbero esser visti come ‘persone non-umane’ e di conseguenza avere i loro diritti specifici».

UN DIVIETO NETTO - Il divieto riguarda «ogni persona, organizzazione, agenzia governativa, impresa privata o pubblica che abbia a che fare con l’importazione o cattura di una specie di cetacei allo scopo d’intrattenimento commerciale, esibizione pubblica o privata o interazione qualsiasi». Il comunicato ministeriale, rilasciato alla fine della settimana scorsa, non lascia margini di dubbio e d’azione sulla fine della possibilità d’imprigionare delfini e altri cetacei per far divertire gli esseri umani. L’India diventa così il Paese più grande al mondo ad aver messo fuori legge tale tipo d’intrattenimento, insieme a Cile, Costa Rica e Ungheria. E si schiera con i difensori dei diritti degli animali che considerano i delfinari – anche quelli che fanno del loro meglio per garantire condizioni di cattività ottimali – un abuso. «L’imprigionamento in cattività può compromettere seriamente il benessere e la sopravvivenza di tutti i tipi di cetacei, alterando il loro comportamento e causando sofferenza estrema» spiegano dal Ministero.

«MORALMENTE INACCETTABILE» - «Se i cetacei sono in generale altamente intelligenti e sensibili – si legge ancora sul comunicato ministeriale – e vari scienziati che hanno effettuato ricerche sul comportamento dei delfini hanno indicato il loro grado d’intelligenza inusuale, significa che rispetto ad altri animali i delfini dovrebbero essere visti come ‘persone non-umane’ e come tali avere i loro specifici diritti ed è moralmente inaccettabile tenerli in cattività a scopo d’intrattenimento». L’India si allinea dunque a una posizione cresciuta negli ultimi anni tra persone, studiosi e scienziati che si sono convinti di come ad alcune specie animali, in particolare tra cetacei e grandi primati, dovrebbero essere estesi alcuni diritti fondamentali riconosciuti alla specie umana. La definizione di «persona» vuole proprio indicare il concetto di creature individuali, con pensieri, emozioni e cultura, e non semplicemente come specie animali da essere sfruttate a piacimento degli umani.

CATTIVITA’ ITALIANA - La mossa indiana sembra quasi voler raggiungere anche le orecchie di tutti quei Paesi, in primis europei e Stati Uniti, dove delfinari e strutture simili generano grandi affari e gli sforzi degli attivisti per i diritti degli animali non sono ancora riusciti a penetrare le legislazioni. La polemica sui delfinari nel nostro Paese è riesplosa non più di un paio di settimane fa, in occasione della Giornata mondiale contro la cattività dei mammiferi marini - che ricorre il 4 luglio. Lav (www.lav.it) e Marevivo (www.marevivo.it) hanno presentato la campagna Sos Delfini
(www.sosdelfini.org), denunciando le pessime condizioni di cattività dei cetacei nei cinque delfinari italiani e chiedendone la chiusura.

Alla campagna europea si sono associati molti personaggi pubblici; in Italia l'attore Giorgio Panariello e la presentatrice Licia Colò hanno lanciato un appello perché la gente non visiti più le strutture che tengono reclusi i delfini. L’ENPA (www.enpa.it) ha presentato una denuncia alla Procura della Repubblica e chiede il ritiro della licenza a Zoomarine. L’ex ministro Michela Vittoria Brambilla presenta una proposta di legge per «vietare in Italia la detenzione e l'addestramento dei cetacei». E, secondo un sondaggio dello scorso anno realizzato da IPSOS, oltre due italiani su tre sono perfettamente d’accordo con lei. C

20 luglio 2013 | 17:07

Addio a Franco De Gemini, genio dell'armonica Fu la "colonna sonora" degli spaghetti -western

Corriere della sera

Fu il musicista prediletto di Morricone. Insegnò a Charles Bronson come usare lo strumento in «C'era una volta il west»

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Insegnò - letteralmente - a Charles Bronson come impugnare un armonica. Quando l'attore suonava lo strumento in quelle indimenticabili scene di «C'era una volta il west» in realtà a far volare le note era lui: Franco De Gemini, chiamato «Harmonica man», un soprannome scherzoso. Una vera e propria leggenda della musica, anche se un nome non noto ai più, che si è spento sabato 20 luglio, all'etá di 84 anni, dopo una lunga malattia. Editore e produttore discografico di grande rilievo, «Harmonica man» è stato uno dei più grandi suonatori d'armonica. Ascoltato, appunto, anche in «C'era una volta il West» di Sergio Leone.

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800 COLONNE SONORE - Una melodia che ronza nella ricordo di almeno un paio di generazioni di italiani. Composta da Ennio Morricone ma interpretata da lui, talentuoso e geniale con quello strumento a bocca. Nel corso della sua carriera ha suonato in più di 800 colonne sonore, con moltissimi grandi nomi come Armando Trovajoli, Piero Piccioni, Nicola Piovani, Riz Ortolani, Piero Umiliani, Ennio Morricone, Francesco De Masi. Nel 1968 ha fondato le edizioni musicali e l'etichetta discografica Beat Record costituendo uno dei più importanti cataloghi di colonne sonore per il cinema e la televisione. Per lunghi anni è stato membro del Consiglio Direttivo e Probiviro nell' Afi, Associazione Fonografici Italiani e Presidente di Capi, per promuovere relazioni nel mondo tra compositori, autori, produttori e interpreti musicali.

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CON BERNSTEIN - Una delle sue partecipazioni più prestigiose è però senza dubbio quella alla registrazione della colonna sonora di West Side Story, scritta da Leonard Bernstein, nel 1961. Poi la collaborazione con Morricone e Sergio Leone. E il suono flautato di quelle note, entrate nella leggenda.


                                                              Musica, morto De Gemini (20/07/2013)



20 luglio 2013 | 22:52

La letterina di Chiara, 12 anni: «Aspetto un cuore nuovo da 100 giorni»

Il Messaggero
di Maria Pirro

NAPOLI - Pubblichiamo la toccante lettera di Chiara Campagnuolo, 12 anni, ricoverata al Monaldi di Napoli in attesa del trapianto di cuore.


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"Mi chiamo Chiara, sono una bambina di 12 anni e frequento la seconda media. Mi trovo in questo ospedale già da 3 mesi e mezzo o meglio da 101 giorni. Ero una bambina molto attiva, frequentavo la scuola di ballo, facevo pallavolo, ridevo e scherzavo con le mie amiche; all'improvviso un giorno la mia vita è cambiata, sono stata ricoverata nell'ospedale Monaldi di Napoli perché il mio cuore non funzionava più bene.

Da quel giorno ho perso la gioia che avevo nel cuore, mi sentivo in trappola e mi chiedevo: «Perché proprio a me?» e non volevo più vedere nessuno. Ma grazie ai medici e agli infermieri di questo ospedale ho iniziato a reagire. Adesso sono qui, con questa macchina che mi aiuta a tenermi in vita, se mi vedete sto benino, ma non è così. Porto un dolore dentro e soffro ogni volta che mi medicano la ferita. 

Vorrei andare a casa, vorrei tornare a ridere come prima, o meglio di prima e per farlo ho bisogno del vostro aiuto. Lo so, le disgrazie capitano, è il corso della vita. Chi più di me vi può capire. Vorrei dirvi solo un'ultima cosa, che chi vi chiede aiuto non è solo una bambina ma è la vostra bambina perché se aiutate me aiutate anche la persona cara che è venuta a mancare. Donare è un atto d'amore, è il gesto più bello che una persona possa fare. Donare è vita per me e anche per te".
Chiara Campagnuolo



Sabato 20 Luglio 2013 - 11:56
Ultimo aggiornamento: 12:32

Addio Schoep, il cane che commosse il web con una foto: «Dormiva nel lago per i dolori»

Il Mattino
di Debora Attanasio


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MADISON - Il mondo del web dà l'addio a Schoep, il vecchio pastore tedesco che grazie alla foto in cui si addormenta nel grande Lago Superiore, in Wisconsin, fra le braccia del padrone (che solo così riusciva a lenirne i dolori reumatici), era diventato una star del web strappando non poche lacrime di commozione in tutto il mondo. Purtroppo il padrone John Unger ha dato poche ore fa il triste annuncio della scomparsa del cane,che aveva appena compiuto 20 anni vissuti felicemente, vista la dedizione del suo amico umano. Come prevedibile, sul profilo Facebook che porta il nome di cane e padrone, sono già innumerevoli i commenti di saluto, sotto la foto dell'ultima impronta nella sabbia del popolare cagnone.

 
sabato 20 luglio 2013 - 09:13   Ultimo aggiornamento: 15:45

Ragazzo ucciso dal papà della fidanzata: storia di Enzo, Mariarca e l'amore su Fb

Il Mattino
di Daniela De Crescenzo

«Si esiste doppo ’a morte ’n’ata vita io chesta vita ’a voglio vivere cu tte!?»: sulla bacheca del profilo facebook che Mariarca ed Enzo avevano attivato insieme più di anno fa, Nino D’Angelo canta la tragedia di un amore spezzato. Parole che avevano colpito Mery.




CatturaSubito dopo, nel post successivo, la colonna sonora del fim Titanic e il commento della ragazza: «Rivedo i nostri momenti e rivivo le stesse emozioni di questo film. Ci siamo amati si è vero...spero che la nostra nave non affondi...ti amoooooo Mery». Un amore travagliato quello tra Enzo Di Stasio e la figlia dell’uomo che lo ha ucciso. A febbraio Mariarca scrive:

«Non ti so cacciare dai miei pensieri..ti sento camminare nel mio cuore.. volevo dirti grazie per avermi insegnato ad andare avanti, quando sembrava che non ci fosse più un motivo valido per farlo.. grazie per avermi regalato emozioni uniche.. grazie per il tuo amore.. che ricambio con tutta me stessa.. ti ritieni un uomo semplice..ma per me sei molto di più.. sei profondamente sensibile, dolce, intraprendente.. paziente.. sei testardo nelle cose in cui credi davvero..e sai rendere la persona che ti sta accanto unica... sto guardando in faccia la realtà.. e mi rendo conto..che senza te non sono più nulla». Un amore sul quale sembra incombere un’ombra.

Un’ombra che quando si è materializzata è diventata tragedia travolgendo la vita di Enzo. E quella di Mariarca che da domenica mattina, insieme alla madre e a tutta la famiglia è sparita dalla sua casa di Acerra. «I carabinieri sono venuti a prenderli tutti - racconta un’anziano che staziona nel cortile - da allora non li abbiamo più visti». Il cancello di ferro che separa l’appartamento dei Cipolletta dai vicini è serrato, le imposte sono chiuse. Qui la famiglia si era trasferita una decina di anni fa, provenendo da Mugnano. Sullo stesso cortile del centro storico si affacciano case antiche, molte sono fatiscenti, qualcuna (e quella dei Cipolletta è una di queste) è stata rinnovata. Uno di quei posti dove tutti sanno tutti di tutti: ma nessuno è disponibile a raccontare molto su Mariarca e sulla sua famiglia, pochi ammettono addirittura di conoscerli.

L’uomo anziano seduto in cortile biascica a fatica: «Sono brava gente, ma non sono di qua». Mariarca Cipolletta si è diplomata meno di un mese fa all’istituto d’arte Munari di Acerra, ha partecipato a numerose mostre d’arte, a cominciare da quella che ha concluso l’anno scolastico. Chi la conosce la descrive come una ragazza tranquilla ed educata. Gli amici raccontano che è sempre stata una compagna disponibile e pronta a dare una mano a tutti. Seconda di tre figlie, ha scelto di studiare, al contrario della prima sorella che lavora in un salone di bellezza di Mugnano proprietà di un familiare.

Fino a poco tempo fa il padre di Mariarca, Andrea, lavorava come autista presso l’Eav, l’azienda di trasporti che opera sulla costiera sorrentina, poi si è messo in proprio e da qualche tempo si occupa del trasporto del latte prodotto dalla centrale Maremma. Anche lui confidava le sue emozioni agli amici tramite Facebook e sabato mattina, pochi ore prima di ammazzare Enzo, aveva scritto: «Che delusione è la vita». Chi lo aveva deluso? Era preoccupato per quella figlia che voleva andare via con quel fidanzato dal quale, secondo il padre di Enzo aspettava un figlio? Domande per ora ancora senza risposta.

 
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Il luogo del delitto e la vittima 




martedì 16 luglio 2013 - 08:09   Ultimo aggiornamento: mercoledì 17 luglio 2013 12:26

I moralisti della sinistra condannano gli stilisti e celebrano gli abusivi

Maria Sorbi - Dom, 21/07/2013 - 07:06

Giorgio Gaber lo chiamerebbe «il potere dei più buoni». Quello di chi crede di aver la verità in tasca. E di poter decidere chi sì e chi no.
 

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Dolce e Gabbana no. «Forse sono evasori fiscali». I centri sociali sì. Sono abusivi, ma pazienza.
Ed ecco che nasce una città a due velocità: da un lato c'è un'azienda che dà da lavorare a centinaia di persone, che porta introiti milionari in Italia ma che viene condannata da una parte politica prima ancora che si pronunci la magistratura.

Dall'altra ci sono i ragazzotti dei centri sociali che possono fare, indisturbati, tutto ciò che credono. Possono starsene per anni abusivamente negli spazi dell'ex macello di Macao in nome di una pseudo cultura di cui la città non ha mai beneficiato. E possono organizzare una festa di tre giorni in piazza Selinunte, in occasione del quarto compleanno del comitato abitanti di San Siro e in ricordo dei fatti di Genova del 2001.

Hanno la benedizione del sindaco, padre benevolo che chiude un occhio perfino sulla scelta di intitolare il ritrovo «Occupy estate». Ma sì, promuoviamo la cultura dell'occupazione. «Il titolo - esplode il vice presidente del Consiglio comunale Riccardo De Corato - è rappresentativo della totale mancanza di fantasia dei centri sociali. Ricordo che piazza Selinunte era stata completamente riqualificata dalla giunta Moratti con un investimento di centinaia di migliaia di euro creando un'area gradevole e vivibile per i milanesi». Tra rave party, sessioni dedicate ai graffitari, birra a fiumi e quelle che i ragazzi del Cantiere hanno definito «cene popolari», si può immaginare come è diventata la piazza.

Ma i no global fanno parte di quelli che possono. Altri movimenti no. Quando, poco più di un mese fa, i gruppi di estrema destra hanno organizzato una rassegna musicale a Rogoredo, il sindaco Pisapia non ci ha pensato un secondo ed ha subito preso le distanze in ogni modo, pur essendo dovere della questura autorizzare o meno il raduno. «Milano non può accettare che si svolgano né ora né in futuro - aveva dichiarato - iniziative che attingano al repertorio dell'intolleranza razziale e politica in qualsiasi forma esse si presentino». Intolleranza è anche quella dei centri sociali, ma loro la chiamano «lotta sociale» e allora va bene. Lo street festival si può fare, piace l'idea del «tango illegal» in piazza e tutto ciò che «va contro».

Se invece si tratta dell'esibizione in un capannone a Porto di Mare di sette gruppi musicali, le cose cambiano. Soprattutto se le band sono molto note negli ambienti di estrema destra giovanile (come gli americani «Bully Booys» e gli inglesi «Brutal Attack»). La giunta Pisapia era insorta temendo che il concerto fosse il pretesto per il raduno di schiere di nazi violenti e aveva sollecitato le forze dell'ordine a vigilare perché non ci fossero scontri. Legittimo. Però quando in ballo ci sono i centri sociali, che con scontri e occupazioni non vanno certo per il sottile, allora alla questura non viene fatta nessuna telefonata, nessun «Mi raccomando, state attenti» in più.

Compra casa prostituendosi e la cointesta al convivente: attività immorale, ma valida donazione

La Stampa

Il fatto che il denaro impiegato per l’acquisto del bene provenisse dalla attività di prostituzione è ininfluente rispetto alla validità della donazione, perché tale potenziale illiceità del negozio riguarda una fase pregressa rispetto alla donazione. Nel caso di donazioni indirette, poi, non è richiesta la forma dell’atto pubblico. Così ha deciso la Cassazione, con la sentenza 7480/13.


Il caso


Cattura


Un uomo e una donna vivono insieme. Lui non fa nulla, lei si guadagna da vivere accompagnandosi con uomini che la retribuiscono per tale compagnia – in sostanza si prostituisce- con il consenso del convivente. Con i soldi messi da parte in questo modo riesce a comprare una soffitta e a renderla abitabile, anche tramite il pagamento del condono. Per ragioni sentimentali decide di intestare metà dell’appartamento all’uomo. Quando questo muore, la figlia chiede alla donna lo scioglimento della comunione, avendo ereditato metà della soffitta. Il Tribunale accoglie la domanda, decisione confermata dalla Corte d’Appello. La donna ricorre per cassazione, esponendo le medesime ragioni prospettate nei gradi di merito: l’acquisto dell’immobile è avvenuto solo con i suoi guadagni, la donazione sarebbe nulla per difetto di forma, essendo mancati i testimoni e perché derivante da causa illecita.

Rispetto a ciò sostiene che il defunto convivente avrebbe ricevuto in donazione metà dell’appartamento approfittando dei suoi guadagni, sfruttandone la prostituzione, commettendo reato: sarebbe tenuto quindi alla restituzione delle somme provenienti da tale attività. La Corte d’Appello ha respinto tali censure affermando che proprio perché derivanti da un negozio illecito, non si poteva richiedere la restituzione di tali somme. La Corte di Cassazione, rilevandone la correttezza dispositiva, ne modifica però la motivazione. La stessa ricorrente ha qualificato il negozio come un atto di donazione. L’origine del denaro per l’acquisito del bene è irrilevante al fine di valutare la validità della donazione, «che in effetti è stato il frutto dello spirito di liberalità con il quale l’attuale ricorrente intese beneficiare» il defunto convivente. Tale donazione costituisce «un atto di piena autonomia negoziale».

Il riferimento generico all’attività del convivente «di sfruttamento della prostituzione è irrilevante rispetto a questo specifico atto di donazione, oggetto semplicemente di accettazione da parte di quest’ultimo». Infondata anche la tesi della nullità per mancanza di forma. La Corte ricorda infatti che «per la validità delle donazioni indirette non è richiesta la forma dell’atto pubblico, essendo sufficiente l’osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità». Per questi motivi il ricorso viene respinto. Confermato quindi lo scioglimento della comunione.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it