lunedì 22 luglio 2013

Caccia ai nazisti. Con i manifesti per strada

Corriere della sera

Germania: la «campagna affissioni» del Centro Wiesenthal per «stanare» gli ultimi criminali di guerra ancora in vita

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Con una maxi-affissione di manifesti informativi in alcune città tedesche per «stanare» e portare davanti alla giustizia gli ultimi criminali nazisti ancora in vita, il centro Simon Wiesenthal aprirà martedì 23 luglio, in Germania, una nuova edizione del programma «Operation last chance II». È quanto ha reso noto lo stesso centro Wiesenthal da Gerusalemme, ripreso dalla stampa tedesca. Le affissioni - sotto il motto «Tardi. Ma mai troppo tardi» - partiranno a Berlino, Amburgo e Colonia, con circa 2mila manifesti, ha spiegato Efraim Zuroff, a capo del centro. Per chiunque dia informazioni rilevanti per la cattura di ex nazisti sono previste ricompense fino a 25mila euro.

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«OPERAZIONE ULTIMA SPERANZA» - Già sperimentata in passato, l'«Operazione ultima speranza» riparte in Germania in seguito alla condanna nel 2011 del cosiddetto boia di Sobibor, John Demjanjuk. Quella sentenza, ha spiegato Zuroff, ha aperto un precedente importante perchè da oggi basta la presenza in un campo di concentramento per arrivare a una condanna. In Germania il consiglio centrale degli ebrei ha espresso il proprio appoggio all'iniziativa: «Si tratta esclusivamente di giustizia«, ha detto oggi alla Dpa Dieter Graumann, presidente del consiglio ebraico.

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CRITICHE ALLA GERMANIA - Graumann ha inoltre criticato il fatto che in Germania si sia aspettato a lungo prima di portare i responsabili di fronte alla giustizia: «Troppo spesso in passato si è guardato altrove per non dover imputare troppi criminali». Per Zuroff «ogni imputazione è una buona occasione per ricordare come la giustizia per le vittime della shoah debba ancora essere compiuta». L'età dei criminali nazisti «non deve rappresentare una scusante per non procedere». E «non rende i loro crimini meno rilevanti», ha aggiunto

(fonte Ansa).
22 luglio 2013 | 19:07

Priebke compie 100 anni Proteste contro la festa

Corriere della sera

L'ex ufficiale SS guidò l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Le famiglie delle vittime: ci mobiliteremo


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ROMA - C'è una discreta agitazione nella casa di Boccea. La data del 29 luglio si sta avvicinando e stavolta, rispetto a dieci anni fa, quando Erich Priebke festeggiò i suoi 90 anni all'aperto in un agriturismo di Tor Lupara, Paolo Giachini, il suo avvocato, vuol mantenere il massimo riserbo. Non si riesce ancora a sapere se sarà una cosa in grande o una cena per pochi intimi. Bocche cucite nel giro ristretto dei conoscenti: lo scrittore Roberto Mancini, il filosofo evoliano Nicola Cospito ed è muto anche Giovanni, fioraio della Balduina, assiduo frequentatore dell'appartamento alle spalle di piazza Irnerio.

Negli ultimi giorni l'avvocato Giachini, per evitare fughe di notizie e conseguenti sit-in di centri sociali, famiglie dei martiri e giovani della comunità ebraica, ha deciso perfino di sospendere le visite nell'abitazione dov'è recluso ai domiciliari (pur con frequenti permessi) l'ex capitano delle SS, condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine.

Erich Priebke, dunque, lunedì prossimo compirà 100 anni e uno dei suoi amici di vecchia data, Mario Merlino, 69 anni, meglio conosciuto come «il Professore Nero» per il suo burrascoso passato neofascista (Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo eppoi i processi per Piazza Fontana, da cui però uscì senza macchia) rivela che «il Capitano, forse perché sente prossima la fine, negli ultimi tempi s'è avvicinato molto al cristianesimo. Legge i testi sacri, si raccoglie in meditazione, anche se ormai è quasi sordo e ha perso quasi del tutto la memoria».

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Peccato che Priebke abbia perduto la memoria: dovrebbe invece ricordare, fino all'ultimo, l'orrore perpetrato su quei 335 innocenti, studenti, lavoratori, partigiani, ebrei, fucilati al buio delle antiche cave di pozzolana. «Gliela faremo tornare noi la memoria - promette Angelo Sermoneta, 65 anni, leader dei Ragazzi del '48 , la storica associazione di via Reginella dei duri e puri della comunità ebraica romana -.

Quel giorno, forse, qualcosa combineremo. I nostri giovani, soprattutto, sono sempre i più pronti a mobilitarsi. Ma Priebke purtroppo non si è pentito e non si pentirà mai e anzi da sempre qui in Italia viene trattato coi guanti bianchi. Passeggia con la scorta, va al parco, pranza al ristorante. Vive una vecchiaia serena, lui che invece la negò a tanti». «L'augurio che gli faccio - aggiunge amaro l'avvocato Sebastiano Di Lascio, rappresentante dell'Anfim, l'associazione delle Famiglie dei Martiri - è che almeno al centesimo compleanno si renda conto di tutto il male commesso e trovi il coraggio di chiedere perdono».

Priebke, però, non sembra affatto disposto a lasciare un testamento di scuse. Il disco rotto, a sentire Merlino, è sempre quello: «Agì da soldato, eseguì un ordine, fece il suo dovere. Così come fecero gli altri nazisti ultranovantenni condannati qui in Italia ma mai estradati dalla Germania, nonostante l'enorme senso di colpa che grava sui tedeschi. Il Capitano, perciò, è rimasto l'ultimo prigioniero della II Guerra Mondiale e con questo spirito sarà festeggiato. Ma io non credo di partecipare, nessuno mi ha ancora telefonato».

Dieci anni fa furono fatte le cose in grande. Merlino c'era: «Giachini e la sua associazione Uomo e Libertà affittarono un agriturismo sulla Nomentana, c'erano più di 100 persone, vennero pure da Svizzera, Francia, Germania. Il più famoso degli invitati era l'avvocato Carlo Taormina, che arrivò con la scorta. Priebke era seduto a un tavolo insieme a uno dei figli e ad alcuni nipoti. Non fece discorsi né saluti. Cena a buffet: pasta fredda, prosciutti, mozzarelle. Sotto a un gazebo furono ammonticchiati i regali. E in cielo a mezzanotte comparve una scritta realizzata con le luminarie: auguri per i tuoi 90 anni». Ma come si può festeggiare?

22 luglio 2013 | 12:15

Il “chissenefrega” comprensibile ma sbagliato

Corriere della sera

Mi pare che sia giusto porsi una domanda: gli italiani sono interessati al royal-baby e allo show mediatico che lo circonda?

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Leggendo gli interventi nei social network, da Facebook a Twitter (utili per avere qualche indicazione), e nei commenti in “Corriere.it” si ha la sensazione che il distacco, se non addirittura il fastidio, siano predominanti.

Strano. Perché poi si consultano le classifiche dei “più letti”, i clic, e, magia, le notizie sul royal baby sono ai primi posti. C’è un po’ di ipocrisia, dinanzi a eventi del genere. Il “chissenefrega” è diffuso. Fa tendenza. C’è la rincorsa alla battuta più accattivante e simpatica, quasi a cercare l’applauso.

E’ un atteggiamento snobistico, per certi versi. Ma, se davvero “chissenefrega”, perché leggere? O perché addirittura intervenire dei dibattiti? O perché sprecare tempo per informarsi di fatti che ci sono lontani?

Si può sorvolare, si può evitare e cliccare altrove, si può cambiare programma col telecomando. Invece no. Si legge, si guarda e poi si spara il “chissenefrega”. Non vale! Comprensibile ma sbagliato.

Detto questo, resta il dubbio: è una notizia importante o no? E’ una notizia che merita spazio?

La mia risposta è semplice: la nascita di un futuro re o di una futura regina britannica è un evento importante per il Regno Unito. Bene o male nasce colui che ne sarà il Capo di Stato. L’evento ha una dimensione istituzionale e storica.

La monarchia, a noi italiani, appare inspiegabile, noiosa, cerimoniosa, ampollosa, inutile, irritante. Ci avviciniamo ai gossip di palazzo reale come se fossero la stessa cosa dei gossip su Belen, Corona, il Grande Fratello.

Ma non è così. L’arrivo del royal baby va raccontato senza eccessi ma anche senza troppi “chissenefrega”. Mettendolo in una cornice ragionevole. Conoscere le tradizioni e o costumi di un vicino paese europeo è necessario. Significa non chiudersi nel proprio provincialismo.

I britannici sono molto legati alla loro corona. Per diverse ragioni. La monarchia (a differenza dei Savoia) non li ha traditi durante la guerra, i Windsor sono rimasti a Londra e non sono scappati (le bombe sono cadute anche nei giardini di Buckingham Palace). La monarchia Windsor, pur con tutti i suoi gravi difetti, ha saputo rimodellarsi e adeguarsi ai tempi. E’ il simbolo dell’unità del Paese, della sua stabilità e continuità. E’ rispettosa della democrazia. E costa a ogni cittadino poco più di 50 centesimi all’anno (molto meno delle nostre istituzioni più rappresentative).

La nascita del futuro re o della futura regina ha dunque per i sudditi del Regno Unito una valenza che va oltre i suoi contenuti leggeri di cronaca rosa e di “gossip column”. Guardando l’evento correttamente, collocandolo in una gerarchia comunicativa intelligente, spogliandoci delle ipocrisie ma senza enfatizzare perché ci sono cose più importanti, non possiamo che arrivare a una conclusione: il parto di Kate è una notizia suggestiva ma è anche una notizia destinata ad essere annotata nei libri di storia. E ignorare la storia, o peggio fingere di ignorarla, quel “chissenefrega” ripetuto a gran voce è comprensibile ma sbagliato.

twitter@fcavalera

Colazione a 260 metri d'altezza, svelate le identità degli operai al Rockfeller center

Il Mattino

NEW YORK - Undici operai sospesi a 260 metri dal suolo. Sono in pausa pranzo, mangiano, bevono e fumano come se sotto i loro piedi ci fosse un solido terreno.


CatturaLa foto scattata il 20 settembre 1932 al Rockfeller Center di New York è conosciuta in tutto il mondo. Sconosciuti sono, o meglio erano, gli uomini immortalati sulla trave. Sono operai, la maggior parte immigrati europei, e in ottant'anni su di loro sono fiorite numerose leggende. Solo pochi mesi fa alcuni di loro hanno trovato finalmente un nome. Merito dei fratelli Sean ed Eammon O' Culain, che durante le riprese di un documentario nel Nord dell'Irlanda, nel 2011, si sono imbattuti nella celebre foto in un pub. Sotto c'era scritto, in corrispondenza del primo operaio a destra, "questo è mio padre Sonny Pat Glynn".

Al pub sono riusciti a recuperare un numero di telefono di Boston, all'altro capo c'era il figlio dell'uomo con la bottiglia e non aveva dubbi: non solo quell'uomo era suo padre, ma per di più l'ultimo uomo a sinistra era suo zio, Matty O' Shaughnessy. Entrambi emigati in America in cerca di fortuna. Tra le foto dell'archivio Corbis ci sono altri nomi: la foto sulla trave non è l'unica scattata quel giorno, e in un'altra ci sono quattro uomini. Dietro ci sono i nomi, e due di loro sono anche sulla trave: sono Joe Curtis, il terzo da sinistra, e Joseph Eckner, il terzo da destra.

 
lunedì 22 luglio 2013 - 11:17   Ultimo aggiornamento: 11:19

Claudio Baglioni: “Dedico questo brano al mio piccolo cane che non sta bene”

La Stampa

Il cantante, sul palco del Festival Gaber, si commuove parlando del suo fedele amico a quattrozampe

ANTONELLA MARIOTTI


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“Vi chiedo scusa, non ho adempiuto ai miei doveri professionali, non ho provato oggi pomeriggio perchè avevo un piccolo problema con un affetto a casa”. E’ Claudio Baglioni che sabato scorso si è presentato emozionato e triste al pubblico del Festival Gaber a Viareggio. Chitarra al collo ha cantato senza i musicisti di Gaber, come invece avevano fatto tutti gli altri ospiti, il primo pezzo.
 
Il pubblico ha applaudito, emozionato, e tutti hanno pensato alla malattia di qualche parente. Poi il secondo pezzo. Questa volta Baglioni si siede al pianoforte, la voce si incrina e: “Canterò “Quando sarò capace di amare” e la dedico al mio piccolo cane che non sta bene e mi aspetta a casa”. 

La platea della Cittadella del Carnevale rimane ammutolita e commossa, il cantautore canta con una passione e con un dolore che gli fanno incrinare la voce e l’ultima strofa si trasforma in una dedica: “Senza cattive o buone azioni, senza altre strane deviazioni che se anche il fiume le potesse avere andrebbe sempre al mare. Così vorrei amare, come un cane”. 

Applausi e lacrime tra il pubblico dove seduta in seconda fila c’era Rum una splendida Golden Retriver color nocciola, neanche tanto spaesata dalla gente e dalla musica ad alto volume, che accopagnava il suo umano, un giovane ragazzo disabile. 

Francia, un deputato: "Hitler non ha ucciso abbastanza nomadi"

Sergio Rame - Lun, 22/07/2013 - 16:13

Dichiarazione choc del deputato centrista Gilles Bourdouleix su un campo nomadi illegale


"Forse Adolf Hitler non ha ucciso abbastanza rom". La dichiarazione choc di Gilles Bourdouleix ha fatto scoppiare una polemica rovente in Francia.

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Il deputato centrista dell’Udi si è espresso duramente contro i nomadi e i rom. Secondo diverse fonti, l’Udi dovrebbe procedere alla sua espulsione dal partito. Il deputato centrista, che è anche sindaco di Cholet (Maine-et-Loire), ha smentito seccamente le sue parole dalle colonne di Ouest Francè. Ma una registrazione diffusa a inizio pomeriggio dal Courrier de l’ouest lo inchioda davanti ai fatti. La frase è stata pronunciata dal deputato durante una disputa con gli occupanti di un campo nomadi illegale nel comune di Chloet. Secondo L’Express, il partito centrista avrebbe già convocato una riunione d’urgenza per procedere all'espulsione di Bourdouleix.

Nella casbah di Torino un cristiano può morire

Magdi Cristiano Allam - Lun, 22/07/2013 - 15:18

Nato in Egitto, vuole evangelizzare il "quartiere musulmano" della città. Per questo gli integralisti lo minacciano e picchiano: "Ti ammazziamo..."


Sherif Azer, cittadino italiano, cristiano copto nato in Egitto, ha il coraggio di fare ciò che il Papa, i cardinali, i vescovi e i sacerdoti dovrebbero fare ma non fanno: l'evangelizzazione pubblicamente in piazza e l'offerta del cristianesimo ai musulmani residenti in Italia. La straordinaria testimonianza della fede in Gesù la fa nel quartiere più islamizzato d'Italia, Porta Palazzo nel centro storico di Torino, al punto da scontrarsi con ronde islamiche che impongono l'applicazione della sharia, la legge coranica, come se fossimo alla Mecca. È così che giovedì scorso, 18 luglio, Sherif è stato selvaggiamente aggredito con catene, pugni e calci da una decina di fanatici di Allah al grido «noi ti ammazziamo, cristiano di merda», dopo aver ammesso di non osservare il Ramadan, il digiuno islamico, ed essersi rifiutato di ripetere una formula rituale identificativa dell'appartenenza all'islam «Salli ala al Nabi» (Glorifica il profeta Maometto).

Sherif ha il coraggio di fare ciò che il capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il Parlamento, la magistratura, le forze dell'ordine, i presidenti delle Regioni e delle Province e infine i sindaci dovrebbero fare ma non fanno: salvaguardare la sovranità italiana su ogni pollice del territorio nazionale e far rispettare le nostre leggi a tutti i residenti a prescindere dalla loro nazionalità, cultura o fede. La testimonianza cristiana di Sherif corrisponde a un impegno civile contro l'arbitrio, l'arroganza e la violenza che imperversano a Porta Palazzo al punto da essere stata trasformata in una zona extraterritoriale, la casbah di Torino, a rischio per gli italiani, costretti a svendere le loro case a prezzi stracciati dopo essere state messe fuori mercato per il degrado e l'insicurezza.

L'evangelizzazione di Sherif, 54 anni, moglie e quattro figlie con cittadinanza italiana, ha successo per due ragioni: mostra un profondo rispetto dei musulmani come persone, anche aiutandoli materialmente grazie alla sua attività di imprenditore edile (pur essendo laureato in lettere e filosofia), e conosce a memoria il Corano ciò che lo accredita come un'autorità anche nei confronti dei musulmani che in maggioranza non è neppure in grado di leggere l'arabo classico antico.

La barbara aggressione a Sherif, che ammette di essere vivo per miracolo dopo essere stato colpito alla testa con pesanti catene, impone alla Chiesa di riflettere sulla sostanziale legittimazione dell'islam reiterando la litania delle «tre grandi religioni rivelate, monoteiste e abramitiche», e che emerge puntuale con la santificazione del Ramadan espressa anche da Papa Francesco a Lampedusa l'8 luglio: «Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l'augurio di abbondanti frutti spirituali». Lo sa il Papa che quasi tutti i Paesi islamici obbligano non solo i musulmani ma anche i non musulmani residenti a osservare il Ramadan pena il carcere per oltraggio alla religione?

Ebbene ora sappiamo che lo stesso accade anche in Italia laddove i musulmani hanno il controllo del territorio. La legittimazione istituzionale dell'islam è stata riconfermata anche quest'anno con l'iftar offerto al ministro degli Esteri da Emma Bonino ai capi missione dei 42 Paesi membri dell'Organizzazione della Conferenza islamica e della Lega araba. Ebbene Chiesa e Stato imparino la lezione di Porta Palazzo: in una terra islamizzata la sharia viene imposta con la forza perché evidentemente l'islam non è una religione paragonabile al cristianesimo bensì un'ideologia che dal settimo secolo viene diffusa con le guerre e il terrorismo. I musulmani possono essere moderati come persone ma l'islam del Corano e di Maometto è intrinsecamente violento.

Mercoledì 24 luglio alle ore 19 si terrà una manifestazione a Porta Palazzo a Torino di solidarietà a Sherif Azer e per dire «No alla sharia a Porta Palazzo». Sono invitati il sindaco Piero Fassino, il presidente della Provincia Antonio Saitta e il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota. L'augurio è che vi partecipino per condannare il vile attacco a un cittadino italiano cristiano copto nel centro di Torino, per assumere tutti i provvedimenti politici e amministrativi atti a prevenire il ripetersi di simili attentati di stampo terroristico, per restituire alla legalità e all'italianità Porta Palazzo che è stata trasformata in una zona extraterritoriale dove imperversano l'arbitrio e la sharia.

twitter@magdicristiano

Dietrofront della Camera sul Wi-Fi: tutto come prima (e peggio di prima)

Corriere della sera
Di Edoardo Segantini


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Non sempre le complicazioni sono colpa della burocrazia, che pure di colpe ne ha tante. Prendiamo il caso del Wi-Fi, il collegamento senza fili a Internet, che in molti Paesi, nei locali pubblici, è già disponibile da anni.

Dopo averne annunciato con clamore la «liberalizzazione» anche in Italia, ecco apparire, nel «Decreto del fare», una norma che si rimangia la promessa. Un emendamento approvato in Commissione alla Camera introduce nuove procedure per gli esercenti che offrono il Wi-Fi: obblighi congegnati in maniera tale da rendere praticamente impossibile l’erogazione del servizio.
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La norma vuole infatti obbligare il gestore – bar, ristorante o albergo che sia – a tracciare il collegamento dell’utente con misure tecniche complesse e onerose. Purtroppo in questo modo si rischia non solo di non avanzare nella liberalizzazione ma addirittura di tornare indietro, costringendo alla chiusura molti punti di accesso pubblici, anche gratuiti.Un rischio serio se persino il Garante per la Privacy, Antonello Soru, solitamente cauto, si sente in dovere di criticare a fondo l’emendamento: il decreto così modificato, scrive, «reintroduce quegli obblighi di monitoraggio e registrazione dei dati» stabiliti dal precedente decreto Pisanu, che erano stati fatti decadere quando ci si era resi conto dei danni che provocavano alla diffusione del Wi-Fi pubblico in Italia. Il fatto è, osserva il Garante, che il decreto stabilisce, per l’esercente, l’inedito obbligo di «tracciare informazioni relative all’accesso alla rete» (come il cosiddetto «indirizzo fisico» del terminale). E, in questo modo, solleva un problema di privacy perché va a toccare i dati personali, «che spesso sono riconducibili all’utente collegato a Internet».

Insomma, anziché creare semplicità, presupposto di ogni vera liberalizzazione, sembra si voglia creare un castello kafkiano di complessità. Con intenti diabolici? No, per incompetenza, disinteresse all’innovazione e basso grado di umiltà. Perché ai parlamentari, per evitare figuracce, sarebbe bastato leggere quanto gli esperti di Internet come il loro collega Stefano Quintarelli proponevano. Speriamo resti il tempo per le modifiche e che il buonsenso, alla fine, prevalga. Sennò il «decreto del fare» diventerà noto come il «decreto del fare finta». O del fare peggio.

La clinica della speranza per cani e gatti

Corriere della sera

Prima struttura in Italia per la radioterapia, «pazienti» anche dall'estero. Ma le tariffe non sono alla portata di tutti


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BOLOGNA - Kiros è un pastore tedesco di 12 anni, arriva dalla Toscana ed è affetto da un sarcoma nasale. Momo, Elio e Cato sono tre meticci con tumori intracranici. Il gatto Benny invece è alla prima visita, si sospetta abbia un fibrosarcoma. Sono i pazienti a quattro zampe che in questo momento sono in trattamento al Centro oncologico veterinario di Sasso Marconi, la prima struttura veterinaria in Italia per i trattamenti radioterapici.

                                        
                                

I pazienti arrivano da tutto il Paese, e perfino dall’estero tanto si è diffusa la fama di questo centro nato in stretto collegamento con la clinica veterinaria dell’Orologio, aperta 24 ore su 24. «La vita media dei piccoli animali si è considerevolmente allungata — spiega Paola Laganga, uno dei medici veterinari soci della struttura —, ed è notevolmente aumentata l’incidenza delle patologie oncologiche. Per questo abbiamo deciso di aprire questo centro». Tutto è partito nel 2007, quando esisteva solo il capannone vuoto, in questa strada all’ingresso di Sasso Marconi. «Abbiamo dovuto chiedere tutti permessi per realizzare il buco di sei metri di profondità che avrebbe ospitato l’acceleratore lineare — prosegue Laganga —, gli scavi sono iniziati nel 2008 e nel marzo del 2009 è arrivata la macchina dagli Stati Uniti. L’8 maggio di quell’anno abbiamo fatto l’inaugurazione».

Muri molto spessi, dosimetri per rilevare la presenza di radiazioni, cemento armato per assicurare il massimo dell’isolamento. È là sotto che sta la macchina per la radioterapia. «Facciamo una pianificazione computerizzata della terapia, perché sia mirata a colpire solo la neoplasia, risparmiando le zone a rischio — racconta Simona Cancedda, radioterapista veterinaria —, in questo modo il 100% della dose arriva al 100% del tumore. La macchina è dotata di un collimatore con 40 lamelline mobili di piombo per lasciare aperta la parte che deve raggiungere l’area tumorale. Evitando così effetti collaterali gravi».

«Il nostro obiettivo è la qualità di vita dell’animale, il risultato terapeutico è secondario — sottolinea Laganga —, quando non vale la pena non consigliamo il trattamento, anche se il proprietario fa fatica ad accettarlo». Il Cov tratta 600 casi all’anno, tumori di tutti i tipi che aggredisce con la radioterapia, ma anche con la chemioterapia. Oltre al team di veterinari radioterapisti c’è quello di oncologia medica guidato da Laura Marconato. È l’unico centro in Italia ad avere un farmaco innovativo, un immunostimolatore, per combattere il linfoma B del cane, uno dei tumori più diffusi e aggressivi, e quindi temutissimi dai proprietari. «Il 90% dei pazienti arriva qui da noi con la diagnosi fatta — chiarisce Laganga —, siamo un po’ l’ultimo faro. Ma non c’è mai accanimento terapeutico».

Il centro si sviluppa su 500 metri quadrati, di cui 150 occupati appunto dal bunker. Al piano superiore ci sono le sale da visita, gli ambulatori, le sale ricovero per la degenza di cani e gatti, le sale per le medicazioni. Con un ascensore si accede al piano interrato dove si trova l’acceleratore lineare. «L’animale viene leggermente sedato perché resti immobile durante il trattamento che dura un paio di minuti — spiega Cancedda —. Il numero di trattamenti varia in base al tipo di tumore». «Facciamo anche dei trattamenti a basso dosaggio contro l’artrosi, che possono essere ripetuti nel tempo e costano molto meno rispetto a quelli oncologici», aggiunge Laganga.

Già, i costi. Non sono terapie alla portata di tutti, è bene saperlo. Si va dai 1.800 ai 5.000 euro per la radio, a seconda del tipo di tumore, mentre i trattamenti per l’artrosi costano alcune centinaia di euro. Questo centro è totalmente privato ed è riuscito ad avere sostegni dal consorzio Spinner della Regione su progetti ad hoc, grazie ai quali riesce a pagare borse e assegni di ricerca. «I risultati che otteniamo sono buoni — conclude Laganga —, a volte c’è la remissione totale della malattia, a volte sparisce la sintomatologia. L’importante, ripeto, è assicurare una buona qualità di vita al nostro amico a quattro zampe».

Marina Amaduzzi
22 luglio 2013

Facebook è il luogo per ricordare le persone che non ci sono più?

Corriere della sera
di Ilaria Morani


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Su internet anche la mancanza di parole è un rumore, un’interazione. Una pagina di un blog abbandonata, un sito non aggiornato, un profilo di Facebook fermo da mesi. Il vuoto lasciato ti fa chiedere: Che è successo? Dove è sparito il proprietario di quello spazio. Se lo strumento di condivisione più consueto è internet, lì c’è anche la testimonianza della vita vera. Ma anche della morte.

Qualche giorno fa Christian di 24 anni di Torino se n’è andato, investito da un’auto che correva all’impazzata. Il fratello ha chiesto agli amici di ricordarlo su Facebook, facendo del suo profilo una meta di pellegrinaggio virtuale “per non dimenticarlo e farlo vivere ancora”. La pagina si è presto riempita di saluti. Ogni sera c’è qualcuno che augura la buonanotte, che affida qualche caro, o intona una preghiera tanto silenziosa, quanto rumorosa nella rete, che ha la potenza di rimanere lì impressa per sempre.

“Tutto si vive in rete, anche le tradizioni. E non c’è niente di più naturale del culto, pure su internet, delle persone che non ci sono più”. Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano ha a che fare ogni giorno con pazienti alle prese con l’elaborazione di un lutto. Lo stesso distacco che molti provano a spiegare con messaggi, lettere, foto e canzoni sulle pagine Facebook delle persone scomparse, soprattutto di quelle giovani, morte in circostanze improvvise.

“A tutti servono dei riti – continua Mencacci – una volta c’era, e per molti c’è ancora, il libro, la messa, il fiore. Altri usano quello che più li aiuta: un ricordo lasciato sulla bacheca dell’amico. Non è altro che un modo per farlo parlare ancora, un luogo dove potere vivere ancora il rapporto. Certo – puntualizza il professore – manca l’aspetto del contatto, del calore, ma non è meno importante. Parlare della morte è sempre un aiuto per superare il distacco”.

Qualche tempo fa Facebook aveva messo a disposizione degli utenti un modulo da compilare per trasformare la pagina del defunto in una sorta di libro su cui scrivere un ultimo ricordo. Per il social network c’era la necessità di recuperare degli account in disuso, ma per gli amici e i parenti l’opportunità può diventare importante. La morte non agisce su Facebook: ad alcuni sembrerà strano, ma per altri non c’è consolazione più grande di sapere che qualcosa della persona a cui si voleva bene è rimasto immutato.

Quasi ogni sera sulla pagina di Paolo, morto tre anni fa in un incidente in moto, la fidanzata di allora lascia una lettera: si rivolge a lui e racconta cosa è successo al lavoro, la serata con le amiche, le preoccupazioni per un colloquio importante. E le sue parole sono commentate puntualmente da amici che fanno gli auguri per il compleanno, che postano le foto dei figli appena nati, dei matrimoni appena festeggiati.

“Una scelta calata nella realtà di ognuno”, precisa Mencacci. “E’ solo sbagliato non riconoscere la necessità di quelle parole rivolte a tutti”.

De Magistris: «Wi-fi, Napoli come Londra» Ma in tante zone l'accesso è un bluff

Corriere del Mezzogiorno

L'imponente rete promessa dal Comune in realtà (per ora) è un «retino» pieno di buchi


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NAPOLI — Sulla carta, anzi sul portale del Comune, lo si annuncia come «Napoli Cloud City», e in poche parole è il progetto messo in campo dall'amministrazione per offrire a cittadini e turisti una connessione mobile ad internet a costo zero. E dal suo sito, Luigi De Magistris spiega di aver da subito lavorato ad un progetto per diffondere il Wi-fi su tutta la città. «Oggi — si legge — Napoli ha una rete estesa con accesso libero e gratuito. Veramente gratuito. Il cittadino non paga, ma neanche il Comune. Siamo i primi in Italia ad erogare questo servizio a costo zero. Solo Londra ha una copertura wi-fi completa attraverso le sponsorizzazioni. Come abbiamo fatto noi, al Comune di Napoli, mettendo all'opera la delibera per le sponsorizzazioni».

Tutto bene, se non fosse che ad oggi l'imponente rete Wi-fi pubblica somiglia più che altro ad un «retino», e per di più pieno di buchi. Al di là degli annunci, infatti, siamo ancora lontani da una copertura estesa dell'area metropolitana. L'impresa 2.0 dell'amministrazione parte, come sempre, dal «lungomare liberato». Qui la rete dovrebbe coprire l'intera zona della Villa Comunale, passando per via Partenope, fino a Castel dell'Ovo. In realtà, smartphone alla mano, per collegarsi ci si deve trovare a non più di 500 metri da alcuni punti chiave, indicati anche sulla prima pagina web di «Napoli Cloud City».

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I punti coperti sono: Castel dell'Ovo, Circolo del Tennis-Villa comunale, Acquario e piazza Garibaldi. Una volta collegati (non prima di aver ottenuto un nome utente e una password) la sensazione è che i ripetitori installati non siano sufficienti a garantire una copertura continua. Quindi, a meno che non si sappia dove cercare, può capitare di non trovare nulla. Il lato positivo è che la connessione è stabile e veloce, ma anche qui può sorgere un problema. Se si decide di passeggiare, cosa possibile visto che ci si trova su un lungomare, si è costretti a registrarsi di continuo. In sostanza ogni volta che si perde il segnale. Risultato? In molti desistono.

Un po' imbarazzante è invece quello che avviene, o meglio che non avviene, all'ombra di Palazzo San Giacomo: la «Casa del cittadino» secondo il piano del Comune. Il nome richiama idealmente la casa comune di tutti i napoletani, rappresentata appunto dalla sede del municipio. Il fatto è che tra le mura di questa casa, del «Napoli Cloud City» nei giorni scorsi non se ne trovava traccia. Qui, stando al progetto pubblicizzato sul portale del Comune, sarebbe prevista una rete capace di coprire piazza Municipio fino ad arrivare alla zona degli imbarchi, garantendo una connessione anche al Porto di Napoli.

Per ora solo un annuncio. Così come non c'è traccia della connessione «Napoli Cloud City» alla Biblioteca Nazionale, uno dei luoghi della cultura dove il servizio dovrebbe essere messo in funzione per «integrare il patrimonio culturale già presente con la possibilità di fare ricerche via web». Tra tante «falle», funziona, e bene, la connessione predisposta a Piazza Garibaldi. Ma è comunque un po' poco per partire con annunci su connessione Wi-fi a disposizione di tutti. Tra qualche sparuto punto d'accesso e una vera e propria rete c'è una bella differenza.

Raffaele Nespoli22 luglio 2013

Il pallone arriva alla stratosfera L'impresa fatta in casa da 4 giovani

Corriere della sera

Ci hanno lavorato per un mese e poi all'alba il lancio. Il volo è stato documentato grazie ad una telecamera


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FIRENZE - Quattro giovani, tanta curiosità, voglia di creare e stupire. Sono Lorenzo Biffoli, Alessio Pampaloni, Tommaso Ristori, Lorenzo Maddii Fabiani. E la loro impresa è stata quella di mandare un pallone aerostativo, con una telecamera, fino alla stratosfera: ci sono riusciti. E hanno documentato tutto attraverso un video su Youtube. Hanno lavorato al progetto per un mese, e poi l'hanno realizzato, come anticipato il Gazzettino del Chianti. La telecamera inquadra un omino lego e dietro una bandiera bianca con l'inconfondibile giglio rosso di Firenze.

Si sono svegliati all'alba. Hanno fatto salire il pallone in aria. Dalle immagini si vede salire sempre più in alto, sempre più in alto, con immagini mozzafiato. Fino ad arrivare alla stratosfera dove è scoppiato. Ma i ragazzi hanno voluto fare di più: grazie al gps sono andati a recuperare i resti del pallone, che era finito nei pressi di Cortona (Arezzo).

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Redazione online22 luglio 2013

Come smascherare le bugie che rovinano le vacanze

La Stampa

Sul web recensioni pilotate di hotele ristoranti: ma difendersi si può
giuseppe bottero
torino

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Comprare finte recensioni per un albergatore è facile, troppo facile. Basta una mail all’agenzia che offre «servizi di marketing». «Sono il gestore di un piccolo ostello, vorrei aumentare le visite al mio sito». Rispondono subito e, al telefono, snocciolano il listino prezzi: 25 euro per un giudizio positivo sui portali per hotel, 49 per un migliaio di fans su Facebook, nove per mille visite su YouTube. Tutto legale? Per nulla.

Ma neppure palesemente fuori-legge, perché ci si muove in una zona grigia, senza controlli. «La normativa italiana non è adeguata ai tempi - dicono da Federalberghi -. Una recensione diffamatoria pochi minuti dopo essere stata pubblicata è visibile in rete da milioni di persone, senza che la parte lesa disponga di effettivi strumenti di tutela». Sono decine, centinaia, i siti-fabbrica dei falsi, alimentati da una «nuvola umana» pagata pochissimo: stagisti, studenti che provano ad arrotondare, micro-lavoratori da «generazione 100 euro».

Colpiscono in tutti i settori: dalla ristorazione ai siti di e-commerce. Racconta Fabio - «ma il cognome non lo scriva» - che ai tempi del tirocinio in uno studio di comunicazione interpretava quattro personaggi: il palestrato buonista, l’emarginato polemico, la femminista pentita, il cinico moralista. Obiettivo: stimolare le discussioni sui forum per promuovere i prodotti delle aziende che si erano rivolte alla sua agenzia. «Un periodo alienante», dice. «Nelle ultime settimane ero arrivato a far discutere i miei personaggi tra loro». 

Per i colossi della rete difendersi non è semplice. «Recensioni false? Non ci fanno paura», raccontava pochi mesi fa Joseph Fratangelo, manager di Tripadvisor, contro cui, da Parigi e Londra, sono piovute sentenze di censura. «È una lotta quotidiana che noi affrontiamo attraverso un team dedicato di 100 persone. Gli utenti sono comunque attenti ed evoluti». Buon per loro. Perché secondo la Fipe, federazione italiana dei pubblici esercizi, è falsa una recensione su tre. «Questi responsi possono innescare un circuito di ricatti e paure», attacca Giuseppe Roscioli, presidente di Confcommercio-Roma.

Imparare ad evitare le trappole è possibile. Per gli albergatori c’è un servizio che si chiama «Report Blackmail» e attiva un allarme che i gestori del sito sono costretti a raccogliere. Per i vacanzieri, le regole sono tre: diffidare da chi ha solo una recensione, controllare le date dei commenti (tutti lo stesso giorno? Il rischio che sia un falso è alto) ed accertarsi, con una mail o una ricerca su Google che l’autore del giudizio sia una persona in carne ed ossa. 

Undici sindacati bloccano i tagli ai costi della Camera

Paolo Bracalini - Lun, 22/07/2013 - 07:56

A Montecitorio è scontro sui privilegi della Casta. C'è una sigla ogni 140 lavoratori e tutte fanno le barricate contro le riduzioni. "Non siamo fannulloni, ci meritiamo quei soldi". E scoppia la polemica


Roma - «Buongiorno, mi passa il sindacato?». «Eh, ma quale, sono tanti qui alla Camera». Risposta sensata: in effetti sono ben undici le sigle sindacali lì dentro, per 1.521 dipendenti, un sindacato diverso ogni 140 persone.

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Ogni categoria di lavoratori a Montecitorio ne ha uno, o più d'uno. C'è il «Sindacato professionalità intermedie», il «Sindacato unitario impiegati parlamentari», il «Sindacato quadri parlamentari», l'«Organizzazione sindacale autonoma», «L'Unione sindacale», quindi «L'indipendente e libero sindacato», l'«Associazione dei Consiglieri Camera», «L'Associazione sindacale parlamentare», e poi naturalmente Cgil, Cisl e Uil.

È con questo esercito di sindacalisti che si dovrà confrontare l'onorevole Pd Marina Sereni, presidente del Cap (Comitato per gli affari del personale) composto da deputati e funzionari di Montecitorio, l'organo che ha messo a punto un piano di riduzioni ai privilegi economici dei dipendenti della Camera (stipendio medio oltre 100mila euro l'anno). «Ho sondato i sindacati e c'è disponibilità al dialogo», ha detto la Sereni a 24Mattino, con buona dose di ottimismo.

I precedenti non sono incoraggianti. Un tentativo a fine 2012 è finito nel nulla. Tra il dire e il tagliare c'è di mezzo il plotone dei sindacati decisi a difendere i diritti dei lavoratori della Camera, dagli operatori tecnici (fine carriera 10mila euro lordi al mese) ai consiglieri parlamentari (340mila euro l'anno dopo 35 anni) fino al segretario generale (600mila euro l'anno di stipendio). Totale: 280 milioni di euro la spesa annuale per il personale, tra stipendi e indennità anche creative (l'«indennità meccanografica», l'«indennità recapito corrispondenza», l'«indennità immissione dati»).

L'ufficio di presidenza della Camera ha approvato le linee di indirizzo elaborate dal Cap: riduzione del 50% delle indennità, proroga del blocco dell'adeguamento fino al 2016, riduzione degli stipendi più alti, «revisione in senso restrittivo delle ferie» (42 giorni l'anno). Fin qui le intenzioni, poi però tocca «contrattare» coi sindacati, e lì è un'altra storia. Basta sentire l'aria che tira. «Non c'è più certezza del diritto, ad ogni giro ci tolgono qualcosa. Attenzione però che la Corte costituzionale ha già detto (bocciando il contributo di solidarietà per gli stipendi sopra i 90mila euro, ndr) che i tagli decisi unilateralmente sono incostituzionali», dice un consigliere parlamentare vicino all'Associazione che li rappresenta.

«Molti di noi hanno vinto concorsi in magistratura o al Consiglio di Stato ma hanno scelto di venire qui in Parlamento sulla base di una previsione di retribuzione che ogni volta ci abbassano. Ci hanno già tolto il sistema retributivo delle pensioni, hanno bloccato l'adeguamento degli stipendi al costo della vita per cinque anni, c'è stata la riduzione del 10% delle indennità, il personale è diminuito del 25% in sette anni, ora vogliono anche ridurci le ferie senza darci niente in cambio. Tra un po' saremo noi a dover pagare per lavorare, siamo diventati il capro espiatorio per i mali dell'Italia, come se fossimo fannulloni.

Io questa settimana, lavorando in Commissione ad un decreto, ho fatto tutti i giorni le cinque del mattino, dormendo 2 ore in media a notte». I consiglieri chiedono una «riforma strutturale della spesa» a Montecitorio, piuttosto che tagli lineari a stipendi, ferie e indennità dei dipendenti, perché «i tagli fatti così, anche a livello nazionale, non hanno mai prodotto risparmi». Stessa musica dalla Cgil:

«Siamo disponibili a discutere, ma sia chiaro che gli sprechi della Camera sono altrove, il problema non sono gli stipendi dei dipendenti - dice Salvatore Chiaramonte, segretario Fp-Cgil - Va rivisto il sistema degli appalti, gli affitti costosissimi della Camera, la duplicazione di funzioni. Tagliare le indennità dei dipendenti può calmare l'opinione pubblica, ma non ce la caviamo così, il problema è complessivo, serve un discorso di sistema...». E quando il sindacato parla di «discorso di sistema», si mette male...

Pisapia molla un altro schiaffo a D&G

Giannino Della Frattina - Lun, 22/07/2013 - 07:05

Per difendere l'assessore, Palazzo Marino attacca ancora Dolce e Gabbana. E lo scontro arriva in Consiglio

 

Lo schiaffone del sindaco Pisapia e la carezza dell'assessore Carmela Rozza. C'è grande confusione sotto il cielo di Palazzo Marino. Ma non si può proprio dire, con il Grande Timoniere Mao Tse Tung, che la situazione sia eccellente.

Banale, ma è così. E questi sono tempi di grandi stecche e stonature per un Comune sull'orlo di una crisi di nervi.

Clamorosa l'ennesima uscita dell'assessore Franco D'Alfonso, lo stesso che voleva proibire i gelati dopo mezzanotte ricoprendo Milano di ridicolo e che si è ripetuto in versione giacobina accusando Dolce e Gabbana di evasione fiscale a iter giudiziario non ancora concluso. Provocando i tre giorni di serrata dei nove negozi D&G di Milano. Ma ancor più clamorosa la divisione nella squadra di Pisapia che di nuovo mostra tutta la sua fragilità. Come dimostrano le uscite di ieri del sindaco su Repubblica e sull'Unità di Carmela Rozza, assessore, ma soprattutto l'uomo (anzi la donna) forte del Pd in giunta.

Visioni del mondo, anche in questo caso, che più diverse non si può. Leggere per credere. Con Pisapia che dopo tre giorni di silenzio e di una gran voglia di nascondere la polemica sotto il tappeto, sceglie le pagine nazionali per urlare tutta la sua rabbia. «Basta, gli indignati adesso siamo noi. Dolce e Gabbana dovrebbero chiedere scusa a Milano». Non proprio un atteggiamento conciliante o di chi ha già ammesso che D'Alfonso ha sbagliato.

Per la verità Pisapia ha parlato di «battuta improvvida», non certo una bocciatura di quello che comunque continua a essere il vero ideologo della sua rivoluzione arancione. E a chi avesse solo immaginato la possibilità di rinnegarlo, Pisapia fa subito capire che il suo vero bersaglio non è D'Alfonso e il suo calpestare il più elementare stato di diritto, ma gli stilisti offesi. «Che c'entra “Milano fai schifo”? Sono molte - va all'attacco un durissimo Pisapia - le cose che fanno schifo, ma non ho mai visto chiudere i loro negozi per le stragi, le guerre, le ingiustizie». Frase ad effetto che piacerà all'ala più radicale della sinistra, ma che rende molto più difficile ricomporre una frattura ormai insanabile.

Aprendo magari a Dolce e Gabbana quella strada che la Regione Campania e il Comune di Napoli hanno già promesso per un eventuale «trasferimento» del business D&G. Di tutt'altro segno le parole della Rozza che detta la linea pd: «La prima cosa che suggerisco a tutti è di abbassare i toni e riprendere il dialogo nel rispetto reciproco». Ricordando che «il fisco, le sue regole e le sanzioni contro le infrazioni, non sono materia di competenza del Comune». Giusto. Perché in quella Babilonia che è diventata il Comune tra registri per le coppie omosessuali, no-global che occupano da andare a blandire (come fece Pisapia con Macao) e rom a cui rimborsare le case costruite abusivamente, anche parole di semplice buon senso come quelle della Rozza sembrano lezioni di diritto costituzionale.

Ma nulla succede per caso. E l'intervista di Pisapia è un altolà a chi a sinistra vorrebbe far fuori D'Alfonso e far virare l'esuberante arancione del sindaco verso i più placidi territori del Pd. Chiaro il messaggio dato da Pisapia al consiglio che medita la fronda: D'Alfonso non si tocca, ha detto cose fuori luogo, ma in fondo in fondo aveva ragione lui. E così la Lega oggi alle 15 raccoglie firme danti ai negozi e i consiglieri del centrodestra offriranno in aula magliette D&G. Per vedere chi a sinistra le indosserà. Smentendo D'Alfonso. E quindi Pisapia.




Fiorucci: "E se vanno via? Il sindaco telefoni e chieda scusa"

Intervista allo stilista Elio Fiorucci: "Un grave danno all'immagine di MIlano nel mondo. Quei due sono mosche bianche da coccolare"

Maria Sorbi - Lun, 22/07/2013 - 07:05

«Di tutto ha bisogno Milano fuorché di liti del genere». Parola di Elio Fiorucci, lo storico stilista che, poco più di un mese fa, ha presentato assieme all'assessore Franco D'Alfonso la sua maglietta per promuovere il brand Milano.

Il caso Comune contro Dolce & Gabbana rischia di danneggiare quel brand e l'immagine di Milano?
«Conviene a tutti fare pace. Per il bene della città, soprattutto in un momento così difficile».

Intanto all'estero Milano ci fa una figuraccia. «Sì ed è un danno molto grave. A Parigi, Londra, in Russia, ovunque, Dolce & Gabbana sono letteralmente venerati. C'è una vera e propria adorazione per loro e i loro campionari sono tra i più richiesti. Leggere sui giornali esteri questa storia non dà una bella immagine di quella che dovrebbe essere la capitale della moda».

Cosa farebbe se fosse nei panni del sindaco Pisapia?
«Alzerei il telefono, inviterei Domenico e Stefano a bere un bicchiere di vino e chiederei scusa. Quei due sono miti da coccolare».

Invece sembra che i toni della polemica siano sempre più aspri. «Già, ma ricordiamoci che è una polemica nata dal nulla. Dolce & Gabbana non hanno mai chiesto passerelle al Comune. È stata solo una battuta infelice di D'Alfonso, una gaffe a cui sarebbe stato bene rimediare subito. Sfugge a tutti una frase sbagliata, basta chiarire immediatamente».

Ora cosa si rischia?
«Il pericolo è che la maison decida di sfilare a Roma. O a Parigi. O, peggio ancora, che decida di andarsene all'estero. Sarebbe un danno enorme».

Una settimana della moda senza D&G?
«Ecco, cerchiamo di evitarla. Tra l'altro mica stiamo parlando di due delinquenti. Sono brave persone, due veri gentiluomini. Pagano i contributi, creano tanto lavoro e fanno parecchia beneficenza. Insomma, due mosche bianche».

Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono anche tra i milanesi che pagano più tasse.
«Sono tra i primi posti fra i contribuenti d'oro di Milano. Quando ad essere ricche sono persone così, bisogna solo esserne contenti».

Insomma, secondo lei si poteva evitare una bagarre del genere?
«Mettiamola così. Siamo riusciti a formare il governo delle larghe intese. Vogliamo non superare equivoci di questo tipo nati sui “se”?. Direi che è davvero giunto il momento di abbassare i toni».

Invece ai due stilisti è stato perfino chiesto indietro l'Ambrogino d'oro ricevuto nel 2009.
«Non scherziamo. Il Comune di Milano dovrebbe erigere un monumento a Dolce & Gabbana. Che ci vuole a far pace con due delle persone più oneste che io conosca? Gli evasori e i farabutti sono altri. Pisapia sia diplomatico e simpatico come sa essere».




E con gli "stilisti democratici" si tratta

Carlo Maria Lomartire - Lun, 22/07/2013 - 07:05

Il conflitto esploso in questi giorni fra D&G e l'amministrazione comunale di Milano non deve destare meraviglia. C'è, semmai, da stupirsi che lo scontro non sia avvenuto prima. Con la sua consolidata attitudine alla gaffe (ammesso che di uscita involontaria si tratti) ci ha pensato l'assessore al Commercio Franco D'Alfonso, con quella sua dichiarazione - che i più benevoli hanno definito «malaccorta», «incauta» e «improvvida» - a proposito della presunta evasione fiscale dei due grandi stilisti. Una colpa che li escluderebbe dalle generose elargizioni di spazi che, secondo D'Alfonso, il Comune farebbe in occasione delle settimane milanesi della moda ma che per il momento D&G non avevano neppure chiesto. Per D'Alfonso, infatti, quei due sono due pregiudicati, anche se il giudizio è ancora solo al primo grado, in barba alle più elementari norme di garantismo che pure un ex socialista come D'Alfonso dovrebbe rispettare.

No, non c'è da meravigliarsi per questa fucilata a freddo, né per il tiepido, bipartisan e acrobatico tentativo del sindaco di minimizzare e di prendere cautamente le distanze dal suo assessore. Tentativo, anche questo «malaccorto», tanto che ha ottenuto il risultato di irritare ancora di più i due stilisti spingendoli alla clamorosa inedita serrata di tre giorni di tutti i punti di vendita milanesi della griffe: una mossa esplosiva che è sui giornali di tutto il modo, che a Milano e al suo sindaco non fa fare una bella figura.

Non c'è da meravigliarsi, dicevo, perché questa è una giunta di sinistra, molto di sinistra: l'ex rifondarolo e oggi vendoliano Pisapia è il sindaco e D'Alfonso il suo profeta, il suo riconosciuto ideologo. Perciò legittimato interprete di quell'area politico-culturale. E si sa: quella sinistra ha sempre detestato la moda. Da un certo momento in poi, faticosamente a partire dagli anni '80 (gli anni della «Milano da bere» non caso anch'essi schifati dalla sinistra) ha dovuto prendere atto dei fatturati stratosferici, dell'export strepitoso, dei livelli di occupazione da boom industriale e del grande contributo di immagine che il sistema moda portava al paese.

La sinistra faceva buon viso, sorrideva forzatamente agli stilisti ma dentro di sé continuava a detestare quel mondo, visto come regno della superficialità e dell'apparire del consumismo e dello shopping selvaggio; non riconoscendo alcun legame fra tanta creatività e l'arte e la cultura ufficiali, ignorando che pur sempre di ricerca del bello si tratta. «Chi butteresti giù dalla torre, Valentino o Fabio Fazio (per non scomodare Umberto Eco)?». La maggior parte di questi integralisti di sinistra non avrebbe dubbi: giù Valentino!

Certo, qualche «stilista democratico» si salva e con lui si può serenamente trattare, ad esempio, per grandi spazi in Galleria, tanto più dopo averli sottratti all'odiato McDonalds, simbolo estremo del consumismo colonialista amerikano. Ma sono casi rari, perché se il diavolo veste Prada, D&G veste il Diavolo, nel senso del Milan, squadra di Berlusconi: e così due linee di repulsione - quella per la moda e quella per il Caimano del quale i due stilisti sono amici - si incrociano provocando reazioni incontrollate, di cui D'Alfonso ci ha appena dato un piccolo e rumoroso saggio dimostrando per l'ennesima volta i danni che può provocare il pregiudizio ideologico.

Dopo 20 anni Di Pietro è senza pudore: «Avrei potuto salvarlo»

Stefano Zurlo - Lun, 22/07/2013 - 08:20

Mani Pulite riscritta per autoassolversi. L'ex pm: "Avrei dovuto arrestarlo e lui avrebbe parlato dlle mazzette al Pci"

La ferita brucia ancora. Vent'anni fa Antonio Di Pietro, allora l'invincibile Napoleone di Mani pulite, si fermò sulla porta di Botteghe Oscure e il filo delle tangenti rosse si spezzò con i suoi misteri.


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Per questo, forse per trovare una spiegazione che in realtà spiega solo in parte, l'ex pm racconta che il suicidio di Raul Gardini, avvenuto il 23 luglio '93 a Milano, fu un colpo mortale per quell'indagine. «La sua morte - racconta Di Pietro ad Aldo Cazzullo in un colloquio pubblicato ieri dal Corriere della Sera - fu per me un coitus interruptus». Il dipietrese s'imbarbarisce ancora di più al cospetto di chi non c'è più, ma non è questo il punto.

È che l'ormai ex leader dell'Italia dei Valori si autoassolve a buon mercato e non analizza con la dovuta brutalità il fallimento di un'inchiesta che andò a sbattere contro tanti ostacoli. Compresa l'emarginazione del pm Tiziana Parenti, titolare di quel filone. E non s'infranse solo sulla tragedia di piazza Belgioioso. Di Pietro, come è nel suo stile, semplifica e fornisce un quadro in cui lui e il Pool non hanno alcuna responsabilità, diretta o indiretta, per quel fiasco.

Tutto finì invece con quei colpi di pistola: «Quel 23 luglio Gardini avrebbe dovuto raccontarmi tutto: a chi aveva consegnato il miliardo di lire che aveva portato a Botteghe Oscure, sede del Pci; chi erano i giornalisti economici corrotti, oltre a quelli già rivelati da Sama; e chi erano i beneficiari del grosso della tangente Enimont, messo al sicuro nello Ior». E ancora, a proposito di quel miliardo su cui tanto si è polemizzato in questi anni, specifica: «Il suo autista Leo Porcari mi aveva raccontato di averlo lasciato all'ingresso del quartier generale comunista, ma non aveva saputo dirmi in quale ufficio era salito, se al secondo o al quarto piano: me lo sarei fatto dire da Gardini».

Il messaggio che arriva è chiaro: lui ha fatto tutto quel che poteva per scoprire i destinatari di quel contributo illegale, sulla cui esistenza non c'è il minimo dubbio, ma quel 23 luglio cambiò la storia di Mani pulite e in qualche modo quella d'Italia e diventa una data spartiacque, come il 25 luglio 43.  Vengono i brividi, ma questa ricostruzione non può essere accettata acriticamente e dovrebbero essere rivisti gli errori, e le incertezze dell'altrove insuperabile Pool sulla strada del vecchio Pci. Non si può scaricare su chi non c'è più la responsabilità di non aver scoperchiato quella Tangentopoli.

Di Pietro invece se la cava così, rammaricandosi solo di non aver fatto ammanettare il signore della chimica italiana la sera prima, quando i carabinieri lo avvisarono che Gardini era a casa, in piazza Belgioioso. «M avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in procura con le sue gambe, il mattino dopo». Quello fatale. «E dissi di lasciar perdere. Se l'avessi fatto arrestare subito sarebbe ancora qui con noi. Io Gardini lo potevo salvare». La storia non si fa con i se. E quella delle tangenti rosse è finita prima ancora di cominciare.

La «bestia di Satana» fa la guida turistica

Redazione - Lun, 22/07/2013 - 08:50

Elisabetta Ballarin è stata ammessa al regime di semilibertà. Ora lavora come guida turistica a Monte Isola sul lago d'Iseo

Elisabetta Ballarin, una «Bestia di satana», setta responsabile di almeno tre omicidi, è stata ammessa al regime di semilibertà e ora lavora come guida turistica a Monte Isola sul lago d'Iseo.


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La ragazza domani compirà 28 anni e per questo ha anche ottenuto un permesso speciale di qualche giorno. Nel gennaio 2004 partecipò all'omicidio di Mariangela Pezzotta, fidanzata di una delle «Bestie», «colpevole» di conoscere i segreti della setta satanica. Arrestata quel giorno stesso, strafatta di cocaina ed eroina, verrà poi condannata a 22 anni. In carcere ha iniziato un percorso di recupero, si è laureata con 110 e lode ed è stata ammessa al lavoro esterno. «So di non poter restituire nulla, ma i miei sforzi sono dedicati a chi ho fatto soffrire» ha detto la ragazza che sta scontando la sua pena in regime di semilibertà nel carcere bresciano di Verziano ed è in attesa della grazia. «Non capisco tutto questo clamore attorno alla Ballarin, qui nell'ambito di un progetto del carcere» ha spiegato Pietro Giuseppe Ziliani, sindaco di Monte Isola, comune che dal 2011 impegna i detenuti nella manutenzione del verde.