martedì 23 luglio 2013

Stupro di gruppo: no al carcere per la Consulta

Corriere della sera

Esclusa la detenzione quando si possono applicare misure alternative

No alla custodia cautelare in carcere per il reato di violenza sessuale di gruppo qualora il caso concreto consenta di applicare misure alternative. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 275, comma 3, terzo periodo, del Codice di procedura penale. La decisione segue quanto già stabilito in relazione ad altri reati, tra cui il traffico di stupefacenti, l'omicidio, e delitti a sfondo sessuale e in materia di immigrazione.


23 luglio 2013 | 18:13

Vietato scrivere terrorista

Libero Pennucci - Mar, 23/07/2013 - 16:02

Gli "ermellini": "Il pubblico ed improprio collegamento tra le due informazioni si risolve in un'illecita lesione del diritto alla riservatezza"


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Vietato scrivere la parola terrorista. Il confine dell'ipocrisia è stato spostato in avanti da una sentenza della Corte di Cassazione. Il passato scomodo si ripulisce con un colpo di spazzola, si sbianchetta dalle pagine dei giornali. Un'amnistia della memoria sancita tramite sentenza. Il diritto all'oblio è, di fatto, esteso anche ai terroristi. La terza sezione civile della Cassazione ha confermato il risarcimento danni - 30mila euro - riconosciuto dalla Corte d’appello di Milano a un ex militante di Prima linea. Il danno subito dall'ex militante? Due articoli pubblicati da un quotidiano locale, diffuso nella provincia di Como, nel 1998, molto tempo dopo gli "anni di piombo".

Articoli in cui si ricordavano i suoi trascorsi tra le fila dell'associazione armata di estrema sinistra. 

"In tema di diffamazione a mezzo stampa - questo è il principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte - il diritto del soggetto a pretendere che proprie, passate vicende personali siano pubblicamente dimenticate trova limite nel diritto di cronaca solo quando sussista un interesse effettivo ed attuale alla loro diffusione", nel senso che "quanto realmente accaduto trovi diretto collegamento con quelle vicende stesse e ne rinnovi l’attualità".

Quindi? Un ex terrorista può essere definito terrorista solo quando reitera il reato? Non si sa. Rimane solo il dubbio che si debba tacere un particolare, non indifferente, della vita di una persona. Il passato da terrorista si può anche sbianchettare. Ma il dolore dei familiari delle vittime, quello, è indelebile.

Di Pietro: "Potevo salvare Gardini". La Craxi lo insulta e Pomicino lo accusa

Libero


Non è di certo passata inosservata quella assurda e incauta dichiarazione di Antonio Di Pietro che al Corriere della Sera domenica 21 luglio ha detto: "Potevo salvare Raul Gardini. Se lo avessi arrestato non si sarebbe suicidato". Raul Gardini si è tolto la vita proprio per evitare il carcere. E sicuramente, se fosse finito dietro le sbarre sarebbe riuscito comunque ad ammazzarsi. Lo sanno bene quelli che direttamente o indirettamente sono stati protagonisti di quel periodo come Stefania Craxi e Cirino Pomicino.


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La figlia di Craxi, oggi martedì 23 luglio, a vent'anni esatti dalla morte di Gardini, scrive una lettera al Corriere in cui accusa l'ex pm: "Di Pietro ha dedicato tutta l'intervista a negare la propria responsabilità nel suicidio". "Afferma di aver promesso agli avvocati di Gardini che non lo avrebbe arrestato e che avrebbe atteso l'imprenditore in Procura per l'interrogatorio proprio quella mattina 23 luglio. Ma invece di recarsi in Procura quella mattina l'imprenditore si sparò. È un gioco di parole.

Tutti, da settimane, sapevano a Milano che per Gardini le manette erano già pronte". Era noto, rincara la Craxi, "che gli interrogatori di Di Pietro si svolgessero accompagnati dal tintinnare delle manette e che le porte di San Vittore fossero ben aperte per tutti coloro ai quali il tintinnare non bastava per rispondere secondo i desideri del pm". Non solo, conclude la figlia di Bettino: "Di Pietro fa anche la vittima: avevo contro personaggi come Craxi e Parisi, il capo della polizia!". Peccato che nel biennio 1992/94 "si è distrutto un sistema illecito di finanziamento della politica, ma si è distrutto anche un sistema politico che da cinquant'anni assicurava libertà e progresso". Quei partiti "non sono più rinati; la politica e l'amministrazione hanno conosciuto solo passi indietro. I Di Pietro lasciamoli nel dimenticatoio in cui si sono cacciati".

E qualcosa da dire ce l'ha anche Cirino Pomicino. L'ex ministro accusa l'ex pm di Mani Pulite dalle colonne del Giornale: "Di Pietro mi chiese: E' vero che Giorgio Napolitano ha ricevuto soldi da lei? Io risposi che non era vero, ma lui insisteva. Guardi che c'è un testimone, un suo amico, che lo ha confessato. Se l'ha detto, ha detto una sciocchezza, perché non è vero risposi io. E infatti la confessione era finta, me lo rivelò lo stesso Di Pietro poco dopo, un tranello per farmi dire che Napolitano aveva preso una tangente. Ma si può gestire la giustizia con questi metodi?".

Il fatto è, sottolinea Pomicino, che "normalmente la gente ci metteva due minuti a dire quel che volevano fargli dire. In quegli anni le persone venivano arrestate, dicevano delle sciocchezze, ammettevano qualsiasi cosa e il pm li faceva subito uscire e procedeva col patteggiamento. Quando poi queste persone venivano chiamate a testimoniare nel processo, contro il politico che avevano accusato, potevano avvalersi della facoltà di non rispondere". L'obiettivo di quel tranello, secondo l'ex ministro, " era far fuori, dopo la Dc e il Psi, anche la componente amendoliana del Pci, quella più filo-occidentale, più aperta al centrosinistra".

Ma non finisce qui. Pomicino non concorda con Di Pietro sui motivi del suicidio di Gardini: "Lui dice che Gardini si uccise con un moto d'impeto, e che lui avrebbe potuto salvarlo arrestandolo il giorno prima. Io credo che Gardini si sia ucciso per il motivo opposto". Tesi che sposa anche Luigi Bisignani: "Gardini si suicidò perché la procura aveva promesso che la sua confessione serviva per non andare in carcere, ma invece scoprì che l'avrebbero arrestato".

Colpo di scena, riparte il Wi-Fi pubblico

Corriere della sera

di Edoardo Segantini


CatturaColpo di scena, la liberalizzazione del Wi-Fi pubblico va avanti. Gli emendamenti approvati venerdì scorso, che complicavano il provvedimento fino, di fatto, a vanificarlo, sono stati eliminati da un intervento del presidente della Commissione Bilancio Francesco Boccia. Si è verificato, in sostanza, l’auspicio di molti, noi compresi: è stato cioè ascoltato il parere di un esperto, il parlamentare Stefano Quintarelli, e oggi la norma recita:

“L’offerta di accesso alla rete Internet al pubblico tramite rete Wi-Fi non richiede l’identificazione personale degli utilizzatori”. Lo stesso Quintarelli giudica inoltre positivo l’emendamento che liberalizza l’allacciamento alla rete, non più esclusiva di installatori con multe da 30 mila a 150 mila euro. La pressione della lobby degli installatori era stata infatti una delle fonti di complicazioni del provvedimento precedente.

Resta il tema della sicurezza e della responsabilità, sia per chi offre la connessione sia per chi utilizza le reti, ma almeno si liberano gli esercenti da una serie di interventi tecnici complicati e onerosi. E si dà loro la possibilità di rendere più attraenti gli esercizi grazie al Wi-Fi. Cosa che in tempi di crisi non è banale. Sarà poi il singolo esercizio commerciale a decidere se introdurre o meno una password e l’utente a decidere se fidarsi o meno a utilizzare una rete di cui non è ben chiara la proprietà.

Se il colpo di scena del Wi-Fi ha portato una buona notizia, va registrata anche la cattiva: i fondi per la banda larga previsti dall’Agenda Digitale sono stati tagliati. Dei 150 milioni destinati ad azzerare il digital divide di primo livello (disponibilità di una connessione ad almeno 2 mega) nel Centro Nord, ne sono rimasti 130, nonostante il ministero dello Sviluppo economico si ofsse già organizzato per utilizzare l’intera somma. A beneficiarne indovinate chi saranno? Le televisioni locali, immenso pascolo di relazioni politiche, a cui non verranno applicati i tagli previsti in precedenza.




Crescono le connessioni, ma navighiamo lenti

Corriere della sera
Gli indirizzi IP nel Paese sono cresciuti del 20%, arrivando a oltre 20 milioni. Ma la velocità media è di 4,4Mbps

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MILANO - Non siamo tra le vette europee per velocità ma il numero di connessioni nel nostro Paese cresce. Secondo l'ultimo Rapporto sullo Stato di Internet pubblicato dalla piattaforma di distribuzione di contenuti digitali Akamai, il nostro Paese ha conosciuto una crescita di indirizzi IP del 20 per cento rispetto al 2011 attestandosi oltre i 20 milioni.
SOLO IL 3,2% OLTRE I 10 MBPS - Ci connettiamo di più insomma ma è la velocità il nostro tallone d'Achille. Le connessioni oltre i 10 Mbps, le cosiddette High Broadband, sono infatti solo il 3,2 per cento sul totale nazionale, che ci fanno guadagnare il 39simo posto a livello globale. Sopra di noi troviamo la Francia, 35sima con il 5,2%, e la Spagna, 34sima con il 5,8 per cento. Teste di serie europee sono invece Svizzera, Paesi Bassi e Svezia che contano rispettivamente il 30, 29 e 25 per cento di connessioni ultrarapide.

FANALINO DI CODA - Ancora più sconfortanti i dati sulle connessioni in banda larga, quelle sopra i 4 Mbps, che in Italia sono il 35% sul totale. In questo caso siamo 45simi alle spalle di Slovacchia, Polonia, Emirati Arabi Uniti, Romania e Ungheria. In media insomma navighiamo intorno ai 4,4 Mbps contro i 10,1 della Svizzera, i 9,9 dei Paesi Bassi e i 9,6 della Repubblica Ceca e a livello europeo siamo al penultimo posto per numero di connessioni veloci. Dietro di noi c'è solo la Turchia.


LA VELOCITÀ MEDIA È DI 4,4 MBPS - La crescita c'è ma sembra un fuoco di paglia. Sui 10 Mbps cresciamo del 24 per cento rispetto al 2012 mentre sui 4 Mbps del 10 per cento ma la velocità media nel primo trimestre 2013 si attesta sui 4.4 Mbps con un picco medio pari a 21.8 Mbps, il più basso di tutta Europa. Basta pensare che Romania e Svizzera hanno un picco medio superiore ai 40 Mbps, la Gran Bretagna di 36,3 Mbps, che in Corea del Sud, la più veloce del mondo, si naviga a 14,2 Mbps e che Hong Kong ha un picco medio di 63,6 Mbps.

SIAMO MENO CYBERPIRATI - Unica consolazione arriva dagli attacchi informatici. Con l'1,1 per cento sul totale siamo finalmente usciti dalla Top 10 dei Paesi più pericolosi dove lasciamo una sola nazione europea, la Romania. Senza sorprese la Cina continua ad essere la principale fonte di attacchi anche nel primo trimestre 2013 con il 34% del totale mentre per i più esperti è interessante notare che la Porta 445 (Microsoft-DS) continua ad essere la più colpita (23%) seguita dalla Porta 80 (WWW HTTP) che attira il 14% del totale e sono originati soprattutto in Indonesia, la patria dei pirati digitali e non.

23 luglio 2013 | 17:39



Velocità media di connessione dei Paesi europei





I Paesi più veloci del mondo




Percentuale di connessioni broadband (>4Mbps)




Percentuale di connessioni broadband (> 10 Mbps)

Una rete per togliere l’ombra ai venditori ambulanti Forte dei Marmi, proibito il riposo sotto il pontile

Corriere della sera

di Marco Gasperetti


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FORTE DEI MARMI –  Chi sperava nel fatidico detto «neppure l’ombra di un venditore ambulante» si è dovuto accontentare del più realistico (e terribile) «neppure un po’ di ombra per l’ambulante extracomunitario». Già, perché uno dei pochi luoghi ombreggiati dove i «vu’ cumprà» (termine un po’ razzista ma comunque in voga almeno in Versilia) si riposavano, sotto lo storico Pontile, è stato recintato per decoro e problemi di sicurezza. Una rete metallica da qualche giorno impedisce l’accesso ai venditori. Lo ha deciso il Comune di centrosinistra e la decisione ha provocato polemiche. Il sindaco Umberto Buratti (Pd) spiega che il provvedimento si è reso necessario dopo le continue proteste.

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La presenza di questi ragazzi di colore, carichi di borsoni spesso con merce contraffatta e dunque illegale, è considerata da molti (soprattutto turisti) non solo un oltraggio alla legge ma anche una violazione del decoro della cittadina, perla mondana della Versilia. Buratti parla anche di problemi di ordine pubblico rimasti inevasi nonostante le denunce dell’amministrazione. «La situazione è difficile e le forze dell’ordine con i mezzi a disposizione fanno anche troppo – spiega il sindaco – , purtroppo non ci è consentito di investire risorse in questa direzione ed io ho fatto quanto era nelle mie possibilità, ho scritto anche a Roma per chiedere la modifica della legge. Forte dei Marmi è come un hotel a cinque stelle e dunque  dobbiamo garantire servizi a cinque stelle».

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Non è la prima volta che in Versilia si cerca di limitare «l’invasione dei vu’ cumprà» utilizzando reti. Nel luglio nel 2001 una rete, alta meno di un metro, di metallo verde, venne issata al «Genova», uno dei bagni più lussuosi di Viareggio. Il motivo? Tenere lontani i venditori ambulanti dai vacanzieri, indispettiti dalle continue richieste di acquisto. La rete anti-immigrati rendeva più difficile il passaggio da bagno a bagno agli ambulanti, costretti a guadagnare ogni volta il bagnasciuga in un estenuante zig zag che raddoppiava sotto il sole tragitto e fatica. Dopo polemiche e accusa il «muro» venne rimosso.  Accadrà anche così per la rete anti-ombra?

mgasperetti@corriere.it

Ecco l'«Oriental Mall» di Paolo Sarpi: lo shopping center con capitale cinese

Corriere della sera

Cinque piani con spazio benessere, abbigliamento e giochi. L'investimento di un gruppo di famiglie cinesi in Italia


I volantini di uno dei due supermercati stanno arrivando nelle case in questi giorni. Ma la pubblicità era iniziata prima: solamente, però, sui giornali cinesi venduti in Italia. Con un grande investimento nato dall'unione di capitali di alcune famiglie cinesi in Italia unite da legami di parentela o di amicizia di vecchia data (ognuna con esperienza in un settore diverso) sta, infatti, per nascere quello che potrebbe essere il primo vero concorrente cinese della grande distribuzione made in Italy.


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CHINATOWN -Lo spazio è l'ex Ovs di via Paolo Sarpi a Milano dove martedì sarà inaugurata questa nuova formula a metà tra un tradizionale supermercato e un mall della moda. «The Oriental Mall» (GUARDA) sarà composto da cinque piani, di cui tre fuori terra. Due i supermercati presenti al suo interno (il primo sarà un Iper Hu, il secondo un Hu Food). Al piano terra, molti corner diversi con abbigliamento, gioielleria, bigiotteria, con marchi sia cinesi che italiani, accessori e giochi per bambini con logo (stile Disney Store), high-tech, pasticceria, bar. Il secondo piano - la preparazione è ancora in corso - sarà dedicato interamente al wellness, con sala yoga, centro di bellezza con massaggi tradizionali e trattamenti estetici, sala da tè e punto di ristoro con possibilità di pasti veloci sia di cucina cinese che italiana. Trattative, infine, sono in corso con alcuni marchi di lusso made in Italy per i turisti cinesi. Già, perché lo scopo è attirare, appunto, oltre ai consumatori italiani, anche i turisti che dalla Cina arrivano in Italia.

CINESI MENEGHINI - A spingere l'iniziativa soprattutto i giovani rappresentanti delle famiglie cinesi, tutti sui trent'anni, imprenditori e dalle esperienze internazionali. In particolare Cristophe e Stephan Hu, nati in Francia e cresciuti tra Milano e Roma (già importatori all'ingrosso con la World Mart) gestiranno la parte alimentare a piano terra, la Hu Food, supermercato con anche banco di macelleria e pesce freschi. La famiglia Jin e la signora Zheng Wei Yan titolari del marchio Iper Hu con all'attivo 11 mercatoni nel Nord Italia apriranno al primo piano un punto vendita omonimo. Altri investitori sono le famiglie Wu e Jiang Sen che arrivano dalla ristorazione: noto il Dining Wok, raffinato ristorante multietnico nel centro commerciale Bennet di Cantù, e tra poco (con la partecipazione della famiglia Hu) nel centro commerciale Auchan di Rescaldina.

I GEMELLI HU - Gli ideatori e i realizzatori a livello pratico di tutto il progetto sono i gemelli Michele e Francesco Hu, laureati all'università Bocconi di Milano, nati come broker assicurativi e mediatori finanziari nel 2003, che hanno iniziato dando credito alla comunità cinese tramite convenzioni nazionali con istituti di credito italiani. Ora si occupano di gestire grandi patrimoni immobiliari, con fondi o acquisto di quote dirette o indirette in investimenti di media e grande struttura. «Crediamo che sarà un successo», dice Michele Hu. Per questo stanno già valutando due nuovi centri a Torino e Firenze.

23 luglio 2013 | 13:10

Stop a pubblicità selvagge sui social” Giro di vite contro il marketing virale

La Stampa

Il Garante vara le nuove linee guida anti-spam: niente più e-mail e sms indesiderati. Per inviare messaggi promozionali su Facebook e Twitter servirà il consenso del destinatario



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Offerte commerciali a utenti di social network o di servizi di messaggistica come Skype e WhatsApp solo con il loro consenso; no a e-mail e sms indesiderati; maggiori controlli da parte di chi commissiona le campagne promozionali; misure semplificate per le promozioni delle imprese che rispettano le regole. Il Garante vara le nuove “Linee guida in materia di attività promozionale e contrasto allo spam” per combattere il marketing selvaggio e favorire pratiche commerciali “amiche” di utenti e consumatori.

Il provvedimento generale (in via di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale) definisce un primo quadro unitario di misure e accorgimenti utili sia alle imprese che vogliono avviare campagne per pubblicizzare prodotti e servizi, sia a quanti desiderano difendersi dall’invadenza di chi utilizza senza il loro consenso recapiti e informazioni personali per tempestarli di pubblicità. Una particolare attenzione è stata posta dall’Autorità sulle nuove frontiere dello spamming - come quello diffuso sui social network (il cosiddetto social spam) o tramite alcune pratiche di “marketing virale” o “marketing mirato” - che possono comportare modalità sempre più insidiose e invasive della sfera personale degli interessati.

Queste in sintesi le principali regole contenute nelle Linee guida.

Offerte commerciali e spam
- Invio di offerte commerciali solo con il consenso preventivo. Per poter inviare comunicazioni promozionali e materiale pubblicitario tramite sistemi automatizzati (telefonate preregistrate, e-mail, fax, sms, mms) è necessario aver prima acquisito il consenso dei destinatari (cosiddetto opt-in). Tale consenso deve essere specifico, libero, informato e documentato per iscritto. Maggiori controlli su chi realizza campagne di marketing. Chi commissiona campagne promozionali deve esercitare adeguati controlli per evitare che agenti, subagenti o altri soggetti a cui ha demandato i contatti con i potenziali clienti effettuino spam.

- Consenso per l’uso dei dati presenti su Internet e social network. E’ necessario lo specifico consenso del destinatario per inviare messaggi promozionali agli utenti di Facebook, Twitter e altri social network (ad esempio pubblicandoli sulla loro bacheca virtuale) o di altri servizi di messaggistica e Voip sempre più diffusi come Skype, WhatsApp, Viber, Messenger, etc. Il fatto che i dati siano accessibili in Rete non significa che possano essere liberamente usati per inviare comunicazioni promozionali automatizzate o per altre attività di marketing “virale” o “mirato”.

- “Passaparola” senza consenso. Non è necessario il consenso per inviare e-mail o sms con offerte promozionali ad amici a titolo personale (il cosiddetto “passaparola”).

Semplificazioni per le aziende in regola
- E-mail promozionali ai propri clienti. Ok all’invio di messaggi promozionali, tramite e-mail, ai propri clienti su beni o servizi analoghi a quelli già acquistati (cosiddetto soft spam). 
- Promozioni per “fan” di marchi o aziende. Una impresa o società può inviare offerte commerciali ai propri “follower” sui social network quando dalla loro iscrizione alla pagina aziendale si evinca chiaramente l’interesse o il consenso a ricevere messaggi pubblicitari concernenti il marchio, il prodotto o il servizio offerto.

- Consenso unico valido per diverse attività. Basta un unico consenso per tutte le attività di marketing (come l’invio di materiale pubblicitario o lo svolgimento di ricerche di mercato); il consenso prestato per l’invio di comunicazioni commerciali tramite modalità automatizzate (come e-mail o sms) copre anche quelle effettuate tramite posta cartacea o con telefonate tramite operatore. Le aziende che intendono raccogliere i dati personali degli utenti per comunicarli o cederli ad altri soggetti a fini promozionali, possono acquisire un unico consenso valido per tutti i soggetti terzi indicati nell’apposita informativa fornita all’interessato.

Tutele e sanzioni contro lo spam
- Tutele per i singoli utenti. Le persone che ricevono spam possono presentare segnalazioni, reclami o ricorsi al Garante e comunque esercitare tutti i diritti previsti dal Codice privacy, inclusa la richiesta di sanzioni contro chi invia messaggi indesiderati (nei casi più gravi possono arrivare fino a circa 500.000 euro). 

- Tutele per le società. Le “persone giuridiche”, pur non potendo più chiedere l’intervento formale del Garante per la privacy, possono comunque comunicare eventuali violazioni. Hanno invece la possibilità di rivolgersi all’Autorità giudiziaria per azioni civili o penali contro gli spammer.
Contestualmente alle Linee guida, allo scopo di semplificare ulteriormente gli adempimenti in materia di marketing diretto, il Garante ha adottato anche un apposito provvedimento generale sul consenso al trattamento dei dati personali, sempre in via di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.

Sigarette, i pacchetti anonimi aiutano a smettere di fumare

La Stampa

Autore Dr.ssa Flavia Massaro


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L'impatto del packaging delle sigarette sul tabagismo è considerato e studiato da molto tempo e l'aspetto dei pacchetti è stato modificato perchè influisca sulla percezione del fumatore circa i rischi del fumo, ma scelte come quella di includere semplicemente delle scritte "terroristiche" (per quanto rispondenti a verità) come avviene in Italia non hanno condotto a risultati soddisfacenti nella direzione desiderata.

L'utilizzo del packaging come strumento di dissuasione dal fumo ha però dato dei risultati nel momento in cui è stato modificato agendo contemporaneamente su due piani differenti: l'attrattività della confezione e la comunicazione di messaggi circa gli effetti del fumo, combinate assieme, hanno dato risultati interessanti, rilevati da una ricerca su 536 fumatori australiani pubblicata ieri dal British Medical Journal nella versione open.

Dal 1 settembre 2012 in Australia sono in vendita i plain pack, pacchetti di sigarette privi del logo del produttore, di colore marrone e illustrati dalle foto dei danni provocati dal fumo, come:
Nel giro di 4 mesi i nuovi pacchetti, i plain pack, hanno completamente soppiantato i brand pack, che riportavano logo, colori e decorazioni tipiche del brand produttore: per verificare le conseguenze di questa novità il suo impatto è stato studiato nel periodo di transizione, quando erano ancora disponibili sia i vecchi pacchetti con i logo, sia i nuovi pacchetti anonimi, per determinare quali effetti i plain pack stavano determinando nei fumatori che li stavano già acquistando.

Nonostante le foto inquietanti che illustrano i plain pack, ciò che stava cambiando non era il timore per il rischio di subire i danni del fumo, la soddisfazione per il fumo e la qualità percepita delle sigarette vendute con questo nuovo packaging, che stavano diminuendo. Chi acquistave i plain pack apprezzava di meno le sigarette in essi contenute e pensava inoltre più spesso all'opportunità di smettere di fumare rispetto a chi acquistava ancora i pacchetti tradizionali. L'effetto delle foto non è risultato fondamentale perchè è ben noto che la mente rigetta i messaggi eccessivamente ansiogeni e che per ottener un effetto dissuasivo occorre elicitare livelli medi di ansia, nè eccessivi nè troppo contenuti.

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Quello che diminuisce grazie ai plain pack è quindi l'appeal del fumo, una volta che sono stati eliminati dal pacchetto gli elementi che rimandano al brand (logo e decorazioni) e il prodotto è venduto in maniera anonima. Secondo i ricercatori: "Il risultato secondo cui chi fuma prendendo le sigarette da un plain pack pensa più frequentemente, e dandole maggior priorità, all'idea di smettere rispetto a chi utilizza pacchetti con il brand è importante perchè la frequenza con cui si pensa di smettere di fumare è fortemente predittiva rispetto al compimento di tentativi concreti per raggiungere l'obiettivo". L'adozione dei plain pack può rappresentare quindi la soluzione più utile per ottenere quel reale effetto dissuasivo dal fumo che molti Paesi stanno perseguendo per contenere i costi sanitari addebitabili alle conseguenze del tabagismo.


Fonte: "Introduction effects of the Australian plain packaging policy on adult smokers: a cross-sectional study"

Contromano in bici sull'autostrada. Ciclista «folle» semina panico ma non può essere multato

Il Mattino

Con il camper a secco ha pensato di raggiungere così il distributore di gasolio: e non lo possono neppure multare


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Contromano sull'autostrada, in sella alla sua bicicletta. Un camperista rimasto senza gasolio ha seminato il panico sull'autostrada A16 Napoli-Bari, nel tratto irpino tra Grottaminarda e Mirabella Eclano. Rimasto bloccato - si è saputo dalla polizia stradale - anzichè chiedere soccorso, ha utilizzato la bicicletta che aveva sul camper per raggiungere la più vicina stazione di servizio dove ha riempito una tanica di gasolio. È stato intercettato da una pattuglia della Polizia stradale del distaccamento di Grottaminarda, allertata dagli automobilisti in transito, soltanto dopo aver compiuto la «pericolosa» missione. Avendo però già consumato l'infrazione e in mancanza di testimoni, gli agenti non hanno potuto sanzionare il camperista che così è riuscito anche a salvarsi dalla salatissima multa prevista per questo tipo di infrazione.

 
lunedì 22 luglio 2013 - 14:50   Ultimo aggiornamento: martedì 23 luglio 2013 12:39

Aurelia bis, autovelox da Guinness: cinque in appena un chilometro

Il Messaggero

di Marco Feliziani e Massimo Luziatelli

VITERBO - Sarà il desiderio di finire sul Guinness dei primati.


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Ma l’amministrazione comunale di Monte Romano ci sta veramente mettendo tutta la buona volontà. La cittadina sull’Aurelia bis, tra Vetralla e Tarquinia, vuole essere ricordata, non per l’ottima qualità della carne maremmana o il pane, specialità di cui può andar fiera, ma per il numero di autovelox fissi: ben cinque, nei due sensi di marcia, in un tratto di strada di solo un chilometro e cento metri. Praticamente un autovelox fisso ogni 220 metri. Dei cinque dissuasori di velocità uno esisteva già da diversi anni, tre, di ultima generazione, sono stati installati recentemente, mentre un altro nascerà a giorni al centro del paese.

Una giungla di colonnine di colore blu, insomma. Per chi viene da Vetralla la prima se la trova in prossimità dell’incrocio con la strada che porta alla base logistica; dopo appena 300 metri, davanti al distributore, il secondo dissuasore. Logicamente il controllo elettronico della velocità deve essere annunciato, come disposto dall’articolo 142 comma 6 bis del Codice della strada, con segnali ben visibili ”mediante cartelli o dispositivi di segnalazione luminosi”. Ebbene, il cartello c’è ma non si vede, perché coperto dalla folta vegetazione.

Gli altri due dissuasori, invece, si trovano alla parte opposta del paese, dopo l’archetto. «È solo un metodo per far cassa - commentano al bar - cinque autovelox sono esagerati e sono posizionati in modo tale che se non resti buggerato dal primo il secondo sicuramente ti immortala». Non per niente gli amministratori comunali hanno previsto di incassare intorno ai 200 mila euro l’anno. Ma tranquilli, per il momento dei cinque autovelox funziona soltanto quello storico. Gli altri entreranno in funzione a breve.

«La sicurezza innanzitutto - dice il responsabile della Polizia Locale, Mauro Gasbarri - quello attuato dall’amministrazione comunale non è un progetto repressivo, ma cautelativo, a salvaguardia dei moltissimi pedoni un deterrente psicologico, insomma; non a caso i dissuasori sono stati posizionati in luoghi già teatro di gravi incidenti stradali». «Non funzioneranno tutti contemporaneamente - promette Mauro Gasbarri - ma sarà attivo soltanto uno alla volta e sarà visibile dalla presenza di una pattuglia di vigili urbani».


Lunedì 22 Luglio 2013 - 21:01

Indossò il cappello con la penna ai funerali del presidente degli alpini: «Il vigile va punito»

Corriere della sera

Il corpo di polizia locale avvia il procedimento disciplinare per il copricapo fuori ordinanza. Lui: «Si è alpini per sempre»


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Una volta indossato quel cappello con la penna nera si diventa alpini per sempre. Lo sanno bene tutti i bergamaschi, lo sa bene Francesco Brignone, alpino e agente della polizia locale di Bergamo: nel giorno dei funerali del «presidentissimo» degli alpini Nardo Caprioli ha sentito il bisogno, o forse il dovere, di indossare il suo cappello con la penna nera abbinandolo alla divisa da vigile, mentre smistava il traffico per consentire al corteo funebre di raggiungere la chiesa delle Grazie. Qualcuno, però, non può digerire quel gesto: ieri un ufficiale del corpo di polizia locale ha notificato a Brignone l'avvio di un procedimento disciplinare per essere entrato in servizio senza l'abbigliamento previsto dalle norme e dal regolamento. Si ritiene giusto, quindi, punire il vigile: in che modo lo stabilirà il comandante Virginio Appiani, il regolamento prevede come sanzione più grave la sospensione dal lavoro per 10 giorni, con relativa decurtazione dello stipendio.

Si deve andare in servizio con la divisa giusta, certamente, ma a Bergamo (soprattutto a Bergamo), si può punire un vigile-alpino che quel giorno è stato orgoglioso di prestare servizio per la città in lutto e allo stesso tempo per il «suo» presidente? Francesco Brignone è nel corpo di polizia locale di Bergamo dal 1998. Agli angoli delle strade cittadine è uno dei volti più noti: nella foto in questa pagina si riconosce l'uomo un po' corpulento che facilmente si può incontrare ai semafori di Porta nuova, anche solo a dare una mano all'anziana che deve attraversare la strada, impaurita dalla grande fretta del traffico. Militare da alpino a San Michele Appiano (Bolzano) nel 1982, Brignone ha avuto un nonno morto da colonnello delle penne nere, comandante del mitico battaglione Morbegno a Vipiteno, e un padre nella Divisione Julia. Tre generazioni, quindi, di penne nere.

È stato naturale, per Brignone, il 4 luglio scorso, sentirsi orgoglioso quando si è ritrovato in servizio sull'auto della polizia locale che ha scortato il feretro di Caprioli dalla sede provinciale dell'Ana a Campagnola fino a piazzale Alpini. E poi il servizio all'incrocio tra via Maj e viale Papa Giovanni, a regolare il traffico per permettere a duemila penne nere di muoversi ordinate e silenziose verso le Grazie. C'erano anche altri vigili al lavoro, certo, ma lui si è portato dietro il suo cappello solo per ribadire che, indipendentemente dal proprio lavoro, è pur sempre un alpino. E che quel giorno valeva la pena dirlo, andarne fieri ancora una volta.

Gli ufficiali della polizia locale gliel'avevano preannunciato a voce: rischi il procedimento disciplinare. Ieri gli è arrivata la notifica firmata dalla vice comandante Monica Pezzella: nelle prossime quattro settimane Brignone avrà tempo di preparare la sua difesa, poi il 19 agosto dovrà presentarsi di fronte al comandante, che successivamente deciderà quale sarà il provvedimento finale. «Io continuo a ritenere di aver fatto una cosa bella, e corretta, sulla quale mi difenderò - commenta il diretto interessato -. Non mi pento, lo rifarei anche oggi. Per me l'essere alpino significa molte cose e credo che una città come Bergamo possa capirmi: proprio quel giorno era anche lutto cittadino...qualcosa vorrà pur dire».

Il soldato Brignone va salvato? O una punizione è legittima? Anche la disciplina, non va dimenticato, è un caposaldo del corpo alpino, ma se ci fosse stata solo quella forse le penne nere non sarebbero mai entrate nel cuore dei bergamaschi.

23 luglio 2013 | 9:38

Cari Tommasielli e de Magistris, ricordate l’inopportuna Minetti?

Corriere del Mezzogiorno


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A Napoli, un tempo si diceva che le limitazioni alla circolazione in auto sarebbero valse per tutti. Tant’è che, molti ricorderanno, ne fece le spese l’assessore regionale Caterina Miraglia, multata in via Duomo perchè, con l’auto di servizio, mentre era effettivamente in servizio, violò la neonata Ztl. Indicata alla pubblica indignazione, Miraglia dovette chiedere scusa, pur avendo dalla sua più di una ragione. Ma a quel tempo le regole valevano, come si è detto, per tutti, anche per i medici condotti e dunque figuriamoci per un assessore regionale. Del resto, eravamo all’alba della rivoluzione arancione e quelle di una volta erano davvero Ztl senza eccezione alcuna. Oggi no. Oggi si apprende che un sindaco della provincia, nonché giudice del Tar e cognato dell’assessore comunale Giuseppina Tommasielli, poteva viaggiare ovunque, con l’auto di servizio o con quella della consorte, senza alcuna differenza.

E di conseguenza, le  povere telecamere, che ignare rilevavano l’anomalia, venivano prontamente mortificate da zelanti “cancellieri” del verdetto visivo. Intervistato sulla questione, il diretto interessato,  il giudice-sindaco-cognato, con evidente fastidio, l’ha definita “bambinesca”. Già. Una quisquilia, insomma. Una “puttanata”, avrebbe detto Mario Hubler, quello delle regate e del turboturismo velico. E il sindaco? Cosa dirà ora il sindaco dopo tanto, imbarazzato silenzio? Una sua presa di posizione è attesa per oggi. In fondo, il sindaco potrebbe cavarsela con  le stesse, identiche, parole  che proprio l’assessore Tommasielli ha rivolto di recente a Nicole  Minetti, con lei partecipante a Napoli ad un dibattito sulle pari opportunità. “La  sua presenza qui è inopportuna”, le disse prima di abbandonare il palco. De Magistris non dovrebbe far altro che ispirarsi all’igienista dentale per praticare, coerentemente con quanto ha sempre sostenuto, un minimo di igienismo morale.




Nicole Minetti parla di famiglia: Tommasielli si alza e se ne va

Corriere del Mezzogiorno

L’assessore napoletana:«Non condivido la sua idea di donna». La consigliera lombarda: «Maleducata»


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NAPOLI – Clamore, a Napoli, durante la kermesse «Tutto Sposi» alla Mostra d’Oltremare. L’assessore alle pari opportunità e politiche sociali del Comune partenopeo, Pina Tommasielli, ha lasciato il palco del «forum della Famiglia» della manifestazione all’arrivo sullo stesso palco di Nicole Minetti, consigliera regionale della Lombardia nota per la sua prorompente bellezza e per i suoi vecchi legami con Berlusconi.

BOTTA E RISPOSTA - «Non ho nulla su cui discutere con Nicole Minetti – ha spiegato la Tommasielli parlando del suo gesto –. Noi non abbiamo niente a che vedere con l’idea di donna che la Minetti personifica. Non posso accettare il confronto con la Minetti per rispetto alla mia storia, al mio passato e ai cittadini di Napoli». Pronta la replica - pungente - della bella Nicole: «Non m’interessa neanche il motivo per cui sì e alzata ed è andata via - ha commentato -. Dico solo che ci vuole un po’ di educazione nella vita». «La cosa non mi tocca – ha aggiunto la Minetti – e non mi interessa. Avrà avuto le sue motivazioni per andarsene: magari doveva andare in bagno».

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Redazione online14 gennaio 2013

Soldi, vizi e corruzione Ecco come avvenne la conquista del West

Luigi Mascheroni - Mar, 23/07/2013 - 09:10

Revisionismi all'americana. Furono le tangenti a far correre le ferrovie. E il business a fare "scalare" le Montagne Rocciose

«Di sicuro dovevamo essere stupidi per venire qui - fu il commento di un vecchio colono sui suoi primi giorni nelle grandi pianure, a metà '800 - ma presto ci facemmo abbastanza furbi per sopravvivere».


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E la sopravvivenza di quegli uomini, ieri, diede vita a una delle cose più grandi che esista, oggi. L'America. Sull'epica e stravagante nascita della quale - dalla Guerra di Indipendenza al massacro di Wounded Knee, del 1890, l'ultimo grande conflitto armato delle Guerre Indiane - si è letto sui libri e visto al cinema moltissimo. Ma, a seconda del punto di osservazione, si può ancora scoprire qualcosa di nuovo. Ad esempio sfogliando il saggio Non solo cowboy (Odoya) di Tim Slessor, giornalista inglese della BBC (quindi con lo sguardo e il giudizio più distanti e obiettivi degli yankee) che ha curato decine di documentari sul West. Un libro monumentale per dimensioni e straordinario per le storie che racconta, dal quale si viene a sapere che:

PIÙ CHE PALLOTTOLE, DENARO L'acquisto della Lousiana francese, ceduta da Napoleone Bonaparte nel 1803, fu la più grande operazione immobiliare della storia, grazie alla quale gli Stati Uniti di allora raddoppiarono la propria estensione territoriale. Ma se una banca (britannica perdipiù) non avesse anticipato quello che essenzialmente era il capitale ipotecario, non ci sarebbe mai stato un West interamente americano...

IGNORANTI MA CAPARBI Quando il presidente Thomas Jefferson (1743-1826) inviò una spedizione verso Ovest nel 1804 per raggiungere il Pacifico e piantare la bandiera della nuova repubblica prima dei britannici, l'ignoranza e la fantasia degli americani erano tali che si accettavano per veritiere le voci provenienti dalle misteriose aree interne del continente che riferivano di animali preistorici (Jefferson collezionava ossa...), tribù di indiani che parlavano il gaelico e persino amazzoni.

IL BUSINESS SCALA LE MONTAGNE Una delle pagine epiche della storia dell'America, più ancora della celebre «febbre dell'oro», è quella che riguarda il commercio di pellicce di castoro fra il 1810 e il 1830. Furono i trapper e quel business gigantesco a «superare» le Montagne Rocciose che a lungo si pensò potessero limitare l'espansione verso Ovest. La prima mappa del West, non a caso, fu tracciata - così si dice - su una pelle di castoro.

ETICA «PROTESTANTE» Secondo il codice, non scritto, del commercio delle pellicce, imbrogliare era una virtù. Più un commerciante era bravo a fregare il prossimo, più era ammirato e inviato.

UN POPOLO DI CARNIVORI La più terribile tragedia della storia della colonizzazione verso l'Ovest è quella della Spedizione Donner, il gruppo di pionieri che tentò di raggiungere la California ma che rimase bloccato nell'inverno tra 1846 e il 1847 sulla Sierra Nevada. Su 87 componenti della spedizione ne sopravvissero 47, ma ricorrendo al cannibalismo. La vicenda viene citata all'inizio del film Shining di Stanley Kubrick.

SEMPRE AVANTI, NONOSTANTE TUTTO Non si sa con certezza quanti pionieri siano morti nel corso di vent'anni di migrazione verso il Far West ma secondo le stime si tratta di oltre 10mila persone. È nota la metafora secondo la quale la conquista del West, miglio dopo miglio, è all'origine dello sport americano per eccellenza, il football, in cui si conquista il terreno centimetro dopo centimetro. Con violenza e determinazione.

LODE ALLA CORRUZIONE La costruzione della linea ferrovia transcontinentale che collega l'Atlantico al Pacifico è stato il più grande e importante progetto ingegneristico dai tempi delle piramidi. Se i 3200 chilometri del percorso poterono essere coperti dai binari in meno di sette anni, fra il 1862 e il 1869, è solo grazie a un gigantesco sistema di appalti truccati, fondi statali deviati, membri del Congresso corrotti, revisori contabili addomesticati e promesse non mantenute che, grazie a guadagni prodigiosi da parte di imprenditori e finanzieri, rese i lavori velocissimi. A dimostrazione che con l'onestà, almeno sulla terra, non si va da nessuna parte.

L'INFERNO SU ROTAIA Si è calcolato che nei “villaggi” che si tiravano su temporaneamente ai lati della ferrovia transcontinentale mano a mano che procedeva, chiamati Hell on Wheeles (dove si concentravano operai, giocatori d'azzardo, prostitute, borsaioli, pistoleri) si commettesse un omicidio al giorno. Due nei giorni festivi.

MITI Il colonnello George Armstrong Custer, massacrato nel 1876 nella celebre battaglia del Little Bighorn (a causa di una serie di suoi giganteschi errori) è il capo militare sul quale sono stati scritti più libri nella storia. Dopo Napoleone.

LEGGENDE È probabile che Butch Cassidy non morì in una sparatoria in Bolivia nel 1908, ma negli States, dove tornò e visse a lungo sotto falso nome. In nessun paese i rapinatori sono così celebri come in America.

LUCI ROSSE Il primo «Red Light District» della storia, da cui presero il nome tutti i quartieri del vizio delle grandi città, nacque a Dodge City, una delle tante cowtown d'America, le città dei cowboy. Era così chiamata la zona attorno una «casa di piacere» che aveva le finestre delle stanze a pianterreno dipinte di rosso, e per questo detta «Casa dalle luci rosse».


L'ANIMA DI UNA NAZIONE «Il West è l'America, solo un po' di più...» (Wallace Stegner).

Pomicino: il pm Di Pietro tentò di farmi incastrare Napolitano

Paolo Bracalini - Mar, 23/07/2013 - 08:04

L'ex ministro Cirino Pomicino: "Inventando una confessione, cercò di spingermi a denunciare una tangente all'attuale capo dello Stato, poi spiegò il trucco"

Roma - E mentre la truccatrice gli passa la spazzola sulla giacca, prima di entrare nello studio tv di Agorà, 'o ministro ti sgancia la bomba: «Di Pietro mi chiese: “È vero che Giorgio Napolitano ha ricevuto soldi da lei?”.


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Io risposi che non era vero, ma lui insisteva. “Guardi che c'è un testimone, un suo amico, che lo ha confessato”. “Se l'ha detto, ha detto una sciocchezza, perché non è vero” risposi io. E infatti la confessione era finta, me lo rivelò lo stesso Di Pietro poco dopo, un tranello per farmi dire che Napolitano aveva preso una tangente. Ma si può gestire la giustizia con questi metodi? E badi bene che lì aveva trovato uno come me, ma normalmente la gente ci metteva due minuti a dire quel che volevano fargli dire. In quegli anni le persone venivano arrestate, dicevano delle sciocchezze, ammettevano qualsiasi cosa e il pm li faceva subito uscire e procedeva col patteggiamento. Quando poi queste persone venivano chiamate a testimoniare nel processo, contro il politico che avevano accusato, potevano avvalersi della facoltà di non rispondere. E quindi restavano agli atti le confessioni false fatte a tu per tu col pubblico ministero».

La stessa tesi falsa, cioè che Napolitano, allora presidente della Camera, esponente Pds dell'ex area migliorista Pci, avesse ricevuto dei fondi, per sé e per la sua corrente, col tramite dell'ex ministro democristiano, Pomicino se la ritrovò davanti in un altro interrogatorio, stavolta a Napoli. «Il pm era il dottor Quatrano (nel 2001 partecipò ad un corteo no global e l'allora Guardasigilli Roberto Castelli promosse un'azione disciplinare, ndr). Mi fece incontrare una persona amica, agli arresti, anche lì per farmi dire che avevo dato a Napolitano e alla sua corrente delle risorse finanziaria».

La ragione di quel passaggio di soldi a Napolitano, mai verificatosi ma da confermare a tutti i costi anche col tranello della finta confessione di un amico (uno dei trucchi dell'ex poliziotto Di Pietro, «altre volte dicevano che se parlavamo avremmo avuto un trattamento più mite»), per Cirino Pomicino è tutta politica: «Obiettivo del disegno complessivo era far fuori, dopo la Dc e il Psi, anche la componente amendoliana del Pci, quella più filo-occidentale, più aperta al centrosinistra.

Tenga presente che a Milano fu arrestato Cervetti, anch'egli della componente migliorista di Giorgio Napolitano, e fu accusata anche Barbara Pollastrini. Entrambi poi scagionati da ogni accusa». I ricordi sono riemersi di colpo, richiamati dalle «corbellerie» dette da Di Pietro al Corriere a proposito del suicidio di Raul Gardini, vent'anni esatti fa (23 luglio 1993). «Sono allibito che il Corriere della Sera dia spazio alle ricostruzioni false raccontate da Di Pietro. Ho anche mandato un sms a De Bortoli, ma quel che gli ho scritto sono cose private».

«Di Pietro dice che Gardini si uccise con un moto d'impeto, e che lui avrebbe potuto salvarlo arrestandolo il giorno prima. Io credo che Gardini si sia ucciso per il motivo opposto», forse perché era chiaro che di lì a poche ore sarebbe stato arrestato. Anche Luigi Bisignani, l'«Uomo che sussurra ai potenti» (bestseller Chiarelettere con Paolo Madron), braccio destro di Gardini alla Ferruzzi, conferma questa lettura: «Raul Gardini si suicidò perché la procura aveva promesso che la sua confessione serviva per non andare in carcere, ma invece scoprì che l'avrebbero arrestato».

Processo Enimont, la «madre di tutte le tangenti», l'epicentro del terremoto Tangentopoli. «La storia di quella cosiddetta maxitangente, che poi invece, come diceva Craxi, era una maxiballa, è ancora tutta da scrivere». Pomicino lo spiega meglio: «Alla politica andarono 15 o 20 miliardi, ma c'erano 500 miliardi in fondi neri. Dove sono finiti? A chi sono andati? E chi ha coperto queste persone in questi anni? In parte l'ho ricostruito, con documenti che ho, sui fondi Eni finiti a personaggi all'interno dell'Eni. Ma di questo non si parla mai, e invece si pubblicano false ricostruzioni della morte tragica di Gardini».

Caccia in Germania agli ultimi nazisti “Non è mai troppo tardi per prenderli”

La Stampa

Manifesti nelle principali città. E ricompense fino a 25 mila euro
alberto mattioli


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Riparte in Germania la caccia al nazista. Si chiama «Operation last chance II», Operazione ultima speranza, ed è la seconda perché la prima fu lanciata nel dicembre 2011. Il Centro Simon Wiesenthal vuole scovare gli ultimi assassini dei campi. Inizia così oggi, nelle principali città tedesche, una «campagna di affissioni» per convincere chi sa a parlare. I manifesti, circa duemila, saranno incollati sui muri di Berlino, Amburgo, Francoforte e Colonia. Riportano lo slogan: «Tardi. Ma mai troppo tardi» e promettono ricompense fino a 25 mila euro. Previsto anche un numero telefonico cui rivolgersi.

La notizia è stata data dal Centro Wiesenthal di Gerusalemme e subito ripresa dai media tedeschi. Sul fatto che sia tardi non ci sono dubbi. I reduci del Terzo Reich colpevoli di crimini contro l’umanità, almeno quelli ancora in vita, sono ormai degli over 90. Il fatto però che siano vecchi non cambia nulla né nei loro delitti né nella volontà di punirli: «Sono le ultime persone cui si può riservare della simpatia, poiché non ne hanno avuta alcuna per le loro vittime innocenti», dichiara al «Jerusalem Post» il capo dei cacciatori di nazisti del Centro, Efraim Zuroff.

Secondo Zuroff, la prima «Operazione», lanciata nel dicembre 2011, diede dei buoni risultati. Allora fu ispirata dall’ultimo grande processo di un artigiano della soluzione finale, John Demjanjuk, il cosiddetto «boia di Sobibor», condannato in primo grado da un tribunale tedesco e morto a Monaco nel maggio 2012 in attesa dell’appello. Secondo Zuroff, quella sentenza costituisce un precedente importante perché oggi basta dimostrare la presenza dell’imputato in un campo della morte per arrivare a condannarlo.

Una grande società tedesca, Wall AG, ha sponsorizzato i poster. Il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi appoggia l’iniziativa. Secondo il suo presidente, Dieter Graumann, «si tratta esclusivamente di giustizia. Troppo spesso, in passato, si è guardato altrove per non dover imputare troppi criminali».
L’iniziativa arriva nel momento in cui scoppia un altro scandalo a sfondo nazista in tutt’altra parte del mondo. A Bandung, in Indonesia, esiste dal 2011 un «Soldaten Kaffee», caffè dei soldati, decorato con un grande ritratto di Adolf Hitler e relative bandiere con la svastica.

Nessuno, pare, ci ha fatto caso e men che meno si è indignato finché, la scorsa settimana, un articolo pubblicato da un giornale indonesiano in inglese e ripreso dai media internazionali non ha sollevato il caso del bar nazista. Allora il sindaco della città ha convocato il gestore, Henry Mulyana, per chiedergli «che intenzioni abbia» e ricordargli che la legge indonesiana punisce l’incitazione all’odio razziale, anche se le condanne sono rare. Protesta («Collera e disgusto») il Centro Wiesenthal. Ma Mulyana, spiega che gli affari vanno bene e che intende aprire un altro locale a Bali, più frequentata dai turisti. 

L’Indonesia, il Paese musulmano più popoloso del mondo, non ha relazioni diplomatiche con Israele. Il «Mein Kampf», il saggio del 1925 in cui Hitler esponeva il suo pensiero politico, è tradotto e in vendita e uno dei peggiori insulti è «yahudi», ebreo. 

Gardini, il sangue e il mistero Vent’anni sulle tracce della madre di tutte le tangenti

Il Giorno
di Mario Consani


Un colpo solo alla tempia. Muore così il 23 luglio del ’93, vent’anni fa, Raul Gardini. È nella stanza da letto a Palazzo Belgioioso, la sua residenza milanese



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Milano, 23 luglio 2013 - Un colpo solo alla tempia. Muore così il 23 luglio del ’93, vent’anni fa, Raul Gardini. È nella stanza da letto a Palazzo Belgioioso, la sua residenza milanese. Ha un appuntamento con Antonio Di Pietro negli uffici della Procura, quella mattina. I suoi avvocati Marco Deluca e Giovanni Maria Flick hanno avuto la promessa che ci sarebbe arrivato da uomo libero, ma Gardini sa che, dopo, verrà arrestato. Gli portano la mazzetta dei giornali appena alzato. E il titolo di un quotidiano strilla “Tangenti, Garofano accusa Gardini”. Giuseppe Garofano è il manager che l’ha sostituito alla guida del gruppo Ferruzzi, è in carcere da una settimana.

Così il “Corsaro”, l’uomo che diceva “la chimica sono io” prende la sua vecchia Walter Ppk 7,65 e preme il grilletto. Una volta sola. Vent’anni dopo, Antonio Di Pietro l’ha ricordata così. «Il mattino del 23 prima delle 7 sono già a Palazzo di Giustizia. Alle 8 e un quarto mi telefona uno degli avvocati, credo De Luca, per avvertirmi che Gardini sta venendo da me, si sono appena sentiti. Ma poco dopo arriva la chiamata del 113: “Gardini si è sparato in testa”. Credo di essere stato tra i primi a saperlo, prima anche dei suoi avvocati.

Mi precipito in piazza Belgioioso, in cinque minuti sono già lì. Entro di corsa. Io ho fatto il poliziotto, ne ho visti di cadaveri, ma quel mattino ero davvero sconvolto. Gardini era sul letto, l’accappatoio insanguinato, il buco nella tempia». La sera prima, appena arrivato a Milano, Gardini incontra i suoi avvocati. È un uomo solo, che dopo aver visto sgretolarsi il suo impero sotto miliardi di debiti, ora teme di finire in carcere. Appena due anni prima aveva rotto con la famiglia Ferruzzi e il loro l’impero.

Ne aveva ereditato la guida dal suocero Serafino Ferruzzi, morto in un incidente aereo nel dicembre 1979. Aveva tenuto le redini della Ferfin, la holding che conteneva Montedison, Calcestruzzi e decine di altre società. In pochi anni Gardini aveva trasformato la Ferruzzi in un gruppo prevalentemente industriale, grazie a una politica di continue acquisizioni, sempre con grandi esposizioni sui mass media, che ne costruivano una sorta di mito.

A metà degli anni ’80, prima aveva avviato la scalata a Montedison e poi aveva messo in cantiere il gigantesco progetto di Enimont, joint venture fra la privata Montedison e il pubblico Eni allora retto dal socialista Gabriele Cagliari. Enimont nasce il primo gennaio 1989, ma il conferimento delle rispettive attività nella società comune comporterebbe per il “Corsaro” notevoli plusvalenze per ragioni contabili. Il governo guidato allora dal dc Ciriaco De Mita gli ha promesso sgravi fiscali che però non arrivano.

Gardini prova a forzare la mano, e attraverso due finanzieri amici rastrella in Borsa quel che basta per avere la maggioranza di Enimont. Crede di aver vinto ma non finirà così. L’Eni non ci sta, il governo fissa il prezzo delle azioni e gli pone l’aut-aut: o vende tutto o compra tutto. Gardini vorrebbe comprare, ma in quella situazione di stallo l’avvocatura dello Stato chiede e ottiene il blocco di tutte le azioni Enimont in mano alle due parti: un provvedimento anomalo firmato dal presidente vicario del tribunale di Milano, quel giudice Diego Curtò che in seguito verrà arrestato per corruzione insieme alla moglie.

A quel punto per l’erede dei Ferruzzi il passo è obbligato: non può che vendere. Il prezzo lo fissa lui e il governo accetta. Ma ègonfiato alla grande per accontentare tutti: Gardini e i partiti. Il finanziere Sergio Cusani ha già avuto da lui l’incarico di preparare un tesoretto da 150 miliardi, la “madre di tutte le tangenti” che dovrà consentire il via libera per il maxi- affare.

Dove siano finiti quei soldi, lo si è scoperto solo per le “briciole” finite ai socialisti, ai democristiani, ai republicani, ai socialdemocratici, ai liberali, persino ai leghisti ultimi arrivati. Più un miliardo portato dallo stesso Gardini a qualche inquilino di Botteghe Oscure rimasto sconosciuto. Ma più di 90 miliardi, nelle prime settimane del gennaio 1991, vengono depositati sotto forma di Cct allo Ior, in Vaticano, passando di mano da Cusani al giornalista Luigi Bisignani (già P2) fino a perdersi grazie alla banca vaticana. Dove, è rimasto un mistero.

mario.consani@ilgiorno.net

Sel dà del «Calderoli» a una scimmia Lega: «Vendola espella quei consiglieri»

Corriere della sera

Il Carroccio: «Razzismo al contrario». E chiede l'intervento del leader del partito e della Boldrini


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BOLOGNA - «Dai, scherzavo quando ti ho chiamato Calderoli», dice una ragazza a una scimmia. Questo il dialogo raffigurato in un manifesto attaccato fuori dall'ufficio di Sel in Comune a Bologna. All'attacco la Lega: «Ora le dimissioni dei quattro consiglieri comunali di Sel». Prima in città, poi la protesta arriva a Roma: «Chiediamo l'intervento immediato di Laura Boldrini e Nicola Vendola, massimi esponenti di Sel affinché i quattro consiglieri bolognesi non solo si dimettano ma siano anche espulsi dal partito», dicono i capogruppo della commissione giustizia di Camera e Senato della Lega Nord, Nicola Molteni e Erika Stefani.

LA LEGA: «EPISODIO GRAVISSIMO» - A chiedere le dimissioni è il leghista e consigliere regionale Manes Bernardini: «Un gravissimo episodio di razzismo al contrario che fa il paio col caso Garbin e dimostra come i ‘puritani’ di Sel siano in realtà i più intolleranti della piazza politica. Il loro è autentico razzismo al contrario». E ancora: «Chiederemo oggi in consiglio comunale le dimissioni in tronco dei rappresentanti di Sel. È una vergogna che siedano ancora tra questi banchi». Infine, Bernardini si rivolge al Pd: «Chiediamo al Pd e ai vertici nazionali di Sel di prendere immediatamente le distanze da questo inqualificabile gesto e di espellere, come fatto con Garbin, i quattro consiglieri, così da azzerare la presenza del partito tra i banchi consiliari».

«INTERVENGANO BOLDRINI E VENDOLA» - Ma il caso arriva presto a Roma. «Il Comune è la casa dei cittadini, della difesa del loro benessere e dei loro interessi non il parco giochi dei consiglieri di Sel che utilizzano le porte per affiggerci immagini di scherno a Calderoli - dichiarano i capogruppo della commissione giustizia di Camera e Senato della Lega Nord, Nicola Molteni e Erika Stefani - Si vergognino e la smettano di manifestare il loro razzismo al contrario. Chiediamo l'intervento immediato di Laura Boldrini e Nicola Vendola, massimi esponenti di Sel affinchè i quattro consiglieri bolognesi di sinistra ecologia e libertà non solo si dimettano ma siano anche espulsi dal partito, oltre che per l'offesa a Calderoli anche perchè dimostrano di svolgere il loro incarico come momento di svago e non di tutela della cosa pubblica».

ZACCHIROLI VS LATORRE - La vignetta contro Roberto Calderoli appesa fuori dall'ufficio di Sel al Comune di Bologna scatena un botta e risposta su Twitter tra Pd e vendoliani. «Apre le danze» il consigliere comunale renziano Benedetto Zacchiroli: «Rispondere alla scemenza con la stessa arma non fa un bel servizio alla politica. Sel su questo è deprecabile (scritto in maiuscolo, ndr)», twitta Zacchiroli. Immediata la risposta di Cathy La Torre, capogruppo Sel a Palazzo d'Accursio: «Se contiamo la quantitá di cose su cui il Pd è deprecabile, combattere l'ignoranza con l'ironia mi sembra una delle minori». Tocca a Zacchiroli: «Questa volta sei dalla parte del torto... anche Calderoli potrebbe dirti che era ironico. Parla con me e non del Pd. Su». Di nuovo La Torre: «Io non l'avevo neppure vista: siamo in tanti al gruppo. Ma è una vignetta di Articolo 21 e su Fb l'avevo trovata geniale. Ironia vs Lega». Zacchiroli non molla: «Non giustifica il fatto che sia ancora li. Siete un gruppo consigliare non la bacheca di Facebook... tutto qui».

Redazione online22 luglio 2013

L'Iphone rubato «fotografa» il nuovo proprietario e si fa recuperare

Il Mattino

di Nico Falco


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Iphone ritrovato e restituito alla legittima proprietaria e nuovo possessore denunciato per ricettazione. Si conclude con un lieto fine la vicenda della ragazza che, dopo aver denunciato lo smarrimento del proprio terminale, grazie ad un servizio offerto da Apple restava “aggiornata” sull’utilizzo che veniva fatto del suo iPhone 4. Il telefono era sparito dal tavolino di un’enoteca di Pompei e, come da copione, era stato subito spento. Qualche giorno dopo, però, grazie all’applicazione

“Trova il mio iPhone”, la ragazza ha potuto vedere che il telefono era stato acceso e messo in carica presso un’abitazione del Salernitano. Il terminale è rimasto acceso per pochi minuti, sufficienti però per inviare alla proprietaria i dati di localizzazione. Ma oltre al danno, la beffa. Il cellulare, infatti, era sincronizzato con un account iCloud, quindi i numeri di telefono inseriti e le fotografie scattate venivano in automatico copiate anche sull’iPad della legittima proprietaria.

La localizzazione è stata disattivata quasi subito, ma nel corso dei giorni la ragazza ha potuto vedere le foto del “nuovo proprietario” e della sua famiglia mentre erano in casa, per strada, al mare. Una delle foto era stata anche postata su Facebook, nel tentativo di arrivare, tramite al passaparola, all’identità del ragazzo che era in possesso del telefono.

Parallelamente, tramite indagini tecniche, i carabinieri della stazione di Fratte (in provincia di Salerno, dove è stato localizzato l’iPhone), in collaborazione con quelli di Trecase, sono risaliti alla scheda sim utilizzata nel telefono e quindi all’intestatario. Si tratta di un giovane romeno, che ha dichiarato di averlo acquistato da un connazionale ed è stato quindi denunciato per ricettazione. Quando i carabinieri lo hanno recuperato, il terminale era stato ripristinato (quindi tutto il contenuto della proprietaria cancellato) ed impostato per la lingua rumena.

 
lunedì 22 luglio 2013 - 21:11   Ultimo aggiornamento: 21:21

Papa Francesco e l'incredibile gaffe di «Time»: in copertina un effetto ottico «diabolico»

Il Mattino


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ROMA - Papa Francesco vittima di un effetto ottico. Il Times ha dedicato la sua copertina proprio al pontefice, ma forse per una disattenzione o un brutto gioco di stampa la M del giornale va a cadere perfettamente sulla testa di Francesco, facendo sembrare le stanghette della lettera due corna. Le reazioni sui social non sono tardate ad arrivare, tra chi giudica l'errore (vero o presunto) di pessimo gusto, chi lo considera un segno della diabolicità del papa e chi considera inutili tali polemiche. Di fatto il Times ha elogiato papa Francesco definendolo un papa del popolo e dei poveri.

La scusa di un no Tav: "Vesto di scuro perché compro da Decathlon"

Franco Grilli - Lun, 22/07/2013 - 17:57

È questa una delle risposte che uno dei No Tav arrestati nella notte fra venerdì e sabato durante gli scontri davanti al cantiere di Chiomonte ha dato al gip 


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"Mi vesto di scuro perché compro da Decathlon". È questa, secondo indiscrezioni raccolte in ambienti giudiziari, una delle risposte che uno dei No Tav arrestati nella notte fra venerdì e sabato durante gli scontri davanti al cantiere di Chiomonte ha dato al gip che, nell’interrogatorio di garanzia, gli chiedeva conto del suo abbigliamento.

Vestirsi con indumenti neri, secondo gli investigatori, tradisce l’intenzione di non volere farsi riconoscere nel corso delle dimostrazioni. Un altro degli arrestati, trovato in possesso di tappi di maschere antigas, si è giustificato spiegando di averli raccolti da terra dopo che erano stati gettati da una ragazza che ha anche sgridato. Un terzo, sempre secondo quanto si è appreso, ha detto che aveva una pila con sé in quanto gli serviva per accedere più comodamente al bagno del campeggio di Venaus. Negli scontri fra venerdì e sabato sette attivisti del Movimento No Tav sono stati arrestati.

Snowden, la vita nel terminal tra hamburger e sigarette

La Stampa

Il super ricercato per il Datagate vive da un mese nell’aeroporto di Mosca

tonia mastrobuoni
inviata a mosca


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Sincero o mitomane? Stanislav sgrana gli occhi: «Giuro!», esclama, «gli ho dato dell’acqua, un bicchiere d’acqua per la precisione. Passa spesso qui per andare nell’area fumatori, all’altezza dell’imbarco 31». È la zona degli aerei per l’Italia. Ci appostiamo lì quasi un’ora ma niente, la barbetta bionda di Edward Snowden non si vede. O è un fumatore molto misurato o Stanislav ha mentito. Del resto, l’ex informatico che ha sollevato il più grande grattacapo per Obama con le rivelazioni sugli spionaggi americani, è qui all’aeroporto di Sheremetyevo da un mese. Forse se ne andrà domani, dicono i suoi avvocati. Dovrebbe ottenere l’autorizzazione a lasciare l’area transiti. Ma il fatto è che nessuno è riuscito mai a parlarci, a parte le Ong con cui ha organizzato una conferenza qualche giorno fa. 

L’unica cosa certa è che l’americano può trovarsi solo in tre posti al mondo. O qui, nel terminal dove lavora Stanislav, il «D», o negli altri due dove può stare senza visto e passaporto, «E» e «F». Ed è ovvio che attorno alla sua presenza, anzi, alla sua assenza, si stiano accumulando un po’ di leggende. Snowden, in un certo, senso, è il contrario di Mehran Karimi Nasseri, che aspettò un visto per otto anni all’aeroporto Charles-De-Gaulle e ispirò il film di Spielberg «The Terminal». L’iraniano era diventato una vera e propria istituzione, all’aeroporto parigino. Snowden, qui all’aeroporto di Mosca, è un fantasma. 

Ma inutile prendersela con Stanislav, che afferma anche di avergli sentito dire che «ama la Russia». Il cameriere ha già la sfortuna di dover indossare una t-shirt a strisce bianche e rosse un cappello verde da tirolese con tanto di piuma, perché così vuole il posto dove lavora, un fast food punkeggiante che si chiama «It’s Always Friday», «È sempre venerdì».

Un nome che deve suonare molto divertente, per un uomo costretto a passare ogni giorno qui, in attesa di un Paese che si impietosisca ad accoglierlo. Eppure Snowden ogni tanto mangia nel gemello di «È sempre venerdì», che è un po’ più grande e si trova qualche imbarco più giù, sostiene Stanislav. Lì una ragazza, un po’ esitante, dice effettivamente di averlo visto un paio di volte al tavolo. Poi incrocia lo sguardo di un collega che la fa ammutolire. E a noi non resta che cambiare terminal. 
Di costruzione recente, il terminal «E» è un manifesto contro la recente barbarie di dotare ogni stazione o aeroporto con poltroncine separate da ingombranti divisori, per impedire alla gente di dormire in santa pace.

Distese enormi di moquette consentono lunghi e comodi riposi ai passeggeri in attesa. Soprattutto, oltre a un Burger King e una birreria irlandese in stile, con tanto di alcolista appeso al bancone, c’è l’unico albergo dei tre terminal. Dopo un giro di ricognizione nel fast-food e tra le pinte di Guinness dove tutti annuiscono quando mostriamo la foto di Snowden, ma nessuno sembra averlo visto di recente, entriamo. Ci mettiamo un po’ a trovare l’ingresso del Capsule Vozdushny Express, minuscolo e mimetizzato in una foto della terra vista dallo spazio. Ad accoglierci, una ragazza con una strepitosa pettinatura in stile Doris Day. Maria ci spiega in tre minuti perché il mondo intero sbagli a pensare che Snowden sia nascosto nell’unico albergo sulla faccia della terra dove può essersi nascosto.

L’obiezione che molti giornalisti lo hanno aspettato qui davanti, per giorni, non la intimidisce: «Con me non hanno parlato, altrimenti avrei spiegato quello che spiego ora a lei. Qui Snowden non ha mai dormito». Il motivo è semplice. Al Capsule si pagano tra 350 e 420 rubli all’ora (circa 8-10 euro, ndr), ma il massimo è 23 ore, «non un minuto di più», spiega. Snowden, dunque, non può essere qui. E se fosse stato aiutato dal governo russo a stare qui nonostante le regole? La risposta di Maria non lascia spazio a ulteriori obiezioni. «L’avrei visto, io lavoro qui». Le chiedo se le autorità russe potrebbero nasconderlo da qualche parte, magari nel terminal A, al quale si accede solo con un lasciapassare particolare, dove possono stare ad esempio i diplomatici.

«Forse. Sicuramente non è al Novotel». L’albergo Novotel, chiamato anche «la prigione» dai russi, è famoso per i lunghi soggiorni di passeggeri in attesa di un visto. Ma è fuori dall’aeroporto. Non resta che cercarlo al terminal F, una sorta di set di Blade Runner senza pioggia, angusto, pieno di chioschi e persino con qualche piccione che svolazza tra gli imbarchi. È l’ala sovietica dell’aeroporto, costruita nel 1980 in occasione delle Olimpiadi. Qui partono i voli per l’estremo Oriente e i negozi offrono di tutto, ambra, occhiali, magliette nostalgiche con «Cccp» e Gagarin, gioielli di lusso e persino pinne e maschere. Anche qui, Edward Snowden è uno spettro. «L’ho visto una volta – dice una signora che vende occhiali – e ho notato solo una cosa: è molto pallido». Già. E ne ha, di ragioni.