mercoledì 24 luglio 2013

Magliette «Easy Rider», Fonda cita D&G e Nordstrom per danni

Corriere della sera

L'attore: «Danno alla mia immagine». E chiede 6 milioni di danni. Le magliette già sparite da cataloghi online

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MILANO - Se già non bastavano le grane con il fisco (condanna a un anno e otto mesi per evasione fiscale) e la clamorosa serrata di protesta delle loro boutique milanesi dello scorso fine settimana, adesso ci si mette pure Peter Fonda ad inguaiare Domenico Dolce e Stefano Gabbana, citandoli per danni (insieme con il sito di vendite online Nordstrom) per colpa di «Easy Rider». O meglio, delle magliette con la foto in bianco e nero dell’attore e dedicate al mitico film del 1969 di cui Fonda è stato autore, produttore ed interprete, vendute a 295 dollari.

MAGLIETTE NON AUTORIZZATE - Ma non è stato il prezzo esorbitante a scandalizzare il 73enne candidato all’Oscar, bensì il fatto che nessuno l’abbia interpellato per chiedergli il permesso di usare la sua faccia sulle suddette t-shirt, causando perciò «un danno alla sua pace interiore, alla sua felicità, ai suoi sentimenti e alla sua immagine, nonché una perdita in termini di valore pubblicitario di mercato, presente e futuro», come si legge nella denuncia presentata venerdì scorso presso la Corte Superiore della California e a cui sono state allegate le foto di 9 magliette non autorizzate. E per lenire quello che ha tutta l’aria di essere un vero e proprio dramma emotivo, il fratellino minore dell’assai più famosa Jane chiede un risarcimento monstre ai due coimputati (ovvero, Dolce & Gabbana e la Nordstrom): almeno 6 milioni di dollari, a cui andranno aggiunti i costi delle spese

legali e degli interessi e pure i profitti generati dalla vendita delle magliette incriminate. Come riporta il magazine WWD , da lunedì delle t-shirt marcate «Easy Rider» non c’è più traccia né sul sito di Dolce & Gabbana né su quello della Nordstrom. Ma mentre i responsabili di quest’ultimo hanno precisato – tramite il portavoce Tara Darrow - «di essere a conoscenza della causa di risarcimento danni» e di essere in contatto con il fornitore «per valutare i passi successivi da fare», dalla casa madre dei due stilisti non è stata ancora presa alcuna posizione ufficiale.

IL PRECEDENTE - «La nostra speranza è che ci si riesca a sedere attorno ad un tavolo per trovare un accordo – ha spiegato Jeffrey Gersh, uno degli avvocati coinvolti nella querela – ma in caso contrario si arriverà al contenzioso». Difficile però fare previsioni su come finirà, come ricorda anche il londinese Telegraph citando il precedente di Rihanna, che da oltre un anno è in causa (senza riuscire a trovare una mediazione) con il negozio Topshop, di proprietà di Sir Philip Green, perché venderebbe senza autorizzazione una maglietta con la gigantografia della sua faccia.

24 luglio 2013 | 16:50

Israele, trovato il virus della poliomielite nell'acqua: l'Oms lancia l'allerta

Corriere della sera

Casi clinici in Kenya e Somalia. Il ministero della Sanità invita chi viaggia in questi Paesi a fare un richiamo del vaccino

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L’infezione si considerava superata dal 2002, anno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò lo Stato di Israele libero dal poliovirus. Nessun problema per i due lustri successivi, fino al riscontro delle scorse settimane: trenta i campioni di acque reflue, prelevati in dieci diversi siti di misurazione, risultati positivi per il virus. In tutti i casi è stata rilevata la presenza del sierotipo 1 - definito Brunhilde, dal nome dello scimpanzé in cui fu identificato -, responsabile dell’85% dei casi di malattia paralizzante, in grado di colpire gli arti inferiori e superiori.

ERADICAZIONE DIFFICILE - L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva l’obiettivo di arrivare all’eradicazione del virus entro il 2000, ma i focolai emersi nell’ultimo decennio hanno dimostrato come il risultato sia ancora lontano dall’essere raggiunto. Israele, al pari dell’Italia, era considerato un Paese libero dal poliovirus selvaggio, diffuso per via oro-fecale (tramite acqua e alimenti contaminati) e attraverso le secrezioni respiratorie (nella fase acuta della malattia). Oggi, invece, si ritrova sotto gli occhi dei principali epidemiologi. «Il rilevamento del virus in tutto il Paese indica un aumento dell’area geografica di diffusione per un prolungato periodo di tempo - fa sapere l’Organizzazione Mondiale della Sanità -. Pertanto il rischio di ulteriore espansione internazionale passa da moderato a elevato». Epidemie, nell’anno in corso, sono segnalate anche in Somalia (65 casi) e in Kenya (otto casi), che si aggiungono ad Afghanistan, Nigeria e Pakistan, i tre Stati in cui la diffusione del poliovirus è ancora endemica.

VACCINO OBBLIGATORIO - La copertura vaccinale in Israele raggiunge il 94% ed è soltanto di poco inferiore al dato italiano. Ciò nonostante le autorità sanitarie locali hanno deciso di avviare un’attività di vaccinazione supplementare attraverso la somministrazione del virus vivo per via orale, secondo il protocollo messo a punto da Albert Sabin. In Italia la profilassi contro il poliovirus è obbligatoria, così come quelle per la difterite, l’epatite B e il tetano. «La prevenzione si basa sull'utilizzo di un vaccino inattivato (di Salk, ndr) che favorisce lo sviluppo di anticorpi efficaci contro i tre tipi di virus - spiega Claudio Droghetti, responsabile degli ambulatori vaccinali e di medicina dei viaggi del Centro Diagnostico Italiano di Milano -.

Il protocollo prevede la somministrazione della prima dose al terzo mese di vita, della seconda al quinto e della terza all’undicesimo. L’ultima viene effettuata al compimento del sesto anno». Si stima che lungo la Penisola 120mila persone, tra i 50 e i 60 anni, convivano con l’esito dell’infezione da poliovirus. Chi è nato a partire dagli anni ‘60, invece, non è sfuggito alla vaccinazione. Ma adesso, alla luce delle ultime segnalazioni, il Ministero della Salute raccomanda a chi ha in programma viaggi verso le mete a rischio «la somministrazione di una ulteriore dose booster, se è stato completato il ciclo vaccinale di base con una dose di richiamo». Diverso il discorso per i non vaccinati o per chi lo è in maniera incompleta: il consiglio è di effettuare un ciclo completo a tre dosi prima della partenza.

ITALIA A RISCHIO? - Il poliovirus, nella maggior parte dei casi, infetta in maniera asintomatica. Ma la possibilità che la diffusione lambisca l’Europa c’è, altrimenti dal quartier generale di Ginevra non si sarebbero preoccupati di ribadire che «in tutti i Paesi, in particolare in quelli che hanno frequenti scambi con Israele, è necessario rafforzare la sorveglianza dei casi di paralisi flaccida acuta, al fine di individuare nuovi focolai e facilitare una rapida risposta». L’identificazione della paralisi - esito riscontrabile in un paziente su 200 casi di infezione - è la spia della forma di poliomielite più grave, causata dalla diffusione del virus nel torrente circolatorio e dal contagio delle corna anteriori del midollo spinale, responsabili del controllo motorio della muscolatura.

«Il dato israeliano non è sorprendente, dal momento che il poliovirus circola ancora in alcuni Paesi e non è improbabile che venga diffuso in altri ritenuti indenni - precisa Massimo Galli, ordinario di malattie infettive all’Università di Milano e direttore della divisione universitaria di malattie infettive dell’ospedale Luigi Sacco -. L’assenza di casi di malattia, così come il mancato riscontro nell’acqua potabile, sono però aspetti da sottolineare, determinati dall’alto tasso di vaccinati che ha impedito la comparsa di nuovi casi di poliomielite paralitica. Gli standard igienico-sanitari di Israele non sono inferiori a quelli dell’Europa occidentale, come dimostrano i frequenti controlli da cui sono stati ottenuti questi risultati». Il consiglio, esteso alla prevenzione di altre malattie infettive, riguarda l’assunzione di alimenti e acqua di origine sicura ed esenti da contaminazioni.

24 luglio 2013 | 15:02

L’Ue: “Giù i costi delle carte di credito” Ira Mastercard: colpo alla concorrenza

La Stampa

Commissione massima dello 0,2% contro lo 0,4/0,8% praticato in Italia e lo 0,9% della media europea. Risparmiate America Express, Diners e Paypal. I dubbi dei big


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Mai più costi “extra” quando si paga con carta di credito, come succede negli acquisti di biglietti aerei online, e maggiore protezione dalle frodi che potranno costare ai titolari di carte o bancomat 50 euro al massimo per una transazione che non riconoscono: la Commissione Ue vuole una decisa svolta pro-consumatori nel campo delle carte di credito (ma solo quelle che si appoggiano ad una banca come Visa e Mastercard e non American Express, Diners e Paypal), per rafforzarne l’utilizzo, aprire alla concorrenza ed evitare che banche e società scarichino tutti i costi sui consumatori.

Per questo il commissario al mercato interno Michel Barnier e quello alla concorrenza Joaquin Almunia, con la nuova direttiva sui “servizi di pagamenti” hanno deciso di agire prima di tutto sulle tariffe o commissioni interbancarie, cioè quei costi “nascosti” ai consumatori, perché sono quelli che la banca del consumatore applica alla banca del commerciante quando autorizza una transazione con carta. Questi costi che i commercianti non pagano volentieri, spesso li portano o a non accettare carte di credito, oppure a “ricaricare” i costi delle merci. Secondo Almunia, oggi i prezzi al dettaglio «sono gonfiati a causa di queste commissioni» che variano da Paese a Paese e oggi Bruxelles propone di tagliarle tutte a 0,3% della transazione per le carte di credito e 0,2% per i bancomat.

Ma minori ricavi per banche e carte di credito, dicono alcuni tra cui MasterCard, potrebbero portare a maggiori costi per i titolari di carte perché le banche che le emettono potrebbero aumentarne il costo. «E allora i clienti cambieranno banca, andando da chi offre condizioni migliori», taglia corto Almunia, secondo cui almeno ora sarà tutto più trasparente, mentre con le commissioni interbancarie che sono `costi nascosti´, i consumatori sono tenuti all’oscuro delle spese. La Federconsumatori avverte proprio su questo aspetto: bisogna ora vigilare che non aumentino i costi delle carte di credito.

L’altro intervento è sui costi “extra”: non ci sarà più bisogno di inventarsi costi supplementari per chi paga con carta perché abbassando le tariffe interbancarie la transazione costerà ai commercianti molto meno. Infine, si migliora la protezione dalle frodi: in caso di pagamento non autorizzato dal titolare di carta o bancomat, quest’ultimo potrà rimetterci massimo 50 euro e non 150 come avviene oggi. E la banca ha 15 giorni di tempo per rispondere alla sua richiesta di risarcimento. La direttiva presentata oggi comincia ora il suo iter legislativo: deve essere approvata da Parlamento e Consiglio, e per Barnier è possibile che si faccia tutto entro marzo 2014. 

Il seggiolino tech che avverte quando il bambino resta solo in auto

Corriere della sera

L'allerta scatta direttamente sullo smartphone

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MILANO – Dopo i tragici casi di morti di bambini per asfissia all’interno di automobili, dimenticati dai genitori, si moltiplicano le proposte e le ricerche di soluzioni per far sì che tali incidenti non accadano ancora. Sono 600 i casi registrati di morti di piccoli negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni, ma anche in Italia i numeri sono allarmanti. E oltre alle morti per dimenticanza e calore, vi è un più generale rischio legato agli incidenti e allo scorretto uso dei seggiolini: nel 2012 nel nostro Paese circa 800 incidenti significativi hanno coinvolto proprio minori accomodati nei sedili posteriori (il dato è di Asaps, associazione legata alla Polizia Stradale).

SENSORE VIA SMARTPHONE – L’ultima invenzione arrivata in commercio per aiutare i genitori (o chi si prende cura dei piccoli nelle fasi di trasporto in auto) è statunitense. Il sistema si chiama iAlert, si trova in vendita anche su Amazon, ed è un kit completo con seggiolino e sensori collegati a una app da scaricare sul proprio cellulare. I sistemi di allerta qui sono due: il primo, avverte con una sveglia sullo smartphone, un sms o una email se il bimbo è rimasto a lungo (possibile decidere il limite di tempo prima di farlo suonare) sul seggiolino dopo che l’auto si è fermata. Potrebbe essere un semplice promemoria (magari ci troviamo nell’auto con lui, in coda, e il problema non sussiste), ma se davvero ci siamo allontanati per troppi minuti, l’applicazione ci ricorda che il piccolo è rimasto al suo posto. Il secondo sistema permette invece di essere avvertiti se il piccolo passeggero si è sganciato dal seggiolino e non è più seduto perfettamente al suo posto. In più, l’applicazione registra la temperatura sulla poltroncina, di modo da verificare sempre il rischio di calore per i piccoli ospiti nell’abitacolo.

UN’ESIGENZA SEMPRE PIÙ FORTE – La prevenzione degli incidenti mortali per i bambini in auto, dopo gli ultimi tragici casi di cronaca italiana, è diventata una priorità anche nel nostro Paese: solo a fine giugno un gruppo di 16 europarlamentari italiani ha lanciato un appello al Commissario Europeo ai Trasporti Siim Kallas, per chiedere al più presto l’obbligo dell’introduzione di sistemi di sicurezza tecnologici salva bambini in auto. Una recente ricerca della Asl di Bologna sostiene per giunta che in Italia il 46,7 per cento dei bambini non venga messo in sicurezza correttamente, tracciando un quadro ancor più preoccupante. Per questo negli anni da più parti sono arrivate soluzioni tecnologiche per aiutare i genitori nel compito di prevenzione degli incidenti di ogni tipo legati all’auto, inclusi quelli dovuti a noncuranza e dimenticanza del piccolo nell’abitacolo. Molti i brevetti registrati, ma ancora poche le idee trasformate in prodotti disponibili sul mercato.

BREVETTI ITALIANI – La scorsa estate un ricercatore del Veneto, Fioravante Tiveron, ha brevettato il sistema «Salva bebè», composto da due rilevatori: il primo posto sul seggiolino del bimbo, e il secondo sul sedile davanti. Quando l’autista si alza, e se contemporaneamente il bimbo risulta ancora seduto sul suo seggiolino, un allarme acustico lo avverte della presenza del piccolo a bordo, e tale allarme cessa di suonare quando il bimbo viene prelevato o quando il genitore si riaccomoda in auto. A giugno 2013 invece è stata presentata l’idea di un cittadino emiliano, Gino Riverberi, elettrotecnico e nonno: si tratta di un cuscino collegato all’impianto elettrico dell’auto che si mette a suonare se le chiavi vengono tolte dal cruscotto, obbligando così l’autista a verificare cosa accade nei sedili posteriori.

Lo stesso sistema, collegato ai vetri, li aziona e li abbassa se non vi è risposta immediata al suo allarme, garantendo ricambio di aria all’interno dell’abitacolo. Anche in questo caso, esiste solo un prototipo. Ancora un ingegnere italiano di Pontedera, Luca Marano, nel 2011 ha registrato un brevetto per un sistema di sicurezza in auto, per ora non ancora trasformato in un prodotto in commercio. La base delle sue idee riguarda diversi aspetti: controllare se il bimbo è seduto con le cinture allacciate anche quando il motore è spento (e lanciare dunque un allarme in questo frangente); usando il portachiavi, misurare anche la distanza del genitore dall’auto e lanciare un’allerta se l’adulto si fosse allontanato troppo.

STUDENTI ALL’OPERA – Tra le proposte italiane, la più recente è quella che è arrivata in finale del concorso per ragazzi e scuole «Inv-factor – anche tu genio!» organizzato dal Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) con la Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, che verrà premiata a Roma a fine settembre. Gli studenti dell’Isis Enrico Fermi di Bibbiena, Arezzo, hanno ideato il progetto «Ricordati di me» che lancia allarmi se si presentano in concomitanza una serie di condizioni all’interno dell’auto: motore spento e bimbo appoggiato sul seggiolino, portiera che si apre e autista che scende dalla macchina. In questi casi, automaticamente si azionano le 4 frecce, si abbassa di qualche dito il finestrino, suona un allarme e parte un segnale via sms a una serie di numeri telefonici reinseriti.

24 luglio 2013 | 15:51

Nardò, sgomberato il campo rom per l'arrivo della Kyenge

Libero

Sgombero-lampo voluto dal sindaco: fa pulizia in meno di 24 ore...


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Arriva Cecile Kynege e in 24 ore tutto torna al suo posto. Potere del ministro o paura del sindaco di Nardò? Ma tant'è. Un campo della cittadina pugliese dove vivevano extracomunitari e rom,  dopo anni di permanenza, è stato sgomberato in poche ore prima della visita della titolare dell'Integrazione. A fare pulizia è stato il sindaco democratico Marcello Risi. La Kyenge ha visitato la cittadina in provincia di Lecce, e Risi ci teneva a fare bella figura. Peccato che con lo sgombero del campo, in pratica, il sindaco ha rimosso l'unico vero motivo per il quale Cécile si era recata a Nardò.

Crisi di maggioranza - Da anni la Asl sollecitava il Comune affinché sgomberasse l'ex fallegnameria occupata da immigrati e rom. I migranti sgomberati a forza lavorano nei campi del comprensorio di Nardò. Insomma, il sindaco li ha "sfrattati", con tutta probabilità, solo per evitare una figuraccia con la Kyenge. Ma il gesto di Risi si è rivelato un enorme autogol. Sel ha subito dichiarato guerra al primo cittadino: crisi in consiglio comunale e spaccatura nella maggioranza.

Polvere sotto il tappeto
- L'accusa? "Il sindaco ha messo la polvere sotto il tappeto per fare bella figura con la Kyenge". Il ministro dell'Integrazione nei suoi tour in tutta Italia visita quitidianamente campi abusivi e strutture occupate da immigrati. Il gesto di Risi ha peggiorato la situazione attirandosi probabilmente anche le ire della stessa Kyenge, che è contraria agli sgomberi. Insomma l'epic fail di Risi costerà caro al comune di Nardò. Il sindaco, comunque, con lo sgombero immediato potrebbe ambire già da subito alla tessera della Lega Nord. Il primo sindaco leghista nel sole nel sale e nel sud della Puglia.

 (I.S.)

Il magazzino degli antichi cimeli Qui c’è il “tesoro” triste della Pro

La Stampa

Primo sopralluogo del curatore fallimentare: “Sono in buono stato, nessun furto”

alessandro ballesio
VERCELLI


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Eccoli qui i trofei, le coppe, le targhe della vecchia e gloriosa Pro Vercelli. Tutto quello che «si può toccare» della storia lunga e affascinante di una delle squadre di calcio più antiche e blasonate d’Italia. Qui, in un magazzino del Comune che da più di due anni custodisce l’eredità di Vero Paganoni e della sua Us Vercelli, quello che la Pro era e non è più. Il «tesoro» senza prezzo che finirà all’asta non appena il curatore fallimentare definirà tutte quante le tappe burocratiche da seguire. 

Quello che si vede ha poco a che fare con i fasti dei sette scudetti, e pure con le cerimonie e degli altari che il Comune e lo staff di Massimo Secondo vorrebbero riservare agli oggetti della memoria nel futuro museo dello sport, accanto al Piola. 
Perchè questa è una sistemazione di fortuna, e allora i cimeli conquistati con tanta fatica dalle bianche casacche appaiono ammucchiati in una stanza, sul pavimento, uno appiccicato all’altro. Di gloria ce n’è poca a guardare bene queste immagini, ma chi ama la Pro vuole credere che sia soltanto una questione di tempo. Che sia una tappa poco felice, in attesa della collocazione che meritano. «Ma abbiamo constatato che sono in buone condizioni, non ci sono stati danni», tiene a sottolineare il curatore fallimentare Gianni Ciliesa, che ha appena effettuato il primo sopralluogo in compagnia dell’assessore comunale al Patrimonio, Luigi Michelini. 


E a chi ricorda certe incursioni di ladri e malintenzionati, tempo fa (qualcuno aveva anche denunciato il fatto ai carabinieri), spiega: «Non c’è alcun furto: i cimeli sono pronti per essere messi all’asta». Ma quando, ancora non si sa con precisione. Prima servirà un inventario dettagliato, e comunque il piano del curatore, dopo il fallimento dell’Us Vercelli di Paganoni, ha come priorità la chiamata a raccolta dei creditori. «I tempi per l’asta non saranno brevi - avverte l’avvocato Ciliesa - in ogni caso verranno definiti dopo l’estate». Ma c’è una buona notizia per i tifosi: «Il Comune - evidenzia il curatore - mi ha confermato il suo interessamento». Che poi si traduca in una sorta di corsia preferenziale, questo non è possibile saperlo. 

Ma non ci sono soltanto coppe e cimeli. Nel cortile del magazzino giacciono anche due mini bus in totale stato di abbandono. Immersi nelle sterpaglie. E dire che erano stati donati dalla Fondazione Crt per la scuola calcio della Pro. Il Comune vorrebbe metterli a disposizione delle associazioni, come l’Anffas. Ma prima, anche in questo caso, bisognerà attendere l’asta pubblica. 

Addio a Djalma Santos, il più grande terzino destro della storia del calcio

Corriere della sera

Aveva 84 anni, vinse due Mondiali nel leggendario Brasile di Didi, Vavá e Pelé

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Nel gioco delle classifiche dei migliori di tutti i tempi, è stato quello messo meno in discussione di tutti: per tutti, da almeno mezzo secolo, Djalma Santos è stato il più grande laterale destro della storia del calcio. È morto nella notte, a San Paolo, a 84 anni, dopo tre settimane di degenza in ospedale per polmonite e insufficienza respiratoria.

RIVOLUZIONE - Nazionale già dal Mondiale del 1954, diventa una delle leggende del calcio brasiliano (quindi mondiale) col doppio trionfo nelle coppe Rimet del '58 e del '62 in Svezia e Cile. È praticamente con lui, nato come centrale difensivo, che nasce la figura del terzino d'attacco, in una squadra (quella di Didi, Vavá e Pelé) che fa della difesa a 4 alta uno dei punti fissi della sua grandezza irripetibile e messa in discussione (forse) solo dalla Spagna di questi anni, se saprà vincere il Mondiale che si terrà proprio in Brasile fra meno di un anno.


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CORRETTEZZA - Nei 22 anni di carriera, Djalma Pereira Dias dos Santos ha giocato 10 anni nel Portoguesa di Rio, altri 10 nel Palmeiras della nativa San Paolo e poi un'ultima stagione nell'Atletico paranaense, oltre a 98 partite in nazionale (con la presenza in quattro Mondiali): senza mai un'espulsione, record non semplicissimo per un difensore.

24 luglio 2013 | 10:13

Duomo, per il restauro mancano altri 13 milioni Il Mibac boccia anche l'ascensore panoramico

Corriere della sera

Maxi affissioni e donazioni sono la principale fonte per la raccolta di fondi


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Un'opera in tre atti, il prologo allo spettacolo internazionale di Expo. Protagonista: il Duomo. La Veneranda Fabbrica ha due anni scarsi per restaurare la cattedrale, trovare altri 13 milioni di euro per i cantieri e rivoluzionare i suoi servizi turistici. Il futuro promette 20 milioni di visitatori a Milano; il Duomo, casa della fede e icona monumentale, sarà la prima tappa degli stranieri in città. Come accoglierli?

NO DEL MIBAC - La Soprintendenza ha bocciato il progetto di un baretto temporaneo sulla terrazza principale e pure l'ipotesi di un nuovo ascensore panoramico sul lato Nord, il transetto che fa ombra alla Rinascente. Quanto al chiosco, deciderà il Tar: l'udienza sarà in autunno. Per l'ascensore si è invece attivata la diplomazia ambrosiana: la «torretta di vetro» è stata finanziata dall'Ue e aveva già ottenuto le autorizzazioni dei vigili del fuoco. Sono una dozzina gli interventi di manutenzione straordinaria aperti all'interno, ai lati e sul tetto della cattedrale:

«È l'attività più importante da decenni». Per apprezzarne la grandezza bisogna farsi guidare dall'ingegnere Benigno Mörlin Visconti Castiglione, il direttore della Fabbrica. Oltre cento tra operai, tecnici e scultori. Sono in cura il tornacoro e l'altare della Madonna dell'Albero e, a breve, lo sarà il ciborio; si lucidano i pavimenti, vengono controllati i capitelli delle 52 colonne, sono coperti da ponteggi 2.600 metri quadri di marmo sulle facciate; è impacchettata la torre maggiore della Madonnina e bisogna consolidare la copertura, le guglie absidali, gli archi e le falconature.

MANUTENZIONE ONEROSA - È una macchina complessa, la Fabbrica del Duomo. E onerosa. La semplice manutenzione ordinaria costa 20 milioni l'anno. Tutto ciò che si fa in più, in prospettiva Expo, richiede sforzi aggiuntivi. Ma da chi? Lo Stato ha chiuso i canali. Il Comune è in crisi. Ogni poster pubblicitario sulla facciata porta tra i 50 mila e i 100 mila euro d'introiti al mese. Ma la generosità dei milanesi resta un fattore essenziale, nei secoli e oggi. La campagna «Adotta una guglia» ha incassato 2,5 milioni tra oltre venti «grandi donatori» e migliaia di piccole sottoscrizioni. E continua.

RIAPRE IL MUSEO - Il primo segnale del nuovo corso sarà lanciato il 4 novembre con la riapertura del Museo accanto a Palazzo Reale: la collezione d'arte e il preziosissimo archivio storico (riallestito) saranno restituiti al pubblico dopo otto anni di chiusura e 36 mesi di lavori diretti dall'architetto Guido Canali. In numeri: 2 mila metri quadri, 27 sale, 13 aree tematiche. La spesa: 13 milioni. L'obiettivo: «Riposizionare l'offerta culturale sulle rotte del turismo internazionale». Prima del 2015 sarà presentato un corposo pacchetto di riforme, dall'info point ai nuovi percorsi.

IL NODO DEL PUNTO RISTORO - Dal sagrato alle terrazze, per dire: come in aereo, oggi è vietato portare «liquidi» (leggi: acqua) sulle scale e in ascensore. Il «Punto ristoro» tra le guglie era e resta uno dei fattori chiave della formula Expo. Desco ambrosiano srl - la società che gestisce l'appalto da un anno - ha fatto ricorso al Tar: «Lo stop è arbitrario e illegittimo», sostiene l'avvocato Paolo Mora. L'idea è sostenuta dall'Arcivescovado e dall'arciprete. Il punto l'ha messo il soprintendente Alberto Artioli: niente gazebo, celle frigo, locali-rifiuti né binari per i viaggi di bottiglie e tramezzini. Obiezione di Mora: «Il chiosco migliora l'esperienza dei turisti e sostiene i restauri con 500 mila euro l'anno fino al 2016. Per altro, non sarebbe la prima volta...». Un bar c'era già nel Dopoguerra: nel 1946 si sorseggiava il tè sulla terrazza.

24 luglio 2013 | 8:55

Turchia, ora Ocalan vuole parlare alla stampa Il governo: "Impossibile"

Quotidiano.net

Il vice-premier turco Bulent Arinc ribadisce il netto no alla richiesta di Ocalan, il leader del Pkk in carcere dal '99. Per il governo  "persino presentare una richiesta del genere è illecito"

Istanbul, 23 luglio 2013


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Abdullah Ocalan non può incontrare la stampa: è netto il "no' del governo turco alla richiesta del leader del Pkk in carcere, di parlare con i media. "Nella legislazione non ci sono regole che vanno in questo senso, i condannati non possono tenere conferenze stampa" ha dichiarato oggi il ministro della Giustizia turco Sadullah Ergin, ribadendo la posizione dell'esecutivo di Recep Tayyip Erdogan. "Ocalan ha espresso il desiderio di incontrare la stampa, ma è impossibile tenendo in considerazione la legislazione vigente" aveva infatti spiegato ieri sera il vice-premier turco Arinc durante una conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri. "Persino presentare una richiesta del genere è illecito" ha aggiunto Arinc.

Il leader dell`autonomista Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), che sta scontando dal 1999 una condanna all`ergastolo nell`isola-prigione di Imrali, nel mare di Marmara, avevachiesto domenica al governo di poter tenere una conferenza stampa in prigione per "esercitare un ruolo più attivo" nel processo di pace. I due maggiori partiti di opposizione nel fine settimana si erano detti fortemente contrari a un possibile incontro del leader curdo con i giornalisti Il negoziato tra governo e autonomisti curdi iniziato a marzo - che potrebbe mettere fine a un conflitto che dal 1984 ha fatto più di 40 mila morti - sta entrando in questi giorni in una fase decisiva. Dopo l`inizio del ritiro in Nord Iraq dei militanti del Pkk che si trovano in Turchia, partito l`8 maggio, ora Ocalan vuole che il governo turco "faccia passi avanti" concedendo alla minoranza curda maggiori diritti.

OCALAN CHIESE L'ASILO POLITICO ALL'ITALIA - Abdullah Ocalan arrivò in Italia il 12 novembre 1998. All’epoca in Italia il governo era guidato da Massimo D’Alema. L'Italia fu criticata per la mancata concessione dell’asilo politico da lui richiesto. Il governo italiano fu accusato di aver trascurato gli articoli 10 e 26 della Costituzione che regolano l'asilo politico. La mancata concessione dell'asilo politico è stata criticata soprattuto perché in quegli anni in Turchia era ancora prevista la pena di morte. Infatti, quando Ocalan fu catturato in Kenya (dove andò dopo l'Italia) i servizi segreti di Ankara lo portarono in Turchia,  dove venne condannato alla pena di morte per tradimento della patria. La Turchia abolì la pena di morte solo nel 2002  e la pena di Ocalan venne trasformata in ergastolo.

Arizona, più di 500 messicani muoiono nel deserto per arrivare negli Usa: polemica sui controlli

Il Messaggero

di Anna Guaita


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NEW YORK – “Attenti, non rischiate la vita, non vale la pena!” questo cartello, disseminato lungo il confine fra l’Arizona e il Messico, cerca di dissuadere i clandestini dall’avventurarsi in un deserto grande 1300 chilometri quadrati, senza un albero, un torrente, una casa, e solo due strade asfaltate. Ma gli illegali che arrivano fino alla frontiera Usa - molto spesso non messicani,ma migranti arrivati dal Centramerica – a quel punto non vogliono fare marcia indietro, e continuano sulla loro strada. Per centinaia di loro, il miraggio di conquistare El Norte e di farsi una nuova vita negli Stati Uniti finisce tragicamente.

In estate muoiono di sete, o collassano per il caldo che supera i 40 gradi. In inverno muoiono di assideramento per le temperature polari delle notti. E il numero delle vittime aumenta regolarmente. Sono state 467 l’anno scorso, e promettono di essere molte di più quest’anno. Succede infatti che i controlli lungo il confine fra Usa e Messico sono diventati durissimi: alte barriere dividono i due Paesi in tutti i vecchi “corridoi” usati dai clandestini. Ben 21 mila agenti di frontiera, armati fino ai denti, pattugliano le zone a rischio. E questo spinge i clandestini verso gli attraversamenti lungo il deserto dell’Arizona, un’area pericolosissima anche per chi la conosce bene.

La severità al confine è molto aumentata durante la presidenza Obama, e fa parte del pacchetto della riforma dell’immigrazione che il presidente propone al Congresso. Gli Stati del sud, finora bersaglio preferito dei clandestini, hanno chiesto che l’ingresso dei nuovi migranti venga drasticamente ridotto prima che si adotti una riforma che regolarizzi i circa 12 milioni di clandestini già presenti nel Paese.

E ridotto l’ingresso è stato: nel 1999 le guardie di frontiera catturarono un milione e 500 mila illegali, nel 2000 il numero salì a un milione e 700 mila: ma da allora coloro che ci provano è sceso a poche centinaia di migliaia, e comunque lungo i 3200 chilometri che separano Usa e Messico i controlli sono diventati così minuziosi, che la percentuale dei clandestini catturati rispetto a quelli che ce la fanno a passare fra le maglie è molto maggiore. Lungo il confine non ci sono solo centinaia di chilometri di barriere anti-uomo e antitraffico, ci sono anche droni ed elicotteri in perenne perlustrazione e telecamere con visione notturna.

Davanti all’innegabile problema dei clandestini, c’è però chi critica il governo federale e gli Stati di confine perché “se la prendono con i poveracci che tentato l’attraversamento piuttosto che con chi si fa pagare per spingerli e accompagnarli”. La professoressa Guadalupe Correa-Cabrera, docente presso l’Università del Texas e specialista dei problemi della frontiera, sostiene che a guidare i candestini sono le bande dei narcos, in particolare i cartelli Zeta e Gulf, del Messico: “Dovrebbero mettere in prigione quei criminali – protesta -. In Messico hanno il monopolio del trasporto dei clandestini, e sono loro che li espongono a rischio di morte”. E i clandestini lo sanno che rischiano di morire. Spesso, nei cadaveri si trova un messaggio: “Se mi trovate morto, avvertite la mia famiglia”, con l’indirizzo e il nome dei familiari.


Martedì 23 Luglio 2013 - 19:46

Non ci stiamo nella parte dei ladroni: se ci fanno quella multa chiudiamo»

Corriere della sera

Dolce e Gabbana: le nostre barche con bandiera italiana e ci accusano di evadere. La rabbia degli stilisti


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Valeva la pena di piantare tutto questo casino? «Tante briciole, dice il proverbio, fanno una panetteria», ribatte Domenico Dolce, «Era tutto un vocio fastidiosissimo...». «Ma scusi: come potevamo accettare di essere bollati come evasori? - irrompe Stefano Gabbana -. Noi siamo delle persone perbene. Viviamo in Italia, paghiamo le tasse in Italia, non facciamo finta di vivere all'estero...». State dicendo che la vostra è una storia tutta diversa da quella di Valentino Rossi o altri? Gabbana«Noi parliamo per noi. Ci limitiamo a chiedere: vi pare possibile che per gli stessi identici fatti, sulle stesse identiche carte, possiamo essere assolti nei processi penali e condannati in quello tributario? Noi sappiamo fare vestiti. Vogliamo fare vestiti. E invece siamo stati tirati in mezzo in una storia complicatissima di commi e codicilli».

Gli avvocati sanno di questo vostro sfogo? G. «Sanno che noi siamo dei pazzi. Lo mettono in conto. Ma al di là dell'aspetto legale (non vogliamo neanche parlarne: siamo convinti di non avere fatto niente di scorretto) non ci rassegniamo a essere crocifissi come dei ladroni. Perché non lo siamo».
Dolce «Calunnia calunnia, qualcosa resta. Non ci va bene. Non è solo per noi. È per l'azienda. Parliamo di migliaia di persone, con l'indotto. L'altro giorno ho dovuto incoraggiare io delle sartine. Erano sconvolte. "Ma come! Noi! Noi!" Io dico: guardate la nostra vita...»

Cioè?
G. «Per esempio io ho una barca, si chiama "Regina d'Italia": non la porto mica in Francia o in Croazia! Non la intesto mica a una società! Non batte mica bandiera delle Cayman! Io sono italiano e la barca la tengo in un porto italiano. E batte bandiera italiana».
D. «Vale anche per me. Anni fa Stefano mi regalò un motoscafo Riva. Lo uso pochissimo, ma lo tengo a Portofino e batte bandiera italiana».

Le case in cui vivete? Appartengono a qualche società oppure... D. «No, guardi. Casa mia è intestata a me, Dolce Domenico, nato a Polizzi Generosa, residente eccetera... Mica fingo di vivere in Svizzera o a Montecarlo. Le mie residenze sono sempre state quelle: Polizzi Generosa, Palermo, Milano».
Eppure in casi come il vostro...
G. «Ma che ci importa di eludere il fisco? Noi vogliamo solo starcene tranquilli a fare vestiti. Punto. D'altra parte, vuole una dimostrazione di quanto siamo ossessionati dal denaro? Fino al 2004 avevamo tutto, diciamo così, "in comunione dei beni».

E allora?
G. «Ma non stiamo insieme, come fidanzati, dal 2000! Se fossimo attaccati ai soldi lei pensa che avremmo tenuto i conti e l'azienda insieme per quattro anni dopo la nostra separazione? Eppure per quattro anni siamo rimasti così, metà a testa: 50 e 50. Con tutti che ci dicevano: chiaritevi, non potete lasciare le cose così, ci va di mezzo l'azienda».
D. «Ci siamo decisi quando cominciammo a ricevere offerte da Vuitton, Gucci, Hdp... Dovevamo darci una struttura aziendale all'altezza di quanto eravamo cresciuti».

E così avete venduto il marchio, cioè il vostro tesoro, alla «Gado».
D. «Esatto».

Ma perché in Lussemburgo?
G. «Scusi, ma noi siamo un marchio mondiale. Non è che possiamo aprire in Cina o in Brasile appoggiandoci, faccio per dire, alla Cassa Rurale di Rogoredo. Una azienda che opera a livello internazionale ha delle società internazionali. Ovvio. Mica era una operazione illegale! Era tutto trasparente».

Niente scatole cinesi?
G. «Macché scatole cinesi! Ecco qua la nostra "Annual Revue 2004-2005". Pagina 27: c'è tutto, sulla nascita della "Dolce & Gabbana Luxembourg S.a.r.l. cui fanno capo la neonata Gado S.a.r.l., titolare dei due marchi, e la Dolce & Gabbana Srl, realtà operativa che integra le realtà produttive..." Non abbiamo mica fatto le cose di notte! Tutto alla luce del sole».
D. «Tanto è vero che né la guardia di finanza né i magistrati ce l'hanno mai contestato».

Dicono però che 360 milioni per quel marchio celeberrimo nel mondo erano pochi.
G. «Ma cosa vuole che ne sapessimo, noi! Avevamo cominciato girando per la pianura padana come consulenti delle aziende di abbigliamento e battendo gli autogrill della Bauli per farci un pandorino o della Fini per mangiarci i tortellini! Ci era scoppiata in mano una cosa più grande di noi. Non eravamo neanche in grado di valutarne il valore. Infatti...».

...Chiedeste una stima a Price Waterhouse Coopers. D. «Esattamente. Che disse: 360 milioni».

Centottanta a testa: come li avete spesi?
D. «Come vuole che li abbiamo spesi? In azienda. L'azienda è la nostra creatura. La nostra figlia. Tutto va a finire là».
G. «Cosa vuole che ne facciamo dei soldi? Che li mettiamo via per quando saremo morti?»

E qui nasce la grana: la finanza dice che la stima era bassa... Che valeva molto di più e si presume...
G. «Si presume, si presume... "Si presume che Domenico e Stefano si droghino". "Si presume che lavorino in ufficio completamente nudi". Cosa significa, scusi? E poi "chi" lo presume? Noi non ce la siamo fatta in casa: abbiamo chiesto alla Pwc. Loro quante aziende mondiali hanno monitorato per "presumere"? Non si lanciano accuse così su supposizioni».
D. «Tanto più che per l'infedele dichiarazione dei redditi nel penale siamo stati assolti perché "il fatto non sussiste". Lo stesso giudizio del gup per l'omessa dichiarazione: il fatto non sussiste».

Fatto sta che secondo i magistrati il valore del marchio era oltre il triplo: 1.190 milioni. Una stima poi ribassata a 730 milioni ...
G. «Un miliardo! Ma chi l'ha mai visto, un miliardo! È chiaro che, a distanza di anni, dopo che eravamo ulteriormente cresciuti, ci hanno sopravvalutato. Ma noi? Mica potevamo decidere facendoci leggere le carte dalla maga Cloris!».

E se vi confermano la condanna a 400 milioni di multa?
D. «Chiudiamo. Cosa vuole che facciamo? Chiudiamo. Non saremmo in grado di resistere. Impossibile».
G. «Chi immagina un ricatto morale sui dipendenti sbaglia. Se ci meritassimo la condanna, niente da dire. Ma non la meritiamo. E comunque sì, purtroppo dovremmo chiudere».

Avete messo in conto anche di andarvene? D. «Si fanno tanti pensieri...»
G. «Ma li ha visti i titoloni sui giornali?».

Voi stessi, decidendo di chiudere i negozi per tre giorni, avete forse amplificato quella battuta polemica... D. «Amen. Ma non potevamo tacere. Quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dopo mesi e mesi di sgocciolio...».
G. «Vedesse certi blog... "Boicottiamo Dolce & Gabbana, non compriamo più i loro prodotti!" Per carità, moltissimi sono anche da parte nostra, però...».
D. «Io, meno male, i blog non li guardo proprio. Occhio non vede, cuore non duole».
G. «Per quanto te ne freghi, sono cose che ti feriscono se sei uno che ha sempre pagato le tasse. Così, quando quell'assessore ha detto che non avrebbe concesso spazi "a degli evasori" mi è venuto di getto di twittare: fate schifo. Chi se l'immaginava che venisse fuori tutto quel casino?».

Pentito?
G. «No».
D. «Magari io non avrei scritto "fate schifo" scegliendo parole diverse. Ognuno ha il suo temperamento. Ma sulla decisione di chiudere per indignazione, pagando regolarmente i dipendenti, sia chiaro, siamo stati d'accordissimo. Non ne potevamo più».
G. «Sono andato due giorni al mare e stavo così male che mi sono ustionato anche con la protezione 50! Ci chiamavano dall'America: "Ma fate lo stesso la sfilata o è annullata perché andate in prigione?" E noi a spiegare, spiegare, spiegare... Io domando: chi ti sbatte sulle prime pagine con accuse come queste smentite dalle sentenze penali ha idea del danno che fa?».

Se avete violato la legge...
G. «Ripeto: dall'accusa di infedele dichiarazione dei redditi, per quella contestazione tributaria sul reale valore del marchio, siamo stati assolti, nel penale. E questo addirittura "dopo" che il reato era stato prescritto. Più di così!».

E adesso, col Comune di Milano?
G. «Ma mica ce l'abbiamo col Comune di Milano. Ce la siamo presa con l'assessore. Chi mai gli aveva chiesto qualcosa? Che motivo aveva per tirarci in ballo?».
D. «Il fatto è che non abbiamo mai avvertito intorno l'orgoglio delle istituzioni per quello che rappresenta Dolce & Gabbana nel mondo. Come se la moda fosse una cosa secondaria. Sentiamo l'orgoglio dei milanesi e degli italiani, sì. Ma mai abbiamo avvertito questo orgoglio delle istituzioni. Mai».
G. «Una donna mi ha fermato per strada: "Non ho mai comprato un vostro vestito e non mi piace il vostro stile ma sono con voi". Sia chiaro, non siamo Giovanna d'Arco. E non vogliamo proporci come paladini di una rivolta contro il fisco. Per carità! Ma viviamo questa storia come una ingiustizia».

Che Giuliano Pisapia abbia liquidato la battuta del suo assessore come infelice e abbia ricordato che lui è sempre stato un garantista ha chiuso la ferita?
D. «Mai stati in guerra con lui».

Quindi lo incontrerete?
D. «Al mio paese si dice: ogni fuoco cenere diventa».


24 luglio 2013 | 8:15

Poliziotta di Cava morta a Potenza si indaga per omicidio volontario

Il Mattino
di Gianni Molinari

La procura riapre l'inchiesta sul commissario Anna Eposito: omicidio. La funzionaria di Cava de' Tirreni trovata morta a Potenza nel 2001


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Com’è morta Anna Esposito, commissario capo, dirigente della Digos della Questura di Potenza trovata, il 12 marzo 2001, esanime nel suo appartamento di servizio nella caserma Zaccagnino del capoluogo lucano? Suicidio, sentenziò l’archiviazione dell’inchiesta. Dodici anni dopo le indagini, però, sono ripartite. Il gip del tribunale lucano Michela Tiziana Petrocelli ha dato al pubblico ministero, Sergio Marotta, sei mesi per indagare. Ipotesi: omicidio volontario.

Anna Esposito, nata a Cava de’ Tirreni (Salerno), 35 anni, separata, due bambine, era alla guida della «squadra politica» della questura potentina dal 1998. Prima donna ad assumere quell’incarico. Venne trovata con la gola imbrigliata in un cinturone assicurato a una maniglia di una porta. Uno strano modo per suicidarsi. La stessa autopsia, che confermò nello strangolamento la causa della morte, non potè non far rilevare l’atipicità di quel suicidio: perché i piedi della donna toccavano il pavimento, perché l’ansa di scorrimento della cinta (che misurava solo 93 centimetri) era posta anteriormente sul lato destro, mentre più normalmente avrebbe dovuto disporsi nella parte posteriore del collo. Vicino al cadavere fu trovata una penna, ma nessun foglio. Né biglietti con una qualche traccia che potesse spiegare il suicidio.

Le indagini della procura di Potenza misero a soqquadro la vita professionale e personale di Anna Esposito. In particolare furono passate al setaccio le ore antecedenti al momento presunto della morte. Furono vagliate diverse posizioni, in particolare di un giornalista con cui Anna aveva avuto una storia d’amore. Ma nulla portò a una direzione diversa da quella del suicidio. E così l’inchiesta fu archiviata. Restarono molte domande senza risposte e molti dubbi.

E ad alimentare il giallo si aggiunse una dichiarazione fatta da Gildo Claps, il fratello di Elisa, uccisa a Potenza il 12 settembre 1993 da Danilo Restivo, alla trasmissione «Chi l’ha visto?». «La mamma di Anna Esposito - disse in tv Gildo Claps - mi ha detto che la figlia alcuni giorni prima di morire le aveva confidato che in Questura qualcuno sapeva dove fosse sepolta Elisa». Una dichiarazione che fece partire un’inchiesta della Procura di Salerno, dove c’erano le indagini sul caso Claps. Inchiesta che tuttavia ha stabilito l’inesistenza di collegamenti con il caso Claps. La nuova indagine riparte dalle carte rientrate da Salerno e da un’inchiesta giornalistica della Gazzetta del Mezzogiorno su particolari mai sviluppati dopo la morte di Anna Esposito.

 
martedì 23 luglio 2013 - 22:09   Ultimo aggiornamento: mercoledì 24 luglio 2013 08:04

Pantani «usò l'Epo nel Tour de France '98»

Corriere della sera

La rivelazione di Le Monde, che anticipa i risultati di una Commissione d'inchiesta del Senato francese. Nella lista ci sarebbero anche gli altri vincitori del Tour del 1998

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Ci sarebbe anche il nome di Marco Pantani nella «lista nera» dei corridori che avrebbero assunto Epo al Tour de France del 1998, vinto proprio dal Pirata. Lo scrive il quotidiano Le Monde anticipando le conclusioni della Commissione d'inchiesta del Senato francese relative ai risultati delle analisi fatte a posteriori nel laboratorio di Chatenay-Malabry sui campioni di urine prelevati ai ciclisti che hanno partecipato a quell'edizione della Grande Boucle. Il documento sarà pubblicato mercoledì.

NON SOLO PANTANI - Secondo le indiscrezioni di Le Monde assieme a Pantani - scomparso tragicamente il 14 febbraio del 2004 - sarebbe stato l'intero podio finale a far uso di doping: Jan Ullrich, secondo classificato, e Bobby Julich, terzo. Ma non solo. Nell'elenco ci sarebbero anche il tedesco Erik Zabel (miglior sprinter ai Tour del 1998 e del 1999) e i corridori francesi Laurent Jalabert, Jacky Durand e Laurent Desbiens. La data inizialmente prevista dalla Commissione per svelare il dossier era il 18 luglio, giorno dell'Alpe d'Huez, poi posticipata al termine dell'ultima edizione del Tour, che si è conclusa domenica con il trionfo di Chris Froome, «per non dare l'impressione che il lavoro della Commissione si fosse concentrato solo sul doping nel ciclismo, cosa che non corrisponde agli obiettivi o al contenuto del rapporto», avevano spiegato i senatori a inizio luglio.

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L'ALBO D'ORO - Ancora prima il presidente dell'Uci, Pat McQuaid, aveva suggerito - salvo poi fare retromarcia - l'ipotesi di cancellare il nome di Pantani dall'albo d'oro qualora il suo nome dovesse comparire nella lista dei ciclisti che in quell'edizione hanno fatto uso di doping. Un'ipotesi che aveva sollevato la rabbia dei genitori del Pirata, Tonina e Paolo. Contro la pubblicazione dei nomi, invece, si è scagliata l'Associazione dei ciclisti professionisti. La pubblicazione della lista, infatti, ha già sollevato diverse polemiche in Francia: il sindacato dei corridori ha infatti sottolineato che si tratta di una «accusa di doping senza alcuna possibilità di difesa», in quanto i ciclisti coinvolti non potranno chiedere delle contro-analisi come sarebbe invece possibile nel quadro di una procedura disciplinare.



23 luglio 2013 | 22:12

E' morto l'arbitro di Italia-Germania 4-3

Corriere della sera

ll  peruviano Arturo Yamasaki diresse la semifinale del Mondiale 1970 allo stadio Atzeca in Messico

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È morto oggi a Cittá del Messico l'ex arbitro internazionale Arturo Yamasaki. Peruviano di nascita e poi trasferitosi in Messico negli anni Sessanta, nel corso della sua lunga carriera Yamasaki arbitrò in tre Mondiali e due Olimpiadi.

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Fu il direttore di gara della sfida Italia-Germania, semifinale dei Mondiali di Messico 1970 e nota come «la partita del secolo», vinta dagli azzurri per 4-3 dopo i tempi supplementari. In quella partita concesse, nei tempi regolamentari, un lungo recupero durante il quale arrivò il pareggio dei tedeschi con Schnellinger che portò il risultato sull'1-1 e quindi ai supplementari. Yamasaki fu anche presidente della Commissione messicana degli arbitri dal 2003 al 2006. Yamasaki aveva 84 anni.

23 luglio 2013 | 21:35

Sono crionizzati i veri ottimisti per il futuro

La Stampa

In Italia non è consentito il surgelamento umano, ma  spostandosi  in Inghilterra è possibile il trasporto in America ed essere conservati sotto azoto liquido per l' eternità

gianluca nicoletti


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La crisi ci angustia? Un’idea folle potrebbe essere quella di crionizzarsi e aspettare che passi la buriana. La proposta è naturalmente oltre i limiti dell' assurdo,  anche se nessun'altra soluzione estrema, come la pratica del surgelamento  umano, è basata  sulla fiducia nel futuro. Prevede la sospensione della vita, in attesa d’auspicabili evoluzioni della capacità umana di curare ogni malattia e riparare ogni danno fisico. E’ una possibilità che qualcuno prende molto seriamente, soprattutto chi pensa che sia la migliore maniera per poter rinascere in un mondo più adeguato, in un futuro in cui la scienza permetterà a tutti di vivere meglio. 

In Italia naturalmente non è consentito surgelarsi nei tempi utili consigliati dai crionizzatori, entro un limite perché il nostro cervello non vada a farsi benedire nei naturali processi di deterioramento. Il regolamento di Polizia Mortuaria prescrive per ogni cadavere il divieto d’essere sottoposto a trattamenti conservativi, o a conservazione in celle frigorifere, prima che siano trascorse 24 ore dal momento del decesso. 

L’ibernazione, allo stato attuale, inoltre non garantisce il ritorno in vita. Per questo chiunque chiedesse d’essere “trattato” prima che insorgano danni cerebrali, in pratica, sarebbe assimilato all’ esprimere un desiderio d’eutanasia. I crionizzatori di casa nostra sostengono che una soluzione ragionevole per poterla eseguire anche in Italia, potrebbe essere l'approvazione, da parte del Parlamento, di una legge che consenta espressamente ai malati terminali e ai pazienti gravissimi, di essere crionizzati in fin di vita, prima che compaia lo stato di morte cerebrale, inteso come alternativa all'eutanasia oggi illegale nel nostro paese.

Una legge del genere, di cui nessuno ancora ha pensato farsi promotore, dovrebbe poter consentire l'ibernazione di pazienti vivi, prima dell'arresto cardiaco, eliminando del tutto il rischio della formazione di coaguli di sangue nel microcircolo cerebrale. Renderebbe più facile il lavoro a chi dovrebbe operare in maniera tempestiva per evitare il deterioramento delle informazioni cerebrali, il vero patrimonio vitale di ognuno di noi. 

Chiunque fosse seriamente interessato a organizzare la propria sospensione crionica in Italia, si troverebbe quindi in una situazione difficile, ma non impossibile. Le uniche organizzazioni crioniche oggi attive hanno sede negli Stati Uniti, mentre in altri paesi, come ad esempio l’ Inghilterra, si può al massimo contare su una rete di supporto di crionicisti, iscritti ad organizzazioni americane, che si organizzano per i primi interventi post mortem, indispensabili per facilitare il trasporto del paziente in Arizona (Alcor) o nel Michighan (Cryonics Institute) per la conservazione di lunga durata.

In particolare a Londra ha sede un’agenzia di pompe funebri specializzata in questo settore che aggiunge alla salma un particolare “antigelo” per le cellule celebrali e l’invia, in uno speciale contenitore sotto ghiaccio, al Cryonics Institute negli Stati Uniti dove il trattamento viene ultimato, portando la temperatura al livello dell'azoto liquido, per una conservazione a tempo indefinito.
Leggendo le FAQ nel sito del Cryonics Institute, nella parte relativa ai prezzi, vengono offerti vari “pacchetti”, si parte da $28.000 (un singolo pagamento, al momento della morte) per vitrificazione e conservazione di lunga durata.

Il pagamento può essere fatto in contanti, ma in genere gli iscritti hanno un'assicurazione sulla vita che paga la somma dovuta al C.I. quando necessario. Chi volesse essere ancora più certo dell’esecuzione a regola d’arte del trattamento, con un’ ulteriore polizza di $100.000, può ottenere la disponibilità di un team di professionisti della cronicizzazione, sempre in stand-by, pronti ad applicare il trattamento necessario (abbassamento della temperatura e trattamento cardipolmonare) il più rapidamente, possibile una volta che fossimo dichiarati legalmente deceduti. Gli iscritti che sono geograficamente distanti dal Cryonics Institute dovranno anche affrontare il costo dell'agenzia di pompe funebri locale e del trasporto fino in Michigan, diciamo altri $10.000 necessari oltre che per il trasporto, anche per la perfusione di un liquido antigelo che evita la cristallizzazione delle cellule. 

Per chi volesse risparmiare, altre organizzazioni possono fornire, a prezzi molto inferiori, la soluzione ridotta, detta:"Neuro". E’ la forma abbreviata di neurocriopreservazione e si riferisce alla rimozione e congelamento della sola testa di una persona dichiarata legalmente morta. Il ripiego assicura i clienti che le informazioni contenute nel cervello siano comunque il vero archivio della nostra coscienza. Il nostro corpo potrà essere clonato o rigenerato in futuro per ospitare la testa riportata in vita. 
I signori del Cryonic Institute, però, specificano nel loro sito, di aver scelto di non offrire questa soluzione ridotta: “Siamo preoccupati dall'immagine negativa che essa ha con il grande pubblico, in particolare con le famiglie dei pazienti. I giornalisti e gli scrittori di romanzi dell'orrore adorano l'idea delle ‘teste congelate’. Invece di concentrarsi sugli aspetti scientifici e umanitari della crionica, la descrivono come una pratica grottesca o ridicola.” 

In arrivo le regole per assumere lavoratori licenziati

La Stampa


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Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha fatto sapere con una comunicazione pubblicata sul proprio sito internet che a breve sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Direttoriale n. 390 del 3 giugno 2013 che interviene a modifica degli artt. 2 e 4 del Decreto Direttoriale del 19 aprile 2013, n. 264, che prevede la concessione di un beneficio a favore dei datori di lavoro privati che nel corso del 2013 assumono: a tempo determinato o indeterminato, anche part time; o a scopo di somministrazione, lavoratori licenziati nei dodici mesi precedenti l’assunzione stessa.

L’incentivo in parola interessa le imprese, anche con meno di 15 dipendenti,  e può essere applicato per le assunzioni di lavoratori che sono stati licenziati per giustificato motivo legato alla riduzione o alla cessazione di attività o di lavoro. Tra le modifiche introdotte al Decreto direttoriale 19 aprile 2013, n. 264, figura la precisazione della necessità di presentare apposita istanza in via telematica all’INPS entro 30 giorni dalla pubblicazione della circolare esplicativa, a pena di decadenza. Inoltre, si precisa che il beneficio è autorizzato secondo l’ordine cronologico delle assunzioni.

http://fiscopiu.it/news/lavoratori-licenziati-breve-saranno-diffuse-le-regole-assumere

Così Così ho inseguito e “placcato” Giulia, figlia della ministra Kyengeho

Corriere della sera

di Sabika Shah Povia


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“Pare che le figlie della Kyenge stiano lavorando qui ai Mondiali Antirazzisti..”. Appena arrivata, neanche il tempo di sistemarmi che la mia collega dell’UNRWA, l’agenzia ONU che lavora con i rifugiati palestinesi, mi rivela la notizia bomba. Guardavo ogni ragazza nera con sospetto… Volevo incontrarle, scambiarci quattro chiacchiere, magari pure intervistarle, visto che sono un po’ 2g anche loro come me. Accanto allo stand dell’UNRWA, dove passavo molte, moltissime ore a mangiare polvere proveniente dalla strada sterrata e spiegare ai passanti il lavoro che facciamo nei campi rifugiati, era allestito l’angolo “paracadute” (non fate domande), che di notte si trasformava nell’angolo “giochi tradizionali”. C’era una bellissima ragazza nera il giusto, ovvero mulatta abbastanza da poter essere la figlia della Kyenge, a gestirlo insieme ad un altro volontario. Yennifer, detta “Jenny”. Jenny mi chiamava “bei capelli” e vista la sua simpatia, un giorno ci provo. No, non nel senso di provarci-provarci in quel senso, ma nell’altro. “Sai Jenny, ho saputo che le figlie della Kyenge lavorano qui…” La guardo ammicante.

“Ah si?” risponde lei con tono leggermente sorpreso.
L’ho beccata! E ora non sa più che fare, penso orgogliosa.
“E chi sono?”
Come “chi sono”? Non sei tipo tu!? Evidentemente avevo fallito, oppure lei era bravissima a celare la sua vera identità. Per evitare ulteriori gaffe le rispondo con un semplice
“Boh”
Ormai era Sabato. Ero già lì da due giorni e di queste (famose) figlie della Kyenge, nessuna traccia. Me ne ero praticamente dimenticata. Nel pomeriggio sarebbe venuta la Kyenge a parlare di cittadinanza sportiva e ius soli durante un dibattito. Mi sarei accontentata di quel materiale per il mio pezzo per Yalla Italia. A pranzo, Beyoncé e Kelly Rowland mi servono la mia insalata di farro, oggi un po’ sciapa. Finisco per mangiare solo moltissime patatatine fritte, fregandomene delle proteste (visibili) della mia pelle. I miei amici e colleghi decidono che è ora di tornare a lavoro e io non ne ho nessuna voglia. Rimango seduta da sola un attimo, poi mi alzo e vado al tavolo accanto.
“Posso sedermi con voi che i miei amici se ne sono andati e non voglio stare sola altrimenti piango?”
Come rifiutarmi? Mica si può far piangere la gente se si ha la possibilità di evitarlo. Subito mi fanno spazio ed iniziano le chiacchiere. Adoro parlare di me. Chi sono, da dove vengo, cosa e dove ho studiato… Giornalismo a Londra. Nicole, credo l’unica ragazza a portare il vero nome sul badge, mi dice che a lei piacerebbe andare a studiare a Londra. Inizio a dare consigli, pareri chiesti e non chiesti, raccontare aneddoti e fare da mèntore a questi giovani. Il bellissimo Ben sembra essere uscito da un video dei One Direction e vederlo concentrato sul mio racconto mi lusinga molto. E poi arriva la fatidica domanda.
“Per chi scrivi?”
Per chi vuole leggermi.
“Ma dove?
Inizio a vantare collaborazioni a destra e manca, finché non confesso il mio regolare contributo al blog di Yalla Italia. Lo dico quasi come se fosse peccato per un giornalista scrivere su un blog. Perché la mia coscienza porta questo peso rimarrà sempre un mistero, anche perché TUTTI hanno un blog ormai. E Yalla Italia è un blog molto interessante (non lo dico solo perché sono di parte).
Beyoncé, che nel frattanto mi aveva rivelato il suo vero nome, Giulia, mi chiede di leggere qualcosa. Vado con la storia di Nonno Francesco, il mio pezzo forte. Volevo stregarla. Riesco.
“Com’è interessante! Pensa, capiti benissimo perché noi ci interessiamo molto delle tematiche che affronta questo blog. Non lo conoscevo ma ora lo leggerò volentieri. Io sono la figlia della Kyenge, lei è mia sorella Maisha e lei non è Kelly Rowland, ma mia cugina Iris.”
Pensa te.
Le propongo subito un’intervista.
Lei accetta felicemente e le spiego che mi serve una liberatoria per fargliela visto che è minorenne. Le delego il lavoro sporco, tanto era molto più probabile che riuscisse ad ottenere una firma lei da sua madre che io, e sicuramente non volevo rischiare di farmi un nemico così potente. Ottenuti tutti i permessi e le varie benedizioni, ci appartiamo, perdendoci così la finale del torneo di calcio. Ma vuoi mettere?
Avevo un’intervista con la figlia della Kyenge!
Non ero proprio attrezzatissima e l’ora del tramonto non è il massimo per un’intervista all’aperto (ecco spiegati quei cambi di luce frequenti nel video). Però alla fine direi che è andata bene, anzi, benissimo. (Grazie Calderoli!). Il caso Calderoli, infatti, è scoppiato la settimana dopo l’intervista, quindi le mie domande non erano mirate a far prendere posizione a Giulia riguardo le sue sciocche dichiarazioni. Anzi, lavorando per un blog che tratta proprio di temi quali ius soli, integrazione e razzismo, erano anche un po’ scontate.
Direi che le mie fortune sono state due: essere stata simpatica a Giulia grazie al mio charme innato, e tempismo.

Salerno, Pinscherina con i piccoli abbandonata in una scatola

Il Mattino

di Alessandra Chello


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Così, da lontano, raggomitolati dentro una scatola di cartone, sembravano mucchi di stracci.

Ma, quando la ragazza che li ha visti -abbandonati accanto ad un vecchio container - si è avvicinata, davvero non credeva ai suoi occhi: una giovane cagnolina di taglia piccola, mix Pinscher, stringeva a sè i suoi cuccioli. Erano disperati. Ancora qualche ora e non sarebbero sopravvissuti al caldo e agli stenti. I commenti per chi è riuscito ancora una volta a commettere un gesto crudele come questo, li lascio alla sensibilità e all'indignazione dei lettori. Ora la famigliola cerca casa. La mamma - come i suoi piccoli - è dolcissima e va d'accordo con tutti: cani e gatti. Sono a Nocera, ma per una buona adozione possono viaggiare. Sono tutti sani, vaccinati e chippati. La mamma sarà affidata già sterilizzata.

Per info: 3476686666

 
martedì 23 luglio 2013 - 22:32   Ultimo aggiornamento: mercoledì 24 luglio 2013 08:22