venerdì 26 luglio 2013

Strage 2 agosto, sentito l’ex terrorista tedesco Thomas Kram Bolognesi convocato in Procura

Il Resto del Carlino

"Non posso dire nulla", ha detto il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage in stazione. Kram non risponde alle domande dei pm. Alla celebrazione ci sarà la Boldrini



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Bologna, 26 luglio 2013 - L’ex terrorista tedesco Thomas Kram e’ stato sentito ieri dagli inquirenti che a Bologna conducono l’inchiesta bis sulla strage alla stazione del 2 agosto 1980. Kram, indagato per la strage assieme a Christa Margot Frohlich, e’ venuto in Italia per rendere spontanee dichiarazioni.

Sostanzialmente ha ribadito quanto raccontato in un’intervista del 2007, di aver si’ dormito in citta’ la notte tra l’1 e il 2 agosto ma di essersi allontanato il giorno dopo, quando avvicinandosi alla stazione ha visto le ambulanze. Kram, alla presenza del suo avvocato, non ha pero’ risposto alle domande di chiarimento avanzate dai magistrati riguardanti, ad esempio, i rapporti con il terrorista internazionale Carlos. Kram, 65 anni, e’ stato ascoltato per circa 2 ore nella sede della procura felsinea, spiegando i motivi della sua decisione di farsi ascoltare dai magistrati.

Avrebbe parlato di “una ragione politica perche’ da diversi anni a Bologna c’e’ un piccolo gruppo che propone ostinatamente la pista palestinese”, nel tentativo di reinterpretare la strategia della tensione. In realta’ - avrebbe sostenuto l’ex terrorista tedesco - “vogliono riabilitare, davanti alla storia, strutture parallele fasciste”.Forse proprio per parlare delle dichiarazioni di Kram, questa mattina è stato convocato in Procura Paolo Bolognesi: "Non posso dire nulla, ve lo spiegheranno prima loro”,  ha detto lasciando gli uffici della Procura di via Garibaldi poco dopo mezzogiorno.

“Io parlo dopo”, dice il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. “Se i giudici dicono qualcosa bene, io non dico niente. Sono stato convocato in Procura - afferma Bolognesi, oggi a margine di una conferenza stampa sulla digitalizzazione dei fascicoli processuali - pero’ c’e’ la riservatezza dell’incontro”. Altro “chiedetelo ai giudici, loro penso vi diranno tutto quello che si puo’ dire” e “tutto quello che vi dicono penso vada bene”, aggiunge il parlamentare. Bolognesi e’ soddisfatto dello scambio con i magistrati?

“Io ho fatto un incontro, non devo dire niente. Sto zitto e basta”, ribadisce il portavoce dei familiari. Nel frattempo, si e’ appreso che la Procura ieri ha sentito Thomas Kram. “Non lo conosco questo fatto di Kram”, si limita a dire Bolognesi. Intanto è arrivata la conferma sulla presenza, il giorno della commemorazione, del presidente della Camera Laura Boldrini. ''Il ricordo della strage avra' i massimi livelli istituzionali, la terza carica dello stato e un rappresentante del governo, che ancora non so chi sia. La presidente della Camera parlerà ovviamente dove vuole, probabilmente in piazza'', ha annunciato Bolognesi.

I tormenti di Lotta Continua e la lunga difesa di Sofri

La Stampa

Venticinque anni fa gli arresti per il delitto Calabresi. L’ex leader Viale: contro di noi pregiudizi ideologici, ma qualcuno si è ricreduto

jacopo iacoboni


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«Ecco colonnello, ho finito». Venticinque anni fa, tra il 18 e il 25 luglio dell’88, Leonardo Marino – un ex operaio alla Fiat a Torino, ed ex militante di Lotta Continua - conclude la sua confessione in cui, davanti al colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura, si addossa la responsabilità di aver partecipato come autista all’assassinio del commissario Luigi Calabresi, eseguito materialmente da Ovidio Bompressi, e accusa Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani di esserne stati i mandanti. Sofri viene subito arrestato, trascorrerà l’estate nel carcere di Bergamo (esperienza poi raccontata in un libro, Le prigioni degli altri); comincia allora una lunghissima vicenda processuale conclusa nel ’97 con la condanna a 22 anni. Parallela all’arresto prende le mosse l’ultima e più imprevista battaglia di una generazione di ex compagni di Lotta continua, di nuovo unita per difendere l’innocenza del leader dell’organizzazione della loro gioventù. C’è chi dice, anche il mito dell’innocenza perduta.

Già in quegli anni e nei successivi questi ex ragazzi hanno preso strade anche molto diverse, chi più laterali, come Guido Viale, chi variamente in carriera, impegnato in politica e successivamente eletto nei verdi, Marco Boato o Luigi Manconi, chi nel giornalismo, ma in modi davvero differenti, come Enrico Deaglio, Paolo Liguori, Marino Sinibaldi, Gad Lerner, Andrea Marcenaro. L’arresto di Sofri è come il gong di una generazione di mezzo: tutti si risvegliano, ognuno vuole dire la sua, ma ognuno ha con sé le sue motivazioni. A cominciare da quelle cruciali dell’accusatore, Marino. A caldo, non a caso, il commento di Leonardo Sciascia è: «Mi colpisce la figura di questo Marino, che cosa c’è dentro di lui». Indro Montanelli in un’intervista riflette, «se i killer siano davvero questi non mi pronuncio. Di Tortora ne basta uno solo.

Se si scoprisse che Sofri ha solo predicato l’illegalità, gli si può fare un processo morale», ma nella sostanza è convinto: «La campagna di stampa contro Calabresi fu certamente quello che armò la mano ai killer». Su Repubblica Scalfari scrive un editoriale molto duro sul leader accusato dell’assassinio di Calabresi. Altri invece fanno distinzioni sottili. Luciana Castellina sul manifesto scrive «La violenza era nei tempi, negli scontri ai cortei, ma non in attentati di tipo mafioso». Degli ex parla subito Marco Boato, ormai è un iperpacifista:

«C’è un baratro tra la critica sacrosanta a quell’errore e a quella concezione politica che avevamo in Lotta Continua, e immaginare che una campagna giudiziaria, che ha portato in tribunale anche un uomo mite come Pio Baldelli, sia collegata a un omicidio». Enrico Deaglio, con Sofri in galera da pochissimo, dà al Tg1 una chiave: «Ho il cuore gonfio, ma anche fiducioso, perché tutti, dico tutti i vecchi compagni di Lotta continua si sono fatti vivi per chiedermi, cosa possiamo fare?». Come può accadere, al di là delle tante discussioni e anche forti divergenze politiche, esistenti dentro l’organizzazione?

Guido Viale è stato forse l’altro grande leader di Lotta Continua: «Adriano naturalmente lo sento spesso, anche se lo vedo raramente, e mantengo nei suoi confronti un’amicizia affettuosa e ricambiata». Adesso racconta: «Non c’è stata nessuna lobby, un’espressione escogitata da un establishment ostile a quella storia. Semmai Lc nasce da un sentimento di fratellanza e condivisione che ha resistito negli anni perché l’organizzazione non è nata su una teoria o un’ideologia, ma da una fiducia reciproca basata su un’assoluta franchezza». Viale è convinto piuttosto che ci sia stato a lungo un forte pregiudizio colpevolista su Sofri, in molta sinistra ufficiale e no.

«Molti che all’inizio nei media erano stati i più ostili a Sofri, penso a Eugenio Scalfari - e in generale al gruppo Repubblica - che scrisse un articolo durissimo sostenendo che anzi, la cattura di Sofri avveniva troppo tardi, divennero in seguito suoi convinti difensori, quando capirono che le accuse erano totalmente infondate. Invece quelli che nutrirono più antipatia verso Sofri furono e sono tuttora, da un lato persone con un chiaro orientamento politico di destra, dall’altro, gli epigoni di tradizioni diverse della sinistra extraparlamentare; penso per esempio all’area dell’autonomia, che non perdonò mai a Sofri di aver schierato Lc contro la lotta armata».

Sostiene Giovanni De Luna, ex attivista e storico, che «la difesa non fu di Sofri, fu la difesa di ideali e lotte della propria generazione», una mobilitazione nella quale ognuno rivedeva la sua storia, e difendere uno era difendere la propria stessa onorabilità. Altri, come Marino Sinibaldi, fanno notare che la coincidenza nella medesima stagione dell’arresto di Sofri, della fine del Pci e l’avvio di Mani pulite, «fecero sì che la forte componente anti-istituzionale che era presente in Lotta continua si sposasse con una forma di garantismo radicale, contro l’operato del tribunale di Milano».

Una tesi che in alcuni, per esempio in Paolo Liguori, torna per spiegare una delle ragioni della vicinanza degli ex andati a destra con quelli rimasti a sinistra: «La vera lobby era fatta di forze contro Sofri: il Pci dell’avvocato Maris, dell’area di Sarzana, da dove veniva Marino, la stessa area, si ricordi, in cui un Sofri giovanissimo si alza a criticare Togliatti; in più i carabinieri di Bonaventura e il tribunale di Milano». Poi, dice Liguori, c’era «il pregiudizio fortissimo contro Sofri da parte di tutti quegli intellettualoni che volevano lavarsi la coscienza per aver firmato l’appello contro Calabresi». Se c’era un colpevole fisico, ritiene Liguori, le differenze tra un appello odioso e un assassinio erano ristabilite.

Giampiero Mughini firmò per alcuni mesi il quotidiano di Lc, per consentirne l’uscita per la legge sulla stampa. È uno dei non molti che da quel mondo hanno sostenuto (nel libro «Gli anni della peggio gioventù») che «il delitto maturò certamente negli ambienti di Lc, anche se Sofri credo vada assolto per insufficienza di prove». Su quella generazione al telefono è a dir poco tranchant, «se parli con otto persone su dieci ti risponderanno che il delitto è avvenuto dentro Lc, ma poi stanno zitti.

Me lo chiese Sabelli Fioretti per Sette - diretto dalla Agnese, con eminenza Paolo Mieli - e gli risposi; tutto qui. Ecco, io contesto l’impudenza vergognosa di questi di Lc che ancora oggi si mettono sul piedistallo dei presunti guru, e continuano a volersi raccontare come se fossero stati una forma di innocuo francescanesimo scalzo». Trentamila persone in otto anni passano in Lotta continua dal ’68 al ’76; un pezzo e un nodo di storia d’Italia che continuamente, anche oggi, finiamo per ritrovarci davanti.

Doria: “I licenziamenti al teatro Carlo Felice? Colpa dei dipendenti”

La Stampa

Il primo cittadino “rosso” di Genova pronto a firmare il piano che costerà il posto a cinquanta lavoratori “Non hanno votato la solidarietà e io devo salvare il teatro”

teodoro chiarelli
inviato a genova


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«I licenziamenti al Teatro Carlo Felice si sarebbero potuti evitare se fossero passati i contratti di solidarietà». È visibilmente contrariato il sindaco di Genova, Marco Doria, per la piega che ha preso la vicenda del teatro lirico cittadino, in preda a una pesantissima crisi finanziaria. Dopo il no al piano della Fondazione che guida il teatro e di cui il sindaco è presidente, si prefigura la mobilità e poi il licenziamento per una cinquantina dei 275 dipendenti. Ma che a pronunciare la parola «licenziamenti» sia il sindaco mal digerito dal Pd, vicino a Sel, a Nichi Vendola e al rimpianto don Andrea Gallo, suscita scalpore.

Il tutto in una città che più di altre si sta pericolosamente avvitando nella crisi economica. Dove a resistere (sempre peggio) sono solo i pensionati, mentre 100 mila famiglie vivono con meno di mille euro al mese. Sono 4 mila i posti di lavoro persi a Genova nei primi sei mesi di quest’anno. Quasi la metà dei 9 mila posti spariti nel quinquennio 2008-2012. Le cifre dell’Ufficio economico della Cgil Liguria sono paurose. Un genovese su quattro è a rischio povertà e vive sotto la soglia dei 600 euro al mese. «Il tasso di disoccupazione in provincia di Genova va ben oltre quello ufficiale del 7.76% - denuncia la Cgil - I genovesi senza lavoro sono in realtà 61 mila, con un tasso di disoccupazione reale del 14%».

La crisi fa fuggire i genovesi, ma anche gli immigrati: nel 2012 sono 7 mila in meno rispetto all’anno precedente. Inevitabili i riflessi dal punto di vista demografico. Genova è una città sempre più vecchia, con 300 mila pensionati (il 34,4% della popolazione).

Dunque, sindaco Doria, al Carlo Felice si licenzia: è turbato o dispiaciuto, vista anche la sua storia personale e politica?
«Mi ritengo coerente con la mia storia. Mi dispiace dover procedere a licenziamenti, ma mi dispiacerebbe di più non fare le cose necessarie. Come amministratore della Fondazione e della città ho il dovere di agire per salvare il teatro. C’è stata una grave sottovalutazione di quanto la situazione fosse critica».

Dritto per la sua strada?
«Sono un amministratore pubblico alle prese con tutti i problemi propri di una grande città nel 2013. Li affronto e sicuramente non mi tiro indietro. Anche se in molti casi sono problemi che non ho cercato io».

In che senso?
«I comuni sono i soggetti più vicini ai cittadini e sono messi in grave difficoltà da politiche nazionali che si sono mostrate singolarmente inflessibili nei confronti delle amministrazioni cittadine e molto più duttili con altri livelli della pubblica amministrazione, soprattutto statale».

Premessa sacrosanta, ma il Carlo Felice?
«Vive una situazione analoga a quella di tante altre istituzioni liriche: il Maggio Fiorentino è commissariato, così come il Massimo di Palermo. Abbiamo affrontato la questione di petto, sapendo che questo sistema va comunque riformato per rilanciare il teatro. C’è stata una trattativa complessa e franca con i sindacati che ha portato a un accordo che prevedeva ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà per tutelare i posti di lavoro e garantire l’equilibrio finanziario dell’ente».

E invece?
«Io mi sono impegnato fortemente per l’intesa che è stata sottoscritta da quattro sigle sindacali su cinque. Poi c’è stata un’assemblea con meno della metà dei 275 lavoratori dell’Ente. In 83 si sono espressi per il rinvio a settembre del referendum fra tutti i dipendenti. Una minoranza ha scelto di non far svolgere una consultazione democratica».

Così è saltato il banco.
«È insostenibile rinviare tutto a settembre. È assurdo, non abbiamo più tempo. Quindi ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Io le mie».

Ci sono ulteriori margini?
«Non faccio previsioni. Mi baso sui fatti. E dico che bisogna agire».

Imu, caso Iren, gli autobus dell’Amt: si sente un sindaco sotto assedio?
«Sono impegnato come tutti i miei colleghi in una situazione molto difficile. Riguardo all’aumento dell’Imu varato dal comune, dico che dovevo farlo, vista la situazione data, per approvare il bilancio di previsione e consentire quindi il funzionamento degli uffici e la sopravvivenza di aziende come l’Amt che, per inciso, non funziona peggio di altre. Sarà compito del legislatore, se abolirà l’Imu, dire ai comuni che hanno approvato il proprio bilancio quali saranno le risorse disponibili. Sull’Iren penso che la presenza del comune di Genova in una multiutility che si occupa di energia, acqua, gas e rifiuti sia importante e strategica. Ma mi faccia aggiungere una cosa».

Prego...
«Non accetto questa visione di Genova rassegnata e ripiegata su se stessa. I problemi esistono e li affrontiamo. Ma c’è anche una città che reagisce e vuole rialzare la testa. Dalla mia finestra vedo crescere la torre che ospiterà gli uffici direzionali della Msc Crociere. Si inaugura la nuova vasca dei delfini che rilancerà alla grande l’Acquario. Le presenze turistiche sono in aumento. Insomma: si va avanti, e qui torno al Carlo Felice, sapendo che non si può pensare di perpetuare il passato».

Il segreto delle scarpe di Michael Jackson

Corriere della sera

La star era un «maker» ante litteram: nel 1992 depositò il brevetto del "trucco" che gli permetteva di sfidare la fisica

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MILANO - È il 1987 e la hit dell'anno è «Smooth Criminal» di Michael Jackson. Ritmata, coinvolgente, diviene ancora più famosa grazie a una mossa, la «45° Degree Lean» , in cui la pop star si piega al terreno a 45 gradi. Le gambe sono tese e il corpo del cantante sembra sfidare la gravità ma oltre all'abilità c'è un trucco. La cosa non è nuovissima e riemerge dalle nebbie spinta dal movimento dei maker, gli artigiani del 2000. Perché scoprire un artigiano celato dietro una star fa sempre piacere.

IL BREVETTO DEL 1992 – La prova è nell'enorme archivio brevetti digitalizzato da Google, dove si trova una richiesta del 29 giugno del 1992 che porta il titolo di «Metodo e strumenti per creare l'illusione dell'antigravità» e il codice U.S. Patent 5,255,452. Firmata da Jackson stesso con i suoi costumisti Michael Bush e Dennis Tompkins, svela il segreto della celebre mossa, nascosto all'interno di un paio di scarpe speciali.

1IL SEGRETO DELLE SCARPE - Il tacco infatti aveva un incavo a forma di V mentre dei pioli posizionati sotto il palco uscivano allo scoperto al momento giusto permettendo alle scarpe di agganciarsi al terreno. Un tutore teneva ben ferma la caviglia e distribuiva il peso su tutta la gamba fino ai glutei cosicché il cantante potesse spostare il baricentro molto in avanti, sfidando la fisica. 

Le scarpe di Michael Jackson Le scarpe di Michael Jackson

LA CADUTA - Certo, il trucco richiedeva comunque un'ottima forma fisica e una forza fuori dal comune per riportare il corpo in forma eretta, e ha sempre funzionato tranne che in un'occasione. Durante la tappa di Tokyo dell'History Tour del 1996 una delle due scarpe mancò l'attacco e Jackson perse l'equilibrio ma non la creatività così creò una versione rivista e corretta che funzionò per gli anni a venire. Anche Jackson, nel suo piccolo, era un maker.

26 luglio 2013 | 14:07

Raccoglie i fondi su Kickstarter. E scappa

Corriere della sera

Erik Chevalier ha chiesto aiuto al crowdfunding per il suo progetto di un gioco da tavola. Poi è sparito con 92 mila euro

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MILANO – Capita a molti di fallire in un’impresa o di non portarla a compimento, ma quello che è successo a un giovane americano che voleva lanciare un nuovo gioco da tavolo dalla trama accattivante – almeno sulla carta – ha fatto arrabbiare molte persone. Perché a fornire il capitale per l’avvio dell’impresa, 122mila dollari circa, quasi 92mila euro, non è stato un singolo fondo o una banca, bensì la collettività che ha lasciato il suo contributo al progetto sul sito di crowdfunding Kickstarter, uno dei più grandi e longevi al mondo, forte di oltre 45mila progetti lanciati, alcuni addirittura da oltre 1 milione di dollari. E ora l’accusa mossa al novello imprenditore che voleva sfondare con un grande gioco ma non ce l’ha fatta è quella di aver rubato i soldi dei suoi sostenitori. E, ancor peggio, di non saper spiegare davvero dove quella cifra così alta sia finita.

IL PROGETTO – Il protagonista si chiama Erik Chevalier, giovane cittadino americano, appassionato di giochi di ruolo e in particolare di tutta quella schiera ispirata a Howard Phillips Lovecraft, lo scrittore di horror che visse a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, creatore di personaggi fantastici e mitologici ripresi in tutto il mondo in giochi da tavolo, videogame, film, romanzi. Erik aveva in testa un progetto: sviluppare un gioco di ruolo chiamato “The Doom that Came to Atlantic City”. Fatti i suoi calcoli, aveva chiesto l’appoggio di Kickstarter e il 6 giugno 2012 chiudeva positivamente la sua raccolta fondi, superando le sue aspettative e la sua richiesta iniziale (35mila dollari, circa 26mila euro), quadruplicando quasi il raccolto e portando a casa 122mila dollari (92mila euro, appunto), ricevuti grazie alle singole donazioni di oltre 1200 persone.

1FALLIMENTO E SCUSE – A un anno di distanza, arriva la dichiarazione di Chevalier: «Il progetto è concluso, il gioco è cancellato», scrive in una lettera aperta di spiegazioni pubblicata da Kickstarter stesso. E cita alcune delle spese che ha dovuto sostenere e che avrebbero prosciugato i fondi a disposizione: l’apertura della società che avrebbe dovuto produrre il gioco, il pagamento degli artisti che hanno disegnato i figurini all’interno del gioco (e in effetti i personaggi ispirati a Lovecraft sono sempre complicati e molto curati, spesso vere opere d’arte), le spese legali, un fantomatico trasloco a Portland e così via.

Conclude scusandosi con i suoi benefattori e dicendo che – pur non avendo un dollaro in tasca e trovandosi senza un lavoro – aprirà un conto corrente dove metterà tutto quel che guadagnerà d’ora in avanti per poter rendere a Kickstarter e ai donatori i loro soldi. Ma gli articoli e i commenti di molti non sono così lusinghieri, e le critiche di chi ha creduto nel progetto sono piovute da più parti, tanto che qualcuno ha anche parlato di “furto su Kickstarter” e pensa di denunciare il ragazzo. In particolare, a far arrabbiare è la scarsa trasparenza nella gestione dei fondi e la sensazione, leggendo le sue scuse, che il denaro sia stato usato senza criterio, anche per motivi personali.

QUANTO COSTA UN GIOCO – Nonostante i dubbi sul singolo imprenditore mancato, resta la difficoltà e i costi alti nella produzione di un gioco, come spiega a Corriere.it Federico Fasce, titolare di Urustar, azienda italiana di game design: «Molto spesso si pensa che la realizzazione di un gioco sia, tutto sommato, una questione semplice. Da quello che capiamo del caso in questione sembra che chi ha portato avanti questo gioco non abbia considerato nel modo giusto i costi legati alla produzione delle parti fisiche, soprattutto per quanto riguarda le miniature». Quanto a fallimenti di progetti legati ai giochi su Kickstarter non si tratta comunque del primo caso: pur trattandosi di cifre molto diverse, anche Broken Age, il gioco di Double Fine che ha chiesto a Kickstarter una sponsorizzazione e vi ha raccolto 3,3 milioni di dollari (2 milioni e mezzo di euro), a inizio luglio dichiarava di aver terminato il denaro.

2PIATTAFORME E CONTROLLI Kickstarter resta comunque una piattaforma da grandi numeri, dove ormai più che sponsorizzare piccole idee dal basso, sono i colossi dell’entertainment a cercare linfa per le loro produzioni, soprattutto nel mondo dei videogiochi. Ma è sempre bene ricordare che l’aiutare il decollo di un progetto non garantisce a nessuno che questo arriverà al successo. Diversa è la modalità di lavoro e l’iter dietro al progettista delle piattaforme di crowdfunding più piccole, come per esempio l’italiana Eppela: in Italia per esempio si rilasciano i fondi raccolti in due tranche separate, la prima appena viene raggiunta la cifra richiesta, la seconda a un determinato stadio dell’avanzamento lavori, per tutelare sia la riuscita del progetto, sia la buona fede e l’impegno finanziario dei donatori. Non avviene sempre (vi sono casi in cui la partenza è legata all’intera cifra per esempio) ma in ogni caso il progettista viene seguito – anche per esigenze di promozione – fino al rilascio della sua idea o prodotto.

26 luglio 2013 | 14:20

Svolta Wikipedia, arriva il mobile editing

La Stampa

carlo lavalle


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La svolta di Wikipedia verso il mobile si consolida. Ora l’attività di editing si può svolgere anche da cellulare. La notizia è stata data sul blog della Wikimedia Foundation con un post scritto da Juliusz Gonera il 25 luglio. Il nuovo sistema di editing per dispositivi mobili è disponibile sin da subito avendo già un account Wikimedia. Altrimenti è possibile avviare la procedura di registrazione da computer desktop o da smartphone.

L’iniziativa cade in un momento di forte sviluppo del segmento mobile dell’Enciclopedia online. A febbraio 2013 per la prima volta si è toccata la cifra record di 3 miliardi di visite in un solo mese da consumatori mobili e secondo quanto riferito da Amit Kapoor, senior manager presso Wikimedia Foundation, l’obiettivo da raggiungere entro l’anno fiscale in corso è l’incremento fino a 4 miliardi di visitatori mensili. Attualmente oltre il 15% degli utenti di Wikipedia accedono al sito tramite device mobili. Questa percentuale si prevede sia destinata ancora a crescere e di conseguenza si è deciso di fare di più per coprire questo spazio e dare la possibilità a tutti gli internauti di contribuire alla realizzazione del progetto di Jimmy Wales.

L’accuratezza e l’aggiornamento delle oltre 24 milioni di voci dipendono da un esercito di più di 80.000 individui che formano la comunità dei volontari. E’ chiaro che rafforzandosi la base di utenza mobile si cerchi di attingere in questo ambito per allargare il più possibile il numero dei collaboratori.

Inoltre, per Wikipedia è importante rendere l’editing realizzabile anche su dispositivi mobili non solo per l’aumento del traffico da questo settore ma perché il mezzo mobile è sempre più l’unico modo con cui le persone nei paesi in via di sviluppo possono accedere al sito. Per rispondere alle esigenze di questa fascia nel mese di gennaio 2013 è stato avviata l’iniziativa Wikipedia Zero , che prevede una partnership con operatori di telefonia mobile, specialmente in Medio Oriente e Africa, per diminuire i costi di navigazione, ancora alti in queste zone, fino ad azzerarli del tutto nel momento in cui vengono consultate le pagine dell’enciclopedia.

Consentire l’editing via mobile rappresenta quindi un ulteriore passo nella strategia di estensione nel mondo in via di sviluppo. Per il rilascio di questa prima versione, testata su un sito beta, si è cercato di adattarla a diversi tipi di apparecchi mobili, e di creare una modalità che fosse intuitiva sia per i nuovi che per gli utenti più esperti mantenendo però l’uso della sintassi di markup. In futuro, sostiene Juliusz Gonera, dopo aver verificato l’attività e ottenuto feedback dai collaboratori, l’idea è quella di integrare l’interfaccia di modifica Visual Editor, che permette a chiunque di fare editing senza aver bisogno di apprendere la wikisintassi, costruendo pian piano funzionalità più avanzate.

Checche e Machi in Parlamento

Il Giornale.it

Venerdì 26 luglio 2013


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h 00.38 e non chiudo occhio. Che mi succederà, fra qualche giorno, se mi autodefinirò, come faccio da anni, Ricchione? Mi arresteranno? E cosa ne sarà della mia adorata autobiografia “Diario di una vecchia checca”? Sarà ritirata dalle librerie e bruciata in piazza davanti alle scolaresche e ai gruppi scout? Mi potrò ancora prendere per il culo, o rischierò la galera? E per quanti anni? Per come si stanno mettendo le cose, sembra che anche noi, froci di sempre, dovremo stare attenti a ciò che diremo quando parleremo delle nostre cose. Diventeremo un altro tipo di minoranza: gli Intoccabili. Ricchioni e Intoccabili. E Innominabili.

E Inguardabili, anche. Perché se lo sguardo diventa offensivo, possiamo ricorrere alla denuncia e far mettere in gattabuia il razzista di turno. Possono girarmi i maroni??? Almeno quanto mi girano quando sento parlare di femminicidio? Che tempi cretini!!! Perdiamo tutto questo tempo per fare la punta ai chiodi sulle parole e ci facciamo fottere sulle cose concrete. Convegni, seminari, incontri, eventi e manifestazioni più o meno incazzate, proposte/imposte di legge per categorizzare, paralizzare, specificare. Separare. Disunire. Allontanare gli uni dagli altri.  Eh, sì! Così diventeremo universi vicini non osmotici. Senza sentimento.

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Senza canali di comunicazione. Ghetti! Merdosi ghetti isolanti ed isolati. Anche nelle colpe e nei reati. Saremo presto dei mostri dai sentimenti onanistici. Ci automasturberemo le menti e i corpi. Non daremo all’altro da noi niente di speciale per cui possa innamorarsi. E tutto in nome di cosa? Dell’affermazione di un Io fin troppo personale? E quando avremo finito di costruire queste orride nuove categorie di appartenenza, queste razzepure del Terzo Millennio, come le continueremo a sottoparzializzare? Froci grassi, froci bassi, froci laureati, diplomati, analfabeti, oralfabeti… Stiamo cadendo nel ridicolo per mancanza di coraggio.

Il coraggio di dirci Uguali a prescindere.  Ci sarà un motivo per il quale io e molti non siamo punto interessati a questa menata della legge sull’omofobia? La paura della diversità da sé, a mio parere,  si combatte con l’energia pulita della libertà dal pregiudizio. Ogni pregiudizio. Costruire nuove categorie umane, invece, corrisponde a far nascere nuovi pregiudizi. E non ci casco nella trappola della tutela delle minoranze. NON SONO UNA MINORANZA, CAZZO!!! Mi chiamo Nino Spirlì, intendo e voglio. Il resto è vita. Da riempire ogni giorno. In compagnia di tutti Coloro che incontro. Nel bene e nel male. Qualunque sia il bene ed il male. E non sarà una legge a rendermi più vivo o meno morto. E, ora, parliamo di lavoro. Di dignità che si rafforza col lavoro. Parliamo di futuro.

… fra me e me. E non solo.

Il catechismo secondo Mujica

La Stampa

yoani sanchez



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Il linguaggio diplomatico, anche se distante e calcolato, lascia intravedere tutti i cambiamenti di un’epoca. Ricordo che per anni è stato possibile prevedere ogni parola che i presidenti stranieri avrebbero detto una volta giunti a Cuba. Nel copione dei loro discorsi non poteva mancare il riferimento alla “inossidabile amicizia tra i nostri popoli…”. Inoltre veniva sempre messa in evidenza la piena sintonia tra i progetti politici del capo di Stato ospite e la sua controparte cubana. Il percorso era uno, i compagni di rotta non potevano allontanarsi di un millimetro, come appariva chiaro dalle loro dichiarazioni. Erano tempi in cui dovevamo apparire come un blocco compatto, privo di sfumature e differenze. 

Tuttavia, da alcuni anni, le dichiarazioni di chi giunge sull’Isola su invito governativo non sono più le stesse. Si sentono pronunciare frasi come: “alcune cose ci dividono, ma preferiamo cercare ciò che ci unisce”. Le nuove dichiarazioni sostengono che “rappresentiamo una molteplicità” e che “lavoriamo a un progetto unitario, mantenendo le rispettive differenze”. Evidentemente, le relazioni bilaterali del ventunesimo secolo non possono più essere caratterizzate da un discorso unanime e monocromatico. È ormai di moda esibire la diversità, anche se nella pratica viene messa in atto una strategia di esclusione e di negazione delle differenze. 

José Mujica ha compiuto un altro passo in avanti rispetto ai discorsi dei presidenti ricevuti nel Palazzo della Rivoluzione. Ha sottolineato che “prima dovevamo recitare lo stesso catechismo per essere uniti, mentre adesso, nonostante le differenze, riusciamo ugualmente a essere compatti”. Noi che ascoltavamo increduli il programma diffuso dalla televisione nazionale ci siamo chiesti immediatamente se la dottrina alla quale si riferiva il capo di Stato uruguayano fosse il marxismo o il comunismo. Secondo quel che adesso viene affermato, due presidenti possono stringersi la mano, cooperare, farsi fotografare insieme sorridenti, anche se hanno ideologie diverse o contrastanti.

Una lezione di maturità, senza dubbio. Il problema - il grave problema - è che certe parole vengono pronunciate e pubblicate in una nazione dove i cittadini non possono avere altro “catechismo” se non quello imposto dal partito al potere. Un paese dove in maniera sistematica viene divisa la popolazione tra “rivoluzionari” e “traditori della patria”, sulla base di considerazioni puramente ideologiche. Un’Isola dove i governanti fomentano l’odio politico tra la gente senza prendersi la responsabilità per quei semi d’intolleranza che seminano, irrigano e concimano coscientemente. 
La diplomazia cubana è così. Accetta di ascoltare da un ospite straniero frasi che non farebbe mai pronunciare a una persona nata in questa terra. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Milano, 70 anni fa l'estate delle bombe Agosto 1943, quattro attacchi dal cielo

Corriere della sera

La testimonianza di un sopravvissuto, Lamberto Caimi: «Ho visto l'inferno, si salvi la memoria»


Bonifacio, si chiamava. La divisa addosso, fascista, era il capofabbricato, cioè governava e sorvegliava il condominio, una grande casa a ringhiera all'inizio di viale Bligny. Bonifacio. Niente si dimentica Lamberto Caimi, splendido 82enne, che le bombe del 1943 prima le ha interpretate e poi, in un certo senso, dirette. Già fotografo di scena per i grandi registi, da Olmi a Lattuada, quell'agosto di settant'anni fa Caimi era un ragazzino che correva a nascondersi. «La notte tra il 7 e l'8 agosto. Qualche minuto all'una. Parte la sirena. Gli aerei inglesi sono vicini. Sto per strada, con degli amici. Siamo un po' lontani da casa.

Ci affrettiamo. Io arrivo che stanno chiudendo il portone. M'infilo stritolandomi. Attraverso il cortile, maledettamente lungo, non finisce più. Scendo nel rifugio, che era semplicemente la cantina. Buio. Silenzio. Stavolta resteremo sepolti vivi? Ho paura. Vicino a me scorgo il capofabbricato. Ero piccolo, l'avevo sempre visto come una figura importante: era un responsabile, la gente andava da lui. Gli prendo le mani, mi viene naturale, in cerca di protezione. E tremava, Bonifacio, tremava, tremava da impazzire».

LA MEMORIA DEI SOPRAVVISSUTI - Adesso che è in pensione, Lamberto Caimi si è specializzato in un tipo particolare di ricerca: della condivisione, dei ricordi, e in fondo degli stessi Bonifacio , delle stesse cantine, degli stessi tremolii. Già aveva firmato il film sui testimoni delle bombe «Desmentegass. Molti non ricordano», dieci anni fa; quest'anno Caimi ha vagato fra le istituzioni domandando se qualcuno era interessato a nuove produzioni sull'anniversario del 1943-2013. Il tempo fa i suoi giri, non ce n'è, «noi sopravvissuti diminuiamo di stagione in stagione e credo sia un obbligo morale tenere viva la memoria, lasciare eredità, piccole o grandi non importa, per le nuove generazioni».

Dunque nel suo vagare non ha trovato risposte, interesse, figurarsi un patrocinio. Allora ha chiesto alla scuola del Cinema, e lì quattro studenti dovrebbero realizzare un corto per il 2014. «Ma vede, chi non le ha vissute, le bombe, mai potrà capire. Che Milano... C'era la borsa nera solo per chi aveva denaro. Ricordo, nell'inverno successivo, in una povera città famelica, il quartiere intero che affollava il parco Ravizza e strappava rami per accendere falò. Una notte, i nostri vicini di casa, che abitavano a un centinaio di metri, ma all'epoca ci si conosceva tutti, rimasero sotto il loro palazzo crollato... Ci raggiunsero strisciando e aprendosi varchi nelle fogne...».

LA FRENESIA DELLA LIBERAZIONE - La storia. La memoria. E questi milanesi antichi che invecchiano con orgoglio, saggezza, resistenza fisica. Sergio Udine di anni (ugualmente ben portati) ne ha 87. Nell'agosto 1943 lo spedivano sui tetti a cercare e buttare via gli spezzoni incendiari, e quasi la mima, Udine, la frenesia della perlustrazione e della liberazione, in bilico sopra le tegole, scrutare, fiondarsi, afferrare, allontanare il pericolo del fuoco. Abitava in via Lecco, Sergio: se i grandi gli ordinavano di scendere dai tetti era perché bisognava spostarsi al livello della strada e delle macerie, per scavare ed estrarre i corpi ormai cadaveri. Certo Caimi e Udine non saranno i soli: il Corriere invita i testimoni del '43 e i loro famigliari a condividere (parole e immagini, raccontateci, inviate foto) una delle più lunghe estati di Milano. Quattro i bombardamenti d'agosto. Quando le serate erano di luna e di cielo pulito. «Serate da inglesi» annunciavano le mamme ai figli.

26 luglio 2013 | 9:05

Esselunga e l'ingorgo burocratico «Venti ispettori per trenta operai»

Corriere della sera

Blitz a Novara di Inail, Asl, Inps, carabinieri, ps, GdF e Forestale

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MILANO - No, nessuna chiusura per protesta in stile Dolce e Gabbana. Ma un «blitz» di Inail, Asl, direzione provinciale del lavoro, Inps, carabinieri, polizia, Guardia di Finanza e Guardia forestale per controllare la regolarità di un cantiere, è sembrato a Bernardo Caprotti senza dubbio esagerato. Tanto più che a Novara in corso Vercelli, dove a fine 2012 sono iniziati i lavori per un nuovo superstore, ci lavorano 30 persone e i controllori arrivati a giugno, di prima mattina, erano in 20.

I tempi dei libri denuncia sono lontani ma il fondatore di Esselunga, 88 anni, continua a essere combattivo. A La Spezia, per dire, si è dato da fare vent'anni tra ricorsi e controricorsi riuscendo alla fine ad aprire l'unico negozio Esselunga in una zona dominata dall'eterno rivale Coop. I cavilli e la burocrazia insomma sono il pane quotidiano per uno che ha creato un impero della Grande distribuzione con più di 20 mila dipendenti e 6,8 miliardi di giro d'affari. Eppure questa volta, assicura chi lavora con Caprotti tutti i giorni, la storia dell'ispezione a Novara «non gli è andata proprio giù.

Otto ore con polizia, carabinieri e Guardia di Finanza a controllare che nessun lavoratore scappasse via, per poi redigere 75 pagine di verbale per un badge lasciato a casa». Proprio così. «Il 26 giugno - la ricostruzione dell'Esselunga - alle 9 del mattino si presentavano all'ingresso del cantiere funzionari e agenti per una visita ispettiva. Dalle 9 alle 17 ogni singolo addetto ha dedicato ai funzionari circa due ore della sua giornata lavorativa.

E al termine della visita sono stati prodotti 10 verbali per un totale di 75 pagine. A settembre - fanno sapere dalla catena della Grande distribuzione - sapremo che sanzioni pagheremo, ma le osservazioni emerse sono state di un cantiere regolare e in ordine, con la sola eccezione della mancanza dell'esposizione del cartellino identificativo da parte di poche unità del personale presente sul posto». Qualche lavoratore lo aveva dimenticato a casa, qualcun altro lo aveva ma senza specifiche indicazioni previste per legge. Irregolarità che i funzionari hanno contestato alle ditte che hanno in appalto il nuovo supermercato di Novara di settemila metri quadrati.

«Ma i funzionari fanno il loro mestiere - precisano da Esselunga - è tutto il resto che non torna». Cioè? «Basta dire questo: l'idea di un superstore a Novara ci viene proposta nel 1999. Da lì in avanti abbiamo fatto partire tutti gli iter e le procedure burocratiche: nel 2004 abbiamo chiesto le autorizzazioni ambientali per l'argine che si sono concluse solo nel 2011. Nel 2006 otteniamo le autorizzazioni commerciali, nel marzo del 2011 chiediamo il permesso di costruire che ci viene rilasciato a fine luglio 2012. A novembre iniziamo i lavori e a giugno il blitz».

Un'umiliazione l'avrebbe addirittura definita Caprotti. Ancora di più, aggiungono dal gruppo della Gdo «se si considerano i complimenti fatti per la gestione e la regolarità del cantiere». Parole, queste, che trovano conferma anche da ambienti del servizio ispezione lavoro della direzione territoriale di Novara. «Nessuno contesta i controlli che ci devono essere, ma non ci stupiamo del perché in Italia le aziende non riescono a resistere in questo periodo di crisi» spiegano da Esselunga. Un eccesso di vittimismo? «No, solo il racconto di quello che succede sempre quando una grande realtà imprenditoriale italiana ha piani di sviluppo, apre cantieri e spende soldi per investire».

26 luglio 2013 | 7:45

Dieta a quattro zampe Cipolle, cioccolato e uva per loro sono veleni

Oscar Grazioli - Ven, 26/07/2013 - 08:48

Alcuni (umanissimi) "peccati di gola" concessi con superficialità possono essere letali per gli animali. Ecco gli alimenti vietati

Alimentazione casalinga o commerciale? Fino a pochi decenni fa, il problema non si poneva affatto, perché al cane erano riservati ossi e avanzi della tavola, mentre il gatto doveva arrangiarsi con topi, lucertole e uccelli.


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Oggi, se entrate in un supermarket per animali, c'è letteralmente da perdersi per l'infinita offerta di alimenti d'ogni tipo. Biologico, olistico, chilometri zero, vegetariano, anallergico vegano. Addirittura ci sono ditte che fabbricano cibi in scatola adatti a quella data razza e per ogni razza cambia l'alimento a seconda dell'età. Per i gatti poi, la parte del leone, la fanno le cosiddette «crocchette» che molti sospettano (e talvolta il dubbio viene anche a me) contengano droghe che rendono il felino una sorta di tossicomane irrecuperabile. La mia personale convinzione è che, come per l'uomo, una dieta variata, quindi casalinga e commerciale, sia la via migliore per minimizzare i rischi di un'alimentazione monocorde.Bisogna però fare molta attenzione, in caso di alimentazione casalinga, perché dalla nostra cucina possono uscire cibi o additivi estremamente tossici per cani e gatti.

Numerosi dunque sono gli alimenti e i loro additivi che sono sicuri o addirittura salutari per le persone, ma risultano talvolta letali per i nostri amici pet (animali d'affezione). La cipolla, l'aglio, l'uva, il cioccolato, le noci di Macadamia, il caffè, il tè, sono solo alcuni esempi di quelli che si trovano negli stipetti di ogni cucina italiana. Purtroppo queste sono tra le informazioni essenziali che non vengono insegnate all'università, dove bisogna sapere se il tal virus ha il «peplos» e come è fatto il «capsomero», nozioni essenziali per chi fa il virologo, un tantino meno per chi ha a che fare con un gatto che vomita o un cane che ha una diarrea incoercibile. Ne consegue che anche i proprietari di pet ne sanno ben poco e il risultato finale è che il veterinario spesso si trova davanti ad animali con intossicazioni croniche dai sintomi più svariati e fuorvianti.

Cipolla e aglio sono membri del genere Allium, cui appartengono anche il porro, l'erba cipollina e lo scalogno. Nel 1930, durante un esperimento sui cani, ci si accorse che l'ingestione di cipolle causava loro una grave anemia, di tipo emolitico (con rottura dei globuli rossi). La stessa cosa capitava al gatto che si dimostrava addirittura più sensibile del cane. Non solo l'alimentazione con cipolla cruda, ma anche succhi o alimenti che contengono cipolla cruda o disidratata possono rivelarsi tossici per i nostri amici a quattrozampe. Nel gatto bastano pochi grammi di cipolla per sviluppare una gravissima anemia emolitica. L'uva è il frutto più coltivato al mondo.

Fin dal 1990 sono riportati numerosi casi d'intossicazione acuta da ingestione di grappoli d'uva o uva sultanina da parte del cane e conseguente danno renale grave. Nel gatto non ci sono evidenze precise, ma dati recenti suggeriscono che possa soffrire di danni simili. Cioccolato, chicchi di caffè e cacao sono da proscrivere nei cani e nei gatti, in cui i loro alcaloidi provocano tremori, convulsioni e danni cerebrali. Lo Xilitolo è un composto che si trova naturalmente, a bassa concentrazione, in frutti, vegetali, bacche e funghi.

È molto usato nei dolciumi e nelle bevande senza zucchero aggiunto per dolcificarle. Se ingerito in certe dosi nel cane, può provocare picchi altissimi d'insulina e conseguentemente ipoglicemia, così come gravi malattie del fegato. Le noci di Macadamia, provenienti dalle Hawaii, sono acquistabili oggi da tutti i fruttivendoli. Pur non sapendo quale sia la sostanza tossica, è noto che siano tossiche per il cane. Bastano 10 grammi a un cane di 120 Kg. per provocare una sorta di coma che spesso per fortuna si risolve in 24 ore.

Marino: “Eravamo una generazione persa, ora sono me stesso”

La Stampa

Il pentito che rivelò i nomi dei responsabili dell’agguato «Mi chiamano traditore, ma io posso girare a testa alta»

michele brambilla
inviato a bocca di magra (la spezia)


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Sono passati venticinque anni da quell’estate in cui un colpo di scena riaprì le indagini sull’omicidio del commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano il 17 maggio 1972. Accadde un fatto più unico che raro: un uomo libero, incensurato e non sospettato di alcunché si presentò dai carabinieri per dire: sedici anni fa ho ucciso un uomo. Il suo nome è Leonardo Marino. Quando partecipò, come autista, all’agguato al commissario, aveva 26 anni; quando si costituì 42; oggi ne ha 67.

Dopo qualche titubanza, in quel luglio di venticinque anni fa Marino fece i nomi anche del complice, Ovidio Bompressi, e dei due mandanti, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Tutti ex militanti di Lotta Continua. Gli arresti scattarono il 28 luglio 1988. Marino è stato condannato a undici anni (poi prescritto); Sofri, Pietrostefani e Bompressi a ventidue.

La confessione di uno degli imputati pareva sufficiente a spazzare via qualsiasi dubbio: ma il Paese si divise ugualmente. Per anni Marino è stato investito da una campagna tesa a screditarlo. Si disse che si era inventato tutto; che aveva preso soldi dai carabinieri; che il Pci aveva ordito un complotto per regolare vecchi conti con Lotta Continua. Si disse che Marino voleva riscattarsi (economicamente) da un’esistenza grama, visto che vendeva le crêpes a una bancarella di Bocca di Magra. Oggi comunque è ancora lì, a Bocca di Magra, a vendere crêpes. Arriva all’appuntamento con una Citroën C3.

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Marino, che cosa ricorda di quel luglio di venticinque anni fa?
«Cerco di non ricordare. Tre giorni fa è venuto un signore e mi ha chiesto: “È lei Marino?”. Ho risposto di sì, e lui: “Allora voglio darle la mano”. Ma la maggior parte della gente che passa di qui non sa niente. E a me va bene così».

Per una volta, le chiediamo di ricordare.
«Andai per primo dal prete di Bocca di Magra, don Regolo. Poi dal senatore Bertone del Pci, perché per me il partito era importante. Da lì nacquero le leggende sul complotto del Pci, alimentate anche dal fatto che pure il mio difensore, l’avvocato Gianfranco Maris, era un ex senatore comunista. Ma Maris era stato chiamato come difensore d’ufficio da Pomarici, il pm che mi interrogava. Era estate, a Milano non c’era nessuno. Pomarici aprì la porta e il primo che incontrò in corridoio fu Maris».

Andiamo avanti con Bertone: che cosa le disse?
«Di andare dai carabinieri».

E lei?
«Andai dal maresciallo del paese, Ameglia».

Dove, a quanto pare, lei fu trattenuto a lungo.
«Lì nacque un’altra leggenda: quella di Marino imbeccato dai carabinieri. La verità è semplice: che cosa volete che ne sapesse il maresciallo di Ameglia dell’omicidio Calabresi? Era roba più grossa di lui. Per questo chiamò i suoi superiori, i quali poi mandarono il colonnello Bonaventura dell’antiterrorismo».

Che la tenne lì un po’ in caserma. Perché?
«Se vai dai carabinieri a confessare un reato, per giunta così grave, è ovvio che prendono informazioni sul tuo conto. Scoprirono presto che a Torino c’era un fascicolo su di me per il mio passato in Lotta Continua. Cercarono di capire se ero credibile, dopo di che mi portarono a Milano in Procura».

Gli ex di Lotta Continua insinuarono che lei era stato pagato per parlare.
«Intanto, non si capisce che interesse avrebbero avuto i carabinieri a costruire false accuse contro un movimento che non esisteva più da oltre dieci anni. Secondo, se avessi messo in piedi una storia del genere per soldi, mi sarei fatto pagare bene. E invece come vede sono sempre qui come venticinque anni fa: a fare crêpes fino alle due di notte».

Non ha avuto altri vantaggi?
«E quali? Avrei potuto chiedere la protezione come collaboratore di giustizia, e ho rifiutato. Avrei potuto cambiare nome come Peci e Barbone, e non l’ho fatto».

Rifarebbe quello che ha fatto venticinque anni fa, viste le insinuazioni, i sospetti?
«Mi sta chiedendo se mi sono pentito di essermi pentito? No. Adesso sono me stesso. Certo: qualcuno mi dà del traditore. Ma io posso andare in giro a testa alta».

Si aspettava da parte degli ex compagni di Lotta Continua una simile campagna contro di lei?
«Me l’aspettavo. È il loro stile. Hanno fatto con me quello che avevano fatto con Calabresi».

Quanto tempo è stato in carcere?
«Un paio di mesi a Opera. Poi un paio d’anni agli arresti domiciliari».

Da quanto tempo non vede più i suoi tre ex complici?
«Sofri e Bompressi dall’ultimo processo, nel 2000. Pietrostefani era già latitante all’estero da tempo».

Che opinione ha di loro?
«Ognuno fa i conti con la propria coscienza».

A chi dei tre si sente più legato?
«A Bompressi. Era uno come me. Uno di quelli che quando tiravano una pietra non nascondevano la mano».

Quanti le credono, tra gli ex di Lotta Continua?
«Al di là della propaganda, tutti sanno che ho raccontato la verità. Solo pochi però hanno il coraggio di esporsi. L’ha fatto Casalegno, l’ha fatto Mughini. Ma gli altri dicono: chi me lo fa fare?».

Sofri al processo ha negato tutto, anche le rapine.
«L’avvocato Maris mi diceva: saranno condannati dalle loro stesse parole. Hanno negato anche di fronte all’evidenza, come le pistole rapinate all’armeria Leone di Torino e trovate in possesso di militanti di Lotta Continua. Credo che Sofri volesse dare una visione totalmente immacolata di Lotta Continua».

Marino, lei ha detto che Sofri le confermò il mandato a uccidere Calabresi a Pisa, dopo un comizio. Non ha nessun dubbio su quel colloquio?
«Mai avuto dubbi. Le parole esatte non le posso ricordare. Ma certe cose si possono capire solo tra chi è stato in un certo ambiente. Io avevo chiesto a Pietrostefani garanzie per la mia famiglia nel caso fossero andate male le cose, e volevo rassicurazioni da Sofri. Loro dicono: a Pisa non ci fu il tempo per parlarsi, si era sotto il palco di un comizio. Ma lui sapeva già tutto, gli bastò un attimo per darmi la conferma. Non c’è possibilità di equivoco. Non si dicono certe cose a chi deve andare a distribuire dei volantini».

Non ha mai pensato che in realtà fu Pietrostefani a decidere l’omicidio, e che Sofri subì la decisione?
«Questo non lo posso sapere. Sicuramente “Pietro” era più propenso a passare alla lotta armata. Però ripeto: non lo posso sapere».

Sofri aveva un grande ascendente su di lei?
«Ce l’aveva su tutti noi».

È vero che ha chiamato il suo primo figlio Adriano in onore di Sofri e il secondo Giorgio in onore di Pietrostefani?
«Adriano sì, è per Sofri. Giorgio un po’ per Pietrostefani e un po’ per un altro ex di Lotta Continua, Giorgio Merlo di Torino».

Spera ancora che qualcun altro confessi?
«Lo spero ma non ci credo. La loro scelta l’hanno fatta».

Perché pensa che non confesseranno mai?
«Per troppo orgoglio».

Non crede che qualcuno avrebbe diritto alla verità?
«La verità è stata stabilita da ben sette processi, più quello di revisione a Venezia, concesso per motivi che non stavano né in cielo né in terra».

Calabresi fu ucciso solo da voi quattro?
«Sono sicuro che ci furono dei complici d’appoggio, ma non lo posso dire perché non so i loro nomi».

Quando è finita la sbornia ideologica di quegli anni?
«È venuta meno in modo travagliato e prolungato. Ci furono anni di euforia: pensavamo di fare la rivoluzione. Poi c’è stato, man mano, un tirarsi indietro. Lotta Continua alla fine si è sciolta. Io ho pensato: ma che cosa ho fatto fino ad ora? Quello che mi hanno detto per anni erano tutte balle? Il potere agli operai, l’esaltazione di Mao e del Che... Tutto finito? Allora c’è stato un lento e progressivo ripensamento di tutta la mia vita. Io, noi, abbiamo avuto l’impressione di una generazione persa per colpa di pseudo-intellettuali che predicavano cose assurde».

Quando, nell’estate 1988...
«Quando ho confessato ero già distaccato da Sofri da un pezzo, se è questo che vuol dire. Posso aggiungere una cosa?»

Certo.
«Vorrei che lei scrivesse che io non avevo alcuna voglia di fare questa intervista. Ho accettato solo perché in qualche modo devo ancora farmi perdonare dalla famiglia Calabresi. Ma chiedo il diritto a vivere una vita normale. Faccio fatica, ogni volta, a parlare di queste cose».

Nuove regole contro la pirateria Salvo chi scarica film e musica

La Stampa

Colpita solo la clonazione massiva a fin di lucro

anna masera
roma


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L’Agcom ci riprova sul copyright digitale con un nuovo regolamento per contrastare la pirateria (musica, film, libri) e si preannuncia di nuovo battaglia tra esperti di diritto. Ci aveva già provato il precedente consiglio dell’Autorità un anno fa, provocando una valanga di contestazioni per quelle che venivano interpretate come censure alla libertà in Rete. 

Stavolta il presidente Angelo Marcello Cardani prevede un iter su richiesta del «soggetto legittimato» (e quindi non d’ufficio) che durerà 10 giorni, al termine dei quali - se la violazione risulterà accertata - scatterà un ordine di rimozione dei contenuti rivolto agli Internet provider. L’obiettivo dichiarato dall’Agcom è quello di prendere di mira le violazioni con fini di lucro e la pirateria «massiva» online, escludendo invece dal perimetro d’intervento gli utenti finali. Il testo sarà posto in consultazione per 60 giorni e prevede anche un parere della Commissione europea. Se i tempi verranno rispettati, il regolamento potrebbe entrare in vigore il 3 febbraio 2014. 

L’Autorità sottolinea che l’intervento si fonda «sul convincimento che la lotta all’illegalità non possa limitarsi all’opera di contrasto, ma debba essere accompagnata da una serie di azioni positive di importanza cruciale». I più colpiti appaiono i fornitori di Internet, chiamati a inibire l’accesso agli utenti italiani (pena una multa sino a 250 mila euro e segnalazione all’Autorità giudiziaria) e a dare all’autorità i nomi dei titolari dei siti Internet «pirata» (torna il rischio per la tutela dei dati personali). 

Soddisfatte le lobby di categoria, dalla federazione della musica all’Associazione degli editori. «La bozza del regolamento è bilanciata, mirata a favorire lo sviluppo dell’offerta legale, colpisce la concorrenza illecita, mi piace» commenta Enzo Mazza, portavoce della Fimi. «Mi sembra che lo schema contenga tutti i presupposti per operare una seria, efficace e non invasiva azione di contrasto alla pirateria online, che consentirebbe l’inizio di una nuova era nello sviluppo dell’offerta legale di contenuti digitali» dichiara il presidente di Confindustria Cultura Marco Polillo.

Critici invece i giuristi esperti di copyright digitale. A partire dalla tempistica scelta per la consultazione pubblica online: «Perché le consultazioni pubbliche di Agcom sul copyright cadono sempre ad agosto? Sarà per favorire la partecipazione di chi va in ferie?» ironizza Carlo Blengino del Centro Nexa per Internet e Società. Secondo l’avvocato blogger Guido Scorza, la nuova bozza di consultazione «è pericolosamente simile alla precedente».

E il giurista esperto di copyright Fulvio Sarzana sottolinea imprecisioni e passaggi anomali: «È molto peggio di come ci si aspettava». Ad allarmare, per esempio, è che sebbene la delibera sia sottoposta a consultazione pubblica, l’autorità indichi già la data di entrata in vigore. «È la prima volta che mi capita di vedere un provvedimento soggetto a consultazione pubblica (che potrebbe in teoria anche far ritornare sui propri passi) che dice in sostanza “fate ciò che volete, noi vi ascoltiamo, ma abbiamo già deciso che il 3 febbraio la delibera sarà comunque in vigore”». In Rete si preannuncia un’estate infuocata. 

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Andrea Doria, 1956-2013: l’affondamento e il fantasma della nebbia

La Stampa

57 anni fa, nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1956, l’ammiraglia italiana è speronata dalla svedese Stockholm e sparisce nell’Atlantico

fabio pozzo


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Il 25 luglio 1956 cominciò con una bella giornata di sole. L’Andrea Doria stava navigando a 23 nodi verso New York, con 1134 passeggeri a bordo, che si aggiungevano ai 572 componenti dell’equipaggio. Intorno all’ora di pranzo, l’orizzonte, il suo orizzonte si fece meno nitido. L’ammiraglia italiana incontrò una leggera foschia, la quale, qualche ora dopo, si fece più densa. Il comandante Piero Calamai fiutò la nebbia nell’aria e salì in plancia.

Sapeva che, presto, la coltre bianca sarebbe diventata ancor più fitta e diede l’allerta. Non sbagliò. Alle 20, era diventata un muro bianco. In quel tratto d’Oceano, in vista delle secche di Nantucket, la nebbia era consueta. Vi si presentava (e vi si presenta ancora) con una frequenza che non aveva paragoni sull’Atlantico. L’isola di Nantucket, posta a circa 300 chilometri a est di New York, era ed è tuttora chiamata dai suoi residenti la ‘piccola signora in grigio del mare’. Mentre le sue acque, per tutti i marittimi del mondo, sono conosciute come la fabbrica della nebbia. 

Si tratta di nebbia d’avvezione. E’ generata dal contrasto tra le acque fredde della corrente del Labrador (che parte dal Polo e scorre tra il Canada e la Groenlandia, lambendo il Labrador, Terranova, la Nuova Scozia e il New England in direzione sud) e l’aria umida che si muove verso l’oceano dalla costa orientale degli Stati Uniti e che è alimentata dalla corrente del Golfo, quest’ultimo un fiume d’acqua calda che sale dal golfo del Messico verso nordest. Quando l’aria calda giunge sulla superficie del mare, si raffredda dal basso, lentamente, formando la foschia e quindi la nebbia. Maggiore è la differenza di temperatura tra l’aria e l’acqua e più spessa sarà la coltre. Quel giorno, il 25 luglio 1956, la variazione era di circa dieci gradi Celsius.


La nebbia, dunque. Credo abbia condizionato il prosieguo della storia che riguarda l’Andrea Doria. Probabilmente, se la notte fosse stata limpida, buia ma non velata, la collisione che alle 23,10 decretò la fine di quella bella nave, e segnò le vite di tutti coloro – vittime e sopravvissuti - che si trovavano a bordo, non si sarebbe verificata. Gli ufficiali non si sarebbero affidati esclusivamente al radar, l’occhio elettronico, ma avrebbero integrato il quadro che prendeva forma sullo schermo delle strumentazioni con l’osservazione personale dei fanali e delle luci di navigazione; non ci sarebbe stato bisogno di udire le segnalazioni sonore richieste alle navi, per segnalare presenza e manovre, in

presenza di nebbia (sulla plancia del Doria nulla si avvertì); il terzo ufficiale della Stockholm non avrebbe – perché questo è successo – sbagliato a stimare la distanza dell’Andrea Doria, a causa della scala del radar errata e non avrebbe ordinato l’improvvisa, decisa accostata a dritta che portò la sua nave a tagliare la rotta di quella italiana, a ferirla a morte (52 vittime nel sinistro; 46 sull’Andrea Doria, che sarà teatro del più grande salvataggio della storia della navigazione, con il 70% dei passeggeri soccorsi dall’equipaggio della nave italiana).

La nebbia è anche uno degli aspetti poco chiari di questa tragedia sul mare. O meglio, dibattuti, perché alla luce di cinquant’anni di studi, non ci dovrebbero essere più dubbi. Gli ufficiali italiani, nelle dichiarazioni rese in sede processuale e d’inchiesta, hanno parlato di nebbia fitta, densa; di un muro bianco che, dopo averli accompagnati per buona parte della sera, all’approssimarsi dell’ora della collisione, e subito dopo, sembrò sfilacciarsi, diradarsi, tanto da consentire la visione di qualche stella. Da parte svedese, invece, la nebbia è stata negata tout court. Almeno, nelle relazioni e dichiarazioni rilasciate dal personale in seguito al sinistro.

Il terzo ufficiale svedese, l’unico graduato presente sulla plancia della Stockholm, durante l’interrogatorio nell’aula della corte federale di New York, durante le fasi preliminari della vertenza intentata dagli armatori (processo che, alla fine, non si celebrò, perché stoppato da un accordo extragiudiziale tra le parti), ammise di non aver emesso alcun segnale di nebbia e di non aver segnalato acusticamente l’accostata a dritta (con uno squillo breve), come richiesto dalle regole per prevenire gli abbordi in mare, perché non c‘era nebbia e perché non vi era pericolo di collisione. 

Sulla questione nebbia il testimone fu molto chiaro. Disse che sulla dritta della Stockholm la superficie del mare era illuminata da una luna quasi piena, mentre sulla sinistra era tutto nero. Il nero della notte, non della nebbia. L’ufficiale svedese non seppe però spiegare perché non vide i fanali di allineamento dell’Andrea Doria. Finché, incalzato dal legale della compagnia di navigazione italiana, convenne che poteva esserci un piccolo banco di nebbia sulla sua sinistra, ma negò ancora una volta che vi fosse segno di nebbia intorno alla sua nave.

Eppure, quella notte, il battello faro di Nantucket, una sorta di sentinella dell’Atlantico, ancorato sul margine meridionale delle secche, per segnalarne la pericolosità, diramò il bollettino meteo. Bollettino che avvisava le navi della presenza di nebbia in quel tratto d’Oceano. L’unica via d’uscita per il marittimo scandinavo, allora, potrebbe essere rappresentata dai cosiddetti <palloni> di nebbia, più che banchi. Che potevano avvolgere l’Andrea Doria e risparmiare la Stockholm. Anche se, in verità, sembra arduo sostenere questa tesi, almeno nella sua formulazione più netta. 

Certo è, che, se anziché il 1956, fosse stato il 2013, la discussione non si sarebbe posta. I sistemi satellitari avrebbero mostrato, in tutta la sua consistenza, la nebbia e sulle due plance non ci sarebbero state incertezze o, non lo si può escludere, reticenze. I puntini luminosi delle due navi sarebbero apparsi sui rispettivi schermi radar, gli ufficiali di rotta avrebbero avuto soltanto certezze e, magari, sarebbero entrati in comunicazione radio (all’epoca, da plancia a plancia, ciò non era ancora possibile) e avrebbero gestito in modo diverso la situazione di pericolo.

La meteorologia entra in scena anche nei primi commenti sul sinistro e sulle cause che potevano averlo generato. Si parlò, ad esempio, di potenti disturbi di natura elettromagnetica che avrebbero potuto interferire nel funzionamento dei radar, fecendo riferimento alla presenza di un gruppo di macchie solari che i servizi meteorologici della Raf, l’Aeronautica militare inglese, avevano segnalato il 22 luglio all’agenzia Reuters. Macchie che avrebbero provocato turbamenti nel campo magnetico terrestre e notevoli evanescenze e disturbi.

nella ricezione dei segnali elettromagnetici. Ecco, a riguardo, una dichiarazione del vicepresidente della Svenska Amerika Linien, la compagnia di navigazione: «Non riesco a capire come la collisione sia potuta avvenire. Entrambe le navi avevano apparecchiature radar modernissime. L’unica spiegazione che per ora si può fornire potrebbe essere riferita alle macchie solari di notevoli proporzioni comparse due giorni addietro ».

Un tecnico italiano, il presidente del Consiglio superiore delle telecomunicazioni, suggerì invece l’ipotesi della portata del radar ridotta a causa della forte densità degli strati di nebbia e la conseguente attenuazione determinata nella propagazione del fascio d’onde elettromagnetiche lanciato dallo strumento stesso. Un giornale tedesco, infine, azzardò addirittura una presenza di polvere radioattiva che avrebbe formato tra le due navi una sorta di specchio rifrangente, impedendo le segnalazioni...

I marchi dei «paninari » in vendita El Charro e Americanino all'asta giudiziaria

Corriere della sera

La liquidazione su ordine del Tribunale dopo il dissesto della società che li controlla

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Chi non ricorda le cinture con le enormi fibbie de «El Charro» o i jeans con i due pellerossa firmati «Americanino»? Il destino dei due marchi si conoscerà venerdì quando si concluderà la vendita all'asta giudiziaria da parte del Tribunale di Arezzo. Base d'asta appena 30 mila euro per il primo, 960 mila per il secondo. Sopravvissute agli anni le due griffes sono state travolte dal dissesto finanziaria della Meta Apparel della famiglia Sassi. La società che li possiede è finita in liquidazione dopo aver richiesto il concordato preventivo. Secondo quanto riporta Mf Fashion il bilancio che ha mandato definitivamente ko la Meta apparel è stato quello del 2011 con perdite per 22,7 milioni di euro.


25 luglio 2013 | 19:44

Stupro di gruppo\1: Perchè è giusto che i giudici valutino caso per caso

Corriere della sera
di Fabio Roia



La notizia della decisione della Consulta, ammettiamolo, è di quelle che indignano. Lasciano di stucco: Stupro di gruppo: no al carcere obbligatorio. da una parte ti chiedi che giustizia è questa? Quale ammonimento può dare? Dall’altro non vorresti neppure che le donne, e le violenze sulle donne diventassero cavallo di battaglia per giustizie forcaiole.. Così ci siamo messe alla ricerca di chi potesse rispondere a due domande che si imponevano. Come spiegarlo alle donne? E come “spiegarlo” agli uomini? Forse per comprenderete davvero il significato bisogna entrare nei meandri della giustizia e dei dispositivi di legge. Materia ostica. Ma che vale la pena di conoscere. Una prima risposta l’abbiamo trovata da Fabio Roia, giudice penale Tribunale Milano, Sezione Soggetti Deboli, che ha anche lavorato con noi al libro inchiesta Questo non è amore. In pratica, ci spiega il giudice Roia, la Consulta dice che “il carcere” non deve essere automatico. E ci spiega perché.

La decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato non obbligatoria la custodia cautelare in carcere per i soggetti che si siano resi responsabili del reato di violenza sessuale di gruppo (art. 609 octies c .p.), al di là del comprensibile allarme che una notizia non spiegata può suscitare nell’ambito della lotta alla violenza di genere, si inserisce in un percorso di civiltà giuridica che impone al Giudice di valutare il caso in concreto e di individuare la misura coercitiva maggiormente adeguata alla tutela delle esigenze della vittima e della collettività rapportata alla personalità dell’autore del reato ed alla gravità specifica del fatto.

(un esempio: se un gruppo di ragazzini palpeggia una ragazzina sull’autobus, spiega il giudice Roia, deve esser sanzionato… ma il carcere immediato non sarebbe “la giusta misura”)

Peraltro tale pronuncia fa seguito ad altre di analogo tenore che avevano dichiarato progressivamente non costituzionali le norme, introdotte da uno dei tanti c.d. pacchetti sicurezza adottati in modo troppo spesso emotivo per rispondere alle esigenze repressive della gente maturate a seguito di odiosi fatti di cronaca (D.L. 23 febbraio 2009 n. 11), che prevedevano, in assenza di una qualsiasi valutazione in concreto del Giudice, l’applicazione obbligatoria della custodia cautelare in carcere, prima della condanna definitiva, per i reati di omicidio, associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti, violenza sessuale, sfruttamento della prostituzione minorile.

La Corte Costituzionale, correttamente, ha ritenuto che non si possa applicare meccanicamente soltanto in relazione al tipo di reato consumato, ed in assenza di una qualsiasi valutazione sulla vicenda processuale, la detenzione carceraria quando sussistano “elementi specifici dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure”. Così per lo stupro di gruppo, che certamente rimane uno dei più odiosi reati contro la libertà personale e che, in quanto tale, subirà immediatamente un giudizio di profondo disvalore sociale da parte dei magistrati, il Giudice sarà chiamato a verificare quale sia la misura cautelare più idonea a salvaguardare le esigenze cautelari sussistenti potendo, per esempio, applicare gli arresti domiciliari, anziché la detenzione carceraria, quando l’aggressione alla sfera sessuale sia di minima offensività (contatto corporeo superficiale con la vittima) e gli autori del reato presentino dei tratti di pericolosità sociali contenuti magari per la giovane età o l’acquisita consapevolezza, concretamente dimostrata, di avere realizzato un’attività decisamente riprovevole sul piano del giudizio giuridico e sociale.
Non si tratta dunque di una decisione a favore dei violenti ma di una sentenza che impone la valutazione effettiva e concreta della vicenda da parte di chi deve formulare una prognosi di natura cautelare.




Stupro di gruppo\2: Il carcere. NON automatico non è buonismo

di Francesca Garbarino *



Mi occupo del trattamento di autori di violenza nei confronti delle donne, dallo stalking ai maltrattamenti intrafamigliari, alla violenza sessuale e all’omicidio, con l’associazione CIPM, che ho contribuito a fondare.

Si tratta di persone che l’opinione pubblica tende ad etichettare come “mostri”, definizione che sottende una difesa, un allontanamento da sé di aspetti che turbano in quanto, pur se apparentemente estranei, dell’ordine dell’eccezione e della mostruosità, integrano comportamenti delinquenziali frequenti. Paradossalmente, perfino tra gli autori di reato sessuale emerge la tendenza ad etichettare come mostro il pedofilo, da parte del violentatore seriale, o viceversa, e a parlare di pena di morte. Si prendono le distanze invece che affrontare il problema.

Proprio in tale prospettiva, mi pare, si collocava la previsione normativa dell’applicazione obbligatoria della custodia cautelare in carcere per gli indagati per reati di violenza sessuale, ed in particolare per il cosiddetto “stupro di gruppo”; al contrario, la decisione della Corte Costituzionale che prevede per gli stessi la non obbligatorietà della custodia cautelare in carcere si pone in un’ottica di attenzione alla complessità delle situazioni, consentendo alla magistratura la valutazione delle specifiche esigenze cautelari del singolo caso (come ha spiegato il giudice Fabio Roia in un altro post).

La violenza costituisce una modalità inadeguata di gestire grosse difficoltà che caratterizzano gli autori di reato di genere a livello personale e relazionale. (Spesso, tali problematiche hanno origine in situazioni traumatiche ed in particolare dalle ricerche criminologiche emerge che il 40% delle vittime di abusi sessuali tende a infliggerne a sua volta.)

È importante, anche sul piano simbolico, che la legge sanzioni i reati. La sola pena detentiva favorisce però un mero congelamento delle problematiche sottese al reato; ne consegue un alto rischio di recidiva, favorito dalla circostanza, emergente dalle statistiche, del ritorno in famiglia degli autori di reati intrafamigliari al termine della pena. È pertanto determinante, in una prospettiva di prevenzione della recidiva, che l’autore di reato possa accedere ad un trattamento, che lo ponga a confronto con valori diversi e con la propria interiorità.

L’associazione CIPM, di cui faccio parte, si occupa dal 2005 del trattamento degli autori di reato, nell’ambito del primo progetto italiano rivolto ad aggressori sessuali in carcere e, sul territorio, in un servizio finanziato dal Comune di Milano, il “Presidio Criminologico Territoriale”. Dal 2009, grazie ad un progetto finanziato dall’Unione Europea e da questa premiato come il migliore dell’anno, si occupa del trattamento di autori di stalking e di maltrattamenti intrafamigliari.

Da ricerche statunitensi emerge che gli uomini violenti che hanno seguito un programma di trattamento hanno il 35% di probabilità di non reiterare comportamenti abusanti, contro il 40% di coloro che non hanno seguito alcun trattamento. Il 5% di differenza, apparentemente minimale, corrisponde negli USA ad un totale di circa 42.000 donne, potenziali vittime; va inoltre considerato che la violenza comporta spese sociali e sanitarie e costi di sofferenza e di trasmissione intergenerazionale non monetizzabili.
Il trattamento degli autori viene effettuato innanzi tutto per le vittime, perché è fondamentale per evitarne di nuove.
La decisione della Corte Costituzionale, nel ri-consentire al magistrato di valutare le esigenze cautelari anche per gli indagati di violenza sessuale di gruppo, individuando la misura più adeguata alla tutela delle esigenze della vittima e della collettività, rapportate alla personalità dell’indagato ed alla gravità specifica del fatto, consente di fatto un’attenzione reale alla prevenzione della recidiva. Tra gli “elementi specifici da cui risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure” rispetto alla detenzione carceraria il giudice potrebbe, infatti, valutare l’ammissione di colpevolezza dell’indagato, e prevedere l’affiancamento di una misura cautelare meno restrittiva ad un percorso trattamentale , prodromico a quello che il soggetto potrebbe seguire in fase di esecuzione della pena, ancora una volta nella prospettiva di evitare nuove vittime.




Stupro di gruppo/3 Che cosa c’è dietro alla decisione della Consulta

di Maria (Milli) Virgilio *



Nuovamente si discute di misure cautelari coercitive che limitano la libertà personale degli stupratori prima della sentenza definitiva.
Chi chiede la condanna anticipata della custodia in carcere e chi invoca la presunzione di non colpevolezza.
La polemica si ripete oggi dopo la sentenza 232 della Corte Costituzionale, così come nel 2012 dopo la sentenza di Cassazione n. 4377. La Corte costituzionale infatti sta proseguendo lungo la linea di smantellare il duro e rigido trattamento delle misure cautelari coercitive previste per gli autori di violenze sessuali dal pacchetto sicurezza Maroni/ Carfagna, che nel 2009 era intervenuto con la mano pesante sull’onda della percezione del cd allarme sociale dello stupro di strada. Per raggiungere l’obiettivo e giustificare la urgenza del decreto legge il Governo non aveva messo mano a una riforma specifica e dedicata alla violenza maschile contro le donne, ma aveva operato all’interno delle norme speciali previste per i delitti di mafia.

Aveva così dovuto operare una doppia parificazione, la prima tra la violenza sessuale base (che raccoglie in una unica figura di delitto tutti gli atti sessuali violenti, nella loro ampia e differenziata gamma) e la violenza di gruppo ( oltre altri reati cd. a sfondo sessuale ) e la seconda tra questi e i delitti di mafia (associazione di tipo mafioso e delitti posti in essere con metodi o per finalità mafiose). Instaurando così delle presunzioni indifferenziate e assolute –anziché relative – di adeguatezza della sola custodia in carcere, senza alcuna possibile alternativa.

Da allora il giudice in tutti tali casi doveva applicare obbligatoriamente sempre e solo la custodia cautelare in carcere, senza più poter esercitare una scelta nel ventaglio delle varie misure previste dal codice di procedura penale e senza poter più graduare secondo il criterio della adeguatezza al caso concreto.

La svolta fu operata in nome del bene collettivo “sicurezza pubblica”, come indica il valore dichiarato nel titolo stesso di quella legge (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori) e delle altre leggi intervenute in materia.
E pensare che faticosamente avevamo spostato la collocazione della violenza sessuale entro il bene giuridico individuale della “persona”, sganciandolo dal bene collettivo della moralità pubblica e del buon costume!
Orbene, proprio in nome della sicurezza pubblica, ogni atto di violenza sessuale, stupro semplice, stupro di gruppo, prostituzione minorile, pornografia minorile, turismo sessuale assunsero un trattamento severo, quello riservato alla mafia, giustificando la “straordinaria necessità e urgenza” –, indispensabili per scavalcare il Parlamento – con “l’allarmante crescita di episodi collegati alla violenza sessuale” (assunto indimostrato per mancanza di un Osservatorio nazionale).
Non può allora meravigliare che la norma fosse presto portata alla Corte costituzionale che nel 2010 (n. 265) la dichiarò illegittima proprio nella parte in cui aveva disposto l’obbligatorietà della misura di custodia in carcere per i casi di prostituzione minorile, violenza sessuale e atti sessuali con minorenni (la sentenza si riferiva a giudizi per questi tipi di delitti).
Pur ritenendo corretto assoggettarli ad un regime cautelare speciale, riteneva tuttavia ingiusto e irragionevole averli trattati alla pari dei delitti di stampo mafioso, tanto più che altri delitti pur sanzionati con pene ben più elevate restavano assoggettati alla regola generale della custodia in carcere “soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata”.
Si trattava di una presunzione assoluta di adeguatezza della misura della custodia cautelare in carcere che violava il quadro costituzionale di garanzie riservate alla libertà personale.
Come non concordare !?
Infatti la sentenza non provocò dissensi. Con successive sentenze lo stesso principio è stato applicato ad altri delitti inseriti nel pacchetto sicurezza dalla L.38/2009, tra cui l’omicidio volontario (sent. n. 164/2011) e ora ha investito la violenza di gruppo.
Ha senso discutere della validità di una assimilazione tra violenze sessuali e violenze mafiose per la loro pericolosità sociale? O dell’accorpamento in una unica figura di reato di violenza sessuale di una gamma assai differenziata di comportamenti violenti?
Occorre andare oltre oltre il discusso tema del trattamento cautelare carcerario (prima della sentenza definitiva di condanna) e investire tutti i casi di violenza maschile, non solo sessuale e non solo di gruppo.
Ma il problema è proprio qui: in termini di politica del diritto e di libertà femminile.
Le sentenze fanno polemizzare, tuttavia confondendo spesso diritti e desideri. Ma con quale risultato a favore della libertà femminile?

Ancora una volta la attenzione si focalizza sui delitti di violenza sessuale, occultando il più vasto l’ambito della violenza maschile contro le donne (“di genere”) che non è solo sessuale, bensì anche fisica, psicologica, economica e alligna prevalentemente nelle relazioni di prossimità e intimità, nonché trova origine nei rapporti di potere uomo/donna che nella famiglia trovano il luogo privilegiato di costruzione.
La violenza maschile contro le donne esige di trovare modi nuovi per essere affrontata, svincolandosi dalla contrapposizione tra uguaglianza e differenza, liberandosi dalla strettoia tra garantismo e giustizialismo e intraprendendo strade ad oggi inedite che sappiano contenere assieme libertà femminile e diritto.

La Luna piena toglie il sonno? Forse non è solo una credenza

La Stampa

Uno studio svizzero afferma che il dormire bene ha stretti legami con i cicli lunari


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Che con la Luna piena non si dorma bene potrebbe non essere solo una credenza popolare: una ricerca pubblicata sulla rivista “Current Biology” dai ricercatori dell’università svizzera di Basilea mostra che davvero nell’uomo c’è un legame tra cicli lunari e sonno.

Secondo i ricercatori è un relitto che viene dal nostro passato, quando la Luna regolava molti comportamenti umani. Un fenomeno ben noto per molti animali, in particolare quelli marini, nei quali la luce della Luna, per esempio, regola la riproduzione. Secondo gli esperti, oggi, altre componenti della vita moderna, come la luce elettrica, hanno mascherato l’influenza che la Luna ha sul nostro organismo e comportamento.

Per ’smascherare’ l’influenza della Luna sul sonno umano i ricercatori hanno condotto un test su 30 volontari di cui sono stati monitorati: attività cerebrale, movimenti degli occhi e livelli ormonali. I risultati suggeriscono che, anche oggi, nonostante le comodità della vita moderna, l’uomo risponde ancora ai cicli della luna. Durante le notti di luna piena per esempio, l’attività cerebrale nelle aree relative al sonno profondo è scesa del 30 per cento, le persone coinvolte nello studio hanno impiegato cinque minuti in più per addormentarsi e complessivamente hanno dormito 20 minuti in meno. Al risveglio, i volontari si sentivano come se il sonno fosse stato più povero durante le notti di Luna piena e hanno mostrato livelli più bassi di melatonina, un ormone che regola i cicli di sonno e veglia.