lunedì 29 luglio 2013

L'entourage di Pisapia non gradito negli Usa

Libero
Sergio Rame - Lun, 29/07/2013 - 13:07

Dopo aver negato il visto a Paolo Limonta, l'America non fa partire nemmeno il figlio e i nipoti del braccio destro di Pisapia

 

Stati Uniti off limits per i famigliari del braccio destro del sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Non c'è solo Paolo Limonta a non essere riuscito a ottenere il visto per volare in America.


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"Mio figlio e i miei nipoti stanno organizzando un viaggio negli Usa e vogliono che vada con loro. Ma l'autorizzazione del viaggio senza visto non è stata approvata", aveva spiegato il collaboratore di Pisapia che sulla carta è il responsabile dell’Ufficio relazioni con la città, ma che nella realtà è il link tra Palazzo Marino e i centri sociali milanesi. Una volta "estromesso" dagli States, il leoncavallino amico del sindaco arancione ha pubblicato una fotografia di un gruppo di marziani che sostengono il cartello "Yankee go home".

D'altra parte baste dare una rapida occhiata al curriculum del maestro elementare che è costellato da episodi di protesta anti americana al fianco degli antagonisti che popolano la galassia dei centri sociali. Dopo le polemiche dei giorni scorsi, Limonta ha racconta su Facebook che le ultime due mail che cambiavano la dicitura da "ingresso autorizzato" a "ingresso non autorizzato" sono arrivate dagli Stati Uniti anche ai nipoti Giulia e Matteo.

"Il loro aereo è partito stamattina e loro sono rimasti qua, con le loro inutili valige pronte e gli occhi ancora increduli per quello che avevano letto su quella mail - ha spiegato Limonta - mi sono immaginato unqualsiasi mister Smith che, a Washington, digitava con aria soddisfatta 'invio' sulla sua tastiera e faceva partire quella mail stupida, cattiva, incredibile, incomprensibile, inaccettabile".

Il braccio destro di Pisapia ha quindi raccontato che, negli anni scorsi, i nipoti sono tranquillamente andati in America. "Nella scala delle ingiustizie globali, questa è sicuramente una delle più piccole - ha concluso - ma credo sia giusto denunciarla con forzaper la sua assoluta gratuità e meschinità".

Agape Nulli, l'ex prigioniera di Priebke: «Napolitano gli dia la grazia»

Corriere della sera

«Non perdono, ma apparteniamo a un mondo che non c'è più»


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Il capitano delle SS Erich Priebke e la staffetta partigiana Agape Nulli, di anni 18, si trovarono faccia a faccia in un tetro locale del carcere bresciano di Canton Mombello un giorno dell'autunno del '44. Solo due domande, poi la giovane venne rispedita nella sua cella, dove sarebbe rimasta fino alla Liberazione. Priebke quel giorno aveva già sulla coscienza i 335 innocenti ammazzati alle Fosse Ardeatine e ancora avrebbe usato metodi brutali nei confronti di partigiani arrestati tra la Lombardia e il Veneto. «Ma adesso sia io che quell'uomo apparteniamo a un mondo che non c'è più. Per questo dico al presidente Giorgio Napolitano: conceda la grazia a Priebke».

«IO LA SUA MANO NON LA STRINGERO' MAI» - Agape Nulli Quilleri oggi è una signora bresciana di 87 anni che si sta godendo qualche giorno di vacanza in riva al lago d'Iseo. Legge sui giornali che l'ex ufficiale delle SS condannato all'ergastolo si appresta a compiere 100 anni, legge dello sdegno perché qualcuno vuole addirittura festeggiare la ricorrenza e allora se ne esce con una dichiarazione controcorrente: che lo Stato italiano si getti alle spalle quel capitolo della storia. «Questo non significa nè dimenticare nè perdonare - precisa l'ex partigiana - perché io la mano a Priebke non la stringerò mai. Quando ero giovane e combattevo, Priebke l'avrei ucciso ma adesso è giunto il momento di buttare fuori da noi ogni sentimento di odio generalizzato. Dico basta, in nome del mondo che consegneremo ai nostri nipoti».

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LA LETTERA - La lettera a Napolitano non è stata ancora materialmente scritta, Agape promette di farlo non appena tornerà nella sua casa di Brescia. «Le motivazioni che farà presenti al Capo dello Stato - racconta - le ho maturate a lungo: trovo assurdo che a distanza di 70 anni da quegli eventi ci sia ancora chi sta scontando pene detentive. C'è già stata abbastanza sofferenza per tutti, dobbiamo avere il coraggio di compiere un passo che chiuda un'epoca di odio».

COMPAGNI DI SVENTURA - Agape faceva parte assieme a tutta la sua famiglia di una formazione di partigiani cattolici ed è stata presidente delle «Fiamme Verdi», associazione che raggruppa proprio patrioti di quella estrazione. La arrestarono mentre in bicicletta portava alcuni caricatori e alcuni messaggi in codice agli uomini nascosti in montagna. «Ricordo il giorno dell'interrogatorio - ecco la sua rievocazione - Priebke entrò nella stanza puntandomi l'indice contro e mi chiese a bruciapelo "Hai letto la Bibbia?". Gli risposi di no, sapevo che era una domanda tranello per scoprire se fossi ebrea. Poi mi domandò dove si nascondevano i miei fratelli, anche loro partigiani, ma non potevo saperlo perché mi trovavo in carcere da più di un mese. Il mio incontro si chiuse lì, altri miei compagni di sventura furono assai meno fortunati: Bruno Gilardoni fu riportato in cella più morto che vivo dopo ore di interrogatorio appeso al soffitto con una fune, altri furono inviati nei campi di concentramento e lì morirono».

IL SOLE DEL LAGO - Finita la guerra Agape si laureò in filosofia («ma l'esame di maturità sinceramente me lo regalarono...») sposò un uomo divenuto deputato, si impegnò in politica col Partito Liberale. Oggi si gode il sole del lago, il profilo delle montagne. Non dimentica, ma si è stancata di coltivare il rancore. «E dunque, concedete la grazie al mio ex carceriere».

29 luglio 2013 | 10:55

100 anni Priebke, striscioni e svastiche di auguri

Corriere della sera

Oggi il compleanno dell'ex SS condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine: svastiche su sede Anpi e Pd


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ROMA - Striscioni di auguri. Svastiche con il suo nome. E provocazioni. In tutta la città. Il giorno dei cento anni di Erich Priebke da qualcuno a Roma viene celebrato così. Ufficialmente non sono previsti festeggiamenti pubblici. Ma già all'alba di lunedì in varie parti della Capitale qualcuno ha voluto «omaggiare» l'ex capitano delle SS condannato all'ergastolo per l'eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944, in cui 335 persone furono fucilate dai nazisti. L'ex ufficiale sconta la sua pena ai domiciliari a Roma, in un appartamento alla Balduina.

SVASTICHE - Sui muri della sede romana dell'Anpi lunedì mattina insieme agli auguri a Priebke sono comparse anche due svastiche. «Le scritte inneggianti al criminale Erich Priebke e le svastiche apparse all'esterno della sede dell'Anpi nazionale a Roma- dice una nota dell'associazione - sono il solito vile atto di chi ancora non cede di fronte all'unica e sacrosanta verità della storia: il nazismo e il fascismo furono esclusivamente regimi sanguinari che hanno portato l'orrore della guerra e dell'odio razziale in tutta Europa e oltre».


Legale Priebke: ""Non me ne fotte un ca... del sit-in di Sel" (29/07/2013)

GLI STRISCIONI - Non solo. Sempre lunedì mattina striscioni di auguri per i 100 anni sono stati appesi in via Boccea a pochi passi dall'abitazione dell'ex SS. «Dio stamaledica i tuoi accusatori... Buon compleanno capitano Priebke» firmato con la croce uncinata e la sigla C.m.t., Comunità Militante Tiburtina. Poi qualcuno è riuscito a toglierlo. Mentre ancora si può vedere il manifesto in piazza Augusto Imperatore, pieno centro di Roma, due passi da via del Corso, che chiama direttamente in causa Riccardo Pacifici, il presidente della Comunità ebraica di Roma che nei giorni scorsi aveva invitato le istituzioni, dal presidente della Repubblica Napolitano, al sindaco di Roma Ignazio Marino, a vigilare affinché non vi fossero feste pubbliche. «Pacifici...arrivaci tu a 100 anni!» scrivono quelli della Comunità Militante Tiburtina.

IN TUTTA LA CITTA' - E ancora. La scritta «Priebke eroe» con una svastica fatta con lo spray nero è l'«impronta» lasciata invece sulla


Roma: Priebke a spasso con badante e scorta (23/07/2013)
AGGREDITO IL NIPOTE - Intanto sotto casa di Priebke è in corso da lunedì mattina un sit in organizzato dall'associazione Dreyfus e da membri della comunità ebraica romana. Ad un certo punto, un uomo, indicato dai manifestanti come il nipote del capitano delle Ss, si è presentato con una scatola regalo rossa, probabilmente una bottiglia. Il giovane ha avuto uno «scontro» con una manifestante e ha tentato di colpirla. A quel punto è stato aggredito da altri manifestanti che gli hanno urlato «assassino». È dovuta intervenire la polizia che ha caricato il giovane su una volante sottraendolo ai manifestanti e lo hanno portato via.


MANIFESTAZIONE ANTI-FESTEGGIAMENTI - Dalle 19 alle 22 in via Cardinal Sanfelice 14, invece i militanti di Sel del XIII Municipio hanno organizzato una «forte mobilitazione al fine di evitare ogni festeggiamento pubblico del centesimo compleanno del criminale di guerra, Erich Priebke». Durante il presidio verranno letti i nomi delle vittime dell'eccidio e alcune lettere di condannati a morte della resistenza. «Saranno ricordate le vittime - conclude Sel - perché non c'è nulla da festeggiare».

MARINO: NO A FESTE PUBBLICHE - Proprio qualche giorno fa il sindaco Ignazio Marino aveva risposto all'appello del presidente della Comunità ebraica Pacifici: «Vigilerò personalmente affinché nessuna "festa" pubblica sia autorizzata in occasione dei 100 anni di Erich Priebke. Come più volte ricordato, Roma ha il dovere di ricordare chi ha combattuto per liberare la città dall’occupazione nazifascista e chi per mano di questa ha perduto la propria vita. Roma è stata insignita della Medaglia d’Oro della Resistenza e nessuno può festeggiare uno dei responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine».


29 luglio 2013 | 13:00

Le sfumature di arancione

Corriere del Mezzogiorno

Il Corriere aveva profetizzato che Napoli si sarebbe stancata presto anche del suo ultimo Masaniello

di ANTONIO POLITO


L'ultima ad andarsene è stata «zia Pina», assessore allo Sport, pasionaria dell'Italia dei Valori, accusata di aver tolto le multe al cognato, giudice del Tar e sindaco di un comune dell'hinterland. Con la signora Tommasielli, la giunta che fu «arancione» e rivoluzionaria di Luigi de Magistris ha perso il suo decimo componente su dodici in appena due anni di governo. E tra i due rimasti ce n'è un altro in bilico, il vice sindaco Tommaso Sodano, a sua volta indagato per una consulenza finita a una conoscente.

Nel maggio del 2011, a poche ore dalla elezione a sindaco di de Magistris, il Corriere aveva profetizzato che Napoli si sarebbe stancata presto anche del suo ultimo Masaniello, l'ennesimo pubblico ministero che si era buttato in politica illudendo gli elettori di salvare la patria facendole la morale. Ma nessuno poteva prevedere che la decapitazione politica del sindaco-Masaniello sarebbe stata allestita proprio in Procura, dai suoi ex colleghi, e a colpi di codice penale, degradando a politicante qualsiasi l'uomo che aveva promesso di rivoltare la politica come un calzino.

Questa guerra tra pm ed ex pm napoletani ha prodotto numerose inchieste che coinvolgono personalmente il sindaco. E l'indagato ha reagito proprio male. Più o meno come reagivano i suoi indagati. Accusando gli inquirenti di giustizia ad orologeria in un caso, di accanimento giudiziario in un altro, e di giustizia politica in un altro ancora. Fino alla frase choc, che a dire il vero nemmeno un Previti o un Dell'Utri avevano mai osato pronunciare contro i loro giudici naturali: «Non mi farò condizionare né dalla camorra né dalla magistratura».

Detta da un ex magistrato, un po' più che vergognosa. Il paradosso è che, almeno a parere di chi scrive, anche le inchieste contro de Magistris gareggiano per inconsistenza e superficialità con quelle che lui allestiva da pm con gran clamore mediatico e nessun risultato giudiziario. In un caso, per esempio, è accusato di non aver usato i soldi dei grandi eventi per riempire le buche delle strade. Un giudizio perfettamente legittimo se ad esprimerlo sono gli elettori, ma che c'azzeccano i pm, verrebbe da dire citando uno del ramo.

In un altro caso la Procura ha sequestrato con grande clamore il computer del capo di gabinetto del sindaco e ha perquisito l'ufficio del fratello del sindaco, solo per essere poi costretta a restituire tutto su ordine del Tribunale del Riesame, che ha riscontrato «l'assoluta mancanza di motivazione» del provvedimento. E nemmeno al più feroce critico del giustizialismo alla de Magistris deve venire la voglia di godersi questa nemesi storica, assistendo all'epurazione del più puro per via giudiziaria. Ma la verità è che, indipendentemente e prima delle inchieste, la stella del sindaco che voleva «scassare tutto» era già tramontata nell'unico tribunale che può decidere la sorte di un eletto del popolo: nell'opinione pubblica.

La povertà desolante di progetti, l'incapacità amministrativa, l'arroganza personale che lo ha portato a rompere subito con i migliori uomini della sua amministrazione, la subordinazione di ogni scelta all'obiettivo di una carriera politica nazionale presto evaporata nel flop della lista Ingroia, hanno stufato i napoletani. Di fronte al dramma di una grande città che sta letteralmente affogando giorno per giorno, è parsa addirittura patetica, oltre che dispendiosa e futile, una politica fatta di immagine, di una finta America's Cup e di un lungomare chiuso al traffico.

Perfino l'unica cosa che funziona a Napoli, il calcio, sta facendo risaltare per contrasto la miseria della classe politica al comando. Per un sindaco che non sa nemmeno risolvere il problema dell'agibilità dello stadio, c'è un De Laurentiis che invece ha portato la squadra in Europa, e che sembra intenzionato a restarci a lungo. Sbiadito l'arancione, diseredato dall'azzurro, al sindaco non resta che il grigio, senza sfumature, di un declino ormai irreversibile. Povera Napoli.

29 luglio 2013

Ischia, «L'America scoperta dal Mediterraneo prima della nascita di Cristo»

Il Mattino

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Ischia. Colombo non fui il primo. E, stando alle ultime ricerche, neppure il secondo. Partirono dal Mediterraneo i legni per il nuvo mondo, secondo le ricerch di uno studioso giornalista «La scoperta dell'America»: questo il tema della conferenza in programma domani sera (ore 19,30) nella sala consiliare del comune di Lacco Ameno (in piazza Santa Restituta) al quale prenderà parte il professor Lucio Russo dell'Università Tor Vergata di Roma. L'introduzione dell'incontro è stata affidata al giornalista scientifico Pietro Greco mentre a presiedere la conferenza sarà l'architetto ischitano Ilia Delizia.

«Il continente americano è stato scoperto dalle popolazione del Mediterraneo molto prima di Cristoforo Colombo e anche prima della nascita di Cristo», sostiene Greco. «Ci sono stati rapporti tra le civiltà che si sono sviluppate di qua e di là dell'Atlantico. Poi, anche a causa di un errore di Tolomeo, di quei contatti ci siamo dimenticati», ha aggiunto Greco. Nel suo ultimo libro «L'America Dimenticata» (Mondadori Education), l'autore espone le scoperte e le conclusioni che saranno presentate nella conferenza di domani, lunedì 29 luglio. Il professor Lucio Russo è fisico e storico della scienza. Ha trascorso periodi di studio presso l'Institut des Hautes Etudes Scientifiques e presso la Princeton University. Oltre che di matematica (insegna Calcolo delle probabilità), si occupa anche di filologia e storia della scienza.

Palermo e lo strano caso dei violini rubati Cinque indagati, due sono violinisti

Corriere della sera

La procura segue una pista precisa. Alcuni dei 25 pezzi pregiati rubati dal conservatorio sono fini in America

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Lo strano caso del furto di violini potrebbe essere ad una svolta. La storia è quella della misteriosa scomparsa di 25 pezzi unici che risalgono anche al 1600 e 1700: violini, viole, contrabbassi di proprietà del conservatorio «Vincenzo Bellini» di Palermo. Tutto risale all'ottobre scorso, quando il nuovo direttore del conservatorio, Daniele Ficola, denunciò il furto ai carabinieri. Si scoprì in quella occasione che la storia andava avanti da anni e i furti, a più riprese, sarebbero cominciati sin dal lontano 2000.

BATTUTI ALL'ASTA - Accertato che si è trattato di un singolare furto consumato nel tempo si è anche scoperto che alcuni di quei preziosi strumenti musicali erano addirittura attraversato l'Oceano per finire nella collezione private di facoltosi acquirenti. Un violino, per esempio, venne venduto all' inizio degli anni duemila a un asta londinese di Christie' s, per 300 mila euro. Tra gli strumenti scomparsi dal conservatorio anche pezzi molto preziosi, come un violino Nicola Amati del 1607, un Jacobus Stainer del 1659 o un Chappuy del 1759.

INDAGATI - Ma ora arriva quella che potrebbe essere la svolta nelle indagini, affidata dopo la denuncia dal direttore del conservatorio, al sostituto procuratore Vania Contrafatto. Il pm palermitano ha infatti iscritto nel registro degli indagati cinque persone con l'accusa di ricettazione. E tra i cinque ci sono anche due noti violinisti palermitani. Uno presta ancora servizio al conservatorio di Palermo, l'altro è un ex insegnante sempre del conservatorio. I due nei giorni scorsi hanno ricevuto anche la visita dei carabinieri che hanno perquisito le loro abitazioni. È ancora troppo presto per trarre facili conclusioni e l'iscrizione nel registro degli indagati dei due professori potrebbe anche essere una mera esigenza tecnica legata alle indagini. I due indagati eccellenti, da parte loro, hanno respinto ogni sospetto. Allo stesso tempo le indagini sono state estese anche all'estero per capire come siano riusciti a fare tanta strada i violini rubati a Palermo. Il pm Contrafatto ha già interrogato diversi liutai in giro per l' Europa e a quanto trapela dal segreto istruttorio sta seguendo una pista ben precisa.

29 luglio 2013 | 13:09

Sochi: medaglie olimpiche con pezzi di meteorite

Corriere della sera

Ai vincitori delle gare del 15 febbraio, primo anniversario della caduta della meteorite siberiana

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Alcune medaglie che saranno vinte alle Olimpiadi invernali di Sochi (che si disputeranno dal 7 al 23 febbraio del prossimo anno) conterranno anche frammenti della meteorite caduta sui cieli della Siberia. Non tutte però: solo le medaglie d'oro che saranno assegnate il 15 febbraio, primo anniversario dell'evento che fece tremare il mondo e che causò anche circa 1.500 feriti.

GARE - Il prossimo 15 febbraio a Sochi sono in programma sette gare: per lo sci il supergigante donne, per il fondo la staffetta donne, per il pattinaggio di velocità i 1.500 m uomini, per lo short track i 1.000 m donne e i 1.500 m uomini, per il salto con gli sci la prova maschile dal trampolino K-125, per lo skeleton la gara maschile. Alexei Betektin, ministro della Cultura della regione di Chelyabinsk (dove è caduta la meteorite), ha dichiarato che la decisione è stata presa in quanto «sia i Giochi olimpici che la meteorite sono eventi globali».

IN ITALIA - Le maggiori speranze per vedere arrivare in Italia un pezzo di meteorite (e una medaglia d'oro) sono riposte nelle ragazze del SuperG. Nei campionati del mondo di Schladming dello scorso febbraio Sofia Goggia è giunta quarta a un passo dal podio (bronzo sfiorato per soli 5 centesimi) e Daniela Mereghetti ha concluso al settimo posto.

29 luglio 2013 | 12:14

Pesca la spigola dei record e vince un milione di dollari. Ma gli negano il premio

Corriere della sera

«Esca irregolare». Rodney Ply fa causa e pretende i soldi: «Ho partecipato a un concorso e rispettato le regole»

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Ha pescato una spigola da record di 30,8 chilogrammi. E ora fa causa all'International Game Fish Association perché non gli è stato pagato un premio da un milione di dollari. Succede a Rodney Ply, 41 anni, di Diamond City, in Arkansas.
L'uomo, infatti ha partecipato al concorso «Hook-a-Million» organizzato dalla ditta di ami Mustad. In base alle regole, avrebbe vinto il milione di dollari chiunque avesse pescato un pesce da guiness mondiale usando un amo dell'azienda. Ply ha pescato la sua spigola d'acqua dolce il 28 febbraio 2012, eppure non ha ricevuto i soldi, così il mese scorso ha deciso di fare causa.

IL PROBLEMA DELL'ESCA - In base a quanto racconta Ply, l'International Game Fish Association’s non consente il pagamento perché sostiene che il concorrente abbia usato una «spreader bar» (un'esca artificiale costituita da una barra in acciaio, ndr), non consentita dal concorso. Ply invece nega di aver impiegato una «spreader bar» e dice invece di aver usato un'esca «spinnerbait» fatta in casa, che non infrange le regole del concorso. Secondo Abc News, che riporta la notizia, l'associazione ha 20 giorni per rispondere.

28 luglio 2013 | 18:41

La bufala della deputata che dona tutto lo stipendio a vittime di violenza

Corriere della sera

Una sedicente associazione sostiene che una deputata del M5S ha devoluto lo stipendio in beneficenza. Ma è tutto falso

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È bastato un lancio di agenzia. E il comunicato è rimbalzato su parecchi siti di informazione, senza alcuna verifica. Proprio nelle stesse ore in cui si consumava l'ennesimo caso di femminicidio a Marina di Massa. Secondo quanto scritto da parecchie testate infatti una deputata friulana grillina avrebbe devoluto il suo stipendio da parlamentare a favore delle famiglie indigenti delle vittime di femminicidio. Nel comunicato si legge: "La parlamentare e' stata eletta per la prima volta alla Camera dei Deputati a febbraio 2013. A darne notizia è l'Associazione vittime femminicidio (Avf), con sede a Milano, che definisce la sua intenzione "ammirevole e di grande significato morale etico e sociale".

TRUFFA O PUBBLICITA' - Già, peccato che non esistano parlamentari del M5S elette in Friuli di sesso femminile. E peccato che le deputate a Cinque Stelle - così come il loro ufficio stampa - smentiscano la notizia. «Nessuna di noi ha mai devoluto il proprio stipendio a questa associazione, di cui non abbiamo nemmeno mai sentito parlare. Stiamo portando avanti progetti contro la violenza sulle donne in linea con la Convenzione di Istanbul e ci sono alcuni di noi che hanno fatto donazioni ad enti benefici. Ma non a questa fantomatica Avf. E troviamo disgustose queste affermazioni», spiega a Corriere.it Silvia Benedetti, deputata veneta del M5S. A confermare il tutto è anche Giulia Di Vita. «È una bufala», sentenzia la cittadina a Cinque Stelle.

In realtà, più che di una bufala potrebbe trattarsi di una truffa. Di questa Associazione vittime femminicidio (Avf), infatti, non si trovano i contatti (si sa solo che ha sede in via corso Venezia a Milano - sì via corso Venezia - e a Roma. Nessuno tra gli esperti e gli operatori che lavorano sul tema della violenza domestica da anni l'ha mai sentita nominare. Non è iscritta in nessun albo. E, nonostante, sia attiva da pochi mesi - stando a quanto riportato nella pagina Facebook - è riuscita a raccogliere così tanto denaro. Anche lo stesso profilo Facebook desta dei dubbi. Viene usato il logo di «Amore Criminale», nota trasmissione televisiva, senza che ci sia un legame apparente con il programma.

I PRECEDENTI - Inoltre ci sono dei precedenti. In altre tre occasioni sono girate notizie e comunicati che non trovano conferma. Nel primo era un medico di Foggia che avrebbe donato 750 mila euro alle famiglie di vittime di femminicidio. E in un altro era un pensionato. Poi, l'annuncio che l'associazione avrebbe pagato l'assistenza legale ai familiari di Rosy Bonanno, uccisa a Palermo dall'ex. In tutti i casi viene indicata una mail (a che pro? allo scopo di raccogliere soldi?). E poi un sito internet www.sosvittimefemminicidio.it che risulta non attivo. Insomma, tutta la faccenda puzza. E viene il sospetto che qualcuno abbia voluto cavalcare l'attenzione mediatica sul tema del femminicidio e della violenza domestica per farsi pubblicità, o peggio per spillare soldi. Anche lo stratagemma di usare i Cinque Stelle e le loro politiche di rendicontazione e di tagli agli stipendi parlamentari sembra essere uno specchietto per le allodole, costruito a tavolino, ben sapendo quanto in questi mesi si sia parlato della questione.

28 luglio 2013 | 19:08

I germi si nascondono su grattugie e coltelli

Corriere della sera

Gli oggetti insospettabili veicoli di infezioni: il lavello pulito male può essere più pericoloso delle mani sporche

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MILANO - Guardare al microscopio il lavello o il bancone della cucina potrebbe rivelarsi peggio di un film horror. Perché se non si seguono poche, ma basilari, regole d'igiene queste superfici ospitano orde di batteri e virus, pronti a farci venire come minimo un mal di pancia. Lavarsi le mani prima e dopo aver toccato i cibi, pulire con i giusti detergenti i piani di lavoro, fare attenzione quando si maneggiano carne o pesce crudi sono solo alcune delle norme fondamentali per la sicurezza alimentare.

UTENSILI - Ora uno studio punta il dito anche sugli utensili: senza una corretta manutenzione, coltelli e grattugie sono fra gli oggetti più infetti, perfino più pericolosi delle mani sporche. Lo rivela una ricerca pubblicata su Food and Environmental Virology da medici del Center for Food Safety dell'Università della Georgia, negli Stati Uniti, che per la prima volta hanno dimostrato "sul campo" quanto facilmente si propaghino virus e batteri attraverso gli apparentemente innocui utensili usati per cucinare. I ricercatori hanno eseguito alcuni test concentrandosi sulla possibile trasmissione di virus dell'epatite A e di norovirus, questi ultimi fra i più frequenti responsabili di gastroenteriti con nausea, vomito, diarrea e crampi addominali. In alcuni esperimenti si prendevano frutta e verdura contaminata e utensili sterilizzati; in altri, coltelli e grattugie pieni di virus e cibi "puliti". Alimenti e oggetti sono stati messi a contatto gli uni con gli altri come per la normale preparazione di un piatto, misurando poi la quantità di germi presenti.

CONTAMINAZIONI - «Se il cibo che viene tagliato o grattugiato contiene virus, in oltre la metà dei casi coltelli e grattugie risultano poi contaminati - riferisce Qing Wang, coordinatore dello studio -. Per di più, gli utensili sterili venuti a contatto anche una sola volta con un prodotto infetto possono contaminarne fino ad altri sette». Insomma, i coltelli e le grattugie si "sporcano" facilmente, ma soprattutto possono essere un consistente veicolo di infezioni. «Il livello di contaminazione è variabile e dipende sia dal tipo di alimento che dal virus considerato - riprende il ricercatore -. Differenze nella struttura di frutta e verdura influenzano tuttavia la capacità di "trasferimento" dei virus su un'altra superficie e anche la possibilità che i virus stessi si attacchino all'alimento. Abbiamo visto, ad esempio, che la buccia liscia del melone d'inverno trasferisce sul coltello più norovirus rispetto a quella rugosa dei meloni classici estivi, mentre per il virus dell'epatite A accade il contrario».

SPUGNE E STROFINACCI - Il tasso di contaminazione può cambiare, ma resta il fatto che i virus (e i batteri) passino assai agevolmente dai cibi agli utensili e viceversa: tagliare con la grattugia una zucchina non ben lavata e poi grattare il parmigiano con lo stesso strumento può essere rischioso, così come non detergere accuratamente un coltello fra una preparazione e l'altra. Altrettanto essenziale è pulire il lavello, che secondo diversi studi è uno dei luoghi più sporchi di casa. Un'indagine dell'Hygiene Council britannico di qualche tempo fa, infatti, ha dimostrato che in un caso su tre il lavello è ancora più sporco del pulsante dello sciacquone, e può facilmente ospita batteri come Escherichia coli, Stafilococco aureo o Pseudomonas. La colpa, in questo caso, è delle spugnette e degli strofinacci che si usano per pulire i piatti e asciugarsi le mani, ma che in breve tempo diventano un ricettacolo di sporco. Cambiare spesso spugnette e strofinacci è quindi un’altra delle regole più importanti per non avere brutte sorprese in cucina.

29 luglio 2013 | 10:07

Il distinto pediatra-poeta che ispirò la Beat Generation

Corriere della sera

La «doppia vita» di William Carlos Williams, primario nel New Jersey, amico di Allen Ginsberg

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MILANO - Da scrittore, sono stato medico, e da medico sono stato scrittore. Quasi un'epigrafe, la dichiarazione in cui William Carlos Williams racchiuse il senso della propria vita. Williams seppe trovare tra le sue vocazioni la giusta compresenza, come nella poesia Complaint, che così si conclude: «Ecco una grande donna / che giace su un fianco nel letto. È malata / forse sta vomitando, / forse è in travaglio / per dare alla vita / un decimo figlio. [...]/ Le scosto dagli occhi i capelli / e osservo la sua pena / con compassione». E ancora: «L'ala nascosta / dell'ospedale / dove mai / nulla crescerà / là vi è cenere / e lo splendore / dei cocci d'una verde / bottiglia».

VIVA CARNE - Alcune poesie le creava sui fogli per le prescrizioni mediche, altre le batteva a macchina nei pochi minuti tra una visita e l'altra: «Una frase mi si palesava per un istante, e la buttavo giù su qualunque pezzo di carta avessi sotto mano». Anni dopo William Carlos Williams dirà: «La professione medica dà l'occasione di conoscere attraverso strade imprevedibili la vita, e questa conoscenza per lo scrittore è viva carne, i miei malati sono stati un nutrimento per la mia musa ... ero presente all’atto della nascita e a quello della morte... la medicina dà l'opportunità di capire cosa è la vita».

Fu anche medico condotto, alzandosi nel cuore della notte per accorrere presso chi che aveva invocato il suo aiuto. Williams era nato nel 1883 nel New Jersey, a Rutheford («dove andavo a cacciare anatre e topi muschiati»), da padre di origine inglese e madre portoricana. Il padre gli leggeva Dante e Shakespeare, e lui, William Carlos, amava Dante e il romantico John Keats ma anche i versi "liberi" dello statunitense Walt Whitman, che sentiva come «una spinta verso la libertà».

GLI STUDI - Giovanissimo fu dominato dal terrore di non essere all'altezza delle aspettative dei genitori. Per un certo tempo fu in Europa a studiare. Al liceo iniziò coltivare interesse per l'uso e le possibilità espressive della lingua. Studiò anche a New York poi si iscrisse all'Università della Pennsylvania. Nel 1906 si laureò in medicina, specializzandosi in pediatria. All'Università si era legato di fraterna amicizia con Ezra Pound, che lo introdurrà nel mondo dell'Imagismo, una corrente poetica tipicamente statunitense.

Di quell'incontro Williams scrisse: «Fu per me uno spartiacque, una sorta di prima e dopo Cristo». Nel 1912 sposò Florence Herman, la Flossie delle sue poesie.Ebbe inizio e si sviluppò una vita che scorreva su due binari. Quella di poeta - il primo libro, Poems, era uscito nel 1909 - e quella di medico, con l'internato al French Nursery Child's Hospital di New York, poi con il ruolo di primario di pediatria e quindi di direttore dell’ospedale nella cittadina industriale di Paterson, nel New Jersey. Qui assistette allo sciopero degli operai; vide le cariche della polizia e gli arresti in massa; vide l'esistenza nella fame di tante famiglie e fu dalla loro parte. I figli di quella gente lui li aiutava a venire al mondo.

L'OPERA - Intanto i suoi interessi letterari si ampliavano: non solo poesia ma anche teatro, critica, racconti, romanzi, saggi e più tardi un'autobiografia. Al centro, l'amore per l'America (In the American Grain - Nelle vene dell'America - è del 1925) e la ricerca di un innovativo metodo per comporre in versi, fino alla messa a punto di un linguaggio poetico che definì «piede variabile». Dall'imagismo passò al modernismo. Il contemporaneo successo raggiunto con The Waste Land dal futuro naturalizzato inglese Thomas S. Eliot tenne a lungo in ombra il nome di Williams, che non si scoraggiò. Nemmeno a Paterson e a Rutherford, suoi stabili habitat, erano in molti a sapere di questa "altra" attività dedicata alle lettere. Lavorò per decenni quasi in preparazione della sua opera più importante, Paterson, un ritratto in versi e prosa della città, intesa come rappresentazione dell'Uomo, perché «l'uomo stesso è una città». Diviso in cinque parti - la prima uscirà nel 1946 e l'ultima nel 1958 - il lavoro gli valse un riconoscimento di rilievo nazionale, il National Book Award, preludio al Pulitzer, postumo, del 1963.

GINSBERG - Nel 1952 gli era stato offerto un posto di prestigio alla Library of Congress di Washington, offerta che venne immediatamente ritirata per l'accusa (rivelatasi falsa) di essersi iscritto al partito comunista e - in palese controsenso - a causa della sua stretta amicizia con Ezra Pound, per le dichiarate simpatie di questi nei confronti del nazismo. Nel 1956 la piccola casa editrice di San Francisco appartenente al poeta Lawrence Ferlinghetti, City Lights Books, pubblicava il poema di Allen Ginsberg, Howl, Urlo: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche, / trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa». La prefazione era firmata da William Carlos Williams. I due poeti si conoscevano da tempo: «Quando lui era più giovane, e io ero più giovane, conoscevo Allen Ginsberg, un giovane poeta che viveva a Paterson, New Jersey, dove - figlio di un ben noto poeta, era nato e cresciuto».

I BEAT - Il vecchio e ormai affermato Williams, un distinto signore dall’aspetto perbene, con gli occhiali e la calvizie incipiente, vestito di grigio in giacca e cravatta, si era incontrato con la nuova generazione dei poeti americani, in particolare con quella Beat, dove militava Ginsberg. Questi «ragazzi» lo consideravano loro «padre spirituale» e lui cercava da sempre nuove idee, nuovi modi d'esprimersi, nuovi fermenti. Williams indicava una strada alternativa all'accademismo di Eliot. Howl, il poema di Ginsberg, scatenò accuse e processi, ma Williams non ne fu toccato. Nella lunga gestazione di Paterson trovò modo di inserirvi lettere di Ginsberg e di Pound, la cartella clinica di un paziente, articoli di giornali, e di insistere su quello che era il suo credo: «Nessuna idea, se non nelle cose». Il linguaggio doveva essere lo stesso in uso tra la gente.

LA MORTE - Dal 1948 Williams cominciò ad avere problemi di salute, che più tardi lo renderanno disabile e quasi cieco. La fedele Flossie leggeva ad alta voce e lui ascoltava e continuava imperterrito a scrivere e a creare (l’ultima parte di Paterson è di quegli ultimi faticosi anni). Venne un altro capolavoro, dall'incipit memorabile: «Dell'asfodelo, quel fiore verdeggiante / come un ranuncolo / sopra il gambo che si dirama - / solo che è verde e legnoso - / vengo, mia dolce, / a cantarti». C'era l'amore e c'era la speranza in qualche cosa al di là della vita. Morì a 79 anni, il 4 marzo 1963. Il poeta beat Jonathan Williams lo ricorderà così: «Sono contento / che tu sia morto / il mese / in cui viene primavera».

23 luglio 2013 | 12:19

Le più belle auto da spiaggia

Corriere della sera

Senza porte né tetto sono ricercate dai collezionisti

Senza porte, né cristalli o tetto, al limite un tendalino: si chiamano spiaggine e già si capisce quale sia la loro funzione. Un tipo di auto che non esiste più (o quasi) ma che sembra fatta apposta per le estati italiane, per la Riviera Adriatica o per le viuzze di Capri, nata solo per la tratta casa-spiaggia-aperitivo-casa o poco più.


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LA STORIA- Inizialmente erano degli esemplari unici realizzati da carrozzieri per chi voleva un’automobile da lasciare a disposizione nella casa al mare o da imbarcare sullo yacht ma nel 1958 si vide il primo modello costruito in serie, la Ghia Jolly, costruita su base Fiat 600. Quella che però fece diventare celebre il segmento e coniò il nome fu la Savio Spiaggina, due esemplari in tutto costruiti per Gianni Agnelli e Aristotele Onassis. Fra gli anni Cinquanta e Settanta se ne videro molti modelli e la maggior parte nacque proprio in Italia per opera di piccoli carrozzieri e la tendenza stimolò anche alcune case automobilistiche a proporre delle varianti da spiaggia. Fra le più famose la Méhari realizzata dalla Citroen nel 1968, ispirata a quella che si era costruito da solo un nobile francese su base 2CV. Non superava i 100 km/h ma pesava meno di mezza tonnellata e resistette in linea di montaggio fino al 1987.

PREZZI ESCLUSIVI-Invece, veniva usata spesso anche come taxi a Capri la Fiat 600 Ghia Jolly, più accogliente della piccola 500 Ghia Jolly, talmente esclusiva che costava quasi il doppio di una 500 normale. Nata mescolando la meccanica di entrambe le utilitarie Fiat, la 500 Ferves Ranger di cui si è vista anche una versione 4X4 e la “Cargo” destinata all’uso professionale. Poi c’era la Mini Moke che sembrava una piccola fuoristrada e, rispetto alle prestigiose italiane, aveva un prezzo più abbordabile. Una curiosità: nel 1992 anche la casa motociclistica Cagiva ne produsse una piccola quantità, 1.500 delle 40.000 prodotte in totale. La Volkswagen Pescaccia, invece, era nata per uso militare ma in molti la usarono come spiaggina: la Tipo 181, questo il nome ufficiale, montava il motore quattro cilindri boxer del Maggiolino ma in Italia non se ne videro molte.

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INTERNI IMPERMEABILI-Negli anni più recenti si sono visti alcuni modelli di serie e prototipi che ricordavano le vecchie spiaggine. La Smart Crossblade, ad esempio, prodotta in soli 2.000 esemplari e nelle località marittime non è raro vederne circolare qualche esemplare, anche a noleggio. Oppure la 500 rivista dalla Carrozzeria Castagna, senza porte né tetto, con tappetini in tek e un cuoio speciale resistente all’acqua ed al sole usato per rivestire sedili e cruscotto. La Tender Two, questo il nome, montava un motore elettrico capace di 130 km/h ed un’autonomia di 140 chilometri. Non si è mai avvicinata alle linee di montaggio, invece, la Mini Beachcomber anche se ha anticipato le linee dell’attuale Countryman. Rimasto un esercizio di stile, invece, il Fiat Fiorino Portofino: sulla base del noto veicolo commerciale, aveva dei cordoncini al posto delle porte ed un importante roll bar come unico rimasuglio di tetto. Oggi, quindi, per soddisfare la voglia (costosa) di spiaggina non resta che sfogliare le pagine degli annunci di auto usate.

Bottiglie per l'acqua dalla canna da zucchero Arriva il Pet di origine vegetale al 30%

Corriere della sera

Il «bio based Pet» entra nel mercato italiano. L'obiettivo è di produrre un contenitore ricavato al 100% dalle piante

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Anche le bottiglie di plastica possono avere un Dna ecologico. Prendiamo quelle per l'acqua. Il materiale usato per questi contenitori è il Pet, il polietilene tereftalato, ricavato dal petrolio. È trasparente, colorato o meno, in grado di mantenere il liquido inalterato. Ma il Pet si può ricavare pure dalle piante? La risposta è: in parte sì. A proporre delle bottiglie per l'acqua generate da vegetali è Levissima che ha lanciato il «Bio based Pet». All'apparenza il materiale ha le stesse caratteristiche di una plastica standard. La particolarità è che il 30% di questo materiale si ottiene dalla canna da zucchero. Il risultato, frutto di anni di ricerca scientifica, sta per entrare in commercio in Italia.

LA COMPOSIZIONE - Per capire quale parte del Pet è di origine «coltivata» bisogna analizzare la composizione. La molecola di polietilene tereftalato è ottenuta dal 70% di acido teraftalico e dal 30% di Meg, il mono glicol etilenico. È soltanto quest'ultimo si può generare dalla canna da zucchero. Almeno per il momento. «L'obiettivo è di arrivare a produrre un Pet al 100% di origine vegetale - afferma Daniela Murelli, direttore corporate social responsability del Gruppo Sanpellegrino -. È difficile dire quanti anni ci vorranno, ma siamo convinti che ci riusciremo in tempi ragionevoli».

IL PROCESSO - Per arrivare al Meg dalla pianta occorre attivare un processo di lavorazione lungo e costoso. Il primo passo consiste nel produrre l'etanolo attraverso la fermentazione, il secondo è quello di trasformare l'etanolo in Meg. La canna da zucchero si presta bene allo scopo e permette di ottenere i risultati migliori. Non è detto che in futuro non si possano usare altre materie prime coltivabili. «Il percorso del "bio based" è all'inizio del suo percorso - precisa Murelli - e pertanto ha dei costi più elevati». Come ogni novità assoluta che si rispetti. In ogni caso, si tratta di costi interni all'impresa che non dovrebbero toccare le tasche dei consumatori.

RICICLABILE AL 100% - Al livello di qualità il bio Pet non ha nulla da invidiare all'antenato meno ecofriendly. «È a tutti gli effetti uguale a quello standard - sottolinea la manager - tra cui l'essere riciclabile al 100%». Il nuovo contenitore è inerte, non reagisce con l'acqua, e mantiene le caratteristiche a cui siamo abituati: è leggero, infrangibile, perfettamente igienico e adatto al gasato. Bere per credere.

20 luglio 2013 | 6:11

Il grande ospedale di Giannina Gaslini

Corriere della sera

Settantacinque anni fa nacque il primo Istituto pediatrico italiano: lo volle un industriale in memoria della figlia

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MILANO - La storia non ha ancora espresso un giudizio unanime sulla figura di Gerolamo Gaslini. Se tuttavia il valore di un uomo, come afferma il poeta Khalil Gibran, si misura dalle poche cose che crea, allora è innegabile che il fondatore dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova sia stato persona virtuosa. A distanza di 75 anni, la tensione morale e la passione profuse dal senatore Gaslini sono ancora vive nel primo e più importante ospedale pediatrico in Italia e tra i più quotati al mondo. Le intuizioni geniali dell’imprenditore-filantropo, sia sul fronte della gestione che dell’impostazione medico-scientifica, lasciano sbalorditi perfino oggi. Le vicende di Gaslini e dell’omonimo Istituto sono talmente intrecciate da non permettere una loro trattazione separata. Lo sanno bene Paolo Lingua e Antonio Infante che per Rizzoli hanno realizzato il libro "Gaslini settantacinque anni per la vita", scritto in occasione dell’anniversario caduto nel maggio scorso.

I 75 anni dell'ospedale Gaslini I 75 anni dell'ospedale Gaslini I 75 anni dell'ospedale Gaslini I 75 anni dell'ospedale Gaslini I 75 anni dell'ospedale Gaslini

COME NACQUE - Il 15 maggio 1938, l’allora capo del governo Benito Mussolini inaugurò il complesso ospedaliero (su un’area di oltre 73mila metri quadrati con 20 edifici), costruito su un terreno prospiciente il mare di Quarto non molto lontano dallo scoglio dal quale Garibaldi e i Mille salparono nel 1860 per la loro impresa. Ma chi era Gerolamo Gaslini e perché, ancora in vita, prese la decisione di devolvere tutti i propri averi a favore di un progetto così particolare e avveniristico? Gerolamo Gaslini nacque a Monza, il 3 luglio 1877. Suo padre era un piccolo imprenditore nel settore dell’olio. All’età di 17 anni, Gerolamo decise di andare a cercare fortuna in America. Quando arrivò a Genova per partire, non poté imbarcarsi e da allora la sua storia rimase legata a quella della città, salpando metaforicamente verso quell’avventura industriale che lo consacrò "re dell’olio" nel nostro Paese.

«Egli fu certamente una personalità singolare, un self made man come certamente molti altri imprenditori suoi contemporanei in Italia e altrove - spiega lo scrittore e giornalista Paolo Lingua nella premessa del libro -. Come gli altri dimostrò fantasia, creatività e spregiudicatezza. Fu eclettico e duttile nelle scelte e nei settori, anche molto differenti tra loro, nei quali si trovò a operare. In ciascuna attività portò la sua personalità singolare, un certo estro verrebbe da dire. Per cui singolarissima fu la sua creazione assistenziale e solidaristica, vale a dire l’Ospedale, che porta ancora oggi il nome della sua figlioletta scomparsa prematuramente, e la Fondazione».

LA TRAGEDIA - La vicenda dell’Istituto Gaslini prende le mosse proprio dalla tragedia che colpì la famiglia Gaslini nel 1917: la morte di Giannina (secondogenita di Gerolamo Gaslini e Lorenza Celotto), a soli undici anni, a causa di una peritonite che non era stata individuata né curata in tempo. Così almeno viene da dedurre, leggendo l’introduzione dell’atto costitutivo dell’Istituto, firmato il 10 febbraio 1931 assieme al podestà di Genova, al presidente della Provincia, al magnifico rettore dell’Università e al presidente degli Ospedali Civili. Fa scrivere l’imprenditore: «Gerolamo Gaslini... volendo compiere un atto d’amore verso la sua bambina morta - tale che ne avrebbe appagato lo

squisito sentimento di pietà e di generosità, se fosse stata viva -, ha deciso la creazione di un Istituto per la cura, difesa e assistenza dell’infanzia e della fanciullezza da intitolarsi al nome della sua Giannina, perché nei secoli rimangano perpetuamente congiunti e la memoria di Lei e l’opera perenne di bene che l’Istituto stesso dovrà irradiare. Il pensiero di quest’opera è sgorgato dal suo animo, nel ricordo dolente... Ed è stato ispirato da una necessità pratica, quella che esige la creazione di un Istituto organicamente compaginato dove i teneri virgulti della vita potessero trovare assistenza e difesa illuminate da tutte quante le risorse della scienza e dell’esperienza moderna».

AVANGUARDIA - L’industriale donò 55 milioni di lire di allora del patrimonio personale e il costo dell’ospedale al momento del decollo fu valutato in 64 milioni di lire. Ciò che più stupisce in Gaslini è la capacità di gettare lo sguardo nel futuro per quanto riguarda l’impostazione della struttura. «Una particolare commissione tecnico-sanitaria fu da me inviata in tutte le principali nazioni europee - scriverà - allo scopo di progettare e realizzare un istituto veramente moderno e razionale che potesse riassumere tutte le conquiste sia nel campo delle tecnica edilizia ospedaliera, sia in quello degli impianti e presidi sanitari». E così fu.

A partire dal modello scelto dall’architetto Angelo Crippa, una soluzione intermedia tra monoblocco e ospedale a padiglioni, allora diffuso. Tutte le camere di degenza sono esposte a Sud, Sud-Est per dare la massima luce solare. Gerolamo Gaslini volle la presenza dell’Università di Genova con le proprie cattedre di pediatria, per assicurare all’assistenza il supporto qualificato della ricerca, fin dall’inizio. Anticipando l’odierna medicina traslazionale, affermerà qualche anno più tardi: «Io non sono un uomo di scienza, ma mi rendo perfettamente conto che solo partendo dalla ricerca scientifica, opportunamente diretta, i medici che hanno cura dei bambini possono assolvere in piena coscienza il loro non facile compito». Non solo. Gaslini dimostrò modernità e lungimiranza riguardo ai concetti di tutela della salute e di uguaglianza di trattamento.

UGUAGLIANZA - «Per lui la salute equivaleva a una condizione di completo benessere fisico, psichico e sociale - racconta nel libro Antonio Infante, a partire dal 1985, e per 25 anni, alla guida dell’Istituto -. Il cittadino aveva diritto ad essere curato non solo per se stesso, ma anche per l’intera comunità...». Senza distinzioni. Gaslini aveva espressamente stabilito parità di trattamento tra bambini legittimi e illegittimi. Fino all’atto d’amore estremo: nel 1949 il senatore conferì alla neonata Fondazione un impero industriale, il cui valore è oggi stimato in svariate decine di miliardi, allo scopo di migliorare e perfezionare l’Istituto da lui creato. Una vita piena di luci e ombre, quella del fondatore, come testimonia un altro libro - il saggio "Rockefeller d’Italia",

Donzelli editore - commissionato allo storiografo Paride Rugafiori dalla Fondazione Gaslini, che però poi decise di non promuoverlo. Gaslini morì nel 1964. La sua opera resta. «Il Gaslini è stato ed è, e sarà sempre, qualcosa di più di un solido presidio ospedaliero, di un centro clinico, scientifico e assistenziale... - dice Vincenzo Lorenzelli, attuale presidente dell’Istituto -. Il primato del Gaslini nella pediatria in tutte le sue branche è soprattutto un principio morale, uno stimolo deontologico continuo, un impegno intellettuale ed etico».

RAI, esenzione dal pagamento per gli over 75 entro il 31 luglio

La Stampa


Come previsto dalle legge Finanziaria 2008, per i contribuenti che compiano i 75 anni prima della scadenza del pagamento della rata, annuale o semestrale, del canone RAI, c'è la possibilità di chiedere l’esenzione. I requisiti per godere del beneficio, al di là di quello anagrafico precedentemente segnalato, sono diversi: non convivere con persone titolari di reddito proprio, diverse dal coniuge; possedere, insieme al coniuge, un reddito complessivo non superiore a 6714 euro.

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Al fine della verifica del requisito reddituale, oltre ai redditi scaturenti dalla eventuale dichiarazione, devono essere presi in considerazione anche: i redditi soggetti ad imposta sostitutiva o ritenuta a titolo d’imposta, come ad esempio gli interessi sui depositi bancari e sui titoli di Stato; le retribuzioni percepite da enti e organismi internazionali, da rappresentanze diplomatiche o consolari e della Santa sede o altri enti della Chiesa Cattolica; i redditi esteri non tassati in Italia.

Non rientrano invece nel conteggio i seguenti redditi: quelli esenti, come ad esempio le pensioni di guerra, di invalidità o le rendite Inail; i trattamenti di fine rapporto di lavoro e le relative anticipazioni; il reddito dell’abitazione principale e delle relative pertinenze; i redditi soggetti a tassazione separata.

I contribuenti che rispettino tali requisiti, per ottenere il beneficio in oggetto, devono compilare un apposito modello di dichiarazione sostitutiva, ed inviarlo con raccomandata all'Agenzia delle Entrate, Ufficio Torino 1, Sat, Sportello abbonamenti Tv. In alternativa, il modello cartaceo debitamente compilato, può essere consegnato a uno degli uffici territoriali dell’Amministrazione finanziaria.


http://fiscopiu.it/news/esenzione-dal-pagamento-gli-over-75-entro-il-31-luglio

Ha corso più forte della malattia «Vinco anche se non arrivo primo»

Corriere della sera

Il ritorno alle gare di Mario Scapini dopo un linfoma e la chemioterapia


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«Questa gara me la ricorderò più di qualsiasi altra vittoria. Da oggi si volta pagina e ricomincia la seconda parte della mia carriera agonistica. Forse in gara ero più attento a gustarmi tutte le persone che facevano il tifo che non a correre». In una società dove tanti giovani si arrendono al primo ostacolo Mario Scapini, 24 anni, milanese di piazzale Lotto, è davvero un esempio da prendere a modello.

IL PALMARÈS - Campione europeo juniores sui 1500 metri, dieci titoli nazionali in bacheca nelle varie categorie, tre primati giovanili su varie distanze, l'anno scorso stava inseguendo il sogno di una maglia azzurra sugli 800 metri ai giochi olimpici di Londra. Era già sulla buona strada avendo realizzato con 1'46"95 al Golden Gala di Roma di fine maggio il proprio primato personale sulla distanza.

LA MALATTIA - Nel giugno successivo ecco però apparire dei dolori sempre più forti alla schiena e allo stomaco. Mario prova a rallentare gli allenamenti, ma i dolori non spariscono. Così deve rinunciare a gareggiare ai campionati europei di Helsinki, poi la situazione precipita e a fine luglio è costretto a farsi ricoverare all'ospedale San Raffaele per un controllo visto che le fitte maligne aumentano di intensità. Dopo gli accertamenti arriva finalmente la diagnosi che è davvero terribile: linfoma maligno alle pareti dello stomaco.

LA BATTAGLIA - Dopo il naturale sconforto iniziale, Mario reagisce da campione al ciclo di 12 durissime chemioterapie. Perde una quindicina di chili, tutto il tono muscolare, fa fatica persino a camminare. Lui che quando è in forma riesce a correre gli 800 e i 1500 metri a oltre 25 chilometri all'ora. A fine agosto è dimesso dall'ospedale, i successivi riscontri sono positivi, il peso torna ad aumentare. A fine anno Rodolfo Tavana, il medico del Milan che lo ha seguito fin dall'inizio dell'attività agonistica, gli dà il via libera per ricominciare con estrema cautela gli allenamenti. La strada è lunghissima, ma Mario con la razionalità che lo contraddistingue, non perde un colpo. Così come negli studi visto che il 23 aprile scorso consegue la laurea in ingegneria.

DI NUOVO IN PISTA - Intanto i tempi di allenamento migliorano poco alla volta, il peso risale a quello ottimale, la voglia di tornare in gara si fa sempre più forte. A fine giugno anche l'ultimo step, l'idoneità agonistica, è superato. Così Mario, dopo un anno esatto di inferno, decide subito di tornare in pista. La gara prescelta sono gli 800 metri inseriti nella riunione del Trofeo Volpi in programma giovedì sera a Cernusco sul Naviglio. A bordo pista naturalmente c'erano tantissime persone a fare il tifo per lui, soprattutto quelli che gli sono stati più vicini durante la malattia: da papà Giovanni, ingegnere, a mamma Flora, avvocato, dalla fidanzata Diletta al suo coach Gianni Ghidini, al suo amico del cuore Matteo, oltre ai dirigenti del suo club (il Cus Pro Patria Milano) e tanti altri atleti e appassionati di atletica che hanno vissuto con angoscia la sua terribile malattia.

Il neo ingegnere è sceso in campo alle 20.30 gareggiando nella seconda serie: è rimasto a centro gruppo fino agli ultimi 100 metri, poi ha provato a uscire per piazzare il suo solito rush , ma le gambe a quel punto non potevano essere reattive come qualche anno fa. Il tempo finale di 1'54''62 gli vale il quinto posto: è distante anni luce dal suo personale di 1'46''95. Ma ieri notte nella fresca serata di Cernusco questo è stato davvero l'ultimo pensiero di Mario.

Pensare il disabile adulto

La Stampa

rosalba miceli


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Per un soggetto con sindrome di Down, portare a spasso il cane, in una grande città - è un segno di forte autonomia, una sfida, una scommessa. Basta poco - una indecisione mentre attraversa la strada - per finire sotto un autobus in corsa - o mostrarsi insicuro - per essere avvicinato da sconosciuti, a volte male intenzionati, ed essere deriso, o diventare il bersaglio di giochi crudeli, o correre il rischio di essere derubato di qualsiasi cosa, del portafoglio, delle chiavi di casa, perfino del cane. Tuttavia Mario, un giovane Down accetta la scommessa e ogni giorno esce con il suo cane al guinzaglio, desideroso di andare incontro alla vita. Il giovane cammina barcollando leggermente mentre il cane tira dritto, sa benissimo dove andare, conosce a memoria la strada fino al giardino pubblico più vicino.

Matteo è un ragazzo Down di 22 anni. Frequenta ancora le scuole superiori. È rimasto figlio unico da quando il fratello è scomparso in un incidente stradale. Da allora la madre ha riversato su di lui un amore esclusivo ed iperprotettivo. Matteo a scuola ha una autonomia di movimento pari a quella dei suoi compagni di classe, ama la compagnia, scherza e ride con i professori e i compagni, è sensibile al fascino femminile e si innamora facilmente, anche di donne più grandi di lui.

Quest’anno ha seguito a scuola un programma di attività assistite dagli animali volto a sostenere l’autonomia delle persone con disabilità. Matteo ha familiarizzato subito con Eva, il cane di razza golden che era al centro delle attività: le accarezzava il mantello con delicatezza ed Eva ricambiava il piacere offrendosi a quelle carezze con totale fiducia. Pur capace di orientamento e di autonomia comportamentale, Matteo non esce mai da solo per strada - la madre lo accompagna ovunque - tuttavia potrebbe uscire per brevi tragitti accompagnato da un cane, se solo la madre riuscisse a vincere le proprie paure.

Giulia, una ragazza di 19 anni con un leggero ritardo cognitivo, dall’aspetto fragile e minuto - ad un primo sguardo sembra una delicata e graziosa bambina, anche se vestita e truccata in modo sbarazzino - esce da sola, di giorno, per andare a prendere la sorellina a scuola. La mamma le affida anche altri compiti da ragazza grande, come fare la spesa, badare alla sorelle più piccole, stirare, cucinare. Giulia ha conseguito quest’anno la maturità classica, e si prepara a seguire dei corsi professionali post diploma, probabilmente un corso di assistente all’infanzia.

“Ho già delle competenze, ho fatto esperienza con le mie sorelle e i miei cuginetti - dice Giulia, alquanto serena sul suo futuro - voglio rendermi autonoma economicamente, voglio mantenermi da sola”. Durante gli anni di liceo la ragazza ha frequentato a scuola diversi laboratori (cucina, artigianale-artistico, musicale, scientifico, informatico, sportivo), partecipando a feste, gite, gare e spettacoli, brillando sempre per entusiasmo e voglia di fare, facendosi amare da tutti, acquisendo autostima e senso di autoefficacia.

Ha anche usufruito di una borsa lavoro, e prima del termine degli studi ha seguito un tirocinio in un supermercato (sistemava la merce negli scaffali) vicino al luogo dove abita, in modo da essere autonoma anche nello spostamento verso la sede lavorativa. Non si arrende Giulia, non resterà chiusa in casa a fare la donnina di casa. Forse riuscirà anche a crearsi una famiglia propria, ad amare e a farsi amare in modo maturo e consapevole.

Anche Giusi Spagnolo, palermitana affetta da sindrome di Down, ha deciso di andare incontro alla vita. Il 21 marzo 2011, Giornata mondiale sulla Sindrome di Down, si è laureata in Beni demoetnoantropologici alla facoltà di Lettere dell’Università di Palermo, presentando una tesi sul ruolo del gioco nell’apprendimento. Giusi ha sempre cercato di evitare che etichette e definizioni le piombassero addosso come un macigno. «Io non sono Down, sono Giusi, Giusi Spagnolo», ripete sin da piccola a parenti ed amici.

Una affermazione di identità che rifiuta la marginalità e si apre alla costruzione di un progetto di vita. A Giusi aver conseguito la laurea a 26 anni non basta: «Mi piace lavorare con i bambini - racconta - spero di poterlo fare sul serio». È talora possibile al soggetto che vive una fragilità o una disabilità intellettiva non totalmente invalidante, organizzarsi attorno ai propri limiti per superarli, sviluppando un percorso di «resilienza» dovuto anche, ma non solo, alle sue caratteristiche personali. Si tratta di un percorso non semplice poiché i pregiudizi e gli stereotipi culturali e sociali hanno per un tempo lunghissimo rinviato alla persona in situazione di disabilità un’immagine negativa che - come

sostiene Enrico Montobbio, esperto della relazione d’aiuto nel contesto della disabilità - l’hanno fatta sentire un soggetto in costante terapia e dunque necessitante di assistenza. La Pedagogia Speciale è in parte riuscita a scardinare tale concezione e a dimostrare che, se la persona è supportata da una rete di sostegno diffusa, se la fragilità non è vista come limite, mancanza o problema in quanto tale (modello medico della malattia da curare e modello pedagogico “antico” del bambino da educare) non vi sono limiti alle possibilità di emancipazione e realizzazione personale.

Il compito di coloro che accompagnano lo sviluppo di un soggetto con disabilità è eminentemente quello di favorire l’emergere di una soggettività autentica e dunque di far assumere alla persona interessata da disabilità capacità di autodeterminazione e orientamento nelle proprie scelte di vita. 
Ma come sostenere l’emergere dell’identità della persona fragile? Lo sviluppo dell’identità è strettamente legato all’esperienza del riconoscimento, all’essere percepito e rispettato nella propria unicità. Il rispetto e il sostegno alla dignità della persona, in special modo della persona con fragilità, comporta in primo luogo il riconoscimento del suo sé e del suo bisogno di percepirsi capace di rispondere ad alcuni bisogni fondamentali.

“La creazione di un sé adulto rappresenta il presupposto indispensabile per poter vivere, relazionarsi e percepirsi come adulto, nella maggior misura possibile - scrive Silvia Maggiolini, ricercatore presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel saggio Pedagogia speciale oltre la scuola (a cura di Antonello Mura, Edizioni Franco Angeli, 2011) -. Si tratta tuttavia di un processo che non si sviluppa in un solo istante del ciclo vitale, quando si conclude l’iter scolastico e diviene necessario, come spesso accade, fare i conti sul destino del

ragazzo, sul possibile inserimento lavorativo, quando le dinamiche dello sviluppo affettivo e sessuale richiedono la risoluzione di molte problematiche emergenti, oppure quando i genitori iniziano ad avvertire il proprio naturale declino, ed il venir meno della salute e della forza rende inevitabile il confronto con il presente ed il futuro della persona disabile. È evidente, invece, che il percorso deve iniziare sin dalle fasi di vita precedenti, dalla più giovane età del soggetto, sia in famiglia, sia, soprattutto, all’interno delle istituzioni deputate alla sua formazione, e chiamate a sostenerlo nella costruzione di una realistica immagine di sé, e nell’apprendimento graduale delle capacità necessarie per poter agire, il più possibile, da soli”.

Il punto di partenza è voler immaginare persone con disabilità come capaci anche di assumere un ruolo e un lavoro, di partecipare alla vita della collettività, di sentire di farne parte; a partire da qui si potranno sperimentare percorsi, trovando risorse nuove e insospettate.

La fertilità smarrita dei maschi occidentali Un rebus per la scienza

Corriere della sera

Un terzo di spermatozoi in meno in 17 anni. Sotto accusa saune, cibi grassi e fumo (anche della madre in gravidanza)
È la crisi degli spermatozoi, come la chiamano gli esperti. Secondo un recente studio francese, negli ultimi 17 anni la conta delle cellule riproduttive maschili, nei trentacinquenni, è calata del 32,2%.


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La stessa tendenza si registra anche in Italia: una ricerca del 2011, condotta a Padova su 2.000 persone, metà diciottenni e metà quarantenni, ha evidenziato, nei più giovani, una diminuzione del 25% del numero degli spermatozoi rispetto agli adulti. Questi dati allarmano gli specialisti che a Londra, all'ultimo congresso della Società europea della Riproduzione, hanno dedicato all'argomento un'intera giornata. Le loro preoccupazioni nascono dal fatto che il numero di spermatozoi condiziona la fertilità: normalmente un uomo produce circa 60 milioni di spermatozoi per millilitro di sperma e, perché sia considerato fertile, ne bastano anche 40 milioni. Al di sotto di questa quantità, invece, e soprattutto sotto i 20 milioni, le sue capacità riproduttive si riducono di molto. Uno studio, condotto nel Nord Europa da ricercatori dell'Università di Edimburgo, ha mostrato che un giovane su cinque ha un numero di spermatozoi così basso da interferire con le sue capacità di avere figli.

Le cause principali del calo di fertilità maschile (19/07/2013)
Non tutti, però, credono alla crisi degli spermatozoi. Secondo alcuni, infatti, la conta spermatica non è semplice perché è difficile selezionare gli uomini rappresentativi dell'intera popolazione e perché il numero degli spermatozoi varia a seconda della stagione, della durata dell'astinenza prima del test e della temperatura dello scroto. Sta di fatto, comunque, che oggi, nel 50% delle coppie che non riescono ad avere figli, è l'uomo ad avere problemi: una situazione che costringe spesso a ricorrere alle tecniche di procreazione assistita. Ma da che cosa dipenderebbe questo deficit di cellule riproduttive maschili? I fattori ipotizzati (ma ancora tutti da indagare in maniera approfondita) sono diversi e cominciano ad agire già prima della nascita.

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LE CAUSE - Per esempio il fumo della madre in gravidanza ha un effetto negativo. Ancora: dal momento che il numero di spermatozoi dipende anche dalle dimensioni dei testicoli, i bambini che nascono prematuri o che sono sottopeso o sovrappeso durante l'infanzia, hanno una maggiore probabilità di produrre meno spermatozoi. Poi ci sono i composti chimici: pesticidi, ftalati (sostanze contenute nelle plastiche) e inquinanti che si comportano da «interferenti endocrini»: agiscono cioè sul sistema ormonale alterandone il funzionamento e, di conseguenza, hanno effetti sulla produzione di sperma. E il calore: acqua troppo calda e sauna sembrano favorire l'infertilità maschile. Infine, le cattive abitudini. Il fumo di marijuana, oltre che quello di tabacco, danneggia gli spermatozoi come anche la sedentarietà o una dieta ricca di grassi.

Per fortuna alcune di queste situazioni sono reversibili e, anche per la fertilità, dieta corretta e attività fisica possono essere ottime medicine. Uno studio pubblicato sul British Journal of Sport Medicine ha appena dimostrato che gli uomini che guardano troppa Tv hanno la metà, o quasi, degli spermatozoi di chi, invece, pratica un'attività sportiva.

Ecco perchè i fumatori continuano a fumare

Corriere della sera

Chi fuma ha un problema di autocontrollo e non ha necessariamente una maggior propensione al rischio

CatturaMILANO – Nei pacchetti di sigarette svettano scritte intimidatorie e terrorizzanti, spesso accompagnate, a seconda dei Paesi, da immagini raccapriccianti che, se non bastassero le parole, illustrano con la crudeltà visuale i danni del fumo su tutti i possibili fronti. Solo negli Stati Uniti la sigaretta si porta sulla coscienza 443 mila morti ogni anno (circa il 18 per cento del totale dei decessi), ma quasi un americano adulto su cinque persiste imperterrito nel vizio e nelle altre nazioni la situazione è analoga. Nonostante tanti ormai abbiano detto addio alla bionda c’è ancora una pletora di fumatori che non smette, a dispetto di qualsiasi ragionevole spiegazione, e non lo fa certo per ignoranza, perché anzi, normalmente i fumatori sono ancor più informati sui devastanti effetti della sigaretta rispetto a chi è estraneo a questo vizio.

Ma allora come si spiega questa perseveranza diabolica? Lo illustrano in uno studio pubblicato su PlosOne i ricercatori Eyal Ert e Eldad Yechiam, della Hebrew University of Jerusalem e del Technion-Israel Institute of Technology, rigettando la tesi diffusa secondo la quale i fumatori avrebbero una maggior attrazione verso i pericoli. In sostanza chi fuma, nonostante i dati allarmanti sui danni delle sigarette, non ha necessariamente una propensione maggiore al rischio e tanto meno è disinformato, ma semplicemente ha una lacuna in termini di autocontrollo e un difetto che rischia di costargli caro: l’impazienza.

IL PROBLEMA NON E’ LA PROPENSIONE AL RISCHIO – Spesso si è cercato di spiegare questa dipendenza in termini di maggior propensione al rischio, ma secondo gli studiosi l’ipotesi è semplicistica. Certo va ammesso che spesso chi fuma è anche più restio a indossare la cintura di sicurezza, esponendosi maggiormente al rischio di incidenti stradali, o a utilizzare il preservativo, esponendosi a rapporti a rischio. Inoltre tra le fumatrici mediamente la tendenza ai controlli medici, come la mammografia, è inferiore. Ma sarebbe banale sostenere che i fumatori amano il pericolo o che si vogliono meno bene. Piuttosto, secondo la tesi sostenuta dagli scienziati israeliani, chi fuma ha un problema di controllo e non sa mettere del tempo tra sé stesso e la soddisfazione di un bisogno.

COME DECIDONO I FUMATORI – Ma perché i fumatori ancora fumano, dopo questo bombardamento di studi, pubblicità progresso, dichiarazioni, articoli, proibizioni? Se lo chiede anche un articolo del New York Times che cita lo studio israeliano, spiegando molto bene la vera lacuna del tipico addicted da bionda. Gli scienziati israeliani hanno dimostrato su un campione di cento volontari misti, tra fumatori e non fumatori, che il problema della dipendenza da sigaretta sta soprattutto nell’impazienza e nello scarso auto-controllo, inteso come incapacità di procrastinare una gratificazione.

Per convalidare la loro ipotesi Ert e Yechiam si sono serviti dell'Iowa gambling task, un test psicologico basato sul gioco d'azzardo molto utilizzato per l’osservazione dei meccanismi decisionali della mente umana nella vita reale. Ideato da Antoine Bechara è stato usato in diversi esperimenti finalizzati a misurare e monitorare la capacità di scelta carente in pazienti che avevano riportato lesioni pre-frontali ventromediali e della corteccia orbito-frontale, che notoriamente compromettono l’abilità di rievocare le emozioni relative a eventi passati, rendendo di fatto incapaci le persone ad apprendere dalle esperienze precedenti e guidandole a prendere scelte in modo del tutto casuale.

In una prima versione classica dell’Iowa gambling task non è emersa alcuna rilevante differenza tra il gruppo di fumatori e il gruppo di non fumatori. Nell’esperimento israeliano il test tradizionale è stato quindi modificato, creandone una versione finalizzata a testare la ricerca della soddisfazione immediata, che ha invece evidenziato come la resistenza alla frustrazione e all’attesa sia nel fumatore molto compromessa.

Chi fuma insomma è incapace di aspettare: questo è il vero problema. E anche in altri settori chi ha una dipendenza dalla sigaretta tende a mostrare la propria inabilità a procrastinare un piacere. Per esempio i fumatori utilizzano meno il preservativo non per incoscienza, ma semplicemente perché durante il rapporto sono meno propensi dei colleghi non fumatori a «perdere» tempo. L’intuizione israeliana potrebbe essere preziosa nel collaudare campagne di comunicazione più adeguate e cucite apposta sul vero vizio del fumatore, quello di non saper aspettare.

29 luglio 2013 | 16:22

Microsoft «scivola» su Surface Pesano i cattivi risultati del tablet

Corriere della sera

Rallentamento delle vendite nel settore pc. E lo stock di tablet rimasto invenduto ammonta a 900 milioni di dollari

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Trimestrale inferiore alle attese per Microsoft. Il colosso tecnologico di Redmond ha chiuso il quarto trimestre dell'esercizio fiscale 2013 con un giro d'affari in calo del 10% a 19,9 miliardi di dollari, deludendo le attese degli analisti interpellati da Bloomberg pari a 20,72 miliardi. A penalizzare il gigante dei software è stato un taglio ai prezzi dei tablet Surface RT che ha pesato sui conti del gruppo per 900 milioni di dollari. Inferiori alle aspettative di Wall Street, ma in crescita, le vendite della divisione Windows e di quella server rispettivamente a 4,4 miliardi (stime Bloomberg a 4,77 miliardi) e 5,5 miliardi (stime Bloomberg a 5,65 miliardi). Quanto ai profitti Microsoft ha archiviato il trimestre concluso il 30 giugno con utili di 4,97 miliardi rispetto alle perdite da 492 milioni registrate nel corrispondente periodo del 2012.

IL RALLENTAMENTO DEL MERCATO DEI PC - In termini di utili per azione, il risultato è passato a 59 centesimi da un rosso di 6 centesimi ad azione. Al netto di voci straordinarie il dato si è fermato a quota 52 centesimi. Il mercato contava su un dato a 75 centesimi per azione. Sulla debole performance del titolo pesa anche il rallentamento del mercato dei personal computer.

BENE LE FORNITURE ALLE IMPRESE - Le buone notizie per la casa di Redmond arrivano invece dal settore della fornitura alle imprese, che ha fatto registrare un balzo delle vendite del 14% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, raggiungendo quota 7,2 miliardi di dollari. Il risultato negativo segue l'annuncio, arrivato la settimana scorsa, di un piano di ristrutturazione voluto dall'amministratore delegato Steve Ballmer che prevede di puntare tutto sui servizi e i dispositivi mobili. In attesa dei conti, arrivati dopo la chiusura di Wall Street, il titolo ha ceduto lo 0,84% a 35,44 dollari per azione. Nell'after-hours è stato punito arrivando a perdere quasi il 7% a 33,09 dollari per azione circa.

DELUDE ANCHE GOOGLE - Ma a Mountain View non va meglio. Google da aprile a giugno di quest'anno ha fatto registrare un aumento delle entrate del 20%, a 14,11 miliardi di dollari, contro il 22% dei due trimestri precedenti. I ricavi sono ammontati a 11,1 miliardi di dollari (9,56 dollari ad azione), contro gli 11, 4 miliardi previsti dagli analisti, vale a dire 10,78 dollari per azione. Si tratta di dati che riaccendono le preoccupazioni più volte sollevate in casa Google, quelle sull'impatto che lo sviluppo dei dispositivi mobili - smartphone e tablet - ha sui prezzi della pubblicità online. Il risultato è che negli scambi after-hours il titolo del gruppo è crollato del 5%.

IN CALO ANCHE LA TELEFONIA - Intanto ieri Nokia ha annunciato di avere registrato nel secondo trimestre del 2013 un giro d'affari di 5,7 miliardi di euro, in calo del 24% rispetto ai 7,54 miliardi di un anno fa, mentre le vendite della divisione Devices & Services hanno mostrato un calo del 32% a 2,72 miliardi di euro. La perdita netta del gruppo finlandese della telefonia si è attestata a 227 milioni di euro, un dato che si raffronta con il risultato negativo di 1,4 miliardi di un anno fa. L'utile operativo rettificato è stato invece pari a 303 milioni di euro. Il mercato si attendeva un rosso di 258,8 milioni e ricavi per 6,27 miliardi. Male anche Vodafone che ha chiuso il suo primo trimestre fiscale con ricavi in calo del 3,5% a 10,2 miliardi di sterline.

La multinazionale con sede nel Regno Unito ha riferito di soffrire nei Paesi del sud dell'Europa. Vodafone Italia chiude per esempio il trimestre con ricavi da servizi pari a 1.558 milioni di euro, registrando un calo organico del 9,9% al netto dell’impatto della riduzione delle tariffe di terminazione mobile (-17,6% includendo l’impatto delle terminazioni). «Il trimestre - spiega la società in un comunicato - è stato particolarmente influenzato dal difficile contesto macroeconomico che continua a determinare una minore propensione ai consumi (non a caso crescono in modo significativo i ricavi da pacchetti integrati: +81,5% grazie alle offerte commerciali), dalla forte pressione competitiva, nonché dall’impatto degli interventi regolatori».

19 luglio 2013 | 11:11