mercoledì 31 luglio 2013

Ruba il telefonino, ma non disattiva l'upload foto. E si ritrova protagonista di un Tumblr

Corriere della sera

La «vendetta» della ragazza derubata. Online le foto del ladro, per ora ancora ignaro

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Sbatti il ladro in prima pagina, di Tumblr però. Hafid è un perfetto sconosciuto. Sappiamo che viene da Dubai e che ama scattare foto con lo smartphone, una cosa che facciamo tutti anche se, nel suo caso, il telefono non è il suo. L'ha rubato a una ragazza che ha preferito rimanere anonima ma ha aperto un Tumblr, «Life of a stranger who stole my phone», (La vita dello sconosciuto che mi ha rubato il telefono) in cui pubblica tutte le foto del manigoldo.

LA PRIMA FOTO - Ma facciamo un passo indietro. «Cinque ore dopo che io e i miei amici eravamo sbarcati a Ibiza, ci siamo trovati irrimediabilmente ubriachi e nudi nel mare», racconta il primo post, intitolato «La scena del crimine», «Abbiamo messo la nostra roba su una sdraio a dieci metri di distanza e quando sono tornata alla sdraio per sbarazzarmi delle mie mutande, ho notato che c'era qualcuno disteso sotto la sedia che non si muoveva e non reagiva». La ragazza pensava fosse un suo amico così ubriaco da non potersi muovere e invece era Hafid che rubava tutti gli averi della blogger e dei suoi amici: «Denaro, borse, smartphone, passaporti, i regali di compleanno di Janas» e, incredibile ma vero, le mutande di un altro suo amico.

MERITO DI DROPBOX - Perché sappiamo tutto ciò? Semplice, il ladruncolo ha dimenticato di disattivare l'upload automatico delle foto su Dropbox, servizio di storage online che salva automaticamente le immagini in cloud permettendo così al proprietario dell'account di accedervi da qualsiasi dispositivo. Così a Natale, ben quattro mesi dopo la scorribanda a Ibiza, la blogger si accorge che quindici nuove foto sono state caricate su Dropbox e, il 28 luglio, decide di metterle in Rete per vendicarsi del manigoldo.

 Il «diario» del ladro di iPhone Il «diario» del ladro di iPhone Il «diario» del ladro di iPhone Il «diario» del ladro di iPhone Il «diario» del ladro di iPhone

LA STORIA DI HAFID - Con un colpo non proprio degno di Sherlock Holmes, la ragazza scopre anche il nome del ladro, anzi, è proprio Hafid a rivelarsi contattandola su Facebook. Tra il serio e il faceto in questi giorni la blogger continua a pubblicare foto del ladro creando anche delle piccole storie. «Salam a tutti», scrive sotto a una serie di immagini che presentano Hafid nel suo squallido appartamento, «questo è MTV Cribs con Hafid da Dubai», scherza paragonandolo al programma della tv musicale che mostra le case dei vip. «Hafid vive in un delizioso appartamento con due camere da letto insieme ai suoi migliori amici Ali e Abdulla. Per finanziare questo luogo mozzafiato lavorano come sarti e rubano smartphone da ragazzine ubriache sulle spiagge di Ibiza. L'esclusivo design degli interni, tutti autoprodotti, è ispirato a diverse discariche di rifiuti spaziali di tutto il mondo. Hafid e i suoi amici credono nella protezione dell'ambiente, per questo risparmiano l'acqua e altre risorse non pulendo né prendendo alcuna misura igienica».

SERIE A PUNTATE - Di post in post, scopriamo che Hafid e soci hanno cercato di contattare le amiche della derubata, che amano farsi ritrarre vicino ad automobili sportive e vanno spesso al mare. L'ultima pubblicazione risale a poche ore fa e sembra che il ladruncolo sia ancora ignaro dello scherzo riservatogli. La Rete nel frattempo attende la prossima, avvincente, puntata de «La vita dello sconosciuto che mi ha rubato il telefono», una fiction più strampalata de «L'Ispettore Gadget».


31 luglio 2013 | 19:38

Miracle Village», il paese in mezzo al verde dove uno su due è stupratore o esibizionista

Corriere della sera

Metà degli abitanti ha commesso un reato sessuale: «10-20 nuove richieste ogni settimana»

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Visto dal satellite, «Miracle Village» è un rettangolino circondato dai campi di canna da zucchero. Un ritaglio in mezzo al verde fatto di una manciata di strade, su cui si affacciano in modo ordinato piccole case bianche munite di giardinetto, con tanto di bandiera a stelle e strisce che sventola al sole caldo del sud della Florida. Palme e prati all'inglese. Un'oasi di tranquillità dove vivono appena 200 persone. C'è solo una donna. Ma la particolarità di questo posto è un'altra. Metà degli abitanti - uno su due - ha commesso un reato sessuale: stupratori, esibizionisti o colpevoli di crimini legati alla pornografia minorile. C'è chi ha fatto sesso con minorenni e chi ha molestato i suoi figli. Insegnanti, religiosi, allenatori sportivi. Ventenni o padri di famiglia. Dopo il carcere, hanno tutti trovato una casa (e un rifugio) a «Miracle Village».

SICUREZZA - Non si sono trovati qui per caso. Secondo le leggi della Florida, chi ha commesso crimini di questo tipo non può vivere a meno di 300 metri da zone «sensibili»: scuole, asili, giardini pubblici o parchi giochi. In alcune zone dello stato il divieto arriva quasi a un chilometro e comprende anche piscine, fermate dell'autobus e biblioteche. Anche per questo spesso per loro riuscire a trovare una casa dove vivere era difficile. «Miracle Village» ha aperto loro le porte. Per molti era impossibile, dove avere scontato la pena in galera, trovare un altro luogo dove vivere. È nata (anche) da qui l'idea di una città fatta apposta per loro, un progetto realizzato nel 2009 dal reverendo Dick Witherow, dell'ong «Matthew 25: Ministries». Ha funzionato. «Ogni settimana 10-20 potenziali nuovi residenti chiedono di trasferirsi qui», ha spiegato alla Bbc Jerry Youmans, coordinatore della comunità, anche lui colpevole di reati sessuali. «Ma non accettiamo drogati, violenti o pedofili», avverte. «Il nostro obiettivo è quello di proteggere chi vive qui e chi ci viveva prima del nostro arrivo».

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POPOLAZIONE LOCALE - Ma avere come vicini di casa (solo) stupratori o esibizionisti a volte può non essere piacevole. «Per me non è un "miracolo", lo sarà per questi criminali», ha commentato la signora Kathy, residente in questa zona e lei stessa vittima di uno stupro quando era ancora una ragazzina. «È più che altro un incubo». Non la pensa così Edgar Walford, che vive nel «paese dei miracoli» da più di dieci anni: «È una zona molto tranquilla», ha detto. «Qui mi sono fatto degli amici». «All'inizio i residenti hanno protestato», ha ricordato Colin Walkes, sindaco della vicina Pahokee. «Eravamo preoccupati per i nostri figli. Ma si tratta di problemi ormai risolti superati: viviamo in un Paese che riesce a dare una seconda possibilità a chi ha commesso degli errori. E finché verrà garantita la sicurezza non ci saranno problemi». Ed è proprio questo il compito dell'agente Courtney Minton, dell'unità speciale di Palm Springs dedicata ai crimini sessuali. Ogni settimana controlla i residenti di «Miracle Village», verifica gli indirizzi e monitora le persone.


31 luglio 2013 | 15:47

Arriva il seggiolino “intelligente” sa dialogare via smartphone

La Stampa

Rivoluzione nella tecnologia dei sedili per bambini capaci di mandare segnali



CatturaRivoluzione nella tecnologia dei sedili per bambini con l’arrivo di un innovativo sistema di monitoraggio. Il sistema dell’americana Tomy International, riferisce il comunicato del costruttore, permette a genitori e babysitter di essere avvisati da un allarme visivo e sonoro, inviato dal sedile `intelligente´ al monitor dello smartphone, se il bambino effettua spostamenti pericolosi o abbandona la posizione di sicurezza sul seggiolino.

Secondo uno studio di KidsAndCars.org, migliaia di neonati e bambini sono vittime ogni anno di incidenti fatali o feriti all’interno delle automobili, a causa di un seggiolino installato male o perché il bambino non è trattenuto in modo corretto nella posizione di sicurezza, mentre il veicolo è in movimento. Un’altra grave causa di decesso è dovuta ai colpi di calore, causa principale delle morti e di molte altre gravi malattie che colpiscono i bambini lasciati in auto. Nel solo 2012 i casi di bambini morti perché lasciati in auto sono stati 33. Fino ad ora, purtroppo, genitori e babysitter sono stati solo in parte messi a conoscenza delle situazioni che mettono i bambini in pericolo di vita. 

Il sistema si attiva collegando la centralina `iAlert´ del seggiolino Tomy allo smartphone, mediante un App dedicato, disponibile sia per sistemi operativi dell’iPhone che per quelli Android. Utilizzando il proprio telefonino come uno strumento di precisione, il genitore può anche controllare se il seggiolino è bene installato, e con il corretto grado di inclinazione. Una volta a bordo il seggiolino diventa `intelligente´, ovvero connesso, e capace di allertare il genitore o la babysitter inviando segnali al suo smartphone in determinate condizioni.

Uno dei casi è quando il bambino riesce a muoversi dal sedile con l’auto in movimento, creando, così, una situazione di pericolo. Ma anche se il bambino rimane a bordo, quando il genitore si allontana dall’auto, o se il seggiolino non è ben fissato e diventa pericolosamente instabile. Oltre a queste segnalazioni, scatta l’allarme se nella zona dell’abitacolo in cui si trova il bambino la temperatura sale o scende oltre i livelli di sicurezza. Il sistema può anche essere configurato per inviare messaggi di testo ad altri membri della famiglia o agli operatori sanitari in caso di una situazione di grave pericolo.

In pensione a 50 anni In Friuli l’ultima privilegiata della Casta

La Stampa

L’ex presidente Guerra: “Io rovinata dalla politica”

jacopo iacoboni
udine


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È l’ultima baby pensionata della casta, in pensione in Friuli a cinquant’anni con 3700 euro netti al mese; ma è anche molto altro, la storia di Alessandra Guerra, ex presidente della regione Friuli, ex leghista quando la Lega era alleatissima di Berlusconi, poi anti-leghista, poi passata nientemeno al Pd. Già solo per questo, la sua non è solo la storia di una pensione anticipata. I fatti sono che la Guerra da domani percepirà un assegno mensile di 4388 euro lordi per quindici anni di impegno attivo nelle istituzioni: entrata nel ’93 in consiglio regionale, ne è uscita nel maggio del 2008 . 

Nel ’94-95, all’alba del berlusco-leghismo, fu presidente del Friuli; ma è stata, in anni più recenti, vicepresidente di Tondo, molto stimata da Berlusconi, candidata contro Illy, per poi finire in rotta con la Lega, scrivere un libro feroce contro i leghisti, passare quindi al pd e sostenere Illy... «Sa come stanno davvero le cose? Io ho solo chiesto quello che mi spetta di diritto, l’anticipo di una pensione di 3700 euro netti, e sa che c’è? Mi spettano perché ho lavorato, ho studiato, sono laureata in scienze della conservazione, vengo da una famiglia benestante di imprenditori in cui avrei guadagnato molto di più... La verità è che pago il fatto di essere una donna libera, mi hanno abbandonata tutti, mi hanno mollata, ero bella, potevo tutto... ho fatto una serie di c... credendo alla politica, e la politica mi ha rovinato.

Stavo per fare un concorso per il quale solo in due avevamo i requisiti, e l’hanno annullato». Con chi ce l’ha la signora, con la Lega? «Macché Lega, no, è il sistema il mandante di questa campagna contro di me. Della Lega ho scritto già tutto, loro mi odiano ormai, ma non possono più nulla... Ho visto i leghisti entrare nei consigli di amministrazione e solo per me non c’era niente, ho raccontato anche prima degli scandali che i potenti di partiti mettevano le mani nelle camicette delle stagiste... che vergogna, che umiliazione... Ci ho scritto un libro... ma non sono i leghisti a farmela pagare, è un sistema, che è marcio e vuole far passare me per privilegiata, quando invece sono una vittima di questa politica».

Qui la Guerra scoppia a piangere. Sembra passato un secolo da quando, ancora nel 2003, Umberto Bossi la sceglieva personalmente come candidata presidente, e Berlusconi rinunciava a Tondo chiamandola «è la nostra lady di ferro». Il Senatur diceva «solo lei può fermare l’uomo del caffè (alias Illy), ci vuole una bella faccia, una persona popolare, non i soliti...». Apprezzamenti che divennero poi un rude «levatemela di torno». Perché andò nel Pd? «Sono stata sciocca, la gente mi sputava per strada, nel Pd ci sono andata a lavare i piatti in cucina alle sagre, non certo a prendere incarichi... pago perché sono scomoda, sono una persona libera e senza amici». E la Serracchiani? «Mi odia pure lei perché teme la mia popolarità».

Bonus assunzioni: disponibile on line il modulo di richiesta

La Stampa


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Con la Circolare del 24 luglio scorso, n. 111, l’INPS  ha fornito le indicazioni applicative degli incentivi all’assunzione previsti dall’art. 4, co. da 8 a 11, della L. 28 giugno 2012, n. 92, in favore di coloro che assumono le seguenti categorie di lavoratori: uomini o donne con almeno cinquant’anni di età e disoccupati da oltre 12 mesi; donne di qualsiasi età, residenti in aree svantaggiate e prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi; donne di qualsiasi età, con una professione o di un settore economico caratterizzati da un’accentuata disparità occupazionale di genere e prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi; donne di qualsiasi età, ovunque residenti e prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi.

Con il nuovo Messaggio n. 12212 del 29 luglio, l’Istituto di previdenza ha reso noto che, a decorrere da oggi 30 luglio 2013, all’interno del Cassetto previdenziale aziende ed aziende agricole del sito www.inps.it, è reso disponibile il modulo “92-2012” per la  comunicazione on line finalizzata alla fruizione dell’incentivo in parola. Il fac-simile del modello è infatti allegato al messaggio. Si ricorda, infine, che tale modulo “92-2012”, deve essere utilizzato anche per le assunzioni, proroghe e trasformazione a scopo di somministrazione.

Fonte:
http://fiscopiu.it/news/bonus-assunzioni-disponibile-line-il-modulo-di-richiesta

Parigi, la polizia giudiziaria trasloca: Maigret non abita più al "36"

Il Messaggero

PARIGI - Quai des Orfèvres 36, senza virgola e senza traduzione. Superflue per un indirizzo che è subito cinema, letteratura, storia, commissari Maigret, sigarette e porte che cigolano, vecchi tavoli di legno per interrogatori lunghi una notte, serial killer di fantasia o da ergastolo, romanzi gialli e titoli del tg delle venti. 


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Da cent'anni. Il primo agosto i locali della polizia giudiziaria e della criminale di Parigi, sul Lungosenna, all'ombra della torre a punta, tra Notre Dame e la Sainte Chapelle, compiono cento anni. Il primo e l'ultimo secolo, perché il “36” (il numero basta) traslocherà dal 2016 all'anonima rue du Bastion, più a nord, nel quartiere di Batignolles, in un edificio moderno, blindato, cablato. Una resa alle necessità della polizia del ventunesimo secolo. Per i commissari più anziani, per gli agenti della criminale, la “Crim”, per gli investigatori della giudiziaria, i “seigneurs”, per quelli che non hanno mai sentito nelle gambe il peso dei 148 gradini della scala circolare che porta agli uffici, è la fine di una storia, di un mondo. «È un posto a parte, chiunque ci abbia lavorato, ci sia passato, non potrebbe dire altro. È difficile pensare che tra qualche mese la giudiziaria non lavorerà più tra queste pareti» riassume un agente con più di dieci anni di servizio al 36.

FATALI PENSIERI Pareti sconosciute al grande pubblico, anche se tutti ci sono entrati almeno una volta, leggendo un Simenon, seguendo i placidi, fatali pensieri di Maigret, oppure davanti al classico Quai des Orfèvres di Clouzot del '47, o al più moderno e omonimo film dell'ex poliziotto Olivier Marchal del 2004, con Depardieu e Auteuil. Il “36” ha ispirato chiunque, Thomas Harris del «Silenzio degli Innocenti», che venne da visitatore anonimo, ma anche la regina mondiale del poliziesco Patricia Cornwell, che qualche anno fa chiese un incontro a quattr'occhi con la prima «patronne» della brigata criminale Martine Monteil, nel suo ufficio, lassù al secondo piano.

L’APERTURA Soltanto una volta, un anno e mezzo fa, in occasione delle giornate nazionali del patrimonio, i locali furono aperti al pubblico: un record di affluenza, i visitatori si sono ammassati a migliaia sul Lungosenna, preferendo il “36” all'Eliseo. «È un posto mitico, magico, leggendario, emblematico, fantasmagorico» dice tanto per non esagerare l'ex commissaria Danièle Thiéry. E il pensiero va subito a quei gradini, così poco moderni, poco adatti alle funzionarie incinte, agli agenti che accompagnano un fermato con le manette ai polsi, così vetusti, ma «così emozionanti, carichi di storia, saliti dai più grandi poliziotti e dai più grandi criminali».

«Qui al “36” c'è tutto - fa eco un altro signore dei luoghi, l'ex commissario Franck Hériot - c'è un clima, un'unità di luogo, di tempo, agenti di tutte le brigate capaci di mobilitarsi in un lampo». Che importa a questi agenti se quel cortile lastricato, presente in centinaia di film e telefilm, è troppo angusto, se i parcheggi scarseggiano, se non è abbastanza sorvegliato, se l'impianto elettrico non rispetta le norme, se le finestre tra un piano e l'altro sono troppo grandi. Quella al quarto piano è ancora protetta da una rete sbrindellata: da lì si buttò Richard Durn durante il suo interrogatorio sul massacro del consiglio municipale di Nanterre del 2002. Storie e leggende si mescolano.

BARBABLÙ Su una parete campeggia la foto di Simenon davanti al “36”, in un ufficio c'è Jean-Paul Belmondo con tutti gli agenti della Crim. Da quel cortile partirono gli agenti dopo gli attentati di Carlos, dopo la bomba della rue Copernic, dopo il sequestro del barone Empain, lì fu interrogato Henry Landru, il serial killer delle vedove soprannominato Barbablù, condannato al patibolo il 25 febbraio 1922, qui fu smascherato Guy George, l'assassino dei quartieri est di Parigi, il 26 marzo 1998. Casi grossi e piccoli, come quelli raccontati dal mitico Pasquini, “barbetta”, un'aria inevitabile da Lino Ventura, bonario ma instancabile ex commissario del Crim per tredici anni e autore di un libro di memorie da poliziotto appena pubblicato. «La Crim e la giudiziaria sono un'atmosfera, è la scuola dell'umiltà e del lavoro di squadra, sono gli anni più belli della mia vita» racconta.

NUOVO INIZIO Ora tutto ricomincerà nell'edificio nuovo di zecca di otto anni alla rue de Bastion. Gli irriducibili si sono arresi alla modernità ma hanno chiesto un'ultima, piccola, simbolica concessione, almeno sul numero civico. Che resti il “36”.



Martedì 30 Luglio 2013 - 16:08

Califano senza tomba da 4 mesi "Problemi burocratici con il Comune"

Il Mattino

ROMA


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Franco Califano è ancora senza tomba. A quattro mesi dalla morte, la salma dell'artista romano, che aveva espresso la volontà di essere seppellito ad Ardea, si trova ancora nel fornetto del cimitero, dove sarebbe dovuta rimanere solo qualche settimana. A quanto riporta la Repubblica, alla base del ritardo ci sarebbero state questioni burocratiche: il contratto tra la Tac (la società incaricata della gestione della sepoltura e del pagamento) e il Comune di Ardea «per realizzare la tomba privata, dal valore di 25mila euro - scrive il quotidiano -, è stato firmato solo una settimana fa. L'opera sarà pronta tra un mese e mezzo, forse non in tempo per celebrare il compleanno di Califano, che il 14 settembre avrebbe compiuto 75 anni».

«Ci sono stati dei problemi di soldi - sostiene il sindaco Luca Di Fiori - ho dovuto aspettare che la Tac incassasse i proventi di una polizza fideiussoria, stipulata dall'artista, prima di scrivere l'ordinanza di permesso». Il regolamento comunale infatti prevede che chi non è cittadino di Ardea non possa essere seppellito lì. L'ordinanza di deroga è stata emessa a metà giugno, quando il sindaco ha avuto le necessarie garanzie. Una versione però opposta a quella dell'avvocato del 'Califfo', Marco Marcacci. «La Tac aveva i soldi fin dal giorno del funerale - sostiene - Dunque l'ordinanza poteva essere fatta prima».

 
mercoledì 31 luglio 2013 - 09:49   Ultimo aggiornamento: 09:57

De Magistris, il giustizialista con la giunta piena di indagati

Carmine Spadafora - Mer, 31/07/2013 - 08:40

La triste fine di Giggino, che da pm metteva sotto torchio i politici e ora a Napoli deve difendere i suoi (tanti) assessori finiti nel mirino delle toghe


Napoli - Gli ultimi due (la settimana scorsa) a finire sul «taccuino» dei pm (iscrizione nel registro degli indagati) sono stati il potente vicesindaco, Tommaso Sodano, uomo forte della giunta capeggiata da Luigi de Magistris e l'assessora, senza deleghe (ha rimesso quella allo Sport), Pina Tommasielli, l'unica reduce - con il rifondaiolo Sodano - della prima giunta di Giggino.


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Tutti gli altri arancioni della prima ora, una dozzina, fatti fuori o dimessisi non senza polemiche. Anzi, in qualche caso, con molti strali inviati all'ex pm d'assalto. Tommaso e Pina non sono gli unici due esponenti della giunta orange ad essere finiti in due distinti fascicoli aperti dalla Procura di Napoli. Ce ne sono altri. Il senatore Pdl Augusto Minzolini, già direttore del Tg1, lo ha rilevato e twittato. «Comune di Napoli in giunta 10 indagati su 12. Il metodo de Magistris applicato a de Magistris. Chi di spada ferisce di spada perisce». Come dire: faceva il giustizialista, chiedeva la testa di ogni politico indagato, ne ha fatto un cavallo di battaglia in campagna elettorale e ora che fa?

Giggino resta al suo posto. Non solo. Qualche osservatore fa notare: perché la Tommasielli ha rimesso la delega allo Sport (ma che farà a Palazzo San Giacomo se non ha incarichi?), mentre Sodano - indagato per alcune consulenze sospette - è restato al suo posto, con tutte le sue belle deleghe, come se niente fosse accaduto? Il partito del vicesindaco invoca sempre le dimissioni degli indagati degli altri partiti, ma quando a esserne colpito è uno dei suoi, fa finta di nulla. Per la sua twittata, datata 29 luglio, Minzolini si è preso un bel po' di insulti e commenti acidi: «Sono indagati, non rinviati a giudizio». Difatti l'ex direttore del Tg1 lo ha precisato: «Ci sono degli indagati in giunta». Non ha parlato di imputati.

Vale la pena ricordare che la giunta capeggiata da Giggino in appena due anni e due mesi di governo della città, è stata finora oggetto di ben cinque indagini: Coppa America, strade «scassate», pista ciclabile, le 7 multe della Tommasielli, recapitate a familiari ma, sembra, secondo la Procura, cancellate con un colpo di spugna e l'indagine per abuso d'ufficio su Sodano per un incarico concesso alla sua amica Cristina Roscia per un progetto da 50mila euro nell'ambito della campagna «Bollino blu». Giggino l'Immacolato, che da magistrato e da europarlamentare chiedeva un passo indietro a tutti i pubblici amministratori coinvolti in inchieste e incitava gli ex colleghi magistrati a colpire duramente i presunti fedigrafi è sotto inchiesta per la Coppa America e le buche. E poi c'è il suo capo di Gabinetto, l'ex colonnello Attilio Auricchio indagato per la Coppa America.

De Magistris non ha mai traballato, non è mai stato sfiorato dall'idea di rimettere il suo mandato. Il fratello di Giggino, Claudio, che senza deleghe lavora gratis a favore della giunta, è finito nel mirino della Procura per la vicenda legata alla Coppa America. Pochi benefici per la città, molto lavoro per i pm, alle prese con una indagine che vede coinvolti una mezza dozzina di potenti di Napoli, tra cui, il presidente dell'Unione industriali e il presidente della Camera di commercio, Maurizio Maddaloni. E poi, c'è l'ex assessora alla Mobilità, Anna Donati, oggi consulente dell'amministrazione arancione. Insomma, Tommasielli e Donati, due quote rosa per le quali è stato adottato il sistema dei due pesi e delle due misure. I maschietti, sindaco e vice sindaco, pure indagati, sono rimasti al loro posto.

E, intanto, Affaritaliani.it rivela che per pochi minuti sull'account Twitter di de Magistris, è comparso un tweet con le percentuali dei suoi follower suddivisi per nazionalità, ricerca basata su uno studio effettuato sul sito Twocation.com. Singolarmente è emerso che i follower italiani sarebbero solo il 57%. Dunque, poiché de Magistris non è un leader politico mondiale, sorge spontanea la domanda: da dove salterebbero fuori circa 80mila follower da Europa, Nord America e resto del mondo? Si tratta infatti di una percentuale di follower provenienti da paesi stranieri superiore anche a quella di Barack Obama. Il tweet dopo pochi istanti è stato rimosso. Alimentando ulteriori dubbi.

carminespadafora@gmail.com

Su Wikipedia il gorilla diventa “Kyenge”

La Stampa



Mentre non si fermano gli attacchi «continui e reiterati da parte della Lega Nord» al ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, come lei stessa ha definito questa mattina, un nuovo fatto alza ancor di più i toni di una vicenda dai tratti inquietanti. Come segnalato da un nostro lettore, ormai dal 24 luglio su Wikipedia alla voce “gorilla” la didascalia sotto una foto recita “Kyenge”. Sei giorni e nessuna correzione. Solamente ieri la deputata del Pd Giulia Narduolo aveva denunciato sul Web la foto di un post in cui l’assessore alla sicurezza di Montagnana e consigliere provinciale, Andrea Draghi, paragonava l’esponente del governo ad un gorilla, copiando lo slogan di una pubblicità televisiva.

Il leghista Buonanno: Sel lobby di sodomiti. I vendoliani lasciano l'Aula

Il Messaggero


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ROMA - I deputati di Sel hanno abbandonato l'Aula della Camera in segno di protesta per le parole di Gianluca Buonanno (Lega), che in Aula ha accusato Sel di rappresentare la «lobby dei sodomiti».

La protesta. «Usciremo da quest'Aula tutte le volte che Buonanno utilizzerà espressioni ingiuriose che offendono non solo gli omosessuali, ma il Parlamento e le Istituzioni. Non rientreremo - ha spiegato Erasmo Palazzolo, di Sel - in quest'Aula fino a quando Buonanno non sarà formalmente censurato dalla presidenza». Alla critica di Sel su Buonanno si è associato il Pd con Ettore Rosato che ha definito «indecente» l'atteggiamento dell'esponente del Carroccio, e Adriano Zaccagnini (Misto) secondo il quale è «indegno di stare in quest'Aula»: parole per le quali la Lega con Massimiliano Fedriga ha duramente reagito. Il vicepresidente Luigi Di Maio ha fatto presente di aver già richiamato Buonanno e che, se ci saranno i presupposti, espellerà chi utilizzerà un linguaggio ingiurioso.

Buonanno: dico quello che penso. «Se i deputati di Sel rientrano in Aula sono contento, e se qualcuno si è sentito offeso me ne scuso», ha poi detto Buonanno. «Io dico quello che penso, faccio valutazioni politiche, io sono stato votato dalla gente e non da Facebook. Non voglio offendere nessuno; mi esprimo in modo rude, ma sono solo un ragioniere...». Sel ha continuato a chiedere la censura ufficiale di Buonanno, ma la presidenza ha invitato ad andare avanti, chiedendo ai deputati di Sel di rientrare in aula. «Bloccherò qualsiasi ingiuria verso Sel», ha assicurato Luigi di Maio, mentre il socialista Marco Di Lello ha sbottato: «Usque tandem Buonanno abutere patientia nostra?». Dopo una breve sospensione, i deputati di Sel sono rientrati in Aula e sono riprese le votazioni sul dl ecobonus.


Martedì 30 Luglio 2013 - 16:54
Ultimo aggiornamento: 16:55

Strage Monteforte, insulti razzisti su Fb «Nessun italiano tra i morti»

Corriere del Mezzogiorno

Pubblicato dal gruppo «Average italian guy»


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NAPOLI - Le tragedie purtroppo attirano gli idioti. Come fu con gli sciacalli di New Orleans e L'Aquila. O con le scritte spray su «1, 100, 1000 Nassirya». Anche per il disastro del viadotto di Monteforte i senza cervello hanno timbrato il cartellino. «Precipita pullman vicino Avellino: 40 morti tra cui nessun italiano» è la frase postata su Facebook dal gruppo Average italian guy (tradotto: italiano medio), che come foto di presentazione del profilo piazza un frame de La vita è bella: il bimbo protagonista accanto al cartello «Vietato l'ingresso agli ebrei e ai cani». Inequivocabile.

QUASI 600 «MI PIACE» - Un gratuito rigurgito razzista sulla terribile strage dell'A16 che ha pure ottenuto quasi 600 «mi piace» e al quale ha subito replicato una ragazza irpina, sempre su Facebook: «Un giorno se mai dovesse colpirti un brutto male (che non ti sto augurando) o dovesse colpire uno dei tuoi cari parenti mangiawrustel del nord ...o se un camion carico di farina dovesse mai scontrarsi con una cisterna d' acqua pietrificandovi come le merde che siete...beh, spero che per coerenza farai umorismo anche su quello. Contattami per favore così sarò la prima a mettere i like».

Sugli italiani medi c'ha visto bene Maccio Capatonda in una celebre parodia (guarda).

Redazione online30 luglio 2013

Addio ad Aldo Piacenza custode del “segreto brutto” di Levi

La Stampa

Aveva 91 anni. Avvocato, era stato nel ’43 il comandante partigiano del futuro scrittore
piero bianucci


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A 92 anni si è spento Aldo Piacenza, il capo partigiano di Primo Levi. Entrambi, con uno sparuto drappello di compagni e compagne, furono arrestati dai fascisti di Salò all’alba del 13 dicembre 1943 sulle montagne valdostane che sovrastano Saint Vincent, e lì si separarono i loro destini: Primo Levi, chimico e non ancora scrittore, avviato verso il lager di Auschwitz; lui, 22 anni, non ancora avvocato ma già reduce dalla campagna di Russia, imprigionato nella Torre del Balivo di Aosta, interrogato, forzato a fingere collaborazione, poi di nuovo clandestino e di nuovo partigiano, uno di quelli che liberarono Cuneo nell’aprile 1945.

Di Aldo Piacenza si è parlato molto nelle scorse settimane dopo la pubblicazione di Partigia, libro in cui lo storico Sergio Luzzatto ha ricostruito vicende e personaggi della banda di Primo Levi. Luci e ombre, perché poco prima dell’arresto si colloca l’episodio che nel Sistema periodico Levi definirà «segreto brutto»: l’uccisione di due giovani che si erano uniti all’attigua banda di Brusson ma potevano essere sospettati di comportamenti sconvenienti e forse ambigui. Su questa ferita non ancora rimarginata, si è accesa una polemica storico-letteraria con Alberto Cavaglion, e ancora una volta Piacenza è stato costretto a frugare in ricordi ormai sempre più appannati.

Fino all’ultimo sorridente, cordiale, dotato di una ironia gentile, Piacenza dopo la giovanile esperienza militare e partigiana, si dedicò per cinquant’anni alla sua professione di avvocato, ma la sorte l’ha portato ad abitare nello stesso stabile di Bianca Guidetti Serra, destinataria del biglietto con il quale Levi annunciava alla famiglia la deportazione ad Auschwitz insieme con Vanda Maestro e Luciana Nissim. 

Dietro la banda partigiana di Brusson c’era una regia che risaliva a Camillo Reynaud, Aurelio Peccei e alla cerchia di Olivetti: troppo lontana per farsi percepire. Della lotta per la libertà Piacenza dava una versione di basso profilo. Insisteva sull’improvvisazione e sulla inadeguatezza di uomini e mezzi. Lo stesso atteggiamento riduttivo di Primo Levi. Non eroi ma ragazzi sorpresi nel guado tra incoscienza e utopia. 

Dimenticato in una cella per quattro giorni Studente risarcito con 4 milioni di dollari

Corriere della sera

L'incubo di Daniel Chong, 25 anni: senza acqua, cibo e bagno in una stanza senza finestre. Il governo Usa ora paga i danni

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«Resisti ragazzo, ti veniamo a prendere tra un minuto». Queste sono state le ultime parole sentite da Daniel Chong, studente di ingegneria di 23 anni, prima di precipitare in un incubo. Di minuti però ne sono dovuti passare ben cinquemilasettecentosessanta: quattro lunghissimi giorni. Era l'aprile del 2012 quando Daniel è stato dimenticato dagli agenti di San Diego in una cella di 1 metro e mezzo per tre senza finestre e bagni, senza cibo e acqua. Da solo con la sua disperazione e le allucinazioni. Per sopravvivere ha bevuto la sua urina. Quando finalmente lo hanno liberato è stato ricoverato per disidratazione, insufficienza renale, crampi ed esofago perforato. In quattro giorni aveva perso quasi 7 chili. Per questo adesso Daniel ha raggiunto un accordo con il governo degli Stati Uniti e ha ottenuto un risarcimento di 4,1 milioni di dollari: un milione per ogni giorno di inferno, quasi 700 dollari per ognuno di quei lunghissimi minuti.

COSA ERA SUCCESSO - L'incubo di Daniel Chong è iniziato ad aprile dell'anno scorso quando è stato arrestato in un'operazione della Dea (Drug Enforcement Administration, l'agenzia federale antidroga statunitense). Il ragazzo si trovava a casa di un amico quando ci fu l'irruzione degli agenti. In casa vennero trovate 18 mila pasticche di ecstasy, altri tipi di droga e armi. Chong era lì per fare uso di marijuana. Insieme a lui vennero prese in custodia altre otto persone ma subito dopo l'interrogatorio le autorità decisero di far decadere le accuse contro di lui. Fu allora che l'agente Iredale gli disse di resistere, e che sarebbero tornati a prenderlo «fra un minuto».

L'ULTIMO MESSAGGIO INCISO SUL BRACCIO - Daniel ha raccontato di aver iniziato ad avere allucinazioni al terzo giorno di isolamento completo, senza acqua, cibo, un bagno. Ammanettato in una cella senza finestre, lontano da tutti. Prima ha provato inutilmente a raggiungere la valvola dell'impianto antincendio a spruzzo: ha fatto una «torre» impilando una coperta, i suoi pantaloni e le scarpe sopra una panca, ma la valvola era troppo in alto. È stato così che ha iniziato a bere la sua urina. Intanto perdeva ogni minuto di più la sua sanità mentale. Credeva, vittima di allucinazioni, che gli agenti volessero avvelenarlo con dei gas attraverso le prese d'aria. Quando la disperazione ha preso il sopravvento, Chong ha come «accettato» il fatto che sarebbe davvero morto in quella stanzetta. E ha pensato di incidersi sulla carne del braccio un messaggio per la mamma: «Sorry mom» (mi dispiace, mamma). Per farlo ha rotto gli occhiali e ha usato il vetro delle lenti per tagliarsi. È riuscito a finire solo la «S».

LA FINE DELL'INCUBO - «Tutto quello che desideravo era mantenermi lucido, preservare la mia sanità mentale - ha raccontato in aula Daniel -. Quello che mi stava succedendo non aveva alcun senso». Poi l'ultima prova disperata: ha fatto scivolare un laccio di scarpa sotto la porta e ha urlato con tutta la forza rimasta nei suoi polmoni. E finalmente qualcuno l'ha sentito: quando hanno aperto la porta il ragazzo era ricoperto dalle sue feci. Già all'epoca dei fatti la Dea ha fatto le sue pubbliche scuse per quanto accaduto. «È stato una specie di incidente - ha detto Daniel Chong - un incidente davvero, davvero brutto, orribile». Ora con il risarcimento ottenuto il ragazzo, che adesso ha 25 anni, vuole comprare una casa ai genitori e tenere del denaro da parte. Resta un mistero come sia potuta succedere una cosa del genere. Nessuno ha avuto una punizione disciplinare. Intanto la Dea ha introdotto norme di detenzione nazionali che comprendono l'obbligo di ispezioni giornaliere nelle celle e l'installazione di telecamere. Per evitare ad altri il calvario di Daniel Chong.

31 luglio 2013 | 6:06

Tariffe anti-crisi e stipendi garantiti Il pane anarchico stupisce la Francia

La Stampa

A Montreuil un gruppo di fornai ha dato vita a un esperimento “bio e autogestito”. Nel menù sandwich dedicati ai padri del socialismo. Boom di clienti

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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L’utopia ha il profumo del pane appena sfornato. Una specie di anarchia croccante, l’unica, forse, che abbia mai funzionato. Però va dato atto ai titolari del forno «bio e autogestito» di Montreuil, nella regione parigina, di essere coerenti. Fin dal nome del locale, «La conquête du pain», la conquista del pane, come da titolo di un saggio di Kropotkin (per dare un’occhiata virtuale, laconquetedupainmontreuil.wordpress.com).

E allora vai con i sandwich «Marx» (prosciutto bianco, emmental, pomodoro, cetriolo e insalata), «Bakunin» (tonno, piperade, erba cipollina) e perfino «Malatesta», inteso come Errico, l’«ardito del popolo» italiano (infatti gli ingredienti sono nostrani: prosciutto crudo, pomodoro, parmigiano, rucola). Un po’ più di appetito? Aspettando il riscatto del proletariato oppresso, toglietevelo con i menu «Comunardo» e «Rivoluzione russa».

Sembra uno scherzo ma non lo è. I fornai anarchici sono serissimi. Hanno acceso il forno nel 2010 e l’esperimento funziona. Fanno uno sconto (del 25% sulla baguette, del 10 sulle specialità) a chiunque dichiari di avere dei problemi finanziari. E la sera regalano il pane avanzato a chi lo chiede. Risultato: circa 350 clienti abituali, uno su dieci che beneficia della «tariffa di crisi» contro le malefatte della finanza. A disposizione dei clienti anche manifesti e pubblicazioni di propaganda, perché non di solo pane vive il vero rivoluzionario.

Coerenza, coerenza. Anche e soprattutto dall’altra parte del bancone. L’idea è quella di applicare i precetti anarchici all’impresa. Quindi tutti i lavoratori (sei più due apprendisti) ricevono lo stesso stipendio, attualmente fissato a 1.350 euro netti al mese. Sull’organizzazione del lavoro, invece, è più complicato. Perché, come ammettono i titolari al sito www.rue89.com che ha dedicato un’inchiesta all’esperimento, l’eguaglianza assoluta è difficile: «Bisogna ascoltare prima chi ha il savoir-faire». 
Insomma, non sarà la proprietà dei mezzi di produzione a fare la differenza (anche perché questi sono in affitto), ma chi sa usarli.

Le solite maledette competenze «borghesi», già disgraziatamente emerse, per esempio, durante la Rivoluzione russa, quando si scoprì che non tutti potevano fare i medici o gli ingegneri... Tuttavia loro insistono. L’idea è che, a rotazione, tutti facciano tutto, o almeno ci provino. In ogni caso, le decisioni vengono prese collettivamente e ogni quindici giorni un’assemblea collettiva fa il punto su quel che funziona e soprattutto su quel che non funziona. Del resto, anche l’integralismo biologico è difficile da rispettare: le farine sono certificate «bio», burro e uova no, perché costa troppo (la solita dittatura dei numeri capitalista...).

Resta il fascino un po’ rétro dell’esperienza. Tutti e otto i fornai arrivano da ambienti dell’ultragauche, anarchici, no global, verdi radicali, altermondialisti. Il logo della boulangerie raffigura il ragazzino che marcia accanto alla «Libertà che guida il popolo» di Delacroix mentre brandisce non una spada, ma una baguette. E poi il pane dà subito un’idea ottocentesca della lotta di classe, da Comune di Parigi o da cannonate di Bava Beccaris, quando davvero il problema era quello di mangiare a sufficienza (oggi, piuttosto, si direbbe quello di dimagrire). I media ne sono affascinati e infatti «La conquête du pain» è stata raccontata a ripetizione da giornali e televisioni. Per ora, funziona. L’anarchia non potrà mai governare il mondo; un forno, però, pare proprio di sì. 

Sergio Rizzo, l'anti-Casta con lo spreco in casa

Libero

La sorella della penna del Corriere è commissario prefettizio in Calabria: chiede tablet e scorta


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Un tablet con relativo abbonamento internet per tre anni. Poi 1.500 per gli straordinari dei vigili che le fanno da scorta. E ancora i rimborsi spesa: 1.179 euro solo per il suo soggiorno da maggio a giugno. Più, ovviamente, lo stipendio. Lo stesso che percepiva il sindaco: circa 2.500 euro lordi. Soverato, Catanzaro. È uno dei quasi quaranta comuni calabresi commissariati. Qui non c’entrano le infiltrazioni malavitose.

La giunta di centrodestra è andata gambe all’aria per motivi politici, con dieci consiglieri che si sono dimessi mandando a fondo il sindaco azzurro Leonardo Taverniti. E il prefetto, avendo il personale già impegnato altrove, ha chiesto una mano a Roma. Da dove hanno spedito un viceprefetto d’esperienza, già al timone di Coriano quando nel paesino vicino a Rimini si celebrarono i funerali di Marco Simoncelli. Parliamo della dottoressa Maria Virginia Rizzo, sorella del giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo e autore – con Gian Antonio Stella – del libro di successo «La Casta» contro gli sprechi della politica.

In questa città di quasi 10mila anime che si moltiplicano d’estate, le casse piangono. C’è una voragine che secondo i più ottimisti è di circa 12 milioni. I pessimisti ne contano quasi 40. E le spese del commissario fanno storcere la bocca a più d’uno, a partire dai giornali locali che denunciano la «scarsa comunicazione» della dottoressa Rizzo. Soveratiamo.com ha scritto dei 1.500 euro extra ai «vigili urbani, per provvedere al trasporto ed alla sicurezza del commissario prefettizio. La notizia segue di qualche settimana un’altra, pubblicata da Il Quotidiano della Calabria, secondo la quale tra i rimborsi spese del Commissario Maria Virginia Rizzo sarebbe presente anche un i-Pad, strumento “strategico” per l’espletamento delle mansioni di Commissario».

A dire la verità, non si tratta di un i-Pad ma di un tablet Samsung Galaxy Note 10.1 che costerà complessivamente 1.235,40 euro - Iva inclusa - da spalmare su un triennio. Anche se la dottoressa Rizzo resterà in città solo un annetto. È in carica da maggio ma non si è trasferita in Calabria: ci resta qualche giorno a settimana e poi torna a Roma. Rincara il giornale online, questa volta sulla scorta: «Un tecnico, quale sicuramente è il Commissario Prefettizio, dipendente del Ministero dell’Interno, considera “indispensabile” il servizio di trasporto e scorta della propria persona da e per Lamezia Terme. Le soluzioni alternative sarebbero tante, automobile a noleggio o mezzi pubblici per fare un esempio, ma servirebbe la sensibilità di non privare la città dell’unica pattuglia dei Vigili Urbani disponibile per farsi accompagnare».

Soverato è a una sessantina di chilometri dall’aeroporto di Lamezia. Il doppio, calcolando il tragitto tra andata e ritorno. Il commissario deve anche mangiare. Poi, ovviamente, ci sono gli alberghi. In paese sussurrano che la dottoressa Rizzo sia andata a Il Nocchiero, tre stelle vicino al municipio. L’ha cambiato quasi subito per Gli Ulivi, stessa categoria. Poi ecco il San Domenico, idem con patate. Quindi il salto a Villa Ersilia, 4 stelle superior. Ad agosto dovrebbe tornare al San Domenico, che vanta una deliziosa vista mare.

Tutte queste spese non sono a carico del Viminale ma del Municipio. Qualcuno accusa il commissario Rizzo d’aver fatto ritinteggiare anche alcuni uffici. La diretta interessata dà tutt’altra versione: «Il tablet non l’ho comprato per me, ovviamente resterà al Comune ed è uno strumento di lavoro». E nega di pesare sulle casse cittadine: «Con me risparmiano, perché anziché pagare il sindaco e tutta la giunta ci sono solo io. E sono attentissima alle spese. Grazie al commissario c’è un risparmio enorme». Soprattutto, fa notare, se si immagina che quando è atterrata per la prima volta il Comune aveva (ha) un buco grosso così. Spallucce sui politici: «Se non sopportano il commissario? Qualcuno vorrà riaccreditarsi davanti all’opinione pubblica».

di Matteo Pandini
twitter @EmmePan

Manning assolto per aver aiutato il nemico, ma colpevole di spionaggio

La Stampa

L’ex analista di intelligence accusato della più grande fuga di notizie “top secret” della storia americana

maurizio molinari
corrispondente da new york


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Bradley Manning è colpevole della maggiore fuga di notizie segrete governative della storia americana ma non ha aiutato il nemico e dunque evita l’ergastolo: è la sentenza della Corte marziale di Fort Meade nei confronti dell’ex ufficiale dell’intelligence reo confesso di aver consegnato nel 2010 a “Wikileaks” migliaia di telegrammi di Pentagono e Dipartimento di Stato. 

Manning, 25 anni, fu arrestato nel maggio del 2010 perché sospettato di essere la fonte della colossale fuga di notizie e le indagini seguenti hanno portato a formulare nei suoi confronti accuse che ha in gran parte ammesso, andando incontro ad una pena che sarà di almeno 20 anni di detenzione. Ma il giudice militare doveva pronunciarsi sulle accuse da lui non ammesse e in particolare sul reato di “aver aiutato il nemico” giustificato, secondo l’accusa, dal fatto che alcuni dei telegrammi resi pubblici da Wikileaks sono stati trovati ad Abbottabad, nel rifugio di Osama bin Laden.

Per sostenere questa tesi l’accusa ha fatto deporre alcuni dei Navy Seals che parteciparono al raid in Pakistan ma il giudice militare ha respinto tale imputazione non potendo escludere “oltre ogni ragionevole dubbio” la colpevolezza di Manning.

Divino» per Tripadvisor Ma il ristorante non esiste

Corriere della sera

Oscar’s, a Brixham, era l'invenzione di un imprenditore che voleva dimostrare com'è facile fingere autorevolezza in Rete

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I clienti si facevano lasciare dal taxi all’inizio di New Quary Lane, a Brixham, e si lanciavano alla ricerca di Oscar’s che, grazie alla suggestiva location (era costruito nello scafo di un peschereccio ormeggiato sulla banchina) e soprattutto alla strepitosa cucina, era diventato il ristorante del momento nel Devon, salendo fino al 29° posto nella classifica dei 64 locali più «in» della zona, con giudizi da parte di quei pochi fortunati che ci avevano mangiato che spaziavano da «semplicemente divino» a «perfetto» o addirittura «degno della stella Michelin».

RECENSIONI (FANTASMA) - Peccato però che questa meraviglia culinaria non sia mai esistita per davvero, ma sia stata inventata ad arte da un anonimo uomo d’affari, per dimostrare che le entusiastiche recensioni che spesso compaiono su Tripadvisor sono in realtà solo spazzatura, al pari dei bidoni (quelli sì veri) che occupavano il vicolo dove invece avrebbe dovuto esserci il locale galleggiante di Brixham aperto dall’1 maggio scorso, arredato sullo stile del famoso El Bulli in Spagna e gestito dai fantomatici Colette e Alfredo e dove erano gli stessi camerieri a tuffarsi in mare per pescare il pesce che voleva il cliente.

RIVALI - Spinto dalla disavventura capitata ad un amico albergatore, che aveva ricevuto una valanga di giudizi negativi che si sospettava arrivassero dal proprietario di un hotel rivale, e usando il nome – anch’esso tarocco – di Oscar Parrot, l’uomo aveva infatti creato il falso profilo di Oscar’s, completo di indirizzo mail per le prenotazioni. Dopo che le prime recensioni (inventate di sana pianta) erano state pubblicate sulla pagina del ristorante senza che Tripadvisor ne controllasse l’effettiva veridicità (confermando così i sospetti del finto Oscar sulla scarsa qualità dei controlli), si è così aperta la caccia al tavolo e anche se a tutti veniva risposto che il ristorante era pieno per i mesi a venire, questo non ha fermato qualche intraprendente dal presentarsi lo stesso in New Quary Lane per provare a cenare da Oscar’s, scoprendo così la fregatura. «Con una media di oltre 60 recensioni al minuto può capitare che qualcuna sfugga al nostro controllo – ha spiegato un portavoce di Tripadvisor al Daily Mail».

30 luglio 2013 | 16:11

Fante ottiene la pensione di guerra 71 anni dopo, ma è morto da 23

Corriere della sera

La sentenza della Corte dei Conti riconosce il danno causato da infezione virale presa in trincea, sul fronte africano

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Ottiene la pensione di guerra 71 anni dopo aver fatto la richiesta. «Malattia presa sul fronte, in trincea». Ma lui è già morto da 23 anni. Un fante italiano, sfigurato nella campagna di Libia durante la Seconda Guerra Mondiale e rimasto invalido per il resto della vita, ha finalmente raggiunto il diritto ad avere, appunto, la pensione di guerra grazie a una sentenza della Corte dei Conti della Toscana passata in giudicato in questi giorni. A ricevere gli arretrati saranno ora gli eredi che hanno portato avanti la causa.

SOLDATO TOSCANO - Alessandro Norcini, nato nel 1910 a Bibbiena (Arezzo) e morto nel 1989 a Scansano (Grosseto), fece ricorso nel 1969, avendo già fatto una prima richiesta addirittura nel 1942, in pieno conflitto, contro il rifiuto alla pensione di guerra avuto dallo Stato, che non riconobbe le patologie contratte in Libia come causa di servizio. Poi, per una serie di rinvii e contrattempi, fra cui anche una riorganizzazione della magistratura contabile, il ricorso è stato portato avanti dallo stesso ex fante e, dopo la sua morte, dal figlio, fino alla sentenza della Corte dei Conti diventata definitiva adesso.

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INFEZIONE VIRALE - «Sole, vento e sabbia mi hanno rovinato», scriveva l'ex fante Norcini, in una memoria presentata ai giudici. «La permanenza sul fronte libico - riferisce l'avvocato Giandomenico Daniele di Lecce che ha svolto un meticoloso lavoro storico, andando a recuperare documenti sanitari «dimenticati» negli archivi ospedalieri dalla fine della guerra - gli causò, probabilmente per un'infezione virale contratta nelle trincee, una paralisi facciale, lacrimazione continua e un'alterazione del "visus". Condizioni fisiche che peggiorarono -prosegue il legale - nettamente nei decenni successivi. Abbiamo dimostrato il nesso causale tra le condizioni di vita al fronte e le patologie di Norcini, anche in base a documenti degli ospedali militari di Bengasi e Firenze».

PRIMA VISITA NEL 1942 - In un referto dei medici militari italiani a Bengasi del febbraio 1942, si definiva il fante toscano idoneo a svolgere solo servizi sedentari. Norcini era stato inviato al fronte appena nel dicembre 1941 e nel breve tempo che ci rimase si ammalò. La Corte dei Conti, riconoscendo che le patologie del fante furono dovute alle privazioni e alle caratteristiche del fronte di guerra, ha quindi stabilito il diritto degli eredi del fante ad accedere «dal 1942 al trattamento pensionistico di guerra di VII^ categoria sino al decesso», «comprensivo di interessi e rivalutazione». Il conteggio esatto sarà fatto in sede di giudizio di ottemperanza. Ma potrebbero essere svariate centinaia di migliaia di euro che andranno ai familiari del fante.

Saccomani non dichiara il suo reddito

Libero

Il grande fratello fiscale non vale per il ministro dell'Economia: non fa chiarezza sul suo patrimonio, come chiede la legge. Rischia una multa di 10mila euro


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Due dati buttati giù in uno scarno appunto, quasi controvoglia. E fra questi nemmeno il più banale e obbligatorio da sempre: la dichiarazione dei redditi. Così il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, si è mostrato il ministro meno trasparente dell’esecutivo guidato da Enrico Letta. La sua breve schedina sulla «trasparenza della posizione patrimoniale e reddituale» pubblicata sul sito Internet del ministero palesemente vìola gli obblighi informativi imposti dal decreto legislativo n. 33 del 14 marzo scorso, e ora il ministro rischia una sanzione compresa fra 500 e 10 mila euro.

A venire meno agli obblighi di trasparenza a sorpresa è stato quindi proprio l’uomo che ha in mano le chiavi del grande fratello fiscale, la banca dati dove sono contenuti e incrociati tutti i dati fiscali e patrimoniali degli italiani. Saccomanni si è infatti limitato a comunicare agli italiani di avere la comproprietà di tre appartamenti e due box a Roma oltre allo 0,71% di «un appartamento condominiale» sempre nella capitale. Poi ha comunicato di essere intestatario di una Audi Q3 di 20 cavalli fiscali immatricolata nel 2012.

Trasparenza ridotta al lumicino sul proprio patrimonio finanziario: il ministro infatti spiega genericamente di avere «due conti di deposito titoli composti esclusivamente da titoli di Stato italiani e obbligazioni emessa da società partecipate dallo Stato». Saccomanni aggiunge ancora una informazione che poco o nulla rivela sulla sua condizione economica, spiegando che «per gli spostamenti di servizio si utilizzano voli di linea, servizi ferroviari o autovetture in dotazione al Ministero, salvo casi eccezionali in cui ciò non sia possibile».

Questo significa che ogni tanto, nei «casi eccezionali», il ministro dell’Economia usufruisce di voli di Stato. Zero informazioni - obbligatorie per legge - sulla situazione reddituale di Saccomanni, che non allega né la sua dichiarazione dei redditi 2012, né quella 2011, come hanno fatto tutti gli altri ministri dell’esecutivo.  Il titolare dell’Economia spiega solo di avere ricevuto dal 28 aprile al 19 luglio uno stipendio che su base annua lorda sarebbe stato di 195.255,20 euro e dal 20 luglio in poi, dopo un taglio previsto grazie a un emendamento a un decreto governativo, uno stipendio che su base annua sarà di 130.707,47 euro. Se gli italiani facessero la dichiarazione dei redditi con la stessa generica faciloneria di Saccomanni, le entrate dello Stato andrebbero in  tilt.

Non solo zero trasparenza dunque sui redditi 2012, ma anche zero trasparenza su quelli 2013, anno in cui per 3 mesi e 27 giorni il ministro dell’Economia ha ricevuto lo stipendio da direttore generale della Banca d’Italia, la pensione integrativa, forse anche quella ordinaria di via Nazionale. Poi per due mesi e 21 giorni- oltre agli emolumenti previdenziali- Saccomanni ha ricevuto una indennità equivalente a quella dei parlamentari e uno stipendio da ministro che solo per lui e i colleghi non parlamentari è stato erogato per sbaglio.Da nove giorni riceve solo un’indennità equivalente a quella parlamentare (un po’ più generosa, in realtà) e così accadrà fino a quando il governo resterà in piedi.

Saccomanni, che in violazione alla legge sulla trasparenza non ha comunicato alcun dato patrimoniale dei suoi familiari, né il rifiuto degli stessi a fornirlo, con il suo buco nero informativo non ha così contribuito a fare luce anche sui reali stipendi del direttorio della Banca d’Italia. Dal primo gennaio scorso il suo sarebbe dovuto essere di 450 mila euro l’anno, ma per tutto il 2012 l’importo lordo base sarebbe dovuto essere di 593.303 euro.

In quella somma era compresa la pensione integrativa percepita, e sul totale era stata operata una trattenuta volontaria del 10% perché tutto il direttorio aveva deciso autonomamente di tirare la cinghia in tempi di crisi del Paese. Non è chiaro però se vi fossero compresi anche trattamenti previdenziali a cui Saccomanni avrebbe avuto diritto, essendo entrato in Banca d’Italia nel lontano giugno 1967 e avendo l’età anagrafica da pensione.

di Franco Bechis
@FrancoBechis




Le dichiarazioni del governo Scopri quanto guadagnano i nostri ministri

Libero

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Dario Franceschini è il ministro che guadagna di più, Cécile Kyenge quella che prende di meno. Palazzo Chigi ha messo on line, sul proprio sito, le dichiarazioni dei redditi del premier Enrico Letta e di alcuni ministri.
"Si comunica che oggi, in ottemperanza dell’articolo 14 del d.lgs. n. 33 del 14 marzo 2013, sono stati pubblicati sul sito del governo tutti i dati della situazione patrimoniale del presidente del Consiglio Enrico Letta, del vice presidente e ministro dell’Interno Angelino Alfano, del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi e dei ministri senza portafoglio Enzo Moavero Milanesi (Affari europei), Graziano Delrio (Affari regionali e Autonomie), Carlo Trigilia, Dario Franceschini (Rapporti con il Parlamento e coordinamento attività di Governo), Gaetano Quagliariello (Riforme costituzionali), Cecile Kyenge (Integrazione) e Gianpiero D’Alia (Pubblica amministrazione e semplificazione)", fa sapere un comunicato. "Inoltre sono stati pubblicati i dati della situazione patrimoniale dei sSottosegretari alla Presidenza del Consiglio Giovanni Legnini (Editoria e Attuazione Programma), Sesa Amici, Sabrina De Camillis (Rapporti con il Parlamento e coordinamento attività Governo), Walter Ferrazza (Affari regionali e Autonomie), Micaela Biancofiore (Pubblica amministrazione e semplificazione), Gianfranco Miccichè (Pubblica amministrazione e semplificazione), Marco Minniti (Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica)".
Tra i redditi pubblicati, il più consistente è quello di Franceschini (che, oltre all’attività politica, svolge l'attività forense e quella di scrittore). Dichiara 228.448 euro. Seguono Enzo Moavero Milanesi (186.735) ed Enrico Letta con 125.252, poi Angelino Alfano (vicepremier, ministro dell'Interno, avvocato) con 106.618. Tra gli altri sono tutti sotto i 100.000 euro Delrio (98.848), Carlo Trigilia (98.036), Gaetano Quagliariello (70.377), Andrea Patroni Griffi (70.377) e Cecile Kyenge (38.538). Non compaiono ancora invece le buste paga dei ministri Cancellieri, Bonino, Mauro, Saccomanni, De Girolamo, Orlando, Giovannini, Carrozza e Bray. Per pubblicarli c'è tempo fino a domani sera.




Letta a piedi, Alfano in Panda, D'Alia in Smart, Moavero in Lancia, ecco il "garage" del governo.

Libero

I ministri, i sottosegretari e il premier dichiarano anche le loro auto. Il più "ricco" è Patroni Griffi: una Bmw 320, una Ford Fiesta Plus e una Toyota Yaris


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Li vediamo sempre in auto blu. Qualcuno per accaparrarsi qualche copertiva va a Montecitorio in bici. Qualcun altro invece sceglie la moto. Ma i politici di casa nostra, nella vita di tutti i giorni che auto tengono nel garage? Palazzo Chigi pubblica i redditi di alcuni ministri e di alcuni sottosegretari sul sito web del governo. Tra numeri e cifre si intravedono i "ministri al volante".

Letta a piedi - Il premier Enrico Letta dichiara di non possedere alcuna automobile. Non risulta nemmeno quella usata a fine aprile quando, dopo la chiamata di Napolitano, si era precipitato con la moglie al Quirinale per ricevere l'incarico da Napolitano a bordo di un Fiat Ulysse. La mossa che aveva suscitato curiosità era stata studiata da Letta per dare un messaggio anti-casta agli italiani. Ma in effetti, già Dagospia.com aveva riferito che l'auto in realtà era la macchina di servizio della moglie Gianna Fregonara, giornalista del Corriere della Sera. Dunque Letta resta a piedi. Se ha bisogno dell'auto prende quella della moglie, o del Corriere.

Alfano in Matiz - Ma a quanto pare ad avere il garage meno lussuoso è il vicepremier Angelino Alfano. Dichiara di avere una Daewoo Matiz del 1999, una Fiat Panda del 2005, e una Renault Twizy elettrica del 2012. Filo-nipponico è il ministro per le riforme costituzionali Gaetano Quagliariello che sotto casa parcheggia una Toyota Corolla. Altra storia invece per il ministro Moavero che preferisce l'italian style guidando una Lancia Delta. Il ministro D'Alia invece non vuole problemi per il parcheggio, così dichiara di avere una Smart. Infine il vero Ecclestone di palazzo Chigi è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio che dichiara una Bmw 320, una Ford Fiesta Plus e una Toyota Yaris.

 (I.S.)

Ha forte mal di testa per sei mesi: gli trovano un verme nel cervello

Il Mattino


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PECHINO - Da sei mesi soffriva di forti emicranie, convulsioni e svenimenti, poi la macabra scoperta. Wang Ming, 60enne cinese di Shangliu County, aveva un verme di 15 cm nel cervello. Per rimuoverlo sono state necessarie tre ore di operazione. Una volta tornato alla luce, il verme ha continuato a vivere senza alcun problema. I medici hanno incolpato un parassita per l'accaduto, probabilmente ingerito durante un pasto di rane crude. Neurocisticercosi è il nome del singolare problema, che sarebbe come dire un verme solitario al cervello. Un'infestazione parassitaria rara ma non raissima. Lavarsi le mani e non mangiare cibo crudo restano le prime precauzioni.

 
martedì 30 luglio 2013 - 15:33   Ultimo aggiornamento: 15:49

Georgia, la statua di Stalin torna al suo posto

Corriere della sera

Nella sua città natale, Gori: era stata rimossa, dopo mezzo secolo, per volontà del presidente Mikhail Saakashvili.

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Per più cinquant'anni aveva campeggiato nella piazza principale del paese, incurante dei giudizi della storia o di qualsivoglia cambiamento geopolitico: sì, la statua di Iosif Stalin era parte integrante del panorama di Gori, cittadina di medie dimensioni in Georgia a 75 chilometri dalla capitale Tbilisi, cittadina dove il dittatore sovietico nacque nel 1878.

CON UN BLITZ NOTTETEMPO - Una presenza rara nel resto dell'ex-Unione Sovietica, dove Stalin (e le sue rappresentazioni) erano finite in disgrazia già in pieno comunismo. Ma non infrequente in Georgia, dove la sua figura non aveva mai sofferto di damnatio memoriae, considerato invece patrimonio nazionale. Fino al 2010, quando Mikhail Saakashvili, il presidente di formazione e cultura americana, decise di rimuovere la statua, nell'ambito di una campagna in cu voleva eliminare dal Paese caucasico tutti i simboli che richiamavano l'Urss. Operazione che venne eseguita con un blitz nottetempo, per evitare polemiche e contestazioni. 

NESSUNA MOTIVAZIONE UFFICIALE- Ebbene, ora la statua ritornerà al suo posto: lo ha deciso il consiglio comunale di Gori, risoluzione avallata dal ministero della Cultura georgiano. Nessuna motivazione ufficiale sul ripensamento, anche se sa molto di vendetta nei confronti di Saakashvili, ancora presidente, ma avversato dall'attuale primo ministro, il milionario filo-russo Bidzina Ivanishvili. Il modello alto sei metri dominerà dunque di nuovo la piazza, proprio vicino al museo che sorge dove si trovava la casa natale di Stalin. Almeno fino al prossimo cambio della guardia a Tbilisi. 


Da Gori rimossa la statua di Stalin (25/06/2010)

30 luglio 2013 | 18:29

Love Boat, addio alla nave set della serie tv

La Stampa

Verrà demolita in Turchia
genova


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Love Boat addio. La nave passeggeri Pacific, nota ai più come Love Boat per aver ospitato a bordo le riprese della fortunata serie televisiva americana negli anni ’70 e ’80, sarà demolita. Dopo aver stazionato in abbandono nel porto di Genova in seguito al fallimento della compagnia crocieristica Quail Cruises che l’aveva acquistata per rimetterla a nuovo e offrire crociere nel Mediterraneo, la nave ha ripreso il mare per fare rotta verso la Turchia dove verrà smantellata. 

Secondo quanto scrive Milano Finanza, la nave è stata venduta a circa 2,2 milioni di euro. Giunta a Genova per effettuare lavori di restyling nell’autunno 2008, la Pacific dopo pochi mesi era finita sotto sequestro cautelativo del Tribunale di Genova per oltre 10 milioni di debiti non pagati. Nella lunga lista di creditori, scrive Mf, oltre al cantiere San Giorgio del Porto, c’erano anche la società greca Jgp Hellas, la Gennaro Officina Navale Genova, Wartsila Italia, Union Naval Marseille, Union Naval Barcelona, International Paint e Genirmi.

Ingroia, Csm: "Sì alla decadenza dall'ordine giudiziario"

Libero

Il plenum del Consiglio approva la decadenza del leader di Rivoluzione civile dall'ordine giudiziario: "Assente ingiustificato per più di 15 giorni ad Aosta"


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Giù la toga: Antonio Ingroia non è più un pm. La decisione è del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, che spoglia il leader di Rivoluzione civile del vestito più amato. Il Csm ha infatti approvato all'unanimità la delibera presentata dalla quarta commissione che prevede la decadenza dall'ordine giudiriziario del pm-prezzemolino. La sua colpa? Quella di "essere rimasto assente dall'ufficio ingiustificatamente per un periodo superiore ai quindici giorni". Il suo ufficio (teorico) era il Tribunale di Aosta, dove era stato assegnato dal 20 giugno scorso (era l'unica circoscrizione in cui non si era candidato alle elezioni politiche) ma dove però non si è mai presentato. 

Un futuro siculo - La grande fuga di Ingroia dalle caprette di Aosta, alla fine, gli è costata la toga. Il leader di Rivoluzione civile si era battuto spiegando che le sue competenze erano diverse, che voleva essere impegnato nella lotta alla mafia, e che la lotta alla mafia, da Aosta, non era possibile farla. Il trasferimento, però, era obbligato. Così, puntuale, è arrivata la più amara delle punizioni (per lui). Il futuro di Ingroia, ora, pare essere in Sicilia, dove lo vuole fortemente il governatore Rosario Crocetta. Prima ne avrebbe voluto fare lo "sceriffo delle tasse", mettendolo alla guida dell'ente di riscossione isolano. Le indiscrezioni degli ultimi giorni, invece, lo danno in quota per un posto nella "Sicilia e-Servizi": si dovrebbe occupare del processo di informatizzazione della Regione. Niente mafia. E niente toga.