martedì 6 agosto 2013

Quando il Pci ricattò il Colle: grazia all'ergastolano

Stefano Zurlo - Mar, 06/08/2013 - 07:38

Moranino era fuggito a Praga e rientrò in Italia dopo l'atto di clemenza di Saragat

La storia non si ripete, però ci sorprende e ci spiazza. La storia, se si rileggono certi passaggi, può scombussolare le fondamenta dei ragionamenti che si ripetono in questi giorni surriscaldati di mezza estate.


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Si dice che la grazia non può essere un quarto grado di giudizio e che il condannato non può riceverla se non ha cominciato ad espiare la pena. Si ammucchiano tanti concetti, tutti politically correct, poi t'imbatti nella vicenda tragica e drammatica di Francesco Moranino, il comandante «Gemisto», comunista doc, partigiano, deputato e tante altre cose ancora e sei costretto a rivedere quei giudizi affrettati.
Il caso Moranino è per certi aspetti ancora aperto come tante pagine controverse del nostro passato, ma alcuni elementi sono chiari. Il primo: nel 1955 il Parlamento concesse l'autorizzazione a procedere, la prima nel Dopoguerra, e Moranino fu condannato all'ergastolo per l'uccisione di cinque partigiani bianchi e di due delle loro mogli; il secondo: non rimase in Italia a scontare mestamente la condanna. No, fu aiutato dal Pci a scappare. Riparò a Praga e là attese gli eventi. Attenzione: Praga era la capitale di un paese nemico nell'Europa sull'orlo del conflitto degli anni Cinquanta e Sessanta.

Da Praga Moranino portò a casa due risultati clamorosi; prima, nel '58, il presidente Giovanni Gronchi commutò la sua pena: dal carcere a vita a 10 anni. Poi nel '65 il suo successore Giuseppe Saragat gli concesse la grazia. Sì, avete letto bene. Il presidente della Repubblica cancellò con un colpo di spugna la pena. Saragat non si preoccupò del fatto che la grazia potesse sconfessare l'opera della magistratura e suonare appunto come un quarto grado di giudizio. Anzi, il presidente non si fermò neppure quando il procuratore generale di Firenze, chiamato ad esprimersi, diede un parere negativo. La grazia fu firmata lo stesso, anche se Moranino era latitante, in fuga oltre la Cortina di ferro. E, insomma, la sorprendente conclusione poteva essere interpretata come una resa dello Stato ad una parte.

Per piantare la bandierina della grazia, Saragat scalò una parete di sesto grado, altro che la frode e l'evasione fiscale di cui si parla in questi giorni. Moranino naturalmente si proclamava innocente e poi tutto quel periodo storico convulso, la stagione della Resistenza e la sua coda nelle settimane successive al 25 aprile, era ed è oggetto di una grande disputa: le esecuzioni senza pietà dovevano essere coperte dallo scudo della Resistenza che tutto giustificava e assorbiva. La querelle, come è noto, si è trascinata nel tempo: il sangue dei vinti, come l'ha chiamato Giampaolo Pansa, non ha ancora trovato pace. Ma Saragat non si soffermò sulle conseguenze giuridiche di quell'atto e puntò dritto all'obiettivo della pacificazione.

La politica, con i suoi accordi sotterranei, vinse su tutto il resto, anche sull'indecenza di un atto che, pur se bilanciato da misure di clemenza verso i neri della Repubblica sociale, sconcertò molti italiani. L'ha spiegato molto bene Sergio Romano rispondendo ad un lettore dalla colonne del Corriere della sera: «Credo che Giuseppe Saragat abbia pagato un debito di riconoscenza al partito che aveva contribuito ad eleggerlo». Saragat era diventato capo dello Stato il 28 dicembre 1964, con il contributo determinante del Pci. La grazia arrivò a tamburo battente il 27 aprile 1965. Ci fu probabilmente un baratto: l'elezione in cambio della chiusura di quel capitolo orrendo. Moranino rientrò con comodo, nel '68, e il Pci non ebbe alcun imbarazzo a ricandidarlo e a farlo rieleggere. A Palazzo Madama. L'Italia usciva così definitivamente dal clima avvelenato della guerra, ma il prezzo pagato allo stato di diritto fu altissimo.

Genova, 4000 firme per rimuovere la statua in memoria di Carlo Giuliani

Corriere della sera

L'iniziativa del sindacato di polizia Coisp: «Inaccettabile la scelta di posizionare il blocco di granito in piazza Alimonda»

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Quasi 4.000 cittadini per chiedere la rimozione del monumento in memoria di Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso a Genova durante gli scontri con le forze dell'ordine al G8 del 2001. Sono quelle raccolte da una petizione promossa dal sindacato di polizia Coisp. La statua si trova a Genova, in piazza Alimonda. Quando vi è stata collocata, il 20 luglio scorso, il Coisp commentò: «Riteniamo inaccettabile la scelta di posizionare un blocco di granito con una targa in memoria di Carlo Giuliani, ucciso dal carabiniere Mario Placanica per legittima difesa, come ampiamente dimostrato in sede giudiziaria».

1RACCOLTA FIRME - Le firme, certificate e raccolte in tutta Italia attraverso i social network Facebook e Twitter, sono state inviate al sindaco Marco Doria e al presidente del consiglio comunale Giorgio Guerrello.




6 agosto 2013 | 8:26

Il pm e l'imputata: Esposito jr "graziato" per la cena con Minetti

Anna Maria Greco - Mar, 06/08/2013 - 07:34

Nessuna punizione per il figlio del giudice che ha condannato il Cav. Archiviazione annunciata quando il processo Mediaset è finito al padre

 

Roma - Nessuna ombra doveva pesare sulla prevista e definitiva condanna di Silvio Berlusconi nel processo per i diritti tv Mediaset. Ma c'era la storia di quel giovane e intraprendente magistrato, Ferdinando Esposito, a creare qualche problema per la cena con l'imputata Nicole Minetti.


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Fastidioso avercela ancora tra i piedi mentre proprio il padre, Antonio, doveva presiedere la sezione feriale della Cassazione che avrebbe sferrato il colpo finale della vicenda giudiziaria iniziata dieci anni prima.

Così, molto tempestivamente, si è provveduto a chiudere la faccenda. L'8 luglio viene fissata l'udienza del Cavaliere davanti alla Suprema corte per il 30 del mese e subito dopo, l'11 luglio, si fa sapere che il rampante pm di Milano non rischia nessuna azione disciplinare per la sua solo «inopportuna» cena al ristorante «Il Bolognese» del capoluogo meneghino con l'ex consigliera regionale che, all'epoca, doveva essere ancora giudicata nel processo Ruby bis, con Lele Mora ed Emilio Fede. Il procuratore generale, Gianfranco Ciani, dirama la notizia che sono state archiviate le accuse nate dalla segnalazione fatta a maggio del 2012 dal capo della procura di Milano, Edmondo Bruti Liberati.

Quell'incontro, per il titolare dell'azione disciplinare, è stato solo «occasionale» e non riguardava un caso giudiziario di competenza di Esposito. Dunque, fin dal 30 gennaio si è chiusa la preistruttoria, dopo che nove mesi prima lo stesso Csm, nella prima commissione, aveva deciso di non aprire la pratica per un'eventuale incompatibilità in attesa, appunto, della decisione sul versante disciplinare del procuratore generale della Cassazione.

Il bel Ferdinando, alto, palestrato ed elegante, quello che va in giro in Porsche e si è fatto per un po' irretire dal fascino pericoloso della sexy Nicole, non può con le sue leggerezze mettere nei guai il padre Antonio, che finirà nelle pagine dei libri di storia per aver guidato il collegio che ha relegato fuori dal campo politico il leader del Pdl.

Viene da una famiglia napoletana di magistrati, il giovane Esposito, che ha anche uno zio ancor più importante del genitore e cioè quel Vitaliano fino a pochi mesi fa Procuratore generale della Cassazione, proprio al posto di Ciani che l'ha tirato fuori dai guai in un battibaleno, facendo attenzione a divulgare la notizia prima della data fatidica della sentenza Mediaset.

Si è parlato molto della cena di Ferdinando con la Minetti nell'elegante ristorante milanese, commentata a Palazzo de' Marescialli con frizzi e lazzi dei consiglieri, tipo: «Beato lui!». Ma non si è più saputo nulla circa l'altro esposto al Csm per un episodio nella palestra milanese «Downtown» di piazza Diaz che, sembra, frequentavano sia il pm che la bella consigliera. Raccontano che in un'occasione particolare il rampollo in toga, si sia fatto «riconoscere», per così dire. Mentre si concentrava sui bilancieri, per gonfiarsi i muscoli, qualcuno nello spogliatoio gli avrebbe sottratto il portafoglio dalla sacca sportiva.

E lui, invece di andare in un posto di polizia e fare la denuncia come chiunque, con una telefonata la polizia l'avrebbe fatta accorrere in palestra per un'immediata e completa perquisizione. Il portafoglio, poi, sarebbe saltato fuori, ma questo sfoggio di autorità a qualcuno sarebbe apparso un vero e proprio abuso. Tale da giustificare un esposto al Csm. Che sicuramente sarà stato archiviato come l'altro, anche se per fatti più insignificanti ci sono magistrati che hanno passato qualche guaio. Qui, però, c'era di mezzo ben altro. Il processo del secolo, che non doveva essere «chiacchierato» neanche per la sventatezza - vogliamo chiamarla così? - di un giovane pm con un padre importante in un ruolo-chiave.

Sicurezza a Milano rispuntano le ronde: ora le vuole la sinistra

Corriere della sera

La proposta di Majorino: unità mobili su bus e metropolitana. De Corato (Fratelli d'Italia): le avevo istituite e le tolsero


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Le prime furono le ronde padane. Camicia verde e walkie talkie. Poi la «stagione securitaria» ha visto passare formazioni di quasi ogni colore. A distanza di anni a rilanciare la figura del «cittadino in pettorina» è il Comune di Milano. O meglio, il suo assessore pd alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino. Pronto a lanciare in autunno un doppio avviso pubblico alla ricerca di volontari e finanziatori per le «unità mobili sociali».

Il loro campo d'azione saranno le linee della metropolitana e i bus della circolare 90-91. Da presidiare notte e giorno per «aiutare le persone in difficoltà, gli emarginati, gli invisibili». Un'idea che ha scatenato il centrodestra, in prima fila a rivendicare la paternità del modello. E soddisfatto nell'osservare il «ravvedimento» della giunta «arancione».

A partire da Riccardo De Corato, storico ex vicesindaco «sceriffo» di An prima, Pdl poi e ora Fratelli d'Italia. «Sono stato proprio io a istituire le ronde di volontari sulle linee più a rischio di bus e metrò», ricorda. Un «modello-sicurezza vincente che purtroppo è stato completamente smantellato dalla giunta del sindaco Pisapia - prosegue De Corato, oggi consigliere d'opposizione -.

Osservo con soddisfazione che ora l'assessore Majorino fa marcia indietro e copia l'iniziativa della precedente giunta». La Lega Nord è un passo oltre e mette già a disposizione dell'amministrazione - «che sposa un'idea che abbiamo lanciato vent'anni fa», sottolinea il capogruppo a Palazzo Marino, Alessandro Morelli - i suoi militanti. «Siamo pronti già da settembre con le nostre associazioni per presidiare i mezzi pubblici - annunciano -. Finalmente qualcuno si è accorto che la sicurezza a Milano è un'emergenza».

Nel dibattito interviene anche la Regione. L'assessore alla Sicurezza, Simona Bordonali (sempre del Carroccio), vede addirittura nella proposta di Majorino uno «spunto» per «procedere a livello legislativo in Regione e creare un perimetro normativo entro cui collocare il lavoro dei volontari per la sicurezza». Anzi «si può instaurare con il ministero dell'Interno un protocollo per dare concretezza e operatività a queste ronde di volontari, estendendo l'iniziativa all'intera regione».

Il rapporto (contrastato) tra Milano e le ronde inizia nel 2008. Tre associazioni - Api, City Angels e Blue Berets - rispondono al bando sui presidi antidegrado dell'allora giunta di Letizia Moratti. Un anno dopo il fenomeno si «sgonfia». Arriva poi il «vento arancione» che porta a Palazzo Marino Giuliano Pisapia e una maggioranza di centrosinistra.

Pochi mesi - siamo nell'autunno 2011 - e la nuova amministrazione revoca una gara da 500 mila euro per l'affidamento alle ronde dell'«attività di prevenzione dei fenomeni di degrado del territorio e di sicurezza». Motivo: «Riteniamo che questo servizio debba essere garantito da forze dell'ordine e polizia locale». È lo stop definitivo ai pattugliamenti di parchi, strade di periferia o fermate dei mezzi pubblici da parte degli uomini con le pettorine catarifrangenti.

Fino a oggi. Alla proposta dell'assessore Majorino che riporta in primo piano il tema. «Ma non sono ronde. Non copiamo nessun modello del centrodestra - precisa -. È un intervento che non c'entra nulla con il tentativo di creare poliziotti di serie C». Al contrario l'associazione del terzo settore a cui verrà affidato il servizio, «che sia del mondo cattolico o i City Angels», avrà il compito di «agganciare le persone fragili, deboli, che vivono nella solitudine e costantemente ignorate - spiega -, per portarle nei dormitori, nei centri, nei pronto soccorso.

Per metterle in contatto con la rete dei nostri servizi sociali». È una «replica» dell'operazione lanciata per i senzatetto, quando gli operatori andavano a «caccia» dei clochard sotto la neve.«Poi, certo la loro presenza aiuterà a dare una sensazione di maggior presidio - conferma Majorino -. Ma mi sorprendo della sorpresa: la cultura della coesione sociale e della legalità fanno parte del nostro dna, in particolare a Milano».

6 agosto 2013 | 7:39

Smart tv a rischio hacker, Samsung avverte: coprite la webcam

La Stampa


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ROMA - Falla nel sistema operativo delle smart tv Samsung. Gli hacker, avrebbero diversi metodi per attaccare tutta la gamma di televisori intelligenti del colosso coreano prodotti dal 2012 ad oggi. Basta un bug software, infatti, in una qualunque applicazione per compromettere definitivamente la Smart TV, assumendone il pieno controllo e rubando tutte le informazioni personali e sensibili degli utenti: account con relative username e password e perfino estremi di carte di credito.

Ora Samsung sta provvedendo a risolvere il problema. Tuttavia, attraverso una dichiarazione ufficiale, il colosso coreano fa sapere ai propri utenti che è possibile mantenere la privacy sulla propria famiglia attuando alcuni pratici suggerimenti. Tra questi, quello di coprire l'obiettivo della webcam quando quest'ultima non è utilizzata, di staccare la televisione dalla rete internet quando non si ha intenzione di accedere alle funzioni intelligenti (Smart TV) e infine di scollegarla dalla rete elettrica quando non la si utilizza.


Lunedì 05 Agosto 2013 - 17:33
Ultimo aggiornamento: 17:37

Caos diplomatico per l'ex 007 pedofilo graziato in Marocco e riarrestato in Spagna

Corriere della sera

Condannato per avere violentato 11 bambini, è stato liberato per errore da re Mohammed VI

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Scontri e inchiesta reale a Casablanca. Polemiche roventi a Madrid; associazioni antipedofilia in piazza al di qua e al di là dello stretto di Gibilterra; scambi di accuse reciproche tra re Juan Carlos e re Mohammed VI. La vicenda di Daniel Galván- ex spia irachena al servizio degli occidentali durante l'ultima guerra in Iraq - condannato in Marocco per avere violentato dei ragazzini, ha provocato una improvvisa tensione i due paesi. Graziato per errore dal re marocchino, Galván, di nazionalità spagnola, ma di origini irachene, ha fatto appena in tempo a lasciare le galere marocchine per poi essere riarrestato in Spagna, pochi giorni dopo. Ma il suo caso ha innescato un caso diplomatico che imbarazza Madrid e fa infuriare Rabat.

LA VICENDA - Tutto ha inizio con la visita a metà luglio da re Juan Carlos in Marocco. È in quell'occasione che la Casa reale di Madrid invita quella del Marocco a un gesto di indulgenza verso i detenuti spagnoli rinchiusi nelle galere marocchine. E il 17 luglio - in occasione della festa nazionale del Marocco - re Mohammed VI firma la grazia per 48 detenuti di nazionalità spagnola. Un gesto salutato dal re spagnolo come «un esempio unico di amicizia tra i due popoli». Tutto bene dunque. Ma c'è un imprevisto: tra i graziati liberi di lasciare le carceri marocchine c'è anche Daniel Galván, 60 anni. A differenza della maggior parte dei suoi compagni di cella, l'uomo non si trovava dentro per crimini legati al traffico di droga, ma fu condannato a 30 anni dalla giustizia marocchina per aver violentato 11 bambini tra i 2 e i 14 anni.

LE PROTESTE - Dopo avere appreso la notizia della liberazione di Galván, per le strade di Casablanca e di Tangeri è il caos. Le associazioni antipedofilia scendono in piazza. Scoppiano manifestazioni di protesta che portano in breve tempo a scontri con la polizia. Il bilancio è di decine di feriti. È a quel punto che la Casa reale marocchina fa marcia indietro: re Mohammed Vi non sapeva di graziare un pedofilo. E accusa la casa reale spagnola: hanno infilato loro Galván nella lista della richiesta di indulti. Madrid nega. E si difende: non è stata presentata nessuna lista. Poi la posizione del sovrano spagnolo viene precisata da fonti della Casa reale: durante la visita della delegazione, l'ambasciata iberica presentò alle autorità marocchine un elenco chiedendo clemenza per 18 prigionieri spagnoli e l'estradizione per altri 30. Fra questi ultimi c'era anche Galván, per il quale il ministero della Giustizia spagnolo aveva avanzato una richiesta mesi prima. Mohammed VI invece li aveva liberati tutti.

GIALLO - Un «giallo» che si complica ulteriormente quando viene fuori che il pedofilo in realtà non è un professore in pensione dell'Università di Murcia - come inizialmente era stato affermato - ma un ex generale dell'esercito di Saddam Hussein, che collaborò con gli occidentali durante l'ultima guerra in Iraq. La sua scarcerazione dunque sarebbe stata una sorta di «favore» che gli 007 spagnoli gli avrebbero fatto per il suo lavoro. In altre parole un'operazione messa a punto dai servizi segreti all'insaputa delle autorità.

RITORNO IN CARCERE - Insomma, un «accordo» che fa infuriare ancora di più le associazioni antipedofilia di qua e di là dallo stretto di Gibilterra. Il re del Marocco tenta di correre ai ripari. Si scusa. Si difende. Revoca la grazia e annuncia l'apertura di un'inchiesta. Ma è troppo tardi. Galvánè già tornato in Spagna e, secondo quanto riporta «El Pais online», si trova ora in carcere a Murcia, in Spagna.

INDAGINI - Ora che è di nuovo dietro le sbarre tutti tirano un sospiro di sollievo. Ma la vicenda è tutt'altro che concluso. In Spagna l'opposizione pretende ora spiegazioni dal governo. In Marocco Mohammed VI ha ordinato «un'indagine approfondita» per determinare errori e responsabilità che hanno portato a questa «deplorevole liberazione». E intanto ha provveduto a licenziare il direttore dell'amministrazione penitenziaria marocchina. Il giallo è appena all'inizio.


5 agosto 2013 | 20:02

Apre il maxi campo rom di via Lombroso

Corriere della sera

148 posti letto nei container del Comune. Il villaggio è controllato da polizia locale, Protezione civile e associazioni


C'è una pattuglia di ronda sulla strada dei rom, sabbia sullo sterrato di via Lombroso, gabbie metalliche a recintare il villaggio. I cartelli dei lavori in corso sono pubblicità bugiarda e ingannevole, arrivati a questo punto: «Le operazioni sono finite; l'allestimento è stato completato; i cantieri: chiusi. Stiamo collaudando gli impianti, ora aspettiamo le ultime certificazioni». Un paio di documenti arriveranno lunedì, dice l'assessore alla Sicurezza Marco Granelli. Nullaosta, timbri. Formalità burocratiche. Il nuovo centro di «smistamento e transito» per i nomadi è pronto e sarà aperto a giorni, entro questa settimana o al più tardi la prossima. Se ne parlava da maggio.

«La strada è quella che abbiamo concordato in mesi di incontri e confronto con le associazioni del Tavolo rom». L'indirizzo: via Lombroso, la periferia est dell'ortomercato. Qui confluiranno i nomadi (più o meno stanziali) sgomberati dalle baracche abusive e da qui partirà il loro nuovo percorso di vita: i container sono una sistemazione temporanea, 40 i giorni totali di vitto e alloggio gratuito, poi le famiglie saranno guidate alla porta d'uscita e seguite fuori, alla ricerca di un affitto, un lavoro, una scuola per i figli. Granelli ribadisce la filosofia: «Vogliamo svuotare gli insediamenti irregolari proponendo percorsi di inserimento».

I soldi per finanziare la strategia sono un'eredità del «Piano Maroni»: 595 mila euro di spesa pubblica per le strutture (le «casette» di via Lombroso sono state noleggiate fino al 31 ottobre 2014) e un altro milione e mezzo per i progetti di accompagnamento sociale (la fase di post emergenza).
Infilando l'ingresso principale, sulla destra: docce comunitarie. I dormitori sono stanzoni senza pareti divisorie: 148 posti letto in camerate (con bagni). Per superare l'estate e resistere agli inverni: aria condizionata e riscaldamento.

Il refettorio sarà rifornito dalle cucine comunali (ogni persona «costa» circa 7 euro al giorno). In caso di permanenza prolungata nel villaggio, oltre il soggiorno-bonus, alle famiglie sarà chiesto un contributo per le spese (1-2 euro al giorno, come nei dormitori pubblici). Il governo delle presenze e dei flussi (chi entra, chi esce, dove va) è affidato a una coalizione formata da Protezione civile, terzo settore e polizia locale. Gli operatori della onlus Arca hanno già avviato i colloqui con i rom per pianificare la sosta e suggerire gli scenari futuri (sono già disponibili 200 tra mini-appartamenti e letti nei pensionati). I primi inquilini di via Lombroso saranno i gruppi sgomberati mesi fa dai magazzini abbandonati di via Dione Cassio, quartiere industriale diroccato nella zona di viale Ungheria. Erano stati assediati dalle manifestazioni dei cittadini, oggi vivono nel blocco di via Barzaghi 14, vicino al cimitero Maggiore (Palazzo Marino ha già speso 123.840 euro per i moduli abitativi).

Il Lombroso doveva essere aperto a maggio: i cantieri sono stati ritardati dal maltempo prima e dalle polemiche poi. Precisazione del Comune: «Il "Piano rom" fu varato nel 2008 dall'ex ministro Roberto Maroni. Per Milano c'erano 13,6 milioni di euro. La giunta Moratti ne ha spesi otto e non ha risolto il problema». Ultime notizie dalle periferie: è stata occupata una fabbrica dismessa (l'area di via Bonetti-Montefeltro sarà liberata a settembre: il blitz è stato programmato), si sono viste palafitte (sul Lambro) e gli arresti di polizia hanno descritto faide interne e criminalità (via Idro).

La consulta delle comunità rom e sinti ha criticato duramente la politica dell'amministrazione: «I milioni destinati a via Lombroso - ha attaccato la portavoce Djana Pavlovic - potrebbero essere meglio spesi per mettere in sicurezza i campi abusivi». Grazie per il contributo, la risposta da piazza Scala. Ma indietro non si torna.

5 agosto 2013 | 9:30

Moro, sì alla commissione d’inchiesta I partiti firmano la proposta di legge

La Stampa

L’iniziativa è dei deputati del Pd Giuseppe Fioroni e Gero Grassi per chiarire “quello che lo Stato poteva e doveva fare per la liberazione dello statista Dc e che invece non ha fatto”



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Istituire una commissione di inchiesta sul caso Moro, per chiarirne «i misteri e gli enigmi». L’iniziativa è dei deputati del Pd Giuseppe Fioroni e Gero Grassi: la loro proposta di legge ha avuto un larghissimo sostegno: è stata sottoscritta dai capigruppo del PD Speranza, PDL Brunetta, SEL Migliore, Scelta Civica Dellai, Fratelli d’Italia Meloni, Centro Democratico Pisicchio, dal vice capogruppo della Lega Nord Pini, da Bersani, Bindi, Fitto, Cesa, Tabacci, Cecconi e da altri novanta deputati.

«A 35 anni di distanza - sostengono Fioroni e Grassi - il caso Moro è ancora una pagina densa di misteri e di enigmi. Nuove rivelazioni e dichiarazioni hanno riacceso i riflettori sul `caso Moro´. Sembrano emergere rilevanti elementi di novità, che riguardano azioni ed omissioni. Ruotano sul sospetto, sempre più connotato da certezza, che la morte di Moro poteva essere evitata. Impegnarsi per ricercare tutta la verità - aggiungono - è uno dei migliori servizi che come deputati possiamo fare per il rafforzamento e la credibilità delle nostre istituzioni. Ricercare tutta la verità vuol dire continuare a rendere giustizia ad Aldo Moro, alla sua famiglia e a tutti coloro che credono e amano la democrazia e la libertà e proprio per questo non temono la verità».

«Spiace purtroppo constatare che, fatti salvi alcuni importanti servizi radiotelevisivi e molti libri scritti sull’evento, ancora oggi esiste una reticenza generale a discutere del `Caso Moro´, di cui si parla solo in occasione delle ricorrenze del 16 marzo e 9 maggio. Nonostante il trascorrere degli anni, permane un senso di colpa su quello che lo Stato poteva e doveva fare per la liberazione dello statista Dc e che invece non ha fatto o non ha fatto completamente», concludono.




Così ho visto il corpo di Moro quel maledetto 9 maggio 1978
La Stampa

Marco Tosatti, allora cronista de “La Stampa” e “La Stampa Sera” fu il primo giornalista ad arrivare in via Caetani. Ecco il suo racconto

marco tosatti


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Da quasi due mesi eravamo in fibrillazione continua; all’epoca lavoravo sia per Stampa Sera – il quotidiano che usciva di pomeriggio, a Torino e in Piemonte – che per La Stampa. E naturalmente, dal 16 marzo, quando, attraversando piazza Montecitorio un vigile urbano amico mio mi aveva annunciato: ma lo sai? Hanno rapito Moro, eravamo allertati, giorno e notte, pronti a correre a ogni minimo segnale. A esplorare – inutilmente, come era prevedibile – laghetti nei dintorni di Roma, a fare la posta alla Caritas in piazza San Callisto, che aveva attivato una linea telefonica per ricevere eventuali messaggi delle Brigate Rosse.

Questa premessa per dire che le antenne di tutti, e in particolare dei giornalisti che seguivano la cronaca, erano particolarmente attente e sensibili. La tarda mattina del 9 maggio tornavo a piedi, come ero solito fare dalla sede della redazione, in Largo Chigi 9, a casa. Abitavo in via dei Funari; una parallela di via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista, e a un paio di centinaia di metri da piazza del Gesù dove si riuniva da sempre la Democrazia Cristiana. Perciò facevo via del Corso, giravo a piazza del Collegio Romano, poi da via del Gesù sbucavo a piazza del Gesù, mi infilavo in via Celsa, traversavo via delle Botteghe Oscure e infilavo via Caetani per arrivare a via dei Funari.

Così feci quel giorno; ero a metà di via Caetani quando sentii arrivare a tutta velocità un’automobile. Mi girai, e vidi che si trattava di una volante della polizia, senza sirena. Mi sorpassò, e poi frenò bruscamente. I due agenti scesero, e si avvicinarono a una R4 rossa, parcheggiata a una ventina di metri dall’incrocio, e aprirono il bagagliaio. A quel punto li avevo raggiunti e sbirciando sopra le loro spalle nel bagagliaio aperto vidi una coperta, e un involto, un corpo. Si voltarono, chiusero il bagagliaio, e uno di loro mi intimò di allontanarmi, mentre l’altro correva verso il palazzo che ospitava la Discoteca di Stato per telefonare. “Ci vorrebbe la pena di morte” mormorava quello rimasto di guardia.

Non sono un genio, ma capii che si trattava del cadavere dello statista rapito quasi due mesi prima. Era l’era pre-cellulari: corsi a casa per telefonare al giornale. Stampa Sera era in chiusura: chiamai il direttore, Ennio Caretto, gli diedi la notizia e poi tornai in strada. Conservo ancora il biglietto che mi inviò, il giorno dopo, ringraziandomi per la telefonata che ci aveva consentito di uscire con il titolo di prima pagina una buona mezz’ora prima che le agenzie battessero la notizia del ritrovamento del cadavere. Prima di precipitarmi in strada di nuovo chiamai anche il capo della redazione romana de La Stampa, Aldo Rizzo, per metterlo al corrente.

Quando tornai giù, la situazione era radicalmente cambiata; agenti, carabinieri, guardie di finanza stavano arrivando da ovunque. E vidi che avevano bloccato gli accessi sia di via Caetani che di via dei Funari. “Non fate passare nessuno!” sentii gridare in tono di comando. Pensai che se fossi stato visto, mi avrebbero immediatamente respinto oltre i cordoni che si stavano formando, e allora mi infilai in Palazzo Caetani, salii due piani di scale e mi mescolai agli studenti che popolavano la biblioteca dell’Istituto di Storia Moderna e Contemporanea dell’università. Mi affacciai alle finestre che davano su via Caetani. La strada, normalmente semivuota e tranquillissima, era diventata una bolgia, e il campo di discussione per tutte le possibili autorità di sicurezza, che si disputavano il diritto di decidere chi potesse passare e chi no.

Poi qualcuno di loro alzò il capo verso le finestre del palazzo, le vide popolate di curiosi e dette un ordine. Pochi minuti più tardi arrivarono gli agenti e diedero l’ordine di sgomberare. Ma non volevo abbandonare la zona; mentre sentivo in distanza le grida dei giornalisti e dei fotografi a cui veniva negato, anche con qualche ruvidezza, l’accesso, scesi le scale e mi finsi uno degli agenti di scorta del ministro dell’Interno Cossiga. Potei così osservare con comodo l’arrivo tumultuante di ufficiali e responsabili dei vari corpi dello Stato, intorno alla R4 e al corpo senza vita della vittima delle BR. Per qualche tempo; poi fu dato l’ordine di liberare del tutto la strada, e anch’io fui obbligato ad allontanarmi. Mi recai al giornale, dove scrissi uno dei pochissimi – forse l’unico – articolo che io abbia mai redatto in prima persona, da testimone unico e privilegiato di quel tragico avvenimento.

Una petizione per aiutare Elham a nuotare in “acque libere”

Corriere della sera

di Viviana Mazza


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“Nessun nuotatore accetterebbe di indossare un costume così”.  E’ una specie di tuta da sub che copre ogni lembo di carne, escluse le mani, i piedi e il volto. Sopra la tuta, una specie di mantello avvolge tutto il corpo e si gonfia in acqua. Elham Asghari non solo l’ha accettato ma ha messo insieme lei stessa questo costume perché sin da piccola il suo sogno è di nuotare (e competere) in mare aperto nel suo Paese, l’Iran. Vestendosi in modo “modesto”, sperava di realizzarlo.

Una mattina, lo scorso giugno, Elham si è immersa nelle acque del Mar Caspio indossando il suo costume, “pesante come l’uniforme di un astronauta”, e ha nuotato per 20 chilometri, lungo la spiaggia delle donne (“non c’era alcun uomo”, precisa). Voleva battere il suo stesso record, riconosciuto anni fa dal ministero dello Sport. E c’è riuscita,  in un tempo di 8 ore, secondo quanto racconta nel video qui sopra. Ma dopo aver “tagliato il traguardo” la nuotatrice si è sentita dire che il record non sarebbe stato registrato.

Dapprima hanno sostenuto che non aveva davvero nuotato per 20 chilometri. “Poi hanno detto che le caratteristiche femminili del mio corpo erano visibili quando sono emersa dall’acqua e che non esiste alcuna descrizione ufficiale riguardo ai requisiti del costume per nuotatrici donne in acque libere”.   Il suo racconto è subito diventato “virale” su YouTube e ha ricevuto migliaia di messaggi di solidarietà su Facebook, ispirando l’attivista iraniana Sabri Najafi a lanciare dall’Italia una petizione per Elham sulla piattaforma Change.org.

La petizione, che ha raggiunto 30.000 firme in pochi giorni, chiede alla Federazione Internazionale di Nuoto (FINA) di far riconoscere alla Federazione iraniana di nuoto (IRSF) il record di Elham Asghari. Elham lancia anche un appello al neopresidente iraniano Hassan Rouhani, appena insediatosi dopo otto anni di Ahmadinejad al potere: “Spero che durante il nuovo governo queste restrizioni abbiano fine”.

Mentre le nuotatrici possono usare piscine solo femminili o in orari riservati alle donne, le autorità sono riluttanti a farle competere in acque aperte. Tre anni fa, mentre cercava di nuotare intorno all’isola di Kish, Elham è stata bloccata da imbarcazioni della polizia, una delle quali l’ha ferita ad una gamba. Mentre il ministero dello Sport non ha commentato sul caso, Elham è convinta che non vogliano creare un precedente. “Temono che se riconoscono i miei record, allora involontariamente approveranno il mio costume  - spiega – e questo darà alle donne accesso alle acque libere”.


Antonio Venere, il camionista pugliese che vuole andare in carcere. Ma in Spagna

Corriere della sera

Ha scontato un quarto della pena a Siviglia, chiede ai giudici iberici di non essere estradato: «In Italia poi come lavorerò?»

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MADRID - Antonio Venere, 42 anni, sposato. «Con uno splendido bimbo di 4 anni». Luogo di nascita: Mola di Bari, Italia. Residenza: Dos Hermanas, Siviglia, Spagna. «Da 14 anni». Professione: camionista. Stipendio: «regolare nonostante la crisi che c’è qui in Andalusia». Casa di proprietà, «ma con un mutuo, sempre pagato». Precedenti penali: uno, per traffico di droga. «La più grossa stupidaggine della mia vita. Volli fare un favore al padrone del mio camion e non capii che mi mettevo in gabbia da solo». Condannato in via definitiva a 4 anni di prigione di cui un quarto già scontanti con la carcerazione preventiva. Problema: passare quel che resta della condanna in una prigione vicino a casa. «Perché, mi capisca – dice al telefono da Siviglia al Corriere -, se vado in Italia tra il decreto svuotacarceri e gli sconti vari, finisce che non passo neppure un mese in cella.

Quindi dove mi mettono? Agli arresti domiciliari a casa di mamma a Mola di Bari. E lì cosa posso fare? Non conosco nessuno che mi dia lavoro, tutti i miei contatti, la fama che ho come lavoratore sono qui a Siviglia. Qualche pregio l’avrò pure se in 14 anni di Spagna non sono mai stato disoccupato. A Mola di Bari, invece, come potrò guadagnare per pagare il mutuo? E più ancora, cosa dirò a mio figlio quando lo sentirò via Skype? Perché papà non torna? Perché ha sbagliato, è vero ed è giusto che paghi, ma è sensato rovinare la vita di una famiglia? Io non scappo, voglio chiudere il debito che ho. Ma se il carcere è redenzione, perché deve diventare sciagura?”».

«UNA PRIGIONE VICINO CASA» - Sono nove mesi che Antonio Venere sta provando ad andare in prigione in Spagna. Suona surreale, ma è così. Ci prova da quando la sua condanna per traffico di droga ha passato l’ultimo grado di giudizio in Italia. Valigia in mano si è presentato alla Corte suprema, in commissariato, ha contattato giudici, scritto ricorsi, petizioni. «Quando ho spiegato che volevo costituirmi per andare in cella mi hanno preso per matto. Glielo leggevo in faccia ai poliziotti. Pensavano, ma guarda questo “tio”, gli altri scappano e lui ci si infila tra i denti». In luglio il giudice oggi più famoso di Spagna, Pablo Ruz, lo stesso che ha in mano quel caso Barcenas che sta mettendo a rischio lo stesso governo, aveva stabilito che in attesa dell’esame dei ricorsi, «vista l’assenza del rischio di fuga», Antonio Venere avrebbe dovuto passare a firmare la sua presenza una volta alla settimana in un qualunque commissariato spagnolo. «Con ciò mi ha anche permesso di continuare a fare il camionista» racconta Antonio con gratitudine.

PARADOSSALE LATITANZA - Invece poi è arrivata la sentenza di un altro tribunale penale che ha stabilito l’arresto e l’estradizione in Italia. «Formalmente quindi sono adesso un latitante, anche se la polizia di Siviglia sa perfettamente dove abito e anche adesso che vado a caricare le pesche nei campi, lascio sempre detto a mia moglie l’itinerario che faccio, per poter essere meglio arrestato. Magari con la calma di agosto non c’è nessuno che decide di venirmi a prendere, però, le assicuro, è difficile vivere senza sapere cosa ti succederà fra 5 minuti». La sua storia al limite del paradossale è emersa ieri su El Mundo. «Non ho neppure troppa paura della brutta fama delle carceri italiane – spiega Antonio -. Primo perché non ci starò molto, secondo perché a Roma, nel 2006, non ho vissuto situazioni drammatiche.

La prigione è brutta ovunque: è una desolazione morale, si perde il contatto con il mondo esterno, con la realtà. Forse è giusto così, chi sbaglia, paga. Ma perché non posso pagare qui in Spagna? Perché rovinare anche mia moglie e mio figlio? Gli spagnoli invece degli arresti domiciliari hanno il terzo grado. Di notte stai in prigione e di giorno puoi uscire. Nel mio caso, a lavorare per pagare la casa e il cibo per la famiglia. Onestamente, come ho sempre fatto, tranne quell’unica, stupidissima volta. Voglio andare in prigione, ma per favore non rovinate la mia famiglia».


5 agosto 2013 | 15:49

Ecclestone, nuove grane legali dai vecchi titolari della Formula 1

Corriere della sera

Il boss delle corse dovrà esibire i documenti degli accordi di vendita dei diritti alla Cvc Capital Partners

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Le battaglie legali che vedono coinvolto il patron della Formula 1 Bernie Ecclestone, 82 anni, diventano due. Dopo l'incriminazione per corruzione (una sospetta tangente da 44 milioni di dollari a un ex dirigente della banca pubblica tedesca Bayerische Landesbank, o BayernLB, Gerhard Gribkowsky), un Tribunale di Londra ha ordinato a Formula One Group e al fondo britannico Cvc Capital Partners di fornire centinaia di pagine di documentazione sulla vendita delle azioni della Formula 1, avvenuta nel 2006. Lo riporta il Financial Times.

VENDITA PILOTATA - Il gruppo tedesco Constantin Medien - che nel 2000, quando ancora era EM.TV., aveva acquistato per 1,7 miliardi di dollari Speed Investments, cioè il 50% della Slec Ltd, la compagnia titolare dei diritti commerciali della Formula 1 - sostiene che, quando nel marzo del 2006 il 48% delle azioni della Formula 1 sono state vendute dalla BayernLB a Cvc, esse sono state volontariamente sottostimate. BayernLB vendette quelle quote, di proprietà di EM.TV., per 820 milioni di dollari, e qui interviene la presunta tangente: Ecclestone avrebbe fatto pressioni su Gribkowsky - che era chief risk officer della banca di Stato bavarese - proprio per ottenere la cessione alla Cvc, che gli avrebbe riservato la poltrona di presidente della Formula 1, a un prezzo di comodo, e non a un altro concorrente a cifre magari maggiori.

IL SOTTOCOSTO E IL RIFINANZIAMENTO - Secondo Constantin Medien l'inganno sarebbe doppio: oltre a essere stata indirizzata la vendita, infatti, attraverso la sottostima delle azioni avrebbe subito un danno di almeno 171 milioni di dollari. Il caso verrà portato in tribunale a partire dal 28 ottobre - per coincidenza il compleanno di Ecclestone - e durerà circa sei settimane. Nel 2006 quelle azioni furono vendute per 820 milioni, ma nel 2007 Cvc si è trovata a ricapitalizzare per 2,8 miliardi di dollari. Questa differenza di prezzo, per Constantin Medien, è la prova dell'avvenuta sottostima precedente, dovuta anche alla presunta tangente. Per i difensori di Ecclestone, invece, è tutto merito dei miglioramenti nelle previsioni di fatturato dello sport. Il tribunale ha ordinato alla Formula 1 di mostrare al gruppo tedesco, tra gli altri, i documenti originali dell'epoca.

LA CONSTANTIN - Il rapporto tra Constantin Medien e BayernLB risale al 2001. EM.TV. aveva appena acquistato Speed Investments e si era impegnato ad acquisire un altro 25% di Slec entro il 2001. Questo impegno mandò in difficoltà il gruppo, che fu soccorso dal gruppo Kirch. Questi pagò il 25% mancante di Slec altri 920 milioni di dollari (quindi il 75% di Slec era tra Em.Tv. e Kirch per un totale di circa 1,9 milioni di dollari di valore) prima di accusare bancarotta. Per compiere questa operazione, il gruppo Kirch ottenne un prestito da 1,9 miliardi di dollari: 1,2 proprio dalla BayernLB, il resto da Lehman Brothers e da JPMorgan Chase.

IL FALLIMENTO DI KIRCH E CVC - Il gruppo Kirch, poi, come noto, entrò in amministrazione controllata nel 2002 e fu smantellato: la Speed Investments finì alle due banche inglesi e proprio a BayernLB, che fu incaricata di vendere, attraverso Gribkowsky, la quota di Constantin Medien). Il rimanente 25% di Slec era amministrato dalla Bambino Holdings per conto di Ecclestone stesso. Cvc, con l'approvazione della Commissione europea di Controllo, è intervenuta sulle quote di Bambino Holdings e sul 48% della Bayerische Landesbank: attualmente, quindi, detiene poco meno del 70% del Formula One Group. Secondo Constantin Medien


5 agosto 2013 | 15:33

Parolacce, palpatine e prelibatezze Gli italiani del Sud visti dalla Cnn

Corriere del Mezzogiorno

«Dieci cose che l'Italia fa bene»: ci salvano Ischia, Capri e i dolci. Ma la cassata siciliana diventa napoletana


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NAPOLI -Dall’ovvia pizza alla zeppola. Dalla grotta azzurra al Vesuvio fino agli approcci dei camerieri fin troppo intraprendenti. Il sito web della Cnn stamani ha pubblicato le «10 cose che l’Italia fa bene» e Napoli e le sue tradizioni compaiono in diverse categorie. La prima, alquanto goliardica, è «l’adulazione» arte che, insieme al «fischio» e alla «palpatina occasionale», per i giornalisti americani sono la carta di presentazione di ogni italiano che si rispetti. Figura migliore fanno le terme di Ischia che sono citate tra le migliori fonti d’Italia. Ovviamente dopo il complimento sulle location, ecco la beffa. Perché la terza categoria è la «bestemmia» o l'insulto, altra cosa in cui tutti gli italiani, e non solo quelli del sud, per la tv Usa, sono maestri con la complicità l’accento marcato.

I PRIMATI - Apprezzata anche la lunga costa meno la politica. La sesta categoria di «primati italiani» è quella dei vulcani e stravince il sud visto che sono citati sia l’Etna sia il Vesuvio. E si sa, parlando di Vesuvio gli americani non possono fare a meno di pensare a Pompei. E se pizza e pasta decantate tra le delizie da assaggiare ma comunque ormai globalizzate pare che così non sia per i dolci. Zeppole, gelati e la cassata, che però in inglese si dice «Neapolitan» quasi scippando la ricetta ai siciliani, fanno parte di quello che il giornalista Jordan Burchette definisce: “arsenale di dessert spesso nemmeno assaggiato dagli indigeni». E dopo una capatina a Capri e alla grotta azzurra per gli americani in viaggio, secondo l’inviato della Cnn non resta che affidarsi alle belle macchine e alle gite in barca per passare quello che, paradossalmente il grande network statunitense definisce un «viaggio che va oltre i cliché».

Redazione online05 agosto 2013

Se una madre si infila il burka e va a riprendersi la figlia rapita dal marito

La Stampa

La storia di una inglese convertita all’Islam che organizza un blitz in Egitto per riportare a casa la bambina sottratta dal padre

mauro pianta
roma



CatturaMai sottovalutare una madre ferita. Mai. Prendete la storia di Alex Abou-El-Ella, 29enne inglese di origini polacche, residente a Slough nella contea di Berkshire, non distante da Londra. Nei primi mesi del 2009 conosce un giovane egiziano che vende cibo su una bancarella. Si innamorano, vanno a vivere insieme e a settembre si sposano. Giusto tre mesi prima che nasca la loro bambina, Mona. Nel frattempo Alex si è convertita dal cattolicesimo all’ Islam anche se, raccontano i giornali inglesi, non avrebbe mai partecipato a riti e pratiche della nuova religione.  Dopo un anno dalla nascita della bambina, Mustafa – questo il nome del marito – sparisce con la piccola. Aveva deciso di andarsene, portandosi in Egitto la figlia.

Senza avvisare, senza spiegare. Perché quella figlia era “sua”. Negli anni successivi Alex riesce a parlare al telefono qualche volta con la bambina che oramai vive con i parenti del marito e che comincia ad esprimersi solo in arabo. «Ero disperata – ha raccontato la donna  al Sunday People – anche perché lui minacciava ogni volta che quella sarebbe stata l’ultima telefonata. Ne ho parlato con la polizia inglese ma loro mi hanno sempre ripetuto di non poter intervenire». Sembrava finita, invece Alex conosce Donya Al-Nahi, una scrittrice di origine scozzesi convertitasi all’Islam. Quella donna ha aiutato decine di altre madri a ritrovare figli rapiti dai padri musulmani. La scrittrice riesce a rintracciare la bambina nella città di Kafr el-Dawwar.

Alex decide di partire ignorando gli avvertimenti del Foreign Office che ricordano come l’Egitto, in questo momento, sia uno dei paesi meno sicuri al mondo. Alex non ci sente, sua figlia deve tornare a casa. Per farlo la donna non esita a ricorrere ad un travestimento. Sceglie di infilarsi un vestito islamico tradizionale, con tanto di burka. Si apposta, fin dal mattino, su un’auto insieme alla scrittrice e ad un autista di fiducia, aspettando la figlia davanti a un condominio.

«L’ho vista uscire accompagnata da un ragazzo e  da una zia. Li ho seguiti, camminando dietro di loro. Quando sono arrivata a un metro di distanza, la bambina ha per caso allungato la mano: allora l’ho presa in braccio e ho cominciato a correre, inseguita dalle urla di quella parente». Alex corre, inciampa in quel vestito che non è abituata a indossare. Si rialza, riesce a raggiungere l’auto. Ma la portiera è bloccata. La parente si avvicina sempre più. Donya Al-Nahi, l’autrice, riesce finalmente  ad aprire la portiera. Uno stridio di gomme e l’auto infila la strada per l’aeroporto del Cairo.
 
«La bambina urlava – ricorda Alex – era spaventatissima. Ci è voluto molto tempo per farle capire che quella specie di mummia stretta nel burka era davvero la sua mamma…». L’ultimo ostacolo sono la autorità aeroportuali. «Avevo con me il passaporto della mi prima figlia, di sei anni: è bastato anche perché ho corrotto un funzionario con del denaro. Ma senza Donya Al-Nahi non ce l‘avrei mai fatta». «No – ha replicato la scrittrice – il vero eroe è stata Alex». O forse non c’è nessun eroe, ma solo bambini che pagano colpe non loro.    

Lega, Salvini su Kyenge: "Migranti paghino stipendio a lei e alla Malmstrom"

Il Giorno

Il segretario della Lega lombarda critico nei confronti delle dichiarazioni rilasciate dalla commissaria europea agli Affari interni in sostegno del ministro dell'Integrazione: "Io, povero illuso, che pensavo che un commissario europeo e un ministro italiano fossero pagati per difendere i diritti dei cittadini europei ed italiani"


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Milano, 5 agosto 2013 - Nuova frecciata del segretario lombardo della Lega Nord Matteo Salvini al ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge. Questa volta, al centro delle polemiche del leghista, ci sono due "Cecilia": il ministro Kyenge e la commissaria europea Cecilia Malmstrom. "Non sarebbe il caso che lo stipendio delle due ‘Cecilie’, visto il loro impegno, fosse pagato dai migranti?", scrive su Facebook.

"La commissaria europea agli Affari interni - scrive il vice segretario federale della Lega Nord commentando le dichiarazioni  rilasciate da Cecilia Malmstrom in sostegno al titolare dell’Integrazione -  dice che ‘sostiene il lavoro e l’impegno per i diritti dei migranti’ fatto dal ministro italiano Cecile Kyenge. E io, povero illuso, che pensavo che un commissario europeo e un ministro italiano fossero pagati per difendere i diritti dei cittadini europei ed italiani”.




Salvini: "La Kyenge è pericolosa ma non si sconfigge con le battute"

Il Giorno

Dopo la frase di Calderoli: "Sembra un orango"

 

Dopo le affermazioni di Calderoli sul ministro dell'Integrazione, il segretario della Lega lombarda su Facebook: "La signora Kyenge, come la signora Boldrini, vanno combattute e fermate con le idee, con le proposte, con la visione di un futuro e di una societa’ diversi”
Milano, 14 luglio 2013

Matteo Salvini ha commentato attraverso Facebook la polemica sulle frasi di Roberto Calderoli contro il ministro. "Sembra un orango" ha dichiarato Calderoli alla festa della Lega di Treviglio, scatenando una bufera. "La signora Kyenge, come la signora Boldrini, vanno combattute e fermate con le idee, con le proposte, con la visione di un futuro e di una societa’ diversi”, ha postato Matteo Salvini.  “Sono politici pericolosi non perche’ sono belli o brutti, perche’ modelle o oranghi, ma perche’ sono pedine di un disegno che vuole cancellare le identita’, le diversita’, le storie, le lingue, le tradizioni e il lavoro, nel nome di un pensiero unico basato solo sul denaro. Sconfiggeremo il Quarto Reich, i suoi nani e le sue ballerine, con il lavoro, non con le battute”, ha concluso.

“Molti giornalisti italiani mi fanno schifo”. Scrive ancora il segretario della Lega lombarda, su Twitter, commentando le reazioni e le polemiche sulle dichiarazioni di Roberto Calderoli. “A qualcuno scappa una battuta del cavolo, non dovrebbe succedere ma può capitare, è capitato anche a me in passato. E diventa la notizia del giorno! Non il Lavoro, non gli Esodati (scomparsi), non le Pensioni da fame, non i suicidi, non le Aziende che chiudono, non uno Stato sempre più ladro - scrive Salvini -. No, la notiziona è una battuta del cavolo, certo da evitare perché dà fiato agli indignati di professione. Servi, non sono giornalisti ma servi. Ci divertiremo”.

Roberto Maroni, a proposito della polemica sulla frase di Calderoli, ha dichiarato: "Deciderà lui se simettersi o no" da vicepresidente del Senatosi. "Ha fatto bene a scusarsi", ha ribadito il leader della Lega, che ha confermato di non ritenere giuste le politiche per l’immigrazione proposte dalla Kyenge perche’ non solo sono sbagliate, ma contribuiscono a determinare anche flussi immigratori incontrollati".




Clandestino è reato" Salvini: i buonisti si vergognino

Il Giorno

Ghanese ha ucciso passanti a picconate

Milano, 14 maggio 2013



Attacca pesantemente, Matteo Salvini, dopo la morte del ventunenne aggredito a picconate: «Una preghiera — scrive su Facebook — un pensiero alla famiglia e tanta rabbia. Che accoglienti, tolleranti e buonisti si vergognino. E che si vergognino anche quei giudici che perdono tempo e denaro pubblico e lasciano liberi clandestini e assassini». Il segretario nazionale della Lega Lombarda procede sulla linea oltranzista, anche se il leader del Carroccio Roberto Maroni ieri aveva smorzato, invece, i toni dopo i ripetuti attacchi al ministro all’Integrazione da parte di molti Padani.
«Le affermazioni del ministro Kyenge non è che favoriscono atti di follia omicida come quello di Milano - ha dichiarato Maroni a Canale 5 - ma quando si dice ius soli le organizzazioni internazionali recepiscono queste cose e riparte l’immigrazione selvaggia, si stanno vedendo i primi segnali: sono arrivati centinaia di clandestini a Lampedusa.

Sono affermazioni pericolose da questo punto di vista. La legge non è da rivedere, bisogna semplicemente metterla in atto, le norme ci sono e bisogna mettere in atto tutte le operazioni per arrivare alle espulsioni dei clandestini». E sulle espulsioni Salvini non transige. Dopo aver finito in via Bellerio la riunione sulle espulsioni dal movimento dichiara: «Da domani e per i prossimi dieci giorni mandiamo in onda 850 spot sulle tv private lombarde con lo slogan “Clandestino è reato“ e l’invito a firmare, il 18 e 19 maggio, nei nostri gazebo per dire no alla clandestinità».

Unanime il coro dei barbari sognanti sul tema. Interviene anche l’assessore provinciale alla Sicurezza Stefano Bolognini: «Non voglio strumentalizzare il gesto di un ghanese folle che ha ucciso senza motivo a picconate due persone, ferendone almeno altre 3. Però non riconoscere che essere clandestino è un reato grave è un buonismo inutile, stupido e pericoloso! Un clandestino non può avere un lavoro regolare né una casa regolare! Per vivere è costretto a delinquere! Quando va bene è impiegato nel lavoro nero o vive di espedienti, quando va peggio finisce nelle mani della criminalità organizzata, spaccia, ruba, sfrutta la prostituzione, gestisce il traffico di persone o documenti falsi».

Igor Iezzi consigliere comunale e segretario provinciale se la prende anche col sindaco: «Pisapia la smetta di polemizzare e si impegni perché certe tragedie non succedano più. Lui amministra una città dove un criminale con un piccone in mano può girare liberamente per oltre un’ora. Forse, se avessimo avuto ancora i militari in strada, questo episodio non ci sarebbe stato. I militari li ha mandati via lui, lasciando le periferie, e non solo, senza nessun presidio. Invece di polemizzare si metta al lavoro per evitare ulteriori tragedie.

di Rossella Minotti








Cecile Kyenge ministro Salvini: "Integrazione? Serve agli italiani"

Il Giorno

Il segretario lombardo: "In alcune città dovrà preoccuparsi di ‘re-integrare' i cittadini italiani, ormai stranieri a casa loro causa dell’immigrazione". E sulle scelte di Letta: "Mi pare un Governo fatto estraendo i numeri al Lotto"

27 aprile 2013



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Tra le novità portate dal nuovo Governo targato Enrico Letta c'è indubbiamente la scelta di Cecile Kyenge come nuovo ministro per l'Integrazione. Una donna, originaria del Congo: una nomina dal forte impatto simbolico, visto che la signora Kyenge è la prima persona di colore titolare di un dicastero in un governo del nostro Paese.

SALVINI - "Effettivamente, in questo momento di crisi, si sentiva proprio la mancanza di una ministra per l’Integrazione -  ironizza su Facebook - In alcune città dovrà preoccuparsi di ‘re-integrare i cittadini italiani, ormai stranieri a casa loro causa dell’immigrazione’’. Su Facebook, Salvini mostra di non essere soddisfatto della composizione del governo di Enrico Letta. ‘’Il presidente Letta - scrive Salvini - mi spiega cosa c’entrano le (pur simpatiche) ministre De Girolamo e Lorenzin, con l’Agricoltura e la Salute? E il ‘sindaco’ di Padova Zanonato, cosa c’entra con lo Sviluppo?’’.

Mi pare un Governo fatto estraendo i numeri al Lotto: orgoglioso di una Lega che non prende parte a questi giochini’’, conclude l’esponente del Carroccio alla vigilia della riunione della segretaria politica di via Bellerio, convocata per domani mattina a Milano da Maroni proprio per decidere che cosa fara’ la Lega in occasione del dibattito parlamentare per la fiducia al nuovo Esecutivo.

Sindacalismo in proprio

La Stampa

yoani sánchez


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L’Ufficio Nazionale dell’Amministrazione Tributaria (ONAT) apre le sue porte mentre decine di persone attendono sin dalle prime ore del mattino. Un’impiegata spiega gridando dove va fatta la fila per ogni pratica, anche se dopo pochi minuti tornerà a regnare la confusione. In un ufficio, privo di computer, un’altra funzionaria scrive a mano i dettagli di ogni caso affrontato. La parete alle sue spalle è macchiata di umidità, il caldo è insopportabile e di tanto in tanto qualcuno la interrompe per chiederle dei moduli. Un’istituzione che raccoglie ogni anno milioni di pesos in imposte, procede con i piedi d’argilla della precarietà materiale e della cattiva organizzazione. Locali congestionati, pratiche interminabili e mancanza d’informazione, sono solo alcuni dei problemi che ostacolano la sua gestione. 

Ma le difficoltà non finiscono qui. La mancanza di mercati all’ingrosso stabili in grado di fornire prodotti diversificati, frena anche il settore privato. Gli ispettori prendono d’assalto caffetterie, ristoranti e altri negozi autonomi. Scioperi e dimostrazioni pubbliche affinché vengano ridotte le tasse, continuano a essere assolutamente proibite. Da noi lavoratori in proprio si attende un contributo al reddito nazionale, ma non un comportamento da cittadini disposti a reclamare. L’unico sindacato autorizzato, Central de trabajadores de Cuba (CTC), tenta di assorbirci nelle sue rigide strutture. Pagare una quota mensile, partecipare a congressi dove si ottiene poco e sfilare per sostenere lo stesso governo che licenzia migliaia di impiegati; a questo vogliono ridurre le nostre azioni collettive.

Perché non si crea e si legalizza una vera e propria organizzazione sindacale, indipendente dal governo? Un’entità che non serva a trasmettere la volontà del potere ai lavoratori, ma il contrario. 
Purtroppo la maggioranza dei lavoratori in proprio non considera che l’indipendenza salariale e produttiva deve andare di pari passo con la sovranità sindacale. Molti temono che al minimo segnale di richieste venga ritirata la licenza o che si prendano altre misure contro di loro. Per questo tacciono e accettano le inefficienze della ONAT, l’incapacità di importare materie prime dall’estero, gli eccessi degli ispettori e altrettanti ostacoli.

Neppure le organizzazioni dell’emergente società civile sono riuscite a capitalizzare le necessità di questo settore e non ce l’hanno fatta ad aiutarlo a ottenere rappresentatività. La necessaria alleanza tra gruppi sociali che condividono non conformità e domande, non si è ancora concretizzata. Per questo le nostre rivendicazioni lavorative continuano a essere rimandate, tra la paura di alcuni e la negligenza di altri. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Sono io l’alieno che disegna i misteriosi cerchi nel grano”

La Stampa

Un programmatore di software spiega la formula: “Paletti, corde e tavole di legno”

laura secci
asti


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Da quando sono apparsi quei cerchi di grano tracciati alla perfezione nella notte del 29 giugno, nel piccolo Comune astigiano di Robella (cinquecento abitanti), si sono riversati oltre seimila turisti, arrivati un po' da tutta Italia (e qualcuno anche da Francia e Inghilterra): tutti volevano toccare con mano la presenza degli alieni e, magari, valutarne anche lo strano estro creativo.

Il cerchio, disteso su una grande collina, è grande 130 metri. Adagiato nel grano reso biondo dal sole, assomiglia a un animale stanco più che a un simbolo dell’equilibrio cosmico. Ma la processione di curiosi e «fedeli» ha sfidato, in religioso silenzio, il caldo torrido d’inizio luglio, snodandosi tra quei solchi armonici disegnati da una mano che, finora, era rimasta ignota. Un rituale, questo, che si ripete ogni volta che un campo si trasforma «misteriosamente» in opera d’arte. È successo anche in occasione di uno degli ultimi «episodi famosi», a Poirino, nel 2011.

Ora l’autore è uscito allo scoperto, ridando ai cerchi la veste poco extra e molto terrestre che in pochi volevano fargli indossare. Lui è Francesco Grassi, nato a Taranto 47 anni fa, ingegnere elettronico laureato all’Università di Pavia e direttore tecnico di un’azienda informatica di Milano che si occupa di sviluppo di progetti software e gestione dati. Grassi non si può esattamente definire un allievo di Margherita Hack, dato che fin da ragazzo si è interessato ai fenomeni paranormali, ma nonostante questa simpatia per l’ignoto sui «circle crops» non ha dubbi.

«Tutti i cerchi di grano sono realizzati da esseri umani - spiega -: gli alieni non c’entrano». E, se qualcuno volesse combattere l’insonnia dedicandosi a questo originale passatempo notturno, l’ingegnere svela gli strumenti e le tecniche. «Servono - dice - metri a nastro di qualità, come le cosiddette “rotelle metriche”, perché consentono di essere riavvolte facilmente dopo l’uso. La lunghezza massima dev’essere considerata in base alle misure della formazione e si disegna prima su carta. Per creare un cerchio di 20 metri di raggio, una rotella di 10 non sarà quindi sufficiente».

Altro «step». Individuare i sistemi di marcatura dei punti chiave sul terreno. «Tutte le formazioni, anche quelle meno complesse, devono avere punti che siano facilmente individuabili di notte». Vanno bene dei paletti molto fini con una bandierina sulla sommità e un numero scritto a caratteri grandi, in nero su sfondo bianco. Quando i paletti (si deve sempre trovare un compromesso tra solidità e dimensione del diametro) verranno rimossi, si dovrà stare bene attenti a non lasciare traccia dei piccoli fori creati nel terreno.

Poi, si prendono le tavole di legno già preparate in precedenza: devono avere una corda fissata ai due bordi in modo da poterle tenere sotto il piede, man mano che si procede con la fase di appiattimento del grano. «Quanto più lunga è la tavola tanto più ampia sarà la fascia di vegetazione che si può appiattire, permettendo così di stringere i tempi - sottolinea l’ingegnere -. Bisogna trovare - aggiunge - il giusto compromesso tra trasportabilità ed efficacia dello strumento. In genere si possono utilizzare tavole lunghe intorno al metro». Ma anche la larghezza è importante. Se sono troppo larghe, risultano ingombranti. Se non lo sono abbastanza, rischiano di danneggiare la vegetazione, alterando il risultato finale. «Le tavole larghe sui 16 centimetri possono andare bene».

Una volta sul campo, la matita sarà sostituita dai piedi. Per disegnare dei bordi perfetti è importante usarli «a passo laterale», vale a dire non di punta. «Un team di 5 “circlemaker”, che non sia alle prime armi, può realizzare benissimo un’opera grande e complessa come quella di Robella in una sola notte, dall’imbrunire all’alba». Poi, a dare all’opera un’aura di magia, non possono mai mancare i richiami simbolici. Secondo alcuni, per esempio, il cerchio di Robella conterrebbe una formula relativa all’energia. «E, infatti, c’è chi va sempre alla ricerca di messaggi occulti e, per ogni realizzazione, su Internet si trovano specifiche interpretazioni». Si va dalle formule di una reazione nucleare a bassa energia a quelle relative a presunti orologi al trizio.

«Difficile dire se queste interpretazioni equivalgano davvero alle intenzioni di chi ha creato il progetto - dice Grassi -. È molto più probabile che il tutto sia il frutto della volontà di voler vedere a tutti i costi cose che non ci sono». E allora che cosa spinge un ingegnere di software a realizzare opere «misteriche», destinate ad attrarre migliaia di persone, e poi a tenerne segreta (com’era successo finora) la paternità? «L’unico modo per condurre un valido esperimento scientifico era quello di creare una formazione in segreto, annotando tutte le reazioni della comunità». Insomma, creare il mistero e «stare a vedere l’effetto che fa», per dirla con Jannacci. 

I farmaci alzano il tasso alcolemico? Basta non mettersi alla guida

La Stampa

Mettersi alla guida a distanza di diverse ore dall’assunzione di farmaci, di cui l’automobilista conosceva gli effetti, non esclude lo stato di ebbrezza. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 15562/13.


Il caso



Cattura Un uomo provocava un sinistro stradale e, sottoposto dai carabinieri all’alcoltest, risultava positivo all’etilometro, che segnalava una presenza di alcol nel sangue superiore a 1,5 g/l. Per tali condotte veniva condannato in primo grado ad una pena totale di 4mila euro di ammenda; pena che, con la concessione delle attenuanti generiche, veniva ridotta in appello, con l’ulteriore sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel certificato penale. Ma l’esito dei processi di merito non soddisfa l’imputato, che propone ricorso per cassazione. Il ricorrente ammette di aver assunto dei farmaci idonei ad alterare i valori del tasso alcolemico in misura superiore a 0,5 g/l. Inoltre, ammette di aver bevuto alcolici a pranzo, fino alle ore 15, ma che l’accertamento effettuato dai carabinieri era avvenuto ben 9 ore dopo.
Questo, secondo lui, era un chiaro indizio dell’incidenza causale dei medicinali che assumeva sulla persistenza di un alto tasso alcolemico. Per il ricorrente, insomma, la perizia era necessaria. La Cassazione, tuttavia, ritiene che il ricorrente conosceva gli effetti dei farmaci che assumeva, pertanto «mai avrebbe dovuto porsi alla guida di un’autovettura». Ricorso dichiarato inammissibile dunque, e ricorrente condannato anche al pagamento delle spese processuali e della somma di 1.000 euro in favore della cassa ammende.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Il mito della luna piena e il suo effetto sull’uomo

La Stampa

Dr. Massimo Lai

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La luna piena è un fenomeno naturale molto suggestivo che da sempre ha ispirato la cultura popolare ma anche artisti e filosofi, e in tempi più moderni romanzieri e cineasti. Il folklore si è impadronito della luce suggestiva emanata dalla luna piena che illumina a giorno le tenebre dando spazio a leggende che si sono tramandate fino in epoca moderna. Con l’arrivo della corrente elettrica e l’illuminazione notturna queste leggende sono un po’ scemate rimanendo nella trama di film di serie B e horror movie. In ambito medico, fin dall’antichità, alla luna è stato attribuita un’influenza su vari disturbi come malattie mentali, epilessia, cecità notturna e altre malattie.

Un tempo si pensava che dormire al chiaro di luna potesse causare la nictalopia, un difetto visivo caratterizzato da difficoltà all’adattamento al buio, che può arrivare fino alla cecità notturna. Si tratta di una malattia acquisita o genetica, tra cui una forma di ipovitaminosi A (carenza di Vitamina A), conosciuta fin dall’antichità perché diffusa in età infantile (vedi voce Wikipedia: nictalopia). Anche l’epilessia ha suscitato da sempre un misto di interesse e paura.

Anticamente si pensava che fosse scatenata dalle notti di plenilunio. In epoca moderna tuttavia delle ricerche mirate hanno dato risultati contrastanti che rimandano non ad un effetto diretto della luna, ma, semmai, della luminosità nello scatenamento di crisi epilettiche (Baxendale & Fisher, 2008); per altri autori anche quest’ipotesi è da scartare, al più la luna piena potrebbe avere un effetto sulle cosiddette peudocrisi, cioè le crisi non epilettiche (Benbadis et al., 2004). Secondo altri infine il rapporto tra luna e epilessia esisterebbe eccome… (Polychronopoulos et al., 2006).
La luna piena influenza le turbe mentali?
Appartiene al linguaggio comune l’uso di lunatico (lunatic) che in termini familiari indica qualcuno di pericoloso, pazzo e imprevedibile. Si intende anche comunemente chi ha degli sbalzi d’umore (vedi voce Wikipedia: lunatic). “Avere la luna storta” significa essere di cattivo umore, irritabile, disforico. Tali modi di dire, di derivazione popolare, non trovano riscontro nella moderna letteratura psichiatrica.

L’esempio più conosciuto legato alla luna è quello dell’uomo lupo o lupo mannaro (werewolf) e il fenomeno della licantropia (lycanthropy), mito di cui si è impadronito il folklore tramandando di padre in figlio storie di uomini che si trasformavano in lupi nei giorni di luna piena (vedi voce Wikipedia: Licantropia). Tali esseri erano presenti anche nella letteratura medica in cui venivano descritti come forme psicotiche con delirio di trasformazione o forme isteriche con comportamenti che richiamavano la trasformazione o un comportamento animale.
Nella moderna letteratura psichiatrica non ve ne è quasi più traccia e il delirio di trasformazione è diventato abbastanza raro (Keck et al., 1988; Garlipp et al., 2004; Bou Khalil et al., 2012). Nonostante questo le credenze che la luna abbia un’influenza sulla psiche umana rimane diffusa.

CatturaNella letteratura psichiatrica tuttavia, nessuno studio scientifico è mai riuscito a mettere in relazione le fasi lunari con i disturbi psichiatrici (Raison et al., 1999; McLay et al., 2006). In un recente studio pubblicato nel 2013 da ricercatori canadesi dell’Université de Laval questo dato viene confermato ulteriormente (Belleville et al., 2013). I ricercatori hanno esaminato i ricoveri nei servizi d’urgenza di due grandi ospedali canadesi e hanno confrontato i dati con le fasi dei cicli lunari senza trovare alcuna correlazione con i disturbi d’ansia smentendo la credenza popolare di un aumento dei disturbi psichiatrici durante le notti di luna piena.

Secondo gli autori dello studio tale credenza sarebbe diffusa oltre che a gran parte della popolazione, anche nell’80% degli infermieri e nel 63% dei medici (probabilmente canadesi o nordamericani). Essi auspicano dunque che i professionisti della salute abbandonino tali credenze che trovano conferma solo nelle profezie che si autoavverano. Una critica che può essere mossa a questo studio è che andrebbero ricercate e confrontate tutte le cause di ricovero per motivi psichiatrici mentre nello studio in questione anche se si parla di disturbi d’ansia, dell’umore e suicidio, i ricercatori hanno selezionato pazienti con dolore toracico e li hanno intervistati con l’aiuto di un’intervista strutturata per l’ansia. Questo ci sembra un limite che falsa le conclusioni dello studio. Nonostante questo limite, 50 anni di ricerche in psichiatria non hanno messo in evidenza alcuna relazione tra fasi del ciclo lunare, in particolare la luna piena, e malattie mentali (Raison et al., 1999; McLay et al., 2006).Tuttavia esiste un effetto che la luna piena potrebbe avere sul cervello umano…

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Dormito male? È la luna piena…”. Ve lo siete mai sentito dire?

A noi capita di sentire dei pazienti esprimersi in questo modo, segno che sia credenza popolare, un modo di pensare e di dire. Questo modo di dire tramandato dai padri e che si ritiene senza fondamento, soprattuto da quando l’avvento della corrente eletrrica ha cambiato le regole dell’illuminazione notturna, rendendo meno evidente l’effetto della luna piena, potrebbe in realtà avere un fondamento scientifico. L’uomo ha sempre studiato l’effetto del ciclo solare sull’uomo e gli animali, ma etologi e biologi che studiano il comportamento animale si sono dedicati anche al comportamento notturno analizzando l’effetto ad esempio sulla predazione (Kronfeld-Schor et al., 2013). Secondo gli etologi esisterebbe anche un ritmo circalunare, oltre al ritmo circadiano, che regola alcuni comportamenti notturni negli animali.

Nell’uomo, nonostante sia appunto noto che la luna piena, con la maggiore luminosità notturna, possa influenzare negativamente la qualità del sonno, non era ancora stato studiato. Studi aneddottici e osservazionali avevano messo in evidenza che la luna piena potesse avere un effetto negativo sul sonno (privazione del sonno) con conseguente scatenamento di fasi di eccitazione (chiamate ipomania o mania) (Raison et al., 1999; Röösli et al., 2006) ma si restava sempre nel campo delle ipotesi.

Sebbene ai giorni nostri con l’illuminazione elettrica questo fenomeno ciclico sul sonno sia meno evidente (anche se è evidente il corrispettivo eccitamento dovuto all’illuminazione elettrica), in condizioni sperimentali ricercatori Svizzeri hanno studiato il sonno con polisonnografia (registrazione notturna di diversi parametri: EEG, ECG, movimenti muscolari, saturazione ossigeno, livelli melatonina); essi hanno trovato che durante la luna piena, l’attività delta durante il sonno Non-REM, indicatore di sonno profondo, diminuiva del 30%, il tempo impiegato per addormentarsi aumentava di 5 minuti, e la durata totale di sonno registrata con l’EEG era inferiore di 20 minuti. Inoltre questi cambiamenti erano anche associati ad una minore qualità soggettiva del sonno ed infine ad una diminuzione dei livelli endogeni di melatonina (l’ormone del sonno).

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Tutto questo in condizioni controllate fa concludere agli autori che la luna piena può avere un’influenza importante sulla struttura del sonno umano confermando le osservazioni empiriche dei nostri trisnonni (prima della corrente elettrica) (Cajochen et al., 2013). Tuttavia questo studio, fanno sempre notare gli autori, si spinge oltre nell’ipotizzare un “ritmo circalunare” interiorizzato nei nostri cervelli in quanto, per le condizioni sperimentali dello studio, i soggetti studiati non erano entrati in contatto con la luce della luna ma dormivano in laboratorio. Si ipotizza quindi che l’effetto della luna sia mantenuto da ormoni interni che sincronizzerebbero il cervello alla luna piena (Cajochen et al., 2013).

Secondo una spiegazione evoluzionistica è possibile che i nostri antenati siano stati sensibilizzati a dormire poco durante le notti di luna piena per difendersi dai predatori e di conseguenza abbiano sviluppato questo meccanismo circalunare che è stato tramandato geneticamente fino ai giorni nostri in cui è meno utile per difendersi dai predatori (salvo per quei popoli che vivono ancora a contatto con la natura. Sarebbe interessante identificare la localizzazione anatomica di questo orologio lunare nel nostro cervello per studiaro ed esaminare se ha degli affetti su altre funzioni cognitive e sull’umore (Cajochen et al., 2013).

Fonti

Roma, cucciolo di cane aiuta bimba a uscire dalla terapia intensiva

La Stampa

Lieto fine per primo caso all’Ospedale Gemelli di pet-therapy in Tip


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Portos, un cucciolo di cane, ha aiutato la sua padroncina, una bimba di 10 anni ricoverata nella Terapia intensiva pediatrica del Policlinico universitario A. Gemelli di Roma, a guarire da uno stato depressivo profondo sviluppato in seguito ai suoi problemi di salute durante la degenza nel reparto intensivo. Un incontro al giorno col suo amico a quattro zampe l’ha aiutata a ritrovare il sorriso e le forze per reagire alla sua malattia e sconfiggerla. Ora la bimba è tornata a casa guarita. Si tratta del primo caso di pet-therapy in terapia intensiva pediatrica nel Lazio e tra le prime esperienze di questo tipo conosciute in Italia, comunica l’ospedale in una nota.

È il lieto fine avvenuto presso la Terapia intensiva pediatrica (Tip) del Policlinico universitario A. Gemelli, grazie all’idea dell’equipe medica diretta da Giorgio Conti, dove è stato attivato con successo un programma di pet-therapy nella bambina affetta da mielite postinfettiva (una reazione del midollo spinale molto rara) e per questo da una forma temporanea di tetraplegia. La piccola paziente aveva sviluppato uno stato di profonda depressione post-traumatica e l’equipe multidisciplinare di rianimatori pediatrici, neuropsichiatri infantili ed ematologi del Gemelli, d’accordo con la famiglia, ha condiviso l’idea che il gioco con il suo piccolo cucciolo di cane potesse essere di grande giovamento sia per il suo umore, sia per la guarigione che richiedeva l’impegno nella fisioterapia. 

«La bambina era tristissima, non riusciva a dormire - racconta Conti - Abbiamo cercato di farla reagire facendo entrare in Tip Portos, un cucciolo di Golden Retriever che faceva parte della famiglia. Abbiamo organizzato, con il permesso della direzione sanitaria e rispettando scrupolosamente il protocollo di trattamento integrato con la pet-therapy, un incontro di un’ora con il cane tutti i giorni per due settimane, dopo la seduta di fisioterapia. La bimba, che si era chiusa in un mutismo acinetico e non riusciva a essere molto collaborativa in fisioterapia, ha subito reagito, già al primo incontro: è stato possibile staccarla dal ventilatore meccanico e iniziare a fare sessioni di fisioterapia più intensa. I genitori hanno accettato con entusiasmo la nostra idea e oggi la bambina è guarita e ha lasciato l’ospedale». 

La pet-therapy è prevista nelle linee-guida di trattamento della Critical Care Society Usa (Società scientifica statunitense di Terapia Intensiva), ma questa è una delle prime esperienza di pet-therapy in Terapia intensiva pediatrica nel nostro Paese, certamente la prima nel Lazio. «Stati depressivi nei pazienti ricoverati in terapia intensiva pediatrica sono abbastanza comuni - conclude Conti - soprattutto nei bimbi un po’ più grandi perché che sono sottoposti ad alcune procedure come l’intubazione che li rattristano particolarmente. Per questo abbiamo attivato questo programma di pet-therapy e puntiamo a riproporre questo trattamento integrato anche per altri piccoli pazienti che in futuro saranno ricoverati nella nostra terapia intensiva aperta».