mercoledì 7 agosto 2013

Il testo integrale della conversazione con Esposito

Il Mattino
di Antonio Manzo


Cattura
Silvio Berlusconi non è stato condannato «perché non poteva non sapere», ma «perché sapeva»: era stato informato del reato. Così il giudice Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della Cassazione, spiega la sentenza di condanna per il Cavaliere in una intervista esclusiva al Mattino. «Nessuna fretta nel processo. Abbiamo solo attuato un doveroso principio della Cassazione, quello di salvare i processi che rischiano di finire in prescrizione». E quello Mediaset sarebbe andato prescritto il primo agosto scorso. «Abbiamo deciso con grande serenità» aggiunge il magistrato. Sulle polemiche che negli ultimi giorni lo hanno colpito dal fronte berlusconiano, il presidente preferisce non replicare: «La mia tutela avverrà nelle sedi competenti».

Aggiunge: «Ero per la diretta tv, ma avremmo turbato il processo». Aveva già giudicato Berlusconi, imputato con Craxi, nel processo All Iberian. E poi, ancora, Cesare Previti, nel processo della corruzione dei giudici per il lodo Mondadori, la costola penale di una partita civilistica finita con la condanna di Berlusconi a risarcire De Benedetti. Ma Antonio Esposito, settantuno anni, presidente della sezione feriale della Corte di Cassazione che giovedì scorso ha letto la sentenza di condanna per Silvio Berlusconi, stavolta non è passato inosservato. Anzi, è diventato il giudice simbolo di un Paese diviso. C’è chi lo etichetta come il magistrato del pregiudizio. E chi, invece, lo descrive come un giudice sereno che non si è mai lasciato condizionare né dai nomi e cognomi degli imputati, né dalle inchieste e dai processi.

Fin da quando, pretore in un paese del Cilento, Sapri, dovette subìre l’incendio della Pretura per aver mandato in carcere amministratori e speculatori che assalivano con il cemento le coste tirreniche. Oppure quando, per le sue inchieste agli inizi degli anni Ottanta, fu al centro di indagini ministeriali dalle quali poi è uscito del tutto indenne. «Solo colpevole di aver fatto sempre il mio dovere» ricorda lui. Oggi è il magistrato conosciuto in tutto il mondo. Lui con la toga che legge la sentenza e, nel giro di un minuto, fa esultare e poi deprimere il popolo del Cavaliere quando pronuncia le prime righe del dispositivo: comincia con l’«annullamento» della sentenza, ma è riferito solo alle condanne accessorie e, immediatamente dopo, prosegue leggendo l’ultima parte del dispositivo: «Rigetto del ricorso».

E, quindi, la condanna per il Cavaliere. Antonio Esposito è di nuovo nel suo ufficio in Cassazione. Passo svelto, con la borsa. Nessuna scorta. È erede di una famiglia di giuristi, fratello dell’ex pg della Cassazione, Vitaliano, ma anche padre di un pm milanese, Ferdinando, fotografato, tempo fa, in un bar con Nicole Minetti e, naturalmente, finito nel mirino di chi divide il mondo in berlusconiani e antiberlusconiani anche al caffè.


Il Pdl dice: la Cassazione è sempre così lenta, stavolta ha fatto tutto in fretta. Perché è stata così rapida nella fissazione dell’udienza per il processo Mediaset-Berlusconi?
«C’è un principio generale che attiene allo spirito della formazione della sezione feriale della Corte di Cassazione. Questo collegio di giudici, che poi muta nel corso dei mesi estivi, serve ad evitare che i processi subiscano la condanna del tempo con la prescrizione oppure, altro esempio, quando i termini di custodia cautelare possono decadere».

Quindi, atto dovuto per qualsiasi processo che in periodo feriale arriva in Cassazione con il pericolo della prescrizione?
«Esatto, atto dovuto per qualunque processo con qualunque imputato». E nel processo Berlusconi-Mediaset? «C’era l’indicazione dell’ufficio esame preliminare dei ricorsi - cosiddetto ufficio spoglio - della terza sezione penale della Cassazione, secondo il quale la prescrizione sarebbe scattata il primo agosto. E, quindi, a me come presidente della sezione feriale non restava altro che fissare la data in tempo non utile ma utilissimo e ravvicinato onde evitare la prescrizione».

Solo sul processo Mediaset-Berlusconi c’era il pericolo della prescrizione? «Assolutamente no. Il processo Berlusconi si prescriveva il primo agosto. C’erano processi che si sarebbero prescritti il 30 luglio, il 31 luglio e il 4 agosto. Anche per quelli c’era il rischio prescrizione, bisognava afferrarli per i capelli. Così abbiamo fatto».

Quanti processi arrivano mediamente alla sezione feriale della Cassazione?
«A getto continuo. Ne sono stati già fissati 140-150». Come viene composta la sezione feriale? «È il primo presidente della Cassazione che, dopo aver acquisito la disponibilità di due-tre magistrati per ogni sezione, compone i collegi. Per il 2013 i collegi sono stati istituiti con decreti del 23 maggio scorso. Io finisco domani (oggi per chi legge). Nei prossimi giorni subentreranno altri presidenti, i colleghi Marasca e Siotto».

È vero che lei era d’accordo alla pubblicità integrale, in diretta, delle udienze del processo Mediaset-Berlusconi?
«Sì, lo ero per un processo di meritevole rilevanza sociale. Di qui, l’autorizzazione per la pubblicità delle udienze. Ma ho dovuto cambiare idea di fronte alla richiesta di 32-33 emittenti televisive, da quelle nazionali a quelle internazionali. C’erano richieste della Cnn, di una tv belga, di tre tv tedesche, una tv giapponese, mi pare anche una araba. Avremmo potuto determinare un oggettivo turbamento allo svolgimento delle udienze. E non era giusto, per la doverosa serenità che bisogna assicurare ad ogni processo, ad ogni imputato oltre che ai magistrati che avrebbero dovuto giudicare».

Eravate consapevoli della importante dirompenza del processo, come aveva anche detto alla vigilia lo stesso capo dello Stato?
«L’autorevolezza delle parole del capo dello Stato andavano nel segno della richiesta di un supplemento di serenità e imparzialità che ogni giudice, in qualsiasi processo, deve osservare e fare osservare».

Perché sette ore di camera di consiglio? «Non posso svelare quel che è segreto».

Ci potrà dire se avete almeno fatto qualche pausa... «Sì, per consumare un panino».

Ma si renderà conto della lunghezza del tempo. «Certamente. Il tempo che abbiamo dovuto impiegare è la conseguenza delle dimensioni della discussione dei motivi con i quali era stato chiesto l’annullamento del processo, 47 motivi solo per Berlusconi. Per un totale di una novantina, comprensivi anche di quelli sollevati dai difensori degli altri imputati».

Avete discusso motivo per motivo in camera di consiglio? «In camera di consiglio, sempre e comunque come prescrive l’articolo 606 del codice di procedura penale, la Corte valuta preliminarmente motivi che potrebbero determinare nullità processuali, ad esempio se è stato notificato o meno un atto, poi la inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche. E ancora, inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, di inutilizzabilità, di inammissibilità o di decadenza. Fino alla valutazione della eventuale mancata assunzione di una prova decisiva, o mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione».

Ci sono state indiscrezioni secondo le quali all’interno della camera di consiglio vi sarebbe stata una divisione tra una linea morbida, rappresentata dal giudice relatore, e una linea dura interpretata da lei.
«Assolutamente non posso rispondere». Ma la sua persona è finita nel mirino delle polemiche, con accuse di pregiudiziale ostilità nei confronti degli imputati. Perfino con l’aver anticipato, anni fa, sentenze, oltre che giudizi, contrari a Berlusconi. «Polemiche registrate alla vigilia, oltre che dopo la sentenza. Non rispondo, perché chiederò ad altre sedi la tutela della mia onorabilità».

Lasciamo in un angolo le polemiche. Può esistere, chiamiamolo così, un principio giuridico secondo il quale si può essere condannati in base al presupposto che l’imputato «non poteva non sapere»?
«Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza».

Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora? «Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere».

Dopo la sentenza il presidente Napolitano ha detto: le sentenze si rispettano ed ora bisogna riformare la giustizia.
«Le parole del capo dello Stato sono sempre di saggezza istituzionale e rigore costituzionale. Soprattutto quando i giudici procedono avendo come riferimento la sacralità di uno dei principi della Costituzione: tutti siamo eguali davanti alla legge».

Lei ha fatto molti processi in Cassazione, da quello sull’attentato all’Addaura ai più importanti processi della Tangentopoli milanese e nazionale. Quale ricorda con maggiore memoria?
«Quello per il fallito attentato a Giovanni Falcone. Una inchiesta ed un processo che si trasformò anche in un infame linciaggio al giudice-eroe. All’Addaura, prim’ancora di Capaci, volevano ammazzare Falcone con un ordigno potentissimo sistemato sulla spiaggia: avrebbe potuto colpire in un raggio di 60 metri. L’amarezza è che in quei giorni, ed anche nelle fasi processuali, ci furono personaggi delle istituzioni che sostenevano che l’attentato fosse una simulazione. Nella sentenza censurammo con parole forti questi depistaggi, in un fatto gravissimo che avrebbe dovuto portare anticipatamente alla morte Giovanni Falcone. Non è stato mai spiegato il motivo per il quale un artificiere chiamato sul luogo dell’attentato alle 7,30 del mattino arrivò alle 11,30».

C’è chi è tornato a sostenere in queste ore: aboliamo la Cassazione come ultimo grado di giudizio.
«La Cassazione serve. Anzi, come non mai. È l’ultimo grado di legittimità come prescrive l’articolo 111 della Costituzione. È una garanzia per il cittadino, un sacrosanto suo diritto per la tutela di un giusto processo e l’affermazione dei principi di legalità».


Martedì 06 Agosto 2013 - 22:49
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 07 Agosto - 16:18




Il giudice: «Testo manipolato». Il direttore del Mattino: intervista riportata in forma letterale

Il Mattino




Lunga nota del giudice: «Inserita nell'intervista una mia risposta mai data». Il direttore del quotidiano: «Testo riportato integralmente»



«Il testo dell'intervista da pubblicare, inviatomi dal giornalista del "Mattino", dopo il colloquio telefonico, è stato manipolato». Lo afferma il giudice Antonio Esposito, presidente del collegio della Cassazione che ha condannato Berlusconi. «Il testo dell'intervista da pubblicare, inviatomi dal giornalista del Mattino, dopo il colloquio telefonico, via fax, alle ore 19.30 del 5 agosto 2013 - afferma Esposito in una nota - è stato manipolato con l'inserimento, da parte del giornalista, dapprima della seguente domanda (mai rivoltami): "Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E quale è allora?". E poi della seguente risposta (mai da me data): "Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza dei quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perchè eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere.

No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perchè Tizio, Caio e Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po' diverso dal "non poteva non sapere"». «È sufficiente confrontare il testo dell'articolo pubblicato dal Mattino con il testo inviatomi alle ore 19,30 (data del fax), da pubblicare, - prosegue il giudice - per rendersi conto della gravissima manipolazione che ha consentito al giornalista di confezionare il titolo "Berlusconi condannato perchè sapeva non perché "non poteva non sapere", attribuendomi falsamente la paternità di tale titolo. Il testo dell'intervista inviatomi dal giornalista è stato da me consegnato al Primo Presidente, al quale ho consegnato altresì la smentita inviata al Mattino alle ore 9,16 e cioè dopo circa un quarto d'ora dalla lettura dell'articolo, a seguito della quale mi ero reso conto della manipolazione del testo dell'intervista».

«Nella registrazione dell'intervista - conclude Esposito - non vi è né vi può essere il sia pur minimo accenno a tali espressioni perchè mai da me pronunciate. Esse appartengono esclusivamente al giornalista che, virgolettandole, me le ha falsamente attribuite. Preciso ancora che, come risulterà dalla registrazione, l'intervista era stata concessa esclusivamente per trattare di temi generali, del tutto estranei alla regiudicanda, quali il funzionamento della Sezione feriale, la composizione di essa, il numero dei processi trattati dalla feriale per impedire la prescrizione, la necessità di celebrare il processo in tempi brevi, data l'imminente prescrizione, e l'opportunità della pubblicità integrale dell'udienza relativa al processo in questione, con completa esclusione di ogni riferimento a questioni di merito inerenti alla sentenza, sulle quali la Corte si sarebbe pronunciata, occorrendo aspettare il deposito della motivazione».

Il direttore del Mattino Barbano. «Posso assicurare a voi e ai miei lettori che l'intervista è letterale, cioè sono stati riportati integralmente il testo, le parole e le frasi pronunciate dal presidente di cui ovviamente abbiamo prova»: è quanto ha sottolineato Alessandro Barbano, direttore del Mattino, intervenuto oggi al programma di Radio1 '"Start, la notizia non può attendere", in merito all'intervista al giudice Antonio Esposito pubblicata oggi sul quotidiano (leggi) e poi smentita in alcuni passaggi dallo stesso presidente della sezione feriale della Cassazione.

«Non posso commentare la smentita - ha proseguito Barbano - ma posso commentare, di fronte a qualunque sede, che il presidente Esposito ha pronunciato esattamente le parole con la sintassi e la conseguenza logica con cui noi le abbiamo pubblicate». «Ovviamente sì» ha poi risposto Barbano alla domanda se Il Mattino fosse in possesso della registrazione dell'intervista. «Posso immaginare - ha proseguito Barbano - che il presidente della Cassazione abbia valutato a posteriori che, in qualche modo, spiegare le motivazioni della condanna prima di averla emessa possa avere per lui un ritorno non positivo. Però non è una colpa da attribuire ai giornalisti, ma alla responsabilità e alla maturità di chi parla».


martedì 6 agosto 2013 - 12:08   Ultimo aggiornamento: 20:31

Benvenuti nell'ospedale fantasma: 20 miliardi di vecchie lire buttate al vento

Corriere della sera

Il tour dell'incredibile a Scalea, tra devastazione, farmaci da aprire e apparecchiature mai usate


Cattura
Si sente forte l'odore di salsedine dalla collina Petrosa, frazione di Scalea, in provincia di Cosenza. Ci sono le villette più esclusive con un panorama eccezionale sul mare del tirreno cosentino. Qui i pazienti dell'hinterland (quasi 50 km di costa) avrebbero dovuto godere non solo del panorama speciale e dell'aria salubre ma anche delle cure specialistiche di un ospedale. Da almeno 40 anni. Cinque piani e una struttura faraonica che domina tutta l'insenatura. Dovevano essere allocati qui tutti i reparti di un ospedale cittadino che però d'estate sarebbe stato assalito da migliaia di turisti (si stimano circa 700.000 presenze). Quarant'anni, le solite vicissitudini burocratiche, i soldi della Cassa del Mezzogiorno che in questi casi non mancano mai (20 miliardi di vecchie lire a cui vanno aggiunti quelli spesi per i vari tentativi di recupero della struttura). E l'ospedale non c'è. Cioè esiste la struttura ma è devastata, depredata.

Neanche il tempo di dargli un nome. Nel cosentino lo chiamano tutti «l'ospedale fantasma». A metà degli anni '80 i lavori erano quasi finiti. Un gran bell'ospedale, attrezzato con tutte le moderne apparecchiature. Erano stati previste attività specialistiche (dalla chirurgia a ostetricia), laboratorio di analisi, la guardai medica e un servizio di 118. Una manna dal cielo per i vacanzieri che su questa costa si affollano a migliaia. Invece il sogno ha lasciato il posto alla devastazione. Persino i controsoffitti sono stati divelti assieme alle finestre, le porte, i bagni, i lavandini. Un gruppo elettrogeno fu smontato quasi 20 anni fa, di notte. Con tutta la calma di questo mondo arrivarono con un camioncino e smontarono l'intera centralina elettronica, compresi i quadri e gli accessori. Dopo di loro nessuno ci è più entrato.


Piano per piano lo visitiamo tutto. Nel nostro tour dell'incredibile ci imbattiamo in stanze ingolfate di cartoni. Sono sistemati alla rinfusa come durante un trasloco. Ne apriamo qualcuno e troviamo attrezzature di ogni genere: dalle apparecchiature per la spirometria ai misuratori dell'insulina passando per cardiofrequenzimetri e decine di stetoscopi. Tutti nuovi, ancora imballati nelle loro valigette di alluminio. In altre scatole c'è il necessario per i malati di diabete. E poi farmaci per l'infarto, spray per l'elettrocardiogramma, aghi e siringhe di ogni tipo. Saliamo al piano superiore ed ecco i suppellettili: letti, armadietti, comodini, appendipanni, cassettiere, condizionatori, scrivanie con tanto di stampanti intonse, macchine da scrivere, toner ancora nel cellophane, prese usb, hard disk esterni sigillati nella confezione originale. Ancora un'altra stanza: c'è materiale da cancelleria che potrebbe bastare per un anno interno: buste, pacchi di fogli bianchi, ricettari, timbri, carta intestata, penne...

Da poco è crollata anche la strada che porta al nosocomio. Una voragine di quasi tre metri ha inghiottito parte dell'arteria che avrebbe dovuto portare al Pronto Soccorso. Oggi, per dare una parvenza di utilità, è stato utilizzato il piano terra dello stabile per un poliambulatorio, un centro psichiatrico e un Sert. Forse così si riesce a sfruttare il 10% dell'immenso ospedale. Il resto è fermo tra stop & go periodici, tra promesse elettorali e annunci della politica. Già, la politica.
Da qualche giorno sono in cella sindaco e giunta. L'accusa è quella di essere stati referenti amministrativi delle ndrine di Cetraro. Avrebbero favorito speculazioni sul territorio a favore del clan Muto. Ma non da oggi, non solo loro, non l'unica amministrazione. Da anni. Nel frattempo il vero paradosso lo vivono i calabresi di queste zone. Dopo la chiusura di quello di Praia a Mare, l'ospedale più vicino si trova a 41 km, a Cetraro. Gli altri sono ospedali privati. E non sono fantasma.

5 agosto 2013 (modifica il 6 agosto 2013)

Kyenge: «L’Italia prenda esempio da Balotelli»

Il Messaggero

di Maria Latella


Cattura
«KATA-KATA, Katanga-nga». Per capire che tipo è Cecile Kyenge sappiate che lei sì è una Katanga vera nata in Congo. Nata in quella provincia del Congo che con le sue lunghe lotte di secessione ispirò nei primi anni 70 il nome del servizio d'ordine del Movimento Studentesco milanese, per l'appunto detto Katanga. Una tosta, insomma, il ministro per l'Integrazione e le politiche giovanili. Così almeno mi è sembrata nella conversazione avuta giorni fa. Vero è che se alle manifestazioni di partito cui ha partecipato di recente il ministro Kyenge ci fossero non dico i maneschi Katanga del Movimento anni 70 ma almeno un similservizio d'ordine, ecco forse al ministro Kyenge sarebbero stati risparmiati gli insulti in pubblico o le banane lanciate da uno sconosciuto alla festa del Pd di Cervia.

Lei però, come vi ho detto, è una Katanga, mica un'educanda, e dunque domenica, a Verona, ha incassato le scuse del sindaco della città , Flavio Tosi, che è anche vicesegretario della Lega. Una tregua che il ministro conferma di aver apprezzato anche se, come spiega più avanti, ora è Maroni che deve farsi sentire. Cecile Kyenge è in politica soltanto dal 2004, da quando venne eletta per i Ds in una circoscrizione del comune di Modena, ma si capisce che la politica è pane per i suoi denti e che con la politica vorrà avere a che fare ancora a lungo. Dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato la condanna a quattro anni per Silvio Berlusconi, dopo la manifestazione di via del Plebiscito, Cecile Kyenge sembra ancora cautamente ottimista circa le sorti del governo di cui fa parte.

I MINISTRI
La sentenza ha riaffermato il principio “la legge è uguale per tutti”? «La legge è uguale per tutti, certo, ma su questa sentenza e sul futuro del governo ha già detto tutto Enrico Letta e condivido la sua posizione perché Letta sa guardare lontano. Non credo che per il governo cambierà niente». Non eravate imbarazzati venerdi scorso, durante il consiglio dei ministri? «Abbiamo lavorato con lo stesso clima di sempre. Poi, certo, questo è un momento doloroso per la vita dei partiti e io capisco e rispetto il dolore, Il turbamento dei miei colleghi ministri...» Chissà lo stato d'animo dei ministri del Pdl... «Gliel'ho detto: il clima era di collaborazione. Il lavoro va avanti in un contesto sereno. Questo è un governo di responsabilità e finora ne siamo stati consapevoli, abbiamo lavorato bene. Spero che continueremo così».

IL CONTRIBUTO DI BALOTELLI
Si agitino pure, all'interno del Pd, Cecile Kyenge non farà una piega. Una che ha dovuto vedersela con 38 fratelli (tanti ne sono nati dalle quattro mogli del padre, un funzionario statale congolese alquanto benestante) volete che si spaventi per le dichiarazioni di Civati o i semidiktat dei renziani? Se volete una conferma del carattere della signora, osservate come si districa sulla questione Balotelli. Le chiedo se non si sia pentita di aver elevato a testimonial di una campagna contro il razzismo l'attaccante del Milan, non proprio un campione di sobrietà. Ora che è pure ministro delle Politiche giovanili le sembra un modello da proporre? La voce di Cecile Kyenge si alza di tono, sia pure di poco. «Non capisco perché dovrei escludere Balotelli.

C'è una tendenza a giudicare le persone senza tenere conto delle loro difficoltà e dello stress nel quale si trovano a gestire il proprio talento. Io credo che Balotelli stia dando un contributo importante». Mi scusi, ma quale? «Lo sta dando nel settore dello sport e anche fuori dall'Italia. I suoi gol sono un messaggio positivo per il nostro Paese. Deve giocare in condizioni molto, molto difficili. Non siamo tutti uguali e non vedo perchè andrebbe escluso». Qui Cecile Kyenge si mostra politica accorta, attenta alla comunicazione. Spiega che il percorso iniziato il 30 luglio per sensibilizzare i giovani dovrà ovviamente rivolgersi a tutti, a ogni pubblico: «Per far capire che cos'è il razzismo bisogna puntare alla partecipazione dal basso. E Balotelli può essere di grande aiuto. Lo lasci dire a me che so cosa vuol dire subire l’attenzione dei media e un certo tipo di razzismo».

LA LEGA
Appunto, torniamo alla mancata partecipazione alla festa della Lega. Con Maroni poi non vi siete sentiti. Perché? «Il mio messaggio era chiaro. Apertura a ogni confronto quando si creerà un contesto che consenta il dialogo. Per ora non lo vedo». Ma non è andata neppure alla festa del Pd, a Reggio Emilia. Le hanno consigliato di evitare le manifestazioni di partito? «Ho dovuto dire no per impegni istituzionali. Nella vita di un ministro ci sono anche quelli». L’Italia che la aggredisce è un Italia spaventata o ignorante? «C'è l’una e l’altra. È un’Italia che sta cercando se stessa». E lo fa insultando lei? «È uno scontro culturale.

Ci sono persone che non riescono ad accettare il cambiamento. È un'Italia che ha bisogno di un nuovo modo di comunicare. Bisogna capire i disagi e non generalizzare». Niente da fare. Quando si tratta di «capire i disagi» non la schiodi. D’altra parte si è anche visto l'altro lato di Cecile Kyenge: per replicare alle aggressioni, finora ha scelto più l'ironia che il sarcasmo. Lo stesso timbro sospeso tra dolce autorevolezza e ferma comprensione sembra averlo adottato per l’educazione delle sue due figlie teenager, Giulia e Maisha, nate dal matrimonio con Domenico, calabrese fuori sede conosciuto all'università. Alle sue figlie, Cecile Kyenge ha insegnato che nella vita occorre fare perno su tre cose: «Credere in se stessi. Perseverare. E rispettare l’interlocutore».

Fin qui ci siamo. Ma quando aggiunge che Giulia e Maisha «sono state cresciute con un approccio multiculturale» sento che stiamo per infilarci nel pericoloso tunnel del sinistrese generico. Provo riportare a terra il ministro. Che intende per approccio multiculturale? «Non esistono solo spiegazioni verbali - replica lei paziente - Esiste un modo di vivere anche le piccole cose. Dalla cucina al modo di vestire, bisogna essere aperti al mondo. Di fronte a una persona che sembra loro diversa, i bambini chiedono: tu da dove arrivi? Ecco, le mie figlie questa domanda non l'hanno mai posta. E quando lo chiedevano a loro, rispondevano: “Come da dove veniamo? Noi siamo nate qua. Forse volevi chiedere da dove viene la mia mamma?”.

L’AFRICA
A proposito di giovani, e di futuro. L’Europa è un continente vecchio. L’Africa il continente sul quali in tanti, dalle multinazionali alle grandi potenze, puntano per il futuro. Un ragazzo italiano fa bene a scommettere sull'Italia o farebbe meglio a cercar fortuna a Nairobi o a Lagos? «Messa così, è difficile rispondere. Io consiglierei di puntare sull’Italia. È vero che la disoccupazione sfiora il 40 per cento ma col governo stiamo analizzando questi dati proprio per dare delle risposte. Le politiche giovanili si fanno a stretto contatto col ministero del Lavoro e qualcosa comincia a vedersi: abbiamo incentivato la creazione di nuovi lavori in vista dell'Expo di Milano, il ministro Bray ha presentato

un progetto che coinvolgerà cinquecento giovani per la catalogazione e la digitalizzazione del patrimonio culturale». La mobilità sociale oggi in Europa è ferma. E in Africa? «Finora nei Paesi del Bric o in Africa non c’era una vera classe media. Chi nasce ricco resta ricco. Punto. In Italia le cose erano diverse, c’era una classe media che ora si va assottigliando e con la crisi le differenze si notano. Rischiamo di aumentare lo scarto tra ricchi e poveri come succedeva nei Paesi in via di sviluppo. Per questo il tema della meritocrazia va messo al primo posto. Investire sulle capacità, riconoscere le competenze. Se funziona, tutti possono andare avanti Se non ci riusciremo, i talenti migliori andranno via».

I LIBRI
A parte gli insulti e le polemiche, cosa le resta di questi primi mesi da ministro? «Un sacco di libri. Mi sto letteralmente rifacendo la biblioteca di casa. Me li regala la gente che incontro, sono storie scritte da loro o da altri. Una gran bel dono».


Martedì 06 Agosto 2013 - 09:23
Ultimo aggiornamento: 16:40

Berlusconi condannato: sapeva del reato» Ma il giudice Esposito poi rettifica

Corriere della sera

Il magistrato: «Ho parlato solo in termini generali»

Silvio Berlusconi era informato della frode fiscale. Per questo motivo è stato condannato. Il presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito ha firmato la sentenza con cui l'ex premier è stato condannato a 4 anni di reclusione (tre dei quali condonati con l'indulto). In un'intervista esclusiva al quotidiano il Mattino di Napoli, spiega che in questo caso non è possibile sostenere che «non poteva non sapere». Al contrario, la condanna è arrivata «perché sapeva», era stato informato del reato. Tuttavia, in mattinata, una nota del giudice rettifica parzialmente quanto riportato. Esposito smentisce in particolare «di aver pronunziato, nel colloquio avuto con il cronista - rigorosamente circoscritto a temi generali e mai attinenti alla sentenza, debitamente documentato e trascritto dallo stesso cronista e da me approvato - le espressioni riportate virgolettate: "Berlusconi condannato perchè sapeva non perchè non poteva non sapere"».

LA POLEMICA - Il giudice ha invece difeso l'operato della corte da lui presieduta: «Nessuna fretta nel processo. Abbiamo solo attuato un doveroso principio della Cassazione, quello di salvare i processi che rischiano di finire in prescrizione. Abbiamo deciso con grande serenità».

LE ACCUSE - Il processo Mediaset sarebbe andato incontro ad una prescrizione certa, secondo alcune stime, addirittura a metà settembre. L'accelerata impressa alla procedura in Cassazione è costata ad Esposito più di una bordata polemica da parte del fronte berlusconiano: «La mia tutela avverrà nelle sedi competenti», risponde il magistrato. Che aggiunge: «La condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza».

LE POLEMICHE - L'intervista di Esposito ha suscitato malumore tra le fila berlusconiane. Il coordinatore del Pdl Sandro Bondi si chiede se «è normale che il giudice Esposito entri nel merito della sentenza della Cassazione con un'intervista rilasciata a un quotidiano nazionale? È questo il nuovo stile dei giudici della Cassazione? Io credevo che i giudici parlassero attraverso le sentenze, anche se controverse, e che i magistrati fossero 'la bocca della leggè. Ma vuol dire che mi sbaglio». Mentre Luca d'Alessandro, segretario della commissione Giustizia della Camera del Pdl invoca un'azione disciplinare nei confronti della toga partenopea:

«Al di là dei contenuti, risibili e assai discutibili, l'intervista dell'ineffabile presidente della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito, è gravissima. I magistrati, e ancor più i giudici, dovrebbero parlare solo con le sentenze (anche quando ci si vergogna di esse) e questo principio dovrebbe valere oggi più che mai, per non alimentare tensioni ed esacerbare un popolo di milioni di persone che vuole giustamente reagire a quella che ritiene una grave ingiustizia. Auspichiamo che il ministro della Giustizia promuova un'azione disciplinare e prenda immediati provvedimenti nei confronti del giudice Esposito».

6 agosto 2013 | 10:53




Intervista esclusiva al giudice Esposito: «Berlusconi condannato perché sapeva»

Il Mattino

Il presidente della sezione feriale della Corte di Cassazione spiega la sentenza: l'ex premier era a conoscenza del reato

di Antonio Manzo

Cattura
Silvio Berlusconi non è stato condannato «perché non poteva non sapere», ma «perché sapeva»: era stato informato del reato. Così il giudice Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della Cassazione, spiega la sentenza di condanna per il Cavaliere in una intervista esclusiva al Mattino. «Nessuna fretta nel processo. Abbiamo solo attuato un doveroso principio della Cassazione, quello di salvare i processi che rischiano di finire in prescrizione». E quello Mediaset sarebbe andato prescritto il primo agosto scorso. «Abbiamo deciso con grande serenità» aggiunge il magistrato. Sulle polemiche che negli ultimi giorni lo hanno colpito dal fronte berlusconiano, il presidente preferisce non replicare: «La mia tutela avverrà nelle sedi competenti». Aggiunge: «Ero per la diretta tv, ma avremmo turbato il processo».

Giudice Esposito, può esistere, chiamiamolo così, un principio giuridico secondo il quale si può essere condannati in base al presupposto che l’imputato «non poteva non sapere»? «Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza».

Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora?
«Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere».
martedì 6 agosto 2013 - 09:22   Ultimo aggiornamento: 12:53




Il giudice Esposito corregge il tiro, ma Il Mattino ribadisce: «Intervista riportata in forma letterale»

Il Mattino


Cattura
«Posso assicurare a voi e ai miei lettori che l'intervista è letterale, cioè sono stati riportati integralmente il testo, le parole e le frasi pronunciate dal presidente di cui ovviamente abbiamo prova»: è quanto ha sottolineato Alessandro Barbano, direttore del Mattino, intervenuto oggi al programma di Radio1 '"Start, la notizia non può attendere", in merito all'intervista al giudice Antonio Esposito pubblicata oggi sul quotidiano (leggi) e poi smentita in alcuni passaggi dallo stesso presidente della sezione feriale della Cassazione.

«Non posso commentare la smentita - ha proseguito Barbano - ma posso commentare, di fronte a qualunque sede, che il presidente Esposito ha pronunciato esattamente le parole con la sintassi e la conseguenza logica con cui noi le abbiamo pubblicate».

«Ovviamente sì» ha poi risposto Barbano alla domanda se Il Mattino fosse in possesso della registrazione dell'intervista. «Posso immaginare - ha proseguito Barbano - che il presidente della Cassazione abbia valutato a posteriori che, in qualche modo, spiegare le motivazioni della condanna prima di averla emessa possa avere per lui un ritorno non positivo. Però non è una colpa da attribuire ai giornalisti, ma alla responsabilità e alla maturità di chi parla».

martedì 6 agosto 2013 - 12:08   Ultimo aggiornamento: 12:32



Il giudice: «Testo manipolato». Il direttore del Mattino: intervista riportata in forma letterale

Il Mattino

Lunga nota del giudice: «Inserita nell'intervista una mia risposta mai data». Il direttore del quotidiano: «Testo riportato integralmente»



«Il testo dell'intervista da pubblicare, inviatomi dal giornalista del "Mattino", dopo il colloquio telefonico, è stato manipolato». Lo afferma il giudice Antonio Esposito, presidente del collegio della Cassazione che ha condannato Berlusconi.


Cattura«Il testo dell'intervista da pubblicare, inviatomi dal giornalista del Mattino, dopo il colloquio telefonico, via fax, alle ore 19.30 del 5 agosto 2013 - afferma Esposito in una nota - è stato manipolato con l'inserimento, da parte del giornalista, dapprima della seguente domanda (mai rivoltami): "Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E quale è allora?". E poi della seguente risposta (mai da me data): "Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza dei quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perchè eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perchè Tizio, Caio e Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po' diverso dal "non poteva non sapere"».

«È sufficiente confrontare il testo dell'articolo pubblicato dal Mattino con il testo inviatomi alle ore 19,30 (data del fax), da pubblicare, - prosegue il giudice - per rendersi conto della gravissima manipolazione che ha consentito al giornalista di confezionare il titolo "Berlusconi condannato perchè sapeva non perché "non poteva non sapere", attribuendomi falsamente la paternità di tale titolo. Il testo dell'intervista inviatomi dal giornalista è stato da me consegnato al Primo Presidente, al quale ho consegnato altresì la smentita inviata al Mattino alle ore 9,16 e cioè dopo circa un quarto d'ora dalla lettura dell'articolo, a seguito della quale mi ero reso conto della manipolazione del testo dell'intervista».

«Nella registrazione dell'intervista - conclude Esposito - non vi è né vi può essere il sia pur minimo accenno a tali espressioni perchè mai da me pronunciate. Esse appartengono esclusivamente al giornalista che, virgolettandole, me le ha falsamente attribuite. Preciso ancora che, come risulterà dalla registrazione, l'intervista era stata concessa esclusivamente per trattare di temi generali, del tutto estranei alla regiudicanda, quali il funzionamento della Sezione feriale, la composizione di essa, il numero dei processi trattati dalla feriale per impedire la prescrizione, la necessità di celebrare il processo in tempi brevi, data l'imminente prescrizione, e l'opportunità della pubblicità integrale dell'udienza relativa al processo in questione, con completa esclusione di ogni riferimento a questioni di merito inerenti alla sentenza, sulle quali la Corte si sarebbe pronunciata, occorrendo aspettare il deposito della motivazione».

Il direttore del Mattino Barbano. «Posso assicurare a voi e ai miei lettori che l'intervista è letterale, cioè sono stati riportati integralmente il testo, le parole e le frasi pronunciate dal presidente di cui ovviamente abbiamo prova»: è quanto ha sottolineato Alessandro Barbano, direttore del Mattino, intervenuto oggi al programma di Radio1 '"Start, la notizia non può attendere", in merito all'intervista al giudice Antonio Esposito pubblicata oggi sul quotidiano (leggi) e poi smentita in alcuni passaggi dallo stesso presidente della sezione feriale della Cassazione.

«Non posso commentare la smentita - ha proseguito Barbano - ma posso commentare, di fronte a qualunque sede, che il presidente Esposito ha pronunciato esattamente le parole con la sintassi e la conseguenza logica con cui noi le abbiamo pubblicate». «Ovviamente sì» ha poi risposto Barbano alla domanda se Il Mattino fosse in possesso della registrazione dell'intervista. «Posso immaginare - ha proseguito Barbano - che il presidente della Cassazione abbia valutato a posteriori che, in qualche modo, spiegare le motivazioni della condanna prima di averla emessa possa avere per lui un ritorno non positivo. Però non è una colpa da attribuire ai giornalisti, ma alla responsabilità e alla maturità di chi parla».

martedì 6 agosto 2013 - 12:08   Ultimo aggiornamento: 20:31





Tempesta sul giudice Esposito dopo l'intervista esclusiva al Mattino sulla condanna di Berlusconi

Il Mattino


Cattura
Tempesta sul giudice Antonio Esposito dopo l'intervista esclusiva rilasciata al Mattino (leggi). All'attacco Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, il segretario della commissione Giustizia della Camera, Luca d'Alessandro, Mara Carfagna, portavoce del gruppo Pdl alla Camera, l'ex ministro Maria Stella Gelmini, Daniela Santanchè e il deputato Elvira Savino. Sulla vicenda interviene anche l'avvocato di Berlusconi, Franco Coppi.

Bondi. «È normale che il giudice Esposito entri nel merito della sentenza della Cassazione con un'intervista rilasciata ad un quotidiano nazionale? È questo il nuovo stile dei giudici della Cassazione? Io credevo che i giudici parlassero attraverso le sentenze, anche se controverse, e che i magistrati fossero "la bocca della legge". Ma vuol dire che mi sbaglio». Così Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, in merito all'intervista rilasciata dal magistrato a "Il Mattino".

Gelmini. L'intervista del giudice Esposito sul Mattino di Napoli presenta «modalità incomprensibili». A dirlo è Maria Stella Gelmini (Pdl), intervenuta a "Radio Anch'io" su Radio1 Rai. «Questo processo nel quale è stato condannato in terzo grado Silvio Berlusconi - sostiene - ha veramente delle profonde anomalie dal fatto che il presidente di Mediaset Confalonieri sia stato ritenuto del tutto estraneo alla vicenda, com'è giusto che sia, ma che allo stesso tempo chi in quel periodo faceva ed era impegnato ad essere presidente del Consiglio sia stato più responsabile di chi lavorava in Mediaset e quindi debba essere condannato: è un qualcosa che non si comprende, una modalità incomprensibile perché Berlusconi non era in Mediaset e in quel momento non era impegnato tanto meno ad occuparsi di diritti televisivi; aveva un ruolo ben preciso, quello di presidente del Consiglio».

D'Alessandro. «L'ineffabile dottor Esposito ha oggi inventato la smentita che non smentisce, anzi che conferma l'intervista rilasciata al Mattino. Al di là dei commenti più espliciti sulla sentenza, che egli dichiara di non aver proferito e sui quali attendiamo curiosi la replica del Mattino, il presidente della sezione feriale della Cassazione conferma non solo di aver ricevuto il giornalista, ma anche di averci parlato e di aver rilasciato l'intervista, il cui testo (leggiamo dalla sua stessa smentita) è stato "debitamente documentato e trascritto dallo stesso cronista e da me approvato"».

È quanto afferma Luca d'Alessandro (Pdl), segretario della commissione Giustizia della Camera. «Poichè tutta la conversazione attiene al processo a Silvio Berlusconi e alla sentenza emessa proprio da Esposito, è davvero paradossale e grave che egli sostenga di aver parlato solo in termini generali. Ribadiamo che non è importante ciò che il giudice dice (ancorchè grave), ma è inquietante che egli intervenga pubblicamente e lo faccia anche prima delle motivazioni.

Quanto poi al testo che egli avrebbe controllato e approvato, il fatto che non sia reso conto che tutta l'intervista - da lui letta prima della pubblicazione - abbia riguardato il processo a Berlusconi ci fa sorgere più di un dubbio sulle sue capacità di discernimento. E se ha così mal compreso quanto ha scritto il giornalista, da lui sottoscritto, ci chiediamo con terrore se sia stato in grado di comprendere fino in fondo le carte di un processo così delicato per la sorte di un leader politico, che ha un seguito di dieci milioni di elettori, e di un intero Paese», conclude.

Carfagna. «Nessuno vuole mettere in discussione il sacrosanto principio costituzionale del "manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione", tuttavia esistono dei limiti morali e di opportunità che il buon senso, le circostanze e i ruoli impongono». Così la portavoce del gruppo Pdl alla Camera dei deputati Mara Carfagna, nell'ultimo post del suo blog, ha commentando l'intervista al Mattino. «Un togato - è quanto sottolineato l'esponente del Popolo della libertà - dovrebbe esprimere i propri "giudizi" con le sentenze, che si compongono di un dispositivo e di motivazioni, da depositare nei tempi e nei modi prestabiliti dalla legge.

Anticipare queste ultime in forma pubblica, attraverso un'intervista ad un organo di informazione nazionale, appare più come un modo per ottenere visibilità per chissà quale scopo futuro. Gli esempi di Di Pietro e Ingroia sono assolutamente vividi nella mente di tutti, così come la loro parabola politica». «Un togato, ancora di più se della Cassazione, dovrebbe fare della discrezione e del rispetto - formale e sostanziale - nei confronti di chi ha giudicato, degli imperativi categorici. Se ciò non avviene, allora, tutti sono legittimati a "fraintendere", ponendoci delle domande sulla reale terzietà di certi giudici» aggiunge Carfagna.

Savino. «Se il presidente della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito, ha ritenuto di dover concedere una intervista (confermata dal Mattino) per spiegare le motivazioni della sentenza addirittura prima del deposito della sentenza stessa, allora è la conferma che c'è più di qualcosa che non va. Ha voluto mettere le mani avanti, ma, excusatio non petita, accusatio manifesta». Lo afferma Elvira Savino, deputata pugliese del Pdl. «E c'è che ancora qualcuno che ci vorrebbe imporre di non commentare le sentenze, se poi sono gli stessi giudici che le hanno emesse a farlo? C'è ancora qualcuno che sostiene che una riforma della giustizia non è necessaria e urgente? Noi non possiamo accettare, e mai lo faremo, che un leader politico venga estromesso dalla vita pubblica non dalle urne ma da certi tribunali. Per questo - conclude Savino - non smetteremo mai difendere Silvio Berlusconi dagli ingiusti attacchi che subisce da vent'anni».

Santanchè. «Come valuterebbe il giudice Esposito il caso di un imputato che si comportasse come ha fatto lui, ovverossia, dichiarasse palesemente il falso? Complimenti,signor giudice!» afferma Daniela Santanchè, Pdl.

L'avvocato Coppi. «Ormai di quello che sta accadendo non mi meraviglio più. Se Berlusconi riterrà di dover far qualcosa se la vedrà lui. Certo, normalmente le motivazioni di una sentenza si conoscono con il deposito della sentenza stessa. In genere dichiarazioni in anteprima non si rilasciano». Lo afferma ad Affaritaliani.it l'avvocato Franco Coppi, legale di Silvio Berlusconi, a proposito dell'intervista al presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito.

Riguardo al modo in cui sconterà la pena, Coppi ha detto che quando Berlusconi «avrà deciso che cosa fare, noi tecnici ci metteremo a disposizione per realizzare quello che è il programma che lui stesso ha delineato. In questo momento non voglio entrare in questo tipo di discorso». La questione della richiesta di grazia per l'ex premier è ancora una strada percorribile? «È una questione di competenza del presidente della Repubblica - risponde Coppi - e vedremo che cosa deciderà di fare. Per il momento noi come legali stiamo soltanto alla finestra. Vedremo quello che succederà». Anche su un eventuale ricorso in Europa, «non abbiamo preso una decisione: comunque bisognerà aspettare le motivazioni della sentenza. Non possiamo mica fare il ricorso sulla base di quello che ha detto il presidente Esposito».
 
martedì 6 agosto 2013 - 12:12   Ultimo aggiornamento: 13:02

La legge è uguale per tutti…quelli cari ai magistrati! Sconti di pena assurdi, parliamone.

Fonte : Bog  Chiamatemi Lucrezia...


Cattura
Ci sono cose che non mi spiego. Cose che a qualcuno potranno pure sembrare normali, ammissibili,  finanche giuste, ma che a me  urtano, stizziscono. Anzi, fanno proprio incazzare. Tra queste ci sono gli sconti di pena, le cosiddette “attenuanti generiche”, date così, random, “a discrezione del giudice”, dicono i dotti. Una discrezione che cozza però con il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, quello che in sostanza assicura che ”la legge è uguale per tutti”. Uguale, uguale un corno. Mi spiegate per esempio perchè un pazzo – perchè che è pazzo non ci sono dubbi, non serve manco la perizia psichiatrica – che va a spasso fracassando la testa ai passanti armato di piccone deve ottenere uno sconticino per il solo fatto che non era cosciente al momento del fatto?

E poi chi ce lo dice con certezza che non lo fosse? Basta forse una perizia psichiatrica effettuata a posteriori? E poi, che facciamo, era normale per chiedere l’asilo politico, fare ricorso a richiesta respinta, prendere a sassate i poliziotti, ed è pazzo ora che deve essere condannato al carcere a vita?! No, gente, così è troppo facile. E’ un folle perchè ha compiuto un atto fuori dalla grazia di dio, che nessuna persona normodotata potrebbe  compiere scientemente, potreste rispondermi. Vero, ma fino ad un certo punto. Per me, per esempio, è inconcepibile anche uccidere una moglie, un figlio, un cane, eppure non mi pare che tutti gli uxoricida vengano sottoposti a perizia psichiatrica…! E allora facciamo una cosa: per capire se è  davvero mentalmente infermo, che lo si prenda a picconate in testa, se non reagisce allora è assodato:  è pazzo.

Ma il punto non è manco questo.

Il punto è un altro. Quel che non mi capacito è lo sconto di pena: i periti accertano con i dovuti mezzi la pazzia di un individuo, e anzichè rinchiuderlo per sempre in una struttura ad hoc, curarlo, toglierlo dalla circolazione per evitare che possa reiterare il reato, che cosa  fanno? Lo rinchiudono, certo, ma solo per quattro o cinque anni…! E poi? E poi nulla. Poi visto che le strutture non ci sono, i soldi manco a parlarne, il pazzo viene rilasciato. Libero, come una farfalla. E non parlo tanto per dare aria allo stomaco. No. Ricordate il pugile ucraino che nell’agosto del 2010 uccise a pugni una donna filippina, incontrata per caso su un marciapede di Milano?

Bene, il pazzo è stato assolto perché non imputabile. E l’autore di questo capolavoro – perchè è giusto farne nome e cognome - è Roberta Nunnari, gup di Milano. La signora Nunnari, in sostanza, ha dato credito alla perizia che ha sancito l’incapacità dell’uomo di intendere e di volere al momento del fatto, perchè affetto da una forma di schizofrenia. Niente carcere, quindi, ma soltanto  5 anni di ospedale psichiatrico. Soltanto cinque. Roba che pure Corona che ha tentato di spillar soldi al milionario Trezeguet se ne dovrà fare il doppio…!

1
Stessa storia per il rom che prima rubò un Suv e poi investì - volontariamente - un vigile che stava tentando di fermarlo. La signora Daniela Guarnieri – perchè è cosa buona e giusta scandire nome e cognome di questi eroi civili –  presidente del Tribunale dei minori di Milano (mi viene il dubbio che la magistratura milanese sia fatta tutta della stessa molle pasta, puntuale e incisiva soltanto con Berlusconi!!) ha stabilito che l’assassino si meritava uno sconto di ben 11 anni (undici) perchè il poveretto era cresciuto in un ambiente criminale, quindi come poter pensare che fosse tutta colpa sua?! Ebbene, forse la signora Guarnieri non si è resa conto, ma ha  creato un precedente, pericolossissimo, perchè d’ora in poi toccherà elargire sconti di pena a chiunque sia cresciuto in un ambientino un po’ così.  E quindi anche ai boss di mafia, a chi è vissuto in determinate zone del sud Italia, finanche a chi ha avuto la sfiga di non nascere proprio nel centro storico di una grande città, ma soltanto in periferia…

Beh, oddio, forse a pensarci bene, con questa storiella, d’ora in poi la lggge potrà davvero essere uguale per tutti. Ricchi e gente per bene, esclusa, ovviamente.

23 maggio 2013

Paccard, un eroe di troppo nell’epopea del Monte Bianco

La Stampa

Con Balmat fu il medico di Chamonix a salire per primo sulla vetta, ma un complotto dello scienziato alpinista De Saussure ne ha nascosto per oltre un secolo la memoria

alberto papuzzi


Cattura
Il puzzle del Bianco. Così è stata battezzata la storia della prima ascensione al Monte Bianco, l’8 agosto 1786, dal versante di Chamonix, determinata sia da interesse scientifico sia da romantica passione. La conquista della cima più alta delle Alpi con i suoi 4810 metri segnò l’invenzione e l’inizio dell’alpinismo: fra il 1786 e il 1869, si contano più di cinquecento ripetizioni di quella salita, con uno straordinario impulso alla conoscenza scientifica della montagna (portando in vetta i barometri), al mestiere di guida, inizialmente considerato un’attività servile, alla competizione sportiva e al turismo montanaro. Ma l’ascensione fu anche la messa in scena di una intricata trama, di una romanzesca vicenda. Si potrebbe persino parlare di un giallo. Che mostra come fin dall’inizio l’alpinismo sia stato esposto alle polemiche, alle rivalità, alle invidie, ai travisamenti.

Tutto comincia quando nel 1760 arriva a Chamonix un noto scienziato ginevrino, Horace Bénédict de Saussure, di una dinastia di uomini di scienza e di lettere, viaggiatore e scrittore (sono suoi i celebri Voyages dans les Alpes). Ospite nella casa del notaio, ha un’idea fissa: arrivare in cima al Monte Bianco. Promette una ricompensa a chi troverà la via di salita. La passione per la grande vetta è condivisa dal figlio del notaio, Michel Gabriel Paccard, laureatosi in medicina a Torino, primo medico di Chamonix (dove in seguito sarà anche giudice e sindaco), un giovane alto e atletico, espressione di meticciato culturale perché conosce l’ambiente valligiano ma ha anche lo spirito del cittadino. Bisogna considerare che all’epoca l’alta montagna era il regno dei fantasmi, il luogo delle streghe, e salirla era una rivendicazione scientifica. Il Monte Bianco fu a lungo chiamato Mont Maudit.

De Saussure ci prova più volte, senza successo; l’ultima nel 1785, con un giornalista di dubbia fama, Marc-Théodore Bourritt, peraltro alpinista poco affidabile. Nonostante il supporto di guide e portatori, la spedizione si blocca all’Aiguille du Goûter, però la strada è quella giusta, come Paccard, autore di diversi tentativi discreti, scrive a De Saussure. L’estate successiva il medico ingaggia un forte valligiano, Jacques Balmat, contadino che insegue la fortuna come cercatore di cristalli, attività all’epoca piuttosto remunerativa, e dunque conoscitore alla perfezione delle montagne di quella zona.

Aveva fatto parlare di sé per un bivacco sul ghiacciaio del Grand Plateau, in piena notte. E sono loro due da soli, Paccard e Balmat, a realizzare l’impresa che dà il via alla storia dell’alpinismo. Sono armati di lunghi bastoni da mettere di traverso ai crepacci per superarli. Rischiano comunque di caderci dentro. Partiti a mezzanotte, rientrano per mezzanotte: avevano birra e fegato da vendere! Ma l’anno dopo Balmat viene ingaggiato da De Saussure: fa una salita di ricognizione con due guide amiche, quindi il 3 agosto 1787, con uno stuolo di guide e portatori, porta finalmente in cima lo scienziato ginevrino. 

Così andarono le cose, ma non così furono raccontate. Infatti la ricostruzione dell’exploit venne fatta su un castello di falsificazioni e calunnie, per fare di Balmat un eroe e per svilire il ruolo di Paccard, che invece era stato la mente della prima ascensione e il vero leader. Perché mai? Con quali intenti? «Il punto chiave è la gelosia di De Saussure nei confronti di Paccard. Per cui il primo si applica sistematicamente a ignorare il secondo» spiega il torinese Pietro Crivellaro, accademico del Cai per meriti alpinistici, storico dell’alpinismo, che ha raccolto gli esiti di vent’anni di ricerche nel saggio De Saussure contro Paccard, pubblicato in appendice a una antologia dei Voyages dans les Alpes (Vivalda Editori).

«Quella di De Saussure è la gelosia del barone famoso in Europa, che ha il monopolio delle conoscenze scientifiche per salire in vetta, ma si vede scavalcato da questo pischello, che oltre alle competenze scientifiche possedeva quelle ambientali e il vigore atletico. Si tenga conto che De Saussure sale appoggiandosi come mancorrenti a due bastoni retti da una coppia di guide per parte. È legato dalla corda come un prigioniero. Una cosa che il dottore se lo mangia in insalata. Invece succede che Balmat cerchi di ridimensionare Paccard, per paura di non prendere il famoso premio promesso da De Saussure: per cui si autopromuove eroe della scalata, altera i fatti, non dice che dal Grand Plateau era stato Paccard a fare la traccia nella neve alta, né dice che Paccard era arrivato in cima ben prima di lui». 

Tutta la vicenda, con il fitto dossier di documenti che la riguardano, come il taccuino di Paccard scovato da un alpinista inglese nel 1898, ripresi e illustrati nel saggio di Crivellaro, dimostra una cosa: che Paccard merita il titolo di primo alpinista al mondo. Se i suoi meriti vennero sottovalutati, lo si deve anche al clima dell’epoca, al potere mediatico dei suoi rivali. Victor Hugo dedica a Balmat, nel 1825, l’ode Balma, e Alexandre Dumas, giovane giornalista e futuro romanziere, nel 1832 lo intervista sulla conquista del Bianco e ne diffonde le spacconate. Paccard fa solo un errore: nel barometro che porta in vetta si forma una bolla che gli manda a carte quarantotto le misurazioni. Questa è la ragione per cui sceglie il silenzio: non replica alle menzogne. «Mentre De Saussure fa di tutto – dice Crivellaro – per cancellare il primato effettivo del dottore, perché vuole essere lui solo il padrone culturale del Bianco». 

La cosa è così vera che nella piazza principale di Chamonix si può ammirare il monumento che ricorda la conquista del massiccio: sullo sfondo delle montagne si profila la figura di De Saussure accanto a Balmat, che con il braccio teso indica all’altro la via fra i ghiacci. Il monumento venne inaugurato nel 1887, in occasione del centenario dell’ascensione di De Saussure. E Paccard? La vera anima dell’impresa resta ignorata. Soltanto nel 1986, 99 anni dopo, si erge sulla stessa piazza un monumento anche per lui. 

Quel "Buco Blu" del Belize

La Stampa

Un piccolo fazzoletto di terra tra Guatemala e Messico, ma con il più alto tasso di biodiversità al mondo, grazie alla conservazione delle sue risorse naturali

francesco salvatore cagnazzo (nexta)



Cattura
Il Belize è uno dei Paesi con il più alto tasso di biodiversità grazie alla conservazione delle sue risorse naturali: oltre il 90% del territorio è ricoperto da foreste incontaminate e protetto da una delle barriere coralline più belle al mondo. Circa il 40% del territorio è coperto da riserve di vario tipo, parchi marini e parchi nazionali, per un totale di 94 aree protette tra cui 16 parchi nazionali. Può bastare? Se la risposta è negativa, non siamo ancora a nulla.

IL LUOGO Questa piccola nazione dell’America centrale tra Guatemala e Messico, bagnata dall’Atlantico, può vantare una incredibile barriera corallina nel Mar dei Caraibi, la seconda al mondo per dimensioni dopo quella australiana, Patrimonio dell’Umanità riconosciuto dall’Unesco. Un mare incantato, con misteriosi “buchi", come il favoloso Blue Hole, caratterizzato da meravigliosi fondali e pesci coloratissimi. La biodiversità del Belize è unica nel suo genere, con migliaia di piante e altrettante specie animali, tra i quali rettili, anfibi, mammiferi e uccelli. E per una passeggiata davvero caratteristica, qui è anche facile imbattersi in siti archeologici di grande valenza storica, come quelli risalenti alla misteriosa civiltà Maya.

NATURA Un autentico paradiso in terra: basterebbe far parlare i numeri per affermarlo. Per quanto riguarda la natura terrestre, 3.408 specie di piante vascolari, oltre 150 specie di mammiferi, 540 specie di uccelli, 151 specie di rettili e anfibi, mentre per quella acquatica quasi 600 specie di pesci d'acqua dolce e salata. Il Belize ha inoltre un ruolo rilevante nel mantenimento del Corridoio Biologico Mesoamericano, un insieme di aree protette che attraversa l'America Centrale dal Messico fino a Panamá. Da un punto di vista naturale, il mogano è l’albero nazionale, mentre il Tucano dal becco rosso e l’orchidea nera sono rispettivamente uccello e fiore nazionali.

IL CONSIGLIO Stupendo, tutto, per una terra da favola. Ma, essendo ancora in piena estate, come non consigliarvi alcuni nomi per una indimenticabile giornata al mare. 386 km di costa, ed una barriera corallina che conta circa 450 isole ed isolotti a formare la Belize Barrier Reef, lunga 322 km. L'isola principale è quella di Ambergris Caye, sull'imboccatura della baia di Chetumal, mentre al largo potrete raggiungere tre dei quattro atolli corallini dell'emisfero occidentale, il Glover's Reef, le isole Turneffe e il Lighthouse Reef. Per finire con un tuffo, ineguagliabile, nelle spaventose acque della Grande Voragine Blu. FOTO: LE PIU' BELLE BARRIERE CORALLINE DEL MONDO

DINTORNI Come già accennato, un’altra grande attrattiva dello stato del Belize è la sua ricchezza archeologica. Xunantunich è uno dei siti più interessanti, costruito dalla civiltà Maya, a 130 km da Belize City, nel distretto di Cayo. Il suo nome significa donna di pietra nella lingua Maya, e fa riferimento al fantasma di una donna dagli occhi infuocati, che sembrerebbe abiti nel sito sin dal 1892. Molte delle strutture vennero costruite tra il 200 e il 900 e furono danneggiate da un terremoto, che probabilmente causò l’abbandono della zona. Conta ben 26 templi e palazzi, ma la piramide conosciuta come El Castillo è la struttura principale: la seconda più alta del Belize, dopo il tempio di El Caracol, con i suoi 40 metri d’altezza.  SPETTACOLARI IMMERSIONI IN BELIZE

Casa, il pasticcio dell'attestato energetico

Corriere della sera

Senza il documento nulli tutti i contratti di vendita o locazione

ROMA - Per colpa di un emendamento presentato settimana scorsa alla Camera dal Movimento 5 Stelle (ed approvato dal governo e dalla commissione Finanza), il già depresso mercato del mattone, è destinato a bloccarsi completamente. Da lunedì scorso, infatti, qualsiasi contratto di vendita, di donazione, o di locazione di un immobile che non abbia l'attestato di prestazione energetica (Ape) è da ritenersi «nullo». Con imprevedibili conseguenze legali tra le parti.

L'obbligatorietà di allegare l'Ape ai contratti di affitto e di compravendita era già prevista da un decreto legge entrato in vigore il 6 giugno scorso, in ottemperanza a una direttiva europea con tanto di sanzioni fino ad un massimo di 18 mila euro, ma ora con l'emendamento grillino, inserito in sede di conversione del cosiddetto ecobonus, tutto diventa più complesso. La Confedilizia, l'associazione dei proprietari di case, è già scesa sul piede di guerra, ed avrebbe avuto, da parte del governo, l'assicurazione di una cancellazione dell'emendamento nel primo provvedimento utile.

«Il mercato della casa è già in ginocchio - commenta il presidente di Confedilizia Corrado Sforza Fogliani - questo inutile accanimento non ci voleva proprio, speriamo che il governo al più presto rimedi». In ogni modo l'obbligo per i proprietari di allegare l'attestato di prestazione energetica è già legge, e per tutti i nuovi contratti di vendita o di locazione il proprietario si deve rivolgere a un professionista e pagare una cifra intorno ai 600-700 euro per avere il certificato. E' per questo che la Confedilizia cercherà anche di spostare al 2015 - come prevede la direttiva di Bruxelles - l'obbligo di allegare l'Ape anche per i contratti di locazione.

Senza contare il ruolo delle Regioni che potranno incidere modificando a loro volta sia l'entità delle sanzioni (all'interno della forbice stabilita dal governo) sia le caratteristiche professionali dei «certificatori». Le sanzioni previste per chi non adotta l'Ape, introdotte con la legge 63, sono pesanti. Vanno da un minimo di 3 mila euro fino al un massimo di 18 mila per i costruttori e i proprietari che non allegano il certificato energetico sia per i nuovi edifici che per quelli ristrutturati o semplicemente oggetto di compravendita. Mentre la multa scende da un minimo di 300 euro a un massimo di 1.800 per i proprietari che vogliono affittare la casa per salire da 500 a 3 mila euro per gli agenti immobiliari che omettono l'Ape nell'annuncio pubblicitario. Gli sceriffi saranno le Regioni e i Comuni.

Il sottosegretario all'Economia, Pierpaolo Baretta (Pd), conferma di aver avuto una richiesta di soppressione della «nullità» da tutte le commissioni riunite del Senato e l'impegno del governo di cancellare l'emendamento nel decreto legge «Fare 2», in programma entro il mese di agosto o al massimo alla ripresa in settembre. Tra questo problema e tutta la complessa materia del passaggio dall'Ace (il vecchio attestato di certificazione energetica) all'Ape, il mercato degli immobili sembra destinato a restare ancora più ingessato.

Per l'Ance, l'associazione dei costruttori edili, la situazione non è così drammatica come per i piccoli proprietari. Fanno notare che l'estensione dell'Ape al mercato degli affitti è una «interpretazione troppo rigida delle legge comunitaria» ma alla fine tutto questo processo «certificativo» avrà il benefico effetto di introdurre un cambiamento culturale molto importante: la casa non sarà più solo valutata per la sua location (se è in centro vale di più) ma anche per le caratteristiche legate alle prestazioni di risparmio energetico.

7 agosto 2013 | 11:02

Prendere un caffè all'ombra del male

Corriere della sera

Bar e boutique, così è cambiata la via della strage di Rina Fort 67 anni fa


Cattura
Oggi al civico 40 di via San Gregorio c'è un anonimo portonedi legno, stretto fra un paio di negozi d'abbigliamento e affacciato su uno store che vende prodotti per animali. La strada è a senso unico e ci passi davanti arrivando da via Vittor Pisani. Se non conosci la storia non rallenti nemmeno, non ti poni nessuna domanda, neanche se ti siedi a sorseggiare un caffè nel bar coi tavolini all'aperto che si trova a una ventina di metri da lì.

Nel 1946, però, quello stesso portone era diventato famoso in tutta Italia, fotografato da decine di flash. (I PROTAGONISTI DELLA VICENDA) Da lì, un'umida notte di novembre, era uscita Rina Fort, subito ribattezzata dai giornali la belva di San Gregorio. Fino a poco tempo prima, però, la Fort, che di nome faceva Caterina ma che tutti chiamavano Rina, era una ragazza tranquilla. Lavorava come commessa in via Tenca, proprio svoltato l'angolo, in un negozio di stoffe di proprietà del siciliano Giuseppe Ricciardi. L'uomo a Milano abitava solo ma aveva moglie e tre figli a Catania di cui, però, non disse nulla alla giovane commessa quando ne divenne l'amante.

La relazione si interruppe quando la moglie di Ricciardi lo raggiunse a Milano. La Fort venne licenziata e, accecata dal rancore, iniziò a meditare la sua vendetta. Che si compì il 29 novembre 1946. Il mattino seguente, Pina Somaschini, la nuova commessa di Ricciardi, bussò invano alla porta di casa del titolare per farsi consegnare dalla moglie le chiavi del negozio. L'uscio era socchiuso così la donna entrò, scoprendo l'orrore: a terra, in una pozza di sangue, c'era uno dei figli di Ricciardi e poco distante, riversa sul pavimento, la moglie. La donna, sconvolta, corse giù in strada urlando. Subito arrivarono giornalisti e fotografi, ancora prima della polizia, tanto che i quotidiani del pomeriggio uscirono con articoli a tutta pagina e le fotografie dei cadaveri. Toccò agli uomini della questura stilare il bilancio definitivo del massacro: l'assassino, probabilmente con una spranga in ferro, aveva ucciso la moglie di Ricciardi e i loro tre figli: Giovanni di 7 anni, Giuseppina di 5 e Antonio di pochi mesi.

1
L'indagine venne affidata al commissario Mario Nardone, l'uomo, per intenderci, che aveva dato vita alla squadra Mobile e al centralino telefonico per le chiamate d'emergenza. L'indizio che fece suonare un campanello d'allarme nella testa di Nardone fu il ritrovamento, sulla scena del delitto, di una fotografia dei coniugi Ricciardi il giorno delle nozze: stracciata. «Omicidio passionale», decretò il poliziotto e il suo fiuto non sbagliò. Glielo confermò Ricciardi stesso che, rintracciato a Prato, dove si trovava per lavoro, fece subito il nome dell'ex amante. La polizia si mise sulle tracce della Fort, arrestandola, qualche ora più tardi, nella pasticceria dove aveva trovato un nuovo impiego. La belva però non cedette subito. Ammise di essere sì stata l'amante di Ricciardi ma nulla di più. In questura la torchiarono. Venne interrogata per diciassette ore di fila, finché crollò addormentata su un divano. Fu in quel momento che il funzionario di turno, il commissario Di Serafino, notò delle macchie sul cappotto della donna. Macchie di sangue: la prova della sua colpevolezza!

2
Dino Buzzati che all'epoca abitava in viale Majno, a poche centinaia di metri dalla casa del delitto, sul Corriere del 3 dicembre 1946 scrisse: «L'altra sera noi eravamo a tavola per il pranzo quando poche case più in là una donna ancora giovane massacrava con una spranga di ferro la rivale e i suoi tre figlioletti. (...) La gente comincia ad aver paura. Non è più una faccenda altrui, buona per quattro chiacchiere fra comari, e dopo dieci minuti non ci si pensa più: nessuno può dirsene estraneo, l'ombra del male scivola intorno a ciascuno di noi e ci potrebbe toccare». Oggi di quel delitto quasi nessuno si ricorda più. I milanesi transitano veloci davanti a quel portone, magari si fermano per comprare le crocchette per il cane o un vestito alla moda, ignari di quello che accadde fra quelle mure sessantasette anni fa.



7 agosto 2013 | 9:12

Cibo, tende e peluche: il bottino delle bande dei babbuini ladri

Corriere della sera

Scimmie all'assalto delle case di Cape Town. 500 esemplari divisi in 16 bande. Furti anche nei supermercati.

Cattura
Le immagini descrivono inequivocabilmente il disagio, per usare un eufemismo, creato a Città del Capo da circa 500 babbuini, divisi in sedici bande, che conducono una vita urbana senza particolari rischi in quanto specie protetta e, come tale, rispettata. La città è così diventata, per loro, il normale habitat dove procurarsi le risorse necessarie alla sopravvivenza. Il cibo, in questo specialissimo ambiente, abbonda e non mancano ai babbuini abilità, creatività, agilità per procurarselo, unitamente poi alla spiccata socialità che si traduce nella naturale attitudine alla cooperazione fra individui.

FURTI E SCIPPI - Ecco dunque che è sufficiente lasciare semiaperta una finestra, anche ai piani alti, e l'irruzione è garantita: svuotano il frigorifero, strappano tende, giocano con le suppellettili, portano via giocattoli e altri oggetti. Un gruppo di babbuini condotti da Moby - il leader della banda - ha preso possesso per un intero week-end di un'agenzia di viaggio aprendo accuratamente ogni confezione di alimenti conservata in frigo: pesce, pasta, pepe, uova, cipolla, formaggio. Hanno fatto fuori tutto. E ancora, assalti diretti a signore scippate per strada dei sacchetti del supermercato o irruzioni in negozi di frutta e verdura. Qui i babbuini prelevano senza alcun timore intere cassette di frutta per mangiarsela tranquillamente fuori. A causa di tutto questo si segnalano molte reazioni isteriche da parte di gente che accusa le istituzioni di non fare nulla. E più le reazioni sono incontrollate, con urla e gesti scomposti, più i babbuini interpretano questi comportamenti come sintomi di debolezza e paura.

Città del Capo, babbuini predoni nelle case Città del Capo, babbuini predoni nelle case Città del Capo, babbuini predoni nelle case Città del Capo, babbuini predoni nelle case Città del Capo, babbuini predoni nelle case

GERARCHIE ROVESCIATE - E questo è il segno più allarmante e anche più nuovo tra i tanti che ormai si registrano, in varie parti del mondo, tra cittadini umani e non umani che convivono nelle città. D'altronde non mancano specie definite per questo «problematiche». Ma qui non si tratta di colombi o di ratti, che pure tanti problemi pongono ai cittadini umani. A Città del Capo a porre problemi è una specie evolutivamente assai vicina e affine alla nostra: un altro primate, il babbuino. E tutti i primati, è noto, sono capaci di evolvere il loro comportamento culturalmente attraverso forme di apprendimento sociale, il che vuol dire con grandissima rapidità.

1
Così, dal 1999, cioè da quando i babbuini sudafricani sono stati protetti per legge, velocemente e impunemente sono sorti comportamenti che, come ha spiegato l'etologa Rachel Noser che da tempo li studia, hanno fatto assumere a questi babbuini uno stato sociale superiore a quello degli umani, rovesciando la normale gerarchia che, fino ad allora e in ogni situazione naturale, li vede sempre in uno stato di sottomissione nei confronti della nostra specie.Il che porrà ormai agli studiosi e alla municipalità problemi assai difficili da risolvere. Non sarà facile sgombrare il campo da emotività e isterismi e con la ragione tentare di ricondurre una popolazione urbana di primati intelligenti, sociali e soprattutto acculturati, a un stato di sottomissione nei confronti della nostra specie.

7 agosto 2013 | 9:23

Sei tombe imperiali del I e II secolo ritrovate in un cantiere edile

Corriere della sera

Notati e segnalati dai vigili urbani ben 14 reperti accatastati senza protezioni vicino agli scavi per un autosalone


Cattura
ROMA - La necropoli di una ricca famiglia. Forse anche più di una. Patrizi sepolti alle porte dell'Urbe, sulla via Prenestina. Era la prima fase dell'età imperiale, fra il I e il II secolo d.C.. A quell'epoca risalgono i reperti ritrovati nelle settimane scorse in un cantiere per la costruzione di un autosalone in via Prenestina 911. Un'area dove ci sono numerosi capannoni e dove le ruspe degli operai hanno portato alla luce un complesso composto da sei mausolei ben conservati.

 Scoperte sei tombe imperiali in un cantiere Scoperte sei tombe imperiali in un cantiere Scoperte sei tombe imperiali in un cantiere Scoperte sei tombe imperiali in un cantiere Scoperte sei tombe imperiali in un cantiere

La notizia è stata tenuta riservata anche se la Sovrintendenza dei Beni archeologici ha confermato adesso la scoperta di grande valore storico. Proprio pochi giorni dopo l'intervento nello stesso complesso di alcune pattuglie dei vigili urbani che hanno redatto un verbale. L'operazione è scattata dopo che gli agenti hanno notato 14 reperti accatastati accanto al gabbiotto dell'impresa impegnata nei lavori di demolizione e ricostruzione dell'edificio.

1
Gli investigatori hanno deciso di fare un controllo più approfondito temendo di trovarsi di fronte a un caso di furti in uno scavo compiuto da gruppi di tombaroli. Dopo una serie di accertamenti, per fortuna, non sembra essere così. Il giallo dovrebbe essere stato risolto dalle spiegazioni della Sovrintendenza sebbene gli agenti del Gruppo sicurezza pubblica ed emergenziale (Spe), coordinati dal vice comandante generale Antonio Di Maggio, vogliano tuttora vederci chiaro sul modo di operare del personale del cantiere. All'arrivo degli investigatori, impegnati in un controllo sul territorio proprio in quella parte di via Prenestina, nel complesso c'era infatti una gru con il braccio meccanico in azione nella zona degli scavi mentre i reperti non apparivano ben custoditi e registrati. Inoltre gli investigatori hanno identificato alcuni operai e altre persone che si trovavano nell'area, compreso un quarantenne dell'est europeo che si sarebbe qualificato come collaboratore dell'archeologa responsabile del luogo. Tutti hanno dovuto consegnare i documenti d'identità e, come detto, i vigili hanno redatto il verbale nel quale hanno annotato i reperti trovati vicino al gabbiotto.

2
Ma l'importanza della scoperta archeologica è anche legata al fatto che quel tratto di via Prenestina è storicamente ricco di tombe e mausolei, sepolcri di appartenenti a famiglie romane sepolte fuori le mura. Già in passato nell'area che si estende fino a Palestrina sono state portate alla luce necropoli dello stesso genere, sepolture nelle quali sono state trovate ossa ma anche oggetti di valore. Proprio come nel caso del cantiere dell'autosalone dove - come hanno potuto accertare gli stessi vigili urbani - le tombe a pozzetto erano vuote.
La Sovrintendenza ha confermato che anche in questa circostanza i reperti sono stati acquisiti nell'arco dei mesi scorsi - in particolare da marzo, quando risale la scoperta dei mausolei - e che sono conservati nei magazzini statali per essere analizzati e restaurati. Fra i reperti recuperati anche alcuni pezzi di travertino, simili agli oggetti verbalizzati dalla Municipale.

7 agosto 2013 | 10:26

Isee, disabilità alla resa dei conti

Corriere della sera

di Franco Bomprezzi


Cattura
E’ una guerra oscura, combattuta spesso combattuta in trincea, cercando di alzare piccole barricate per evitare danni e perdite gravi: sono anni che si teme l’arrivo di un nuovo strumento di valutazione del reddito delle famiglie, ossia l’Isee, Indicatore della Situazione Economica Equivalente. Ora apprendiamo che le Commissioni parlamentari Finanze e Affari Sociali della Camera hanno espresso parere positivo allo schema di decreto proposto dal Governo, per riordinare questa complessa materia. Un parere pieno di osservazioni, però, che tengono conto dei dubbi espressi dalle associazioni delle persone con disabilità, e anche della mancanza, tuttora, di uno strumento fondamentale di giustizia sociosanitaria come la definizione dei cosiddetti Lea, i livelli essenziali di assistenza, che dovrebbero valere ovunque, dalle Alpi alle isole, da Est a Ovest.

Non sono in grado di entrare nel merito giuridico di un tema così delicato. Provo solo a elencare alcune questioni di fondo che stanno venendo alla superficie e che nel futuro modificheranno profondamente il sistema di erogazione dei servizi sociali e assistenziali in Italia. Il problema non è soltanto l’Isee, che in fin dei conti è uno strumento di equità, che fra mille aggiustamenti sta arrivando a tenere conto del maggior costo che le persone con disabilità e le loro famiglie devono sostenere per vivere alla pari con gli altri cittadini (senza riuscirsi in ogni caso, tanto che si prevede extra reddito il permanere dell’indennità di accompagnamento, a titolo di risarcimento forfetario per tutto ciò che comporta una spesa determinata dal deficit).

1
E’ giusto che ci sia uno strumento di valutazione di questo tipo, cioè non basato solo sulla discutibile e spesso non veritiera dichiarazione dei redditi. Il fatto è che siamo per fortuna ancora in un Paese che si basa sull’universalismo dei diritti, non legati dunque al censo, ma alla propria condizione di persona. Sarebbe grave ritenere che soltanto le persone in stato di bisogno economico, se non di povertà, possano accedere ai servizi sociosanitari. Questa sarebbe la premessa per avere servizi pubblici di bassa qualità, destinati ai “poveri”, mentre i ricchi potrebbero scegliere servizi privati costosi e di elevata efficienza. In realtà questo fenomeno, sottotraccia, si sta già in parte verificando, a causa della crisi del welfare nazionale.

Ma il criterio in base al quale alcune prestazioni di carattere sociale e assistenziale (non strettamente sanitarie, dunque) devono essere garantite a tutti ma con il filtro della partecipazione alla spesa in base al reddito è assolutamente corretto e condivisibile. Il punto aperto, e assolutamente critico, è come si determinano, una volta definita la composizione dell’Isee (con franchigie e detrazioni comprese) a livello regionale e locale i livelli massimi di reddito per accedere ai servizi senza aggravio di spesa per la persona o per la famiglie. E’ ben diverso se la soglia di reddito equivalente si ferma a 15 mila euro, oppure sale, per ipotesi, a 40 mila euro. Su questo punto la guerra si sposterà nelle tante trincee regionali, con il rischio che si creino, ancora una volta, violente disparità di trattamento a seconda del posto in cui si vive. Il che è profondamente ingiusto.

E poi, sullo sfondo, resta del tutto irrisolto il tema del costo e della intrinseca qualità dei servizi, dall’assistenza domiciliare ai trasporti, dalle rette per le residenze agli ausili. Una spesa sociale rispetto alla quale occorre una ben diversa attenzione, partendo proprio dai diritti essenziali della persona, e non dalla difesa di rendite di posizione, o addirittura di casta burocratica.

Il Paese scricchiola di fronte alla necessità assoluta di rimettere mano al sistema delle agevolazioni, dei trattamenti previdenziali, delle certificazioni di gravità, dell’accesso al lavoro. Il mondo della disabilità sembra ora costretto a giocare solo in difesa (spesso addirittura dividendosi al proprio interno), invece di partecipare, con la propria cultura, la propria esperienza, le grandi competenze a disposizione, alla migliore costruzione di un mondo più giusto.

Ma alla fine, la preoccupazione irrisolta riguarda la possibilità di controllare in modo serio, non vessatorio, ma rigoroso, la correttezza delle dichiarazioni di reddito equivalente. La guerra tra poveri e falsi poveri, l’elusione fiscale, la diffusa evasione, sono tutti fattori così gravi ed evidenti da rischiare di vanificare o di rendere poco credibile qualsiasi riforma, compresa la nuova definizione dell’Isee. Guardiamo il dito, e non vediamo la luna.

Intanto la crisi morde le famiglie e ancor di più quelle nelle quali vivono persone con disabilità, più o meno grave. Dal loro punto di osservazione non può che esserci paura, ansia, sfiducia. Il Governo deve tenerne conto. Senza coesione sociale non c’è ripresa che tenga. E fare “spending review” partendo dai più deboli non è esattamente il modo migliore per farsi apprezzare.