martedì 13 agosto 2013

Gibilterra, tensione Spagna-Inghilterra

La Stampa

Madrid intensifica i controlli alla frontiera dopo la costruzione da parte delle autorità della Rocca di un molo di cemento . Londra: «Indegno, pronti ad azioni legali». La replica: ci rivolgeremo all’Onu



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Cresce la tensione tra Spagna e Inghilterra su Gibilterra. Il governo britannico ha intenzione di rivolgersi alla Corte di Giustizia europea contro i controlli imposti dalle autorità spagnole alla frontiera con la Rocca, ritenuti “politicamente motivati e totalmente sproporzionati”. 

“Il Primo ministro è chiaramente deluso dalla mancata eliminazione da parte della Spagna dei controlli durante il fine settimana: ora stiamo valutando quali vie legali siano percorribili, si tratterebbe di un’iniziativa senza precedenti e dunque vogliamo esaminarla con attenzione prima di prendere una decisione”, ha spiegato un portavoce di Downing Street. 
In un duro intervento sul Daily Telegraph il sindaco di Londra ha attaccato il governo spagnolo chiedendo di «metter giù le mani dalla Rocca». Johnson ha definito il comportamento di Madrid come una «infamia» ed è arrivato addirittura a dire che deve essere usato lo stesso spirito che Margaret Thatcher mostrò nei confronti dell’Argentina ai tempi della guerra nelle Falkland. Il sindaco ha affermato anche che la spedizione della Royal Navy per una esercitazione nel Mediterraneo, che prevede uno scalo a Gibilterra, deve dare un certo segnale alle autorità spagnole della determinazione britannica a «difendere la sua colonia». 

Anche Madrid da parte sua sta meditando di portare il contenzioso sulla sovranità della Rocca davanti alle Nazioni Unite o alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, secondo quanto reso noto dal Ministero degli Esteri spagnolo: in particolare per quel che riguarda l’istmo che unisce la Rocca alla penisola iberica (dove è stato costruito l’aeroporto) e le acque territoriali, che secondo la Spagna non fanno parte dalla cessione territoriale del 1713, che prevederebbe solo la città, il castello, il porto e le fortificazioni di Gibilterra. 

Le ultime polemiche fra Madrid e Londra sono scoppiate a causa della costruzione da parte delle autorità della Rocca di un molo di cemento che ha lo scopo - secondo le autorità coloniali - di proteggere l’ambiente e impedire la pesca illegale da parte delle barche spagnole. 


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Il governo spagnolo - che ha definito “inaccettabile” l’iniziativa - obietta che la struttura viola gli accordi internazionali e ha imposto per rappresaglia severi controlli alle frontiere che hanno creato code chilometriche al confine, minacciando inoltre di chiudere lo spazio aereo e di imporre un pedaggio di 50 euro a tutti i veicoli in entrata e in uscita da Gibilterra il cui ricavato servirebbe ad indennizzare i pescatori. 

Le controversie scoppiate nell’ultimo anno avevano portato la regina Sofia a declinare l’invito a Londra per il Giubileo di Elisabetta II. Dal 2011 si sono moltiplicati anche gli incidenti navali, rimasti senza conseguenze: Londra considera infatti come proprie acque territoriali una fascia di mare di circa 5,5 chilometri di larghezza attorno alla Rocca, non riconosciuta invece dalla Spagna. 
Nel febbraio del 2012 il premier spagnolo Mariano Rajoy aveva proposto di rilanciare un “dialogo costruttivo”, sebbene la posizione di Londra rimanga quella - analoga del resto al caso delle isole Falkland - di escludere qualsiasi trattativa senza il consenso degli abitanti della colonia, ai quali spetta ogni decisione sul proprio futuro. 

Gibilterra - “Gebel al Tarik”, “la montagna” battezzata col nome del condottiero arabo che guidò l’invasione del 711 - venne conquistata dagli inglesi nel 1704, nel corso della Guerra di Successione spagnola, e annessa con il successivo Trattato di Utrecht, che menziona solo le acque interne al porto, senza alludere alla zona circostante; nel 1830 venne formalmente dichiarata colonia britannica. 




Quella contesa infinita tra Gb e Spagna su Gibilterra
La Stampa

La Rocca ceduta al Regno Unito con il Trattato di Utrecht nel 1713:da allora accuse e nessun accordo


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La tensione tra Madrid e Londra è salita di nuovo alle stelle dopo la decisione di Gibilterra di costruire in mare una barriera di blocchi di cemento, che secondo Madrid danneggia i pescatori spagnoli. In risposta, il governo Rajoy ha minacciato di istituire un pedaggio di 50 euro da e verso la Spagna, per risarcire il settore della pesca. Secondo Madrid, le acque intorno alle Rocca sono spagnole. Gibilterra (come anche Minorca, poi recuperata), è stata ceduta all’Inghilterra con il Trattato di Utrecht, nel 1713, ma il testo parla di cessione di proprietà e non di sovranità della sola Rocca.

Ed è proprio su questo punto che nasce e si alimenta la controversia tra Londra e Madrid.
La Spagna accusa la Gran Bretagna, che nell’Ottocento temeva le epidemie, di avere occupato illegalmente, nel corso degli anni, l’istmo che separa la rocca dall’Andalusia, approfittando in particolare della confusione durante la guerra civile del 1936, quando è stato costruito l’aeroporto. Ma Londra sostiene che, non avendo Madrid protestato a suo tempo nelle sedi internazionali giuste, ci sia stata in realtà una tacita accettazione della situazione.

Nel 1984, con la dichiarazione di Bruxelles, i due paesi si sono impegnati a risolvere bilateralmente il contenzioso. Un accordo di massima viene raggiunto nel 2002, dai responsabili delle rispettive diplomazie, Jack Straw e Josep Piquè, per una sovranità congiunta. Ma l’ipotesi viene sonoramente bocciata per referendum (un no al 98%) dai llatinos, gli abitanti della Rocca, rafforzando quindi - e non poco - le posizioni britanniche.

Secondo El Pais un ricorso all’Onu - al Consiglio di Sicurezza dove Londra non può sfruttare il diritto di veto per una questione che la riguarda direttamente, o anche all’Assemblea Generale - potrebbe ora dare risultati positivi. Il quotidiano madrileno è più scettico su un eventuale ricorso all’Aja (che anche la Gb deve accettare) temendo tra l’altro un effetto boomerang per Ceuta e Melilla. Anche se per le due enclave spagnole in Marocco la situazione molto diversa, sostiene la Spagna, in quanto le due città sono sempre state spagnole sin dalla nascita e non sono colonie. 

I controllori sono anche i controllati Gli incarichi multipli di politici e funzionari

Corriere della sera
Vincenzo De Luca

Dai sindaci in Parlamento ai collezionisti di presidenze e cda

«Ma lei non ci dorme la notte?». Rispose così, Vincenzo De Luca, a un cronista del Fatto quotidiano che chiedeva al viceministro delle Infrastrutture se mai avrebbe lasciato l'incarico di sindaco di Salerno. «In Italia nessuno si è turbato della questione della mia incompatibilità, tranne qualche sfaccendato», chiosò. Non si è appurato se fosse riferito ai giornalisti che avevano sollevato il caso, sottolineando come gli capitassero casualmente sul tavolo da viceministro dossier riguardanti proprio la sua città (tipo la metropolitana leggera di Salerno) o ai politici che lo punzecchiavano fin dal giorno della sua nomina governativa. Per esempio l'ex guardasigilli berlusconiano Francesco Nitto Palma, che insorse perché, mentre De Luca se ne stava placidamente seduto sulle due poltrone, il suo Partito democratico presentava in Campania due mozioni contro gli assessori regionali Marcello Taglialatela e Giovanni Romano, rispettivamente deputato del Fli e sindaco di Mercato San Severino, un Comune di oltre 22 mila abitanti.

Qualche «sfaccendato» alla Camera e poi al Senato, tuttavia, ha per fortuna fatto secco quell'emendamento malandrino al «Decreto del Fare» (ma perché da qualche tempo in qua le leggi hanno tutte un soprannome?) che gli avrebbe consentito di conservare il doppio incarico. Così De Luca dovrà lasciare, e quegli impiccioni della stampa dormiranno tranquilli. I bei tempi in cui alle polemiche sui doppi e tripli incarichi si replicava con un'alzata di spalle sono ormai lontani. È finita l'epoca del Parlamento pieno zeppo di sindaci di grandi città, da Palermo a Brescia e Catania, e di presidenti di Provincia, da Napoli a Caserta e Bergamo. Al massimo si può incontrare il primo cittadino di qualche centro più piccolo, qual è Simonetta Rubinato: deputato Pd e sindaco di Roncade, 14 mila abitanti in provincia di Treviso.

Nel governo, i ministri Flavio Zanonato e Graziano Del Rio non sono più sindaci di Padova e Reggio Emilia. Il solo sottosegretario agli Affari regionali Walter Ferrazza, arrivato al governo per un irripetibile caso della vita, conserva ancora l'incarico di sindaco. Il suo paese è Bocenago, 396 anime in provincia di Trento. Nemmeno un pezzo da Novanta come l'ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, una volta diventato senatore ha potuto conservare l'incarico di commissario generale dell'Expo 2015. Ha tentato. Ma il vento era cambiato e non c'è stato nulla da fare. Antonio Verro, invece, non ha neppure provato a tenere il piede in due staffe: era una missione impossibile. Deputato di Forza Italia per due legislature, nel 2008 era rimasto fuori dal Parlamento.

Risarcito con un posto da consigliere Rai, a febbraio del 2013 è stato rieletto, stavolta al Senato. Il bello è che candidandosi non aveva nemmeno dovuto rinunciare alla poltrona. Così tre mesi dopo le elezioni si è potuto dimettere da senatore annunciando la decisione di voler restare alla tivù di Stato. Mistero circa i motivi che hanno determinato questa curiosa conversione a U: ma la vicenda, inconcepibile in qualunque altro Paese occidentale sviluppato, è la riprova che la Rai è, e resta, una faccenda privata dei partiti.

Perfino le potenti categorie dei magistrati, cui è stato imposto con fatica l'obbligo del collocamento fuori ruolo per alcune mansioni extragiudiziali, hanno ora difficoltà a mantenere incarichi multipli. Il segretario generale dell'Antitrust Roberto Chieppa non potrà continuare a fare contemporaneamente il consigliere di Stato. Né Gaetano Caputi ricoprire insieme il ruolo di direttore generale della Consob e componente dell'authority per il diritto di sciopero. Capiamoci: non che il «fuori ruolo» abbia chiuso del tutto la stagione dei centauri. Ci sono sempre gli incarichi «gratuiti», come quello di presidente della Corte di giustizia federale della Federcalcio (Gerardo Mastrandrea, consigliere di Stato).

O altre mansioni istituzionali: il giudice del Tar Calogero Piscitello è presidente del collegio dei revisori dell'Istat. Per non parlare della messe di incarichi governativi, o di consulenza nelle autorità indipendenti: comitati del precontenzioso, consiglieri giuridici... E i prefetti? Per ben otto mesi Umberto Postiglione è stato prefetto di Palermo e commissario governativo della Provincia di Roma. Attualmente somma questo secondo incarico con la direzione degli affari interni del ministero, quella che si occupa di vigilare sugli enti locali. Come appunto le Province. Stakanovista non da oggi: per dieci anni è stato sindaco di Angri, un Comune di 30 mila abitanti, senza andare in aspettativa dal ministero dell'Interno.

Basta poi che la luce dei riflettori si allontani perché tutto assuma contorni più impalpabili e sfumati.
Giovanni Romano, per esempio, resiste: assessore all'Ambiente della Campania e sindaco di Mercato San Severino. Resiste anche Mario Mantovani, ex senatore ed ex sottosegretario, oggi vicepresidente della Regione Lombardia, di cui è consigliere e assessore alla Sanità, nonché sindaco di Arconate. Di più: alla di lui famiglia fanno capo undici strutture sanitarie convenzionate con la sua Regione, per un totale di 830 posti letto. Resiste Daniele Molgora, che era arrivato a cumulare la presidenza della Provincia di Brescia al seggio parlamentare e allo scranno da sottosegretario all'Economia: oggi, oltre alla guida della giunta provinciale, ha un posto da consigliere nella società dell'autostrada Brescia-Padova. Resiste l'ex parlamentare Valentina Aprea, assessore della Lombardia e consigliere di Finlombarda insieme all'ex onorevole leghista, e assessore a sua volta, Massimo Garavaglia.

Si dirà che è normale, in periferia. Chi deve stare nelle società partecipate, se non gli amministratori? Poco male se poi i controllori diventano anche controllati... Questione di punti di vista. Certo è ancor meno normale che il presidente della Provincia di Varese (oggi commissario), qual è l'ex parlamentare del Carroccio Dario Galli, sia anche consigliere di amministrazione della Finmeccanica, oltre che presidente dell'Agenzia per il turismo provinciale e del cosiddetto «ambito territoriale ottimale» varesino. Oppure che un consigliere regionale della Campania, nella fattispecie Annalisa Vessella, ricopra insieme l'incarico di amministratore delegato della Isa, società controllata dal ministero dell'Agricoltura che distribuisce decine di milioni l'anno.

Ma questa è l'Italia. Dove in un amen, si può diventare collezionisti di poltrone pubbliche. Senza che ci sia una scadenza. Ricordate Andrea Monorchio? Indimenticato ex Ragioniere generale dello Stato, incarico che ha lasciato 12 anni orsono, attualmente è presidente della società assicurativa pubblica Consap nonché capo dei revisori di Telespazio (Finmeccanica), Fintecna e Fintecna immobiliare (Tesoro). Ricordate l'espertissimo e potentissimo Vincenzo Fortunato? Negli ultimi 12 anni è stato capo di gabinetto di cinque diversi ministri dell'Economia e di un ministro delle Infrastrutture. Uscito dalle scene ministeriali, ha avuto subito tre incarichi: presidente di Investimenti immobiliari italiani, la nuova società del Tesoro che dovrà «valorizzare» (parola che fa venire i brividi, visti i precedenti) immobili pubblici per un miliardo e mezzo, liquidatore della Stretto di Messina (quella che avrebbe dovuto fare il famoso ponte) e capo del collegio sindacale di Studiare sviluppo, una società di consulenza del ministero dell'Economia.

Nessuno, tuttavia, potrà mai toccare le vette raggiunte dal presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua. Quando è stato nominato dal governo di Silvio Berlusconi, nel 2008, occupava una quarantina di poltrone. Pubbliche e private. Adesso, con tutto quello che ha da fare dopo la fusione fra l'Inps e l'Inpdap, gliene sono rimaste quindici. Ma che poltrone. C'è, fra le tante, la presidenza della società di gestione di fondi immobiliari Idea Fimit. C'è la vicepresidenza di Equitalia. C'è la presidenza dei collegi sindacali di Adr engineering, Aquadrome ed Eur Tel (Tesoro). Ci sono gli incarichi da revisore nelle Autostrade, Coni servizi e Loquendo (Telecom). Dulcis in fundo, c'è pure un posto da direttore generale: all'Ospedale israelitico di Roma.

13 agosto 2013 | 7:42







I furbetti delle pensioni d’oro e la formula del giusto compenso

Corriere della sera


Caro Direttore,

nei giorni scorsi il Corriere ha dato conto dettagliatamente di alcuni trattamenti pensionistici davvero impressionanti: molte decine di migliaia di euro al mese. Di fronte a notizie come questa l’uomo della strada — che considera la pensione soltanto una forma di assistenza — rimane attonito e si chiede come queste pensioni possano essere state liquidate e perché esse possano essere mantenute in vita anche in un periodo di «vacche magrissime» come quello che stiamo attraversando.

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La realtà è che ci sono «pensioni d’oro» di due tipi, molto diversi tra loro. Se non mettiamo a fuoco la differenza tra i due tipi, la nostra battaglia contro le rendite indebite è destinata a nuove sconfitte, come quella subita ultimamente davanti alla Corte costituzionale: la quale ha ritenuto incostituzionale il «contributo straordinario» del cinque per cento che il Governo Monti aveva imposto sulle pensioni superiori a 90.000 euro annui (dieci per cento su quelle superiori ai 150.000). I casi — dicevo — sono due. Il primo è quello di chi percepisce una pensione molto elevata perché per tutta la propria vita lavorativa ha percepito retribuzioni molto elevate, e ha versato contributi previdenziali in proporzione. In questo caso, la «pensione d’oro» non è altro che una porzione, differita nel tempo, della «retribuzione d’oro» che l’ha generata. È sbagliato che ci siano retribuzioni d’oro? In certi casi sì (anche se esse tornano comunque subito, per metà, a beneficio di tutti i cittadini, attraverso le tasse); ma in molti altri casi no.

Se il signor Rossi ha la capacità di aumentare del dieci per cento la produttività dei mille dipendenti di un’impresa, è interesse anche di questi ultimi che l’impresa stessa ingaggi il signor Rossi pagandolo un milione all’anno. Staranno meglio sia i mille dipendenti, sia gli azionisti, sia i contribuenti (il problema dell’enorme disparità di reddito che così si determina, e dell’«obbligo di restituzione» che ne deriva, non è di natura giuridica, ma di natura esclusivamente morale e riguarda soltanto il signor Rossi e la sua coscienza). Se poi su quel milione di euro ogni anno per trent’anni vengono versati 330 mila euro di contributi all’Inps, non c'è proprio niente di male nel fatto che, quando il signor Rossi va in pensione, l’Inps calcoli sulla base di quella ingente contribuzione la parte del suo trattamento maturata in quei trent’anni: si tratta solo di una restituzione.

E lo Stato? Si accontenti di prelevarne il 45 per cento a titolo di Irpef, come su tutti i redditi personali di quell’entità: questo dice la Corte costituzionale; se poi lo Stato ritiene che questa aliquota sia troppo bassa, la aumenti per tutti. Effettivamente, non si vede il motivo per cui il signor Rossi dovrebbe essere penalizzato più di chiunque altro abbia un reddito dello stesso livello, solo perché il suo è costituito da una retribuzione differita. Il discorso cambia radicalmente se il signor Rossi ha avuto la retribuzione di un milione di euro soltanto negli ultimi dieci della sua vita lavorativa, ma la sua pensione è stata calcolata per intero in proporzione alla retribuzione e contribuzione di quell’ultimo decennio. In questo caso, il signor Rossi si è effettivamente guadagnato soltanto un terzo o un quarto della pensione d’oro che gli viene erogata, mentre la parte restante è sostanzialmente regalata.

Questo si chiama «sistema retributivo» di calcolo della pensione; ed è quello che è stato in vigore fino alla riforma Monti-Fornero del dicembre 2011, per tutti i fortunati che hanno incominciato a lavorare e versare contributi previdenziali prima del 1978 (cioè per la generazione di quelli che oggi hanno cinquanta o sessant’anni). Oggi la maggior parte delle pensioni d’oro nasce proprio dall’applicazione di questo vecchio e sbagliatissimo metodo di calcolo: il signor Rossi incomincia a guadagnare il super-reddito soltanto nell’ultimo periodo della sua vita lavorativa, ma si vede poi calcolata la pensione per intero in riferimento a quell’ultimo periodo. Ecco: questa è la parte della pensione non effettivamente guadagnata; la differenza tra la pensione calcolata in proporzione alle ultime retribuzioni e quella calcolata in stretta proporzione ai contributi versati nel corso di tutta la vita lavorativa.

Su questa differenza può e deve applicarsi un contributo straordinario, che, applicandosi solo su questa parte, può essere determinato anche in misura molto superiore rispetto a quella del cinque o del dieci per cento fissata dal Governo Monti l’anno scorso e poi bocciata dalla Corte costituzionale. Se il contributo straordinario sarà riferito soltanto a questa differenza, la Corte non potrà non approvarlo, poiché esso non creerà una disparità di trattamento, bensì al contrario ridurrà un privilegio indebito, in un momento di straordinaria necessità. Questo è — insieme ad altre cose — il contenuto di una proposta che ho elaborato con Giuliano Cazzola e Irene Tinagli. Il Governo Letta avrebbe tutto da guadagnare nel farla propria; e nel farla camminare in fretta.

13 agosto 2013 | 11:02

Voglia di compilation. E rinasce la musicassetta

Jacopo Granzotto - Mar, 13/08/2013 - 07:21

Registrabile, avvolgibile (senza fretta) e portatile. Il nastro inventato dalla Philips compie 50 anni e ritorna: negli Usa un boom di vendite

Retromania, non c'è dubbio. Passata la sbornia da (presunto) ritorno del vinile, pare sia riscoccata l'ora della musicassetta. Sì, quel vetusto supporto che ultimamente faceva mostra nei peggiori autogrill d'Italia.


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Azzurrognolo reperto fuso da un ventennio di graticola solare. Qualcosa è cambiato, o almeno sembra. Si ipotizza, infatti, il gran ritorno nei negozi italiani della musicassetta, proprio nell'anno in cui si festeggia il mezzo secolo di vita dell'antenato del download. In attesa di tornare acquirenti, in Gran Bretagna e negli Usa si è scoperto che c'è una famelica sacca di irriducibili che compra ancora vecchi nastri. In Gran Bretagna ne sono stati acquistati 3823. Negli Usa ben 200mila, con un 645 per cento di vendite in più rispetto al 2011. Scenari imprevedibili si aprono all'orizzonte.

Era il 1962 quando la Philips inventò la musicassetta per poi metterne in commercio i primi esemplari l'anno successivo. Un successone. Si trattava di un contenitore in plastica con due bobine che avvolgevano un nastro magnetico prodotto da Basf e che tentava di imporsi in un mercato affollato da supporti analoghi basati sulla cartuccia a nastro. Il boom arrivò nel 1979 grazie a Sony e al suo Walkman che tre anni introdusse anche l'equalizzatore a corredo.

Ambito come un iPod, permetteva per la prima volta di ascoltare musica ovunque e con buona qualità. Unica cosa il fruscio. Lo potevi debellare inserendo il dolby che però aveva un difetto: segava le frequenze alte e soffocava il suono. Grazie alla semplicità con la quale si potevano riversare su nastro canzoni di ogni tipo presto si affermò la moda delle compilation, si poteva conquistare le ragazze con una buona scaletta. In commercio c'erano diverse tipologie di musicassette: dalle C46, in grado di registrare 23 minuti per lato, alle C120, 60 minuti per lato e grande libidine musicale.

Musicassetta, vero antenato del download, oggi considerato il carnefice della musica e del suo mercato. Ricordo che era uso piazzarsi col microfono davanti a radio e tv per attingere a scrocco. C'era chi si registrava l'Eurofestival con gli Abba che vincevano con Waterloo e chi si faceva tutta l'hit parade di Lelio Luttazzi, strillo compreso.

Qualità non pervenuta, naturalmente. Richard Branson, fondatore della Virgin conferma: «I commentatori che oggi spiegano che la musica digitale uccide le grandi case discografiche dovrebbero ricordare che l'ultima grande rivoluzione del settore è avvenuta nel 1982, la vigilia dell'avvento del cd e della cassetta digitale (DCC) quando cresceva il numero di coloro che registravano su cassetta dalla radio o dal disco. Quella era l'anticamera della registrazione illegale».

Torniamo alla musicassetta. Le canzoni scelte nella compilation diventavano la colonna sonora di amori adolescenziali e le cassette, spesso, duravano altrettanto: il nastro si rompeva facilmente e, quando resisteva, si poteva sempre registrare sopra qualcosa di nuovo con un paio di pezzi di scotch sul bordo. Nastri lussuosi all'ascolto quando erano al ferrocromo o al metallo.

Un simbolo, la musicassetta, che non è un semplice oggetto di modernariato. Nonostante l'avvento dei cd ha goduto di ottima salute grazie al prezzo abbordabile fino alla scomparsa nel 1999. Ma basta una ricerca sul web per capire meglio. Fruscio, bassa dinamica, riavvolgimento lento, eccetera. Vabbè, alla fine l'importante è che non diventi definitivamente liquida questa benedetta musica; d'altronde non è che il dolce vinile, la sua polvere sui solchi e la puntina fossero tanto più pratici.

Dove nasce il Panama, il cappello di paglia patrimonio dell’umanità

La Stampa

Malgrado il nome, viene prodotto in Ecuador. “La tradizione risale agli Incas, non si può imitare”

paolo manzo
cuenca (ecuador)


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È il simbolo del caldo e dei Tropici e, per estensione, dell’estate che va. Il Panama bianco, reso immortale dallo scrittore Ernest Hemingway, non è solo il must del sole agostano ma un bene preziosissimo, così prezioso che nel 2012 persino l’Unesco è scesa in campo per dichiararlo Patrimonio, seppure intangibile, dell’Umanità. 

E patrimonio lo è davvero, anche se - e sobbalzeranno in molti sulla sedia - con Panama alla fine ha poco a che vedere. Perché questo simbolo del caldo esotico viene invece prodotto da ormai 300 anni nel cuore delle montagne dell’Ecuador, a 2.550 metri, in una città di nome Cuenca. Famosa per le sue bellezze artistiche e coloniali e da qualche tempo anche per essere diventata il «buen retiro» di migliaia di pensionati, per lo più statunitensi e canadesi, che si godono il clima e il costo bassissimo della vita. E il Panama, che soprattutto dopo il riconoscimento internazionale non ha fatto che accrescere il prestigio del luogo.

«Cuenca è la città ideale - spiega Juan Paredes, la cui famiglia da 71 anni gestisce uno dei due laboratori più importanti di Panama della città, il Barrancos - grazie al clima mite la paglia non si corrode e quasi ubbidisce alle mani degli artigiani che la lavorano». 
Nato come cappello per ripararsi dal sole cocente, il «sombrero de paja toquilla», come è chiamato ancora oggi in spagnolo, divenne un accessorio simbolo grazie al Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, il quale per la prima volta nel novembre del 1906 ne indossò uno, immortalato da una foto sul New York Times, in occasione di una sua visita ai lavori del Canale di Panama, da cui il nome. Ma Roosevelt non era il solo.

Tutti gli operai per proteggersi dal caldo torrido di Panama usarono questo cappello durante i lavori di costruzione del canale, che poi venne inaugurato nel 1914. E, successivamente, proprio questo centro commerciale internazionale divenne il trampolino di lancio per le esportazioni del cappello. Che, più di un secolo dopo, è prodotto ancora a mano rispettando rigorosamente le regole della tradizione. Le uniche varianti sono state, nel tempo, l’aggiunta di trame e motivi geometrici. 
«La paglia utilizzata proviene dalle palme “toquilla”, ma la qualità dipende da quanto è fine la fibra che si usa: più è sottile, più la realizzazione è pregiata», spiega Paredes che fin da adolescente segue il laboratorio del padre, che ora dirige. E la passione è tale da averlo spinto a creare una sorta di museo in progress, metà laboratorio e negozio e metà, appunto, esposizione «per non perdere le nostre radici e ricordarci ogni giorno di quanto sia importante la dimensione dell’artigianato per la nostra città». 

A rendere questo cappello un prodotto davvero doc è, infatti, tutta la filiera produttiva. La paglia arriva dalle coste dell’Ecuador, in particolare dalla città di Montecristi, e sono gli stessi locali, uomini e donne, a lavorarla con l’utilizzo di pochi macchinari essenziali. Il che spiega il costo finale. Di cappelli se ne producono al massimo una decina al giorno, e dai 40 euro dei modelli più economici il prezzo può salire fino a toccare quota diecimila, se si utilizzano paglie pregiatissime. 
Del resto, dietro ogni singolo pezzo confluiscono migliaia di anni di Storia. Già gli Inca lavoravano la «paja toquilla» per fabbricare i loro abiti e quando i colonizzatori spagnoli giunsero a Cuenca rimasero colpiti da questi insoliti tessuti e dalla loro particolare leggerezza, fino a pensare che si trattasse di pelle di pipistrello. 

Nel Novecento, da re Edoardo VII a Winston Churchill, il Panama divenne un lasciapassare obbligatorio per accedere all’immaginario collettivo di un’intera epoca. Oggi, con la globalizzazione, la Cina sicuramente può rappresentare una minaccia «ma una storia come la nostra è difficile da imitare - sostiene Paredes - e questo alla fine ci salverà». 

Londra, arriva il cestino che ti spia il telefono

Corriere della sera

Il contenitore monitora gli utenti attraverso i numeri identificativi degli smartphone e propone pubblicità mirate

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Se andate a Londra potreste essere spiati. E a monitorarvi non sarà né un bobby né una telecamera. Ma un cestino dei rifiuti. Già, perché la Renew, che in occasione delle Olimpiadi del 2012 ha installato un centinaio di moderni contenitori per i rifiuti dotati di collegamento a internet, ora li ha attrezzati con una tecnologia che permette di tracciare l'utente attraverso i suoi device elettronici. L'obiettivo? In base alle informazioni ricevute, sugli schermi sarà proiettata una pubblicità mirata.

NIENTE DI MALE? - Gli inserzionisti possono comprare gli spazi pubblicitari, mentre il Comune si riserva il 5 per cento del tempo a disposizione per informazioni di interesse pubblico. Il funzionamento della tecnologia dei cestini spioni è abbastanza semplice. Un dispositivo riconosce il numero identificativo unico (l’indirizzo MAC) di ogni dispositivo in grado di agganciarsi a una rete wifi. Il cestino rileva l’indirizzo MAC, lo riconosce nel tempo ed eventualmente lo collega agli indirizzi registrati nei negozi che hanno acquistato lo spazio pubblicitario: ogni volta che il potenziale cliente (o meglio, il suo smartphone) si avvicina, il cestino magicamente si rivolge proprio a lui con dei consigli per gli acquisti. Per il momento dei cento cestini della Renew, quelli dotati di questa tecnologia si trovano tutti a Cheapside. E se la faccenda è abbastanza inquietante, l'amministratore delegato della società si difende: «In realtà Londra è già una delle città più spiate al mondo (ha almeno 4.2 milioni di telecamere, ndr). Inoltre noi non entriamo in possesso di dati sensibili come il nome o l'indirizzo. Quindi è tutto legale». Già, peccato che in un solo mese la Renew abbia avuto accesso alle informazioni di un milione di telefoni.

DISATTIVARE IL WI FI -In realtà - come fa notare l'Atlantic - la legge dell'Unione europea impone ai siti di informare gli utenti se attraverso i cookie tracciano i loro computer. Ma la norma non è ancora stata estesa agli smartphone. La società avrebbe dunque sfruttato un vuoto legislativo per avviare il suo (redditizio) business. Se infatti la Renew sta testando la nuova tecnologia a Londra, il piano è di esportarla anche a New York, Dubai e Kuala Lumpur. Ma non solo. Il suo amministratore delegato Kaveh Memari ha in mente anche di creare un sistema simile da installare direttamente nei negozi e nei ristoranti ricavando informazioni perfino sul genere degli avventori, attraverso sensori da installare nei bagni. E a chi lo accusa di star violando ogni norma minima di rispetto della privacy risponde candido: «Non faccio niente di più di quanto non facciano Google o Facebook». Morale, l'unico modo per difendersi è uno: disattivare il Wi-Fi del telefono mentre siete a passeggio per le strade di Londra. Cosa che l'80 per cento degli abitanti della City non fa. Alla faccia di Snowden e del Datagate.

13 agosto 2013 | 10:44

Da grande faccio il barbiere alla Camera" 136 mila euro all'anno e pensione d'oro ecco la paghe di chi lavora a Montecitorio

Libero

In media chi lavora in Parlamento porta a casa 8000 euro al mese. Il Paperone è il Segretario Generale: 400 mila euro all'anno. Ma chi fa il "commesso" non è da meno


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"Mamma da grande voglio fare il barbiere alla Camera dei deputati". Potrebbe essere questo il sogno delle future generazioni che entreranno nel mercato del lavoro. Guardando gli stipendi dei dipendenti di Montecitorio la voglia di prendere in mano pettine e lametta per la barba potrebbe venire a chiunque. Una scheda pubblicata sul sito della Camera alza il velo sulle retribuzioni di chi lavora a Montecitorio. In media un dipendente a fine carriera guadagna ben 8mila euro al mese.  Dopo 40 anni di anzianità, gli operatori tecnici lasciano il lavoro con una retribuzione pari a circa 136mila euro l’anno. Più cresce la qualifica, più aumenta lo stipendio, con scatti che fanno raddoppiare i guadagni in 20 anni.

Barbiere Paperone - Come racconta la Repubblica il "Paperone" di Montecitorio è il segretario generale di Montecitorio. A lui va uno stipendio di 406.399,02 euro, destinato a crescere del 2,5% ogni due anni. I suoi due vice raccolgono invece 304.847,29 euro. Subito dietro ci sono gli operatori tecnici.

Barbieri, elettricisti, centralinisti, falegnami appena mettono piede alla Camera, subito dopo l'assunzione, portano a casa circa 30.351, 39 euro. Già dopo 20 anni guadagna 89,528,05 euro, mentre dopo 40 anni di servizio raggiunge quota136 mila euro. Non sono da meno i "commessi" che hanno una busta paga che supera i 100mila euro annuali. Stipendi da nabbabi anche per i tecnici audio, delle riprese e delle tv interne che oscillano tra i 30.619,24 euro percepiti al momento dell’assunzione fino ai 152.663,23 con un’anzianità di servizio di 40 anni.

Azienda Montecitorio - A Montecitorio c'è posto per tutti. Quasi fosse un'azienda. 1494 persone, al cui vertice si rintraccia il segretario generale. I consiglieri parlamentari sono 176, mentre gli interpreti e traduttori 4. I documentaristi, tecnici e ragionieri sono 288, mentre i segretari parlamentari 397. I collaboratori tecnici toccano quota 156, 411 sono gli assistenti parlamenti e 59 gli operatori tecnici. Insomma lavorare alla Camera è come fare 6 al superenalotto. Chi resta fuori deve accontentarsi dei soliti 800-1000 euro al mese nonostante si provi a fare il barbiere sotto casa.

 (I.S.)

La Camera lascia Silvio senza avvocato per spedirlo tra le grinfie di Di Pietro

Libero

L'ex leader di Italia dei Valori ha in ballo un contenzioso legale con Berlusconi


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L’antipasto è stato servito poco dopo le 13 di giovedì 8 agosto, il giorno prima delle ferie dei deputati. La giunta per le autorizzazioni della Camera ha consegnato Silvio Berlusconi nelle mani di Antonio Di Pietro, levando con il voto decisivo e compatto del Pd (che si è unito a Sel e al Movimento 5 stelle) perfino la difesa istituzionale di prassi al Cavaliere. In giunta era arrivata a dire il vero solo una questione formale, che normalmente viene sbrigata in quattro e quattr’otto: la decisione della Camera di nominare un proprio difensore per resistere a un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale per tutelare una decisione in precedenza presa a tutela di Berlusconi sia dalla giunta che dalla assemblea di Montecitorio.

Tutto nasceva da una triplice azione giudiziaria promossa da Di Pietro contro Berlusconi nel 2008: due penali (a Bergamo e a Viterbo) e una civile (a Roma) per parole pronunciate dal Cavaliere durante la campagna elettorale del 2008 prima in tv da Bruno Vespa e poi in un comizio del 26 marzo 2008 a Viterbo. In questa ultima occasione le parole di Berlusconi che provocarono la querela furono: «Di Pietro si è laureato grazie ai servizi, perché non è possibile che abbia preso la laurea uno che parla così l’italiano…
 
A Montenero di Bisaccia nessuno sapeva che si stava laureando, nemmeno i genitori… Lui mi fa orrore non tanto perché ha problemi con i congiuntivi, ma perché non rispetta gli altri, ha mandato in galera gli italiani senza prove… Di Pietro rappresenta il peggio del peggio». Accusato di diffamazione, Berlusconi invocò l’immunità parlamentare e prima la giunta e poi l’aula della Camera stabilirono che quelle parole erano insindacabili perché pronunciate da un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni, a norma dell’articolo 68 della Costituzione. Il Cavaliere fu quindi assolto, e il pm impugnò in Cassazione la decisione.

La causa fu rimandata al giudice di pace di Viterbo, che sollevò davanti alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzione con la Camera per quella immunità secondo lui concessa a Berlusconi largheggiando troppo. A giugno la Corte costituzionale ha accettato il ricorso, comunicando alla presidenza della Camera gli atti per la costituzione in giudizio secondo le procedure tradizionali. Normalmente la Camera invia i propri avvocati per difendere le proprie decisioni, anche quando sa che rischia di perdere (è capitato più volte). I precedenti rintracciati sono stati 96: per 91 volte la Camera si è costituita in giudizio, e solo 5 volte (in tutti e 5 i casi si trattava di esponenti del centrodestra) ha ritenuto inutile inviare un proprio legale.

Per quelle 5 rare volte ci sono sempre stati motivi particolari per quel rifiuto (ad esempio la soluzione extragiudiziale della causa). Nel caso Berlusconi sembrava scontato l’invio di un avvocato della Camera a difesa di quella immunità riconosciuta valida nel 2010. E questo ha proposto il relatore, che è anche il presidente della giunta: Ignazio La Russa, leader di Fratelli di Italia.

Perfino Sel con Daniele Farina aveva lasciato una porta aperta, sostenendo che non fosse provata l’accusa della falsa laurea a Di Pietro, ma riconoscendo «un qualche elemento di fondatezza» alle altre considerazioni di Berlusconi sull’ex pm. Il Pd- guidato da Anna Rossomando e Walter Verini- ha però voluto fare la prova di forza, bocciando la proposta di La Russa insieme a M5s e Sel, e dando un segnale chiaro su quel che avverrà su tema assai più dirompente (la decadenza di Berlusconi da senatore) a palazzo Madama ai primi di settembre.

Fosca Bincher

Gibilterra, ancora alta tensione Spagna-Gb Londra valuta azione legale contro Madrid

Corriere della sera

La Spagna non ridurrà i controlli aggiuntivi alla frontiera tra il suo territorio e Gibilterra. Da dove nasce lo scontro

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MADRID - Gibilterra, colonia della Corona inglese sino al 1983, è oggi «solo» un Territorio britannico d’oltremare. Dal punto di vista strategico, economico e militare cambia poco. Significa che i quasi 30mila cittadini del minuscolo promontorio proteso verso il Marocco hanno autorità proprie, ma non sono indipendenti perché condividono con i cittadini inglesi il capo di Stato, cioè la regina Elisabetta. Londra è quindi impegnata nella difesa militare di Gibilterra e ne sfrutta la posizione geostrategica tra Europa e Africa con una base navale. Colonia o Territorio è dalla firma del Trattato di Utrecht (1713) che Gibilterra è vista come una spina da parte spagnola. Nel testo di allora non si faceva chiarezza tra «proprietà» del promontorio esplicitamente concesso «indefinitivamente, senza eccezioni o impedimenti di alcun genere» e la «sovranità» sullo stesso.

ALTA TENSIONE - La cronaca degli ultimi giorni racconta di lunghe code provocate dai controlli spagnoli alla dogana con l’ex colonia. Sono una ritorsione contro l’«attacco agli interessi dei pescatori» operati, secondo Madrid, da Gibilterra. Il clima si è fatto via via più infuocato quando il ministro degli Esteri spagnolo José García-Margallo ha dichiarato minaccioso che «la ricreazione per Gibilterra è finita». O quando sui siti nazionalisti gibilterrini (sì, esistono anche nazionalisti gibilterrini) sono apparse le foto dei doganieri spagnoli accusati di avere la mano dura nei controlli e l’invito ad andare sotto casa loro a «disturbarli». O quando infine Madrid ha annunciato di valutare l'opportunità di trascinare Gibilterra e la Gran Bretagna davanti alla Corte internazionale dell'Aja.

Senza risalire a controversie lessicali vecchie di 300 anni, ecco i principali motivi dell’attuale frizione. Ciascuno non basta a giustificare la crescita della tensione diplomatica tra due Paesi amici ed alleati. Men che meno a scomodare una flottiglia britannica annunciata in arrivo settimana prossima ( anche se Londra rifiuta di collegare la visita delle sue navi da guerra alla crisi attuale). Dal punto di vista meramente economico si tratta di contenziosi minimali rispetto alla mole dei due contendenti. È per questo che, per ultimo, si è dato qui conto anche delle interpretazioni che non hanno nulla di ufficiale o provato, ma che sono frutto di speculazioni giornalistiche.

PESCA - È stata la miccia che ha aperto la crisi attuale. In luglio Gibilterra ha gettato in mare, lungo le coste dell’aeroporto, 70 blocchi di cemento. Motivazione ufficiale: rinforzare la difesa della pista d’atterraggio e rigenerare la pesca. La tecnica di creare barriere artificiali per dare rifugio ai pesci è largamente praticata anche in Spagna. Le autorità gibilterrine ricordano che lungo l’intera costa mediterranea spagnola sono migliaia i blocchi di cemento gettati negli ultimi anni con le stesse finalità. Il problema è che Madrid non crede alle intenzioni naturalistiche del Peñón, come gli spagnoli chiamano la rocca che sovrasta l’ex colonia.

Le autorità spagnole hanno facile gioco nel mostrare che i blocchi di cemento gettati a mare hanno lunghi spunzoni d’acciaio che non servono certamente da casa ai pesci, ma invece funzionano egregiamente quando stracciano le reti dei pescatori. In sostanza Madrid contesta che mentre Commissione Europea ha riconosciuto «competenza di entrambi i Paesi sulle medesime acque», Gibilterra con i suoi 70 blocchi di cemento «artigliati» ha saltato ogni buona regola di consultazione e decisione condivisa per portare avanti la «politica dei fatti compiuti». Madrid vuole che questi 70 blocchi di cemento vengano estratti dal mare così che i piccoli pescatori spagnoli dell’area possano continuare a gettare lì le proprie reti. L’ipotizzata tassa di ingresso di 50 euro per chi viaggia via terra dalla Spagna a Gibilterra servirebbe proprio a compensare i danni economici causati all’industria ittica.

PARADISO FISCALE - L’economia di Gibilterra si regge su poche attività interstiziali come il contrabbando, l’intermediazione finanziaria e il bunkering, cioè il rifornimento in mare di carburante a condizioni fiscali favorevoli. Da quando l’Unione Europea ha imposto maggiore trasparenza bancaria dichiarando guerra ai paradisi fiscali, Gibilterra ha perso parte della sua attrattiva come piazza bancaria. Resta tuttavia un centro importante per «opacizzare» le partecipazioni societarie. Da qui si possono ancora operare transazioni finanziarie e compravendita di titoli con un margine di segretezza sconosciuto nel resto dell’Unione Europea. Ad esempio è perfetta qui la domiciliazione delle società per le scommesse online: server discreti e tasse bonarie. Nelle acque del promontorio è anche conveniente andare a rifornirsi di carburante. Lo fanno le imbarcazioni da diporto della zona come grandi mercantili internazionali sfruttando la minor tassazione del promontorio. La Spagna ha («provocatoriamente» secondo Gibilterra) approvato proprio l’anno scorso una «Zona de Especial Conservación» marina che copre anche le acque la cui sovranità è condivisa con Gibilterra.

Madrid pretende la sospensione del bunkering per ragioni ambientali sapendo che ne avrebbe anche un certo ritorno economico. Per il contrabbando la voce principale sono ancora l’alcol e le sigarette. I 30mila abitanti della rocca importano 60 milioni di pacchetti di sigarette. Li fumassero davvero tutti da soli sarebbero casi da resistenza al tumore da studiare in tutto il mondo. Invece le sigarette escono nascoste nelle auto e sotto gli abiti alimentando un commercio parallelo simile a quello che per anni ha danneggiato le entrate dell’erario italiano con l’importazione illegale dalla Svizzera. Con l’aumento dell’Iva sulle sigarette in Spagna nel 2013 il contrabbando da Gibilterra è schizzato alle stelle e secondo la Guardia Civil solo da gennaio a marzo 2013 Gibilterra ha importato 52 milioni di pacchetti. Dove saranno andati a finire?

WELFARE PARASSITARIO E AEROPORTO - Sono 6700 i gibilterrini che risiedono in Spagna. Significa che un gibilterrino ogni 5 va in ospedale del Regno di Juan Carlos piuttosto che in uno del Regno di Elisabetta. Sfrutta le strade o le tariffe agevolate di luce e gas, però paga le tasse in Gibilterra. La Spagna reclama un accordo che trasferisca parte delle imposte ai municipi di residenza. Analoga revisione legislativa è richiesta per ovviare alla truffa sulle imposte di successione che dura da decenni. In Spagna l’imposta si paga. Soprattutto nei territori circostanti il Peñón è diventata pratica diffusa intestare gli immobili a società con sede a Gibilterra.

In questo modo i cittadini spagnoli evitano di pagare la tassa impoverendo ancora di più le comunità circostanti a vantaggio del promontorio britannico. Altra contestazione viene dall’aeroporto costruito su un’area non compresa nella prima interpretazione del Trattato di Utrecht, ma concesso successivamente (XIX secolo) per ospitarvi un campo di quarantena durante un’epidemia. Il Peñón è poi costantemente impegnato nel «rubare» terra al mare, riempiendo alla maniera olandese tratti di coste. In questo modo la superficie dell’ex colonia è cresciuta almeno del 10%.

I RETROSCENA - Le rivendicazioni spagnole su Gibilterra non sono mai cessate. L’ex dittatore Franco chiuse le frontiere pochi anni prima di morire in un estremo sforzo di canalizzare l’attenzione del Paese su un nemico esterno piuttosto che sulle contorsioni della propria successione. In anni più recenti il democratico Juan Carlos ha cancellato la partecipazione della famiglia reale sia alle nozze di Carlo e Diana sia a quelle di William e Kate. Un aristocratico sgarbo che la Corona spagnola paga con una sorta di serie B mediatica nel gossip mondiale nato per non avvallare la presenza dei reali inglesi nel promontorio in viaggio di nozze o per i festeggiamenti. Questione di orgoglio, integrità territoriale e storica rivendicazione. Ma basta questo a giustificare l’escalation di questi giorni? Secondo molti osservatori no.

C’è chi sostiene che la reattività di Madrid ai blocchi di cemento sia stata dettata dalla stessa strategia che guidò il caudillo. Questa volta nel lanciare l’antico slogan «Gibraltar español» c’è l’interesse a convogliare l’attenzione nazionale verso la consueta disputa e distrarre così l’opinione pubblica dallo scandalo bustarelle che sta sconvolgendo il vertice del Partido Popular al governo. Secondo altri, invece, ci sarebbero interessi militari e strategici opposti sia nella deposizione dei blocchi di cemento da parte di Gibilterra sia nella reazione spagnola. I blocchi servirebbero a difendere un cavo di trasmissione dati che dovrebbe unire il centro di ascolto basato a Gibilterra con il Nord Africa estendendo così le potenzialità di spionaggio. Per altri, semplicemente, i 300 militari inglesi (e i sottomarini nucleari) di stanza nella base navale rappresentano ancora le vestigia dell’antica dominazione britannica dei mari di cui la Spagna vorrebbe liberarsi per aumentare la propria rilevanza strategica nell’ambito dell’alleanza atlantica.

12 agosto 2013 | 21:18

Via libera al recupero dei Bagni Pubblici «Tesoro nascosto e meraviglia in stile Liberty»

Corriere della sera

Un progetto per la rinascita: si partirà con la pulizia del salone centrale, ma per il recupero servono fondi privati

 

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Rinascono i bagni pubblici di piazza Oberdan, meraviglia in stile Liberty dimenticata e in sfacelo da anni. Il sogno dell'assessore ai Lavori pubblici, Carmela Rozza, è quello di sostituire il cartello «Pericolo di crollo» con l'invito a entrare nel più monumentale Hammam di Milano, ma si procederà verso il traguardo a piccoli passi, cominciando con la pulizia e la sistemazione del salone centrale che sarà riaperto al pubblico in attesa del progetto definitivo per il quale saranno necessari finanziamenti privati.

GUERRA LEGALE - Il «Diurno» di Porta Venezia, gemello di quello di piazza Duomo e aperto nel '25 sul modello dei bagni pubblici di Victoria Station a Londra, è stato oggetto prima di una guerra legale tra il Comune e il barbiere che ne occupava una parte e poi di una trattativa per il restauro finita nel nulla tra Palazzo Marino, che ne è proprietario, e la Provincia, che pensava di collegarlo alla cineteca Oberdan. Dal 2004 è sbarrato e l'area superiore, attorno alla pensilina Liberty e ai due obelischi sulla piazza, è diventata terreno di bivacco. Ma l'amministrazione ora ha deciso di intervenire per riportare a nuova vita i 900 metri quadrati sotterranei ricchi di arredi e maioliche originali e sottoposti al vincolo della Soprintendenza ai Beni Architettonici. «Il progetto preliminare è pronto e il nostro obiettivo è restituire ai milanesi un tesoro nascosto - spiega l'assessore ai Lavori pubblici, Carmela Rozza -. Dopo aver mandato via il barbiere al termine di una battaglia legale, l'ex amministrazione ha sigillato gli spazi e murato i lucernari. Da allora sta andando tutto in  malora, ma è un delitto perché si tratta di uno spazio di grandissimo valore storico e architettonico».

Il progetto di recupero dei Bagni Pubblici, tesoro Liberty Il progetto di recupero dei Bagni Pubblici, tesoro Liberty Il progetto di recupero dei Bagni Pubblici, tesoro Liberty Il progetto di recupero dei Bagni Pubblici, tesoro Liberty Il progetto di recupero dei Bagni Pubblici, tesoro Liberty

RECUPERO GRADUALE - L'assessore non nasconde l'impossibilità del Comune di farsi carico dell'intera ristrutturazione (alcune stime fatte in passato parlano di interventi per quasi 10 milioni di euro). «Quello che è possibile fare subito è ripulire il salone centrale, metterlo in sicurezza e sistemarlo per poi aprirlo al pubblico - dice Carmela Rozza - L'idea è di far tornare i milanesi e di riavviare il dibattito sul futuro della struttura, per poi arrivare a un bando per il recupero completo e la gestione dei locali.

MODERNO HAMMAM - I bagni pubblici di piazza Oberdan hanno tutte le caratteristiche per diventare un moderno hammam europeo o un centro benessere». Gli anni di incuria non hanno cancellato la storia e la ricchezza dell'ex Diurno. Ci sono stanze con le vasche, decorazioni preziose, una statua di bronzo. Per salvare l'ex Cobianchi di Porta Venezia i milanesi si sono già mobilitati su Facebook. «Purtroppo non ci sono i soldi per ristrutturarlo a carico del Comune - ribadisce l'assessore - ma le potenzialità dei locali sono tali da poter sicuramente coinvolgere i privati. L'importante è partire e riaccendere la discussione. E il primo passo tocca a noi».

12 agosto 2013 | 15:17

Il mistero del neonato che prende fuoco

Corriere della sera


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MILANO - Da quando è nato, 2 mesi e mezzo fa, il suo corpo ha preso fuoco quattro volte senza alcuna causa apparente. In India i medici si interrogano sullo strano caso del piccolo Rahul, un neonato del Tamil Nadu (India meridionale) ricoverato al Kilpauk Medical College Hospital di Chennai, per il quale si sospetta una condizione chiamata combustione umana spontanea (Shc), molto discussa dagli esperti. Secondo il Times of India, che ha descritto il caso, negli ultimi 300 anni sarebbero stati segnalati in tutto il mondo solo 200 casi del genere.

PAURA DEL DEMONIO - La prima volta che la mamma del piccolo, Rajeshwari, ha assistito incredula al fenomeno è stato nove giorni appena dopo il parto. Ricoverato in ospedale per tre giorni, il piccolo Rahul è stato trovato sano e forte, e quindi dimesso. Ma poco dopo essere rientrato a casa, il suo corpo si è nuovamente ustionato. Dopo un terzo e un quarto episodio dello stesso genere, i genitori hanno portato il figlio nel Kilpauk Medical College di Chennai per studi più approfonditi. Il pediatra Narayana Babu, che ha in cura Rahul, ha dichiarato che la ragione potrebbe essere «l'emissione di un qualche gas altamente combustibile attraverso i pori». Ma i timori per la salute del bambino non sono l'unico tarlo per i genitori. Il padre del bimbo, Karnan, ha dichiarato a The Indian Express: «Siamo veramente preoccupati perché gli abitanti del villaggio sono impauriti e ritengono che nostro figlio sia sotto il controllo di un demonio che innesca il fuoco».

LE IPOTESI - L'ex direttore del centro ustioni dell'ospedale di Chennai sostiene di ricordarsi di un caso simile rimasto non documentato, che risalirebbe a oltre 20 anni fa e aveva riguardato un uomo di 23 anni. Kalpesh Gajiwala, specialista del Tata Memorial Hospital di Mumbai, spiega che «sulla Shc sono state avanzate varie teorie, ma tutte molto vaghe e non scientificamente provate. Un'ipotesi plausibile è che alcuni particolari batteri dell'intestino convertano il cibo in metano, sostanza combustibile». Certo è che la vicenda del piccolo Rahul sta facendo perdere il sonno a diversi medici, ma anche a qualche esperto di fenomeni paranormali.

LA CONTESSA BANDI - Fra i più celebri casi di combustione umana spontanea, c'è quello della contessa di Cesena Cornelia Bandi, nonna materna del papa Pio IV, che nel 1731 fu trovata a terra dalla sua domestica nella camera da letto, con le gambe e una parte del cranio intatti, ma il corpo completamente carbonizzato. Un consiglio di dotti dell'epoca sostenne che si trattava di un evento di «combustione spontanea». Il fatto impressionò anche Charles Dickens che lo menzionò nella prefazione del suo romanzo "Casa desolata".

12 agosto 2013 | 12:32

C’è un nero che firma per l’indipendenza della Lombardia

L’Intraprendente

E' Tony Iwobi, bergamasco nato in Nigeria, già candidato per la Lega. La dimostrazione che una battaglia di libertà è l'esatto contrario del razzismo becero. In gioco ci sono diritti individuali negati, e territori rapinati, il resto è fuffa

di Carlo Lottieri


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Si deve a Luca Schenato – autore di un fortunato libretto intitolato proprio così – il felice slogan “Veneto è chi il Veneto fa”, subito fatto proprio da tanti indipendentisti tra Verona e Treviso. Con quell’espressione il nuovo venetismo ha inteso affermare che la causa della libertà di una popolazione non può e non deve essere letta in termini etnico-nazionalisti, ma deve invece coinvolgere tutti quanti vogliano contribuire a dar vita a istituzioni nuove e sganciate da Roma.

La formula “Veneto è chi il Veneto fa” introduce una distanza abissale con quanti offendono la ministra Kyenge prendendo spunto dal colore della sua pelle (invece che da quanto dice o decide). Come su queste colonne ha sottolineato con forza Marco Bassani, quella per l’indipendenza è una battaglia di libertà e non può essere sporcata da offese gratuite o razzismi più o meno espliciti.

Pure in Lombardia inizia a trovare spazio un indipendentismo aperto a tutti (quale sia l’origine, la religione, il colore o altro), come attesta il fatto che l’altro giorno a Spirano siano successe alcune cose assai interessanti. In primo luogo, alle quasi 3 mila firme raccolte da CoLoR44 – che chiede alla Regione Lombardia d’indire un referendum consultivo per interpellare i lombardi sulla loro volontà di restare in Italia o dare vita a una realtà istituzionale indipendente – ieri si è aggiunta anche quella di Tony Iwobi, bergamasco nato in Nigeria (di cui L’Intraprendente si è occupato qui), già candidato per la Lega alle ultime elezioni regionali e ora solidale con la battaglia di chi chiede il diritto ad autodeterminarsi.

Per giunta, l’occasione di questa firma è stata l’approvazione – da parte del comune bergamasco (più di 5 mila abitanti, a 12 chilometri dal capoluogo) – della mozione che CoLoR44 sta proponendo a tutti i comuni e a tutte le province della Lombardia sul tema del referendum per l’autodeterminazione della Lombardia. Alcune settimane fa, il 20 luglio, era stata la volta di Vizzola Ticino (Varese) e di seguito anche la Provincia di Brescia ha fatto lo stesso. Anche se a detta di taluni osservatori queste iniziative possono sembrare più subite che volute dalla dirigenza leghista, la richiesta “catalana” di un referendum lanciata dal comitato spontaneo va trovando uno spazio crescente.

Certamente la base leghista sta rispondendo con entusiasmo. La cosa non deve stupire, dato che l’elettore e il militante leghista da trent’anni sperano di trovarsi dentro una cabina elettorale con una scheda che permetta loro di scegliere tra lo status quo e la nascita di una comunità più piccola e separata. Ma le adesioni alla richiesta di un referendum, sulla scia di quanto sta avvenendo in Veneto, vanno ben al di là della Lega.

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Nell’approvazione della mozione alla Provincia di Brescia, ad esempio, un ruolo decisivo l’ha avuto Giulio Arrighini, segretario di Indipendenza Lombarda (una formazione post-leghista ), e quel testo è stato votato anche dal gruppo consiliare del Pdl e da quello di Fratelli d’Italia. Il comitato che sta cercando di far crescere tale iniziativa è inoltre composto da persone che non sono iscritte ad alcun partito e che, al tempo stesso, sono pronte a collaborare con chiunque, se questo serve a far riconoscere ai lombardi il “diritto di voto” su tale questione.

Per giunta, sulla scena pubblica lombarda ha iniziato a muovere i suoi primi passi pure un’associazione, che – ispirandosi a quanto già esiste in Catalogna – intende collegare tra loro e stimolare nelle loro iniziative tutte le amministrazioni locali che hanno accettato di sposare la causa di CoLoR44. In questi giorni è nata infatti l’AMI (Associazione municipi indipendentisti) Lombardia, che intende ispirare questo club che vede già al proprio interno due comuni e una provincia, ma che presto accoglierà altre realtà. Sono infatti numerose le amministrazioni in cui ci si appresta a votare questo documento. Se si considera che i grandi media hanno finora del tutto ignorato CoLoR44 e le stesse iniziative indipendentiste, è in qualche modo sorprendente che – sotto traccia – vi .

Difficile dire se queste battaglie avranno successo o no. È però facile prevedere che un’affermazione sarà più facile e convincente se la firma di Tony Iwobi non sarà un’eccezione e se lo spirito indipendentista coinvolgerà molti dei nuovi lombardi “alla Mario Balotelli”: siano essi di origine cinese, africana, latino-americana, romena o altra ancora. È importante il contributo che questi giovani possono dare. E forse è ancor più decisivo, sul piano della comunicazione (e quindi della sostanza stessa), l’immagine rinnovata, aperta, liberale e universalistica che questa battaglia a difesa dei diritti può assumere nel momento in cui trova tante persone di altra origine e provenienza che se ne fanno interpreti. Lontano dai partiti e dalle burocrazie pubbliche, lontano dai pregiudizi e dalle ottusità, lontano dal potere e dalle sue logiche, forse è possibile che qualcosa del vecchio spirito lombardo possa rinascere dove meno te lo aspetti.

I dieci anni della Baia dei Pirati

La Stampa

Un grande avvenire... dietro le spalle

federico guerrini


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Molti lo amano, altrettanti lo detestano; più che un sito, è un simbolo di una certa tendenza anarchico-libertaria della Rete. E di come un manipolo di appassionati di tecnologia possa fronteggiare, nel bene o nel male, avvocati e altri rappresentanti di industrie multimilionarie come quelle del settore audiovisvo. Di certo, i dieci anni di vita di The Pirate Bay, il celebre sito di condivisione di file in formato torrent (ovvero suddivisi in tanti piccoli spezzoni, per uno scaricamento più rapido) non sono passati inosservati. 

Non tanto per il mega party alle porte di Stoccolma di sabato scorso, quanto per l’attenzione dedicata dai media a un fenomeno che non accenna a tramontare, malgrado negli ultimi anni si siano intensificate le azioni legali che hanno portato prima alla condanna in tribunale di alcuni dei fondatori, poi all’oscuramento dello stesso sito. Che però è poi risorto, non una ma svariate volte - da ultimo sotto gli auspici del Partito Pirata svedese - e che per celebrare degnamente l’anniversario ha lanciato un browser che permette di aggirare i blocchi che impediscono di accedere al sito. 

Secondo quanto dichiarato dagli amministratori del sito, Pirate Browser, questo il nome del programma, consentirà agli abitanti di Iran, Corea del Nord, Regno Unito, Olanda, Belgio, Finlandia, Danimarca, Irlanda e Italia di accedere ai contenuti proibiti dal legislatore nazionale, unendo in uno stesso pacchetto software una versione ad hoc di Firefox, il programma di navigazione gratuito e open source di Mozilla, e Tor, lo strumento per la navigazione anonima usato da attivisti e dissidenti di tutto il mondo.

Il browser renderà più semplice accedere al sito anche laddove è bandito, ma va detto che da tempo gli appassionati del download libero, si sono organizzati anche da soli, trovando scorciatoie e trucchi per bypassare la censura, tanto che, malgrado tutti gli sforzi di autorità e detentori del copyright, il sito resta pur sempre il novantaseiesimo più visitato al mondo . E non molto tempo fa ha iniziato a proporre per il download anche un tipo particolare di file, quelli destinati alle stampanti 3D, da usare per produrre in casa propria oggetti di ogni tipo. 

È forse l’inizio di una rivoluzione che potrebbe cambiare i modelli produttivi e distribuitivi in molti settori tradizionali, tanto da far dire a uno dei co-fondatori della Baia dei Pirati, Tobias Andersson intervistato dalla BBC che forse è giunto il momento per il sito di chiudere i battenti e uscire di scena, per lasciare spazio a qualcosa di nuovo e migliore, più adatto ai tempi in cui a essere scaricato non sarà più solo un film ma anche una scarpa, ma pure un vestito, un auto, perfino un’arma. Più o meno quello che ha detto anche non molto tempo fa, un altro co-founder, Peter Sunde . Alla fine, dove non sono riusciti le forze dell’ordine e i giudici di mezzo mondo potrebbero arrivare in futuro non lontano i papà della controversa creatura. Più che di una messa al bando, si tratterebbe di un suicidio assistito. 

L’ex romanista Doni annuncia il ritiro: “Dio non vuole che giochi più al calcio”

La Stampa


Il 33enne giocatore brasiliano continua ad avere problemi al cuore: Sono già morto una volta, ora farò l’impresario».


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Con nuovi problemi di aritmia evidenziati dagli esami cardiaci a cui si sottopone regolarmente dopo aver rischiato di morire (il suo cuore si fermo per 25 secondi durante un controllo) ai tempi in cui era al Liverpool, l’ex portiere della Roma ha deciso di ritirarsi dall’attività agonistica. Lo ha annunciato lui stesso spiegando all’agenzia di stampa brasiliana Estado che «Dio non vuole che giochi più al calcio». Così ha deciso di accantonare il progetto di rientrare al calcio giocato disputando il campionato paulista del 2014 nelle file del Botafogo di Riberao Preto, club che lo lanciò dodici anni fa nello sport professionistico.

«Lasciare mi dispiace soprattutto per mio figlio Nicholas che avrebbe voluto rivedermi in campo - ha detto Doni, ingrassato di dieci chili (ne pesa 104) da quando ha smesso di giocare - ma non posso fare altro. Avrei voluto giocare un altro po’ per lui, ma non sarà possibile anche se ho ancora nostalgia del campo. Sono già morto una volta, ora farò l’impresario».

Doni infatti organizza a San Paolo la mostra `Il mondo dei dinosauri´` che, nei principali shopping center di San Paolo presenterà resti di questi animali della preistoria e li farà rivivere in 3D. Poi allestira´ un’altra mostra sull’Italia, paese di cui era originaria la sua famiglia «e in cui ho vissuto l’esperienza, che non dimenticherò mai, della Roma». Proprio per il club di Trigoria Doni creerà una scuola calcio che sarà la prima ufficiale dei giallorossi in Brasile e i migliori talenti saranno segnalati ai dirigenti romanisti. «Ho poco tempo per pensare a ciò che mi è apitato - ha spiegato Doni - ora voglio pensare al futuro e anche alla Roma, con cui continuerò ad avere rapporti». 

Tecnologia molesta: centro commerciale condannato per i rumori diffusi nel condominio

La Stampa


A lamentarsi è solo una coppia, che vive in un appartamento al quarto piano dello stabile. Ma la verifica del tecnico dell’Arpa regionale, che registra ben 56 decibel, conferma la percepibilità dei rumori addirittura a finestre chiuse. Coinvolto, almeno sulla carta, quindi l’intero edificio (Cassazione, sentenza 28874/13).


Il caso


Cattura Tecnologia sì, ma con moderazione: vale – come consiglio – per i singoli individui, vale, ancor più, come diktat per strutture complesse – ad esempio, un’azienda o un’attività commerciale –, soprattutto se il ricorso estremo ad apparecchiature di ultima generazione può diventare molesto. Sotto accusa finisce un cento commerciale: casus belli è l’impiego estremo di «impianti tecnologici» – condizionatori, soprattutto –, caratterizzato da eccessiva rumorosità.

E a lamentarsi, in maniera forte, sono le persone che abitano nel «soprastante stabile di civile abitazione, trattandosi dello stesso complesso edilizio». Più precisamente, la coppia, che vive nell’appartamento, ha «riferito che i rumori» non erano «sopportabili». E il tecnico dell’Arpa regionale ha «effettuato una verifica nell’appartamento», situato al «quarto piano», riscontrando «il valore di 56 decibel». Quadro chiarissimo, secondo i giudici, per condannare il legale rappresentante della struttura commerciale per il reato di «disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone».

E tale prospettiva viene confermata anche dai giudici della Cassazione, i quali partono, in premessa, dalla constatazione, non discutibile e non discussa, che «dagli impianti» del centro commerciale «provenissero rumori eccedenti la normale tollerabilità». Rispetto a questo dato di fatto, è secondario il richiamo, fatto dal legale rappresentante ora sotto accusa, al fatto che la «rumorosità» deve essere tale da «arrecare disturbo ad una pluralità indifferenziata di persone». Ciò perché, chiariscono i giudici, «i rumori si percepivano anche a finestre chiuse, e – circostanza particolarmente significativa – assai elevato era il valore dei decibel registrato al quarto piano dell’edificio».

Evidentemente, sostengono i giudici, le lamentele della coppia «non esaurivano la percepibilità dei rumori molesti, ma ne erano solo registrazione eloquente, indice apprezzabile di più elevata diffusività», anche tenendo presente che «i rumori molesti» erano diffusi «nell’ambito di un condominio». E questa considerazione è rilevante perché, ricordano i giudici, «i rumori devono avere una tale diffusività che l’evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone, pur se poi, concretamente, solo taluna se ne possa lamentare».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Gigolò denuncia lo Stato: "Vuole le tasse ma non riconosce il lavoro E' sfruttamento della prostituzione"

Libero

Roberto Roy risulta disoccupato, ma ha ricevuto una cartella esattoriale di 200 mila euro. "Io le pago, ma voglio essere messo in regola"


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La legge Merlin del 1958 parla chiaro: esercitare il meretricio non è reato, ma sfruttarlo sì. E' proprio su questo che si basa la causa che Roberto Roy, 39 anni, professione gigolò, vorrebbe tentare allo Stato Italiano. Come racconta La Nazione, all'uomo è stata notificata una cartella dell'Agenzia delle Entrate di 200mila euro, che si ridurrebbero a 70mila se paga subito, per via di una indagine sui suoi versamenti in banca: in pratica hanno rilevato un tenore di vita troppo alto per un disoccupato. Sì, perché Roberto ha cercato di mettersi in regola, ma l'unica strada era comparire come maggiatore o con prestazioni occasionali: ma lui non ha la qualifica e quindi risulta a tutti gli effetti senza un lavoro e non denuncia nulla.

"Questo è uno Stato ipocrita", tuona Roy dalle colonne della Nazione. "Chiede le tasse a un escort, ma non mette in regola chi pratica questo mestiere. Allora che differenza c'è con un magnaccia?". Da qui la provocazione: "Se lo Stato prende un provento dal mio lavoro, allora è sfruttamento della prostituzione". "Non ho paura di mostrare la mia faccia, non ho paura di dire che sono un accompagnatore", puntualizza il bel Roberto che offre alle signore il suo corpo e il suo tempo, ma "pretendo che se lo Stato vuole parte del mio stipendio, in cambio deve darmi tutele, come fa con gli altri cittadini". Deve insomma metterlo in regola.

Morto il criminale nazista Csatary: era accusato dello steminio di 15mila ebrei

Il Mattino



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BUDAPEST - È morto all'età di 98 anni l'ungherese Laszlo Csatary, accusato di crimini di guerra.
Lo ha annunciato il suo avvocato Gabor Horvath, come riferisce la Bbc, precisando che Csatary, in attesa di essere processato, è morto in un ospedale ungherese dopo aver sofferto di un alcuni problemi medici. L'uomo, ricorda l'emittente britannica, è sospettato di avere assistito all'uccisione di 15.700 ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Lo scorso giugno la procura ungherese aveva formalmente accusato di crimini di guerra Csatary per il suo ruolo nella deportazione degli ebrei di Kosice, oggi in Slovenia. Durante la seconda guerra mondiale, quando Kosice era una città ungherese, Csatary era il comandante della polizia e di un campo d'internamento.

Le accuse. Secondo le accuse, fra maggio e giugno 1944 l'accusato svolse un ruolo chiave nella deportazione di migliaia di ebrei verso i campi di sterminio nazisti da lui «intenzionalmente aiutata». Csatary avrebbe picchiato e frustato i deportati e in un caso avrebbe impedito l'apertura di piccoli fori per l'aria in un vagone ferroviario senza finestre che trasportava 80 persone. Csatary, che si diceva innocente, fu condannato a morte in Cecoslovacchia in contumacia, nel 1993, dopo che repubblica Ceca e Slovacchia si sono separate, la condanna è stata commutata in ergastolo da una corte slovacca.
Csatary era fuggito in Canada nel dopoguerra, ma è stato poi privato della nazionalità canadese nel 1997 avendo fornito false informazioni al momento della richiesta. L'uomo era stato in cima alla lista dei nazisti più ricercati.

 
lunedì 12 agosto 2013 - 15:25   Ultimo aggiornamento: 15:29

Gestire l'eiaculazione secondo il modello orientale

La Stampa

L'Armonia sessuale secondo l'antica saggezza cinese

Esistono tre concetti fondamentali che distinguono il Tao dell'Amore dagli altri studi sul sesso:

  1. Il primo concetto è che un uomo deve imparare a determinare l'intervallo dell'eiaculazione appropriato alla sua età ed alle sue condizioni fisiche. Ciò lo rafforzerà, ponendolo in grado di fare l'amore ogni volta ch'egli e la sua partner lo desidereranno, e di continuare a farlo tanto a lungo (o di ricominciare tanto spesso) quanto è necessario alla sua compagna per raggiungere una soddisfazione completa.  
  2. Il secondo concetto implica una rivoluzione nel pensiero occidentale riguardo al sesso. Infatti, gli antichi cinesi credevano che l'eiaculazione - e in special modo l'eiaculazione incontrollata - non fosse il momento più estatico per il maschio. Una volta compreso ciò, un uomo può scoprire nel sesso altre gioie, più deliziose, il che, naturalmente, gli renderà più facile controllare l'emissione del seme.
  3. Il terzo concetto - molto importante da un diverso punto di vista - è l'importanza della soddisfazione femminile. 

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Questo principio è già stato pubblicizzato nel pensiero occidentale dall'opera di Kinsey ed altri sessuologi. In questi ultimi anni, poi, i loro risultati hanno ricevuto una divulgazione ancora maggiore a opera dei vari Movimenti Femministi e la loro validità non è più seriamente messa in questione.Ora, questi tre concetti costituiscono la base dell'antica filosofia cinese sull'amore. Essi non solo hanno permesso agli uomini ed alle donne di avere rapporti sessuali tanto spesso e tanto a lungo quanto lo desideravano, ma hanno anche dato all'antica Cina una grande naturalezza e libertà sessuali, fiorite per tutto il tempo in cui il taoismo è rimasto dominante. I taoisti credevano che l'armonia sessuale ponesse in comunione con la forza infinita della natura, la quale, a loro avviso, aveva anch'essa soprannomi sessuali.

Così per esempio, la Terra era la femmina, o elemento Yin, e il Cielo era il maschio, o elemento Yang. Dalla loro interazione derivava la totalità. Per estensione, anche l'unione di un uomo e di una donna creava un'unità. E un'unità non meno importante dell'altra. Con ogni probabilità, è stato grazie al considerare l'atto sessuale come parte dell'ordine della natura, mai associato con un senso di peccato o di colpa morale, unito alla quasi completa mancanza di repressione, che la vita sessuale degli antichi cinesi è stata, nel suo insieme, notevolmente sana, libera dalle aberrazioni ed anormalità patologiche che troviamo in tante grandi culture antiche.

Il capolavoro di Strozzi torna agli eredi Loeser «Non spetta allo Stato»

Corriere della sera

Soprintendenza lombarda bocciata dai giudici


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La fotografia è del 28 giugno 1961, «stanza verde» della Casa Bianca, Jacqueline Kennedy indossa un abito chiaro. Accanto a lei, una ragazza vestita di scuro, borsa e un paio di guanti bianchi nella mano sinistra. Alle loro spalle, appeso alla parete, un capolavoro di Cézanne. Quell'opera, assieme ad altri sette dipinti del maestro francese, era stata destinata alla presidenza degli Stati Uniti proprio dal nonno di quella ragazza che sorride in posa con la first lady . Ecco, quella donna, Philippa Calnan, dal 2009 ha condotto una battaglia legale contro la Direzione regionale e la Soprintendenza per i beni artistici della Lombardia.

Al centro della contesa, un capolavoro del barocco, la «Santa Caterina d'Alessandria» di Bernardo Strozzi. Venne trafugato dal comando nazista in ritirata dall'Italia alla fine della Seconda guerra mondiale; è «misteriosamente» ricomparso in un'asta di Sotheby's, a Milano, nel 2009. Il ministero per i Beni culturali dava per «acquisito» il quadro. Mentre una decisione del Consiglio di Stato, depositata lo scorso 6 agosto, ribaltando una sentenza del Tar lombardo ha stabilito che la Santa Caterina potrà essere portata a Los Angeles, secondo la volontà dell'erede proprietaria.

Dietro a quel dipinto (170,5 per 121,5 centimetri) e alle vesti bianche e rosa di questa Santa Caterina, passano tutti i drammi del Secolo breve. Charles Alexander Loeser, intellettuale, collezionista americano, per anni residente a Firenze, morì nel 1928 lasciando un testamento che oggi è finito al centro dell'intrigo artistico-legale. Il mecenate donò una parte della sua collezione alla città in cui viveva (è la famosa «donazione Loeser» ancora custodita nel museo di Palazzo Vecchio), a patto che gli altri suoi pezzi d'arte potessero essere liberamente esportati fino a due anni dopo la morte sua o dei suoi figli.

Negli anni del fascismo, a causa delle leggi razziali, i discendenti di Loeser fuggirono però in Svizzera. Così i loro beni vennero sequestrati in base alle leggi di guerra (nel 1942); la confisca fu probabilmente autorizzata dal podestà di Firenze. Villa Torri Gattaia, dove Loeser aveva riunito la sua collezione, tra cui i tanti Cézanne che fu tra i primi al mondo a «scoprire», venne acquisita dalla Repubblica di Salò e divenne la sede del comando tedesco. È a quel tempo che la Santa Caterina di Strozzi, come spiega un documento dell'epoca, fu «imprestata al Quartier generale del Feldmaresciallo von Richthofen». Dalla fine della guerra però il dipinto si perde, probabilmente trafugato dai tedeschi in ritirata.

La vicenda riemerge dall'oblio quando i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico di Monza scoprono che qualcuno, a Milano, sta offrendo mezzo milione di euro per acquistare il quadro. È il 2009. L'operazione viene bloccata e la signora Calnan firma una domanda di esportazione. Ma a quel punto le autorità italiane dicono: dato che sua madre, Matilde Loeser, è morta nel 2002, il diritto a esportare l'opera è scaduto nel 2004. Philippa Calnan, assistita dal legale Alessandro Pallottino, ribatte: come potevamo chiedere la legittima restituzione del quadro negli anni in cui era ancora scomparso? Nel 2011 il Tar di Milano ha riconosciuto le ragioni del ministero e delle soprintendenze italiane. Con la sentenza depositata lo scorso 6 agosto, il Consiglio di Stato ha però ribaltato la decisione. Perché «anche la pienezza del recupero delle proprietà, illecitamente sottratte manu militari - nella specie con azione italo-tedesca - esige la deroga a molte regole tradizionali del diritto interno», tra cui quella «sull'usucapione».

13 agosto 2013 | 9:59

Sul doppio lavoro di Esposito l'autorizzazione non si trova

Massimo Malpica - Mar, 13/08/2013 - 07:42

Nell'elenco dei magistrati che hanno fatto richiesta al Csm, fino al maggio scorso il suo nome non c'era. Ma anche chi ha un incarico gratis deve chiedere il permesso

In Italia un magistrato che voglia ricoprire incarichi al di fuori del proprio ufficio, anche se gratis, dev'essere autorizzato a farlo da parte del Csm.


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La regola vale per tutti. Anche Antonio Esposito, quand'era pretore a Sapri, chiese e ottenne da Palazzo dei Marescialli un placet per insegnare all'Ispi di Sapri, l'associazione culturale/istituto «di famiglia» legalmente rappresentato, almeno fino a dicembre del 2012, dalla moglie del magistrato, Maria Giovanna Giffoni. Della sua passata richiesta c'è traccia nel verbale del plenum del Csm che decise per il trasferimento d'ufficio di Esposito, che poi si rivolse al Tar per «porre nel nulla» la decisione. «Il dottor Esposito - si legge nel verbale - ha insegnato presso l'Ispi fino al 1990 a titolo gratuito, come risulta dalle autorizzazioni del Csm».

Autorizzazioni che il consiglio superiore della magistratura pubblica semestralmente. Nei due elenchi che coprono il periodo tra il 14 novembre del 2010 e il 13 novembre del 2011 non vi è traccia del presidente della sezione feriale della Cassazione. E il nome dell'alto magistrato non compare nemmeno nelle ultime due liste di incarichi, reperibili sul sito web del Csm, relativi alle autorizzazioni per incarichi extragiudiziari dal 14 maggio 2012 al 13 maggio scorso. Non c'è docenza, consulenza, niente di niente. Dunque verrebbe da concludere che Esposito, con l'Ispi, oggi non dovrebbe avere più rapporti, o almeno non dovrebbe averne avuti nei due periodi indicati dagli elenchi del Csm.

Eppure a leggere, per fare un esempio, il testo della convenzione tra l'istituto comprensivo statale «Dante Alighieri» di Sapri e l'Ispi, che porta la data del 17 novembre 2012, Esposito non sembra del tutto estraneo alle attività dell'Istituto superiore di studi socio-psicopedagogici italiano, con sede in Sapri, via Camerelle, 35. Nel documento, disponibile sul sito internet della scuola statale, si dà conto di un «incontro tra il dirigente scolastico professor Biagio Bruno e il dottor Antonio Esposito», indicato come «rappresentante dell'Ispi e del Centro di consulenza psicopedagogica presso la sede di Sapri». Il legale rappresentante dell'Ispi, si legge ancora nella convenzione, è il «presidente professoressa Maria Giovanna Giffoni», moglie del magistrato, ma «per conto» della presidentessa il rappresentante che firma l'atto è proprio Esposito.

E sempre nel periodo in cui, a dar retta agli elenchi del Csm, Esposito non avrebbe richiesto alcuna autorizzazione a ricoprire incarichi extragiudiziari, c'è anche una convenzione tra la solita Ispi e la Provincia di Salerno. L'atto - del dicembre 2012 - è finalizzato all'apertura di un «centro di consulenza socio-psico-pedagogica» per l'integrazione scolastica e sociale dei disabili, con un contributo di 13mila euro per 12 mesi da parte dell'amministrazione provinciale, e stavolta, per conto dell'Ispi, è firmato dalla professoressa Giffoni. Esposito è solo annunciato tra i relatori - in qualità di «presidente di sezione Corte di Cassazione» - sulla locandina per la presentazione, organizzata lo scorso 2 febbraio, proprio del centro di consulenza, aperto «in convenzione e con il contributo dell'amministrazione provinciale di Salerno».

Sulla stessa locandina, tra i recapiti dell'Ispi, oltre all'indirizzo postale, all'e-mail e ai numeri di telefono e di fax dell'istituto, compare però anche un numero di cellulare. Quello che sul sito del «learning center» di Sapri dell'università telematica Niccolò Cusano di Roma, sede in via Camerelle, è indicato come riferibile al referente «dottor Antonio Esposito». Lo stesso numero è anche indicato, in un altro volantino, tra i recapiti da contattare per «effettuare la prenotazione» delle consulenze psicopedagogiche offerte dal centro. E qui arriva il dubbio. Esposito è autorizzato dal Csm? E se sì perché non appare negli elenchi? Se si lavora per un'associazione culturale, che assomiglia parecchio a una scuola privata, il permesso non serve? Ai colleghi di Esposito l'ardua sentenza.