sabato 17 agosto 2013

Esposito cerca lo scudo anti punizione

Massimo Malpica - Sab, 17/08/2013 - 08:59

Il giudice chiede al Csm di essere tutelato dalla stampa. Una mossa per controbilanciare l'esposto per l'intervista al "Mattino"

Anche a Ferragosto il presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito concede una precisazione - festiva nel caso di specie - annunciando querele contro il Giornale per aver riportato uno stralcio dell'ordinanza d'arresto del prefetto Francesco La Motta.


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Nel documento il gip di Roma riportava un passaggio di una nota del Ros relativo a due telefonate fatte dal prefetto e considerate dal giudice romano esemplari delle «aderenze» vantate dal prefetto stesso. La prima avrebbe come interlocutore un tale «Ferdinando Esposito», ed è il Ros - non certo noi - che ne ipotizza l'identificazione con il pm milanese figlio di Antonio. Al quale, in effetti, risulta - secondo le note a piede di pagina dell'ordinanza, che indicano data di nascita e indirizzo di residenza del pm - intestata l'utenza chiamata per prima dal prefetto La Motta.

La seconda telefonata è diretta invece a un'utenza intestata all'amministrazione penitenziaria, dalla quale poi La Motta viene richiamato da un certo «Ferdinando» al quale il prefetto chiede un incontro con il padre. La notizia, già trattata da tutti i quotidiani a giugno, quando il prefetto La Motta venne arrestato per l'ammanco di fondi dal Fec, era stata poi rilanciata il 14 agosto sul Sole24ore, e il Giornale l'ha ripresa raccontando solo quello che l'ordinanza riporta, specificando anche che il gip sottolineava la mancanza di elementi di riscontro per «ipotizzare» che il contatto cercato fosse andato a buon fine.

Ma Esposito la definisce comunque «del tutto falsa», puntando l'indice solo contro il Giornale e Libero e citando una smentita della procura di Roma che a giugno, soltanto dopo l'arresto di La Motta e la notifica dell'ordinanza, aveva sostenuto che non fosse il pm Ferdinando Esposito l'interlocutore del prefetto, e che dunque il «padre» con cui La Motta voleva incontrarsi non era Antonio Esposito. Resta l'identificazione del titolare dell'utenza del primo interlocutore nel pm Ferdinando, figlio di Antonio Esposito, che, ribadiamo, non è stata fatta dal Giornale ma dagli uomini del Ros.

Ma gli annunci di querela quotidiani all'alto magistrato non bastano. Come confermato dal vicepresidente del Csm Michele Vietti, Esposito avrebbe presentato al Consiglio superiore della magistratura una richiesta di apertura di una «pratica a tutela». Un istituto che il Csm si è autoattribuito, poiché la Costituzione tra i compiti dell'organo di autogoverno della magistratura non prevede questo tipo di pratica. La scelta di chiederla, da parte di Esposito, è probabilmente strategica, per «controbilanciare» la propria posizione in seno al Consiglio superiore.

Dove, come è noto, c'è un esposto pendente contro Esposito firmato da tre componenti laici del Csm - Filiberto Palumbo, Bartolomeo Romano e Nicolò Zanon - per l'intervista al Mattino in cui il giudice «anticipava le motivazioni della sentenza». Il primo esame dell'esposto è già stato calendarizzato, ed è all'ordine del giorno della prima commissione per la seduta del 5 settembre prossimo. La «pratica a tutela», dunque, potrebbe creare una situazione di stallo, con due pratiche «uguali e contrarie» che di fatto fanno del Csm la sede sia per valutare l'eventuale punizione che per vagliare la tutela dalla asserita campagna stampa denigratoria dell'alto magistrato. E non è escluso che la richiesta di difesa di Antonio Esposito - autopresentata e, al momento, non ancora calendarizzata - non trovi nel frattempo una sponda, con l'appoggio da parte di qualche consigliere del Consiglio superiore.

Tollerano tutto, ma non gli avversari

Carlo Maria Lomartire - Sab, 17/08/2013 - 09:20

Il sindaco si scopre intransigente col corteo dei nazionalisti, ma i centri sociali possono devastare e occupare

Giuliano Pisapia il «Festival Boreal» a Milano proprio non lo vuole: questo raduno di movimenti di estrema destra, afferma con durezza, «non possiamo accettarlo».


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E in una certa misura possiamo capirlo, considerando il personale curriculum politico del sindaco, le pressioni che sta subendo a sinistra, dal Pd all'immancabile Anpi a Sel, il suo partito, e non potendo trascurare l'eventualità, anzi la certezza, che i centri sociali si sentirebbero obbligati a fare visita, con inevitabili truculente conseguenze, ai «nazi-fascisti» radunati non si sa ancora dove.

Sì, perché per ora «Milano nord» è la vaga e ambigua indicazione, quindi forse anche fuori Milano, eventualità che toglierebbe a Pisapia la possibilità di intervenire «con tutti gli strumenti, anche a livello legale, per evitare che ci sia questo sfregio alla città». Benché, secondo lui «non dovrebbero radunarsi da nessuna parte». In queste parole e in questi toni si sentono echi degli anni Settanta quando all'estrema destra era negato, in tutti i modi, anche il diritto all'esistenza.

Dunque possiamo capirlo, dicevo. Ma sarebbe più corretto dire che potremmo capirlo se, oltre a fare così virulenta esibizione di fede antifascista, Pisapia mostrasse anche una certa coerenza. Giacché un autentico e profondo antifascismo non può che provare ripugnanza per ogni forma di violenza e di incitamento alla violenza, non può che trovare insopportabile ogni forma di sopraffazione e sopruso, non solo fisico ma anche verbale.

Perciò oggi il Pisapia che vuole impedire il «Festival Boreal» sarebbe più credibile se avesse cercato di impedire o almeno apertamente condannato tutti quei cortei e quelle manifestazioni che si lasciavano alle loro spalle una scia di sfregi alla città - quelli sì, reali. Quando centri sociali e anarco-insurrezionalisti sfilano per le strade, oltre a fare appello con i loro slogan alla violenza (ma contro i «fascisti» e i «padroni», naturalmente) nel migliore dei casi deturpano e imbrattano tutto quello che trovano sulla strada, nel peggiore sfasciano qualche vetrina.

Anche questa è violenza, che deve essere condannata senza riserve mentali o ideologiche. Per evitare quegli «sfregi alla città» bisognerebbe intervenire «con tutti gli strumenti, anche a livello legale». Ma Pisapia non lo ha mai fatto, certo per convinzione personale ma anche perché la sua area politica non apprezzerebbe. Peccato perché se lo avesse fatto oggi la sua ostilità al raduno di estrema destra sarebbe più credibile. E ancora di più se avesse manifestato il suo antifascismo in occasione della cerimonia di chiusura del Ramadam con l'imam Sheykh Riyad Bustanji, noto per esaltare la vocazione al martirio dei bambini palestinesi, per ammirare le madri che così li educano, per considerare Israele uno stato criminale. Anche questo è fascismo, anche contro questo Pisapia avrebbe dovuto schierarsi per essere oggi credibile. Non lo ha fatto.

I cervelli della nuova sinistra? Sono più vecchi dei nuraghe

Massimiliano Parente - Sab, 17/08/2013 - 09:40

Imperversano su "Repubblica" per raccontarci il futuro della Gauche. Ma poi sono capaci di parlare solo dei nonni partigiani. O della tradizione orale sarda che fa tanto etnochic...


Meravigliose, «le parole della nuova sinistra», l'inchiesta partita da Michele Serra con tante graziose interviste a scrittori e intellettuali, e una volta sentite ti chiedi subito quali erano le parole della vecchia sinistra. Nel senso che Pasolini rispetto a questi sembra un mix tra Steve Jobs e Michael Jackson.


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Gli ultimi a dire la loro sono stati i Wu Ming, che si chiamano ancora WM1, WM2, WM3, che carini. Qui siamo ancora alla carta d'identità da neorealismo postbellico: «Siamo figli di metalmeccanici», anzitutto. Cioè la dichiarazione standard necessaria per pubblicare con Einaudi dagli anni Cinquanta in poi, infatti Guido Morselli è morto inedito e per leggere Nietzsche hanno dovuto fondare l'Adelphi. Inoltre saranno pure intellettuali, ma il concetto gira e rigira è quello secondo cui la sinistra sta con i poveri e la destra con i ricchi, e se così fosse significa che mezza Italia è ricca.

Comunque ci sono strepitose metafore moderne, per dirne una di WM1: «il concetto di sinistra è come un file zippato. Lo decomprimi e esce una storia con le sue prassi. Ma come tutti i file decompressi ti ritrovi un documento semplificato, ci sono parti rimosse, altre impoverite». Vogliono farti credere che se dicono cazzate è colpa di Winzip. Oppure deduci che anche il computer di sinistra deve essere uno scassone IBM del 1978, se si facessero un Mac book Pro quando decomprimi un file si legge tutto. Tra l'altro i WM1, 2 e 3 eccetera potrebbero almeno trovare il modo di non pubblicare tutti i libri per Berlusconi perché li paga di più. E perché, come ha dichiarato sempre il signor WM1, dall'Einaudi di Berlusconi non hanno mai avuto censure, quindi Berlusconi è più di sinistra e di sicuro più liberale di loro.

Non è che vada meglio con Marco Revelli, ex Lotta Continua e adesso portatore di una nuova, grande idea di sinistra: «bisogna far sentire lo scandalo della diseguaglianza sociale». Ma dài, non si era mai sentita. E ovviamente Revelli vanta un padre partigiano, ci mancherebbe. Una volta il maestro disse in classe al piccolo Revelli che i partigiani rubavano le mucche e il padre Nuto gli disse di portargli il Libro dei condannati a morte della Resistenza, un aneddoto edificante, mi è venuto quasi da piangere. Tuttavia Revelli, a differenza degli altri, alterna momenti di lucidità, deve avere un decompressore migliore dei Wu Ming. A un certo punto riflette: «La mia generazione ha completamente fallito. Rappresentiamo nella politica un enorme buco nero». Su questo non ci sono dubbi.

In ogni caso il bello della sinistra intellettuale della gauche Repubblica è che si accontenta di poco. Un'eroina è Michela Murgia (intervistata da Concita De Gregorio, un binomio da paura) una specie di Giovanna D'Arco che scrive «per fare politica» (ma chi in Italia non scrive per fare politica?) mentre prega la Madonna perché ha avuto un'educazione cattolica, ce le ha tutte. Inoltre è sarda, e i sardi sono di moda, oggi basta essere sardi per essere un po' di sinistra, c'è tutta una lobby di sardi che presentano scrittori sardi e poi vengono invitati da Geppy Cucciari, e se non è la Murgia c'è Soriga o la sorella di Soriga che racconta la resistenza. La Murgia ci informa che in Sardegna c'è ancora la tradizione orale, e lei scrive per portare la voce della gente, un genio.

Insomma come fa Barbara D'urso con mezzi migliori. Sebbene la Murgia, a differenza della D'Urso, lotti contro «la dittatura del mercato», e soprattutto contro Berlusconi, il quale «è stato in questi anni l'ottimismo fasullo». Mica come loro che sono la tristezza vera. Inutile precisare come anche la suddetta Murgia (come quasi tutti gli engagé di Repubblica, da Scalfari a Rampini) sia pubblicata da Berlusconi, al quale qualche colpa dovremmo pure attribuire, se li potrebbe pure prendere la Feltrinelli questi qui. Almeno Stefano Rodotà si fa una domanda fondamentale all'inizio dell'intervista: «Perché mi applaudono nelle piazze e nei teatri?».

In effetti è un mistero. Forse perché, come sostiene l'altro Stefano intellettuale di sinistra, Stefano Benni, bisogna avere grandi esempi da seguire. Niente da eccepire, e pensi a Marcel Proust, che mentre c'era la guerra mondiale scriveva la Recherche. Oppure a Shakespeare, a Cervantes, a Flaubert, a Bernhard, a Beckett, a Leopardi. Invece i grandi esempi di Benni sono questi tre: Valentino Parlato, Rossana Rossanda e Luigi Pintor. Di conseguenza ti viene spontaneo chiederti chi siano i piccoli esempi, forse la suocera casalinga marxista, o il cognato operaio, sicuramente i nonni, che quando Benni bambino andava in montagna gli raccontavano le storie partigiane.

Morale della favola: hanno fatto più danni i nonni che il Minculpop o il Dipartimento Scuola Educazione della Rai. Una volta l'ho sentito dire perfino da Alba Parietti: «Sono di sinistra perché ho avuto nonni partigiani». Tra l'altro mai un nonno che abbia raccontato a questi nipotini così ricettivi il patto Molotov-Ribbentrop, per spiegargli come non facevano la resistenza i partigiani prima che Hitler cambiasse idea su Stalin. Con la differenza che Alba appare la più moderna di tutti per non aver fatto la Resistenza al silicone, mi domando perché non la intervistino.

Travaglio impunito se diffama il Colle

Vittorio Sgarbi - Sab, 17/08/2013 - 07:46

Travaglio può dire quello che vuole senza che nessuno gli chieda conto di nulla

Due pesi e due misure. Si configurano evidentemente come vilipendio al capo dello Stato gli articoli reiteratamente diffamatori di Marco Travaglio su Il Fatto di mercoledì 14 e di giovedì 15 agosto, nei quali Napolitano è ridicolizzato con espressioni e considerazioni insolenti e offensive, con riferimento ad arbitrii, abusi, ingerenze politiche, ignoranza delle leggi e delle norme, fino al sarcasmo e alla irrisione per l'età del presidente (chi l'avrebbe tollerato per la Levi Montalcini?):

«Nell'attesa, resta lo spettacolo grottesco e avvilente del Quirinale trasformato per due settimane in un reparto di ostetricia geriatrica, con un viavai di giuristi di corte e politici da riporto travestiti da levatrici con forcipi, bende, catini d'acqua calda, codici e pandette, curvi sull'anziano puerpero per agevolare il parto di salvacondotti, agibilità e altri papocchi impunitari ad personam per rendere provvisoria una sentenza definitiva e cancellare una legge dello Stato...


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la Severino su incandidabilità e decadenza dei condannati. Ieri sera, al termine di una lunga attesa che manco per il principino George, il partoriente ha scodellato un mostriciattolo che copre ancora una volta l'Italia di vergogna e ridicolo. Ma è solo l'inizio: coraggio, il peggio deve ancora venire». Nessun dubbio che il vilipendio, anche nel senso etimologico del termine, sia del tutto evidente, e davanti a una platea di migliaia di lettori.

Si aggiunga che questa arroganza squadristica contro il garante della democrazia è la cifra abituale del Travaglio, e che essa si riscontra in numerosi altri articoli, in nessun modo semplicemente ironici e satirici, ma esplicitamente offensivi nei confronti del presidente Napolitano; e nessun magistrato, davanti alla evidenza, ha ritenuto di applicare la tanto rivendicata «obbligatorietà dell'azione penale». Perché?

Si può dunque liberamente insultare e letteralmente infangare il capo dello Stato? Risulta che sia stato abolito il reato di vilipendio al capo dello Stato? E, se no, in quali circostanze dev'essere evocato? Io lo so perché a me non è stata risparmiata una denuncia di ufficio anche per questa materia. E per considerazioni molto meno argomentate e insinuanti. Si era a Firenze, nel 1993, per la presentazione di un dizionario della lingua italiana per le scuole.

Nel divertimento delle battute, e con riferimento all'attualità, dissi: «Il presidente della Repubblica non ha le palle». Si trattava di Oscar Luigi Scalfaro. Prontamente la macchina della giustizia, solerte, si mise in moto: un agente della Digos registrò la frase incriminata immediatamente inoltrandola alla autorità giudiziaria che provvide a notificarmi la denuncia, oggetto di un lungo e pregevole dibattito alla Camera dei deputati per verificare l'applicabilità dell'articolo 68 che definisce i termini della insindacabilità per le opinioni espresse da un parlamentare. Al termine degli interventi io chiesi un incidente probatorio per verificare se il presidente avesse le palle o meno.

E tutto finì in una risata liberatoria.
 
Ora, per ben più gravi affermazioni, vedo che Travaglio gode di una immunità ben più ampia, potendo dire quello che vuole, con evidente denigrazione delle istituzioni e palesi menzogne, senza che nessuno gli chieda conto di nulla, e tanto meno si proceda d'ufficio, nei suoi confronti come nei miei. La magistratura, complice, non vede e non sente.
Se l'autorità giudiziaria non procederà a indagarlo per vilipendio al capo dello Stato, per la notitia criminis costituita dai numerosi articoli contro il presidente Napolitano, provvederò a denunciarlo io.

press@vittoriosgarbi.it

Bombe nelle protesi al seno: allarme terrorismo in Gran Bretagna

Il Mesasggero


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LONDRA - La fantasia dei terroristi non sembra avere limiti, dopo le scarpe e le mutande, Al Qaeda potrebbe ricorrere a bombe nascoste nelle protesi del seno per nascondere un ordigno da far detonare su un aereo. È quanto si legge sul Daily Mirror e sul Daily Telegraph, secondo i quali controlli più approfonditi per prevenire questo tipo di minaccia sono già in corso all'aeroporto londinese di Heathrow.

«Ci è stato detto di prestare particolare attenzione - ha affermato un addetto alla sicurezza - e i maggiori controlli probabilmente hanno già causato code più lunghe del previsto». A sviluppare il nuovo tipo di bombe, in grado di sfuggire ai controlli, sarebbe stato Ibrahim al-Asiri, esperto artificiere di Al Qaeda. Secondo Philip Baum, direttore della rivista Aviation Security International, da tempo la possibilità di ordigni impiantati nel corpo è una grande preoccupazione per il settore dei trasporti aerei.


Venerdì 16 Agosto 2013 - 20:14
Ultimo aggiornamento: 22:45

Londra, in aeroporto con un cucchiaio nelle mutande per evitare le nozze forzate

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


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Le ragazzine arrivano all’aeroporto con i loro genitori. Destinazione Pakistan, Bangladesh, India o Afghanistan. La scusa è quella di una vacanza nel loro Paese di origine nelle settimane in cui le scuole del Regno Unito chiudono i battenti. Ma spesso il viaggio nasconde la condanna a un matrimonio forzato con un uomo sconosciuto, spesso molto più anziano. Per questo prima della fine dell’anno scolastico (che di solito cade verso il 20 di luglio) il Governo di David Cameron aveva diramato un’allerta a insegnanti, dottori e agenti aeroportuali perché vigilassero sulle situazioni a rischio e, nel caso, lanciassero l’allarme. (Nella foto al centro Molly Campbell una ragazza inglese portata in Pakistan dal padre per farla sposare)

Chiaramente la soluzione migliore sarebbe riuscire a convincere la famiglia ad annullare il viaggio. Ma, alle brutte, una via d’uscita un po’ estrema la offre la ong Karma Nirvana, la cui fondatrice Jasvinder Sanghera a 16 anni è stata disconosciuta dalla famiglia per aver rifiutato il marito che i genitori le avevano scelto in India. Prima di partire le ragazzine, è il consiglio dell’organizzazione caritatevole di Derby, dovrebbero nascondersi nelle mutande un cucchiaio o un altro oggetto metallico in modo da far scattare il metal detector ai controlli.

Capisco che suoni un po’ come l’ultima spiaggia —  spiega la portavoce dell’associazione Natasha Rattu — ma molte persone ci hanno detto che questo metodo le ha aiutate. Una volta scoperto l’oggetto metallico nelle parti intime gli addetti alla sicurezza saranno costretti a portare l’adolescente in un’area protetta dove potrà finalmente raccontare la sua paura ed evitare il viaggio all’ultimo minuto.
I casi sono più frequenti di quanto si possa immaginare. L’anno scorso tra giugno e agosto l’Unità addetta ai matrimoni forzati del ministero degli Esteri britannico aveva ricevuto 400 segnalazioni di cui più di un terzo riguardava minori di 16 anni.  Ma si teme che questo dato sia solo la punta dell’iceberg: “Le cifre potrebbero essere molto più alte  dato che ci vuole un grande coraggio per denunciare la propria famiglia” dice Rattu. Alla Karma Nirvana arrivano circa 6.500 telefonate all’anno: “Quando le ragazze o i ragazzi non sono sicuri di quello che accadrà o comunque non hanno alcun mezzo di impedire il viaggio consigliamo il trucchetto del cucchiaio” spiega ancora Rattu.

L’organizzazione lavora a stretto contatto con gli aeroporti più importanti del Regno Unito come London Heathrow, Liverpool e Glasgow. Si cerca di individuare i viaggi sospetti da alcuni segnali inequivocabili come un biglietto di sola andata, la stagione (quando le scuole sono chiuse) e l’età della ragazza o del ragazzo. In quel caso si può far scattare un controllo ulteriore magari con l’aiuto della stessa minorenne.

Al ministero degli Esteri elencano i dati: il 50% dei 1.500 matrimoni forzati, segnalati all’Unità preposta nel 2012, riguarda persone provenienti dal Pakistan, l’11% dal Bangladesh, l’8% dall’India, il 2% dall’Afghanistan e il restante 19% si divide tra altri 56 Paesi tra cui la Somalia, la Turchia e l’Iraq. Le vittime non sono soltanto donne, il 18% è di sesso maschile. Anche l’età varia: da 2 a 71 anni.

A volte i minori sono così devastati che arrivano a suicidarsi. Altre volte fuggono. Una donna, la cui identità non è stata rivelata dalla polizia dell’Essex, è partita per l’India dopo essere stata minacciata di morte dal padre
Mi sono ritrovata con un totale sconosciuto — ha raccontato — che mi ha stuprato la prima notte e ha continuato a farlo per 8 anni e mezzo. Finché non sono scappata.
Sameem Ali, impiegata al comune di Manchester, è stata costretta a sposarsi in Pakistan a 13 anni. È tornata in Gran Bretagna un anno dopo già incinta di qualche mese.
Non avevo capito quello che stava per capitarmi fino a una settimana prima del matrimonio — ha raccontato al programma Bbc Breakfast —. Non avevo mai visto quell’uomo. Non sapevo nemmeno dove fossimo. È stato orribile.
All’associazione Karma Nirvana il telefono squilla più frequentemente all’inizio e alla fine delle vacanze estive: “È il momento migliore per far perdere le tracce dei minori — dice la portavoce dell’Ong — visto che le autorità scolastiche non possono denunciare la mancata frequenza a scuola”.

La t-shirt compie 100 anni. Ma non li dimostra

Il Messaggero



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STATI UNITI - Il mito della White Tee continua. Dalle divise della Marina Militare Americana (che nel 1913 le studiò in cotone bianco per i suoi marines)ad attuale capo-icona dello street style, la t-shirt compie 100 anni, ma non li dimostra. Continuamente rivisitata, reinterpretata, dalle versioni più basiche alle più ricche, di stampe, applicazioni e dettagli, la classica t-shirt continua ad essere un must have per eccellenza. Chi non ricorda la maglietta a mezze maniche indossata da Marlon Brando nel film «Un tram chiamato desiderio», o la t-shirt bianca di James Dean in «Gioventù Bruciata»? Per non parlare di Giorgio Armani che le usa in seta bianca, nera o blu navy. Oggi le t-shirt sono il capo più venduto al mondo; in America la più acquistata è quella con la scritta I love NY, con il cuore rosso a posto di
love.


Martedì 13 Agosto 2013 - 15:54    Ultimo aggiornamento: Sabato 17 Agosto - 00:08

Da Fini a Casaleggio, su Twitter c’è chi osserva (e tace)

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Niente hashtag, cancelletti e tantomeno chiocciole. Sono parecchi i politici, gli opinionisti e i giornalisti che hanno aperto un account su Twitter solo per “ascoltare” quello che si dice in rete. Guai a interagire con gli altri. Loro se ne stanno lì, come al bar o in fila al supermercato, ad origliare le conversazioni altrui.

Capostipite degli utenti “dormienti” è Corrado Passera. Il suo ultimo post è decisamente criptico e risale al 12 giugno: “Pofpu”, ha cinguettato l’ex ministro. Che avrà voluto dire? Un tweet involontario? Un messaggio partito dopo aver lasciato il telefono nelle mani di uno dei suo tre figli? Un commento sul quadro politico? Sia quel che sia, Passera, dopo aver utilizzato Twitter durante i giorni da ministro del governo Monti, ora usa il social network come un osservatorio del Paese. Anche Paolo Mieli non cinguetta mai, pur avendo un profilo seguitissimo (oltre 35 mila follower).

“Non rispondo ma leggo ogni messaggio che arriva”, assicura. Meglio replicare in privato (in DM, direct message, come si dice in gergo) o mettere qualche stellina di apprezzamento.
Unica eccezione, un cinguettio pubblico di risposta ad Anna Masera, con un laconico “Sì, sono io”, per rassicurare la collega de La Stampa sull’autenticità del profilo. Ma perché questo silenzio? “Se ho qualcosa di interessante da dire ho altri mezzi a disposizione: giornali, televisioni, radio”, spiega Mieli.

Un po’ diverso l’atteggiamento del Professor Monti (o di chi gli cura il profilo): dopo la campagna elettorale durante la quale addirittura il Senatore si sottopose alle domande della rete, i post si sono decisamente diradati. E la sensazione è che le interazioni con gli altri utenti, già basse prima delle elezioni, siano diminuite ancora di più. Snobba decisamente gli uccellini blu anche Marco Travaglio. Il profilo c’è ed è apprezzato (ha oltre 367 mila seguaci). Ma lui non ci pensa nemmeno a collegarsi:
“I post che vedete li scrive una persona che mi aiuta. Per me 140 caratteri sono troppo pochi per dire qualcosa di intelligente”, chiosa il giornalista.
Esserci perché ormai è un obbligo. Ma non crederci più di tanto. Cinguetta raramente anche il nostro ministro degli Esteri Emma Bonino, che ha aperto il suo account nei giorni della nomina alla Farnesina.Abbandonato al suo destino è pure il profilo di Gianfranco Fini. Se prima della batosta elettorale c’era il suo portavoce FabrizioAlfano a seguire l’attività social, ora basta, meglio tacere. I 140 caratteri non riscuotono sempre successo anche a sinistra. Almeno nella vecchia guardia.

Nel suo ultimo post Piero Fassino sentenzia: “Chi usa Twitter per insultare non accetterebbe mai di essere insultato. Perché non avere per gli altri il rispetto che si pretende per sé?”. Poi c’è chi, come Gianroberto Casaleggio, pur mettendo la rete al centro della vita politica, su Twitter non c’è per niente. Nessuna traccia del guru sui social. Solo il celebre fake Casalegglo (ovviamente creato da altri) e il profilo della Casaleggio Associati, che conta appena 160 tweet. Gli umori dell’elettorato vanno monitorati da lontano. Che tanto il destino di Gaia si compirà da solo senza bisogno di troppe chiacchiere.

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Insomma, il silenzio a 140 caratteri è una strategia usata parecchio dai politici italiani. “I loro account sono interattivi per il 20 per cento in meno rispetto a quelli degli utenti “comuni”: parlamentari e ministri dialogano, quindi, ma meno della media degli altri”, spiega Stefania Spina, autrice de Il discorso dei politici italiani nell’era di Twitter (ed. Franco Angeli).

E se l’equazione non vale per i politici stranieri, si consolino i nostri rappresentanti. Potere e scarsa interazione vanno braccetto sui social network anche all’estero. Tra i 500 amministratori delegati delle società più importanti al mondo per Fortune, solo 28 hanno aperto un account sul social network di Dorsey. Tra questi, Warren Buffett che ha consegnato alla rete un solo laconico tweet. “Warren is in the house” (Warren è a casa), ha scritto il multimiliardario conquistando la bellezza di 43 mila retwitt. Come dire, insomma, che gli uccellini blu sono roba da adolescenti annoiati. E non per chi governa i destini del mondo. Alla faccia della democrazia partecipata e della trasparenza.

Twitter @martaserafini

Herbie il Maggiolino, la più amata ha come papà Hitler e Walt Disney

Massimo M. Veronese - Ven, 16/08/2013 - 12:37

Un sondaggio l’'ha eletta macchina prediletta del cinema. La progettò Porsche, la fece grande il Fuhrer e il papà di Topolino le regalò un popolarità planetaria

Tre furono gli artefici del successo del maggiolino: Ferdinand Porsche, che lo progettò, Adolf Hitler, che fece della Volskwagen un’auto di massa e Heinrich Nordhoff, che guidò l’azienda al successo dopo la guerra.


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Poi arrivò Walt Disney alla fine degli anni Sessanta che regalò a Herbie, maggiolino tutto matto, la popolarità planetaria. Il primo film è del 1968: un successo incredibile. Nel 1977 arrivò il primo sequel, «Herbie al rally di Montecarlo», poi una serie tv negli anni Ottanta e un altro film per la televisione nel 1997. Pensare che il padre di una macchina irresistibile per simpatia non poteva essere più sinistro. Era il 1936 quando Adolf Hitler chiese a Ferdinand Porsche di costruire la Volkswagen. Il primo Maggiolino fu pronto nel 1939, ma nel settembre dello stesso anno, quando si scatenò la seconda guerra mondiale, la produzione civile venne convertita in militare.

Il Maggiolino fu costretto così a imparare in fretta come cavarsela in qualsiasi condizione climatica, dalla torrida Africa alla gelida Russia, a muoversi nel fango, nella sabbia e nella neve. Sopravvissuto alla guerra sbarcò negli Stati Uniti per presentarsi a un bizzarro casting organizzato dalla Walt Disney che aveva deciso di girare un film con protagonista una macchina che avesse un’anima oltre che un motore. In un piazzale della Disney furono parcheggiati così diversi modelli di automobile, come a un provino per un reality tv, e a scegliere furono le famiglie americane.


Il Maggiolino diventò in un attimo un divo hollywoodiano. L’ultimo Herbie è datato 2005, protagonisti Lindsay Lohan, Matt Dillon e Michael Keaton: un altro boom clamoroso. Per realizzarlo sono stati ingaggiati 36 modelli, reclutati tra collezionisti e amanti della Volkswagen in tutti gli Stati Uniti. Compreso il Maggiolino protagonista del film originale del 1968. Il proprietario, che vive nell'Ohio, non lo voleva vendere poi si è convinto e ha ceduto. É vero che un sondaggio l’ha eletta la movie car più amata della Storia del cinema. Ma gli affari sono affari...

Parigi, è morto l’”avvocato del diavolo” Difese criminali di guerra e dittatori

La Stampa

Tra i suoi clienti Carlos lo sciacallo, Saddam Hussein e Milosevic


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È morto per arresto cardiaco all’età di 88 anni Jacques Verges, l’avvocato francese che si guadagnò il soprannome di ’avvocato del diavolo’ per avere difeso ex nazisti, terroristi come Carlos lo sciacallo, dittatori come Saddam Hussein e personaggi come Slobodan Milosevic. Lo rende noto l’editore del suo libro di memorie ’Le mie confessioni’, Pierre-Guillaume de Roux, spiegando che Verges è morto a Parigi nella camera da letto del filosofo illuminista Voltaire. 
“Era il luogo ideale per l’ultimo atto di questo artista nato”, ha detto de Roux, aggiugendo che “come Voltaire, Verges coltivava l’arte della rivolta permanente e del voltafaccia”. Celebrato e criticato,

Verges era già noto per essere un avvocato delle cause perse quando difese Klaus Barbie, ex capitano della Gestapo che diresse una campagna di torture e uccisioni nel sud della Francia e che venne poi condannato nel 1987 per crimini contro l’umanità. “Avrei difeso Hitler”, disse Verges una volta. “Difendere non significa giustificare. Un avvocato non giudica, non condanna, non assolve. Cerca di capire”, disse ancora.

Verges difese nel processo del 1994 Carlos lo Sciacallo, il terrorista venezuelano che nel 1975 rapì 11 ministri dell’Opec e fu responsabile di una lunga serie di attentati negli anni ’70 e ’80. Durante il processo, l’avvocato fu accusato di essere una spia e compagno d’armi di Carlos ma non venne mai incriminato e apparve imperturbato dalle accuse.

Rappresentò per un po’ anche l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic, che però alla fine rifiutò l’offerta decidendo di difendersi da solo. Verges affermò inoltre di avere fatto parte della squadra di avvocati di Saddam Hussein e di Tariq Aziz, uno dei suoi più stretti collaboratori. Sposò una delle sue prime clienti, Djamila Bouhired, giovane nazionalista algerina che venne processata nel 1957 per avere piazzato bombe in luoghi pubblici. Verges prese la cittadinanza algerina, si convertì all’islam e lavorò al ministero degli Affari esteri del Paese nordafricano.

Nessun Ufo, solo aerei spia” Crolla la leggenda dell’Area 51

La Stampa

Il governo Usa rende pubblici i documenti sulla base dei misteri in Nevada

paolo mastrolilli
inviato a new york


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Dunque esiste. Non ci sono prove di ospiti alieni o dischi volanti, ma la misteriosa Area 51 non è più un mito. Occupa una grande zona del Nevada, vicino al deserto del Mojave, ed è servita a costruire il programma degli aerei spia americani, da cui in seguito sono derivati anche i droni. Lo confermano documenti ufficiali del governo americano, finalmente pubblicati.

Durante la Seconda Guerra Mondiale l’Air Force aveva aperto un piccolo aeroporto nella zona del Groom Lake, un lago prosciugato che si trovava circa 130 chilometri a nord ovest di Las Vegas. Una zona nota sulle cartine geografiche come Area 51. La struttura era stata praticamente dimenticata fino all’aprile del 1955, quando l’amministrazione Eisenhower aveva avuto bisogno di un centro per fare i test dei nuovi aerei spia, messi in campo contro l’Urss grazie al Project Aquatone.

Gli uomini della Cia e del Pentagono avevano sorvolato questo pezzo di terra arida nel mezzo del nulla, decidendo subito che faceva per loro. La base era stata allargata da un rettangolo di 9,7 chilometri per 16, fino ad uno spazio di 37 chilometri per 40, e il 24 luglio aveva ricevuto il primo prototipo del Lockheed U-2. In pochi mesi erano state costruite case, scuole, cinema e campi da baseball, per ospitare i militari trasferiti in quello che i superiori avevano soprannominato «Paradise Ranch».

L’Area 51 però aveva risposto bene ai suoi scopi, e quindi era stata scelta per ospitare anche i programmi successivi, quello per l’A-12 Oxcart e il D-21 «Tagboard», aereo spia senza pilota diventato essenziale dopo l’abbattimento sui cieli sovietici dell’U-2 pilotato da Gary Powers. In altre parole, i precursori dei droni che oggi dominano la guerra al terrorismo.

Quel rettangolo di deserto era diventato la sede degli esperimenti più avanzati della Cia e l’Air Force, e laggiù venivano trasportati anche gli aerei catturati al nemico per studiarli. Come il MiG-21 del capitano iracheno Munir Redfa, ad esempio, scappato in Israele nel 1966. Nel dicembre del 1977, poi, all’Area 51 era arrivato per i test anche il primo F-117 Nighthawk, il caccia della nuova generazione invisibile ai radar.

Era inevitabile che davanti a tanto movimento, e tanta segretezza, si sviluppasse anche il mistero. Poco alla volta, il Nevada meridionale era diventato la regione più frequentata dai dischi volanti, forse perché la gente confondeva i prototipi sperimentati con le navi degli alieni. Così l’Area 51, nell’immaginario collettivo, si era trasformata nella base segreta dove il governo americano teneva prigionieri gli extraterrestri catturati. Non a caso, nel film «Independence Day» l’attacco finale degli americani contro gli invasori spaziali scatta proprio da qui.

La verità però è un’altra, e l’ha finalmente scoperta Jeffrey Richelson, studioso del National Security Archive presso la George Washington University. Nel 2005 Richelson aveva chiesto i documenti della Cia sul programma degli U-2, ma aveva ricevuto una versione censurata. Ora li ha domandati ancora, e stavolta il nome dell’Area 51 non è più cancellato: per qualche ragione ignota, i servizi segreti hanno deciso che non c’è più motivo di tenerlo nascosto. Fine del mistero, dunque. O forse è solo un nuovo stratagemma di finta trasparenza, per nascondere i marziani?

Il portavoce della sinagoga denunciato per «odio razziale»caso Ramadan

Alberto Giannoni - Sab, 17/08/2013 - 07:05


«Avreste mai immaginato che difendendo i diritti dell'infanzia si potesse finire denunciati?». È la domanda che pone alla città Davide Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo. A lui potrebbe succedere: «Me lo ha promesso via stampa - dice - il portavoce del Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano, Davide Piccardo». «La mia colpa? - aggiunge - Avendo saputo che l'imam Al-Bustanji avrebbe partecipato all'evento di fine Ramadan, mi sono informato su chi fosse.

Ho trovato un'intervista in cui racconta, tra le altre cose, di avere incontrato un bambino di meno di 10 anni che voleva farsi martire a Gerusalemme». «Mi aspettavo - confessa - un racconto dell'imam in cui spiegava come ha fatto a far recedere il bambino da un proposito così folle. Qualunque adulto ragionevole l'avrebbe fermato. Invece no: di fronte a un bambino con propositi suicidi, l'imam inizia a esaltarlo».

La Comunità ebraica ha preso una posizione molto netta sulla vicenda (arrivando a sospendere i rapporti con il Caim) e lo stesso hanno fatto molti consiglieri comunali - e non solo. Romano, da parte sua, sul caso ha intrapreso un'iniziativa molto serrata. Ha condannato la posizione dell'imam e ha chiesto a Piccardo di fare lo stesso: «Più che un mio diritto - dice - mi era sembrato un preciso dovere morale. E sottolineo che non ho proferito parola sulla questione israelo-palestinese, che Piccardo continua a tirare in ballo».

«La mia presa di posizione - spiega - era solo e unicamente legata al comportamento di un leader religioso di fronte a un bimbo con propositi di quel genere. I diritti dell'infanzia vengono prima di tutto». Ma il Caim ha annunciato denunce per diffamazione e istigazione all'odio razziale e religioso. «Mai ho messo piede in un aula di tribunale - risponde l'esponente della comunità ebraica - e mai avrei pensato di doverlo fare per un accusa così assurda. Mi resta la consapevolezza di essere nel giusto, cosa che mi farà affrontare il processo a testa alta». Si aggiunge però «una punta di amarezza a livello personale». «In tutta questa vicenda - dice - Pisapia non ha preso posizione.

Dal sindaco di Milano, un avvocato e un politico noto per il suo garantismo e la difesa dei diritti dei più deboli, mi sarei aspettato qualcosa di più». «Quando mi capita di andare a parlare nelle scuole - riflette - parlo spesso di come la qualità delle istituzioni dipenda anche dall'impegno dei cittadini a partecipare alla vita pubblica. Di come sia importante non delegare tutto alla politica. E' quello che ho fatto. Mai mi sarei aspettato di essere lasciato solo. Mai avrei pensato che il mio sindaco non prendesse posizione tra chi difende i diritti dell'infanzia e chi li viola. Mai avrei pensato che proprio lui si voltasse dall'altra parte di fronte a una denuncia così infamante. Ora però, inizio a farlo».

Area 51, l'ammissione della Cia sulla base anti-Ufo «Esiste davvero, è nel Nevada»

Il Mattino

Avrebbe custodito il cadavere di un visitatore dello spazio. Esistenza rivelata per la denuncia delle vedove di 2 dipendenti


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NEW YORK. La Cia ammette l'esistenza dell«Area 51', il sito top-secret per test durante la Guerra Fredda al centro di leggende fantascientifiche per decenni. Nessun accenno, però, a eventuali ufo. Nuovi documenti finora segreti rivelano la nascita dell'Area 51, protagonista di numerosi film, come sito che ospitava il programma di aerei spia del governo Per la prima volta viene delineata la superficie su cui si trovava l'Area 51: in Nevada, come si sapeva già in precedenza, nei pressi del lago Groom.

Il segreto sull'Area 51 è stato prorogato di anno in anno, dopo che nel 1994 le vedove di due uomini che vi lavoravano avevano fatto causa al governo, sostenendo che il decesso dei mariti era avvenuto perchè nell'Area 51 si sperimentavano sostanze tossiche. L'Area 51 è stata creata nel 1954 in Nevada per sperimentare gli aerei spia U-2 e da allora è circondata da un alone di mistero.

Gli appassionati di fantascienza ne hanno fatto l'epicentro dei presunti segreti governativi sull'esistenza di Ufo e da anni si susseguono le teorie secondo le quali è in quella base che sarebbero stati eseguiti studi su extra-terrestri sbarcati sulla Terra nei presi di Rowell, in New Mexico. Secondo la più amata delle storie che hanno circondato area 51 c'è quella che parla del cadavere di un visitatore dello spazio, qui studiato nel più rigoroso segreto.

 
venerdì 16 agosto 2013 - 21:31   Ultimo aggiornamento: 21:35

Veleni e accuse di boicottaggio, è scontro tra Microsoft e Google sull’applicazione Youtube

Corriere della sera

L’app bloccata sui windows phone perchè secondo BigG viola i suoi termini di servizio, ma il colosso di Redmond non ci sta

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L’accusa, neanche troppo velata, è che Google stia boicottando Microsoft. Se negli anni ‘80 a battersi a colpi di strategie erano sir Bill Gates e sir Steve Jobs, oggi pare che la battaglia si stia spostando su assi diverse. In questo caso Microsoft (ormai diretta da Steve Ballmer) vs Google. La stoccata arriva da David Howard (corporate vice president & deputy general counsel, litigation & antitrust di Microsoft) che sul blog Microsoft ha pubblicato un post dal titolo esplicativo: «I limiti dell’apertura di Google». Con una serie di accuse a proposito del blocco dell’applicazione Youtube sui windows phone.

LA RICOSTRUZIONE - Secondo la ricostruzione fatta da Howard, Google starebbe piantando una serie di grane per far sì che gli utenti di windows phone non possano accedere a Youtube (Youtube appartiene alla galassia Big G). «Ci si potrebbe chiedere che cosa è successo all’applicazione – scrive Howard sul blog – a maggio abbiamo lanciato un’app molto migliorata sulla nostra piattaforma ma Google sta obiettando su una serie di motivi». La prima stoccata. «Abbiamo accettato di collaborare con loro per risolvere i problemi ma questa settimana, dopo che abbiamo affrontato ogni punto messo in evidenza da Google, abbiamo rilanciato l’app e Google l’ha tecnicamente bloccata». Zac. «Sappiamo quanto ciò sia frustrante per i nostri clienti – precisa ancora Howard – noi vorremmo offrirvi una esperienza di YouTube su Windows Phone alla pari dell’esperienza YouTube su cellulari Android e iPhone. Ma le obiezioni fatte da Google per la nostra applicazione non sono solo in contrasto con l’impegno di apertura di Google, ma richiedono requisiti che non vengono invece imposti alla piattaforma Android o Apple (che guarda caso usano Google come motore di ricerca predefinito)». Zac.

Microsoft contro Google: fotostoria (30/05/2013)

BIG G - Tra questi requisiti il nuovo linguaggio di codifica Html5. La difesa, da parte di Mountain View, è stata come al solito breve e sintetica: «Purtroppo Microsoft non ha fatto gli aggiornamenti necessari del browser ripubblicando un’applicazione YouTube che viola i nostri termini di servizio. Per questo è stata disabilitata». Un comunicato che non ha fermato le polemiche. Non è la prima volta, in effetti, che i due colossi dell’hi-tech si scontrano su Youtube. Quando gli sviluppatori Microsoft hanno iniziato a progettare l’app per il proprio telefono, avevano chiesto collaborazione ai colleghi Google. Non avendo ricevuta risposta, avevano deciso di fare tutto da soli realizzando un‘app che permetteva di saltare anche la pubblicità prima dei video. Un comportamento proibito dalle regole di YouTube e che aveva fatto imbestialire i vertici di Google. Senza contare poi tutto il discorso sui servizi di posta elettronica in cui le due aziende, con Outlook e Gmail, si contendono da tempo la leadership. Ora l’ennesimo intoppo, che rischia come al solito di riversarsi sugli incolpevoli consumatori.

16 agosto 2013 | 18:06

Non sopporta la vita in famiglia Pregiudicato torna in carcere

La Stampa

Dopo 7 mesi nel penitenziario di Pavia aveva ottenuto gli arresti domiciliari. Ma dopo le continue liti con la sorella e il cognato ha preferito fare ritorno in cella



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Come in un celebre film di Totò, ha preferito il ritorno in carcere alla vita in famiglia e si è fatto arrestare dalla polizia per evasione. Giuseppe Nappi, 43 anni, pregiudicato, aveva scontato una condanna di 7 mesi per rapina aggravata nel carcere di Pavia. Dal 18 luglio aveva ottenuto gli arresti domiciliari nell’ abitazione del cognato e della sorella a Ponticelli, periferia orientale di Napoli.

La convivenza, però, è stata contrassegnata da continui litigi, l’ultimo dei quali è scoppiato ieri sera. In seguito ad una segnalazione gli agenti del commissariato «San Giovanni-Barra», si sono diretti in via Oplonti, nel domicilio di Nappi, ma lo hanno incontrato in strada, con una valigia tra le mani. Sul volto, l’uomo aveva contusioni ed escoriazioni. Ai poliziotti ha spiegato che era evaso per poter fare ritorno in carcere a Pavia perché non sopportava più la vita con la sorella ed il cognato. I poliziotti hanno cercato di dissuaderlo, ma poi si sono dovuto arrendere di fronte alla determinazione di Nappi, che è stato arrestato.

Stamattina il pregiudicato è stato processato con rito direttissimo. Il giudice lo ha accontentato perché, pur non convalidando il suo arresto, ha disposto l’aggravamento della misura dei domiciliari, con la detenzione in carcere. Nel film «Dov’è la libertà» (1952), Totò interpreta un omicida uscito di galera. Tornato in famiglia, scopre che la vita fuori dal carcere non merita di essere vissuta e decide di fare ritorno in prigione. 

Assedio anti-Cav a Napolitano: non si permetta di dare la grazia

Emanuela Fontana - Sab, 17/08/2013 - 08:48

Da Rodotà a Pisapia, dal "Fatto" all'Annunziata: contro il capo dello Stato partono attacchi e finti suggerimenti

Roma - È un pressing a volte esplicito, senza cortesie, altre più insidioso, portato avanti con il sorriso metaforico di parole affilate.


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Giorgio Napolitano è assediato. A questo punto, più che dai pidiellini insoddisfatti, da un'intellighenzia di sinistra che non gli perdona le aperture tra le righe, le piccole concessioni, ipoteche per il futuro al condannato Silvio Berlusconi. Il non detto pesa più del detto. E quelle che per il centrodestra sono speranze flebili, per gli intellettuali della sinistra sono affronti impronunciabili.

Marco Travaglio è stato il più diretto, nell'editoriale del 14 agosto: «Mai - ha scritto il vicedirettore del Fatto Quotidiano - in tutta la storia repubblicana e pure monarchica, un capo dello Stato era mai intervenuto su una condanna definitiva di Cassazione». Paragonando poi il Quirinale a «un reparto di ostetricia geriatrica, con un viavai di giuristi di corte e politici da riporto travestiti da levatrici (...) curvi sull'anziano puerpero».

Una posizione molto critica è anche quella espressa nel commento a caldo di Lucia Annunziata sull'Huffington Post: «In nome della stabilità del governo - valuta la direttrice - ancora una volta il Paese, questa volta attraverso la sua massima istituzione, il Quirinale, risponde all'anomalia portata in politica due decenni fa dal conflitto di interessi di Silvio Berlusconi con una ennesima anomalia - accordando allo stesso Silvio Berlusconi, condannato per frode, una benevolente attenzione».

Ma nel pensatoio della sinistra di alto lignaggio c'è chi non si oppone invece al presidente della Repubblica. Napolitano? Non ha lasciato nessuna porta aperta, il problema non esiste. Sono parole senza appigli per Berlusconi quelle del capo dello Stato, riflette per esempio Stefano Rodotà: «Spiragli per la grazia nella nota di Napolitano? Non ne vedo, non ci sono le condizioni, tra tre anni non so cosa potrebbe accadere, ci potrebbe anche essere una situazione di emergenza umanitaria, ma oggi come oggi no», dichiarava ieri con freddezza in un'intervista a Radio Capital l'autorevole giurista e involontario «sfidante» di Napolitano alle Quirinarie.

Nessuna pressione apparente verso il presidente, nelle parole di Rodotà. Solo una sottile critica al passaggio sulle «legittime manifestazioni di dissenso», i sit-in pro Berlusconi: «Forse non era un passaggio necessario. Era nello spirito che il presidente sta adoperando, dal suo punto di vista, cioè quello di mantenere una rete di protezione per il governo, è comprensibile. È un di più che non mi entusiasma».

Uno dei giuristi in politica più famosi, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, non muove un accenno di dissenso a Napolitano, ma il suo commento asettico parla più di mille dichiarazioni orientate: «Non ci sono i presupposti per la grazia». Basta «leggere cosa dice il codice e cosa dicono le norme». Sull'eventuale «grazia a Berlusconi - prosegue Pisapia - è evidente che la decisione spetta al presidente Napolitano e per quanto mi riguarda la rispetterò». Poi il tecnicismo più forte di una critica: «Ritengo in ogni caso che sulla base della relazione al codice di procedura penale, quando parla di grazia e dei lavori preparatori della Costituente, allo stato non ci siano i presupposti».

De Magistris, dalla rivoluzione alla restaurazione

Corriere del Mezzogiorno


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Cosa può esserci di più paradossale di una restaurazione senza rivoluzione? Ebbene, ciò che altrove sarebbe impossibile come demolire un palazzo che non c’è o ingabbiare  un tratto di cielo, a  Napoli è già realtà. Siamo infatti in piena restaurazione senza mai essere passati per qualcosa che avesse a che fare con un cambiamento più o meno poligenetico. A Napoli, infatti,   la  rivoluzione arancione non si è vista, se non nella sua versione caricaturale, che poi vuol dire ridicola ma anche pacchianamente arrogante. In compenso, la restaurazione è in pieno corso. Diradato il fumo delle vele americane al vento, delle epurazioni degli assessori scomodi e dei progetti impossibili,  tutto riappare al suo posto. Via Caracciolo tornerà alle auto fino a quando non termineranno i lavori della Ltr, cioè per sempre.

L’ex assessore Oddati lavorerà al Forum delle culture, esattamente dove lavorava quando un de Magistris autoproclamatosi rivoluzionario decise di allontanarlo in malo modo. E il Pd rispunta all’orizzonte  come auspicato alleato di governo, pur avendo in passato il sindaco sostenuto che i partiti erano finiti e che mai più lui li avrebbe fatti resuscitare come Lazzaro.   Finito? Macché.  Torna al suo posto anche l’assessore Tommasielli, l’assessore delle multe cancellate al cognato, che è giudice del TAR e anche sindaco di Villaricca.  De Magistris  ha deciso di “perdonarla”. E così facendo, non solo ha introdotto il perdono laico nel canone della buona amministrazione al posto del più banale rispetto della legalità e del buon senso, ma ha anche “graziato” ex post secoli di familismo amorale, decenni di clientelismo democristiano e anni di conflittismo (di interessi)  berlusconiano.  Tutto questo per un progetto di città che lui si dice sicuro di avere ma che noi stentiamo a vedere.

Napoli. Su Facebook appello per il recupero dei cannoni borbonici

Il Mattino


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L'idea è partita dal gruppo Facebook di Napoli Retrò: «Perchè non salviamo i cannoni del '700, quelli risalenti al periodo borbonico, abbandonati all'incuria al molo San Vincenzo di Napoli?».

Un restauro per poi sistemarli in uno spazio pubblico attinente, come il Maschio Angioino o Castel dell'Ovo. Si tratta - si sostiene - di reperti abbandonati all'aria aperta da decenni. E rari al Sud dove, secondo alcuni, di reperti simili ce ne sarebbero non più di una cinquantina. Un vero e proprio tesoro d'altri tempi.

I cannoni si trovano in uno spazio che è di proprietà per metà della Marina Militare Italiana e per il resto dell' autorità portuale. Ma servono sponsor. «Cerchiamo dei bravi volontari restauratori e, possibilmente degli sponsor» annunciano i promotori dell'iniziativa dalla bacheca di Facebook. «Ma se sarà necessario - proseguono - gli oltre 2600 iscritti alla pagina sono disponibili a tassarsi pur di recuperare questo frammento di storia partenopea».

«Per farlo però ci sarà bisogno di permessi, lunghe trafile, nella speranza che poi questi fusti di cannoni non scompaiano nel nulla» sottolineano i membri del gruppo che stanno mettendo in piedi anche un archivio storico di immagini della Napoli che fu. Un modo per tenere viva la memoria e svelare ai più giovani com'era la Napoli di un tempo.

 
venerdì 16 agosto 2013 - 11:48   Ultimo aggiornamento: 11:53

Datagate, “migliaia” di violazioni alla privacy da parte della Nsa

La Stampa

La denuncia del Washington Post, che cita documenti segreti e dati di una verifica interna all’agenzia «Alterati i rapporti destinati al Dipartimento della Giustizia»



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La National Security Agency (Nsa) ha commesso “migliaia” di violazioni delle leggi sul rispetto della privacy, da quando il Congresso le ha riconosciuto maggiori poteri, nel 2008. E’ quanto ha denunciato oggi il Washington Post, citando dati emersi da una verifica interna e da altri documenti segreti. In questi, si afferma che l’agenzia ha ordinato al proprio personale di alterare i rapporti destinati al Dipartimento di Giustizia e all’Ufficio del direttore dell’intelligence nazionale, usando un linguaggio generico piuttosto che dettagli specifici. 

Stando alla revisione interna del maggio 2012, la Nsa ha riferito di 2.776 incidenti nei precedenti 12 mesi riguardanti «raccolta, archiviazione, accesso o divulgazione non autorizzati di comunicazioni legalmente protette». Se la maggior parte delle violazioni sono state non intenzionali, altre sono state il risultato di errori o di violazioni delle normali procedure. «Siamo un’agenzia gestita da esseri umani e che opera in un ambiente complesso con tanti e diversi regimi normativi, ecco perché a volte ci ritroviamo dalla parte sbagliata della barricata», ha risposto un alto funzionario della Nsa al Wp alla richiesta di un commento.

Intanto, pare che Edward Snowden, la “talpa” del Datagate, abbia iniziato a scaricare i documenti sui programmi di spionaggio americani già quando lavorava a Dell nell’aprile 2012, quindi prima di quanto inizialmente previsto. Lo riporta sempre la stampa americana citando alcune fonti e precisando che finora l’attenzione era stata concentrata soprattutto sui suoi tre mesi di lavoro a Booz Allen, nel 2013. 

L’ex analista della Cia, che poche settimane fa ha ottenuto un permesso di asilo temporaneo in russia, si è messo in contatto con il padre attraverso internet per la prima volta dalla sua fuga dagli Usa. Lo ha annunciato il suo avvocato, Anatoly Kucherena, parlando con le agenzie di stampa russe e spiegando che Snowden ha agito contro la sua volontà. Kucherena, infatti, aveva esortato i due ad astenersi da qualsiasi contatto, compresi i messaggi in codice e gli incontri di persona. Il genitore e e l’avvocato statunitense della “talpa” hanno dichiarato di volere andare a Mosca al più presto, ma non hanno specificato la data del viaggio.




Anonymous nell'Esercito americano. Altri leaks in vista?
La Stampa

Gli hacktivisti avrebbero infiltrato l'Esercito. Intervista a un capitano.
 
maria grazia bruzzone


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Anonymous, la galassia di attivisti hakers ( hacktivisti) senza nome né volto che agisce - e fa danni - nella Rete, simboleggiata dalla maschera bianca con baffi e pizzetto neri dal ghigno irridente, si è segretamente infiltrato l’Esercito americano.  A quanto racconta uno di loro che ha accettato di parlare – sotto anonimato – col sito BuzzFeed. Bradley Manning e Edward Snowden non sarebbero insomma delle mosche bianche. Altri seguiranno, sostiene il capitano intervistato da Justine Sharrock, in forze nell’Esercito e membro del gruppo, che  descrive come opera l’organizzazione, il suo coinvolgimento della Primavera Araba, come le vicende di Manning e di Snowden hanno influenzato i soldati, e quante altre rivelazioni sono in vista. 

La cosa non stupisce. Per quanto i media, a meno di casi clamorosi, non parlino volentieri  degli Anons per non pubblicizzarne le azioni, la cultura libertaria e “pirata” di Anonymous, di volta in volta giocosa, moralista, antiautoritaria, a-legale, votata comunque alla totale libertà della Rete, sembra pervadere il Web - sia pure in gradi diversi. Non a caso le talpe che rilasciano info segretate, per quanto incriminati, dal popolo della Rete sono percepiti più come eroi che come criminali.
(Qui su Al Jazeera un’infografica attiva, in inglese, della storia di Anonymous dal 2008 al 2011, qui su Wiki Italia un elenco ben più dettagliato lungo delle loro prodezze, anche nostrane.

Ancora in inglese un documentario sulla storia dell’organizzazione, su un sito che ha in testa una frase di Albert Camus, significativa dell’ideologia degli hacktivisti, e dei loro ammiratori: “L’unico modo di avere a che fare con un mondo non libero è  diventare così assolutamente libero che la tua stessa esistenza è un atto di ribellione”. Del resto il piccolo soldato Manning nel corso del  processo in cui rischia 100 anni di prigione, ha appena dichiarato: ”Credevo di fare il bene della gente, non il loro male”. 


Le parentesi quadre sono dell’intervistatrice).

Sono molti i membri di Anonymous nell’Esercito?
“Sono più di quanto lei possa pensare, più numerosi nel mondo tecnologico dei militari, specialmente a Fort Huachuca, dove si trovano le persone dell’intelligence. Molti di loro volevano lavorare lì perché volevano  imparare a conoscere roba segreta e avere una comprensione maggiore di come il mondo funziona”

Come fai a riconoscere chi fa parte di Anonymous?
All’inizio c’è la fase della stretta di mano. Il gergo è relativamente sconosciuto. Chiacchierando, la butti sullo scherzo. Se sei in una missione con qualcuno  magari dici, “Ehi, ci sono più di 9000 ragioni che questa sia una cattiva idea”, e stabilisci una confidenza. Una volta che ti senti a tuo agio con la persona e capisci che non sta solo posando  per mostrarsi parte di quella cultura, cominci a parlare di quel che hanno fatto. E arrivi a un punto in cui discuti di singole operazioni. 

Quali sono le operazioni di Anonymous più popolari fra i soldati?
Anonymous è così decentrato e senza leader che ci sono operazioni che ciascuno ama o odia. Operation Cartel, [popolare] specialmente a Fort Bliss. Operation Dark Net è stata apprezzata universalmente. E Operation PayBack è stata recepita piuttosto bene.
(Si tratta di alcune delle “azioni” più clamorose di Anonymous: quella che prese di mira il cartello messicano di narcos Los Zetas, interrotta e poi ripresa; gli attacchi concentrici contro siti pedofili, di cui hanno infine parlato anche Wall Street Journal, HuffingtonPoste Bbc- qui una sintesi ;  la terza Op citata fu il blocco de sito finanziario Mastercard come ritorsione dopo che la società, insieme a Visa, Amazon ecc avevano fermato le donazioni on line a Wikileaks dopo le rivelazioni di Julian Assange. Anche Twitter era stato minacciato dagli Anons, se avesse censurato i dibattiti su Wikileaks, qui la storia sul Guardian, e qui un post dello stesso quotidiano sugli hacktivisti). 

E a proposito di te?
Sono stato coinvolto nell’apertura delle comunicazioni Internet durante la Primavera Araba. (Anonymus ha aiutato i Tunisini prima e durante la rivolta popolare, e poi gli Egiziani). Ero un “facilitatore” nei confronti di persone che avevano molte più abilità  di me nel mondo cyber. Conoscevo persone che avevo incontrato su 4chan, 9chan e 7chan (dei forum particolari e anonimi dove si incontrano hackers e hacktivist ndr) e  poi vari AnonOps IRCs  e quelli con cui avevano bisogno di parlare – le organizzazioni che li avrebbero aiutati e persone nel governo che avrebbero dato loro risorse e accesso – ed ero in grado di convincerli a  contattare gente di Anonymous.  Ho incrociato persone nelle stanze [di chat internet] giuste nel momento giusto.

Quali sono stati i risultati di quello che hai fatto nella Primavera Araba?
Da quel che ho sentito, (quelli di Anonymous) sono stati in grado di stabilire modi per assistere gli attivisti e consigliare loro un metodo per far arrivare l’informazione fuori dall’Egitto e avere certi account Twitter per twittare quell’informazione a proprio beneficio. Ma non lo so con certezza.  Io mettevo in contatto la gente, e appena mandavano dei tweet di conferma per essere sicuri che certi accounts fossero controllati da certe persone, uscivo dalla “stanza”.

Perché i membri di Anonymous fuori dall’Esercito hanno fiducia in te?
La mia credibilità nel gruppo è incredibilmente sospetta. Ammetto di lavorare per i fed  (i federali,  qui l’Esercito) e fornisco informazioni su di me per farli sentire a loro agio. C’è gente di cui conosco solo i nomi sullo schermo ma ho messo la mia carriera nelle loro mani.

 Quali azioni specifiche hanno condotto gli altri soldati?
Ne conosco alcuni che probabilmente hanno fatto qualcosa, ma non so esattamente quel che hanno fatto. Posso dire legalmente, probabilmente sottoposto a macchina della verità, che non ho prove di quello che hanno fatto. Teniamo le nostre attività totalmente separate perché in ogni momento posso essere messo su una sedia sulla quale non posso mentire. Devi mantenere forte la fratellanza /b/ (4chan Random board, traduce l’intervistatrice: si tratta di canali di comunicazione/forum anonimi usati dagli hackers).

I militari sanno della presenza di Anonymous?
Prima di Manning c’erano parecchi documenti accademici che cercavano di analizzare il fenomeno e individuarne la leadership. Siccome l’Esercito è un’organizzazione molto piramidale, danno per scontato che [Anonymous] lo sia. In realtà non si preoccupavano della leadership finché non è venuto fuori Manning. Da allora leggono ogni cosa con le lenti di quel che ha fatto Manning, si sono proprio spaventati, accecati.  Sanno che siamo lì e suppongono che faremo tutti qualcosa come Manning o Snowden. 

Come hanno affrontato la faccenda?
Ogni sei mesi eri obbligato a ottenere un Threat Awareness e un Reporting Procedures Brief (sorta di attestati sulla consapevolezza delle minacce e le procedure per riferirne, sembra di capire, ndr) . Era molto come …individuare il contractor in Iraq che sta passeggiando fuori dalla tua base. Ora siamo al “Guarda la persona alla tua destra e quella alla tua sinistra: stanno esponendo opinioni sociali che non sono in linea coi valori dell’Esercito? Quali siti frequentano quando sono al lavoro?” Pur con l’avvertimento che è OK avere opinioni politiche differenti.  Ma hai una sensazione pesante.
Ho avuto diversi ufficiali che sono venuti da me e, come cercavamo di parlare di [Anonymous] se ne preoccupavano, e subito “Sei un CID [uno che lavora sotto copertura per la Divisione Centrale Investigativa]?” Perché sono sempre preoccupati di questo.

Le rappresaglie contro Manning e Snowden stanno scoraggiando le attività di Anonymous e il desiderio di rivelare informazioni?
Molti [dei membri di Anonymous] lo sono stati a lungo e sono stanchi.  Stano osservando come il governo si muove sempre più duramente. C’è un crescente senso di disprezzo e odio perché siamo complici. Ci sono dei segreti che devono essere segreti ma la roba che [i militari] tengono segreta solo per proteggere la base  - ti senti come se vendessi l’anima tutti i giorni. Quella è una grande motivazione. Specialmente per la gente della generazione che crede che l’informazione debba essere libera.

Assisteremo a nuove rivelazioni?
Sì. Molti [membri di Anonymous]sono gradi militari medio alti. Sono rispettati, hanno contatti, e per lo più ampi nulla osta di sicurezza. Un mucchio di gente che condivide la cultura di [Anonymous] a questo punto sta morendo dalla voglia che qualcosa arrivi attraverso il suo tavolo che non è ancora là fuori. E’ così facile rilasciare informazioni che se lo vuoi, lo puoi fare. PS. Diversi membri di Anonymous negli ultimi tempi sono stati individuati e catturati, a volte per via di delazioni di alcuni hacktivisti che si sono poi messi a collaborare con l’FBI. Tra gli arrestati c’è Barrett Brown un giornalista investigativo trentaduenne di Dallas, collaboratore di giornali come HuffingtonPost, Vanity Fair, The Guardian.

Intervistato a sua volta varie volte, e considerato inizialmente portavoce del collettivo, da tempo aveva preso pubblicamente le distanze dal gruppo per dedicarsi a suo Project PM, thinktank di ricerca e analisi  che ha per obiettivo svelare le attività e i segreti dell’industria appaltarice di intelligence, dell’industria di PR che interfaccia di regimi totalitari, dell’industria di infosec/cybersecuruty, e altre “minacce ai diritti umani, alla privacy e alla salute delle istituzioni democratiche”, come si legge sul sito. Brown rischia 100 anni di prigione proprio a causa di queste ricerche sui contractors privati dell’intelligence americana - afferma il Guardian, che gli dedica un profilo e continua a pubblicare suoi articoli, qui l’ultimo, del 1° luglio. 

L'uomo più vecchio di tutti i tempi festeggia 123 anni e si lamenta: «La vista si indebolisce»

Il Mattino



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LA PAZ. È ufficiale: trovato l'uomo più vecchio del mondo. Non solo. Visto che il 16 giugno ha spento la bellezza di 123 candeline, entrando nell'anno numero 124, è anche l'uomo più vecchio di tutti i tempi. Si chiama Carmelo Flores, un indio che vive nelle montagne della Bolivia, Il record è stato confermato dal registro Civico del Tribunale supremo elettorale del paese andino. Flores risulta dunque più vecchio della giapponese Misao Okawa, riconosciuta come la persona più anziana del mondo dal libro dei record Guinenss con 115 anni, ma anche della francese Jeanne Calmet, morta nel 1997 dopo 122 anni e 164 giorni di vita, considerata la persona più longeva mai registrata dagli annali.

Intervistato dai media locali, Flores ha raccontato che ha sempre vissuto in modo molto semplice e frugale: lavora ancora come pastore, vive in una capanna a quota 4 mila metri sulle Ande, ha sempre mangiato quello che coltivava («a volte se mangio pasta mi viene mal di testa») e fino a tre anni fa non disponeva di elettricità nè di acqua corrente. Vedovo da dieci anni, Flores ha avuto tre figli, ma uno solo (di 67 anni) è ancora vivo, 40 nipoti e 19 bisnipoti. È analfabeta ed con gli anni è diventato un po' sordo, ma si lamenta sopratutto perchè la sua vista si sta riducendo: e questo gli impedisce di camminare da solo quando cala la luce del sole.


venerdì 16 agosto 2013 - 18:12   Ultimo aggiornamento: 18:20

Pazzo Ferragosto, minaccia il marito con le forbici e tutte le altre follie scoperte dai carabinieri

Il Mattino

Armi sequestrate, schiamazzi notturni, abusi edilizi. Agli arresti domiciliari un 46enne evade per andare al mare, due giovani rubano gli attrezzi in un deposito



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Operazione “Ferragosto sicuro”, un arresto e dieci denunce: è il bilancio dei controlli effettuati dai carabinieri. I reati contestati: evasione, furto, detenzione illegale di armi, disturbo alla quiete pubblica, abusivismo edilizio e non solo. Eseguiti anche numerosi sequestri nell’ambito dell’operazione predisposta dal capitano Salvatore Vitiello, comandante della Compagnia carabinieri di Piedimonte Matese. Ad agire in particolare le stazioni di Piedimonte Matese ed Alife, in collaborazione con i militari del Nucleo operativo e radiomobile. Ma ecco i dettagli dell'operazione.

Evade dai domiciliari per andare al mare: arrestato. Arrestato Luigi Gallifuoco, di Piedimonte Matese: il 46enne, pur trovandosi ai “domiciliari” per una serie di reati contro la persona e il patrimonio, aveva pensato di trascorrere il suo ferragosto al mare. Ma è stato intercettato dai militari nel centro abitato e trasferito nelle camere di sicurezza dell’Arma.

Furto nel deposito di attrezzi. Due persone, di 30 e 28 anni, entrambi di Piedimonte, sono invece finite nei guai per furto di alcuni attrezzi e altro materiale sottratti in un garage in località Sepicciano.

L'arma illegale. Un 50enne di Gioia Sannitica è stato denunciato per detenzione illegale di armi, nella propria abitazione aveva una carabina Winchester che è finita sotto sequestro così come un’altra carabina e due fucili calibro 12, detenuti legalmente, ma sequestrati in via precauzionale.

Violenza di coppia. Una donna di 37 anni, di Piedimonte Matese, è stata denunciata per minaccia aggravata: per futili motivi, armata di forbici ha minacciato di morte il proprio marito. Anche un 65enne è finito nei guai per maltrattamenti in famiglia: ha minacciato e aggredito la moglie, procurandogli diverse contusioni.

Schiamazzi notturni e non solo. Un uomo di 42 anni e una donna di 33, di Piedimonte, dovranno invece rispondere di disturbo alla quiete pubblica dopo le segnalazioni avute per schiamazzi notturni. E un 45enne per non aver ottemperato alle prescrizioni di una misura cautelare cui è sottoposto per reati contro la persona.

Casa abusiva e un'altra aggressione. Infine, ad Alife un 60enne del luogo è stato denunciato per abusivismo edilizio e la struttura è finita sotto sequestro. E un 40enne dovrà rispondere di minacce e lesioni personali: per futili motivi ha minacciato e aggredito un 20enne, provocandogli contusioni giudicate guaribili in dieci giorni.

 
venerdì 16 agosto 2013 - 11:57   Ultimo aggiornamento: 13:53

Due notti al freddo con la figlia per salvare il cane quasi cieco

Il Giorno

di Benedetta Guerriero

Un premio internazionale per Sergio Gervasoni

Sergio Gervasoni che insieme alla figlia di 15 anni, andrà a San Rocco di Camogli, dove parteciperà al Premio internazionale fedeltà del cane


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Bergamo, 15 agosto 2013 - «Non ho fatto niente di speciale, sono solo una persona che vuole bene al suo cane. Sono certo che tutti si sarebbero comportati come me». Sono passati otto mesi dal dicembre 2012, ma il ricordo di quei momenti convulsi è ancora impresso nella mente di Sergio Gervasoni che domani, insieme alla figlia di 15 anni, andrà a San Rocco di Camogli, dove parteciperà al Premio internazionale fedeltà del cane che quest’anno ha raggiunto la cinquantaduesima edizione. È un uomo di montagna Gervasoni, è a disagio nel raccontare i dettagli dell’impresa che lo hanno portato a vincere il premio bontà.

La memoria corre indietro nel tempo, alla fine di dicembre, appunto, quando una mattina, come di consueto, Gervasoni decide di andare a fare una passeggiata tra i boschi insieme ai suoi cani. È circa mezzogiorno quando rientra a casa e in un primo istante non lo spaventa l’assenza di Jacky, il meticcio, che in famiglia è stato accolto nel 2004. «Jacky è sempre stato molto vivace, curioso, intraprendente, per cui il suo ritardo non mi preoccupava — racconta —. Abito in montagna e quando porto i cani a passeggiare è normale che li perda di vista». Il tempo trascorre, ma del cagnolino di otto chili, che quest’anno compirà dieci anni, non c’è traccia.

«Eravamo abituati a ritardi di mezzora o di un’ora al massimo, non di più», spiega. Passate due ore, Gervasoni, insieme alla figlia, si mette alla ricerca del loro cane che, però, non risponde ai richiami. Decisivo è l’incontro con un passante che avvisa il padre e la ragazzina di aver sentito un cagnolino abbaiare e fornisce loro le indicazioni per raggiungerlo. In un baleno, Gervasoni e sua figlia sono vicino al luogo, l’abbaiare familiare di Jacky, a cui rispondono, chiamandolo, li guida. Nonostante fosse praticamente cieco, il cane, amante dell’avventura, era riuscito a salire sul ciglio di una roccia, dove era rimasto bloccato. «Era impossibile raggiungerlo — dice Gervasoni —, ho tentato tutte le vie, ma inutilmente.

Per non lasciarlo solo, siamo ritornati a casa, abbiamo preso i sacchi a pelo e abbiamo dormito all’aperto. Sapevamo che la nostra presenza era motivo di conforto per Jacky». Il giorno seguente, Gervasoni chiama il soccorso alpino. Arriva solo uno dei tre soccorritori, certo che avrebbe raggiunto con facilità il punto in cui si era arrampicato il cane. Niente da fare. Le ricerche vengono rinviate alla mattina seguente, è il 31 dicembre. «Come promesso, i soccorritori sono arrivati e nel primo pomeriggio Jacky era finalmente salvo — conclude —. Sono andato a dormire alle 22, ero stanchissimo, ma è stato il Capodanno più bello della mia vita».