domenica 18 agosto 2013

La vera anomalia italiana: l'impunità di tutti i giudici

Andrea Cuomo - Dom, 18/08/2013 - 09:40

Un referendum promosso dai radicali punta a riconoscere la responsabilità civile dei magistrati: in vent'anni sono stati ritenuti colpevoli per danni ai cittadini appena 4 volte

Attualmente i magistrati in Italia sono praticamente irresponsabili da un punto di vista sia civile sia penale per i danni arrecati al cittadino nell'esercizio delle loro funzioni.


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In realtà un referendum del 1987 aveva abrogato gli «articoli 55, 56 e 74 del codice di procedura civile approvato con regio decreto 28 ottobre 1940, n. 1443» introducendo il principio della responsabilità civile. Ciò in seguito all'onda emotiva sollevata dalla incredibile vicenda di Enzo Tortora, vittima del più clamoroso (ma non dell'unico) errore giudiziario del dopoguerra.

La volontà popolare si espresse forte e chiara in quell'occasione: votò il 65,10 per cento del corpo elettorale e i «sì» vinsero con l'80,20 per cento anche grazie all'impegno dello stesso Tortora, che da parlamentare radicale si impegnò in prima persona perché ad altri non toccasse quello che era capitato a lui per un'incredibile somma di equivoci, casualità e leggerezze. Un successo, quello del referendum di 26 anni fa, sbianchettato da una legge confezionata in fretta e furia: la legge Vassalli, varata il 13 aprile 1988 (un mese prima della morte di Tortora) e tuttora in vigore, che formalmente ammette il risarcimento per il cittadino vittima di malagiustizia, ma di fatto lo rende una chimera.

La legge Vassalli, infatti, ammette che chiunque abbia «subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia» possa agire per vedersi riconosciuto un risarcimento, ma agendo non contro il magistrato bensì contro lo Stato, che può poi rivalersi a sua volta contro il magistrato colpevole nella misura di un terzo.

Non può però dar luogo a responsabilità l'attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove, ciò che di fatto esclude gran parte delle fattispecie. In pratica si può dar luogo a risarcimento solo in casi eccezionali (dolo o colpa grave), ciò che rende di fatto non esercitabile l'azione risarcitoria da parte dei cittadini. Il mancato riconoscimento della responsabilità civile dei giudici è tra l'altro costata all'Italia anche le censure della Corte di Giustizia dell'Ue.

La questione è da anni oggetto di un dibattito acceso tra i fautori della responsabilità, che vedono in questo principio un inderogabile segnale di civiltà, e coloro che invece vedono come il fumo negli occhi la possibilità che un magistrato che sbagli possa rimborsare il cittadino vittima della sua negligenza. Il «partito dei giudici» vede infatti il referendum come l'ennesima minaccia all'indipendenza del potere giudiziario e fa notare come in molti Paesi, come la Gran Bretagna, la magistratura goda di totale immunità.

In coda alla precedente legislatura un emendamento alla legge del 13 aprile 1988 che intendeva allargare il risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio nelle funzioni giudiziarie anche ad alcuni casi di «interpretazione di norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove» (come quando ci si trova di fronte a negligenza inescusabile che porta all'affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento) non fece in tempo però a terminare felicemente il suo iter parlamentare, lasciando in vita un'anomalia tutta italiana.

I falsi del "Fatto" per difendere Esposito

Massimo Malpica - Dom, 18/08/2013 - 09:39

Il quotidiano di Padellaro & Travaglio ci accusa di aver barato sul bonifico al magistrato, ma la notizia è vera

Aspettando i lunghi iter delle annunciate querele di Antonio Esposito, a processare il Giornale, per fortuna solo a mezzo stampa, provvede il Fatto quotidiano.


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Che ci bacchetta per i «falsi più falsi» messi nero su bianco ovviamente ad arte per screditare l'alto magistrato, presidente della sezione feriale della Cassazione che ha condannato Berlusconi. Quali sono i falsi, secondo il Fatto? Il primo è la notizia del bonifico da 974,56 euro (il Fatto scrive 914 euro, non è un falso ma un errore al ribasso) che riporta nella causale, come compenso per la direzione di un centro di consulenza aperto dall'Ispi, l'associazione culturale/agenzia di formazione di famiglia del magistrato, tra i beneficiari il nome di Esposito e quello della moglie. Nemmeno per Esposito, bontà sua, quel bonifico è falso, infatti è vero. Il magistrato ha sostenuto solo di avere un conto cointestato con la moglie (ipotesi tra l'altro contemplata esplicitamente nell'articolo), affermando che era lei l'unica e sola beneficiaria di quella somma.

Ma il falso più falso, secondo il quotidiano di Padellaro e Travaglio, è un altro estratto, anzi, uno stralcio. Quello dell'ordinanza di arresto del prefetto Franco La Motta. Nello specifico un passaggio in cui il gip di Roma, per motivare il rischio di inquinamento delle prove da parte dell'uomo poi arrestato, parla delle «aderenze» del prefetto, riportando una nota del Ros su due telefonate intercettate a La Motta. Che chiama prima un tal Ferdinando Esposito - identificato dal Ros nel pm milanese figlio di Antonio - a cui rivolge un frettoloso saluto «affettuoso» per poi liquidarlo, e poi un altro Ferdinando, al quale chiede di far da «ponte» con il padre.

Il secondo Ferdinando, che usa un'utenza dell'amministrazione penitenziaria (utenza presente anche nell'annuncio di vendita di una moto messa online da un certo ferdinando.esposito), non è il pm ma il suo omonimo cugino, come hanno appurato dopo la notifica dell'ordinanza gli investigatori. Il Giornale ha ricostruito, basandosi su quegli atti giudiziari che sono gli stessi in seguito depositati al Riesame, quel passaggio della nota del Ros. Spiegando chiaramente la strana successione delle telefonate e l'unica individuazione certa al momento in cui l'ordinanza è stata redatta: quella della prima utenza.

E mantenendo la stessa cautela di Ros, procura e inquirenti sull'identità del secondo Ferdinando. Il passaggio sulle «aderenze» con le due telefonate ai «Ferdinandi», tra l'altro, aveva avuto ampio risalto su diverse testate il 15 giugno scorso, giorno successivo all'arresto. Non sul Fatto quotidiano, che pur riportando ampi stralci dell'ordinanza s'è limitato a citare generiche «aderenze» da quest'ultimo vantate. Il non aver intercettato la precisazione post-arresto della procura, diffusa solo il giorno dopo e via agenzia di stampa, mica recapitata in redazione, è dunque «il falso più falso» per il Fatto. Che è più fortunato.

Quando per esempio a giugno 2012 il quotidiano di Padellaro ha raccontato di pranzi tra il pm Ferdinando Esposito e il «presunto riciclatore della 'ndrangheta» Giulio Giuseppe Lampada, il giovane Esposito, per smentire, ha girato la richiesta di rettifica direttamente al quotidiano, che l'ha pubblicata in calce e via in pace. A noi, ovviamente, non è invece bastato darne conto il giorno dopo il pezzo, dopo aver intercettato - meno male - l'ennesima richiesta di querela dell'alto magistrato.

Due magistrati inguaiati: si salva solo la toga rossa

Stefano Zurlo - Dom, 18/08/2013 - 09:37

Misure disciplinari a senso unico: condannato un giudice che con una telefonata cercò di velocizzare una sentenza-lumaca. Assolto il collega vicino a Md che passò un pizzino

Una telefonata e un pizzino. Una chiamata per ottenere finalmente una sentenza impantanata da quasi sette anni. Un biglietto girato al collega dell'accusa prima dell'udienza per segnalare una delle due parti in causa. Domenico Iannelli, avvocato generale della Cassazione e Eduardo Scardaccione, sostituto procuratore generale e simpatizzante di Magistratura democratica.


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Il primo è stato condannato, il secondo assolto. Attenzione: Iannelli aveva solo chiesto che il procedimento, dopo un'attesa così sfiancante, in un modo o nell'altro arrivasse ad un finale. Ma per la giustizia disciplinare basta sollecitare un provvedimento, sia pur vergognosamente in ritardo e scandalosamente non all'altezza degli standard europei per realizzare un favoritismo. Favoritismo che invece, secondo i giudici delle toghe, non si è realizzato nell'altra storia, con la «raccomandazione» in vista dell'udienza. Nel caso del magistrato di Md vale un altro principio: non c'è interferenza perché l'oggetto delle attenzioni, «grossolane» a dire dello stesso Csm, non era il giudice ma il sostituto procuratore generale, insomma l'accusa. Così va la giustizia in Italia.

La vicenda Iannelli si svolge alla fine del 2004. Un parente alla lontana è in causa con una società davanti al tribunale di Vibo Valentia. Il procedimento è iniziato nell'ormai lontano 1998 e non è ancora arrivato alla conclusione. Un disastro. In altri Paesi europei sarebbe già intervenuto il ministero o chi per lui a sollecitare e a chiedere il perché di quell'inammissibile ritardo. In Italia invece le cose vanno diversamente. Il parente preme, Iannelli ci pensa e poi decide di contattare un collega in pensione, il presidente della regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti, perché intervenga a sua volta sul giudice Serena Pasquin, poi arrestata per altre vicende.

Un'intercettazione sull'utenza di Chiaravalloti dell'ottobre 2004 è la prova che basta al Csm per innescare la condanna. Certo, come il Giornale ha documentato ieri, non sempre le intercettazioni sono state utilizzate per sanzionare un comportamento non consono. Nel caso di Paolo Mancuso, esponente di Magistratura democratica a Napoli, si è stabilito di tenerle fuori dal procedimento disciplinare. Ma stavolta non va così: i nastri hanno via libera ed entrano nella causa.

Iannelli si difende: ha solo spinto per una definizione del fascicolo, senza aggiungere altro. Ma il tribunale delle toghe non accetta il suo ragionamento e lo condanna, sia pure alla pena soft dell'ammonimento. E in appello, il 15 giugno 2010, le sezioni unite civili della Cassazione rincarano la dose: «La sezione disciplinare, sostanzialmente, nel formulare il giudizio di responsabilità prescinde dalla condizione che l'interferenza debba essere rivolta ad ottenere una condizione favorevole, ritenendo che integri l'ipotesi dell'interferenza ingiustificata, anche quella diretta ad ottenere una più sollecita definizione di un procedimento, risolvendosi anch'essa in un indebito favoritismo nei confronti della parte che è venuta a beneficiare del favoritismo».

Chiaro? Due successivi organismi disciplinari affermano che implorare un giudice perché dopo quasi sette anni finalmente emetta il verdetto non è un richiamo alle regole elementari del diritto e della civiltà ma un «favoritismo». Certo, la Corte di Strasburgo potrebbe anche condannare l'Italia per un causa ancora ferma in un cassetto dopo un periodo così lungo, ma questo pare essere un dettaglio. Quel che conta è l'intervento, sia pure indiretto. Nell'altro procedimento disciplinare, quello del magistrato di Md Scardaccione, l'intervento c'è eccome ma per il tribunale delle toghe non è poi così importante. No, non è un'interferenza. È solo uno spiacevole scivolone da perdonare e dimenticare al più presto.

È il dicembre 2009. E Scardaccione, sostituto procuratore generale della Cassazione, manda un biglietto al collega che sarà in aula per l'udienza del 12 gennaio 2010. Fra gli altri ricorsi ce n'è uno che evidentemente interessa all'autore del pizzino; è quello promosso dal titolare di una casa di cura che è stato condannato in sede civile e Scardaccione si sbilancia non poco nel segnalare il personaggio: gli spiega di «conoscere i fatti perché in quella clinica ho subito tre interventi chirurgici (con ottimi risultati)». Aggiunge che, a suo parere, «il ricorso è fondato», poi chiude: «Valuta in piena coscienza e fammi sapere». Segue postilla. «È sufficiente anche un cenno tramite un commesso».


Come dobbiamo chiamare questo intervento a piedi uniti? Non è un'interferenza, tanto quanto e forse più di quella del magistrato che ha telefonato al collega per far uscire dalla palude una causa sprofondata in letargo da troppo tempo? No, per il tribunale del Csm non c'è problema. «Sia ben chiaro - mette le mani avanti il Csm nella sentenza del 18 giugno 2010 - che l'iniziativa del dottor Scardaccione si è rivelata inappropriata, inopportuna, ingenua, grossolana e comunque inimmaginabile in un magistrato dall'esperienza e dal rigore che ha sempre dimostrato nell'esercizio della sua attività». E allora?

E allora niente. Tutto quello che è appena stato detto viene prontamente rovesciato: «Proprio questa abnormità di comportamento suggerisce la soluzione pienamente assolutoria. Che esulasse nel dottor Scardaccione la consapevolezza e l'intenzione di interferire nell'attività giudiziaria e che quindi il suo comportamento fosse innocente risulta anche dalla circostanza di essere ricorso allo scritto e di aver affidato la conoscenza della risposta ad un commesso». Certo, quando riceve il biglietto il collega resta di sale: «Sono rimasto sorpreso e imbarazzato, anzi addirittura incredulo per la grossolanità dello scritto». Tanto sconvolto da decidere di astenersi e passare la mano, non senza aver denunciato il fatto.

Va bene, la cosa finisce lì. Il tribunale disciplinare non va oltre e chiude la partita: l'intervento sul pubblico ministero, a differenza di quello sul giudice, è piccola cosa. Un peccatuccio veniale o giù di lì: «Non si vuol certo sostenere l'inconfigurabilità di un'interferenza sull'attività del pubblico ministero, ma solo sottolineare che la diversa attività del pubblico ministero nel processo civile, e tanto più del procuratore generale in Cassazione, rende oggettivamente meno grave, e in determinate situazioni di nessuna o scarsa rilevanza, l'intervento sollecitatorio o la richiesta di informazioni».
Il pizzino corre verso l'assoluzione. La telefonata invece costerà una condanna a Iannelli.

Il Csm assolve il giudice rosso che andava a caccia con i boss

Stefano Zurlo - Sab, 17/08/2013 - 20:26

Mancuso, ex capo della Procura antimafia di Napoli ed esponente di Md, salvato dal tribunale della categoria. Ignorate le intercettazioni in cui parlava con i camorristi

Era il coordinatore della procura antimafia di Napoli, ma andava a caccia in Albania con camorristi e criminali. Anzi, uno di loro, Andrea Spiezia, fornisce nel 2004 il più granitico degli alibi ai carabinieri che sono piombati a casa sua dopo l'ennesimo omicidio fra i clan di Napoli: «Non sono stato io, io ero a caccia con il procuratore in Albania».


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Vero, Paolo Mancuso, allora a Napoli e oggi alla guida della procura di Nola, aveva una certa dimestichezza non con uno ma con ben tre soggetti legati o sospettati di appartenere alla malavita. Ma il 20 ottobre 2006 la sezione disciplinare del Csm, scioglie questo nodo increscioso, ai limiti dell'incredibile, e assolve Mancuso, pezzo grosso di Magistratura democratica in Campania, ai vertici del Dap, le carceri italiane, fra il luglio 97 e il luglio 2001, e gli restituisce la carriera e la possibilità di conquistare nuovi traguardi. Mancuso aveva addirittura vistato il provvedimento di cattura nei confronti di uno dei tre. Irrilevante, dicono i giudici del Csm, perché Mancuso ne firmava centinaia. Figurarsi se poteva ricordarsi tutto.

È una vicenda surreale quella del magistrato napoletano per cui, secondo il Csm, non valgono nemmeno le intercettazioni telefoniche raccolte in un procedimento penale. No, non si possono «traslocare» dal penale al disciplinare le telefonate ascoltate dalla polizia. Sacrosanto. Peccato che lo stesso tribunale, con gli stessi membri, il 10 marzo del 2009, affermi l'esatto opposto: come no, le intercettazioni possono essere trasferite da un'inchiesta al procedimento disciplinare. E infatti sono le intercettazioni a fregare Vincenzo Barbieri, militante centrista di Unicost, ex dirigente del ministero della Giustizia, portato ai vertici di via Arenula da Roberto Castelli e confermato da Clemente Mastella, poi procuratore ad Avezzano.

Due pesi e due misure? Le sentenze fanno a pugni come nemmeno in una finale mondiale di boxe. Però si resta a disagio a leggere quelle pagine. Mancuso ama la caccia e partecipa a battute fra la Puglia e l'Albania. Fra i suoi compagni di avventura ci sono anche alcuni personaggi non proprio immacolati: Stefano Marano, condannato per omicidio colposo, violazione dei sigilli, violazioni della legge urbanistica.

Ma questo è niente rispetto ai sospetti degli investigatori che nel '96 l'hanno proposto per la sorveglianza speciale, ipotizzando una sua contiguità con i Licciardi: il procedimento non ha avuto seguito ed è stato archiviato, anche con l'intervento dello stesso Mancuso; poi c'è Andrea Spiezia, ricettatore, al centro di un'infinità di procedimenti, uno dei quali, per truffa, è passato tanto per cambiare per l'ufficio di Mancuso; e poi ancora c'è Giovanni Pellecchia, indagato per associazione a delinquere, truffa e falso, con iscrizione nel registro degli indagati all'epoca in cui Mancuso era coordinatore della Direzione distrettuale antimafia.

Non è chiaro quando Mancuso abbia conosciuto i tre, o meglio ciascuno dei tre, pare abbia incrociato Spiezia solo una volta, ma la frequentazione complessiva va avanti per anni e anni. Quasi dieci. Fra la metà degli anni Novanta e il 2004. Mancuso va a caccia, nelle intercettazioni lo chiamano «Il bimbo», ma non si accorge di nulla. Nulla di nulla. Meglio di Sherlock Holmes. La procura lo intercetta con grande imbarazzo.

Nulla. Finché si arriva al paradosso dei paradossi. Il 21 novembre 2004 si riaccende la faida di Scampia e muore Francesco Tortora. I carabinieri sono convinti che fra gli assassini ci sia Andrea Spiezia e vanno a casa sua sottoponendolo anche al prelievo stube. Ma lui ha un alibi inattaccabile. È appena arrivato dall'Albania, dove era a caccia con Mancuso e con un funzionario di polizia. Le indagini confermano e Spiezia viene scagionato. Però parte l'informativa. E si scopre che i personaggi poco raccomandabili con cui Mancuso è andati a caccia sono addirittura tre.

Non ci sono risvolti penali. Mancuso non avrebbe alterato o forzato le indagini, anzi, a quanto pare, i camorristi gli davano al telefono del «voi» e non si sarebbero mai azzardati a chiedergli favori. Una bella consolazione per il Csm che liquida la pratica alla voce imprudenza. E trova il sistema per scagionare Mancuso da ogni accusa. È vero che aveva incrociato i colleghi di caccia nel loro percorso giudiziario, ma come si fa a ricordare tutto quando si vistano centinaia di provvedimenti? E poi le date non sono sincronizzate: come si fa a sapere se nel '96, quando Marano era stato proposto per la sorveglianza speciale, Mancuso l'avesse già incontrato con la doppietta in mano?

Mistero. Insolubile. Mancuso per il Csm è inconsapevole. Un capo perfetto dell'ufficio che combatte la criminalità organizzata in una terra difficile come Napoli. Non c'è che dire. E le intercettazioni? Per la Disciplinare il legame era puramente venatorio, ma in ogni caso non si possono utilizzare. Devono restare confinate nel recinto del penale. Così per il procuratore aggiunto di Napoli, alto esponente di Magistratura democratica, vice di Giancarlo Caselli al Dap, oggi procuratore a Nola e in corsa, via Tar, per ottenere proprio la ben più importante procura di Napoli. Diversa la sorte di Vincenzo Barbieri, già dirigente al ministero della Giustizia e attivista di Unicost.

Si mette nei guai chiedendo favori, segnalando amici e pratiche, insomma mettendo il naso dove non dovrebbe. Le intercettazioni questa volta possono essere utilizzate e travasate dal penale al disciplinare. Disco verde. Va giù pesante il tribunale disciplinare: «Le condotte addebitate all'incolpato sono proprio le numerose telefonate di raccomandazioni, sollecitazioni ed altro, effettuate a vario titolo con magistrati, cancellieri, ufficiali dei carabinieri, spesso avvalendosi delle linee telefoniche in sua dotazione e della particolare posizione di potere che gli derivava dall'essere direttore generale».

L'esatto contrario di quanto affermato il 20 ottobre 2006 nel procedimento Mancuso: «Se quindi i risultati delle intercettazioni legittimamente disposte nell'ambito di un procedimento penale non possono essere utilizzati nell'ambito di altro procedimento penale... anche e a maggior ragione deve valere in una procedura diversa da quella penale ed in particolare in quella disciplinare». Due pesi e due misure: Mancuso assolto, Barbieri condannato alla sanzione della censura. Chissà quale delle due sentenze merita maggior rispetto.

La Cia ammette: «L'Area 51 esiste, ma non nasconde Ufo»

Corriere della sera

Solo aerei e nessun mistero alieno. La versione ufficiale non ha convinto tutti: l'area custodirebbe altri segreti

Primi di giugno, Las Vegas. Ore 7. Sulla pista dell'aeroporto - ben visibile dall'hotel Excalibur - muovono alcuni aerei 737 senza insegne. Hanno solo una striscia rossa sulla carlinga. E basta. Niente numeri o sigle. Questi jet misteriosi fanno da navetta per raggiungere una base a 140 chilometri più a nord, in pieno deserto. Trasferiscono tecnici e materiale nella mitica Area 51. Un luogo che ufficialmente non esiste. Un posto protetto con tale pervicacia dalle autorità militari che ha finito per alimentare le leggende. Compresa quella sulla presenza di Ufo caduti dal cielo e di corpi di «marziani» conservati in celle frigorifere gestite dai militari. Ora, senza rivelare molto, la Cia ha declassificato alcuni documenti top secret - si far per dire - e una mappa che «mostra» dove si trova la base. Un posto che tutti conoscono, ma dove è impossibile accedere.

Le carte, rese pubbliche in risposta alla richiesta del ricercatore Jeffrey Richelson, confermano che nell'Area 51 sono stati condotti test per mettere a punto l'aereo spia U2, un protagonista dalla Guerra fredda fino ad oggi, ed è stato sviluppato l'Oxcart, noto anche come A-12, progetto che porterà poi al velocissimo Blackbird. Sorpresa? Poca. Delusione? Molta. Visto che legioni di esperti pensano - a ragione - che in quel rettangolo di sabbia e sassi si nascondano mezzi incredibili. Alcuni dalle forme talmente avveniristiche da farli sembrare, a un occhio profano, dei dischi volanti. Infatti, nei diversi poligoni che compongono il centro ricerche sono (e sono stati) testati sofisticati droni, come il Sentinel, la «Bestia di Kandahar» e il primo aereo invisibile. Ancora. I Navy Seals, responsabili del raid contro Bin Laden a Abbottabad (Pakistan), hanno visto per la prima volta la versione speciale dell'elicottero Blackhawk proprio in un angolo del poligono.

All'epoca del confronto con l'Unione Sovietica sono stati portati modelli di caccia russi poi utilizzati in duelli simulati con velivoli americani. Molti di questi programmi sono poi emersi, a distanza di anni, quando i velivoli sono entrati in azione. Altri sono rimasti chiusi per sempre in qualche hangar, lasciati a terra perché bocciati. E, forse - per chi non crede alla versione ufficiale -, non sono soli: nascosto in un bunker potrebbe esserci dell'altro. Tutto da immaginare.

17 agosto 2013 | 21:54






Area 51 e Alieni, perché dovremmo credere alla Cia?

Corriere della sera

L’Area 51 torna al centro dell’attenzione, anche a quella degli appassionati di Ufo e di Alieni, perché la Cia ha declassificato alcuni documenti già “top secret”: un fatto che ha richiamato l’immediata attenzione dei media. Se volete dilettarvi anche con le immagini, vi passo il contatto per accedere Tg1 delle ore 20 del 16 agosto, con il servizio di Giovanna Botteri (questo è il link) .


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Sotto, invece, pubblico quanto è uscito sul Corriere della Sera cartaceo a firma di Guido Olimpio, validissimo collega esperto di questioni particolarmente delicate (a cominciare da quelle relative al terrorismo internazionale). Ma che cosa ha detto la Cia? Che l’Area 51 esiste… Alla buon’ora: dopo decenni di bugie o, al massimo, di “no comment”, si ammette quanto era già abbondantemente noto e documentato dai satelliti sovietici/russi. Nel divulgare questa “non notizia”, inoltre, la Cia si affretta a precisare che, per quanto la base supersegreta sia reale, non ha mai ospitato e non ospita prove o tracce di contatto con civiltà aliene. Mi date un buon motivo per concedere credito a chi, fino all’altro giorno, ha mentito, anche in maniera grottesca e marchiana? In attesa delle vostre risposte, ecco l’articolo di Olimpio. Che non è certo il primo dei Credenti ma che – come leggerete - non può non avere gli stessi dubbi miei (e di altri).

dal Corriere della Sera del 17 agosto 2013. Primi di giugno, Las Vegas. Ore 7. Sulla pista dell’aeroporto — ben visibile dall’hotel Excalibur — muovono alcuni aerei 737 senza insegne. Hanno solo una striscia rossa sulla carlinga. E basta. Niente numeri o sigle. Questi jet misteriosi fanno da navetta per raggiungere una base a 140 chilometri più a nord, in pieno deserto. Trasferiscono tecnici e materiale nella mitica Area 51. Un luogo che ufficialmente non esiste. Un posto protetto con tale pervicacia dalle autorità militari che ha finito per alimentare le leggende. Compresa quella sulla presenza di Ufo caduti dal cielo e di corpi di «marziani» conservati in celle frigorifere gestite dai militari. Ora, senza rivelare molto, la Cia ha declassificato alcuni documenti top secret — si far per dire — e una mappa che «mostra» dove si trova la base. Un posto che tutti conoscono, ma dove è impossibile accedere.

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Le carte, rese pubbliche in risposta alla richiesta del ricercatore Jeffrey Richelson, confermano che nell’Area 51 sono stati condotti test per mettere a punto l’aereo spia U2, un protagonista dalla Guerra fredda fino ad oggi, ed è stato sviluppato l’Oxcart, noto anche come A-12, progetto che porterà poi al velocissimo Blackbird. Sorpresa? Poca. Delusione? Molta. Visto che legioni di esperti pensano — a ragione — che in quel rettangolo di sabbia e sassi si nascondano mezzi incredibili. Alcuni dalle forme talmente avveniristiche da farli sembrare, a un occhio profano, dei dischi volanti. Infatti, nei diversi poligoni che compongono il centro ricerche sono (e sono stati) testati sofisticati droni, come il Sentinel, la «Bestia di Kandahar» e il primo aereo invisibile.

Ancora. I Navy Seals, responsabili del raid contro Bin Laden a Abbottabad (Pakistan), hanno visto per la prima volta la versione speciale dell’elicottero Blackhawk proprio in un angolo del poligono. All’epoca del confronto con l’Unione Sovietica sono stati portati modelli di caccia russi poi utilizzati in duelli simulati con velivoli americani. Molti di questi programmi sono poi emersi, a distanza di anni, quando i velivoli sono entrati in azione. Altri sono rimasti chiusi per sempre in qualche hangar, lasciati a terra perché bocciati. E, forse — per chi non crede alla versione ufficiale —, non sono soli: nascosto in un bunker potrebbe esserci dell’altro. Tutto da immaginare.

Guido Olimpio
@guidoolimpio

Palermo, bus nel caos: un dipendente su tre può assentarsi quando vuole

Corriere della sera

In 600 godono dei benefici della legge 104 che permette di assentarsi per tre giorni. Lo hanno fatto a Ferragosto

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Pare che siano 600 su un totale di cira 1.900 dipendenti. Possono assentarsi dal lavoro in qualsiasi momento, dando una semplice comunicazione. E fatalmente capita che molti di loro abbiano deciso di non andare a lavorare nel periodo di Ferragosto. La cosa bella è che possono tranquillamente farlo perché glielo consente la legge. Strano ma vero. Sono infatti lavoratori tutelati dalla legge 104 in favore di quei dipendenti che in casa hanno un congiunto disabile del quale occuparsi.

RITARDI RECORD - All'Amat, l'azienda municipale dei trasporti di Palermo, pare che i dipendenti che godono dei benefici della legge 104 siano appunto 600. Possono restare a casa quando e come vogliono. Anche se questo provoca enormi disagi, com'è avvenuto in questi giorni infuocati di agosto. Gli autobus cittadini hanno accumulato ritardi da record scatenando la rabbia dei palermitani. Tra gli utenti c'è chi lamenta tempi di attesa alla fermata di oltre un'ora. Decine di mezzi non sono infatti usciti dai garage per mancanza di autisti, ufficialmente in permesso per assistere congiunti disabili.

PARENTI DISABILI - Sui disservizi di questi ultimi giorni alcuni giornali locali hanno chiesto spiegazioni al direttore dell’Amat Pasquale Spadola il quale, tra l'altro, ha fatto riferimento all'abnorme accesso alla legge 104 definita «una vera emergenza». «Più di una volta è capitato che in concomitanza con un ponte si registrasse un boom di assenze -ha spiegato il direttore- abbiamo tentato di calendarizzare le richieste, chiedendo ai dipendenti di avvisarci un mese prima, ma non ha funzionato, perché la legge consente loro di usufruire di tre giorni di assenza retribuiti quando vuole e senza preavviso». E fatalmente quel diritto è stato rivendicato a cavallo del Ferragosto. Non è stato fornito un dato ufficiale dei dipendenti che godono della 104 ma, secondo stime dei media locali non smentite dall'Amat, sarebbe 600 su un totale che ormai è ampiamente al di sotto delle 1.900 di qualche anno fa.

PERMESSI ELETTORALI - Per carità nessuno può dire se i lavoratori abbiano realmente utilizzato quei permessi per assistere parenti disabili, ma qualche sospetto è legittimo. Alcuni mesi fa il servizio pubblico a Palermo andò in tilt per un'altra «emergenza» analoga. Centinaia di autisti dell'Amat si assentarono in massa perché designati rappresentanti di lista alle elezioni amministrative. In quella occasione all'Amat ci furono oltre 200 permessi per motivi elettorali. Circostanza che si era già ripetuta in passato e che ormai è una consuetudine. E questo in un'azienda praticamente fallita, con perdite di esercizio per oltre dieci milioni.

18 agosto 2013 | 13:38

Curare il sito della Camera? Costa 3,6 milioni di euro

Chiara Sarra - Dom, 18/08/2013 - 14:47

Montecitorio pubblica un bando per la manutenzione del portale: un milione e 200mila euro (iva esclusa) per tre anni

3,6 milioni di euro. Tanto vale un bando pubblicato nei giorni scorsi dalla Camera dei deputati.


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A cosa servono? Alla manutenzione del sito internet di Montecitorio per tre anni. Un milione e 200mila euro all'anno, ovviamente Iva esclusa. Un po' troppo forse se si considera che il sito attuale è considerato uno dei più navigabili in Europa. L'appalto tra l'altro parla di "servizi di manutenzione e sviluppo": la Camera ha solo bisogno che per almeno altri tre anni qualcuno controlli che il portale attuale funzioni alla perfezione, che venga aggiornato costantemente e che resti lontano da eventuali attacchi hacker. Probabilmente a Montecitorio hanno valutato che 3,6 milioni di euro sia un prezzo congruo. Certo, una tale cifra impressiona non poco.

La carriera d'oro di un giudice: 5 milioni di euro per 6 ore al giorno

Libero

di Francesco Specchia

Fare la toga conviene: promozioni automatiche e guadagni ingenti. E i fannulloni? Rimangono impuniti



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Giù le mani dai giudici (e soprattutto dai loro stipendi). Se sul governo Letta aleggia lo spettro della riforma della Giustizia, ecco ora arrivare il rinculo della notizia che galleggiava dalla Gazzetta Ufficiale. Mentre i politici annunciavano i tagli di stipendio, i  magistrati -nonostante il blocco agli aumenti che la finanziaria 2010 aveva previsto per le buste paga -  si sono visti aumentare del 5% la retribuzione. Aumento con effetto retroattivo dal 2012, dato che la Corte costituzionale (fatta da magistrati) aveva dichiarato illegittimo il blocco degli stipendi. Così, secondo uno studio del Sole 24 Ore, un magistrato della Corte dei Conti che - poniamo - nel 2011 guadagnava 174 mila euro all’anno, ora ne prenderà 182 mila. Il vento per le carriere dei magistrati in media ogni 4 anni e 3 scatti, spira impetuoso.

Difficile tra voci varie determinare il netto dello stipendio di una toga nei suoi 40/45 anni medi di carriera; pure se alcune tabelle indicative sulla magistratura ordinaria girano tra siti ed addetti ai lavori (quella a lato è datata 2010: oggi un magistrato ordinario guadagna 2.870 netti). Si va dai 2040 euro circa degli ex «uditori» di prima nomina ai 16.700 di un Presidente di Cassazione. Con scatti automatici di carriera che variano da una media di 500- 1700 euro al mese. Più o meno un magistrato a carriera piena percepisce 5 milioni di euro. Il che, nonostante si tratti di retribuzioni tra le più alte d’Europa non sarebbe un male. Se non fosse che la carriera procede sia che la toga arrivi in quel ruolo grazie alle promozioni, sia che resti in provincia.

Non è raro. Il 67% dei magistrati italiani hanno una retribuzione superiore alla funzione che esercitano. Esistono - ovvio - tribunali che s’ammazzano di lavoro - Milano o Torino, ad esempio, sedi di prestigio per giudici rampanti - e altre che sfruttano appieno i loro 45/54 giorni di vacanza. La sezione disciplinare del Csm vibrò per un dato ineludibile: «6 ore lavorative al dì per un totale di 260 giorni l’anno». I numeri danzano spesso sul pressapochismo e l’inerzia delle toghe. Un paio d’anni fa il ministero della Giustizia si affidò all’Eurospes: la durata media di un’udienza penale era valutata di 18 minuti; e tre udienze su 10 si concludono con sentenza, mentre le altre vengono tutte rinviate, in media di 4 o 5 mesi.

«Questo, una volta su quattro, accade per colpa di magistrati e giudici, per i loro ritardi, assenze ed errori. Ecco i motivi per cui si sono accumulate quasi 5,5 milioni di cause civili e nelle procure straripano 3,4 milioni di procedimenti penali, che nel 2012 si sono prescritti in 130 mila casi (356 al giorno)», scriveva Panorama. Il dato è aumentato. Ma la media di produttività delle corti d’appello -16 udienze annue nel civile e 28 nel penale - è la stessa. «Dirò di più: in tempo di crisi, noto, in primo grado, ormai una sentenza anomala su due. In appello viene di solito riformata, ma ciò è indice di faciloneria se va bene, o corruzione se va male», ci racconta un avvocato che ha costretto alla «richiesta di trasferimento» (non alle dimissioni) giudici in odore di corruzione. E qui sorge l’altro problema. La «supercasta» è più corporativa di un’assemblea rabbinica. Spesso si autoassolve.

Calcolava Giuseppe Di Federico, ex membro laico del Csm, che dal 1988 a oggi siano stati appena 4 i condannati in sede civile, su un totale di 406 cause avviate e 34 ammesse dal «filtro preventivo» dei tribunali. E a pagare è sempre l’erario. Dice Di Federico: «Lo status del magistrato non prevede orario di lavoro. È anche difficile fare controlli di professionalità e produttività; non ci si è mai messi d’accordo sugli standard medi. L’unico parametro, così, è quello della media dell’ufficio in cui ci si trova. Meno si lavora, più bassa è la media e meno viene richiesto di fare. Dopo il ’68 in sostanza la valutazione di professionalità per la carriera è scomparsa. Toghe tutte promosse». La lentezza della giustizia solo nel 2009 è costata alle aziende oltre 25 miliardi fra arbitrati e parcelle.

Eppure, l’articolo 11 della riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario statuisce 4 parametri per la valutazione di professionalità che ogni quattro anni (valutazione massima: 28 anni) deve stabilire se un magistrato può progredire in carriera: capacità, laboriosità, impegno e diligenza. Quest’ultima riguarda proprio «l’assiduità e puntualità di presenza in ufficio nelle udienze e nei giorni stabiliti» e anche il rispetto dei termini nella redazione dei provvedimenti e nel deposito delle sentenze. Non c’è orario di lavoro, ma la puntualità nelle occasioni stabilite è prescritta. E vige il cosiddetto «scalone» che vale il raddoppio dello stipendio: se ne beneficia dopo circa cinque anni, cioè a metà del quinquennio successivo all’assegnazione in ruolo (due anni).  Tornando ai criteri di valutazione: se un magistrato non li passa (giudizio «negativo» o «non-positivo») si brucia, di fatto, un anno di anzianità.

Ma, a detta dello studio di Daniela Cavallini Gli illeciti disciplinari dei magistrati ordinari prima e dopo la riforma (Cedam, 2006): «...Di regola il Csm promuove tutti i magistrati al maturare del livello minimo di anzianità. Le poche valutazioni negative sono quasi sempre erogate a giudici e pm che hanno subito già gravi sanzioni disciplinari. A differenza degli altri paesi d’Europa, da noi il sistema disciplinare finisce di fatto per essere l’unico strumento di valutazione negativa della professionalità dei magistrati». E le valutazioni generalizzate o laudative «attenuano il rigore delle stesse condanne». Non c’è molta differenza fra vecchia e nuova normativa. Tra il ’79 e l’81 il Csm promosse 4019 colleghi su 4.034; tra il 2008 e il 2009, con la nuova normativa, le 554 valutazione effettuate furono tutte positive. Nell’anno di bufere giudiziarie, in tutti i 1292  tribunali, nessuno sbagliò.



Toghe impunite e fannullone: loro il problema della giustizia

Libero

Le condanne abnormi sono ormai quotidiane: da Tortora a Del Turco, è colpa dei magistrati. Ma non si può dire

I casi Del Turco durano un giorno, ormai: scivolano subito in una noia mediatica che è generazionale. La verità è che l’emergenza giustizia e l’emergenza magistrati (ripetiamo: magistrati) non è mai stata così devastante: solo che a forza di ripeterlo ci siamo sfibrati, e l’accecante faro del caso Berlusconi ha finito per vanificare ogni battaglia. E’ inutile girarci attorno: in nessun paese civile esiste una magistratura così, una casta così, una sacralità e un’intangibilità così. (...)

Su Libero di mercoledì 24 luglio il commento di Filippo Facci: "Toghe impunite e fannullone. Così c'è un Del Turco al giorno". Secondo Facci le condanne abnormi sono ormai quotidiane: dal caso Tortora a oggi il problema giustizia, spiega, è colpa dei magistrati. Ma è vietato dirlo.

Quando l'abuso è di Stato: ascensore illegale in Senato risarcimento da 8 milioni

Redazione - Dom, 18/08/2013 - 14:02

Il Ministero delle finanze condannato a pagare per un ascensore abusivo costruito vent'anni fa

Dopo un ventennio di perizie, esposti e sentenze la famiglia Marchionni potrà assistere allo smantellamento di un ascensore abusivo costruito a Palazzo Giustiniani.


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Un giudice ha infatti stabilito che il Ministero delle Finanze dovrà pagare 8 milioni di euro per eseguire i lavori di ripristino. Ma cominciamo dall'inizio: i Marchionni sono proprietari di un'ala confinante del palazzo occupato dagli studi del Senato. Nel 1989 viene aperto il cantiere, cinque anni dopo in un'area comune viene alzato un muro e occupata una parte del cortile per realizzare un ascensore. Inizia la battaglia legale. Quelle 27 tonnellate di ferro hanno reso inagibili un appartamento della famiglia Marchioni: un danno stimato agli 8 milioni e 365 mila euro. "Tutti mi sconsigliavano ad andare avanti, butterai via i tuoi soldi", ha detto Marchioni al Messaggero. Alla fine Davide ha battuto Golia. Almeno per una volta.

L’obbligo del preservativo nel porno non viola la libertà di espressione”

La Stampa

La corte federale di Los Angeles ha respinto il ricorso contro la legge che prevede l’utilizzo dei preservativi nelle pellicole per adulti


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Gli attori porno della contea di Los Angeles dovranno indossare il preservativo. L’obbligo di usarli non viola il primo emendamento della costituzione Usa, che protegge la “libertà d’espressione”. Lo ha stabilito la corte federale di Los Angeles, che ha respinto il ricorso presentato a gennaio da una delle società più importanti del settore, la Vivid Entertainment, contro il referendum, approvato a larghissima maggioranza lo scorso novembre, sul “Adult Film Industry Act” per «un sesso più sicuro» nella contea di Los Angeles. 

Nella sentenza il giudice spiega che il gruppo no profit ’”AIDS Healthcare Foundation” ha presentato prove sufficienti che mostrano i rischi di salute che il provvedimento prova a ridurre. La decisione è stata accolta dall’associazione, alla quale era stato consentito di esprimersi sul caso a difesa della legge

Il gran segreto di Garibaldi: perché non fu bruciato?

Il Giorno

di Gabriele Moroni


Le disposizioni testamentarie dell'eroe dei due mondi erano chiare: arderlo su una pira come un eroe omerico. Ma i suoi eredi se ne infischiarono: perché?

Milano, 18 agosto 2013


«Bruciato, e non cremato, capite bene. In quei forni che si chiamano “crematoi” non ci voglio andare. Voglio esser bruciato come Pompeo, all’aria aperta... Farete una catasta di quelle acacie della Caprera, che bruciano come l’olio, stenderete il mio corpo vestito della camicia rossa sopra un lettino di ferro, mi deporrete sulla catasta colla faccia rivolta al sole, e così mi brucerete». Disposizioni chiarissime, inequivocabili. Disattese.

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La volontà di Giuseppe Garibaldi di essere bruciato su una pira (bruciato, si badi, non cremato), come un eroe omerico, come un antico romano, non fu rispettata. Eppure eran chiarissime la volontà, le disposizioni, il fermo desiderio espressi nel testamento, a intimi come Achille Fazzari (l’uomo che portò a Caprera come balia Francesca Armosino, che diventerà l’ultima moglie del generale), ad amici fedeli come Giambattista Prandina, medico alle Campagne dell’Agro Romano, alla stessa Francesca, esecutrice testamentaria.

Il posto, in una depressione «sulla strada che da questa casa conduce verso tramontana alla marina, alla distanza di circa trecento passi a sinistra». Una catasta alta due metri di «legna di agaccio, lentisco, mirto ed altra legna aromatica». Il corpo vestito con la camicia rossa, la testa volta a tramontana, la bara scoperta montata su un lettino di ferro. Le ceneri da raccogliere in una piccola urna di granito insieme con quelle della moglie. Se Francesca gli fosse sopravvissuta, le ceneri del generale sarebbero andate con quelle delle sue bambine, Rosa e Anita. Così non fu. Nel suo ufficio dominato a una parete dal ritratto di Benedetto, l’unico dei cinque Cairoli scampato alle battaglie del Risorgimento, Giuseppe Chiari maneggia come reliquie carte e documenti che ingombrano la scrivania, sfoglia pagine ingiallite di antichi tomi.

Ancora prima di diventare sindaco di Gropello Cairoli, nel Pavese, la storia garibaldina è stata per lui un richiamo irresistibile, fino a trasformarsi nella passione della vita. Un libro, «Garibaldi nella vita intima - Memorie di Francesco Bidischini», edito a Roma nel 1907. Bidischini faceva parte dell’entourage più stretto del generale: sua sorella Italia era la moglie di Menotti, primogenito di Garibaldi e Anita Ribeiro.

Dietro la mancata cremazione, rivela Bidischini, si nascondeva un segreto: «Il Governo autorizzò il Crispi (presidente del Consiglio e uno dei Mille - ndr), accompagnato da un ingegnere del genio civile, con tutto l’occorrente per il forno crematorio, a eseguire la volontà di Garibaldi e se non venne distrutto quel corpo prezioso per l’umanità, si deve a un caso provvidenziale, il quale costituisce un segreto, che la sorte, volendo favorirmi, mise a mia conoscenza. Impressionatomi del segreto me ne valsi, con la massima energia, verso mio cognato Menotti, onde suo padre non venisse cremato. Menotti atterrito dalle mie minacce scoppiò in lacrime e non disse che tre parole: ‘parla con Crispi‘».

«Si tenne - racconta Chiari - una sorta di consiglio di famiglia, presente anche Crispi. Pare che Francesca Armosino fosse l’unica decisa a far rispettare il volere del marito. Si decise per una soluzione all’italiana, di quelle che nascono come provvisorie e con il tempo sedimentano fino a diventare definitive. Il corpo venne conservato e non imbalsamato come testimonia il verbale del medico Albanese, che non risparmia particolari realistici. Garibaldi venne sepolto l’8 giugno del 1882, a ben sei giorni dalla morte».

«Certamente - prosegue Chiari - nella decisione di non bruciare la salma giocarono più elementi. I garibaldini più radicali pretendevano che le volontà del loro capo venissero rispettate, altri reduci lo avrebbero voluto conservato e sepolto solennemente, magari a Roma, sul Gianicolo. C’erano considerazioni di Realpolitik, non andava offeso il sentimento religioso della neonata Italia.

Ce n’erano altre di ordine pratico: il rogo sarebbe arso per almeno un giorno, tutte le autorità si sarebbero dovute trattenere e se qualcuno si fosse allontanato sarebbe stato un atto di assoluta scortesia». Ma la chiave di volta è forse lì, nel «segreto» di cui parla Bidischini, qualcosa di tanto grave e inconfessabile da sconvolgere fino alle lacrime Menotti Garibaldi e piegare il duro Crispi. E non è l’unico «giallo» che ha tinto gli scogli di Caprera. Anna Tola, scrittrice e biografa di Garibaldi, ha indicato il vero luogo scelto dal generale per essere arso. Non quello segnato fino al 1980 da un cartello di legno, davanti a un pino marittimo, ma un altro punto, nascosto agli occhi dei visitatori da un muretto.

La Spider Duetto, laureata dal cinema l'italiana più amata dagli americani

Massimo M. Veronese - Dom, 18/08/2013 - 11:27

Guidata alla fama da Dustin Hoffman, è la Spider per eccellenza dopo la Giulietta. I giovani ne fecero il simbolo della Dolce vita. Pensare che a chiamarla così fu un anonimo bresciano che vinse un concorso lanciato dall'Alfa Romeo


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É ancora adesso l'auto italiana più famosa d'America, con il suo frontale e la coda arrotondati, le fiancate convesse e la sua aria inequivocabilmente europea. La Duetto, ovvero l'Alfa Romeo 1600, è ancora oggi la spider per eccellenza dopo la Giulietta. Veloce nel vivere e nell'imporsi: debuttò nel 1966 al Salone di Ginevra, si imbarcò subito per l'America a bordo di un altra primadonna italiana, la nave Raffaello, delle tre auto imbarcate Hollywood scelse quella rossa per consegnarla l'anno dopo alla mitologia del cinema.

L'auto de «Il Laureato», di Dustin Hoffman, di Mrs. Robinson e dei sottofondi di Simon&Garfunkel. Nell'immaginario dei giovani americani anni Sessanta la Duetto grigio metallizzata o rossa divenne simbolo della dolce vita, edonismo allo stato puro, immagine di giovani professionisti dal gusto impeccabile, ribellione elegante alla controcultura hippy che guidava sgangherati furgoni Volkswagen. L'aveva disegnata Pininfarina e chiamata Duetto un bresciano, Guidobaldo Trionfi: partecipò al concorso lanciato dall'Alfa Romeo per dare un nome alla nuova macchina, tra migliaia piacque la sua proposta, per premiarlo gliene regalarono una. Come una vera diva non si fermò al «Laureato». Recitò, a modo suo, ne «Il compromesso» di Elia Kazan con Kirk Douglas e Faye Dunaway; in «Domicile conjugal» di Francois Truffault: in «Poliziotto o canaglia» con Jean Paul Belmondo e Marie Laforet, ma anche in tv dal «Commissario Derrick» a «Romanzo criminale».

Oggi la Duetto è venerata come quasi cinquant'anni fa, amata perchè simbolo di un'epoca di belle speranze e di sognati cambiamenti, venduta come «antique», cioè pezzo d'antiquariato di valore. Club di collezionisti e amanti esistono in ogni strada degli Stati Uniti. L'originale Spider 1600 guidata da Hoffman fu acquistata invece da una società di corse automobilistiche nei primi anni Settanta, e modificata diventò auto da corsa infilando gare su gare sui circuiti della costa occidentale. Non aveva mai perso neanche lì la voglia di arrivare.


VIDEO : 20 auto da film / La Duetto ne "Il Laureato"

Chaumont e Bardonnèche Quando la Valsusa era francese

La Stampa

Trecento anni fa il Trattato di Utrecht che consegnò la valle ai Savoia

claudio gorlier


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Una mattina, esattamente 300 anni or sono, i miei antenati di Rollieres, alta valle di Susa, si svegliarono e scoprirono di non essere più francesi del Delfinato. Grazie al trattato di Utrecht, del 12 luglio, la valle di Susa (e la val Chisone) erano passate al fresco re Vittorio Amedeo di Savoia. 
Qui salta fuori una prima curiosità: la vicenda dei toponimi, ovviamente francesi. Per motivi tuttora discussi, in valle di Susa soltanto tre vennero italianizzati nel corso del secolo: Chiomonte (Chaumont), Bardonecchia (Bardonnèche) e Cesana (Cézanne). Tra l’altro, nell’ancora Cézanne Vittorio Alfieri trascorse un inverno, come narra nella Vita. In parallelo, il Cluzon divenne Chisone, Pragelas Pragelato, e Fenestrelles perdette la s finale. Con un criterio del tutto irrazionale il fascismo italianizzò una serie di località: Oulx (Ulzio), Salbertrand (Salabertano), Sauze (Salice) che recuperarono l’originale nel dopoguerra.

I vecchi toponimi
Per vostra curiosità, posso chiarirvi la matrice di toponimi che vigorosamente resistono. Champlas du Col, Champlas Janvier si rifanno al vecchio francese a dignificare «campo» e alla loro posizione. In quanto a Champlas Seguin, pare che si tratti di una antica variante di Suivant, seguente, data la sua posizione e la sua nascita. Volete altro? Thures deriva dal celtico Thor, porta, mentre la Dora si riconduce ancora al celtico Duria, corso d’acqua. Secondo una vecchia tradizione locale, la Dora e la Durance, che nascono sullo stesso altipiano del Monginevro, prima di discendere si scambiano ciascuna una battuta. «Moi», dice la Dora, «je vais féconder l’Italie», e la Durance replica: «Moi je vais ramage (devastare) la France».

La II guerra mondiale
Ma veniamo alla storia recente. Alla fine della Seconda guerra mondiale, la Francia gollista rivendica una risistemazione dalla frontiera con l’Italia. Per ciò che riguarda la valle di Susa, vorrebbe uno spostamento almeno fino al colle di Sestriere. Nasce una organizzazione clandestina, finanziata e controllata appunto dalla Francia. Si chiama «Rassemblent des anciens Dauphinois», riferendosi alla originale appartenenza di quelle valli. Io, ragazzo, e mio padre riceviamo una tessera in bianco, di ignota ma ovvia origine; senonché carabinieri e polizia identificano gli animatori, e li arrestano. 

Il «no» degli Usa
Gli Stati Uniti scoraggiarono perentoriamente la Francia dalle sue aspirazioni. Da un lato, lo spostamento avrebbero aperto la strada verso la pianura padana; dall’altro, esisteva il timore che il partito comunista francese, raggiunti i vertici, potesse sfruttare la situazione. Così, la Francia dovette accontentarsi di una modifica territoriale di proporzioni sostanzialmente simboliche. Una riguardava la valle stretta a ridosso di Bardonecchia, addirittura priva di collegamenti stradali efficaci con la Francia. L’altra aveva un valore storico non indifferente, ma nulla più. Mi riferisco al monte Chaberton, fino alla guerra il più alto forte del mondo.

Ma, purtroppo, le strutture del forte erano ormai obsolete, e allora nel giugno del 1940, una batteria francese, piazzata sul fondo valle, colpì il forte e lo mise fuori combattimento. Sopravvivono i resti delle torri del forte, e lo Chaberton è oggetto di tranquille ascensioni e competizioni sportive, specie ciclistiche. Non dimentichiamo, però, il marchio francese nelle valli torinesi. Intanto, gli splendidi forti di Fenestrelle e di Exilles (toponimo intatto) e poi la raffinata architettura religiosa. Se vi capita, visitate la chiesa di Bousson, e il caratteristico santuario di San Restituto, tra Rollieres e Sauze di Cesana. Quel santo è del tutto immaginario, e si chiamava, originariamente, Réstitué. Ma il monumento è un autentico gioiello.

La battaglia dell’Assietta
Dunque, la Francia è rimasta nei suoi confini, ma può a buon diritto celebrare le pagine di storia lasciate nelle nostre valli, e che i nomi originari conservano o, si potrebbe sostenere, difendono. Rendiamole omaggio, anche se le impedimmo di rifarsi sconfiggendola sull’Assietta, e facciamolo, per cortesia, pronunciando giusti i nomi originari, che hanno resistito trecento anni. Se andate a sciare a Sestrières (si scrive proprio così) non dite che vi piace «il Sèstriere»...

Gli ultimi 100 giorni di JFK

La Stampa

Un figlio perso, un’amante esiliata, il Vietnam che incombe, un’intervista rivelatrice

paolo mastrolilli
Inviato a New York


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Aspettando che Jackie torni da una passeggiata a cavallo, John Kennedy prepara un Bloody Mary per la principessa Irene Galitzine, che Gianni Agnelli aveva presentato a sua moglie durante una vacanza ad Amalfi. La principessa, sorseggiando il cocktail, rompe il ghiaccio con una domanda imbarazzante: «Cosa farai dopo il 1968? Sarai così giovane, alla fine del secondo mandato: non hai paura di annoiarti?». Il presidente sorride e sta al gioco: «Probabilmente mi nominerò ambasciatore in Italia». 

Questa conversazione avviene sabato 26 ottobre 1963, durante un fine settimana nella casa di campagna a Wexford, dove Jackie ha invitato la sua amica. Meno di un mese dopo John verrà ucciso a Dallas, portando con sé lo scherzoso progetto di trasferirsi a Roma, e soprattutto le speranze di una presidenza che aveva ispirato il mondo. Il rimpianto, le domande su cosa sarebbe successo se Lee Harvey Oswald avesse mancato il colpo, sono la cifra dell’epopea interrotta di Camelot. Ma proprio gli ultimi cento giorni della presidenza, che Thurston Clarke ha raccontato nel libro “Jfk’s last hundred days”, aprono uno spiraglio sui grandi cambiamenti che forse aspettavano l’America e il mondo.

Gli ultimi cento giorni cominciano il 15 agosto, ma la prima data chiave è il 7, quando Jackie viene portata d’urgenza in ospedale per partorire il terzo figlio, Patrick. Il bambino è prematuro e i medici gli danno il 50% di possibilità di sopravvivere. John passa due giorni vicino alla camera dove cercano di salvarlo. Mentre tiene la mano del figlio, alle 4,19 di mattina del 9 agosto, Patrick muore: «Ha combattuto fieramente - dice il padre -. Era un bel bambino». Poi si chiude in bagno e scoppia a piangere. Questa tragedia devasta la coppia e insieme la unisce. John diventa più affettuoso con Jackie, anche in pubblico, e impara a godersi gli altri due figli.

Soprattutto dà un taglio alle avventure romantiche, al punto che il 21 agosto un volo segreto decollato dalla Andrews Air Force Base riporta in Europa Ellen Rometsch, la ventisettenne della Germania Est con cui aveva una relazione molto pericolosa. Il 26 agosto riceve il diplomatico sovietico Anatoly Dobrynin, che gli porta l’ultima di una serie di lettere segrete scambiate con Nikita Kruscev. Il mondo ancora non lo sa, ma dopo l’accordo sul Test Ban Treaty i due leader hanno avviato un dialogo serrato, che potrebbe significare «l’inizio della fine» della Guerra Fredda. Il 30 agosto infatti viene installata la «linea rossa» per collegare Washington e Londra, e durante un incontro col ministro degli Esteri Gromyko il 10 ottobre, Kennedy arriva a proporre che Usa e Urss lancino una missione congiunta sulla Luna, per sdrammatizzare la corsa allo spazio e alle armi.

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Il 28 agosto il presidente non va al Lincoln Memorial, perché teme che la sua presenza alla marcia organizzata da Martin Luther King infiammi il Sud. Però chiede al portiere nero della Casa Bianca Preston Bruce di accompagnarlo sul solarium al terzo piano, e ascolta in discorso dalla finestra: «Oh, Bruce, vorrei essere là con loro». Clarke pensa che quella giornata cambi la posizione di Kennedy: fino ad allora aveva considerato giuste le leggi sui diritti civili, gestendole però con la prudenza di un politico consumato. Da quel momento fa suo il dovere morale di approvarle. Il 2 settembre il presidente accoglie a Cape Cod la stella della televisione Cbs Walter Cronkite, per un’intervista che segnala la svolta in Vietnam: «Il nostro giudizio è che Diem non può avere successo, sulle basi attuali».

Durante una conversazione di fine agosto col nuovo ambasciatore Cabot Lodge, che aveva registrato alla Casa Bianca con uno strumento simile a quello usato poi da Nixon, Kennedy aveva dato l’impressione di essere interessato più alle inclinazioni sessuali di Madame Nhu, cognata del presidente del Vietnam del Sud, che non alla linea da dare al nuovo inviato. In varie occasioni aveva ripetuto che ritirarsi sarebbe stato un errore, ma i suoi atti degli ultimi cento giorni lasciano pensare che avesse maturato un cambiamento di linea. Prima infatti arriva il «cable 243», con cui in sostanza scarica Diem; poi invia una delegazione guidata dal capo del Pentagono McNamara e dal generale Taylor, che al ritorno propone il piano per il ritiro di circa mille consiglieri militari, approvato da Kennedy il 2 ottobre. 

All’inizio di novembre scatta il golpe, e il presidente resta molto scosso dall’uccisione di Diem: «Abbiamo parecchia responsabilità per questo». Anche l’ex consigliere Arthur Schlesinger, però, in un’intervista di qualche anno fa ci aveva confermato che la via del disimpegno era stata ormai imboccata. Il 18 settembre il capo della Casa Bianca tiene un discorso tv al paese, con cui spiega il suo piano per tagliare le tasse e aiutare la classe media. E’ l’annuncio di una svolta nella politica economica, che punta soprattutto ad abbassare la disoccupazione.

Il giorno dopo è a New York per parlare all’Onu, e l’ambasciatore Adlai Stevenson lo informa di un memorandum ricevuto dal diplomatico William Attwood, secondo cui la settimana prima l’inviato della Guinea a Cuba lo aveva informato che Castro si era stancato di essere usato dai russi, e poteva essere pronto ad una soluzione dei contrasti con gli Usa. Attwood chiede il permesso di incontrare il delegato di L’Avana al Palazzo di Vetro, Carlos Lechuga, per verificare se Fidel fosse davvero intenzionato ad avviare negoziati segreti. Kennedy approva l’idea, e la corrispondente della Abc Lisa Howard organizza un cocktail nella sua casa di Park Avenue, per far trovare casualmente Attwood e Lechuga.

Comincia così una trattativa a cui partecipa direttamente lo stesso presidente, ricevendo anche il giornalista francese Jean Daniel che si offre di fare da tramite con Castro. In quegli stessi giorni, il capo della Casa Bianca ragiona sull’ipotesi di stabilire relazioni ufficiali con la Cina, secondo una strategia che punta a cambiare l’intera dinamica della Guerra Fredda, circa un decennio prima dell’apertura decisa da Nixon. Il 26 ottobre il Des Moines Register pubblica la notizia dell’espulsione di Ellen Rometsch, scrivendo che aveva avuto relazioni con politici. È una tedesca orientale: può diventare lo «scandalo Profumo» che travolge Kennedy.

Ma l’odiato capo dell’Fbi Hoover lo salva, assicurando al Congresso che non ci sono rischi. È un momento delicato, perché il presidente sta preparando la campagna per la rielezione nel 1964. Spera di sfidare il repubblicano conservatore Goldwater, invece del moderato George Romney: «Non ha vizi, debolezze: che uomo è?». Però è stanco di Johnson, che non sopporta più, e il 19 novembre confessa alla segretaria Evelyn Lincoln: «Come vice sto pensando al governatore della North Carolina Sanford, ma non sarà Lyndon».

Il 22 arriva a Dallas, proprio per raccogliere fondi elettorali e cercare di placare una faida tra i democratici locali, divisi fra il senatore Yarborough e il governatore Connolly. Indossa una camicia a righine ordinata da Pierre Cardin, e leggendo una pubblicità sul Dallas Morning News che lo minaccia, prova a rincuorare Jackie: «Se qualcuno vuole spararmi da una finestra col fucile, nessuno può fermarlo. Allora perché preoccuparsi?».

Nobiltà e servitù

La Stampa

yoani sanchez



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Mia nonna lavava e stirava per strada. Quando morì, a metà degli anni Ottanta, sapeva soltanto scrivere le tre lettere del suo nome: Ana. Per tutta la sua vita lavorò come collaboratrice domestica di una famiglia, persino dopo il 1959 quando la propaganda ufficiale si vantava di aver emancipato tutte le donne di servizio. In realtà, molte donne come lei, continuarono a lavorare nel servizio domestico senza copertura legale. Per me e per mia sorella, Ana passava parte delle sue giornate nella “casa di calle Ayestarán”, non dicevamo mai a voce alta che in quel posto la pagavano per pulire il pavimento, lavare i piatti e preparare il pranzo. Non la vidi mai lamentarsi, né venni mai a sapere che l’avessero maltrattata.  Un paio di giorni fa ho udito una conversazione che contrasta con la storia di mia nonna. Una tronfia signora vestita con abiti costosi, raccontava alla sua amica - mentre bevevano vino bianco - come andavano le cose con la sua giovane domestica. Trascrivo qui, senza aggiungere neppure una parola, quel dialogo che mi ha lasciato un senso di repulsione e tristezza:

- Secondo quel che mi dici hai avuto fortuna.
- Sì, non mi posso lamentare, è vero. Susy ha cominciato a lavorare da noi quando aveva 17 anni e ne ha appena compiuti 21. 

- Il problema è che se adesso partorisce, la dovrai licenziare.
- No, lei conosce bene la situazione. Le ho già detto che se resta incinta perde il lavoro. 

- Sì. Ma tu sai che “la capra tira verso la montagna”. Può darsi che vada dietro a qualche uomo che vive nel paesino dove è nata. 
- Nemmeno per idea! In quel posto sperduto non ci va neppure in vacanza. Pensa che non hanno nemmeno la luce elettrica, il pavimento della casa dei genitori è di terra e ben quattro famiglie usano la stessa latrina. Lei ha visto un altro mondo da quando vive con noi. Inoltre non le manca niente. Deve solo ubbidirmi, non le chiedo altro. 

- Cominciano così, ma dopo si fanno altre idee e pretendono di più.
- Per il momento non potrebbe andare meglio. Ha mezza giornata libera la domenica sera per fare quel che crede, ma deve rincasare prima di mezzanotte. Nella maggior parte dei casi non esce neppure, perché non conosce nessuno all’Avana. Meglio così, perché non mi piacciono le cattive compagnie.”.
- Sì la strada è molto pericolosa. E poi è meglio che queste campagnole non la frequentino, perché imparano un sacco di cose.
- Apprendono troppo. Per questo controllo anche le chiamate telefoniche. Non vorrei che alla fine si rendesse conto di quel che non deve capire.

- Mi dicesti che aveva un fidanzato? Che fine ha fatto? 
- No, è tutto finito. Le abbiamo chiarito che non vogliamo visite di uomini in casa nostra. E lei, in verità, non può permettersi di innamorarsi, i miei figli le assorbono molto tempo. Il parco, i compiti per scuola, la pittura prima di andare a letto, la lettura di un racconto, un film da guardare insieme. Poveretta, quando va a letto deve essere matta.
- Caspita… puoi dirti davvero soddisfatta. Io non ho avuto fortuna, ogni volta che assumo una persona, non dura più di un mese. Se vuoi ti presento la sorella minore di Susy che sembra molto seria. 

- Quanti anni ha? 
- 15 anni, così la puoi educare come credi. 
- Sì, dai pure il mio telefono e dille che mi chiami. Ah…falle capire che se la assumo, le compro tutto: vestiti, scarpe. Ma se un giorno se ne va, non esce dalla mia casa neppure con una spilla. Fai in modo che lo comprenda bene, perché quando si montano la testa è impossibile domarle! 
Le due donne continuano a parlare e la bottiglia di vino è ormai arrivata oltre la metà. Riesco ad ascoltare una vanteria sulle oltre sessanta paia di scarpe che possiede il marito. Ridono tra loro e io sento alla bocca dello stomaco un tremito che conosco, l’ira repressa che mi provocano i prevaricatori. Esco in strada a prendere un po’ d’aria e vedo l’auto da dove sono uscite le “signorone”. Ha una targa verde che risalta sullo splendente color grigio metallico dell’auto. È la nuova classe aristocratica, la nobiltà in verde oliva, senza scrupoli né prudenza. Sputo sul parabrezza, per Susy, per Ana e per me. 

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Cicche, cenere e candeggina verso l’appartamento sottostante: donna condannata

La Stampa

Confermato in via definitiva l’addebito verso la incivile protagonista della vicenda, che si dilettava a utilizzare come pattumiera il piano sottostante rispetto a quello del proprio appartamento.
 

CatturaImmobili abitativi come campi di battaglia. A dimostrarlo l’enorme contenzioso che approda nelle aule di giustizia di tutta Italia. Ulteriore exemplum, la vicenda chiusa in Cassazione con la conferma della condanna per una donna che aveva ‘preso di mira’ l’appartamento del piano di sotto (Cassazione, sentenza 16459/13). Casus belli è il pessimo comportamento tenuto, come detto, da una donna. Quest’ultima, in particolare, si è resa protagonista di episodi poco edificanti, all’interno dello stabile in cui abita: ella ha «gettato nel piano sottostante rifiuti quali cenere e cicche di sigarette» e finanche «detersivi corrosivi, quale candeggina».

A dover far buon viso a cattivo gioco è la persona che vive nell’appartamento collocato nel piano utilizzato, follemente, come pattumiera. Ma, come si usa dire, ogni pazienza ha un limite. Ecco spiegata la decisione di ricorre alla giustizia, che condanna – questa la posizione del Tribunale – la ‘lanciatrice’ «per aver arrecato molestie» alla persona dell’appartamento del piano colpito da «cenere e cicche di sigarette». E questa posizione viene condivisa, infine, anche dai giudici della Cassazione, che confermano, quindi, la pronunzia di condanna. Che resta accompagnata da una pena di «120 euro di ammenda».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Soldi ai detenuti, arriva lo stop ai bonifici d'oro: massimo 450 euro al mese per recluso

Il Mattino

di Giuseppe Crimaldi

Circolare del Dap: non si potrà sforare il tetto. Ipotesi riciclaggio da parte dei clan. Inchiesta della Dda su spese di fitto


Cattura
I rigori della crisi economica si abbattono anche sulla popolazione dei detenuti. Nelle carceri italiane - a cominciare da Poggioreale e Secondigliano - a partire da settembre, i reclusi non potranno più usufruire della «manica larga» derivante dai versamenti sui libretti di risparmio che ciascun detenuto ha il diritto di intascare dall’esterno.

Una circolare inviata a tutte le direzioni delle carceri dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Dap, (leggi: ministero della Giustizia) rimodula i massimali delle spese programmabili all’interno dei penitenziari. Nella circolare si fa, in premessa, esplicito riferimento alla situazione economico-finanziaria nazionale, e si stabilisce - restringendo i tetti di spesa finora rimasti validi - che per ogni settimana non si potrà superare la soglia dei 150 euro per l’acquisto di tutto quanto è possibile comprare tra le mura del carcere: sigarette, articoli sanitari, ma anche beni alimentari. Il tetto massimo mensile viene invece ridotto e fissato a 450-500 euro al massimo di spese.

E veniamo a Napoli. Sono in molti, i detenuti di Poggioreale, che al vitto della mensa preferiscono quello cucinato in cella. Un diritto previsto per regolamento. Presso lo spaccio interno alla casa circondariale si possono acquistare carne, pasta e olio. Chi può, provvede così al proprio sostentamento. E non sono pochi. Un dato stridente con una realtà acclarata: stando alle cifre e alle relazioni diffuse negli ultimi anni, nel carcere napoletano - che resta il più affollato d’Italia, soprattutto per «densità abitativa» di detenuti per cella - continua a crescere il numero di detenuti «indigenti». Persone, cioè, prive di una forma regolare di sostentamento.

Spagna, strana creatura marina emerge dal mare: i resti trovati sulla spiaggia

Il mattino


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I resti di uno strano animale marino sono apparsi giovedì presso la spiaggia Luis Siret, a Cuevas de Almanzora (Almería) in Spagna. Non si sa ancora di che specie si tratti, anche se l'Associazione spagnola per la Difesa della Fauna Marina (Promar), che studia le sue fotografie, ritiene che sia un tipo di pesce. Secondo il quotidiano Almeria Ideal, il "corpo estraneo" di oltre quattro metri di lunghezza è stato trovato dopo che la testa era stata rinvenuta da una donna che era nella zona e che ha allertato la Protezione Civile.

Google si ferma per quattro minuti e il traffico mondiale crolla del 40%

Corriere della sera

E' accaduto venerdì notte. Irraggiungibili Gmail; Google Drive, il calendario, le mappe, Blogger e YouTube

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Cade Google e tutti giù per terra: in Italia era poco prima di mezzanotte quando i servizi di Google sono andati offline per quasi quattro minuti. Tra questi anche il motore di ricerca. Pochi se ne sono davvero accorti, lo spavento - ovvio - è stato grande. La conseguenza? Un calo del 40% del traffico mondiale. Alcuni blogger hanno calcolato la perdita per il colosso di Mountain View per il «breve» crash.
BLACK OUT - Quella che è la porta di accesso alla Rete per antonomasia è diventata improvvisamente inutile, aprendo uno scenario inimaginabile per chi usa Internet: un mondo senza Google. Di colpo, infatti, nulla funzionava più. E' accaduto nel cuore della notte. Irraggiungibili Gmail; Google Drive, il calendario di Google; Google Maps o Blogger - ma soprattutto la ricerca. Colpiti anche alcuni servizi di YouTube. Stando alla app di Google, Dashboard, il crash si è verificato alle 0.52 di venerdì notte (23:52 ora italiana). Di punto in bianco gli utenti si sono ritrovati su una pagina di errore. Dice Google: «Siamo a conoscenza di un problema con Gmail che colpisce un sottoinsieme significativo di utenti. Gli utenti interessati sono in grado di accedere a Gmail, ma stiamo vedendo i messaggi di errore e/o altri comportamenti imprevisti». Qualche minuto più tardi, un altro messaggio ha sottolineato: «Tra 15:51 e 15:52 Pdt, dal 50% al 70% delle richieste di connessione a Google ha riscontrato errori, il servizio è stato ripristinato un minuto dopo, ed è stato interamente risolto dopo quattro minuti».

TRAFFICO INTERNET - Nulla di cui preoccuparsi dunque? Niente affatto. Sebbene il lasso di tempo nel quale Google era offline sia stato relativamente breve, il black-out dimostra ancora una volta quanto la Rete, e soprattutto ognuno di noi, siamo dipendenti dalla società americana. Una riflessione che spinge pure a cominciare ad usare più spesso alternative valide. Insomma, serve un piano B. Il grafico del servizio di monitoraggio e analisi del Web «GoSquared» evidenzia quanto il numero di richieste di pagine Internet sia realmente diminuito in quei quattro minuti: del 40 per cento.

IL COSTO (TEORICO) - Mentre Google era offline Twitter, incece, registrava un vero e proprio boom di attività, come si vede dal grafico di Topsy. Non è ancora del tutto chiara la ricaduta che il crash ha avuto su Google in termini economici. Tuttavia, due conti hanno provato a farli i blogger di Venturebeat. Recentemente c'erano stati alcuni problemi con Gmail e Google Drive - ricordano - ma un «incidente» così è assai raro per Google. L'ultima volta che il motore di ricerca andò in tilt era il 31 gennaio del 2009, per 55 minuti, dalle 15.30 alle 16.25. I blogger hanno calcolato la perdita - a livello teorico - per Google, tenendo conto che la «Grande G» fattura 108 mila dollari al minuto. Ebbene, quei 4 minuti di doomsday sono costati a Google 432.000 dollari (306.000 euro).

17 agosto 2013 | 20:45

Giappone, licenziamento vietato E Sony crea la “stanza della noia”

La Stampa

Per i lavoratori che rifiutano di andarsene anticipatamente, alcune `corporate´ hanno inventato una stanzetta dove gli addetti indesiderati passano, senza lavorare, il loro orario di ufficio


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Nelle grandi imprese giapponesi, dove per anni la norma era l’assunzione a vita, ancora oggi il licenziamento è tabù. Tuttavia, per quei lavoratori che rifiutano il licenziamento anticipato, alcune `corporate´ come la Sony hanno inventato la «stanza della noia» e cioè una stanzetta dove gli addetti indesiderati ma illicenziabili, passano, senza lavorare, il loro orario di lavoro. 

Lo rivela un’inchiesta del New York Times, il quale racconta il caso di Shusaku Tani, 51 anni, da 32 anni impiegato agli impianti di Sendai della Sony, gravemente danneggiai dal terremoto e dallo tsunami, dove si producono nastri magnetici e altri prodotti base per videoregistratori.

La Sony ha chiesto a Tani di accettare il prepensionamento, ma lui ha rifiutato. Risultato: è stato messo fuori produzione e, come rivela il NYT, passa le sue giornate, insieme ad altri 40 colleghi in quarantena, nella «stanza della noia», che l’azienda preferisce chiamare «stanze del design».
La battaglia ingaggiata dalla Sony contro i lavoratori anziani che rifiutano di andare anticipatamente in pensione fa parte di uno scontro più generale che riguarda tutte le grandi aziende nipponiche, per le quali il licenziamento è off limit, ma che nelle fasi di rallentamento economico, come quella che ha
 
fatto seguito al terribile terremoto di qualche anno fa, intendono liberarsi degli addetti considerati in esubero. Anche il premier, Shinzo Abe vorrebbe introdurre più flessibilità nel mercato del lavoro giapponese, in nome di una maggiore competitività globale. La Sony ha offerto pacchetti di prepensionamento all’americana, che prevedono 54 mensilità e assicura di aver creato dei centri di consulenza per trovare lavoro ai licenziati. Per chi rifiuta, poi, c’è sempre la «stanza della noia». 

Quando Elvis chiese a Nixon: “Arruolami nell’Fbi”

La Stampa

Il testo e il racconto dell'incontro tra il presidente e il musicita che odiava le droghe e i Beatles

vittorio sabadin


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Nel dicembre del 1970, a bordo dell’aereo che lo stava portando a Washington, Elvis Presley chiese a una hostess dei fogli di carta intestata dell’American Airlines per scrivere a Richard Nixon una delle più strampalate lettere mai ricevute da un presidente degli Stati Uniti.

Lottando disperatamente con la sintassi e ponendo le maiuscole dove capitava, l’idolo dei teenager americani esordiva in modo formale: «Caro Signor Presidente, Innanzi tutto vorrei presentarmi: sono Elvis Presley e l’ammiro e Ho un Grande Rispetto per la sua funzione». Seguivano cinque pagine piene di stravaganti considerazioni politiche sui valori dell’America, minacciati da nemici occulti e determinati: i comunisti, innanzi tutto, ma anche la droga, gli hippies, gli studenti, le Black Panthers e, ultimi ma non meno pericolosi, i Beatles.

In questa lotta che il Paese combatteva, Elvis voleva fare la sua parte. Nella lettera, resa nota in un libro anticipato dal «Daily Mail», chiedeva dunque di essere nominato da Nixon agente segreto nel Federal Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs, e di poter ricevere la tessera che gli agenti mostravano nei film prima di aprire il fuoco contro gli spacciatori. Non c’è dubbio che il cantante fosse un esperto della materia: ingeriva in continuazione anfetamine e barbiturici e per dare un duro colpo al traffico di narcotici gli sarebbe bastato entrare nel suo bagno e buttare via le migliaia di pillole che custodiva, e che lo uccisero il 16 agosto del 1977.

Ma per convincere Nixon, Elvis usò altri argomenti: aveva studiato a lungo, scrisse, l’abuso di droghe e anche le tecniche di lavaggio del cervello dei comunisti. E poi lui era un cantante, nessuno dei nemici dell’America lo considerava un suo nemico, e avrebbe dunque potuto agire senza ingenerare sospetti. 

Appena atterrato, Elvis consegnò personalmente la busta al cancello della Casa Bianca e attese una risposta in albergo, dove si era registrato con il nome di Jon Burrows. Quando i consiglieri di Nixon gli portarono la lettera, nello Studio Ovale si tenne una riunione davvero singolare. Dopo animate discussioni, Egil Krogh, che tre anni dopo sarebbe finito in carcere per il Watergate, suggerì al presidente di ricevere Presley: non poteva fare danni e lo avrebbe aiutato a conquistare i voti dei giovani. 

Elvis si presentò nella West Wing con un abito nero di velluto e una camicia dal colletto aperto, e con l’abituale cinturone dalla enorme fibbia dorata e decorata con diamanti. «Vesti un po’ selvaggiamente, figliolo», osservò Nixon. «Lei deve portare avanti il suo show e io il mio», rispose prontamente il cantante. Parlarono a lungo della situazione del Paese e di chi lo minacciava. I Beatles, disse Presley, erano tra i peggiori nemici, perché venivano negli Stati Uniti, prendevano i soldi e tornavano a Londra solo per denigrare l’America. 

Nixon gli concesse una tessera d’onore di agente federale e Presley gli mostrò orgoglioso le altre tessere di decine di dipartimenti di polizia che aveva collezionato. Con il nuovo badge, nei mesi successivi, non catturò nessun nemico. Fermò invece decine di motociclisti e automobilisti che correvano troppo, e che tornavano a casa con una storia incredibile da raccontare.