martedì 20 agosto 2013

Ci invadono e devastano tutto, la Kyenge ne vuole di più

Libero

Il ministro ignora l'assalto ai confini italiani e pensa di cancellare la Bossi-Fini. Mentre il governo non coinvolge l'Ue in un'emergenza che non è soltanto nostra


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«È giunto il momento di avviare una seria riflessione sulla legge Bossi-Fini e, più in generale, sulla disciplina che regola l’immigrazione». Eh no, la Bossi-Fini è probabilmente una legge migliorabile, ma con questi chiari di luna non si tocca, giù le mani. Il ministro Cecile Kyenge, italiana di origini congolesi, deve imparare prima o poi, assieme al governo di bravi ragazzi che - ahimé - ci rappresenta, a essere prima di tutto italiana, dunque a rappresentare, coltivare, garantire prima di tutto la sicurezza, la vita, le garanzie degli italiani. Si può dire senza essere stucchevolmente accusati di razzismo? Lo dico in ogni caso, i razzisti sono gli altri - e ha veramente stufato chi pensi di darci lezioni di morale terzomondista oggi che le peggiori previsioni degli ultimi due anni si stanno avverando.

Aggiungo che la  portavoce del gruppo Pdl alla Camera, Mara Carfagna, farebbe meglio a trovarsi argomenti seri di dichiarazioni agostane, invece di  ammonire che «la sola repressione è un costo sociale troppo elevato da sostenere nei confronti di chi fugge dalla disperazione». Che avrà mai voluto dire, la Carfagna? «Inviamo questo segnale all’Europa, indichiamo la via da seguire, che di certo non è quella del rifiuto» è l’appello dell’esponente Pdl, che non ci specifica se lo fa a titolo personale o rappresentativo del ruolo. «La negazione genera sempre odio. E l’odio  è il germe della violenza». Non è finita: Carfagna ci spiega seriosamente  che non si può più «considerare la maggior parte di questa povera gente che sbarca sulle nostre coste come dei semplici clandestini, autori di un reato». È veramente troppo: se aspira a un posto del governo dei bravi ragazzi, per favore non lo faccia a spese dei suoi elettori, potrebbero trarne delle conseguenze, porcellum o no.

Oggi che sbarcano mille a mille, che rivendicano lo status di rifugiati politici in massa, che andrebbero controllati più del solito perché la Fratellanza Musulmana coltiva terroristi e martiri, carne da macello in nome del fondamentalismo islamico; oggi che l’Unione Europea in seduta straordinaria, poveri noi, si appresta a varare sanzioni  e ritorsioni in favore dei Fratelli Musulmani invece che occuparsi di cristiani perseguitati, che il governo dei bravi ragazzi e delle ampie pretese non ci pensa proprio a chiedere all’Europa di dividere per il numero di nazioni che compongono l’Unione l’onere dei rifugiati da Egitto, Siria, Libia, Tunisia, da tutti quei posti nei quali si festeggiò con infinita stoltezza la primavera araba, e che sono rapidamente diventati dei Paesi da incubo.

La Kyenge parla molto, e poco degli italiani. Dice per esempio: «A settembre avvieremo un tavolo per un confronto sulla riforma della legge sull'immigrazione. La legge va rivista, ma seguendo un metodo fondato sulla condivisione e sul coinvolgimento di tutti gli attori sociali, senza preclusioni e ascoltando anche chi ha idee alternative». Quindi non dice niente, perché se dovesse ascoltare tutti capirebbe che non c’è niente da cambiare. Poi parte l’attacco politically correct, quello che dovrebbe farci sentire in colpa: «Gli immigrati sono persone, non clandestini. La crisi in Egitto determinerà un’impennata dell’immigrazione verso l’Italia e il governo sta rafforzando le strutture per l’accoglienza: dopo quelle in Libia e in Siria, le violenze in Egitto spingeranno molte persone a scappare alla ricerca di un futuro».

Per non parlare di quelli che dichiarano davvero a vanvera. Dal lontano e sicuro Friuli sentite la presidente Serracchiani - Dio ce ne scampi - dichiarare che «la necessità di abolire la Bossi-Fini si conferma ogni giorno anche nel fallimento del sistema dei Cie: strutture inadeguate sia a ospitare pacifici migranti in fuga sia a contenere violenti e facinorosi». Ovvero: devastano, saccheggiano e bruciano il centro di Crotone, a dimostrazione che facciamo entrare di tutto, i dati sulla criminalità sono quelli che conosciamo, ma la soluzione è farne entrare ancora di più e senza il minimo controllo.

In tutto questo casino, qualcuno del governo dei bravi ragazzi ha pensato di chiedere ufficialmente e seriamente di dividere l’onere dell’accoglienza, del controllo e della sistemazione per 27, vale a dire per tutti i Paesi dell’Unione? Attendiamo risposta.

di Maria Giovanna Maglie








Contro la Kyenge e no allo ius soli" A Sartori la tessera di Forza Nuova

Libero


Roberto Fiore in persona ha comunicato che il politologo sarà insignito della "tessera ad honorem di FN". E pensare che il Prof era l'idolo della sinistra


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Con due editoriali di fuoco contro il ministro Cecile Kyenge sul Corriere, il politologo Giovanni Sartori si è meritato la tessera ad honorem di Forza Nuova. Le sue bordate contro il ministro ( "è una nullità politica", "vada ad imparare l'italiano", "sa solo portare africani in Italia"), hanno colpito il segretario nazionale del partito di estrema destra, Roberto Fiore che ha "omaggiato" il Prof Sartori dell'iscrizione di diritto tra i sostenitori del movimento.

Tesseramento ad honorem - Con una nota ufficiale, Forza Nuova ha comunicato il tesseramento di Sartori: "Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova, comunica che questa mattina ha inviato al professor Giovanni Sartori, noto politologo ed editorialista di importanti quotidiani nazionali, la cui fama ed autorevolezza va ben al di là dei confini nazionali, la tessera ad honorem del Movimento. La sua eroica difesa della specificità italiana, il suo essere uomo realmente libero e coraggioso, le sue parole scritte e pronunciate contro il ministro dell'integrazione Kyenge, e il suo denunciare la pericolosità e malvagità dello ius soli, sono solo alcuni dei motivi che ci hanno indotto a compiere questo gesto, pur sapendo che il Professore non condivide appieno il progetto politico del Movimento.

Le persone che hanno il coraggio di esporsi e di inimicarsi i poteri forti nostrani che rappresentano il vero cancro di questo martoriato paese, avranno sempre il massimo sostegno da parte del Movimento. In Italia, infatti, in questo momento, gli unici che si oppongono con intelligenza e determinazione al progetto oligarchico della Kyenge e della Boldrini siamo noi di Forza Nuova e il Prof Sartori e noi siamo onorati di essere in questa ottima compagnia".

Scaricato dalla sinistra -
E pensare che Sartori era uno dei politologi più apprezzati dalla sinistra. Ospite a Ballarò, applaudito da D'Alema, Fassino, Bersani e Vendola. Aveva un merito: era anti-Cav. Ora da anti-Kyenge deve accontentarsi del più modesto applauso di Roberto Fiore. Ma un dubbio resta: arriverà a casa Sartori anche la tessera della Lega?

(I.S.)

Il Cavaliere, Craxi e quel discorso da evitare

Corriere della sera

La tentazione di ripetere l'attacco ai giudici che portò alle monetine del Raphael

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Se davvero Silvio Berlusconi pronuncerà il suo gran discorso contro i giudici al Senato, prima del voto che potrebbe espellerlo dal Parlamento, allora l'impressionante analogia tra la fine della Prima Repubblica e la crisi della Seconda sarà completa. E non sarà una buona notizia per l'Italia, perché la Storia non dovrebbe mai ripetersi. Una democrazia che vive per due volte in vent'anni il trauma di un collasso politico per via giudiziaria è infatti certamente malata.

Fu proprio un discorso alla Camera di Bettino Craxi a mettere una pietra tombale sull'assetto politico del Dopoguerra. E non mi riferisco a quello più celebre del 3 luglio del 1992, molto evocato in questi giorni, in cui il leader del Psi, ancora solo sfiorato dalle inchieste su Tangentopoli, usò il dibattito sulla fiducia al primo governo Amato per una formidabile chiamata di correo a tutti partiti sul finanziamento illegale: «Se gran parte di questa materia deve essere considerata puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest'Aula che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo». Nessuno si alzò. Ma nessuno ebbe neanche il coraggio di riconoscere che si trattava di un problema politico, da risolvere politicamente. Tutti sperarono che la campana suonasse solo per Craxi. E le cose andarono diversamente.

Dieci mesi dopo, il 29 aprile del 1993, il leader socialista fu infatti costretto a ripetere quelle frasi in un contesto ben diverso: non più per salvare il sistema ma per salvare se stesso, per chiedere all'aula di Montecitorio di respingere le richieste di autorizzazione a procedere della Procura di Milano contro di lui. Ed è a quell'intervento, l'ultimo mai pronunciato da Craxi in un'aula parlamentare, che il discorso cui starebbe lavorando Berlusconi pericolosamente si avvicina.

Fu infatti un attacco ad alzo zero contro i pm di Milano. Una requisitoria contro gli «arresti illeciti, facili, collettivi, spettacolari e perfino capricciosi... le detenzioni illegali che fanno impallidire la civiltà dell'habeas corpus... le violazioni sistematiche del segreto istruttorio... la giustizia che funziona ad orologeria politica... il teorema... le inchieste su di me, sulle mie proprietà, sui miei figli, sui miei amici... ». È difficile che , per quanto possa essere originale, Berlusconi riuscirà a fare di meglio: frasi e giudizi di quel discorso sono da allora diventati il canovaccio di ogni polemica sull'«uso politico della giustizia», per usare il titolo del libro di un altro socialista, Fabrizio Cicchitto, cui si dice che Berlusconi si stia ispirando in queste ore. Ma è anche impressionante che l'uomo che conquistò l'Italia sull'onda di Tangentopoli e della crisi del debito pubblico del '92, chiamandola alla rivolta contro i vecchi partiti incapaci e corrotti, rischi ora di uscire di scena sconfitto sugli stessi fronti, i processi e i mercati, come se in questo ventennio di dominio elettorale non fosse riuscito a cambiare neanche una virgola dell'equazione politica nostrana.

Quell'ultimo discorso di Craxi ebbe un effetto straordinario. Positivo per lui nell'Aula, dove la sera, a sorpresa, e forse con l'aiuto segreto dei leghisti che puntavano a far saltare tutto, la maggioranza dei deputati respinse la richiesta dei pm sotto gli occhi di Giorgio Napolitano, allora seduto sullo scranno più alto di Montecitorio. Ma ebbe un effetto catastrofico, per Craxi e per tutta la Prima Repubblica, fuori dall'Aula. La sera dopo, davanti all'Hotel Raphael a Roma, ci fu la orribile gogna delle monetine, che cambiò per sempre la cultura politica del nostro Paese; il governo Ciampi e l'intera legislatura ne uscirono irrimediabilmente azzoppati; Craxi fu costretto a dimettersi da segretario, perse nel '94 l'immunità parlamentare e prima che potesse essere arrestato fuggì ad Hammamet, da esule secondo i suoi sostenitori, da latitante secondo i suoi persecutori.

Un discorso analogo, non foss'altro che per scaramanzia, sembrerebbe dunque sconsigliabile oggi a Silvio Berlusconi, anche se bisogna ammettere che le differenze, tra tante analogie, non mancano. Craxi infatti, al momento in cui prese la parola in Aula, era già stato condannato dal tribunale dell'opinione pubblica, che aveva individuato in lui l'agnello sacrificale perfetto per liberarsi di una Repubblica da tempo sprofondata nella corruzione e nell'inefficienza, rivelate all'improvviso come all'alzarsi di un sipario dalla caduta del Muro di Berlino. Berlusconi ha invece ancora oggi una consistente parte dell'Italia dalla sua parte, e su quella evidentemente conta nell'ipotesi di un'ultima, forse disperata battaglia elettorale, nella speranza che l'Italia di oggi sia disposta a mettere per molti mesi da parte lo sforzo di ripresa economica per dedicarsi al duello finale tra giustizia e politica.

Soprattutto, la strategia di Berlusconi non può contemplare l'espatrio come extrema ratio. Non glielo consente la vastità degli interessi che sarebbe costretto a lasciarsi indietro, abbandonati a una sorte incerta: le aziende, i figli, le case, un partito. Senza contare che, a differenza di Craxi quando varcò il confine, Berlusconi non ha più il passaporto.

20 agosto 2013 | 8:04

Kyenge, paladina dei neri diventata intoccabile

Giancarlo Perna - Lun, 19/08/2013 - 07:32

Il ministro vuole un’Italia meticcia, attirando critiche e insulti. Ma guai a chi la attacca

 

Si resta esterrefatti di fronte al vespaio suscitato dalla mite e gentile, Cécile Kyenge, titolare dell'Integrazione. Primo ministro nero della storia italiana, Cécile ha trascorso trenta dei suoi 49 anni nel nostro Paese e dal 1994, dopo le nozze con un ingegnere italiano, è nostra connazionale.


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Parla bene la lingua imparata per laurearsi da noi in Medicina e specializzarsi in Oftalmoiatria, seppure le resti l'inflessione del francese che è stato, con lo Swahili, la favella della giovinezza in Congo. Da oscura militante del Pd emiliano, Enrico Letta l'ha pescata e voluta nel governo per la sua emblematicità: donna, di colore e italiana acquisita. Il premier si è così tolto lo sfizio di sentirsi più europeo e di fare in Italia quello che nei Paesi ex coloniali è routine abituati come sono a ministri di ogni razza e religione. Ma poiché la storia italiana è diversa e gli italiani pure, la nomina di Kyenge ha lasciato il segno.

Presa a bersaglio dalla Lega, Kyenge si è sentita dare dell'orango dal vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli. Lei si è limitata a compatire il villano e ha conquistato tutti, costringendo il dentista bergamasco a profondersi in scuse. Peggio è andata a Dolores Valandro, consigliere della Lega a Padova. Indignata per una notizia di cronaca -lo stupro di un'italiana da parte di un africano-, Valandro se l'è presa con l'incolpevole Cécile, scrivendo su Facebook: «Mai nessuno che se la stupri? Così capirebbe che si prova». Venti giorni dopo, Dolores è stata condannata a tredici mesi e all'interdizione per tre anni dai pubblici uffici per istigazione alla violenza sessuale per motivi razziali. Uno sproposito, accolto in lacrime dalla consigliera, che ha reso evidente a chiunque che se tocchi Kyenge sei fritto.

Quasi ci rimetteva le penne pure un pezzo da novanta come il professor Giovanni Sartori, osannato politologo antiberlusconiano del Corriere della Sera. Indispettito dalla Kyenge che, da quando è ministro, ripete a ogni occasione di volere lo ius soli (cittadinanza ai figli degli immigrati che nascono da noi) e che l'Italia è un «paese meticcio», Sartori ha scritto un articolo di fuoco. «Kyenge non può fare il ministro perché non sa l'italiano». Consulti il dizionario e vedrà che meticcio è chi nasce da genitore bianco e uno di altra razza.

Le sembra che sia diffuso da noi? Ridicolo. «Cosa c'entra l'integrazione con le competenze di un'oculista? A chi deve la sua immeritata posizione la nostra brava Kyenge?». E giù così per tre colonne. Il giorno dopo, Sartori che si aspettava l'articolo in prima pagina, se lo ritrovò a pagina 28, relegato tra altri scritti. Una decapitazione ordinata dal direttore, de Bortoli, in ossequio alla correttezza politica senza neanche avvertire il gallonato collaboratore. Sartori si infuriò: «Potrei lasciare il Corriere». Nulla accadde, ma si ebbe conferma dell'intoccabilità di Kyenge anche per personalità di rilievo e con argomenti fondati.

Cécile, più che un ministro, rappresenta un nervo scoperto della società, nel passaggio tra l'Italia che ci ha consegnato il Risorgimento e quella multietnica di Laura Boldrini. Alla radice dello scontro, la scelta bizzarra di affidare la responsabilità dell'integrazione non già a un italiano vecchio stampo ma a una di fresco conio. Due modi diversi di fare i conti con l'immigrazione. Il primo tenderebbe, per cultura e istinto, a frenare gli ingressi e a trasformare lo straniero in italiano, assimilandolo. La Kyenge, per cultura e istinto, è per l'altra via: meticciare la società, affiancando italiani e immigrati, ciascuno con propri usi e valori.

Kashetu Kyenge, detta Cécile, è nata nell'ex Congo Belga (oggi Repubblica democratica del Congo) quattro anni dopo la decolonizzazione, nel 1964. Il padre, funzionario statale e capo villaggio, era cattolico ma anche poligamo. Ebbe quattro mogli e trentanove figli. Tra questi, Kashetu, che, finite le Superiori, ricevette dal vescovo della sua città la promessa di una borsa di studio per frequentare Medicina all'Università cattolica di Roma (l'Ospedale del Papa, Gemelli). Giunta nella Capitale, la borsa di studio si era volatilizzata e dovette aspettare un anno per ottenerla, vivendo nel frattempo da clandestina con l'aiuto di una rete di preti e laici.

Immaginiamo che idea abbia potuto farsi dei valori occidentali, la giovanissima Cécile: da un lato una Chiesa cattolica che, in nome del sincretismo, tollerava la poligamia del padre; dall'altro, l'Italia che poneva regole all'immigrazione, mentre i suoi cittadini le violavano. Come minimo le sarà parso che il mondo nel quale si stava installando era un colabrodo facile da rimodellare.Dopo la laurea, si stabilì in Emilia specializzandosi in Oftalmologia all'Università di Modena. Ha lavorato all'Ospedale di Santa Maria Nuova di Reggio e in uno studio privato di Novellara, a un tiro di schioppo da Castelfranco Emilia dove abita da anni con la famiglia.

Dal marito, Domenico Grispino, calabrese da sempre in Emilia, ha avuto Maisha e Giulia, di diciannove e diciassette anni. Si dice che se Domenico avesse velleità simili a quelle del padre africano, Cécile lo inseguirebbe con un emilianissimo mattarello. Fatalmente, vista la zona, Kashetu è finita tra le braccia del Pds, poi del Pd. A livello nazionale, l'ha adocchiata Livia Turco, dalemiana. Grazie a lei, Cécile è diventata nel 2009 consigliere provinciale di Modena. La Turco è con Napolitano, l'autrice della prima legge di contenimento dell'immigrazione. Ma è roba degli anni Novanta.

Oggi si è convertita, come lo stesso Napolitano, allo ius soli per i bebè immigrati nati in Italia, ovvero cittadinanza immediata, indipendentemente che ci restino, ne ricevano la cultura e la condividano. Portavoce di questa posizione è oggi Kyenge che Turco, ritiratasi quest'anno dal Parlamento, ha imposto a Letta. Nessuno nell'Ue adotta lo ius soli, come invece fanno gli Usa, Paese di emigrazione, nato e prosperato con gli emigranti. A giudicare però da ciò che è successo ai nativi americani - decimati e chiusi nelle riserve - lo ius soli non è l'ideale per gli indigeni, che è quel che noi siamo qui da noi. Riflettiamoci.

Finisco con un paio di brani tratti da un'intervista a Giulia, ultimogenita dei Grispino. Aiutano a capire una generazione mista: «Qualsiasi nero che vedo per strada è come se fosse mio fratello»; «Andare in Africa è stato come stare nella mia natura, non perché quella italiana non sia la mia natura, ma vivere quell'altra parte di me è sempre stimolante»; «Forse vivrò in Africa a sessant'anni quando vorrò trovare un po' di pace e relax dal consumismo e capitalismo europei». Un piede qua, un piede là, struggente destino di questi nuovi italiani.

Cassazione, un testimone contro Esposito. "Diceva: Berlusconi mi sta sulle palle, gli faccio il mazzo"

Libero

Stefano Zurlo riporta il ricordo di un imprenditore calabrese amico della toga che ha condannato il Cav: "Nell'agosto 2011 era a cena da me con Franco Nero"


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Berlusconi mi sta sulle palle. Se lo incrocio gli faccio un mazzo così". Il Giornale torna alla carica con Antonio Esposito, il giudice della Cassazione presidente della corte che ha condannato Silvio Berlusconi a 4 anni per frode fiscale al processo Mediaset. Questa volta il virgolettato è di Massimo Castiello, 68enne imprenditore calabrese che affida a Stefano Zurlo un aneddoto piuttosto piccante su Esposito. Nell'agosto 2011, molto prima che gli venisse assegnato il verdetto sul Cavaliere, la toga, "amica da anni" di Castiello, è invitato nella villa di quest'ultimo a San Nicola Arcella, sul Tirreno.

L'occasione è ghiotta: far conoscere a Esposito il suo idolo giovanile, l'attore Franco Nero. Frizzi, lazzi, ottimo vino e ottimo cibo (pasta, patate e provola, "piatto delizioso", ricorda Castiello). Clima conviviale in cui si parla dell'ultimo film di Nero, L'escluso, "storia di un avvocato italoamericano che fa di tutto per far assolvere il proprio cliente". Da qui, sostiene Castiello, si è finiti a parlare di Berlusconi. E, sostiene, ecco Esposito esporsi un po'

troppo: "Berlusconi si salva sempre, grazie ai suoi avvocati... la prescrizione... ma se mi dovesse capitare a tiro gli faccio un mazzo così". Se fosse veritiero il ricordo di Castiello, e se tutto questo fosse venuto alla luce qualche settimana fa, i legali del Cavaliere avrebbero avuto in mano gli estremi per chiedere la ricusazione di Esposito. Si tratta dell'ultimo tassello di una serie di articoli durissimi riservati dal Giornale a Esposito.

Il primo, pubblicato il 3 agosto scorso e firmato dall'ex vicedirettore Stefano Lorenzetto, rivelava come già nel 2009, in una cena a Verona, il giudice si fosse lasciato andare a frasi in libertà su intercettazioni a luci rosse in cui Berlusconi avrebbe dato voti alle prestazioni sessuali di due deputate del Pdl. La "campagna" di via Negri ha attirato le critiche della stessa toga nonchè del Fatto quotidiano, partito all'attacco di Sallusti & Co. con un pepatissimo editoriale di Marco Travaglio, a sua volta smentito dalle firme del Giornale.

Quel totem dell'immunità parlamentare abbattuto dai giustizialisti di Mani pulite

Dino Cofrancesco - Mar, 20/08/2013 - 08:36

Fin dalla Magna Carta e dallo Statuto albertino, lo scudo proteggeva la politica dai golpe degli altri poteri. I danni dell'onda post Tangentopoli

Quando l'ondata giustizialista, che ha sconvolto i fragili equilibri sociali e politici del paese, si sarà ritirata, il 12 ottobre 1993 verrà ricordato come una delle date più nefaste della storia d'Italia, assieme a Caporetto e alla Marcia su Roma.


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La «grande coalizione» postcomunisti, rifondazionisti, verdi, rete, repubblicani, Lega, Msi, radicali-che nell'aprile non era riuscita a ottenere da Montecitorio l'autorizzazione richiesta dalla Procura di Milano per procedere contro Bettino Craxi, accusato di ogni crimine, ebbe in quel giorno la sua rivincita. Con 525 sì, 5 no e un astenuto, alla Camera, 224 sì, 7 no e nessun astenuto al Senato l'immunità parlamentare venne abrogata. In tal modo, si poteva processare un rappresentante del popolo senza l'autorizzazione della Camera di appartenenza. L'antico privilegio dell'impunibilità di un parlamentare, nel periodo in cui svolge le sue funzioni-sancito nell'art. 68 della Costituzione Italiana-apparve all'opinione pubblica come la negazione, scandalosa e inammissibile, dell'art.3 della nostra Magna Carta che nel primo comma recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Certo episodi di collusione e di corruzione dovuti al malaffare della casta ce n'erano stati a migliaia. In dieci legislature non vennero concesse ben 2.202 richieste di autorizzazione a procedere contro le 2.717 presentate. Sennonché, come capita spesso nel bel paese, lo sdegno crescente verso la corruzione non venne indirizzato, dagli organi di informazione e dalle altre agenzie che «fanno opinione» (dalla scuola alle parrocchie), alle cause reali che stavano precipitando l'Italia nel baratro - e in primis l'intreccio perverso di politica e di economia indotto da una terza via all'italiana per cui i destini delle imprese non si decidevano sul mercato ma nei congressi della Dc e del Pci - ma si riversò tutto sulla classe politica, il cui simbolo più scomodo, Craxi appunto, venne messo alla gogna col cappio da forca fatto sventolare dalla Lega e le monetine gettategli addosso da una composita plebaglia postcomunista e postfascista.

CatturaChe su una questione così complessa e delicata come l'immunità parlamentare si fossero registrate maggioranze bulgare avrebbe dovuto far vergognare i giuristi col «senso dello Stato» che, invece, festeggiarono l'evento intonando il Te Deum al simulacro del Diritto. Il peggio, però, non era questo ma il vero e proprio golpe costituzionale che aveva portato deputati e senatori a disporre di diritti e privilegi - l'immunità parlamentare - conferiti non a loro ma alle funzioni (legislative) che avevano ricevuto dal popolo sovrano. Additati come un'accolita di corrotti e di collusi, avevano messo a disposizione di un altro (presunto) potere, la magistratura, quelle che erano prerogative della carica e non del singolo e momentaneo detentore.

Dal Parlamento inglese a quello sabaudo dello Statuto albertino, l'immunità parlamentare ha sempre garantito la dignità e l'indipendenza dei rappresentanti del popolo dall'arbitrio di altri poteri «irresponsabili». Questi ultimi che, un tempo, erano costituiti dai monarchi oggi potrebbero far capo ad altri ordini dello Stato come, ad esempio, la magistratura che, in Italia, si considera a torto un «potere» che sovranamente sottopone a giudizio i propri membri incorsi in qualche «incidente» ma non riconosce a un vero potere, quello legislativo, il diritto di occuparsi delle proprie pecore nere.

Ma è poi un potere quello dei magistrati? Ed è pertinente il frequente richiamo a Montesquieu e allo Spirito delle Leggi? In realtà, come hanno rilevato studiosi come Domenico Fisichella e Giuseppe Bedeschi, «Montesquieu non solo non annovera il giudiziario tra i poteri fondamentali della monarchia, ma tutti i suoi sforzi sono diretti a porgli dei limiti ben precisi». Inoltre, nella lettera del 1753 a un membro del Parlamento di Parigi (nell'ancien régime una sorta di alta corte di giustizia), ammoniva che «l'applicazione dei principi dipende dalle circostanze... Voi non dovete determinarvi e decidervi che in base a un solo principio: la salute dello Stato è la legge suprema». Può darsi che i 5 giudici della Corte di Cassazione, che, con la loro sentenza, hanno dato una spallata decisiva alla crisi di regime in atto, abbiano agito in nome del Diritto ma i loro estimatori lascino perdere Montesquieu. Non c'azzecca!

Parentopoli e vigili, i mille guai di Giggino

Carmine Spadafora - Mar, 20/08/2013 - 08:44

Non passa giorno che su Luigi de Magistris e sulla sua giunta non piovano attacchi

Non passa giorno che su Luigi de Magistris (nella foto) e sulla sua giunta non piovano attacchi.


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La polemica è sull'assessore al Personale, Franco Moxedano (Idv), beccato per la promozione a dirigente del cognato, Luigi Filace. Fratello della moglie del potente esponente del partito dipietrista. Filace rientra in un pacchetto di promossi, elevati a rango di dirigenti nel corso di un blitz ferragostano.

Una parentopoli in salsa arancione che ha stufato persino i sostenitori della prima ora dell'ex pm, stroncato dalla critiche del consigliere Idv, Luigi Esposito. «Siamo tornati al vecchio modo di fare politica. Penso che la rivoluzione arancione sia finita il 23 maggio». La replica di Giggino non si è fatta attendere. «Sono disposto ad accettare qualsiasi critica sul mio operato di amministratore, ma difenderò questa esperienza dalle accuse false e virulente. Sempre e in tutte le sedi, comprese quelle giudiziarie».

E come se non bastasse ieri è arrivata anche l'ennesima stoccata di Luigi Sementa, generale dei carabinieri ed ex capo dei vigili urbani, che su Facebook ha condiviso alcune immagini tra cui quella di una bomba a mano accompagnata dalla frase «questa è quella che ci vuole», il pancione di una donna incinta con la scritta «De Magistris non sarà il mio sindaco» e il commento: «Napoli è un paradiso abitato da diavoli ma anche mal governato». Il sindaco ha di nuovo contro-replicato con una nota, dicendosi «stupito» e «preoccupato»

Vanessa, 40 minuti di morte: ritorno dall'Aldilà in sala operatoria sotto gli occhi dei medici

Il Mattino

di Silvia Natella


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Il cuore ha smesso di battere per ben 40 minuti, nessun dubbio per l'equipe medica: Vanessa Tanasio, 41enne australiana, cognome italiano, era clinicamente morta sotto i ferri. Poi il risveglio e il ritorno alla vita. I medici parlano di un vero e proprio miracolo. La donna aveva subito due attacchi di cuore a pochi minuti di distanza; il primo mentre stava per portare i suoi due figli a scuola, il secondo sul tavolo operatorio. Eppure, dopo tutto questo, la donna è tornata alla vita. L’incredibile fatto è accaduto all’ospedale Monash Heart di Melbourne.


Vanessa si era sentita male a casa. I vari metodi di rianimazione, una volta arrivata in ospedale, erano falliti e gli specialisti erano convinti che non ci fosse più niente da fare. A questo punto sarebbe entrato in gioco un sofisticato macchinario medico automatico, chiamato in gergo CRP (oLucas2), uno strumento di ultima generazione dal costo di 15mila dollari australiani, presente solo proprio nell’ospedale coronario di Melbourne. I medici con questo mezzo sarebbero così riusciti a riportare in vita la donna.

La macchina riesce a pompare sangue e a mantenerlo in circolazione negli organi vitali, compreso il cervello, sostituendo così il cuore. Vanessa, dopo una settimana dal ricovero, ancora non ci crede: “La cosa mi ha presa completamente di sorpresa, sono sollevato di essere ancora qui per i miei figli. I medici e gli infermieri sono stati impressionanti, così come la macchina. Qualsiasi somma di denaro raccolta per l'acquisto di attrezzature mediche è per una giusta causa, ma avere un risultato come questo è incredibile”, riporta l’Herald Sun.



martedì 20 agosto 2013 - 10:32   Ultimo aggiornamento: 11:04

Scoperti i cimeli nazisti dell’ispettore Derrick

La Stampa

A mostrare il contenuto della cassa alla Bild è stato un collezionista di Bad Arolsen. «L’ho ricevuta dal figlio di un commilitone delle SS di Horst Tappert»


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È stata ritrovata la cassa contenente i cimeli nazisti collezionati da Horst Tappert, l’attore protagonista della serie televisiva «Derrick» deceduto nel 2008 al termine di una carriera in cui ha interpretato la figura del celebre commissario bavarese in 281 puntate diffuse dalle televisioni di oltre 100 Paesi. 
A mostrare il contenuto della cassa alla Bild è stato un collezionista di Bad Arolsen. «Ho ricevuto la cassa dal figlio di un commilitone delle SS di Horst Tappert», spiega l’attuale proprietario dei cimeli, aggiungendo che «Tappert partecipava spesso alle riunioni dei suoi ex camerati, lo ha fatto fino al 1971, anche quando aveva cominciato a lavorare per la televisione. Poi ha affidato a un amico tutta questa roba». 

La carriera come protagonista di Derrick è iniziata nel 1973 ed è durata 23 anni. Nell’aprile scorso si è scoperto che Tappert aveva fatto parte delle Waffen SS in un reparto di contraerea del quattordicesimo reggimento corazzato «Totenkopf» (teschio). Tra i cimeli appartenuti a Tappert e fotografati dalla Bild figurano un libro nazista dal titolo «Terra di confine liberata», contenente una dedica del suo comandante nelle SS che recita: «Sul campo il 30 marzo 1943. Al nostro camerata Tappert con gli auguri di guarigione». 

Nella cassa c’è anche una decorazione per una ferita riportata nel marzo 1943 e nello stemma con la croce uncinata è inciso il nome dell’attore. Dalla piastrina militare di riconoscimento di Tappert, con il numero 3409 e il reparto contraereo di appartenenza «Flak E. Abt», è stato invece graffiato via il simbolo delle SS. Tra gli oggetti venuti alla luce adesso figura anche un coltello con una lama lunga 35 centimetri, da innestare come baionetta sul fucile «Mauser 98».

Forchetta nel pene per piacere sessuale, 70enne operato d'urgenza in Australia

Il Mattino


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SYDNEY - Dei medici australiani hanno operato d'urgenza un uomo che aveva introdotto nel suo pene una forchetta di metallo. L'insolito intervento medico è stato oggetto di un lungo articolo su un'importante rivista professionale dedicata ai chirurghi.

«Per stimolare il piacere sessuale». Secondo l'articolo 'Un corpo estraneo insolito nell'uretra', pubblicato sull'International Journal of Surgery, il settantenne si è presentato al pronto soccorso dell'ospedale di Canberra con il pene sanguinante «dopo essersi introdotto una forchetta nell'uretra per stimolare il piacere sessuale». L'uomo aveva introdotto la forchetta di 10 centimetri, in metallo, dodici ore prima, ma non era stato più in grado di rimuoverla. I medici, affrontando per la prima volta un caso del genere, «hanno valutato le varie operazioni possibili» e alla fine hanno estratto l'oggetto usando un forcipe e del lubrificante, con il paziente sotto anestesia totale.

Rischio morte per infezione. «La stimolazione autoerotica con l'aiuto di oggetti inseriti nell'uretra esiste da tempi immemorabili e, benché non siano molto frequenti, casi come questo sono noti agli urologi», afferma la rivista. Secondo l'articolo, se il paziente tarda a rivolgersi ad un medico, magari per il troppo imbarazzo, rischia la morte per infezione.

 
martedì 20 agosto 2013 - 11:32   Ultimo aggiornamento: 11:33

Google, due minuti di «morte cerebrale» Si spenge l'algoritmo che guida il pianeta Prove tecniche di fine del mondo

Il Mattino

di Laura Bogliolo


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ROMA - Cinque minuti di nero totale e il 40% del traffico su internet inghiottito nel nulla. E' stato sufficiente un black out di pochi minuti di Google per mettere ko quasi la meta dei navigatori online. Uno stop simultaneo di tutti i servizi di BigG, un evento "straordinario", mai avvenuto prima. Il black out è avvenuto il 16 agosto tra le 15.51 e le 15.52: Google Search, Gmail, You Tube e Google Drive si sono interrotti. Google ha ammesso il black out ma non ha fornito dettagli sulle cause.

Su Apps Status Dashbord appare la cronologia delle applicazioni google che si sono bloccate. «Il servizio è stato ripristinato un minuto dopo, ed è stato interamente risolto dopo quattro minuti» ha fatto sapere la compagnia di Mountain View.

«Questa è una cosa enorme», così la ditta specializzata in analisi del Web, GoSquared, ha definto lo stop del 40% del traffico globale. Il servizio Topsy che monitorizza Twitter ha mostrato con un grafico cosa è successo in quei pochi secondi: un'impennata di cinguetti con migliaia di utenti che chiedevano cosa fosse successo a Google twittando l'hashtag #gooledown. Secondo BusinessInsider Google avrebbe perso 500.000 dollari. Ironia su Twitter, c'è stato chi ha cinguettato: «Black-out di Google, non sarà l'inizio della fine del mondo???».

laura.bogliolo@ilmessaggero.it
su twitter: @l4ur4bogliolo

 
martedì 20 agosto 2013 - 11:05   Ultimo aggiornamento: 11:15

Vanno in ferie dove c’è guerra poi chiedono i danni allo Stato

Libero

Migliaia di italiani sono andati sul Mar Rosso anche se da mesi il Paese è a rischio. Adesso il Codacons pretende siano rimborsati dalla Farnesina


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Dimenticate il dramma delle centinaia di morti avvolti nelle lenzuola nelle moschee, dei massacri nelle piazze, dei soldati saltati in aria ieri nel nord del Sinai. C’è una tragedia ben più seria e devastante che si è abbattuta sull’Egitto in queste giornate violente e convulse, una tragedia che non può rimanere sepolta dalla valanga di notizie trascurabili che ci arrivano dal paese dei faraoni: la tragedia degli italiani che hanno dovuto interrompere le vacanze in Egitto o, peggio, che sono rimasti bloccati lì qualche giorno in più del previsto.

Davvero scandaloso che Papa Francesco, durante l’angelus domenicale, abbia invitato gli italiani a pregare per la pace in Egitto e non per le vacanze in santa pace degli italiani in Egitto. Fortuna che c’è il Codacons. Già, perché nel caso vi fosse sfuggito, nel caso in cui vi foste preoccupati di sapere cosa stia accadendo ai Fratelli musulmani e non a quelli italiani, i nostri turisti costretti a tornare in Italia in anticipo da Sharm per colpa di questi scassaballe di manifestanti che a Ferragosto, anziché fare una bella guerra di gavettoni a Formentera come tutti, si sono messi a fare una guerra civile, hanno deciso di chiedere  un risarcimento di 5000 euro di danni per famiglia alla Farnesina.

Il Comune dà il numero civico alla roulotte rom abusiva

Libero

Prima il carro diventa prefabbricato, poi l'amministrazione euganea assegna il riconoscimento ufficiale. In barba a leggi e buon senso


Il leghista Bitonci presenterà un'interrogazione ai ministri Alfano e Kyenge: "E' giusto premiare chi opera ai margini della legalità a danno di chi già risiede in città?"



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Da roulotte abusiva a prefabbricato senza ruote. Altrettanto illegale, perché posizionato in un’area non edificabile, ma dotato di un numero civico e di conseguenza, come prevede il regolamento comunale, degli allacciamenti di acqua, luce e gas. A Padova, per tentare di ottenere la residenza - e nel frattempo usufruire delle utenze - ai rom basta acquistare a prezzo stracciato un terreno non edificabile, parcheggiarvi dentro il proprio caravan, smontare le ruote e recintare la zona, premurandosi di piazzare un cancelletto d’entrata. Secondo l’articolo 5 comma 8 del “regolamento di gestione della numerazione civica” approvato dal Consiglio comunale il 10 dicembre 2012 infatti, «la numerazione civica esterna può essere attribuita anche in presenza di aree non edificate, ma dedicate in modo permanente a residenza o ad attività economiche purché siano recintate e provviste di un accesso all’area di circolazione».

Famiglia bosniaca - Una famiglia bosniaca accampata da tre anni in via Ferrero, a pochi passi dal quartiere Arcella -  conosciuto come il Bronx del capoluogo euganeo - non si è fatta sfuggire l’occasione. A settembre 2010, per 15 mila euro in contanti, ha comprato da un privato il terreno, una zona adibita a verde pubblico dal piano regolatore - ossia non edificabile - e non lontana da un ossigenodotto, quindi potenzialmente pericolosa. Ha trasformato la propria casa viaggiante in una dimora fissa, e, et voilà. I nomadi, per la propria baracca, hanno ottenuto dall’amministrazione il numero civico, grazie al quale, un giorno, forse potranno anche diventare padovani a tutti gli effetti, potendo poi accedere alle graduatorie per l'assegnazione di case popolari e ottenere dal Comune pure il sussidio per la scuola dei propri bambini, semmai i genitori decidessero di mandarceli.

Promesse non mantenute - Altro che gli sgomberi dei campi nomadi abusivi annunciati dall’ex sindaco del Partito Democratico, Flavio Zanonato - oggi ministro per lo Sviluppo Economico - ogniqualvolta, nella sua Padova, i rom si rendevano protagonisti di scorribande e ruberie. E che dire delle ordinanze anti-accampamenti (l’ultima appena un mese fa) del suo successore, il compagno Ivo Rossi? La verità è che gli zingari, nella città del Santo, oltre a non correre il pericolo di essere cacciati, se non in circostanze del tutto eccezionali, hanno deciso di mettere radici. E poco conta, come nel caso della famiglia bosniaca di via Ferrero, se il Comune minaccia ciclicamente di far rimuovere dal carro attrezzi le roulotte. I caravan rimangono quasi sempre al loro posto. Ormai, i nomadi, hanno capito come comportarsi. Il regolamento comunale parla chiaro, e gli zingari ci provano.

«Razzismo al contrario» - «Questo è un modus operandi che deve finire» dice il padovano Massimo Bitonci, presidente dei senatori leghisti. Che aggiunge: «Chiederò al ministro Kyenge e al ministro Alfano di rispondere in aula a questa domanda: è giusto premiare chi opera ai margini della legalità a danno di chi già risiede in città e sta scontando sulla sua pelle il peso di una crisi economica causata soprattutto da uno Stato sprecone?». Poi Bitonci parla di «razzismo al contrario contro i padovani, contro chi fa parte di una comunità storicamente determinata a vantaggio di un gruppo di privilegiati cari a una parte politica egemone. Questo è il metodo Zanonato» conclude «che il suo successore, Ivo Rossi, non ha fatto niente per cambiare».

di Alessandro Gonzato

Dove volano gli aiuti

La Stampa

Oggi, nella giornata ONU degli operatori umanitari, pubblichiamo un reportage sulle basi e le persone che lavorano nei centri da cui il World Food Program fa partire gli aiuti e i soccorsi per fronteggiare le emergenze umanitarie in tutto il mondo

giuliano gallo


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Montagne di casse stipate sugli scaffali, come le salmerie di un esercito della salvezza. Tutto ordinato, tutto segnato da etichette in italiano e in inglese, perché ogni cosa sia facilmente rintracciabile in pochi istanti: queste sono le tende, laggiù i potabilizzatori, poi ancora i generatori, le lampade, le pompe, le strutture per i magazzini, le zanzariere, i biscotti energetici che possono fare la differenza fra la vita e la morte. E i “plastic roll”, i teli che spesso diventano coperte o pavimenti. Ma a volte, purtroppo, anche unico riparo contro la pioggia, la polvere, il fango. Dietro quella porta invece, in quell’enorme capannone-frigo, ci sono le medicine, già pronte per essere caricate sui pallet. Sono gli “start up kits”, i kit di pronto intervento per le prime ore di una missione di soccorso. 

“Le prime ore”, queste sono le parole che spiegano tutto. Perché all’aeroporto Orazio Pierozzi di Brindisi, dedicato alla memoria di un pilota eroe della prima guerra mondiale, c’è la prima base dell’UNHRD, l’United Nations Humanitarian Response Depot. È la base di pronto intervento umanitario delle Nazioni Unite, gestita dal WFP, il Programma Alimentare Mondiale, per conto di una vasta comunità di attori umanitari. Infatti, degli uomini e delle strutture dell’UNHRD si servono ben 51 organismi internazionali che fanno capo alle Nazioni Unite, ma anche organizzazioni umanitarie governative e non. Le squadre dell’UNHRD sono quelle che partono per prime, per preparare le strutture di base per i soccorritori che arriveranno subito dopo: gli uomini e le donne della logistica, delle trasmissioni, dei trasporti e dell’amministrazione. [...]

Ci sono tante competenze e tante individualità nella squadra dell’UNHRD: Valerio che “sa dove stanno le cose”, Ivo convinto “di essere nato per questo lavoro”, Fulvio che ha passato tre mesi ad Haiti e non lo dimenticherà mai, Pino che dieci anni fa scambiò la sua vita tranquilla di interprete per un contratto con l’UNHRD che durava solo una settimana. Ed è ancora qui. Giuseppe Colavita, anche lui come Nadia tra i “padri fondatori” della base, che aveva lasciato un posto di manager all’American Airlines per venire a fare il magazziniere all’UNHRD. E poi Lorenzo, che sa aggiustare tutto dovunque, e che ha girato la fetta più difficile del mondo, armato solo delle sue pinze e dei suoi cacciavite: Afghanistan, Darfur, Iraq, Siria.

“La cosa di cui sono più orgoglioso? L’aver pensato anni fa di utilizzare i pannelli solari per produrre energia. Era solo un’idea, ma adesso sta diventando realtà: sto studiando un carrellino con uno specchio e dei pannelli solari, che sarà in grado di produrre molta più energia dei pannelli tradizionali”. E le emozioni, le cose indimenticabili che hai vissuto? Un sorriso. “Una volta a Kabul mi hanno rubato il mio zainetto, con dentro tutti i miei attrezzi. Sono andato da quello che mi sembrava il capo. Senti, gli ho detto, io sono un operaio, sono venuto qui ad aiutarvi, ma senza le mie cose non posso farlo. Neanche mezz’ora, e la mia roba era ricomparsa tutta…”. 

Il Sudan è luogo di sensazioni estreme e di grande povertà. “Eravamo in un centro del WFP, un posto spartano, senza nessun comfort. Dormivamo sul pavimento, in un garage. Veniva una signora a lavare per terra, e con lo stesso secchio poi prendeva altra acqua per bere. Avevamo con noi dell’acqua minerale, e avevamo provato ad offrirgliela. Grazie, non posso accettare, aveva risposto. Voi oggi ci siete, ma domani no. E io dovrei tornare a bere l’acqua da questo secchio…”.

La fame, la disperazione, la paura a volte si presentano concentrate in un unico territorio. Ivo questo lo ha visto da vicino, in Pakistan: “sorvolavamo le zone colpite a bordo di elicotteri. Non vedevamo nulla, solo acqua. Sembrava di volare sul mare. In mezzo a quel nulla ogni tanto appariva un isolotto, dove i sopravvissuti si accalcavano guardando disperati verso il cielo, verso di noi. Ogni volta dovevamo lanciare dal cielo il cibo e l’acqua che portavamo, senza mai poter atterrare. Si chiama air dropping, una tecnica che si usa spesso in questi casi”.

Anche Valerio, come altri suoi compagni di squadra, è stato dappertutto: in Afghanistan e in Iraq, in Darfur e in Siria, in Marocco e in Algeria. Pino, “store keeper”, “team leader” e “field fitter” faceva l’interprete alla Base Nato di Brindisi. “Sono nato in Inghilterra dove i miei genitori erano emigrati, e avevo fatto le scuole lì. Il mio era un lavoro di routine, niente di stimolante. Nel 2000 aprono la Base UNHRD e mi offrono un contratto di una settimana. Ho seguito il mio istinto, e ho accettato. Poi il contratto è diventato di un mese, e poi un altro mese ancora… sono andato avanti così per un anno. Nel 2001 la prima missione da solo: l’Afghanistan”. Pino adesso sorride al ricordo di quei giorni. “Sei in grado di fare da solo, mi aveva detto Giuseppe Saba, il mio boss.

E da allora, infatti, sono diventato il team leader delle missioni, quello che organizza e decide il lavoro sul campo”. Pino non va solo in missione per allestire strutture, ma va anche ad insegnare e ha contribuito ad allestire le altre basi aperte dopo Brindisi. Ad insegnare, perché la politica dell’UNHRD è quella di costituire, in ogni paese dove arriva, dei team di volontari capaci di saper allestire campi in tempi brevissimi: esperienze comunque preziose in caso di altre calamità, ma che possono anche essere “utilizzate” in situazioni quotidiane. Poi c’è il training per le altre organizzazioni umanitarie: corsi in piena regola che si tengono tutto l’anno a Brindisi. Pino accenna ai giorni più impressionanti: “L’esperienza più forte e coinvolgente è stata quella dello tsunami: lì ho visto veramente cos’è una catastrofe. Era il disastro totale, c’era una disperazione della gente così forte che ti sembrava di poterla quasi toccare”. 

Ma impressionanti sono state anche le distruzioni del terremoto ad Haiti, nel 2010. Per uno che deve installare un campo, Haiti era il posto peggiore della terra, ricorda Valerio. “C’erano ingorghi mostruosi. Non c’era un deposito dove poter stivare i materiali”. Eppure lui e gli altri “field fitter” erano riusciti a montare 200 prefabbricati in pochi giorni, in quel girone dantesco. Anche Fulvio racconta di quell’emergenza. Di quei giorni ricorda soprattutto i bambini: “Loro sono quelli che forse soffrono e soffriranno di più per questa tragedia. Ma sono anche quelli che sanno reagire meglio. Lo dicono i loro sorrisi. Anche se, man mano che passano i giorni, mi sono accorto che i sorrisi non ce la fanno a resistere”. 

A febbraio, un mese dopo la devastante scossa che aveva raso al suolo il poverissimo paese, i morti erano già 222 mila. Ma almeno tre milioni di persone erano rimaste senza più niente, e dovevano essere dissetate, nutrite, alloggiate, vestite, curate. Port-au-Prince, la capitale di Haiti, poche ore dopo la tragedia pullulava già di volontari, ma non le campagne intorno dove in decine e decine di villaggi non era rimasto in piedi nemmeno un muro. UNHRD aveva allora impiantato i suoi primi quattro campi proprio nelle campagne, nei pressi di altrettanti villaggi che la povera gente si rifiutava di abbandonare: lì c’erano le bestie scampate ai crolli, lì c’erano i campi coltivati con tanta fatica, che qualche frutto comunque continuavano a darlo.

Giuseppe Colavita, capo magazziniere, in dieci anni di missioni se n’è perse poche. Il giorno della tromba d’aria c’era anche lui all’hangar 118 a buttar fuori l’acqua, ma quello era solo l’inizio. Un primo anno di tregua, perché sua moglie aspettava un bambino, poi via, gennaio 2002 in Afghanistan, da Herat a Kandahar. “Si lavorava fino a che scendeva il buio, poi tutti chiusi in casa…”. Quarantacinque giorni così, poi un interminabile viaggio nelle miserie del mondo: Iraq, Kurdistan, Sudan, Kashmir, Haiti. “In Sudan, a El Fashir, in piena estate c’erano cinquanta gradi. Ma avevamo solo cinque litri di acqua a testa al giorno, quella che ci eravamo portati per precauzione. La stessa razione che spettava ad un profugo del Darfur. Ma la missione peggiore è stata forse quella per il terremoto del Kashmir: dormivamo nelle tende, perché il terremoto non voleva smettere e di notte le nostre brande si spostavano anche di un metro. 

Nadia invece di missioni “sul campo” ne ha fatta una sola: in Pakistan, per dare una mano a chi era partito per l’Afghanistan nei giorni della caduta dei talebani. Ma lei non è né un “field fitter” né uno “store keeper”, per UNHRD lei è una coordinatrice di rara efficacia, soprattutto nel settore chiave della logistica. E dunque il suo posto è a Brindisi. “Ad occuparmi di tutto, dai rapporti con la dogana al carico degli aerei, passando per la sostituzione di quelli che sono partiti… Ma anche senza andare sul campo, io la percezione della concretezza del mio lavoro ce l’ho ugualmente: caricare un aereo a Brindisi, vederlo partire e poi vedere in televisione poche ore dopo che è arrivato e lo stanno scaricando, ecco, questo per me è dare un senso a quello che faccio”. 

Poi c’è il nuovo capo della base, Stefano Peveri, che viene dalla Marina: capitano di corvetta prima di togliersi la divisa, ma anche cinque anni di aiuti umanitari in Africa e tre in Sudamerica. Quando era in Marina, in Africa ci andava solo in vacanza. In Botswana o in Namibia a fare la guida ai turisti nei safari. Poi aveva scoperto la bellezza del Mozambico, appena uscito dalle asprezze di un’interminabile guerra civile. Un anno di aspettativa dalla marina, e via verso una nuova avventura: “Avevo comperato un fuoristrada e un libretto per imparare il portoghese. E assieme ad un amico ci eravamo trasformati nei primi tour operator del Mozambico”.

Ma nel ’99 gli arriva una telefonata dall’Angola: servirebbe qualcuno che si occupi della sicurezza della base del Programma Alimentare Mondiale. Tre mesi di contratto, poi altri tre. E poi ancora. Fino a settembre del 2000. Catturato dal meccanismo, l’ormai ex capitano di corvetta si ritrova prima in Colombia, sempre per conto del WFP, sempre come responsabile della sicurezza. Poi nel Sud del Sudan, e poi ancora a Panama, Salvador, Barbados Ecuador, Guyana Britannica.

E finalmente, nell’aprile del 2010, Brindisi. Ora tocca a lui gestire la base senza mai agitarsi più di tanto. Non servirebbe, del resto: è il mondo là fuori che si agita per lui. Guardare i numeri del lavoro che lui e i suoi uomini fanno, forse non rende perfettamente l’idea. Ma basta pensare anche solo alla fatica fisica che ci vuole per spostare tutta quella roba, alle condizioni in cui bisogna farlo, per capire qualcosa di più. Dalle modeste 232 tonnellate di materiali spedite nel 2000, alle 3 mila 334 del 2005, l’anno più impegnativo per UNHRD.

Cybersicurezza: il governo Usa nomina una top manager di McAfee

La Stampa

Phyllis Schneck andrà al dipartimento della sicurezza interna

New York


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L’amministrazione Obama corre ai ripari in tema di cybersicurezza e nomina ai vertici del Department of Homeland Security (Dhs), il dipartimento per la sicurezza territoriale degli Stati Uniti, una manager di McAfee , azienda specializzata nella protezione informatica. 

Come riporta il Wall Street Journal , Phyllis Schneck inizierà il suo lavoro a settembre come vice sottosegretario alla cybersicurezza e avrà un ruolo di primo piano all’interno del dipartimento, che svolge una azione fondamentale per proteggere la rete Internet degli Stati Uniti da attacchi hacker sia internazionali che interni. 

Washington ha capito con un po’ di ritardo - continua il Wsj - quanto possa essere fondamentale l’aiuto del settore privato in questo frangente. E da tempo c’è un acceso dibattito tra il governo che vorrebbe fissare degli standard e le industrie che invece vogliono poter stabilire da sole i propri criteri. Il Dhs ha iniziato a coinvolgere il settore privato lo scorso anno, dopo una serie di attacchi pirati, aumentando lo scambio di dati sulle violazioni delle reti. 

Questa scelta dovrebbe essere continuata anche da Schneck, che per otto anni ha lavorato in un gruppo dell’Fbi che aiutava le aziende e il governo a confrontarsi sui dati raccolti riguardo gli attacchi. “Abbiamo un importante collaborazione con il settore privato per la sicurezza delle reti informatiche”, ha detto il segretario del Dhs, Janet Napolitano. 

Michael DeCesare, il presidente di McAfee - acquistata nel 2010 da Intel per 7,8 miliardi di dollari - ha detto che il suo gruppo è “orgoglioso di avere un forte rapporto lavorativo con il governo americano”. Il gruppo informatico ha anche confermato la notizia del passaggio al Dhs della sua top manager. Il tema della sicurezza informatica è da tempo al centro del dibattito politico americano dopo che diverse violazioni dei pirati hanno colpito alcune gradi aziende americane, tra le quali figurano il Wall Street Journal, il New York Times, Twitter e Chrysler. 

(TMNews) 

Proshek contro Prosecco: ma la Ue brinda in italiano

Marino Smiderle - Mar, 20/08/2013 - 07:22

La Croazia entra nell'Unione europea e nasce il conflitto. Il Veneto  chiede che cambino nome. E Bruxelles potrebbe stare dalla nostra parte


L'Unione europea è quella cosa strana capace di fissare limiti minimi e massimi per la circonferenza delle palline di gelato e poi accettare senza fare un plissè che a Zagabria stappino una bottiglia di Proshek per festeggiare l'ingresso nel club del Vecchio Continente. Per carità, ognuno a casa propria è libero di bere quello che vuole, ma se un vecchio socio del nuovo club è già famoso per ospitare un consorzio che tutela i produttori di 350 milioni di bottiglie di Prosecco, qualche problema potrebbe saltar fuori.

Che Proshek e Prosecco siano due cose diverse, basta bere un bicchiere dei due vini per rendersene conto. Non c'è confronto, è ovvio, e non occorre specificare quale sia il migliore. Ma è proprio per questo che la Croazia, 28° paese a far parte dell'Unione europea (da luglio), ciurla nel manico delle bottiglie e utilizza un nome e un'etichetta che potrebbe indurre in errore i bevitori poco accorti dell'Europa distratta. Il ministro Tihomir Jakovina aveva messo le mani avanti: «Non mi sembra che ci saranno particolari problemi, si tratta di due vini diversi, dal nome simile, ma non identico».

Il Proshek, in effetti, è un vino dalmata dolciastro, da servire dopo il pasto, prodotto appassendo l'uva bianca prima della vinificazione. Niente a che vedere col Prosecco vero, quello italiano, quello del Consorzio di tutela Prosecco Doc, che mette insieme i produttori di nove province tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, per quasi 20 mila ettari di vigneto e oltre 10 mila aziende. Quanto basta per fare arrabbiare di brutto alcuni eurodeputati leghisti, da Giancarlo Scottà a Lorenzo Fontana a Mara Bizzotto, che hanno attivato una batteria di difesa nei confronti degli usurpatori croati.

La Bizzotto, per esempio, ha presentato un'interrogazione alla Commissione Ue in cui si chiedeva la rinuncia da parte della Croazia dell'utilizzo del nome Proshek. «Giocando sull'assonanza col nostro Prosecco - scriveva l'europarlamentare veneta - si rischia di ingannare i cittadini e di creare pesanti danni economici e d'immagine ai nostri produttori. L'Ue ha il dovere di tutelare adeguatamente i nostri produttori dalle imitazioni prodotte all'estero». La difesa dei produttori croati è scattata subito. «Il Proshek lo facciamo da sempre in Dalmazia - hanno replicato - e stiamo preparando la documentazione per combattere ogni tentativo di intrusione da parte di altri.

Quello è il suo nome tradizionale e nessuno ce lo toglierà». Già col Tocai i veneti finirono col perdere una battaglia memorabile, ma sul Prosecco non hanno intenzione di mollare. E proprio ieri Mara Bizzotto ha annunciato quello che ritiene un primo parziale accoglimento delle istanze italiane da parte dell'Ue. Il commissario europeo all'Agricoltura, Dacian Ciolos, ha risposto all'interrogazione ammettendo che «in questo contesto, l'utilizzo in commercio del termine Proshek può creare problemi giuridici nella misura in cui rientra nel campo d'applicazione dell'art 118 del Regolamento CE n° 1234/2007, poiché la denominazione croata potrebbe entrare in conflitto con la protezione della Dop italiana Prosecco». Risposta talmente complicata che non lascia affatto tranquilli i produttori nostrani.

Paga un orologio con i soldi del Monopoli: truffa così per 25mila euro una coppia di tedeschi

Il Giorno

I coniugi avevano preso accordi per vendere un cronografo di marca. L'acquirente l'ha indossato e poi si è dileguato, lasciando ai due un mucchio di banconote false

Milano, 18 agosto 2013


Hanno venduto un orologio da 25mila euro a un truffatore che li ha ripagati con le banconote del Monopoli. E' successo a Milano, in un ristorante in viale Renato Serra, a una coppia di tedeschi. I due coniugi (47 anni lui, 50 lei), sono arrivati in città per concludere una trattativa iniziata via mail. Avevano trovato un compratore per un loro orologio di marca, della casa Glashutte. Avevano fissato il luogo e l'ora dell'incontro: viale Serra, ore 14, nel ristorante. E pattuito il prezzo: 25mila euro.

L'uomo, non di origini italiane, si è presentato puntuale all'appuntamento. Appena la coppia ha estratto il cronografo, oggetto dello scambio, lo ha voluto provare, mettendolo al polso. Ma a quel punto è scattato il trucco. Ha estratto in un batter d'occhio una mazzetta di denaro e l'ha gettata sul tavolo. Sotto gli occhi stupiti della coppia, si è alzato di scatto ed è fuggito all'esterno del locale, dove ad attenderlo c'era un complice con un'auto pronta a dileguarsi. I due tedeschi a quel punto hanno controllato le banconote: su tutte c'era la sceitta "fac simile".

Alaska, nella base dove si spiano gli esperimenti folli di Pyongyang

La Stampa

A Fort Greely, fra i super missili pronti a intercettare un eventuale attacco nordcoreano

francesco semprini
FORT GREELY (Alaska)


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I caccia F-16 in decollo dall’aeroporto di Eielson sembrano indicare dall’alto la rotta che i convogli militari percorrono senza sosta sulla Richardson Highway. Siamo nell’Alaska centrale, 63 gradi di latitudine Nord, il regno dei ghiacci dove in questa fase dell’anno il sole non conosce tramonto. 
A un paio d’ore di auto a Est di Fairbanks, ultimo centro urbano prima del Circolo Polare Artico, si estende su oltre 320 ettari di terreno Fort Greely, il compound militare più a Nord degli Stati Uniti, cui è affidata la difesa del Paese contro il rischio di aggressioni provenienti dal Pacifico settentrionale. Una base la cui importanza è divenuta ancor più vitale da quando la Corea del Nord ha riportato la retorica bellica al centro delle sua politica estera, sotto la regia del presidente Kim Jong-un. 

La fortezza, situata a seimila chilometri da Pyongyang, è una specie di cabina di regia pronta a intervenire ogni volta che il giovane leader si avventura in prove di forza e minacce nei confronti della comunità internazionale. L’obiettivo da neutralizzare, in gergo, si chiama «Intercontinental ballistic missile» (Icbm), ovvero missili con un raggio di azione di oltre 5.500 chilometri, potenzialmente armati con testate nucleari. Nei silos sotterranei di Fort Greely, ci sono circa 25 «intercettori», considerati «sicari dell’aria», in grado di arrivare a 160 chilometri di altezza a una velocità di 30 mila chilometri orari, e la cui gestione è affidata al «49th Space & Missile Defense Battalion» della Guardia nazionale dell’Alaska. Si tratta di uno dei due complessi puramente missilistici degli Usa, l’altro è quello californiano. Insieme fungono da guardiani del Pacifico. 

Fort Greely è però il primo in termini di armamenti, e ancor più da quando l’amministrazione Obama ha ordinato l’invio qui in Alaska di altri 14 missili in risposta all’escalation di tensioni da parte di Pyongyang. «La pace è interesse di tutti e noi lavoriamo per quello», ci spiega uno dei militari di stanza nella base. Ci dice solo il nome, Willy, e il suo paese, Valdez. Per il resto preferisce mantenere il riserbo, com’è richiesto a tutto il personale di Fort Greely, anche se qualcosa la concede mentre condividiamo un «halibut» rigorosamente «deep fried» al «Buffalo drive-in», una sorta di fast-food polare. «Non c’è nessuna tensione particolare - dice -. Si tratta di gestire un rischio, quello per cui siamo addestrati, per il resto si lavora come sempre, prestando maggiore attenzione in alcuni casi».
Sono tanti i militari che attraversano Delta Junction, il paesino adiacente alla base.

Tra loro e i cittadini c’è un rapporto di grande stima, come sovente accade quando un complesso militare sorge in un posto di frontiera come questo nel cuore dell’Alaska. Tra lo Stato, entrato nell’Unione nel 1959, e l’esercito, specie quello della riserva, esiste un legame solido e profondo. Basta sintonizzarsi sulle stazioni radiofoniche locali per sentire come le pubblicità di banche e assicurazioni dedichino un tributo particolare ai «nostri eroi», oltre a offerte mirate ai militari su mutui e polizze. Inoltre, in questo «Stato di frontiera» i pensionati provengono quasi tutti dalle fila delle Forze armate. Un legame a doppio filo, dunque, che intreccia la nascita di Fort Greely e di Delta.

Il Forte, ufficialmente «Big Delta Army Air Field», viene costruito nel 1943 in coincidenza con il completamento della Alaska Highway, realizzata per congiungere quello che diventerà il 50° Stato americano con British Columbia, all’altezza, appunto, di «Delta Junction». Si gettano le fondamenta per la nascita di una comunità locale, mentre la vita della nuova base americana si concentra nel fornire assistenza, con ponti aerei, all’Unione Sovietica contro Germania e Giappone. Con l’inizio della Guerra Fredda viene trasformata in «Artic training center», centro di addestramento per le aree estreme, in vista di un possibile confronto bellico in contesti tipo Siberia. Con la fine della Cortina di Ferro, Fort Greely è sottoposto a una riorganizzazione, che nel 2004 coincide con l’avvio del più grande programma missilistico del dopoguerra per gli Usa.

Un ruolo che risulterà strategico con l’acuirsi delle minacce di Kim Jong-il e i test nucleari e balistici ordinati dal regime nordcoreano. La rinascita militare coincide con quella di Delta Junction, anche perché il popolo del Forte - 1.500 persone - per buona parte è costituito da contractor civili. La vita nella base si svolge secondo i protocolli militari, ma in un clima di grande interazione umana, complice, il clima artico e la consapevolezza di avere una ruolo da prima linea. 

«Il bene dei militari è il nostro bene - ci dice Jennie Gallagher del Visitor Center di Delta -. Condividiamo diverse attività con loro, spesso siamo ospiti della base per festività o ricorrenze». Ad esempio, il 27 luglio per il 60° anniversario dell’armistizio tra le Coree? «Non saprei... effettivamente in quei giorni c’è stato un bel concerto al Forte, forse era per quello, anche se più che di armistizio, con loro vicini ci sentiamo sicuri di vivere in pace».

Licenziamento illegittimo, reintegra inattuata: risarcire lo stress e il difficile reinserimento nel mondo del lavoro per il professionista di mezza età

La Stampa


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Confermata la condanna nei confronti di una società, che prima ha allontanato illegittimamente un chirurgo e poi non ha ottemperato, per ben 6 anni, all’ordine di reintegrazione. Riconosciuto a favore dell’uomo non solo il risarcimento del danno patrimoniale ma anche di quello non patrimoniale.

Il caso
Licenziato a 58 anni, illegittimamente per giunta. E tenuto per ben 72 mesi in ‘congelatore’ dall’azienda, capace di non provvedere, nonostante tutto, all’ordine di reintegrazione. Evidente il danno patrimoniale, ancora più evidente il danno ‘personale’, legato alla inattività forzata, allo stress, alle enormi difficoltà incontrate nel provare a reinserirsi nel mondo del lavoro (Cassazione, sentenza 9073/13). A rendere complesso e interessante l’orizzonte della vicenda – riguardante un chirurgo – è la pronunzia emessa dai giudici di secondo grado, che, modificando la decisione emessa in Tribunale, provvedono a condannare «la società che non aveva reintegrato» il professionista «nel posto di lavoro, nonostante le sentenza a lui favorevoli in tutti i gradi del giudizio». 

Conseguenze? Riconoscimento del danno patrimoniale, con risarcimento pari a 35mila euro, e riconoscimento del danno non patrimoniale, pari a oltre 50mila euro. Su quest’ultimo fronte, in particolare, viene chiarito, dai giudici, che «il danno non patrimoniale emergeva da plurimi fattori», ossia «licenziamento a soli 58 anni; impossibilità di effettuare interventi presso la società dalla quale era stato licenziato; difficoltà di trovare altre occupazioni; stato di involontaria inattività; situazione di stress e disagio personale». Tale ottica viene condivisa anche dai giudici di Cassazione, i quali respingono, in maniera totale, le contestazioni mosse dalla società, ribadendo che il doppio risarcimento è legittimo.

Per essere più chiari, non ci si può limitare a far di calcolo, ossia a conteggiare le retribuzioni che l’uomo avrebbe ricevuto se fosse stato reintegrato dalla società, bensì è necessario «evitare che un comportamento illegittimo – come un licenziamento non assistito né da giusta causa né da giustificato motivo – possa generare una situazione di ulteriore mortificazione e compromissione della dignità della persona del lavoratore, che viene privato della possibilità di reinserirsi prontamente nel mondo del lavorativo e di dare il proprio contributo produttivo al benessere collettivo, con l’evidente rischio anche di un logoramento della professionalità acquisita».

E tale visione si attaglia perfettamente alla vicenda vissuta, in questo caso, dall’uomo, «licenziato in una fascia d’età nella quale è notoriamente difficile reimpostare la propria carriera». Senza dimenticare, poi, che «la notizia del licenziamento certamente aveva fatto il giro degli ambienti medici ed ospedalieri» e che «il recesso lo aveva pregiudicato, impedendogli di proseguire in modo lineare nel processo di aggiornamento e nell’attività chirurgica» e che, infine, «lo stato di forzata inattività aveva procurato un’indubbia situazione di stress e di perdita di fiducia, come attestato dalla documentazione medica e dalle relazioni dei medici curanti».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Mia scongiurò una fuga di gas. A lei "il premio fedeltà del cane"

Libero

Abbaiò ininterrottamente la piccola Mia, golden retriever di un anno e mezzo. Abbaiò fino a quando riuscì a svegliare il suo padrone che, sentendo l'odore di fumo, chiamò i vigili del fuoco scongiurando l'esplosione in una palazzina di Livorno, ormai satura di gas. Per questo al quattrozampe è andato il "Premio internazionale fedeltà del cane", celebrato a San Rocco di Camogli.



Mano pesante degli Stati Uniti: chiesti 60 anni di carcere per il soldato-talpa di Wikileaks

Il Mattino


Cattura
NEW YORK - «Merita di trascorrere la maggior parte della sua vita in carcere». È con questa motivazione che gli Stati Uniti chiedono la condanna ad almeno 60 anni di reclusione per Bradley Manning, il soldato americano reo confesso di essere la 'talpa' di Wikileaks. Il procuratore militare, Loe Morrow, rincara la dose: probabilmente non c'è stato alcun militare nella storia che ha mostrato un «disprezzo» così «estremo» per gli interessi americani. Il giudice Denise Lind ascolta l'accusa, limitandosi a dire che inizierà a deliberare sulla condanna da infliggere a Manning da domani mattina alle 9. Secondo gli esperti la condanna definitiva potrebbe arrivare martedì o mercoledì.

Il soldato-talpa è stato riconosciuto colpevole di 20 capi di accusa, di cui sette nell'ambito dell'Espionage Act, ma ha scampato l'accusa più grave, quella di aver aiutato il nemico. Manning rischia fino a 90 anni di carcere anche se secondo gli esperti non gli sarà inflitta la pena più pesante. I crimini che ha commesso «gli garantiscono almeno 60 anni» mette in evidenza Morrow, precisando che le azioni di Manning hanno messo a grave rischio di Stati Uniti, creato problemi alle missioni diplomatiche e messo a rischio la vita di civili e soldati.

Per il soldato viene anche chiesta una multa di 100.000 dollari, in quella che dovrebbe essere una sentenza esemplare che invii un messaggio chiaro agli altri soldati che stiano pensando di commettere simili azioni. Manning, 25enne nato in Oklahoma, ha scaricato e passato a Wikileaks 700.000 documenti quando lavorava come analista di intelligence in Iraq nel 2010. Il soldato, in tribunale, ha chiesto scusa per aver danneggiato il suo paese e, al giudice, ha chiesto di concedergli la possibilità di andare al college e di tornare a essere un buon cittadino. Durante il processo la sua famiglia e il suo psicologo hanno testimoniato in suo favore, mettendo in evidenza che Manning era sotto una forte pressione a causa di una forma di depressione causata dall'essere un gay nell'esercito durante l'era 'don't ask don't tell'.

 
lunedì 19 agosto 2013 - 21:11   Ultimo aggiornamento: 21:52