mercoledì 21 agosto 2013

Compra molare di John Lennon per estrarre il dna e clonarlo

Corriere della sera

L'idea di un dentista canadese. L'ex Beatles come «Jurassic Park»

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Quando, due anni fa, comprò per oltre 22mila euro un molare ingiallito e cariato di John Lennon forse più di qualcuno si sarà chiesto il motivo dell'acquisto. Certo, Michael Zuk è un dentista canadese e il cimelio, per lui, poteva avere un valore simbolico. Invece il suo progetto è ben più ambizioso: il dente dovrebbe servirgli, come ha dichiarato, per estrarre il dna dell'ex Beatles e permettergli di clonarlo. Ecco perché, nel novembre 2011, il dentista fece di tutto per accaparrarsi il dente, arrivando a sborsare 19.500 dollari (il doppio della stima di partenza.

REGALO PER UNA FAN - John Lennon come i dinosauri di «Jurassic Park»? Il procedimento che vorrebbe usare Zuk ricorda infatti la trama del celebre film di Steven Spielberg. E pensare che Lennon si separò dal suo molare solo per accontentare una fan sfegatata: negli anni Sessanta, infatti, il cantante regalò il dente alla sua cameriere nella casa del Surrey, la signora Dorohy Jarlett, per far contenta la figlia di lei. La Jarlett, ora 90enne, ha venduto il dente a Zuk due anni fa.

21 agosto 2013 | 20:11

Undicesimo: non ti separare mai dal tuo cellulare

La Stampa

L'obbligo non scritto di doversi giustificare per  lasciare il telefono a casa.
gianluca nicoletti


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Costantin, ingegnere romeno, è stato preso per un sequestratore di ragazzini perché aveva lasciato il cellulare a casa. E’ chiaro che avrebbe dovuto assicurarsi che i genitori fossero informati della gita, ma, senza entrare nello specifico dell’ episodio di cronaca romana, è interessante riflettere sul senso di stupore collettivo che ha suscitato il suo astensionismo volontario dalla propria appendice telefonica.  

E’ considerato oramai abnorme non portarsi addosso il telefono per un’ intera giornata, al punto che Costantin ha dovuto addurre una giustificazione religiosa a questo suo atto. La domenica è il giorno del Signore e lui, definito religiosissimo, per rispetto non si porta il cellulare dietro quando va in chiesa. 

Chiaramente noi, da incalliti peccatori, siamo tuttora convinti che basti spegnerlo prima di entrare e riaccenderlo una volta usciti a messa finita. Ammesso che le cose stiano realmente così, nel (presunto) fioretto della sospensione telefonica invece s’intravede un senso profondo di quello che oggi rappresenta per la media umanità essere connessi. E’ un bisogno primario come il nutrirsi, il dissetarsi, il riposarsi, il compiacere i propri sensi. Tutte funzioni biologiche che ogni seria ascesi ha sempre considerato limiti da abbattere con il digiuno, la veglia, la castità.  

Una conferma ancora più consistente alla necessità vitale della connessione telefonica, è che Costantin ha rischiato una presunzione di colpevolezza proprio per aver lasciato il telefono a casa. Ci riflette Antonio Pascale oggi sul Corriere della Sera, dove arriva alla conclusione che sia effettivamente considerata una colpa dimenticarsi il cellulare.

Considerato che le cose stiano veramente così, perché non immaginare allora il reato di mancata reperibilità per ogni comune cittadino? E’ chiaramente un paradosso, ma nemmeno tanto se realmente ognuno di noi potrebbe dovere spiegare, un giorno qualsiasi, perché avesse il cellulare spento in quella particolare occasione, magari per discolparsi di un delitto per cui è sospettato. Dovremo in quel caso inventarci scuse come quando eravamo beccati a scuola senza aver fatto i compiti a casa. 

Qualcuno potrebbe accusare un’indisposizione auricolare, altri un’allergia alle onde elettromagnetiche, altri ancora una rara forma di psicosi relazionale intermittente. I più però sicuramente direbbero che la loro religione gli impone una forma di digiuno periodico dalla lussuria della connessione alla propria rubrica telefonica.

Avrebbe forse senso se il diritto alla connessione fosse recepito come un dovere, in quel caso dovremmo avere tutti in dotazione un telefono incorporato dalla nascita, come necessaria protesi relazionale. Non dovremmo naturalmente più pagare nessun operatore telefonico, ma la connettività dovrebbe far parte delle nostre necessità basilari per una vita dignitosa. 

Potrebbe per qualcuno sembrare un incubo, altri però non vedrebbero l’ ora che il Grande Fratello lo possa passare la mutua come fosse un vaccino. Comunque vada, finalmente ci sarà una plausibile giustificazione all’ intercettazione totale e a tempo pieno, ci faremmo almeno una ragione che le nostre vite digitalizzate non saranno mai più un fatto esclusivamente privato.

Bradley Manning, condanna a 35 anni

Corriere della sera

L'accusa aveva chiesto 60 anni di reclusione

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Bradley Manning, la «talpa» nell'esercito Usa, è stato condannato a 35 anni dalla corte marziale per aver passato documenti militari e diplomatici a Wikileaks. Rischiava fino a 90 anni, ma l'accusa aveva chiesto una condanna a 60 anni di reclusione, il congedo con disonore e il pagamento di una multa da 100mila dollari. Manning sarà anche congedato con disonore dall'esercito.

LA CONDANNA - Il militare americano di 25 anni reo confesso di essere la «talpa» di Wikileaks, ha provocato la più grande fuga di notizie top secret della storia americana. Il giudice della corte marziale, il colonnello Denise Lind, lo aveva riconosciuto colpevole lo scorso mese di 20 capi di imputazione, tra cui spionaggio e furto, ma non dell'accusa più grave di «connivenza con il nemico», per cui avrebbe rischiato l'ergastolo. Il difensore di Manning, David Coombs, non aveva invece formulato alcuna richiesta specifica, indicando tuttavia di ritenere che la condanna non avrebbe dovuto superare in ogni caso i 25 anni, lo stesso termine in cui sarebbe scaduta la segretezza di alcuni dei documenti divulgati dal suo assistito. Alla condanna di 35 anni dovranno essere tolti i circa 3 anni, esattamente 1293 giorni, che ha già scontato. E solo dopo circa 10 anni di carcere, cioè un terzo della pena, Manning potrà godere di sconti di pena.

L'AMMISSIONE - Manning, durante l'udienza preliminare a inizio 2013, ha ammesso di aver consegnato i documenti alla piattaforma gestita da Julian Assange nel tentativo di mostrare quelli che secondo lui erano abusi dei militari in Iraq ed in Afghanistan. Voleva così, ha spiegato, suscitare un dibattito sulla politica estera e militare degli Stati Uniti. Ha dichiarato inoltre di aver agito di sua spontanea volontà, «non su pressioni di Wikileaks» quando ha passato al sito-anti segreti centinaia di migliaia di documenti top secret del Dipartimento di Stato e del Pentagono.

Il soldato ha rivelato di aver provato a contattare anche le testate statunitensi Washington Post e a New York Times senza ricevere risposta. «Non pensavo che avrei danneggiato gli interessi americani, solo messo in imbarazzo il governo rivelando i retroscena dei suoi contatti internazionali», ha spiegato. Qualche giorno fa, però, Manning si è scusato: «Chiedo scusa per le conseguenze inaspettate delle mie azioni: mi dispiace aver danneggiato delle persone e l'America. Negli ultimi tre anni ho capito molte cose».

IL CASO WIKILEAKS - Il caso Wikileaks è scoppiato a fine novembre 2010, quando il sito fondato da Assange pubblicò, dopo averli anticipati sulla stampa internazionale, 250mila file risalenti ai tre anni precedenti e riguardanti le conversazioni tra Washington e circa 270 ambasciate e consolati di tutto il mondo. I documenti erano stati trafugati da Manning, all'epoca soldato 22enne, che li aveva poi passati via chiavetta a Wikileaks. Per raccoglierli, la «talpa» ci aveva messo 8 mesi: l'operazione era riuscita grazie ad un cd con in copertina Lady Gaga, dove Manning salvava, al posto della musica, i file compressi con i dispacci.

21 agosto 2013 | 16:56

California, ecco la Nugtella: alla marijuana La crema spalmabile si acquista con la ricetta

Corriere della sera

Non ha niente a che fare con l'originale italiano, ma marchio e grafica sono molto simili. Prodotto a scopo terapeutico

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Non ha nulla a che fare con l'azienda italiana che da quasi 50 anni commercializza la crema alle nocciole più famosa al mondo, ma grazie alla somiglianza con il celebre prodotto della Ferrero (la grafica del marchio e i barattoli sono praticamente uguali) sta riscontrando un buon successo in California. Da qualche settimana è vendita nello stato americano «Nugtella», la prima crema alle nocciole con l'aggiunta di marijuana.

SCOPO TERAPEUTICO - Prodotta dalla società americana Organicares di San José, la «Nugtella» (Nug è il termine usato negli Usa per contraddistinguere la marijuana di alta qualità) può essere acquistata solo dai pazienti che hanno una ricetta per assumere marijuana a scopi terapeutici. Dal 1996 infatti nello stato americano i cittadini affetti da malattie croniche come Aids, cancro ed emicrania, per lenire i propri dolori possono coltivare e consumare erba. Sul barattolo della Nugtella si legge che il prodotto è «una crema alle nocciole con aggiunta di marijuana a scopi medici».

COMMENTI - Per adesso la multinazionale di Alba non ha rilasciato dichiarazioni sulla falsa Nutella alla marijuana, ma gli internauti già si sono scatenati sul web nel commentare l'iniziativa: «È una pessima idea - commenta ironico un utente su Reddit -. La prima cosa che farò quando riscontrerò gli effetti di Nugtella sarà quella di leccare ulteriormente le mie dita e il cucchiaio». Dello stesso avviso un altro internauta che taglia corto: «Non ne abbiamo bisogno. Basta la Nutella a renderci dipendenti».

21 agosto 2013 | 13:27

Apple, comincia il conto alla rovescia per l'arrivo degli iPhone 5S e 5C

Corriere della sera

Modello low cost, scocca giallo oro e sempre più gigabyte. Cosa aspettarsi dalla presentazione di settembre a Cupertino

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Mancano una manciata di giorni all'arrivo di due nuovi iPhone i rumors si fanno sempre più assordanti. Nel mare di chiacchiere però arriva una nuova conferma: saranno lanciati in settembre. Secondo il Wall Street Journal, Apple avrebbe chiesto al suo fornitore Hon Hai di iniziare la spedizione di due nuovi telefoni proprio in quel periodo, la presentazione quindi potrebbe cadere intorno al 10 e l'uscita sul mercato al massimo una settimana più tardi.

PRODUZIONE IN PARTENZA - Si tratterebbe ovviamente del 5S, il modello di fascia alta destinato a soppiantare il 5, e del 5C , il soprannome adottato dalla stampa per designare il modello low cost in plastica. La prima produzione sarà di pochi esemplari, visti anche i problemi tecnici che la Mela sta affrontando per inserire il lettore di impronte digitali sul tasto Home del 5S, ma poi dovrebbe entrare a pieno regime a ridosso di Natale. Secondo l'analista Ming-Chi Kuo di KGI Securities entro settembre i fornitori della Mela saranno pronti a spedire 5,2 milioni di 5S e 8,5 milioni di 5C, cifre che, entro dicembre, saliranno del 438 per il modello di fascia alta e del 122% per il low cost.

AUTUNNO CALDO - Dopotutto l'autunno è il periodo più caldo dell'anno per le presentazioni di nuovi modelli visto che la vicinanza alle feste permette alle aziende di creare l' «appetito» per quei prodotti che poi saranno acquistati a fine anno. Fin dal 2011 Cupertino è solita svelare le proprie punte di diamante proprio tra settembre e ottobre: il 4S è stato presentato il 4 ottobre di quell'anno, l'iPhone 5 il 12 settembre del 2012 mentre l'iPad di quarta generazione e il Mini il 23 ottobre di un anno fa. Oltre al dato statistico una nuova conferma dell'uscita settembrina arriva anche dai concorrenti, prima tra tutti Samsung, che potrebbe bruciare sul tempo gli americani proponendo il nuovo phablet Galaxy Note e lo smartwatch Galaxy Gear il 4 di settembre.

FINO A 128 GIGABYTE – Dal punto di vista tecnico tutte le attenzioni sono per il 5S che potrebbe arrivare in una versione da 128 GB, più del doppio dell'attuale iPhone 5, un'anteprima assoluta per la casa della Mela che dovrebbe arrivare nei negozi in maggio. A bordo compariranno anche il nuovo chip A7 dual core da 1.5GHz, 1GB di RAM, chip grafico quad-core, la fotocamera da 8 o 12 megapixel con doppio flash led e, come anticipato, il lettore di impronte digitali. Quest'ultimo in particolare trova conferma nelle immagine pubblicate dal sito francese Nowhereelese.fr nelle quali si intravede una nuova fessura accanto al tasto Home in cui potrebbe essere collocato il sensore.

 iPhone 5S, svolta oro per Apple? iPhone 5S, svolta oro per Apple? iPhone 5S, svolta oro per Apple? iPhone 5S, svolta oro per Apple? iPhone 5S, svolta oro per Apple?

TELEFONI E CHAMPAGNE – Oltreoceano si fa sempre più insistente anche una seconda notizia: il 5S arriverà anche in un originale giallo dorato. Fino a poco tempo fa sembrava solo una bizzarria, impossibile credere in una svolta simile da parte di un'azienda che ha fatto del minimalismo la sua bandiera, eppure sembra proprio che dovremo ricrederci. La parte frontale del nuovo modello sarà bianca, mentre la scocca si tingerà di un colore dorato tenue, simile allo champagne, lasciando in bianco solo due fasce posteriori, una in alto e una in basso.

CONQUISTARE I NUOVI RICCHI - La prima spiegazione a questa svolta sarebbe di tipo tecnologico: il color oro è uno dei più facili da anodizzare, comportando quindi bassi costi. La seconda, più interessante, affonda nell'essenza stessa del telefono. Nelle intenzioni di Apple infatti il 5S sarà l'arma d'espansione di massa verso i mercati emergenti, prima tra tutti la Cina, dove il colore simbolo dell'opulenza più sfrenata potrebbe attrarre i nuovi ricchi. Il Paese asiatico infatti nei prossimi dieci anni vedrà crescere il mercato del lusso del 40% e la parte del leone spetterà proprio dalla gioielleria, che solo nell'aprile scorso è salita del 72%. Una nuova corsa all'oro che Apple potrebbe cavalcare per riconquistare ampie porzioni di mercato e acquisirne di nuove. L'espansione della Mela negli ultimi tempi si è fatta molto più lenta passando dal 50% di crescita degli scorsi anni a un fievole 7% registrato in marzo, poi salito di 20 punti percentuali nel giugno scorso. La Cina, con India, Brasile e Russia, però potrebbero costituire la svolta. Android infatti è sempre in agguato.

20 agosto 2013 | 17:52

La lobby dei denti da sbiancare

Corriere della sera

di Maria Serena Natale


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Sbianca che ti passa. La rivoluzione è stata strisciante e silenziosa, fino al giorno in cui ci siamo guardati allo specchio e abbiamo capito che ci mancava il sorriso. Non più solo una moda da divi americani, avere denti bianchissimi è un nuovo imperativo estetico di massa. La richiesta globale è così in crescita che il colosso Usa Procter & Gamble ha avviato un’azione di lobbying affinché l’Unione Europea ammorbidisca le restrizioni sulla vendita di prodotti sbiancanti contenenti tra lo 0,1 e il 6% di perossido di idrogeno (dal 2012 non possono essere venduti direttamente ai consumatori).

Cosa c’è dietro questa fascinazione collettiva per il superbianco?

La bocca è una parte del corpo densa di significati e funzioni primarie, dal mangiare al baciare. La psicanalisi freudiana collega i denti alla pulsione di possesso e dominio, la loro malattia e caduta in sogno rimanda a un impoverimento di potenza vitale. Nel romanzo d’esordio di Zadie Smith erano i denti bianchi a definire il senso d’identità dei protagonisti, segno fisico di una storia familiare dalle lunghe radici. I denti sono qualcosa di massimamente intimo e insieme massimamente esposto, ma solo allo sguardo degli altri. Cambiano i canoni di bellezza, non il messaggio che vogliamo trasmettere: forza.

L’ossessiva corsa al sorriso Durban’s degli anni Duemila rivela un’incapacità di reggere il peso della debolezza e della malattia, bandite da un contesto culturale che considera valore in sé la gioventù, il vigore, la rispondenza dell’immagine a criteri sempre più precisi e omologati; che non risparmia ansie ma esalta e impone il sorriso. Dimenticando che forse aveva ragione William Blake, sorridere si può una volta sola.

E voi che rapporto avete con il vostro sorriso?

Napoli, il cilindro che buca tutte le porte blindate La polizia mette le mani sul top degli arnesi da scasso

Il Mattino

di Mary Liguori

Solo due artigiani sono autorizzati a produrlo in tutta la provincia. Una gang l'ha abbandonarlo durante un furto. Costo dell'atrezzatura, ventimila euro per avere il top



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Ercolano. Come una "camicia" ingloba perfettamente il cilindro europeo delle porte blindate, lo arpiona nell'estremità e grazie a un lieve strattone lo sfila dalla base o lo spezza nel centro. Fatto questo con l'utilizzo di una sorta di grosso cacciavite con la punta a forma di naso, il ladro gira la serratura e la porta si apre.

La sofisticatissima attrezzatura è stata ritrovata la notte scorsa dalla polizia ad Ercolano dove una pattuglia di ronda ha sorpreso in azione una banda di ladri che stava svaligiando un appartamento in corso Italia. Quando gli agenti hanno fatto irruzione i banditi si sono dati alla fuga, lasciando sul posto la sofisticatissima attrezzatura meccanica che scardina qualsiasi porta blindata. Il valore degli strumenti ritrovati supera i ventimila euro: l'aggeggio è infatti in una particolare lega di acciaio e carbonio ed è opera di abilissimi artigiani; tra Napoli e provincia non sarebbero più di un paio i fabbri attrezzati a produrlo.

 
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La polizia recupera refurtiva e sequestra Apriti Sesamo




martedì 20 agosto 2013 - 12:59   Ultimo aggiornamento: mercoledì 21 agosto 2013 09:28

Il colera, due mesi di paura e quarant'anni di fango su Napoli

Il Mattino

di Titti Marrone

Agosto '73: Napoli tra decessi e psicosi. I ricoverati furono 911 ma i casi accertati 127. I morti tra 12 e 24


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La grande paura del colera, nascosta da secoli nel ventre di Napoli, cominciò ad abbattersi sulla città alla fine dell’agosto 1973.

Prese la strada di una storia già vista e destinata a ripetersi ancora. Mischiò morte e speranza, degrado e efficienza, pregiudizi e superstizioni. Avallò tutti i possibili stereotipi sulla “città irredimibile”, a volte più dannosi del vibrione. Si concluse all’insegna dell’incertezza, sia sul numero dei morti che sulle vere cause. Era stata una giornata calda, la gente dei quartieri poveri aveva fatto, come sempre, il bagno nelle acque giallastre e puzzolenti del litorale.

Tuffi e nuotate da poveri con pochi altri svaghi a parte il mare. Sporco ma gratuito. Però al Cotugno, l’ospedale per le malattie infettive il cui solo nome evocava inquietudine, stava accadendo qualcosa. Giorno dopo giorno arrivavano sempre più malati con sintomi allarmanti, con i ventri marci. Gastroenterite, dicevano i medici. Ma già covavano la grande paura. Finché, a Torre del Greco, due donne morirono dopo giorni di diarrea intensa, vomito, disidratazione. Poi la comunicazione dalla Prefettura: è colera.

Fu così che la paura s’incarnò in una parola da flagello biblico, prima sussurrata, poi gridata dal Cavone al Pallonetto, dal Vomero ai Vergini: “il colera, ’o culera”. Il termine dal suono cupo riesumò l’orrore ancestrale delle epidemie raffigurate da Luca Giordano o da Micco Spadaro con le piazze invase da cadaveri lividi e da avidi monatti.

Minacciosa come una campana a morto, fece tornare l’incubo del morbo antico - 13mila vittime nel 1837, tra cui forse Leopardi e di sicuro il pittore Pitloo, oltre 7mila nel 1884 - di nuovo accasato nei vicoli da budello, nelle acque putride del mare in cui si sversavano i liquami delle “latrine” e dei “cessi” che a fine ‘800 Matilde Serao, nel “Ventre di Napoli”, volle chiamare con il loro nome, senza virgolette o abbellimenti folklorici. L’incubo durò due mesi, tra i più duri nella storia di Napoli.

martedì 20 agosto 2013 - 09:04   Ultimo aggiornamento: mercoledì 21 agosto 2013 08:31

La parola «paziente» cancellata dai medici È «persona assistita»

Corriere della sera

«Così sottolineiamo i suoi diritti» L'ematologo Mandelli: si può avere bisogno di un dottore ma non della sua assistenza

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ROMA - Ne hanno discusso per mesi. E alla fine l'indicazione è stata unanime. Il paziente non esiste più. Si chiamerà «persona assistita», nuovo termine introdotto nella bozza del codice deontologico che regola la professione dei seguaci di Ippocrate. La Fnomceo, la federazione nazionale degli ordini dei medici, tornerà ad esaminarla a settembre per poi approvarla entro l'autunno.

Il testo è stato aggiornato in alcune parti e sottoposto a un restyling semantico rispetto alla versione del 2006. Previste piccole modifiche. Sul termine che identifica nei 79 articoli colui che ha contatti per qualsiasi ragione con un dottore sono però tutti d'accordo. Non malato, né ammalato, né soggetto o individuo o cittadino, parole che sopravvivono solo in capoversi dal contesto tecnico.

Meglio persona assistita perché, spiega Amedeo Bianco, presidente di Fnomceo e senatore Pd «trasmette il significato immediato di chi ha diritto a ricevere cure e assistenza senza passività. Anzi deve essere più che mai al centro del sistema. È un cambiamento importante. C'è stato un ampio dibattito, non va considerato un esercizio accademico». Bisognerà vedere se e quanto la nuova definizione verrà utilizzata nella pratica quotidiana sia nel linguaggio tra colleghi in camice bianco sia, per iscritto, nelle cartelle cliniche o nella documentazione sanitaria.

È probabile che la vecchia parola manterrà il netto predominio perché è entrata ormai a far parte della professione.In ogni caso però è stato compiuto un tentativo di ulteriore emancipazione. Un tempo il malato veniva identificato col numero del letto. Questa modifica è servita comunque come spunto di riflessione.Storce la bocca l'ematologo Franco Mandelli, laurea nel '55, una vita in corsia a combattere le leucemie:

«Preferisco dire paziente perché si addice a un malato che deve avere pazienza nell'accettare le cure e aspettare di guarire. Il concetto legato ad assistito non mi piace perché si può avere bisogno di un medico ma non della sua assistenza. Penso ad esempio a chi ha un valore sballato di globuli bianchi e non ha necessità di restare in ospedale. Continuerò a esprimermi come sempre ho fatto». In realtà la parola che il codice abolisce ha una radice che ne cambia il significato rispetto a quello comunemente attribuito.

Viene da patiens , participio presente del verbo latino patio , che vuol dire soffrire o sopportare. Dunque si accompagna non al concetto dell'attesa ma del patimento. Ha partecipato attivamente alla revisione del codice Giuseppe Lavra, segretario generale della Cimo, la confederazione dei medici ospedalieri: «Trovo felice la nuova definizione in quanto richiama alla nostra funzione e al rapporto con il malato. Paziente non mi è mai piaciuto però ha scontato i pregiudizi generati da un equivoco.

Ricordo la celebrazione del centenario della Fnomceo da parte del ministro della Giustizia con il governo Prodi, Giovanni Maria Flick. Criticò il termine facendo riferimento al pazientare». Roberto Lala, presidente dell'Ordine dei medici di Roma e provincia, il più grande d'Europa per numero di iscritti, è favorevole al cambiamento: «Ogni passaggio che agevola il processo verso la centralità del cittadino che ha bisogno di cure è benvenuto. A volte in ospedale si sentono espressioni che fanno rabbrividire. La peggiore è utente. Ne approfitto per lanciare una proposta a chi fa le leggi. Perché non ritornare all'antico termine di primario? Oggi sul camice veniamo identificati come dirigenti medici e il paziente, pardon, la persona assistita, fa confusione».

21 agosto 2013 | 10:18

Ghisa, bocciate le divise di gala «Abbiamo bisogno di capi tecnici»

Corriere della sera

I sindacati: iniziativa pessima, contraddittoria e costosa, ci serve un abbigliamento che protegga i nostri agenti


Quella più elegante, con papillon e giacca doppiopetto bianca, su Facebook è già stata soprannominata «Love Boat», in onore della divisa da crociera del capitano Merrill Stubing, protagonista della serie televisiva americana anni Settanta. Oppure paragonata - con tutto il rispetto per i camerieri - a quella di un maître d'hôtel ormai passato di moda. Ma tant'è, perché presto, nonostante la sonora bocciatura di sindacati e degli stessi agenti della polizia locale, dovremo abituarci a vedere vestiti così con farfallino e giacca da «ammiraglio» i ghisa nelle occasioni di gala.

Lo ha deciso la commissione regionale che sta scrivendo il regolamento unico per le polizie locali lombarde che sarà votato, probabilmente entro settembre, dal Consiglio regionale. Un'iniziativa «pessima, contraddittoria e costosa» per i vertici di Cisl e Uil funzione pubblica che hanno lanciato una raccolta firme in Rete (www.anpol.it) per chiedere una modifica in extremis al regolamento. Perché in gioco non ci sono solo le nuove divise (che poi nuove non sono visto che ricalcano quelle già in uso) ma anche il sistema di «gradi» per gli agenti e l'uso delle tessere di riconoscimento con chip non possono essere lette da nessun lettore.

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Ma andiamo con ordine. Le nuove norme prevedono, come detto, divise identiche per tutti i comandi lombardi di polizia locale. Obbligo che può essere facilmente aggirato visto che la sanzione è praticamente nulla (il blocco dei trasferimenti regionali per la polizia locale che però sono già fermi). La Regione, attraverso l'assessore regionale Simona Bordonali, ha deciso che le divise degli agenti di polizia locale saranno piuttosto classiche e a dire il vero un po' vintage con giacca e cravatta obbligatorie anche per i motociclisti, borsello in pelle e tacchi per le donne (a sinistra, la divisa per le manifestazioni: nera con doppiopetto e bottoni dorati).

In più ci saranno le divise di gala, già previste dall'attuale regolamento, ma di fatto mai utilizzate (a destra, l'uniforme per le serate di gala). «Avremmo voluto concrete tutele per la categoria che è sempre più esposta ai pericoli, ma al momento ci dobbiamo accontentare solo di dichiarazioni di intenti - spiega Alfredo Masucci, Cisl polizia locale Milano -. Per quanto riguarda le uniformi e i simboli distintivi purtroppo dobbiamo constatare che la nostra proposta presentata al tavolo regionale, supportata e voluta dalla base, non è stata recepita».

2 Al tavolo della trattativa gli agenti hanno chiesto un adeguamento delle attuali uniformi sul modello di quello francese: protezioni per i motociclisti, casco e abbigliamento tecnico per i ciclisti, giacche che non intralcino con i cinturoni, tute con anfibi e polo per i servizi operativi. «Chiediamo sicurezza e tutele, anche assicurative, per gli agenti - denuncia Giuseppe Falanga, segretario nazionale dell'Anpol -. E non vogliamo nuovi sprechi». Niente di straordinario se si pensa che è la stessa dotazione in uso a molti comandi in tutta Europa. Non a Milano e in Lombardia, dove l'eleganza (peraltro un po' retrò) ha prevalso sulla funzionalità. «Abbiamo chiesto che almeno venissero abbandonate le scarpe con suola in cuoio, costose e pericolose, in favore di scarponcini tecnici ma non abbiamo avuto ascolto», lamentano i sindacati.

Tra i nodi della nuova normativa anche il riordino dei «gradi». Attualmente sulle divise (all'altezza delle spalle) sono previsti solo per gli ufficiali, i graduati appunto. Ma nella sola polizia locale di Milano su un organico di 3.080 persone ben 2.850 sono agenti senza gradi. Le nuove norme vorrebbero indicare invece le differenze di livello economico per le fasce C (ossia gli agenti). Per farlo però non s'è scelto un sistema che già si trova sul mercato (come quello della polizia di Stato) optando invece per un nuovo modello simile ai «quadri» delle carte da gioco. Da uno a cinque. Disegno che dovrebbe essere costituito ad hoc. Con nuovi costi. Per questo i sindacati (Cisl e Uil) chiedono, piuttosto, di fermare il progetto e non sprecare denaro: «Per noi parlano le numerose firme raccolte nonostante il periodo feriale in tutta la regione - dice Masucci -: si tratta infatti di una proposta semplice, ragionevole, comprensibile ma soprattutto economica perché ripropone simboli già esistenti sul mercato».

21 agosto 2013 | 10:28

Turisti, attenti: Google Play può cancellare tutti i vostri libri

Corriere della sera

Basta varcare la frontiera verso un Paese dove il servizio non è attivo e gli acquisti scompaiono

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Il confronto tra ebook e libri cartacei è ormai una discussione che si trascina da anni nel mondo editoriale senza mai trovare un vincitore. Gli argomenti a favore dell'uno o dell'altro sono parecchi ma ora il digitale potrebbe perderne uno. Secondo i suoi sostenitori infatti, uno dei punti forti del libro elettronico è la comodità. Si possono portare con sé intere librerie in un device piccolo e portatile, si sente dire, alleggerendo parecchio il bagaglio del viaggiatore. Eppure non sempre è così. A offrirci un nuovo spunto di riflessione è un post del professore americano James O'Donnell, in cui racconta una disavventura capitata durante un viaggio a Singapore. Non appena giunto nel Paese asiatico il suo iPad gli ha chiesto di aggiornare Google Play Libri, l'applicazione di Big G per acquistare e leggere ebook. Niente di strano, si dirà, ma una volta terminata l'operazione l'app ha provato a scaricare di nuovo i libri ma si è bloccata: i 30-40 volumi che il professore aveva acquistato non c'erano più.

FINITI NEL VUOTO - «Ho controllato la quantità di memoria utilizzata nel tablet», racconta O'Donnell, «e in effetti i file sono stati realmente cancellati». Un errore? No, Singapore è una di quelle nazioni in cui il servizio editoriale di Google ancora non è attivo, quindi non ha i diritti di vendita sugli ebook. Così tutti i libri sono spariti lasciando il bibliofilo solo con un volume cartaceo dei sonetti di Shakespeare, un'ancora di salvataggio che aveva portato con sé per avere qualcosa da leggere quando si è obbligati a spegnere i dispositivi elettronici in aereo.

RITORNO IN PATRIA - Sorpreso e sconcertato, il professore si è rivolto all'assistenza clienti di Google Play ma «una serie di scambi via email ha dimostrato che i responsabilei dell'Android Store non erano in grado di capire il mio problema e offrire una soluzione». L'unico modo per avere indietro la sua libreria è «tornare negli Stati Uniti per ricevere l'autorizzazione a trascorrere qualche ora riscaricando i miei libri», conclude ironicamente O'Donnell. E aggiunge: «Ad un certo punto mi hanno chiesto quali caratteristiche avrei voluto aggiungere a Google Play. Ho detto di non essere malvagio, ma non ho ricevuto risposta». Il riferimento è al Don't be evil, il motto adottato da Big G per dipingersi come un'azienda buona, che sta sempre dalla parte degli utenti, e non pone barriere alla fruizione del sapere.

C'È SCRITTO TUTTO - A livello legale comunque non c'è nulla di strano. Nei termini di servizio di Google Play si legge che: «In alcuni casi (ad esempio se Google perde i diritti pertinenti, interrompe un servizio o vengono interrotti i Contenuti, vìola i termini o la legge vigente), Google potrebbe rimuovere dal dispositivo dell'utente o interrompere l'accesso dell'utente a determinati contenuti da lui acquistati». In poche parole, non si acquista un oggetto, il libro in questo caso, ma una licenza sottoposta a molteplici limitazioni. Una magra consolazione per chi ha speso dei soldi per una merce che possedeva e che, passando una frontiera, sparisce improvvisamente.

CONTRO I DRM - Come c'era da aspettarsi il caso ha avuto ampia risonanza in Rete tanto che i più libertari hanno colto al volo l'occasione per scagliarsi contro gli odiati DRM (Digital Rights Management), i sistemi che tutelano il diritto d'autore nelle opere d'ingegno digitali controllando ogni volta se chi vi accede ha i diritti per farlo ed è nel Paese in cui quei diritti sono validi. Una tutela adottata da molti produttori di contenuti per evitare che un singolo file, anche se acquistato legalmente, possa essere condiviso in Rete. In questo caso però i DRM si sono rivelati fallaci, visto che toglievano al legittimo proprietario la possibilità di fruizione che aveva regolarmente pagato.

BLOCCARE GLI AGGIORNAMENTI - La soluzione, suggeriscono provocatoriamente i netizen, è rivolgersi al file sharing. Anche chi ha comprato un libro (un film, un mp3) legalmente infatti potrebbe essere costretto a scaricarne una copia illegale e quindi priva di limitazioni per superare le barriere nazionali. In questo caso però non è necessario: basta bloccare gli aggiornamenti automatici dell'applicazione o consultare la lista dei Paesi in cui Google Play è attivo prima di mettersi in viaggio. E il libro di carta se la ride beato.

20 agosto 2013 | 17:43

Napoli, i semafori si stanno spengendo Il Comune non paga l'Enel

Il Mattino

di Valerio Iuliano

Anche i dispositivi per far attraversare i ciechi, dove ci sono, sono inattivi Per la precedenza ci si affida alla buona sorte



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Semafori spenti da mesi, più spesso anche da anni. E per le precedenze agli incroci ci si affida alla buona sorte. Ma la fortuna non è sempre propizia per i pedoni né per gli automobilisti che gravitano intorno ai quattordici impianti semaforici, dislocati sul territorio cittadino, attualmente spenti. «Colpa del mancato pagamento delle quote Enel da parte di Palazzo San Giacomo», fanno sapere da Napolipark.



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Forum delle Culture, l'assessore propone: incarico retribuito al fratello di De Magistris

Il Mattino

La proposta arriva dall'assessore alla Cultura Nino Daniele: un incarico annuale - stavolta remunerato - al Forum delle Culture per il fratello del sindaco, Claudio de Magistris, fino ad oggi consulente non retribuito del Comune di Napoli. 


Cattura Per Claudio de Magistris, che per anni si è occupato di promozione di eventi e spettacoli con l’associazione Signor Bloom, l'assessore da poco entrato in giunta ha proposto un ruolo nella direzione organizzativa del Forum, a supporto del super manager Andres Neumann.
Una presa di posizione che fa seguito alle lamentele di de Magistris jr: alcuni giorni fa il fratello del sindaco aveva fatto notare che a dicembre era scaduto il contratto con l'ufficio comunicazione di Idv.
 
martedì 20 agosto 2013 - 19:19   Ultimo aggiornamento: mercoledì 21 agosto 2013 08:45

La guerra degli alberghi a Tripadvisor

La Stampa

Per molti albergatori trentini  il portale delle recensioni di clienti non è attendibile, vorrebbero farsene uno in casa in cui non siano permessi giudizi anonimi.

gianluca nicoletti


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La social delazione sulla lenzuola sporche e i capelli nella minestra avrà pure i suoi punti deboli, ma è servita sicuramente ad assicurare a chi viaggia il massimo servizio al minor prezzo. Gli albergatori dovranno farsene una ragione, non è ponendo mordacchie a Tripadvisor che riusciranno a nascondere la polvere sotto al tappeto. E’ chiaro che per gli esercenti è una bella spina nel fianco, nulla passa inosservato, nulla è risparmiato, nulla è perdonato dall’ agguerritissima comunità di quelli che ci pensano dieci volte prima di prenotare. La cultura digitale anticipa, proprio in questo campo, una delle più efficienti forme di utile condivisione di esperienze. 

E’ chiaro che può esserci una percentuale minima di troll con l’ossessione perversa di voler demolire anche le migliori intenzioni di chi si fa in quattro per soddisfare i propri ospiti. Sono comunque numeri minimi, il grosso dei pareri molto spesso fa coincidere il punteggio espresso su Tripadvisor con quello dei maggiori siti per acquistare soggiorni in albergo, come Expedia, Booking, o l’ italiano Venere. Sono strumenti web che permettono di esprimere un punteggio solo a chi da loro acquista un soggiorno, quindi l’ idea di un esercito di Fake account andrebbe ridimensionata.

In ogni caso gli unici a trarne vantaggio sarebbero proprio gli albergatori concorrenti, quindi per assurdo sarebbero panni sporchi che gli esercenti dovrebbero lavarsi in famiglia. E’ pure capitato di veder recensito qualche ristorante inesistente, le cronache riportano il recente caso di un irreperibile Oscar’s, a Brixham, locale fantomatico che era in posizione avanzatissima tra i ristoranti della sua zona, frutto però di una burla mediatica organizzata da un imprenditore, che voleva appunto dimostrare come fosse possibile aggirare i controlli di Tripadvisor. 

Il problema della ricerca del vero assoluto negli strumenti di condivisione via web è sicuramente meritorio di attenzione, ma occorre valutare un margine di approssimazione di cui comunque si tiene conto anche nei rapporti concreti tra esseri umani; quante volte ci siamo mangiati i gomiti per aver preso per buono il consiglio dell’amico o parente informatissimo o ci siamo dovuti ricredere rispetto alle fantastiche promesse di un tour operator?

Nel caso delle recensioni alberghiere on line, per paradosso, la percentuale di controllo diffuso tra utenti rende meno facile la bufala. Questo è il punto di forza che dovrebbero usare a loro vantaggio gli stessi operatori. Un recensore on line, anche anonimo, ma leggibile da tutti, può essere utile per cogliere i punti deboli del proprio esercizio e migliorarne l’ offerta. I questionari che si trovano in camera d’ hotel nessuno ha voglia di compilarli, proprio perché si sa che comunque resterebbero “in famiglia”.

Pechino critica l’Occidente “Ecco i 7 valori sovversivi”

La Stampa

Sul New York Times il documento scritto dal partito comunista cinese: “Democrazia, diritti e stampa libera mettono in pericolo il nostro Paese”


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I leader del Partito Comunista cinese mettono in guardia contro «i sette pericoli» che incombono sulla società cinese, tutti riconducibili alla cultura occidentale. Si tratta del «neo-liberalismo» pro-mercato, del valore universale dei diritti umani, della «democrazia costituzionale Occidentale» e delle critiche «nichiliste» al glorioso passato del partito.
Le sette “correnti sovversive” da sradicare sono contenute in un dossier segreto, dal nome “Documento n.9”, che porta l’approvazione ufficiale del presidente cinese Xi Jinping, la cui figlia, per inciso, studia ad Harvard. Lo rende noto il New York Times in un articolo dal titolo: «la Cina prende di mira le idee occidentali».

«Le forze occidentali ostili alla Cina e i dissidenti si infiltrano costantemente nella nostra sfera ideologica» si legge nel documento, entrato in possesso dal New York Times. Il memorandum è stato diffuso in aprile e da allora - mette in evidenza il quotidiano - si sono intensificati gli sforzi del governo cinese per bloccare ogni possibile dissenso, soprattutto se espresso online. Non a caso due militanti a favore dei diritti umani sono stati arrestati nelle ultime settimane.

Anche se Xi si sta impegnando a portare avanti riforme per aprire l’economia cinese a una maggiore influenza del mercato, osserva il Times, «allo stesso tempo sta avviando una campagna per rafforzare l’autorità del partito che va al di là dei consueti richiami alla disciplina. La messa in guardia di Xi all’interno del partito - scrive il Times - mostra come la sua credibilità pubblica sia minacciata dalla paura che il partito sia vulnerabile dal rallentamento economico».

Inoltre, sembra chiaro che Xi lanci una campagna ideologica, un po’ vecchia maniera, per individuare un nemico esterno. Una mossa propagandistica per far fronte all’irritazione dell’opinione pubblica cinese scossa dai continui casi di corruzione politica e replicare alle sfide poste dai progressisti, impazienti di vedere un reale cambiamento politico a favore delle riforme.

Il giornale racconta che il numero due del potente ufficio propaganda del Pc cinese, Cheng Xinping ha riunito alcuni alti vertici dell’industria mineraria, per spiegare loro che «dietro la promozione della democrazia costituzionale di stampo occidentale c’è il tentativo di negare la leadership del partito». E che l’obiettivo finale dei difensori dei diritti umani è «creare una forza politica per dar vita allo scontro». 

Tuttavia, questa campagna anti-occidente rischia di mettere in difficoltà proprio la leadership del suo promotore, Xi: è noto infatti che i sostenitori delle sue riforme economiche più filo-occidentali, vedono con favore una maggiore apertura del sistema politico verso uno stato di diritto. Di contro, l’ala più tradizionalista, più lontana dall’approccio di Xi, vorrebbe invece che si mantenesse fortissimo lo stretto controllo del partito sulla vita politica ed economica. Sinora Xi ha cercato di ottenere l’appoggio di ambedue queste due anime. Tuttavia, come osserva il Nyt, diversi analisti pensano che prima o poi la sua agenda politica rischia di essere frenata dallo scontro interno al partito. 

Tassista ucciso a Milano I giudici: Stefania colpevole ma non più processabile

Il Giorno

di Mario Consani

MIlano, 21 agosto 2013

"Ha evitato la condanna per un ricorso scritto male"

Colpevole, ma non più condannabile in sede penale. Si era già capito dalla lettura del verdetto, che per i giudici della Corte d’assise d’appello Stefania Citterio, 31 anni, avrebbe dovuto rispondere alla stregua del fratello Piero per l’omicidio assurdo di Luca Massari


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Colpevole, ma non più condannabile in sede penale. Si era già capito dalla lettura del verdetto, che per i giudici della Corte d’assise d’appello Stefania Citterio, 31 anni, avrebbe dovuto rispondere alla stregua del fratello Piero - condannato a 13 anni di carcere - per l’omicidio assurdo di Luca Massari, tassista massacrato a calci e pugni insieme ai due fratelli da Michael Ciavarella, fidanzato di Stefania, solo perché con l’auto aveva investito senza volerlo il cane della ragazza.

Ma i giudici di primo grado l’avevano condannata solo per minacce gravi nei confronti del poveretto (quelle che avevano preceduto l’aggressione fisica da parte dei due uomini). E la Procura aveva sì impugnato quel verdetto, ma in modo tanto generico da costringere i giudici d’appello a dichiarare quel ricorso inammissibile. Dunque per Stefania Citterio la condanna penale a 10 mesi era definitiva e la Corte si era dovuta limitare a far conoscere la propria contrarietà solo nelle pieghe del dispositivo, là dove in sede di risarcimenti alle parti civili trattava la ragazza esattamente come il fratello.

Ora però, nelle motivazioni della sentenza depositate qualche settimana fa, la seconda sezione dell’assise d’appello - presidente Anna Conforti, estensore Fabio Tucci - spiega con chiarezza il perché di quella scelta. Già condannato in abbreviato anche in appello a 16 anni per omicidio volontario, Ciavarella, che inflisse a Massari i colpi mortali, per Piero Citterio, 28 anni, i giudici di primo grado ritennero che non ci fosse prova che sapesse che Ciavarella stava per colpire il tassista con tale violenza da ucciderlo, e che dunque il suo concorso nell’omicidio fosse meno grave (13 anni di carcere confermati in appello).

Sempre la prima Corte ritenne invece che l’aggressione iniziale da parte di Stefania, che a Massari, 45 anni, aveva urlato di tutto, compreso «ti ammazzo, ti ammazzo!!!», era però già finita quando intervennero gli uomini a compiere il massacro. I giudici d’appello non condividono questo giudizio. «Stefania Citterio partecipò alla zuffa - scrivono - si avventò verso la vittima tanto da costituire l’effetto scatenante del suo svilupparsi».

I primi giudici d’assise, a loro parere, «incorrono nell’errore di non spiegare la ragione per la quale non hanno ponderato» le parole di un testimone oculare che disse di aver visto su Massari «le mani addosso di tutti e tre», che insieme «sembravano proprio dei cani imbestialiti che nel giro di un attimo fanno fuori una preda». Per l’ultima Corte, Stefania era colpevole come il fratello Piero, dunque.

Solo che l’impugnazione del primo verdetto da parte della Procura era stata così poco convinta - sette righe in tutto - che, osservano i giudici d’appello, «si trascura totalmente di indicare e di enucleare i punti» contestati. E ad ogni buon conto anche in aula, nella sua requisitoria, il sostituto procuratore generale Maria Vulpio aveva chiesto per Stefania la conferma della condanna di primo grado per le sole minacce. E così è stato.

mario.consani@ilgiorno.net



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Shenzhen, multa di 100 yuan per chi la fa fuori dal vaso

Corriere della sera

Per coloro che non riescono a centrare il vaso nei bagni pubblici scatta la multa: 100 yuan (12 euro)

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A Shenzhen, metropoli cinese con oltre 10 milioni di abitanti, dovranno imparare ad usarlo con precisione estrema: il water, un oggetto che usano tutti, anche se nessuno ne parla volentieri. In questi giorni, però, ne discutono tutti. Oggetto di dibattito ma anche di riso, soprattutto nei social network. Il motivo? Per coloro che non riescono a centrare il vaso - quando si trovano nei bagni pubblici - scatta la multa. Una multa piuttosto salata (per la Cina): 100 yuan, che sono l'equivalente di 12 euro.

IL BERSAGLIO - La notizia - se non fosse riportata dall'agenzia francese Afp e pubblicata anche dalla Bbc - sembrerebbe una burla. Pare invece non sia così. Come detto siamo in Cina. Qui, nelle grandi città, la maggior parte dei bagni pubblici sono edifici comunali senza alcun comfort: il più delle volte nient'altro che una serie di buchi in un pavimento di cemento. I cinesi sono spesso costretti ad usarli, visto che non tutte le abitazioni hanno un bagno privato. E ora, per coloro che «sbaglieranno la mira», scatterà la sanzione. «L'uso incivile delle toilette pubbliche verrà multato dalle autorità con 100 yuan», ha infatti detto un funzionario dell'amministrazione comunale alla France Presse. Tuttavia, nella bozza della ordinanza non viene precisato «quanta urina deve finire oltre la tazza per imporre la pena». Le nuove regole potrebbero entrare in vigore già dal mese prossimo.

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«ISPETTORI IGIENICI» - Intanto, nel social network cinese Weibo, il proposito degli amministratori di Shenzhen viene commentato con non poco sarcasmo. Un utente, alquanto divertito, scrive: «Nell'amministrazione pubblica verranno così creati nuovi posti di lavoro. E una nuova figura: l' ''ispettore igenico", il quale dovrà mettersi dietro a colui che entra in bagno». Un altro aggiunge: «Ottime misure; presumo che verranno creati una media di almeno 20 nuovi posti per ogni toilette pubblica». Un terzo, più coscienzioso, sottolinea: «È meglio nessuna regola che averne una che non può essere applicata».

20 agosto 2013 | 20:55

Finisce la leggenda dei fari, troppo cari e inutili: gli Usa ne vendono 10 all'anno

Corriere della sera

Quello di Old Saybrook resterà in funzione ma diventerà un appartamento di 50 metri quadrati

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NEW YORK - Il faro di Old Saybrook è stato costruito nel 1886 e da allora ha sempre vegliato sulla foce del fiume Connecticut e sul Long Island Sound, il tratto di oceano Atlantico che bagna le coste dello Stato e quelle di New York. È un’icona locale e la sua sagoma bianca è raffigurata sulle targhe del Connecticut e su molte cartoline. La scorsa settimana è stato acquistato a un’asta governativa online da Kelly Navarro, la ricca moglie di un finanziere di Wall Street, per 340.000 dollari: una cifra con cui si è accaparrata una meravigliosa vista a 360 gradi sul Long Island Sound, ma anche il fascio di luce intermittente del faro e la sua sirena antinebbia. Il faro, infatti, resterà in funzione e la signora Navarro riceverà visite periodiche dalla guardia costiera. Pochi giorni dopo è finito all’asta anche il faro del porto di Boston, una torre costruita nel 1905 su un isolotto roccioso da cui si gode una splendida vista dello skyline cittadino. Le offerte sono subito arrivate a 817.000 dollari, cifra mai raggiunta per nessun faro messo all’asta dalla General Services Administration, l’agenzia governativa che gestisce le proprietà federali.

COSTI TROPPO ALTI - I fari di Old Saybrook e Boston rappresentano solamente i casi più recenti. Negli Stati Uniti sono presenti circa 700 fari, in particolare nel nordest e nella zona dei Grandi Laghi. Dal 2000, anno in cui il Congresso americano ha firmato il National Historic Lighthouse Preservation Act, la legge che permette al governo federale di vendere questi edifici storici, sono stati 33 i fari acquistati all’asta da privati, molti dei quali costruiti nell’Ottocento. Proprio le strutture che invecchiano sono divenute troppo costose da mantenere per il governo, e la tecnologia Gps li ha resi meno necessari per la navigazione. Per questo motivo ogni anno il governo americano mette in vendita fra i cinque e i dieci fari, che da simboli romantici dei luoghi e della letteratura si trasformano in ambite proprietà immobiliari, vezzo di ricchi stravaganti.

RISTRUTTURAZIONE - Il diritto di prelazione spetta a società pubbliche e organizzazioni nonprofit disposte a prendersi cura dei fari. Se nessuno fa richiesta, vengono allora venduti all’asta sul sito della General Service Administration. Le strutture sono protette da vincoli ma, se i progetti degli acquirenti sono approvati, possono essere convertite in meravigliosi alloggi sul mare. Non mancano però gli inconvenienti: i fari costano poco, ma i lavori di ristrutturazione sono estremamente dispendiosi. Il faro di Old Saybrook, che diventerà un appartamento di 50 metri quadrati, conteneva per esempio amianto e vernici al piombo, mentre le stanze inferiori rischiano spesso l’allagamento e sono ricoperte di ruggine e muffa. Gli oblò caratteristici e una passerella con le ringhiere in ghisa affacciata sull’Atlantico ripagheranno però gli sforzi del nuovo guardiano del faro, la signora Navarro.

20 agosto 2013 | 23:37

Nei centenari, il segreto dell’elisir di lunga vita

La Stampa

La scienza studia campioni di longevità, come il boliviano di 123 anni . La chiave potrebbe essere il gene «Foxo3A», che riduce i radicali liberi

fabio poletti
MILANO


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C’è chi giura di avere già trovato l’elisir di lunga vita. Si chiama «Foxo3A», dal nome del gene che regola il metabolismo ossidativo riducendo i dannosi radicali liberi. Il gene è stato trovato in alcuni ultracentenari del Cilento, dell’Ogliastra e pure della zona di Okinawa, tra le più longeve della Terra. Secondo il geriatra Thomas Perle dell’Università di Boston, a capo del New England Centenarian Study che ha analizzato le caratteristiche di decine di ultracentenari, oltre al gene ci sarebbero altri indicatori comuni ai più vecchi della Terra, come l’assenza delle patologie più comuni negli anziani: «Gli attacchi di cuore e gli ictus sono rarissimi. Il diabete e il Parkinson praticamente non esistono. In una metà dei casi si sono trovate tracce di osteoporosi, più diffusa è la cataratta». E chi lo sa se «Foxo3A» si trova pure nella mappatura genetica di Carmelo Flores che ha da poco spento 123 candeline nella sua capanna sulle Ande. Di sicuro con il suo stile di vita spartano l’uomo più anziano del mondo sembra immune ad ogni malattia.

Da quando in Occidente la vita media si è allungata ben oltre gli ottant’anni sono in molti a studiare cause ed effetti della longevità della popolazione. A settembre ci sarà un convegno a Venezia organizzato dalla Fondazione Veronesi, dalla Fondazione Cini e dalla Fondazione Giorgio Tronchetti Provera per capire qual è il minimo comun denominatore dei più anziani del mondo ma pure per studiare le strategie per un «active, healthy aging» diffuso. Di sicuro, scienza e medicina hanno già permesso di allungare la vita. Malattie un tempo letali - l’influenza spagnola nel 1918 fece 50 milioni di morti, sarebbe bastato un vaccino per debellarla - oggi non fanno più paura. Ma a parte il gene «Foxo3A» nessuno sa davvero quale sia l’elisir di lunga vita e perchè in certe regioni del mondo si vive più a lungo che in altre.

I teorici giurano che lo stile di vita parco, proprio delle comunità meno industrializzate favorisca un invecchiamento meno devastante. Altri smentiscono questi dati. Gioia Longo, antropologa dell’Università La Sapienza di Roma, ribalta addirittura la tesi, sostenendo che i Paesi più ricchi sono quelli più longevi: «Tra i tre quarti della Terra, in miseria, e l’altro quarto c’è un gap di 20-25 anni di età». I giapponesi rivendicano a sè il primato mondiale della longevità. Giurando di aver censito nel 2008 ben 36276 ultracentenari, in maggioranza donne.

Il fatto è che nè gli scienziati, nè gli economisti, nè i sociologi hanno ancora trovato un modello comune per spiegare l’andamento della curva di invecchiamento. Le implicazioni di carattere sociale sono fortissime,k anche perchè prevedere l’avanzamento dell’età della popolazione - e sarà questo uno dei temi in discussione a Venezia nel convegno di settembre su «Secrets of longevity» - permetterebbe pure di rivedere l’equilibrio dei sistemi pensionistici.

Un problema mica da poco se si pensa che nel 2015 gli abitanti della Terra over 65 saranno il 22 per cento. E già oggi, secondo l’Onu che tiene monitorata la situazione, una persona su nove ha più di 60 anni, pari a 810 milioni di individui su sette miliardi di popolazione mondiale. Con un incremento di 200 milioni di unità l’anno, che porterà tra appena quindici anni ad avere più over sessanta che teenager. Con le conseguenze inevitabili che la medicina oggi è sempre più lanciata verso la geriatria. A fare da paracadute agli anziani del mondo sempre più anziani e bisognosi di cure. Eccezion fatta per Carmelo Flores che vive da 123 anni e solo da tre ha scoperto elettricità ed acqua corrente senza mai bisogno di ricorrere a un medico.