giovedì 22 agosto 2013

Manning : «Sono donna, voglio essere chiamato Chelsea». E chiede la grazia ad Obama

Corriere della sera

Dopo la condanna a 35 anni, l'ex soldato si dice pronto a cambiare sesso e scrive al presidente
 
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Bradley Manning, il soldato Usa condannato a 35 anni per il passaggio di documenti a Wikileaks, dice di essere una donna e vuole vivere come tale con il nome di Chelsea. Un colpo di scena che potrebbe inquadrarsi nella strategia difensiva dell'ex soldato volta ad ottenere attenuanti grazie al riconoscimento della semiinfermità mentale. «Voglio essere sottoposto a una terapia di ormoni il prima possibile. Mi auguro che appoggerete la mia transizione. Chiedo che a partire da oggi mi chiamiate con il mio nome femminile, Chelsea», afferma Manning in una dichiarazione a Today Show di Nbc. La difesa di Manning nel corso del processo ha messo in evidenza le forti pressioni psicologiche sul ragazzo durante l'era del «don't ask don't tell», la politica sull'omosessualità nelle forze armate in cui si tolleravano i gay purché non facessero coming out.

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GRAZIA - Manning ha anche scritto ad Obama per chiedere la grazia. L'ormai ex soldato americano condannato a 35 anni di carcere per aver girato a Wikileaks oltre 700 mila file segreti del Pentagono e del dipartimento di Stato, ha dichiarato di averlo fatto, «per amore del mio Paese e senso di dovere verso gli altri». Questa parte della dichiarazione letta dal suo legale, David Coombs, che ha annunciato che si appresta a chiedere al presidente Barack Obama la grazia per conto del suo assistito. «Se lei respingerà la mia richiesta di grazia», si legge nella dichiarazione, Manning spiega che sconterà, «la condanna sapendo che talvolta si deve pagare un prezzo alto per vivere in una società libera».

 Manning, le proteste davanti alla Casa Bianca Manning, le proteste davanti alla Casa Bianca Manning, le proteste davanti alla Casa Bianca Manning, le proteste davanti alla Casa Bianca Manning, le proteste davanti alla Casa Bianca

GUANTANAMO E L'IRAQ - Nella lunga lettera, Manning ricorda di essersi arruolato volontariamente nell'esercito e di aver inizialmente condiviso i metodi adottati in Iraq dai soldati americani. Poi, però, quello che ha visto con i suoi occhi gli ha fatto cambiare idea: «Ogni volta che abbiamo ucciso civili innocenti, invece di accettare la responsabilità per la nostra condotta, abbiamo deciso di nascondersi dietro il velo della sicurezza nazionale e informazioni classificate, al fine di evitare qualsiasi responsabilità pubblica». Manning dunque si scusa ma non rinnega del tutto la sua decisione di rivelare informazioni riservate. Intanto arrivano notizie anche dall'altra gola profonda, Edward Snowden: «Se Edward aveva pensato qualche tempo fa di tornare negli Stati Uniti per affrontare un processo equo, ora è assolutamente evidente che proprio nessuno presta attenzione alla posizione di una persona, alle sue motivazioni», ha spiegato il suo legale.

22 agosto 2013 | 14:04

Ecco la battaglia di civiltà del Pd: fermare il nuovo Monòpoli (non è uno scherzo)

Francesco Maria Del Vigo - Gio, 22/08/2013 - 12:34

Nella venticinquesima pagina del Corriere della Sera di oggi, di piede, compare una irresistibile missiva siglata da sette parlamentari del Pd e indirizzata all'ambasciatore degli Stati Uniti

Premessa: non è uno scherzo. Scusate, ma è un avvertimento necessario. Perché, leggendo questa notizia, il dubbio che si tratti di una burla o sia il frutto di un colpo di sole agostano è più che legittimo.


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Invece è tutto vero. Purtroppo. Da Largo del Nazareno al Parco della Vittoria. Che non è uno spazio verde su cui si è accanita un'amministrazione democratica. E' proprio il Parco della Vittoria, quello che si raggiunge dopo un tiro di dadi giocando al Monòpoli. E che, probabilmente, ai dem ricorda orribilmente Arcore. Perché la nuova crociata del Partito Democratico è contro il Monòpoli. L'accento non è sbagliato, stiamo proprio parlando del popolare gioco da tavolo. Questi prendono sul serio anche i giochi. Nei marosi della crisi, nelle temperie di un agosto sul bordo della crisi di governo la priorità è il Monòpoli.

Nella venticinquesima pagina del Corriere della Sera di oggi, di piede, compare una irresistibile missiva siglata da sette parlamentari del Pd e indirizzata all'ambasciatore degli Stati Uniti. Riportiamo tutti i nomi perché è giusto tributare loro i meriti di questa storica battaglia: Michele Anzaldi, Marina Berlinghieri, Matteo Biffoni, Luigi Bobba, Lorenza Bonaccorsi, Federico Gelli ed Ernesto Magorno. Sono gli eroi che intimano a Obama di "fermare il nuovo Monopoly perché inneggia alla finanza irresponsabile". I deputati, dopo aver citato crisi, mutui subprime, finanza ed economia vanno dritti al punto:

"In questi giorni, e contraddicendo la chiave etica del Presidente, l'azienda statunitense Hasbro starebbe per lanciare la nuova versione dello storico gioco da tavolo Monopoly". Ecco il nodo geopolitico che angustia e fa contorcere le budella ai democratici: la nuova versione del Monopoli. Perché non è abbastanza comunista. Anzi è orribilmente capitalista. C'hanno messo anni a digerire la deriva palazzinara degli acquisti immobiliari e adesso gli vogliono scombinare tutto con la finanza. Quella no. "Stavolta - prosegue l'infuocata reprimenda - le tradizionali proprietà immobiliari sono sostituite da pacchetti azionari di grandi multinazionali. Si passa dall'acquisto di immobili alla speculazione in Borsa".

Provate a immaginare il riso irrefrenabile che deve aver travolto come una valanga l'ambasciatore americano quando ha aperto la busta. Ma andiamo avanti, perché il meglio deve ancora arrivare. "Inoltre - proseguono con apprensione i deputati pd -, novità decisamente preoccupante, sarebbe stata abolita la casella della prigione". Ohibò. Eccoci, siamo pure al giustizialismo ludico. "E' un gioco che da generazioni alfabetizza i giovani sui meccanismi del libero mercato - ammoniscono con piglio taliban i democratici - e torna ad esaltare la turbo economia che ha aperto la crisi finanziaria 2008 con il messaggio diseducativo che, in caso di violazione delle regole, non si viene nemmeno puniti". Insomma cresceranno tutti piccoli Madoff. Che è un po' come dire che il Monòpoli tradizionale è la bibbia degli speculatori edilizi.

Poi l'accorato appello: "Ci permettiamo di chiederle se non sia il caso di valutare eventuali provvedimenti delle autorità competenti o comunque una posizione critica sul nuovo Monopoly, gioco distribuito in tutto il mondo e quindi anche in Italia". E' la guerra fredda dei giochi da tavolo. E gli americani sono sempre i soliti sporchi capitalisti. Ora attendiamo petizioni e raccolte firme per due grandi battaglie di civiltà e democrazia: allargare vicolo Stretto e allungare vicolo Corto.

Multe con lo sconto, costi e procedure le novità della riforma punto per punto

Il Messaggero

ROMA - Tempi, prezzi e procedure: ecco cosa cambia con le nuove norme relative al pagamento delle multe contenute nel Decreto Fare entrate in vigore.


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La cifra ridotta è scritta sul verbale Le sanzioni amministrative verranno scontate del trenta per cento se pagate entro cinque giorni dalla contestazione - ovvero quando l’agente di polizia municipale consegna la multa all’automobilista - o dalla notifica, cioè quando la sanzione è recapitata a casa. Questo per effetto della legge 21 giugno 2012 numero 69 che entrerà in vigore dalla mezzanotte di oggi. Il decreto ha valore retroattivo: potranno essere pagate con lo sconto tutte le multe prese nei cinque giorni precedenti la data di pubblicazione della nuova norma sulla Gazzetta ufficiale. Quindi sarà possibile avvalersi dello sconto per la sanzioni comminate dal 15 agosto. Attenzione alla precisione: sul bollettino prestampato che i vigili infileranno sotto il tergicristallo viene calcolata la cifra al centesimo ed è importante saldarla correttamente per non perdere lo sconto.

Il risparmio arriva anche a 50 euro. In soldoni, chi parcheggia in sosta vietata se estingue la multa entro cinque giorni paga 58,8 euro anziché 84 euro. Per l’infrazione di attraversamento con semaforo rosso si passa da 162 a 113,4 euro. Per coloro che non indossano la cintura la sanzione a prezzo pieno è di 80 euro, con sconto scende a 56 euro. Per effetto del decreto si riduce a 56 euro anche la multa a chi entra senza permesso nelle zone a traffico limitato, a 117,60 euro (da 168) per chi supera i limiti di velocità nella forchetta tra 10 e 40 chilometri orari, mentre il guidatore che viene pizzicato mentre parla al cellulare può risparmiare 48 euro (da 160 a 112 euro). Nella nuova stagione delle multe low cost rientrano anche le violazioni commesse dopo le dieci di sera e prima delle sette del mattino, per alcune delle quali il codice della strada prevede una maggiorazione a causa della loro pericolosità.

Le spese di notifica per ora restano tutte Nello sconto non sono comprese le spese di notifica. Un esempio pratico: a Roma un divieto di sosta quando arriva a casa costa 54,88 euro, 41 di sanzione e 13,88 di spese di notifica. Lo sconto si applica però solo ai 41 euro della sanzione e non agli altri 13 e rotti. Perciò se si paga nei primi cinque giorni dalla notifica i 41 euro si riducono a 28,7, cui bisogna sommare gli altri 13,88 per un totale di 42,58. Si tratta di una differenza importante perché nel caso in cui ci si scordasse questo dettaglio e si riducesse del trenta per cento il totale comprensivo delle spese di notifica ciò si tradurrebbe in un pagamento non corretto che farebbe perdere lo sconto e il pagamento in misura ridotta applicato ai versamenti entro sessanta giorni dalla notifica. Con l’introduzione della posta elettronica certificata scompariranno le spese di notifica, ma per ora non è ancora in vigore.

Chi beneficia del taglio dei prezzi Tutti gli automobilisti, indipendentemente dal numero di punti sulla patente e dall’esperienza, possono approfittare delle multe in saldo. Dunque anche per i neopatentati. Chi non volesse avvalersi di questa possibilità potrà comunque pagare entro sessanta giorni dalla notifica utilizzando l’altro bollettino che verrà allegato già compilato in ogni sua parte. Chi sceglie di levarsi il pensiero, estinguere subito e beneficiare della riduzione deve tenere presente che con questa soluzione perde il diritto al ricorso al prefetto o al giudice di pace. Lo sconto vale anche per l’articolo 193 terzo comma: chi viene fermato alla guida di un veicolo privo di assicurazione può ottenere il taglio della sanzione qualora attivi la polizza nei successivi quindici giorni (oltre ai quindici rispetto alla scadenza riportata sul certificato). Anziché 210,15 euro pagherà 147,11 euro.

Le infrazioni senza possibilità di sconto Lo sconto non è valido per tutte le infrazioni del codice della strada. In particolare sono escluse tutte quelle che prevedono le sanzioni accessorie della confisca dell’auto o la sospensione della patente. Due esempi tipo: guida con un tasso di alcol nel sangue superiore ai limiti indicati dalla legge o superamento dei limiti di velocità oltre la soglia dei quaranta chilometri all’ora. In questi casi per le sanzioni non è contemplata alcuna riduzione e vanno estinte per l’intero ammontare . L’articolo 202 comma terzo precisa inoltre: «Il pagamento in misura ridotta non è consentito quando il trasgressore non abbia ottemperato all’invito di fermarsi ovvero ... si sia rifiutato di esibire il documento di circolazione, la patente di guida o qualsiasi altro documento che, ai sensi delle presenti norme, deve avere con sè». Quindi: niente patente in tasca, niente taglio della sanzione.

Bancomat e carta, il futuro è elettronico La nuova norma prevede un notevole snellimento della procedura di pagamento delle multe. La sanzione scontata potrà infatti essere estinta seduta stante dall’automobilista fermato dal vigile mediante carta di credito o bancomat. Come recita la circolare diramata ai comandi di polizia municipale: «A seguito dell’introduzione del nuovo comma 2.1, all’articolo 202 del codice della strada, qualora l’agente accertatore sia munito di idonea apparecchiatura il conducente è ammesso a effettuare immediatamente, nelle mani dell’agente accertatore medesimo, il pagamento mediante strumenti di pagamento elettronico, nella misura ridotta del trenta per cento». Il futuro dunque è elettronico, ma ciò presuppone che le pattuglie siano dotate di un Pos collegato. Nessun vigile, al momento, dispone di questo tipo di apparecchiatura, la fornitura toccherà ai singoli comuni.


Mercoledì 21 Agosto 2013 - 15:56
Ultimo aggiornamento: 16:01

Firenze, l'espulsione di un cileno è costata 23 mila euro

Libero

Un cileno arrestato in Italia per furto è stato riaccompagnato nel suo Paese a spese nostre. Per lui un biglietto aereo di solo andata e altri due per gli agenti italiani al seguito



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Ventitremila euro. Tanto è costata l'espulsione di un clandestino. Per rimpatriare un cittadino cileno, Josè Manuel Niera Portugues,  immigrato ventenne senza permesso di soggiorno che doveva scontare in carcere poche settimane di pena residua a causa di un furto in abitazione, la questura di Firenze ha speso 23 mila euro. Una cifra astronomica sulla quale comunque sta già indagando la Corte dei Conti.

La somma è stata spesa per pagare il biglietto aereo di sola andata per il migrante espulso e i biglietti aerei di andata e ritorno per i due agenti che hanno accompagnato il ragazzo in Cile. La Procura della Corte dei Conti ha annunciato l’apertura di un’istruttoria per far luce sulla vicenda e capire se si è registrato uno spreco di denaro. Normalmente un rimpatrio assistito costa intorno ai 10 mila euro, questa volta però il conto è stato salatissimo. Il giovane è stato arrestato lo scorso 21 marzo dopo aver rubato all’interno di una casa a Firenze. Dopo l'arresto è stato condannato a sei mesi di reclusione, pena che ha potuto sostituire con la misura dell’espulsione immediata che però per lo Stato non sembra essere stata proprio un affare.

"Queste cifre sono la regola" - Sulla vicenda è intervenuto l'assessore alle politiche sociali della regione Toscana Salvatore Allocca che addirittura conferma come queste cifre siano invece ormai di routine per i procedimenti di espulsione: “Purtroppo non siamo di fronte a un fatto straordinario, queste cifre sono la regola. Questi soldi potrebbero essere investiti in un processo di integrazione, accoglienza e recupero laddove si verificano fenomeni di devianza”. Secondo Allocca, “questo fatto è la conferma che i Centri di Identificazione ed Espulsione costituiscono un meccanismo che non ha risultato pratico ai fini delle presenze irregolari, sono inefficaci e sono solamente una bandiera propagandistica che non dà risultati e che costa tantissimo”. Insomma i calndestini e soprattutto coloro che delinquono in Italia sono un peso per le casse dello Stato. E alla luce del salasso per il rimpatrio cileno, la proposta del ministro Alfano di far pagare agli Stati di provenienza tutte le spese legate agli immigrati detenuti nelle nostre carceri appare sempre più fondata.

(I.S.)

Vacanze finite, si torna in ufficio Le otto regole per il galateo tech

Corriere della sera

Cellulari silenziosi, non toccate lo schermo altrui

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MILANO – Tre cacciatori di teste su quattro sostengono che piccole defaillance nella gestione tecnologica sul lavoro sono motivo di fallimento: in un progetto di carriera, nei rapporti con capo e colleghi, con clienti e subalterni. E proprio una mala gestione del rapporto con apparecchi e tecnologie potrebbe compromettere una posizione lavorativa. Ecco perché, davanti ai dati raccolti dai ricercatori di Robert Half, il magazine Mashable ha provato a stilare una piccola lista di consigli da ufficio, per sopravvivere e non disturbare la produttività altrui negli uffici moderni.

GLI 8 CONSIGLI
 
Il primo della lista è banale, ma spesso accade, per distrazione o noncuranza: vietato staccare una spina altrui dalla presa. Potrebbe caricare un apparecchio importante, magari il laptop del collega che sta scappando verso una riunione.

Secondo, via le cuffiette quando girate per gli uffici. Se ascoltate musica mentre producete alla scrivania, ricordate di toglierle quando andate al caffè: potrebbe essere considerato antisociale.

Terzo, vietato usare i computer degli altri senza permesso. Nemmeno per un controllo veloce di quella pagina web… Il pc, anche se aziendale, viene visto come bene personale e privato da molti colleghi.

Quarto: non lasciare a secco stampanti e fotocopiatrici. Se finisce la carta o il toner mentre state stampando o fotocopiando, ricordatevi di aggiungere quel che manca prima di andare via. Il collega che arriverà dopo di voi vi ringrazierà.

Quinto, i cellulari vanno tenuti silenziosi. Sempre e comunque, per rispettare la tranquillità di chi lavora a fianco, a maggior ragione se si condivide un open space.


Sesto: usare con parsimonia i portatili in riunione. Bene se servono per prendere appunti, ma se non sono indispensabili, meglio lasciarli alla scrivania. Colleghi e superiori potrebbero essere infastiditi dalla vostra distrazione.

Settimo: pochi messaggi istantanei. Chat aziendali e private su cui trovare i colleghi andrebbero usate con parsimonia, meglio prediligere il contatto vocale o personale, sempre meno invasivo di un continuo scambio di messaggini scritti.


Ottavo e ultimo, forse il più divertente: giù le dita dagli schermi altrui. Se c’è da indicare un punto sul file aperto, vietato appoggiarvi i polpastrelli. Lo spazio personale del vicino di scrivania passa ormai anche dalle sue proprietà tecnologiche.

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PRODUTTIVITÀ TECNOLOGICA - Un altro gruppo di esperti in comportamenti al lavoro americano ha invece stilato la lista dei consigli per essere produttivi ai tempi di smartphone e applicazioni, senza dare fastidio ai colleghi. La lezione di «etichetta d’ufficio» dei Career Chronicles consiglia, per primo, di scegliere le applicazioni da scaricare sullo smartphone aziendale senza sfociare troppo nel privato. Niente giochi, ma solo app che aiutino a organizzare meglio la giornata e il lavoro.

Seconda regola: darsi delle regole, almeno sull’uso dei social network. Se si controlla Facebook o Twitter troppo spesso, meglio sapere che stiamo rallentando la nostra produttività: dedichiamoci ai social solo nelle pause tra un lavoro e l’altro, silenziando le opzioni di notifiche su cellulari e computer. Terzo, proviamo a tracciare per una settimana i nostri comportamenti online per vedere se cambiare le nostre abitudini lavorative. Vi sono app dedicate per farlo, che ci permettono, dopo qualche giorno, di capire se davvero la Rete sta disturbando il nostro lavoro. Ultimo e discutibile consiglio: prima di arrivare al lavoro, aiutandoci con tablet o smartphone, ripuliamo già la casella di posta da spam, newsletter e messaggi personali o non influenti sui compiti del giorno. Con una email versione zen potremo arrivare al lavoro e iniziare immediatamente a produrre.

22 agosto 2013 | 14:16

Alfano: «Gli Stati di provenienza paghino il vitto e l'alloggio degli immigrati in carcere »

Corriere della sera

Il ministro dell'Interno: «Ledono il patto con lo Stato dove hanno deciso di andare a vivere»

Una proposta che farà discutere. «Gli immigrati che vanno in carcere ledono il patto con lo Stato dove hanno deciso di andare a vivere. Almeno il vitto e l'alloggio dei detenuti immigrati facciamolo pagare agli stati di provenienza»: è quanto propone al meeting di Cl il ministro dell'Interno, Angelino Alfano. «Siamo un popolo accogliente, accogliamo i migranti vicino a Malta, sostituendoci a Malta, ma l'Italia non può essere dimenticata dall'Europa, e non può essere dimenticato che lo sforzo umanitario può porre un problema di sicurezza» ha aggiunto Alfano. «Ben vengano i richiami della Ue, ma l'Europa non può imporci tanto e darci poco», ha sottolineato ancora il ministro dell'Interno.

CUSTODIA CAUTELARE - Alfano, sollecita inoltre la riforma della custodia cautelare pur evidenziando che il 25% di chi viene arrestato preventivamente, poi viene assolto nel processo. Bisogna prendere coscienza del fatto che «non c'è alcun risarcimento statale - ha rimarcato il vicepresidente del Consiglio - che possa ridarti l'onore e la dignità che un'ingiusta detenzione ti ha tolto. Si vuole avere il coraggio di prendere questa decisione?».

GIUSTO PROCESSO - Poi il ministro dell'Interno ha davanti alla platea un richiamo dall'afflato religioso: «L'esempio di Cristo ci ricorda l'esigenza di un giusto processo ed i limiti della giustizia popolare». «La prima volta che sono andato a visitare un carcere da Guardasigilli - ha raccontato alla platea di Cl - il cappellano mi ha detto di guardare gli occhi dei detenuti perchè vi avrei trovato gli occhi di Cristo».

22 agosto 2013 | 13:19

E’ di meteorite il ferro degli oggetti più antichi

Corriere della sera

Si tratta di tubetti di un collare rinvenuto in Egitto risalente al 3 mila a. C.

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Veniva direttamente dallo spazio e non dalle miniere il ferro impiegato nei più antichi oggetti in ferro finora rinvenuti. La scoperta, realizzata da Thilo Rehren di Ucl Archeology Qatar (la sede nel Golfo dell'University College di Londra), è stata resa nota su Journal of Archeological Science, fa spostare indietro di 2 mila anni l'inizio della lavorazione del ferro.

METEORITE - Sono infatti di ferro meteoritico i piccoli tubetti di una collana dell'antico Egitto conservata nel Museo Ucl Petrie (il Museo egizio dell'University College), risalente al 3 mila a. C. Il professor Rehren spiega anche come vennero realizzati: «La forma dei tubetti è stata ottenuta battendo il ferro e facendolo rotolare, in numerosi cicli di battitura con il martello, e non con i sistemi impiegati per gli altri collari rinvenute nella stessa tomba, cioè incidendo o trapanando con oggetti di pietra».

I FABRI DEL IV MILLENNIO A. C. - Il ferro impiegato per i tubetti (nove) quindi è stato prima ridotto in nove sottili foglietti, poi arrotolato. I tubetti facevano parte di un collare, insieme a oro e altre pietre preziose, a conferma dell'altissimo valore attribuito al ferro. La ricerca mostra che nel IV millennio avanti Cristo i fabbri del tempo erano padroni delle tecniche metallurgiche ed erano in grado di lavorare il ferro meteoritico (una lega di ferro-nichel molto più dura e fragile del rame, il metallo più impiegato 5 mila anni fa), tecniche che saranno poi affinate nel corso dell'età del ferro, che prese il via molto dopo: nella metà del II millennio a. C.

Il ferro più vecchio è di meteorite Il ferro più vecchio è di meteorite Il ferro più vecchio è di meteorite Il ferro più vecchio è di meteorite Il ferro più vecchio è di meteorite

PASSAGGIO TECNOLOGICO - Queste tecniche furono poi fondamentali per poter ricavare il ferro dalle miniere e lavorarlo, un passaggio tecnologico fondamentale che aprì la strada all'utilizzo del ferro al posto del rame e del bronzo. I tubetti, completamente corrosi, vennero ritrovati nel 1911 in tombe pre-dinastiche presso il villaggio di el-Gerzeh, nel Basso Egitto. Ora, grazie a un sofisticata metodologia ai raggi X, i ricercatori sono stati in grado di stabilire che si non si tratta di ferro ricavato dalla magnetite, un comune minerale di ferro. Dopo di che, un'indagine eseguita ai neutroni e ai raggi gamma, ha fatto emergere una struttura particolare e un'alta concentrazione in nichel, cobalto, fosforo e germanio (rarissimo nel ferro di origine terrestre), che invece è caratteristico del ferro di provenienza meteoritica.

22 agosto 2013 | 11:09

La donazione di sangue del cane Macy salva la vita del gatto Rory

La Stampa

Un labrador nero diventa eroe inconsapevole per un felino rimasto avvelenato


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Se fosse la trama di un film, ci sarebbe da rimanere con il fiato sospeso preparandosi una buona dose di fazzolettini per asciugare le lacrime di felicità. In Nuova Zelanda un cane ha donato il proprio sangue per salvare dalla morte un gatto avvelenato in un raro esempio di trasfusione tra specie diverse. Il gattino protagonista della storia si chiama Rory, in pericolo di vita dopo aver ingerito accidentalmente del veleno per topi.

Il proprietario Kim Edwards ha raggiunto immediatamente la clinica veterinaria di Tauranga, nell’Isola del Nord della Nuova Zelanda. Kate Heller, medico veterinario, ha dichiarato in una nota che il gattino stava morendo e aveva urgente bisogno di una trasfusione per poter sopravvivere ma non c’era abbastanza tempo per inviare un campione al laboratorio e determinare il suo gruppo sanguigno. Il medico ha deciso quindi di tentare la sorte e ha utilizzato il sangue di un cane per salvare l’animale, sapendo che sarebbe morto all’istante se si fosse trattato del tipo sbagliato. Il donatore “eroe” è un labrador nero di nome Macy che, inconsapevolmente, è riuscito a salvare la vita al gatto.

Celentano salta la coda al Pronto soccorso Sul Fatto attacca: "Il mio mignolo conta più delle navi di Venezia"

Libero

Il molleggiato in vacanza in Liguria si rompe il dito del piede, si presenta in ospedale con la guardia del corpo in taxi ed entra subito in radiologia

 


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Celentano si frattura un mignolo. Può capitare, nessuno lo mette in dubbio. Così, accompagnato in fretta e furia dalla moglie Claudia Mori all'ospedale di Sanremo, viene prontamente radiografato, bendato e mandato a casa. Ora, immaginate un prontosoccorso di una località marina a metà agosto: praticamente un inferno. E cosa fa il cantante di "Azzurro"? Sicuramente, non la fila. In poco tempo è infatti di nuovo arzillo e pimpante nel suo albergo Grand Hotel del Mare.
Chissà cosa dirà Adriano Celentano per giustificare il suo "saltare la coda". Oggi sul Fatto ha scritto una lettera in prima pagine indignandosi per il risalto che ha avuto la nostizia del suo dito fratturato. : "E' incredibile l'interessamento e l'apprensione di stampa e tg per la piccola frattura che mi sono causato. E nessuno ha sprecato una parola per la battaglia che da 10 giorni porto avanti contro le micidiali navi giganti di Venezia. Cosa devo pensare?".

Perché non chiedo scusa all’assessore Daniele

Corriere del Mezzogiorno


Ieri ho ricevuto la seguente email da parte dell’assessore Nino Daniele.



Cattura“Ho atteso anche oggi che lei mi chiedesse scusa per avermi rivolto una lettera appello contenente una richiesta fondata su presupposti inesistenti e per aver fondato su di essi giudizi lesivi della mia immagine pubblica e dello stile che mi ha sempre caratterizzato.Ma sono paziente. Passata la foga che la ha animata per una colpa che non ho,sono certo che la stima che ho sempre riposto in lei non andrà delusa e non dovro’ ricredermi anche sul suo conto. Da acuto osservatore non le sarà sfuggito che la sua rappresentazione ha dato la stura ad alcuni commenti miserevoli che insistevano sullo scambio tra la mia nomina ad Asssessore e l’incarico a Claudio De Magistris. Insomma un test divertente.Vedere i famigli del partito più personale e familistico  che si ricordi tentare di abbassarmi al loro livello,fa ridere. Però lei gli ha fornito il destro.Senza motivo alcuno. Se ha bisogno di ancora un po’ di tempo non c’è problema. A domani.

Cordiali saluti.
Nino Daniele”.


Ed ecco la risposta che gli invio attraverso questo blog



Caro assessore, premesso che la stima è reciproca, le dico subito che non ho alcuna intenzione di offrirle le mie scuse. Le avevo chiesto di soprassedere alla decisione di assumere il fratello del sindaco come dirigente del Forum delle culture e non mi pare che la sua volontà vada in questa direzione, dunque sono io che continuo ad aspettare un bel gesto da parte sua. Lei contesta i toni e i presupposti della mia richiesta. Cominciamo da questi ultimi. Non può sospettarmi, lei dice, di voler nominare de Magistris jr per compiacere il sindaco. Già. Devo darle atto che è così. Ma più della sua storia personale, da cui origina la stima che ho per lei, sono i fatti, purtroppo, a darle ragione. Perché dico purtroppo? Mi spiego rapidamente. Ha sentito cosa ha cinguettato il sindaco? Ha letto la sua nota sul fratello?

Dice che poiché Claudio lo ha aiutato a vincere le elezioni, è giusto che sia nominato al Forum dopo due anni di volontariato. Se capisco bene, caro Daniele, ciò la assolve dal sospetto di creatività servile, ma la pone tra gli esecutori materiali di una decisione che la trascende, che il sindaco ha maturato nel tempo e che, non so in quale misura, sostanzialmente le ha imposto. Se poi lei dovesse insistete nel dire che non di imposizione si tratterebbe, ma di sua libera scelta, allora dovrei rivolgerle ben altra accusa. Che è questa. Mi risulta che in un precedente progetto per l’organizzazione del Forum le cariche direttive avrebbero dovuto essere selezionate attraverso un concorso pubblico.

Come mai lei ha invece escluso questo passaggio? Claudio de Magistris è il migliore sulla piazza? Può essere. Ma quale genitore non pensa questo del proprio figlio? Eppure, assumere parenti  in ruolo pubblici non è una buona pratica, non le pare? E davvero non vedo perché lei debba farsi stritolare da questa storia:  cosa c’entra lei con i conti elettorali che il sindaco deve saldare? Perché  lei, così ampiamente stimato, deve finire per essere identificato o come servo o come esecutore? Ora credo sia più chiaro anche perché io abbia usato certi toni con lei. Certe volte si finisce per essere più esigenti proprio con le persone più stimate. Lei dice, infine, che la mia lettera aperta ha dato la stura a gravi insinuazioni sul suo conto. Sarà, ma non posso farci nulla.  Le libere opinioni non sono come i cani,  che puoi richiamare con un fischio.

 

 

Lettera aperta all’assessore Nino Daniele su de Magistris jr.

 

Caro assessore Daniele, ci sono questioni di stile a cui è difficile sfuggire. Una la riguarda personalmente, essendo lei componente della giunta de Magistris  e responsabile dell’ormai prossimo Forum delle culture. Dunque, ho letto l’intervista da lei rilasciata a Repubblica proprio a proposito del Forum e pur avendo apprezzato alcuni passaggi sia di natura culturale, mi riferisco a certi dettagli del programma, sia di natura politica, ad esempio il suo prudente giudizio sul caso Tommasielli, sono rimasto assai negativamente colpito dal riferimento da lei fatto al fratello del sindaco.

In sostanza, confermando un orientamento già segnalato dalle cronache, lei annuncia che è sua intenzione chiedere a de Magistris jr un  impegno ufficiale e remunerato, della durata di un anno, per l’organizzazione del Forum. Tutto questo a lei sembra normale. E invece normale non è. Ci pensi: lei, che è stato nominato assessore dal sindaco, nomina a sua volta, come consulente, il fratello del primo nominante. Una catena, al limite del volgare,  di pietose cortesie interessate. Cose che forse neanche in Sudamerica si vedono più, o che se inserite in una sceneggiatura per una commedia all’italiana farebbero più piangere che ridere.

Ciò nonostante lei non sembra affatto turbato. Anzi. Crede addirittura di contribuire così a sanare un aspetto decisivo della cosiddetta parentopoli comunale. È vero o non è vero, lei argomenta, che da più parti è stato sollevato il caso di Claudio de Magistris? A che titolo collabora con il sindaco? Perché prende decisioni al suo posto pur essendo estraneo all’amministrazione? Bene. Io, dice lei, con la mia proposta metto finalmente il punto a questa anomalia. E ne sembra per giunta fiero. Ma in sostanza, caro assessore, è come se io, che sono direttore di un giornale, proponessi al mio editore, che mi ha nominato, di assumere un suo familiare come editorialista, e di pagarlo per questo.

Nel mio caso, sono certo che, nella migliore delle ipotesi, il mio editore mi manderebbe a quel paese. Ma se così non fosse, se il proposito non trovasse ostacoli, che figura faremmo entrambi, l’editore ed io, con i lettori? Ecco, caro Daniele, qual è il punto. Con questo suo annuncio lei, inconsapevolmente, non fa altro che aggravare la crisi di autorevolezza di questa giunta , non a caso già definita “patetica” dal professor Gino Labruna oggi sul Corriere del Mezzogiorno. 

Che fare, allora? Molto semplice. Per sanare l’anomalia in questione non c’è che un modo. Il sindaco si assuma direttamente la responsabilità di ingaggiare il fratello. Lo faccia alla luce del sole. Lo nomini assessore, se crede. Ma non chieda a lei di tirargli via le castagne dal fuoco. Caro Daniele, riveda dunque il suo proposito. Lo faccia per lei stesso, per la sua onorabilità. E lo faccia per Benedetto Croce, al quale ho letto vuole dedicare una parte del Forum. Ma le pare giusto tirarlo in ballo in una iniziativa che passerà alla storia solo per le pratiche feudali, familistiche, provinciali e ridicole che l’hanno  caratterizzata? La prego, ci ripensi.

 

 

 

Daniele: «Il contratto a de Magistris jr è solo un'iniziativa di trasparenza»

L'assessore alla Cultura del Comune di Napoli

 

Caro Direttore,

su questa questione del ruolo di Claudio de Magistris sono già intervenuto su un suo blog critico quando non ero assessore e neanche lontanamente avrei immaginato di diventarlo. Già allora sostenni che, considerato il particolare rapporto di fiducia politica e non solo familiare, occorresse trovare una soluzione positiva ad un problema che si caricava di molte contraddizioni.Può rileggerlo se vuole. Auspicavo anche allora, e mi sembrò che lei condividesse quel giudizio, che la collaborazione possibile si dovesse organizzare con modalità trasparenti e con funzioni tali da poter essere rendicontate alla pubblica opinione.

Superare così un'ambiguità che si esponeva a strumentalizzazioni e dubbi. Dubbi e ombre non dissipabili dalla condizione di «gratuità». Perarltro per me discutibile anche sul piano dei principi. Claudio de Magistris è molto bravo nel suo lavoro. Può verificare se tale giudizio è condiviso. Ho individuato una modalità attraverso la quale questi nodi potessero sciogliersi diminuendo l'area di possibile opacità che molti commentatori ed avversari politici costantemente segnalavano. Il sindaco è titolare dell' evento forum. Che Claudio de Magistris potesse collaborarvi nella forma del consulente volontario del sindaco, sua attuale condizione giuridica, lo avrebbe ulteriormente sovraesposto.

Nella forma proposta tutto e osservabile, giudicabile,verificabile.Una responsabilità operativamente e temporalmente delimitata fondata su una documentata esperienza. Che io abbia potuto farlo per «compiacere» il sindaco continuo a ritenere che ,conoscendomi, lei non lo pensi. Ho detto ben altri no in circostanze ben più difficili e pagando ben altri prezzi che un posto da assessore. Anche il paragone con il suo ruolo di direttore non regge. Perché nel mio caso l'editorialista già scriveva sul giornale. Penso che anche lei questa volta si sia lasciato prendere dalla foga. Delle critiche non mi adonto. Rispetto la sua opinione. Quando governi in condizioni complesse ti puoi anche illudere che un progresso, un miglioramento rispetto alla situazione data sia da perseguirsi. E metti anche nel conto che non tutti lo comprendano e lo condividano. Ma ti assumi una responsabilità. Mi aspetto che lei riconsideri con oggettività la parte di commento sopra le righe.

 

Nino Daniele20 agosto 2013

La fantascienza è qui Arriva la telecamera che dà un nome ai volti

Giuseppe Marino - Gio, 22/08/2013 - 07:30

Il governo Usa: siamo vicini al "riconoscimento facciale". Una svolta per la sicurezza, ma è già polemica sulla privacy

«Manda la foto all'Fbi per il riconoscimento facciale». In tv lo fanno già da anni. Ora pare che la realtà voglia recuperare il tempo perduto sulla fiction, che già con Schwarzenegger in Total recall (film del 1990), dava per scontata l'esistenza di una tecnologia che consente di associare un volto a un nome, riconoscendolo da un archivio di immagini precedentemente raccolto.


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I ricercatori incaricati dal dipartimento della Homeland security del governo americano dicono che la fantascienza è ora. O quasi: sono già in corso esperimenti che danno risultati soddisfacenti, ma la previsione, secondo il New York Times, è di arrivare al varo entro 5 anni di un sistema di «facial recognition» in grado di identificare un volto ripreso a 100 metri di distanza da una telecamera con una percentuale di accuratezza dell'80-90 per cento.

È un obiettivo straordinario, se si pensa che l'America ci lavora da dieci, buttando milioni sul piatto della ricerca. L'Fbi in realtà ha già un sistema che guida nel confronto di fotografie, ma ora sta investendo un miliardo di dollari per arrivare a un vero database di immagini da usare con un sistema come quello inseguito dall Homeland Security: un software in grado di comparare con le foto degli archivi immagini catturate fortunosamente da telecamere di sorveglianza, dunque non troppo a fuoco, in condizioni di luce scarsa, in movimento, magari mentre piove. Serve un sistema ben più sofisticato di quello che permette a Facebook già dal 2010, di riconoscere le persone presenti in una foto, se sono già iscritte al social network.

Qui parliamo non solo di confrontare foto in due dimensioni, ma di identificare, in tempo reale, il nome di una persona che compare in immagini in 3D di bassa qualità. E pensare la tempesta delle polemiche sulla privacy si è abbattuta già su Facebook, che usa il sistema solo per aiutare l'utente a «taggare» gli amici, cioè a segnalare loro che sono presenti in una foto pubblicata sul social network. Il dibattito sul nuovo «Grande Fratello» tecnologico è già iniziato. In Italia, c'è da scommettere, ci fermeremo allo stadio della sterile polemica.

Basti pensare che da noi non è mai decollato nemmeno l'archivio dei Dna, che invece è operativo negli Stati Uniti, dove ha permesso non solo di far condannare tanti criminali, o presunti tali, ma anche di far assolvere decine di innocenti, vittime di errori giudiziari figli dell'era pre-genetica. A incoraggiare gli investimenti, negli Stati Uniti è soprattutto la minaccia terroristica. Il più giovane dei fratelli Tsarnaev, accusato dell'attentato alla maratona di Boston messo a segno quattro mesi fa, è stato riconosciuto grazie all'archivio fotografico informatizzato che già ora l'Fbi usa.

In Italia invece abbiamo la foto dell'assassino della gioielliera di Saronno da giorni, ma non riusciamo a dargli un nome. Per non parlare del paradosso Yara: abbiamo speso una fortuna per raccogliere 15.000 Dna e compararli con quelli del potenziale assassino. Ma quei profili genetici, in ossequio alle nostre ferree leggi sulla privacy, dovranno essere distrutti. Un killer di ragazzine libero è il prezzo che paghiamo per poter cullare l'illusione che la nostra privacy sia salva mentre diamo tranquillamente in pasto a Facebook le foto dei nostri figli.

La Gran Torino, l’inossidabile classica che piace alle gente che piace

Massimo M. Veronese - Gio, 22/08/2013 - 09:23

Esagerata e sopra le righe ha sempre avuto successo al cinema, da Stursky e Hutch a Clint Eastwood. É stata una regina degli inseguimenti ma in realtà era lenta e pacifica, ha fatto la comparsa anche nei Tre giorni del Condor e in X-Files. E il suo nome è un omaggio alla Detroit italiana

Walt Kowalski non ci fa nulla con la sua stupenda Ford Gran Torino del 1972. Ogni tanto la scopre e la lucida.


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É lui la Gran Torino, è la cosa migliore che gli rimane. Il meccanico polacco vive da vedovo a Detroit, in un quartiere ormai occupato da asiatici e afroamericani. Ultimo cowboy senza illusioni, scopre la tolleranza e consegna al giovane Thao il suo ultimo gioiello, la Ford d'annata Gran Torino appunto. Molto venduta, molto amata, perchè extralarge, sopra le righe e yankee è la stessa auto de «Il grande Lebowski» ma spunta anche nei «Tre giorni del Condor», in «X-files» e in «Fast & Furious». Una muscle car. Come Clint Eastwood del resto... La popolarità però la Gran Torino l’aveva già conquistata con i telefilm di Starsky e Hutch.

La chiamavano «Zebra 3» o «Pomodoro a strisce»: la Gran Torino, ma del 1976, sembrava agile e veloce, ma era pesante come un carrarmato. Rossa, con la striscia bianca laterale, i cerchi in lega Western, e guidata in modo spericolato dalla coppia di poliziotti più bizzarra di Los Angeles in realtà era più adatta a tranquille scampagnate che a inseguimenti mozzafiato. Mentre per noi era una macchina eccessiva e forse un po’ pacchiana per gli americani era appena appena comoda: aveva però tante variabili dalla berlina alla familiare fino alla cabriolet. Il nome Gran Torino era un omaggio alla capitale della Fiat, alla Detroit italiana, a chi, per gli americani, sapeva fare macchine. La macchina di Starsky e Hutch ebbe talmente successo che Ford ne costruì mille modelli identici andati a ruba.

VIDEO : La Gran Torino in una sequenza di Starsky e Hutch

Alla Ford, per la Gran Torino, arrivavano persino lettere d'amore. E un testamento che è storia del cinema: «Vorrei lasciare la mia auto del '72 Gran Torino alla persona che più la merita... Thao Vang Lor... A condizione che tu non scoperchi il tetto come uno stronzo messicano, che non ci dipingi quelle ridicole fiamme come un qualsiasi coatto bianco e che non ci metti sul retro uno di quegli spoiler da checca, che si vedono su tutte le macchine degli altri musi gialli, fa veramente schifo. Se riesci a non fare tutte queste cose... É tua...». Firmato: Walt Kovalski

Infermiera si siede sulla bimba paralitica: ecco la foto che fa infuriare tutti

Il Mattino


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La foto sta facendo arrabbiare tutti quanti e ritrae un'infermiera pigra seduta sulle gambe di una bimba paralizzata, mentre parla tranquillamente al cellulare. L'immagine è stata pubblicata su Reddit, dove gli utenti si sono letteralmente scatenati per cercare di identificare l'infermiera.

 

mercoledì 21 agosto 2013 - 19:53   Ultimo aggiornamento: giovedì 22 agosto 2013 09:13

Benevento, Peppone contro Don Camillo il Comune vuole aprire le chiese, i parroci no

Il Mattino

di Giuseppe Piscitelli


SANT'AGATA DEI GOTI. Domenica prossima resteranno chiuse oppure aperte le chiese cittadine? La risposta al quesito non è semplice, né facile se si pensa che Giovannino Guareschi, se fosse vivo, potrebbe riscrivere l'ennesima puntata dello scontro tra don Camillo e Peppone, tra Chiesa e Comune.



CatturaCittà legatissima al mondo ecclesiastico, come testimoniano la storia, i personaggi di rilievo (Sant'Alfonso e papa Sisto V, in particolare) e la ricchezza di edifici sacri, Sant'Agata non è nuova a dissidi tra le due autorità: il precedente più eclatante avvenne tra il sindaco Giovanni Viscusi ed il vescovo Mario Paciello nel 1997 per l'utilizzazione del porticato sottostante il palazzo episcopale.

Attuale pomo della discordia tra Chiesa e Comune consiste nel fatto che da oltre un anno Palazzo San Francesco ha preso contatti con i parroci della diocesi, detentori di oltre il 95% del patrimonio ecclesiale santagatese, per avviare un progetto condiviso e l’istituzione di un biglietto unico che consenta al turista di pagare un ‘tot’ e poter visitare tutte le bellezze di Sant'Agata. Da allora si è ancora in attesa di una risposta dei parroci del paese e a nulla è valso l’intervento del sindaco Carmine Valentino anche con il vescovo diocesano, mons. Michele De Rosa.

Fino a qualche mese fa le comitive e i turisti non potevano ricevere da guide autorizzate materiale illustrativo e delucidazioni. E un tour prevedeva la Cattedrale e la chiese di San Francesco, con la cellula archeologica, e di Sant'Angelo, sempre aperte, e un altro prevedeva, ma soltanto su appuntamento, le chiese dell'Annunciata e di San Menna, il museo diocesano e i «luoghi alfonsiani». Poi, per alcune domeniche, volontari di un'associazione giovanile, grazie a un progetto sperimentale ed in virtù di una convenzione, tennero aperte tutte le chiese. Ora non più però.

A Ferragosto, eccetto la chiesa di San Francesco e il museo diocesano (in mattinata) era tutto off limits. Palazzo San Francesco non si spiega in alcun modo perché si è preferito il progetto sperimentale di un'associazione a quello proposto dall'ente. E dire che l'opzione è precedente allo scontro avvenuto tra Chiesa e Comune per la festa patronale di Sant'Alfonso : di diritto spetta alla Chiesa organizzarla, ma nulla ha vietato al Comune di organizzare dal 3 agosto la prima edizione di «Sant'Agata - Città in Festa» insieme ad un comitato formato da una ventina di associazioni locali, dal quale si era autoesclusa proprio quella giovanile del progetto dell'apertura domenicale delle chiese.

 
mercoledì 21 agosto 2013 - 22:22   Ultimo aggiornamento: giovedì 22 agosto 2013 08:17

Usa choc, donna mangia verme solitario per dimagrire: "L'ha comprato sul web"

Il Mattino


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IOWA - Ha ingerito un verme solitario comprato su internet per dimagrire. Un 'rimedio' che lascia a bocca aperta, dato che può nuocere gravemente alla salute. Tutto è accaduto negli Stati Uniti, nell'Iowa per la precisione: una donna ha confessato al proprio medico di aver ingerito il verme 'Tenia', precedentemente acquistato su internet. Il parassita può arrivare alla lunghezza eccezionale di ben 10 metri.

Come è logico che sia, il dottore è rimasto a dir poco sbigottito davanti la notizia e ha suggerito immediatamente la somministrazione di un farmaco idoneo alla sverminazione. Il Dipartimento della Salute ha generato una circolare interna rivolta agli addetti del settore, nella quale la dott.ssa Patricia Quinlisk, direttore medico del Dipartimento dell'Iowa di salute pubblica, ha avvertito che “l'ingestione delle tenie è estremamente rischiosa e può causare un ampio ventaglio di possibili effetti indesiderati, inclusi casi rari di morte”.

 
mercoledì 21 agosto 2013 - 17:28   Ultimo aggiornamento: 17:29

De Magistris sul fratello, lungo sermone su fb: è un lavoratore, ha diritto al salario

Corriere del Mezzogiorno

Il sindaco prede nuovamente la parola sulla polemica nata dall'ipotesi di assumere Claudio al Forum


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NAPOLI - Non è un post. È un lungo e articolato sermone quello appena pubblicato dal sindaco Luigi de Magistris in difesa dell'ipotesi di assumere il fratello Claudio nell'ambito del Forum delle Culture. «La condizione lavorativa di mio fratello Claudio - scrive - sembra essere diventata uno di quei temi da cui dipendono le sorti dell'amministrazione e della città. In alcuni casi l'argomento viene utilizzato strumentalmente per la battaglia politica, in modo poco onesto per colpirmi, altre volte invece viene posto con sincerità ricercando, dai diretti interessati, una considerazione, una visione, una opinione. Non nego che questo tema possa avere una sua rilevanza pubblica e, dunque, come fatto altre volte, voglio poter esprimere il mio punto di vista, essendo chiamato in causa in prima persona».

«NON E' FAMILISMO» - «L'ipotesi di offrire, per mezzo della Fondazione Forum, un contratto a Claudio de Magistris, del resto, sta animando il dibattito politico e mediatico di agosto, con risvolti addirittura nazionali. Evocando concetti come il familismo, scomodando temi come la questione morale. Onestamente credo sia un po' troppo: troppo eccessiva l'attenzione, troppo alta la polemica ad alzo zero sollevatasi. Proverò comunque a dire la mia, in particolare per spiegare ai cittadini. Claudio è stato determinante nella competizione elettorale da me vinta, per il suo impegno politico e per la sua capacità nel settore della comunicazione e dell'organizzazione degli eventi. Lo possono riconoscere tutti, è storia dimostrata dalla cronaca di quel periodo eccezionale.

Claudio è stato anche il ponte con Napoli quando me ne sono allontanato per alcuni anni, gli occhi sinceri sulla città, il termometro di ciò che accadeva. Claudio è stato, infatti, il maggior promotore di quella sfida che abbiamo poi vinto. Insieme a lui, tantissimi giovani che hanno fatto con me la campagna elettorale, animati dalla speranza politica di una nuova stagione per Napoli. Loro hanno vinto quella elezione, insieme ai tanti cittadini che mi hanno accordato fiducia. Non avevo partiti e non avevo apparati. Ma avevo loro. Diventato sindaco, una parte di questa 'squadra' di sognatori, anche inesperti ma assolutamente onesti e volenterosi, mi ha seguito a Palazzo San Giacomo, dove lavorano ancora oggi. Mio fratello ha fatto lo stesso».

«IL SUO VALORE TESTIMONIATO SUL CAMPO» - Prima il non contratto poi l'ipotesi di contratto. «Allora però si decise di non contrattualizzare il suo ruolo, essendo tra l'altro egli impegnato e retribuito dal partito Idv per il settore della comunicazione. Claudio era già prima della campagna elettorale un professionista noto in città, avrebbe continuato ad esserlo anche dall'interno dell'amministrazione e, pensavamo allora, avrebbe dimostrato il suo valore. Quale? Quello appunto testimoniato sul campo: Bruce Springsteen, Manu Chao, Coppa Davis, Giro d'Italia e mi fermo qui.

Dopo due anni, Claudio ha confermato di essere ciò che era anche prima e che è sempre stato -un professionista di un settore come gli eventi e la comunicazione- ma ha anche dato prova di essere, quindi, una risorsa per l'amministrazione di una città che necessita, dopo anni di riduzione a metropoli dei rifiuti, di ricostruire una sua immagine e la sua capacità attrattiva. Per questo oggi, a differenza di ieri, mi sembra cambiato il contesto iniziale e mi sembra ci siano tutti i presupposti per aprire una riflessione sulla possibilità che egli veda una formalizzazione del suo ruolo e del suo impegno».

E' UN LAVORATORE, HA DIRITTO A UN SALARIO - «Essendo un lavoratore - si avvia a concludere - che, come tutti, ha diritto ad un salario, essendo un professionista a cui vanno riconosciuti competenza e sacrificio, essendo una risorsa per la nostra amministrazione, per la quale ha lavorato gratis fino ad ora. Si tratta inoltre di una possibilità non impedita dalla legge. Una legge che, anche in relazione allo stesso staff del sindaco, per esempio, riconosce la natura fiduciaria e dunque la nomina diretta per i ruoli di stretta collaborazione con il sindaco. Ed è difficile pensare che possa essere diversamente, viste le responsabilità che un amministratore si assume e di cui deve poi rispondere, spesso non solo davanti ai cittadini nel momento del ritorno alle urne.

Responsabilità che nascono da decisioni che si fondano sul lavoro dei suoi più stretti collaboratori, di cui egli deve potersi pienamente fidare e di cui, anche in questo caso, si assume la responsabilità di nomina. Claudio, indipendentemente dal suo dna e dalla sua appartenenza familiare, è un professionista che ha contribuito alla vittoria elettorale e ha portato un valore aggiunto alla nostra attività di amministratori. E sono così convinto di questo suo valore, che in campagna elettorale è sempre stato visibilmente al mio fianco. Così come al mio fianco, visibilmente, è stato quando ho messo piede a San Giacomo, dove tutti lo hanno sempre considerato Claudio, un lavoratore esperto, un professionista. De Magistris è sempre venuto dopo. Soprattutto per quanti credono al merito».

Redazione online21 agosto 2013

Il plotone dei pm rossi anti Cav: sono 20

Mariateresa Conti - Gio, 22/08/2013 - 07:40

Panorama ha censito i membri di Md e "Movimento per la giustizia" che hanno inquisito il leader Pdl

I conti li ha fatti Panorama, in edicola oggi. E comunque, fatte salve onestà intellettuale dei singoli e casualità nell'assegnazione delle inchieste, il dato, obiettivamente, salta all'occhio: nei 34 procedimenti penali in cui Silvio Berlusconi si è imbattuto a partire dal 1994, l'anno della sua discesa in campo, i pm «rossi» - laddove per «rossi» si intende pm aderenti alle correnti di sinistra delle toghe, e cioè Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, dal 2011 federate nel cartello elettorale Area - sono almeno 20.


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E il numero è approssimato per difetto visto che ci sono anche toghe che non fanno parte di alcuna corrente - vedi il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini - e che pure certo sono ideologicamente lontani anni luce dal Pdl e dal suo leader. «A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca», chiosava un ex imputato eccellente, Giulio Andreotti. Ma qui non si tratta di pensar male, si tratta di numeri. E il dato che del leader del principale partito di centrodestra si siano occupati via via pm iscritti alle correnti di sinistra del sindacato delle toghe, è un fatto. Basta incrociare nomi e inchieste. Come ha fatto, appunto, il settimanale: da Milano a Palermo, da Napoli a Bari, la si chiami coincidenza, la si chiami fatalità, i destini del Cav e di almeno un inquirente schierato a sinistra si sono incrociati.

Qualche nome. A partire proprio da un'inchiesta ancora aperta, quella napoletana sul cosiddetto caso De Gregorio e sulla presunta compravendita di parlamentari per far cadere il governo Prodi. Henry John Woodcock non è iscritto ad alcuna corrente. Ma i pm Vincenzo Piscitelli, Fabrizio Vanorio e Francesco Curcio, che sostengono l'accusa, invece si. Quale? Bravi, Md, indovinato. E Milano, la culla dei processi al Cavaliere, da Mediaset ai diritti Tv al Rubygate? Qui è il procuratore capo in persona, Edmondo Bruti Liberati ad essere un illustre esponente di Magistratura democratica, corrente che in passato ha anche presieduto. Di Md anche un altro accusatore storico di Berlusconi nei processi per le tangenti alla Guardia di Finanza, Imi Sir, Lodo Mondadori e Sme Ariosto, l'ormai ex magistrato Gherardo Colombo.

A Movimento per la giustizia aderisce invece Maurizio Romanelli, il pm milanese del caso Unipol che ha chiesto e ottenuto la condanna in primo grado di Berlusconi a un anno per violazione del segreto isttruttorio. Da Milano a Palermo il vento, anzi la «corrente», non cambia. In Md, prima di buttarsi in politica a sinistra e di lasciare la magistratura, è stato Antonio Ingroia, pm del processo a Marcello Dell'Utri con un altro attivista di Md, Domenico Gozzo, ora procuratore aggiunto a Caltanissetta, la procura che si occupa delle stragi. E come non ricordare un altro attivista di Md, l'ex procuratore di Palermo - ora è il capo della Procura di Torino - Gian Carlo Caselli, che guidava la procura proprio quando sul Cav si scavava per mafia? Forse non è un caso che, per perorare la sua causa al Senato, il Cav pensi di parlare di toghe «rosse».

Marino e la busta paga: «Solo 4.500 € » Gli altri sindaci: a noi basta

Corriere della sera

Emiliano (Bari): «Da magistrato guadagnavo 1500 euro in più al mese. Ma l'indennità è congrua»


ROMA - Forse non se l'aspettava. O magari non conosceva le normative vigenti. Sta di fatto che, dopo il larghissimo successo elettorale ottenuto a giugno, per Ignazio Marino la prima busta paga deve essere stata un trauma: mese di luglio, più mezzo mese di giugno. Media, facendo un rapido calcolo, di 4.500 euro netti al mese. Una miseria, per uno abituato alle retribuzioni da chirurgo prima e da parlamentare poi. Così, alla prima occasione (una chiacchierata col Venerdì di Repubblica ), il sindaco di Roma l'ha fatto presente: «A casa a mezzanotte, niente mondanità, sveglia alle sei del mattino». Tutto per quello stipendio, che molti italiani si sognano: «Amministriamo bilanci miliardari e responsabilità enormi», dice Marino.

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Che fine hanno fatto le battaglie anti-Casta sui costi della politica? «Forse si è ecceduto». Il piatto piange, il bilancio familiare ne risente: «Prima o poi bisognerà riequilibrare», insiste Marino che si rende conto che non è il momento di rivendicazioni salariali («non ci penso proprio»). Le sue parole, però, scatenano un vespaio. E il chirurgo dem si ritrova solo.

All'Anci preferiscono non commentare, perché l'associazione «si occupa dei problemi dei Comuni, non dei singoli cittadini» e perché «tutti sanno, o dovrebbero sapere, prima di candidarsi quali sono le regole d'ingaggio». Anche perché, viene fatto notare, «solo i sindaci di città medio-grandi hanno retribuzioni buone: la stragrande maggioranza, in tutta la Penisola, prende indennità di mille o duemila euro al mese». (guarda la tabella del confronto con altri sindaci e con il governatore della Lombardia)

Michele Emiliano, primo cittadino pd di Bari, rivela: «Lo stipendio di Marino? Forse a Roma hanno norme che rendono la retribuzione inferiore a quella possibile». Lei quanto guadagna? «Circa 5.800 euro netti al mese. Bari è città metropolitana, con 320 mila abitanti, la settima d'Italia». Racconta un aneddoto, Emiliano: «Come magistrato prendevo 1.500 euro in più al mese. E ci sono state lunghe discussioni familiari quando ho lasciato: sa, sul budget complessivo un taglio così ha il suo impatto...». Ma è giusto alzare gli stipendi dei sindaci? «L'indennità è congrua rispetto alla situazione dei salari. Siamo comunque dei soggetti privilegiati, anche se guadagniamo molto meno di parlamentari, consiglieri regionali, europarlamentari. Tutti politici che hanno meno responsabilità di noi».

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Luigi de Magistris, a Napoli, prende ancora meno di Marino: «Circa 4.100 euro al mese. Ma certo non mi lamento, anche se lavoro 18 ore al giorno, gestisco tra Comune e partecipate 23 mila dipendenti. Ma abbiamo tenuto le indennità basse (fu una decisione della Iervolino, ndr) per dare un segnale in un momento difficile».

La retribuzione dei sindaci, infatti, è fissata a livello nazionale, attraverso il Tuel (Testo unico enti locali) che rimanda al decreto n.119, del 4 aprile 2000, del ministero dell'Interno. Lì veniva fissato il trattamento economico, ancora in lire, in base a parametri demografici: si andava dagli attuali 1.300 euro per un sindaco di un centro con meno di mille abitanti, agli 8.000 euro per Roma, Milano, Napoli. Cifre, poi, modificate al ribasso da almeno un paio di finanziarie, l'ultima con Giulio Tremonti. Quelli sono i tetti massimi. Poi, però, ogni città può ridurre ancora.

Giuliano Pisapia, a Milano, ad inizio giugno ha ridotto la sua indennità da 5.600 a 3.600 euro al mese, seguito a ruota dal vicesindaco Lucia De Cesaris: entrambi, ora, guadagneranno come gli assessori della giunta. Mentre Matteo Renzi, a Firenze, stipendio da 4.300 euro mensili sventolato una volta in consiglio comunale, ha più volte in passato espresso il suo pensiero: «Teniamo ferma la paga dei sindaci, ma dimezziamo quella dei parlamentari». E così, mentre il centrodestra romano si scatena contro Marino, l'unico sollievo per il chirurgo in bicicletta arriva proprio dal suo predecessore Gianni Alemanno: «La richiesta di Marino è il massimo dell'inopportunità, mentre le famiglie non arrivano a fine mese e aumenta la disoccupazione. In ogni caso io prendevo 5.400 euro al mese, e la sua indennità sarà la stessa». Sono quasi mille euro in più. Il bilancio familiare, forse, è salvo.

22 agosto 2013 | 9:07

Strategie anti graffiti

Corriere della sera

di Claudio Schirinzi


Dei 50 mila palazzi di Milano, 20 mila sono imbrattati da graffiti (fonte Assoedilizia) e non parliamo di murales , ma di scarabocchi, non di street art , ma di vandalismo. Al primo maggio 2015, giorno di inaugurazione di Expo, mancano 617 giorni. Per cancellare tutte le scritte entro quella data e offrire ai visitatori stranieri un'immagine decorosa della città bisognerebbe ripulire 32 palazzi al giorno. Tutti i giorni, compresi sabato e domenica, Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto e ogni altra festa comandata.

Tutti i giorni al lavoro con detergenti e cannoni ad acqua per lavare dai muri il segno di chi vorrebbe tramandare ai posteri la firma della propria stupidità. Sarebbe un'impresa impegnativa e costosa; difficile, ma possibile. Però inutile. Perché il cretino, a differenza del bandito, non si riposa mai e tornerebbe a sporcare di notte ciò che è stato pulito di giorno.

Nulla sembra funzionare contro queste cavallette della vernice spray che attraversano la città imbrattando ogni cosa. Nel 1982 due criminologi americani, James Q. Wilson e George Kelling, elaborarono la «Broken windows theory», la teoria delle finestre rotte, secondo la quale se le persone si abituano a vedere una finestra rotta, si abitueranno a vederne rompere altre e a vivere in un ambiente devastato da teppisti e vandali senza reagire.

Riparando subito la finestra, invece, le persone impareranno a considerare «normale» la legalità partendo appunto dalle piccole cose. Vari esperimenti dimostrarono che la teoria era efficace: se c'è un cumulo di rifiuti, presto ne porteranno altri, mentre su un marciapiede pulito è più difficile che qualcuno, per primo, scarichi dell'immondizia. Purtroppo con i graffiti quella teoria non funziona. Un muro appena ripulito scatena l'ossessione compulsiva di chi non può fare a meno di marcare il territorio con la bomboletta di vernice; lo fanno anche gli animali, ma in un altro modo.

Arrivare per primi a «firmare» una parete intonsa è titolo di merito fra questi specialisti dello scarabocchio e quindi si scatena la corsa. Si dirà che non bisogna prendersela perché tutte le grandi città del mondo sono imbrattate, chi più, chi meno, dai graffiti. Ecco, il problema è che Milano è fra i «chi più». Siamo addirittura diventati una meta internazionale per il turismo vandalico perché è passata la voce che qui non si rischia nulla.

Qualcosa però sta cambiando: i vigili hanno intensificato i controlli e hanno avviato indagini più sofisticate con l'analisi delle immagini e la creazione di una «banca dati» dei graffiti. Ma i vigili da soli non bastano. Il danno economico e di immagine provocato da questi vandalismi meriterebbe sanzioni adeguate. In primo luogo un risarcimento economico (a carico delle famiglie nel caso di minorenni): se hanno i soldi per comperare la vernice spray, li trovino anche per pagare le riparazioni. E poi un po' di lavoro socialmente utile, meglio se faticoso, meglio ancora se finalizzato alla pulizia dei muri imbrattati. Perché forse la stupidità non si può guarire, ma una terapia energica può sicuramente aiutare a contenere i sintomi.

Patto di ferro pre-nozze, marito costretto a restituire il prestito alla ex moglie

Il Mattino

Rigettato il ricorso dell'uomo contro il decreto ingiuntivo del tribunale di Napoli al pagamento delle somme dovute



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È lecito il patto prematrimoniale o sottoscritto tra i coniugi a nozze avvenute che vincola la restituzione di un prestito tra moglie e marito all'eventualità di una futura separazione; e resterebbe valido se questa condizione diventasse di fatto un freno per il coniuge debitore allo scioglimento del matrimonio.

Con questa motivazione la Corte di Cassazione ha dato torto a un marito che aveva ricevuto un prestito dalla moglie per accendere un mutuo e che con una scrittura privata si era impegnato a restituire la somma in caso di separazione. A separazione consensuale avvenuta, si era invece rifiutato di consegnare il denaro alla sua ex, sostenendo che quel patto era nullo perchè contrario all'ordine pubblico e a norme imperative, come quella che il diritto di separarsi dal coniuge non tollera alcuna forma di limitazione.

«Non c'è nessuna norma imperativa che impedisca ai coniugi , prima o durante il matrimonio, di riconoscere l'esistenza di un debito verso l'altro e di subordinare la restituzione all'evento, futuro e incerto, della separazione coniugale», ha invece stabilito la Terza sezione civile della Cassazione (sentenza 19304), rigettando il ricorso dell'uomo contro il decreto ingiuntivo del tribunale di Napoli al pagamento delle somme dovute.

«L'inderogabilità dei diritti e dei doveri che scaturiscono dal matrimonio, non viene meno per il solo fatto che uno dei coniugi, avendo ricevuto un prestito dall'altro, si impegni a restituirlo nel caso della separazione», argomentano tra l'altro i supremi giudici. Quanto alla tesi della difesa dell'uomo , secondo cui un simile accordo finisce per concretizzarsi in una pressione psicologica sul coniuge debitore nel senso di scoraggiarne la liberatà di scelta per la separazione, la Cassazione osserva non solo che tutto questo non è avvenuto nel caso concreto, ma che se pure si verificasse «non si tradurrebbe di per sè nella nullità» del patto.

 
mercoledì 21 agosto 2013 - 18:08   Ultimo aggiornamento: 18:18

Diritti digitali, restrizioni e sorveglianza nel mondo

La Stampa

traduzione di e. intra e s. gliedman


Pur nella distrazione ferragostana, torna sempre utile avere un quadro globale dei problemi e dei trend emergenti nell'ambito dei diritti digitali. È quanto propone il   Netizen Report, panoramica settimanale curata dal team di Global Voices Advocacy (per lo più centrata su paesi non occidentali). 


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Si parte stavolta dal Vietnam, dove a settembre entra in vigore un decreto legislativo che bandisce varie tipologie di materiali digitali. A quanto si legge sul Bangkok Post, il decreto 72 predispone il blocco di contenuti giudicati "contro il Vietnam, pericolosi per la sicurezza nazionale o l'ordine sociale… oppure alterazioni, calunnie o diffamazioni del prestigio di organizzazioni, dell'onore o della dignità individuali." La legge prevede che l'obbligatoria identificazione di quanti diffondono tali contenuti, insieme al divieto di condividere notizie o dettagli su "eventi di attualità" tramite i social media. Il Comitato per la protezione dei giornalisti,   RSF e altre organizzazioni hanno apertamente criticato il nuovo provvedimento. 

Sempre in Vietnam, il noto dissidente e blogger Nguyen Van Hai ha interrotto lo sciopero della fame durato 35 giorni, dopo aver ottenuto dalla procura nazionale la garanzia che verrà condotta un'indagine sugli abusi a carico dei detenuti nelle prigioni vietnamite. La decisone è stata presa dopo un invito da parte del Presidente Obama al rilascio di tutti i prigionieri politici, mentre si è mobilitato anche il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite per le detenzioni arbitrarie. 
In Cina, la cantante Wu Hongfei è stata arrestata per un post su Sina Weibo, in cui minacciava di far saltare in aria "due agenzie governative municipali a Beijing" assieme a diverse persone che "le stavano sullo stomaco". Secondo la difesa, si trattava di parole impulsive, senza alcun valore per l'incolumità pubblica. 

In Perù è stato presentato un   disegno di legge per la tutela dell'infanzia nei confronti della pornografia. Spetterà a un'apposita commissione decidere quali sono i contenuti da bloccare e non è chiaro quali siano le caratteristiche di un eventuale sistema di filtraggio, che ovviamente potrebbe bloccare contenuti nient'affatto controversi o pericolosi

Il 31 luglio scorso a Città del Guatemala alcuni ladri hanno fatto irruzione nell' ufficio privato di Frank La Rue, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto alla libertà d'espressione. Sono stati rubati diversi computer e documenti

Chaloka Beyani, coordinatore del comitato di esperti in diritti umani presso l'ONU, ha detto dell'incidente: "qualsiasi attacco a un relatore speciale è sempre motivo di preoccupazione, soprattutto in Paesi con alle spalle una storia recente di tensioni con i difensori dei diritti umani." La Rue è un esperto di diritti umani internazionali, nonché una figura fondamentale per la protezione degli stessi su Internet.

Secondo la nuova legge russa contro la pirateria, analogo al tentato 'SOPA' statunitense, i titolari di copyright possono avviare cause di fronte al Tribunale di Mosca e al Roskomnadzor, l'ente di controllo sulle comunicazioni, chiedendo il blocco dei siti incriminati. Dopo che la normativa è entrata in vigore a inizio agosto, 1.700 siti russi hanno protestato tramite un black-out, mentre sono arrivate critiche anche da Google e Yandex, il maggior motore di ricerca russo. 

Proseguono intanto reazioni al noto programma di sorveglianza PRISM. In Brasile, il progetto legislativo Marco Civil da Internet, definito una Carta dei Diritti per i netizen, sta subendo significative revisioni , e i politici continuano ad accumulare disposizioni volte a proteggere i cittadini dallo spionaggio condotto dagli Usa. Tra queste, un'iniziativa mira a raccogliere i dati degli utenti brasiliani in un centro di elaborazione dati in loco, una mossa che però potrebbe rivelarsi economicamente e tecnologicamente impossibile. 

Altri dati filtrati dalla NSA hanno rivelato che sette aziende di telecomunicazioni, tra cui Verizon, Vodafone e BT, hanno fornito all'agenzia di intelligence britannica, il GCHQ, accesso ai loro cavi sottomarini in fibra ottica, permettendo così al governo britannico di sorvegliare tutta l'Europa. 
Infine, divertente e inquietante allo stesso tempo, è stato scoperto che le Satis Smart Toilet, accessibili anche tramite un'applicazione Android, potrebbero essere vulnerabili ad attacchi esterni condotti tramite Bluetooth. Trustwave SpiderLabs mette in guardia affermando che gli hacker potrebbero avere il pieno controllo della chiusura e apertura del coperchio del WC, degli scarichi d'acqua e dell'emissione di deodoranti. 

La macchina dell'incenso che santifica le toghe

Vittorio Feltri - Mer, 21/08/2013 - 16:57

Non si accontentano di avere vinto per uno a zero: vogliono la goleada, sognano un metafori­co (o reale?) piazzale Loreto.

Quelli del Pd non hanno neanche il buon gusto di dissimulare la soddisfazione: i loro occhi brillano, le loro dichiarazio­ni tradiscono felicità. Già, il momento atteso vent’anni è giunto:eliminare Silvio Berlu­sconi dal novero degli avversari, cancellare il suo nome dalle liste elettorali e dall’elenco dei sena­tori.


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Figuriamoci se sono disposti a farsi sfuggire la ghiotta occasione. Basta leggere Repubblica, la sacra scrittura dei «cumunisti» e affini, per ca­pire le intenzioni del partito che, sia pure con grande ritardo, ha dato vita a un compromesso storico in sedicesimo: più che altro un aborto di ciò che aveva concepito Enrico Berlinguer allo scopo di impadronirsi del Paese. Ogni articolo di quel giornale è improntato a spirito di vendetta: il Cavaliere deve morire, almeno politicamente, visto che purtroppo gode di buona salute.

Nonostante la pesante condanna inflitta dalla Cassazione al leader del centrodestra, gli scribi del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, aspi­rante senatore a vita, non sono del tutto appaga­ti. Non si accontentano di avere vinto per uno a zero: vogliono la goleada, sognano un metafori­co (o reale?) piazzale Loreto. Pregustano l’ecci­dio, la disfatta dei berluscones, tranne quelli eventualmente pronti a salire sul carro di Enrico Letta in cambio di un lecca-lecca.

Per fare sloggiare Silvio da Palazzo Madama, i progressisti useranno ogni arma, come ripete in­stancabilmente radio fante: quella  del voto ostile, anzitutto. Non impor­ta che la legge anticorruzione, scritta dal ministro Severino nella scorsa legislatu­ra e approvata dalle Camere, sia tutta da interpretare essendo ancora in rodag­gio: è retroattiva, quindi applicabile an­che al caso del Cavaliere, oppure no? Sul punto i costituzionalisti litigano; i demo­crat, invece, sono concordi: vale anche per lui, impalliniamolo; e mettiamoci una pietra sopra. Sembra di essere al mercato, altro che Parlamento.

L’euforia del Pd, che sente avvicinarsi il momento di liberarsi del concorrente più pericoloso, il capo del Pdl, contrasta però con la preoccupazione del premier di perdere l’appoggio del centrodestra e, quindi, la cadrega a Palazzo Chigi. Ec­co perché Letta non si espone circa i de­stini di Berlusconi nelle mani dei compa­gni. Probabilmente preferirebbe che i tempi delle decisioni si allungassero. Come? Passando la pratica alla Consul­ta che nel lavoro è lenta per definizione: nove o dieci mesi prima di rispondere al quesito riguardante l’applicazione re­troattiva della legge Severino, giusto quanto serve per arrivare alla prossima primavera quando toccherà all’Italia la presidenza europea.

Piaccia o no,questa è l’alchimia politi­ca, immutabile nei secoli. Tornando al­le mosche cocchiere della Repubblica , segnaliamo un mirabile pezzo di Liana Milella che recita il solito rosario con la tipica tenacia degli integralisti. Udite: «Ancora una volta il Giornale , quello del­la­macchina del fango ai danni del giudi­ce Antonio Esposito e delle toghe di Ma­gistratura democratica, fa da apripista. Un’intervista a tutta pagina con foto di Nicolò Zanon, noto giurista, componen­te laico del Csm in quota Pdl, consiglia come indispensabile la strada della Cor­te ».

Avete letto con attenzione? A parte che il Giornale non ha fatto un’intervista con una foto di Zanon, semmai con Za­non (le istantanee non fiatano), a parte ciò, una sciocchezza, la signora Milella dovrebbe spiegarci perché insiste con la macchina del fango, nel quale ella sguaz­za voluttuosamente. E, non paga di lor­darsi fino al collo, si trasforma in turibo­lo a ore per incensare gratuitamente ma­gistrati di cui ignora le opere. Lo fa per passione. Che tristezza.