martedì 27 agosto 2013

Il miracolo di Argo, il cane paralizzato che ha imparato a camminare volando

Il Messaggero

Un meticcio che utilizza solo le zampe anteriori è arrivato da solo al canile municipale.Ora cerca padrone


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ROMA - Via Limbara è una strada del quartiere Bufalotta, Vigne Nuove. Da lì inizia il cammino del cane Argo, un percorso lungo e difficile tra i quartieri della Capitale. E cammina, cammina. La destinazione forse non la conosce neanche lui. Qualcuno lo guarda, «è strano questo cane», perché Argo è un cane speciale, che ha dato un calcio a un destino maledettamente ingiusto, la paralisi delle zampe posteriori, provocata chissà da cosa, nessuno ancora lo sa, e ha deciso di camminare con le due che gli restavano. Perché Argo è il cane che vola. La particolarità di questo cane è che non struscia sul posteriore, le zampette morte non toccano mai terra, e non ha bisogno di carrellino. Argo cammina e basta, come fosse un animale normale. E scodinzola pure.

IL CANCELLO SUPERATO
Dopo tanto cammino il 21 agosto scorso Argo, un meticcio maschio di tre anni e una striscia bianca sul muso, ha superato il cancello grigio di fronte alla stazione della ferrovia Roma-Fiumicino, fermata Muratella, ed è andato incontro ad un altro destino. Perché lì, al canile di via della Magliana, passano cani e gatti feriti, maltrattati, smarriti, animali abbandonati che dal luglio del 2002 trovano ospitalità in attesa di una nuova casa e un nuovo padrone. Una popolazione nella popolazione che non chiede nulla, magari solo due carezze e un po’ di cibo.

Nel canile della Muratella Argo ha trovato una nuova casa, se pur provvisoria, e l’affetto dei dipendenti e dei volontari dell’Avcpp, l’associazione volontari canile di Porta Portese che dal 1997 gestisce i quattro canili di Roma Capitale. «Lavoro da vent’anni nei canili comunali e non ho mai visto una cosa del genere - racconta Simona Novi, presidente dell’Avcpp – per quanto sappiamo noi Argo ha sviluppato da solo questa postura, è un inno alla vita e un segnale di speranza per tutti i cani paralizzati. Pensare che un cane, per di più randagio, sia riuscito a fare tutto questo da solo mi sembra una cosa fuori dal comune». E tutto questo senza fisioterapia o dolorosi interventi chirurgici a cui sono sottoposti gli animali paralizzati, destinati nei casi più gravi anche alla soppressione.


L’ATTESA ALLA MURATELLA
Ma nessuno conosce la storia di Argo, cosa c’è stato in questi tre anni, se qualcuno l’ha aiutato. Secondo i veterinari che l’hanno visitato, ha la muscolatura completamente atrofizzata sul posteriore e una paralisi di vecchia data. Argo ora è in attesa di adozione. Scegliere un cane o un gatto di canile significa adottare un animale microchippato, vaccinato e sterilizzato.

Tutte le prestazioni sanitarie per l’animale, inoltre, potranno essere effettuate presso l’ospedale della Muratella, gestito dalla Asl Rm D, con sconti fino al 30 per cento. È importante ricordarlo perché l’Avcpp registra un calo nelle adozioni. Ad agosto, il dato è aggiornato a una settimana fa, le adozioni di cani sono state solo 50, 140 nel 2012, un dato negativo su cui pesa la crisi economica. Adottare Argo, quindi, diventa un gesto di grande amore e generosità. Per informazioni basta andare sul sito www.iolibero.org o recarsi al canile di via della Magliana.

Uno staff dell’Avcpp saprà trovare la persona giusta per questo cane eccezionale. Perché non tutti possono adottare Argo. Servono una casa e un padrone adatti a lui e alle sue caratteristiche. Ma adottare Argo non sarà difficile perché questo cane, fortunato e sfortunato insieme, ha anche un buon carattere. Speriamo, quindi, che anche lui, come il mitico Argo dell’Odissea, possa trovare il suo Ulisse e insieme con lui iniziare un nuovo volo.


Martedì 27 Agosto 2013 - 12:38
Ultimo aggiornamento: 12:45

Lega Nord, Buonanno distribuisce preservativi agli immigrati per diminuire le nascite

Libero

Il deputato del Carroccio, prosindaco di Varallo Sesia, in 10 giorni ne ha regalati 100 per far risparmiare i servizi assistenziali. "All'inizio ci discriminavano, poi hanno capito"


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A sinistra l’hanno subito tacciato di razzismo, ma lui tira dritto e snocciola i dati della sua campagna. In una decina di giorni ha distribuito un centinaio di preservativi agli stranieri. Un modo per abbatterne la prolificità e far risparmiare – in prospettiva - i servizi assistenziali. Lui è Gianluca Buonanno, vulcanico parlamentare leghista e prosindaco di Varallo Sesia. Dopo gli sconti per gli acquirenti di viagra, i premi per i cittadini che si mettono a dieta e i cartelli contro il burqa, ecco che ne ha inventata un’altra. Eppure la sua sembrava una battutaccia, una provocazione come quando suggerì a Sel di cambiare nome: «Sodomia e libertà» anziché «Sinistra e libertà». Invece ha investito 200 euro in condom e ha intenzione di sborsarne altri perché la sua idea «è un successo».

A Ferragosto aveva tuonato: «Nella città di Varallo, dove sono prosindaco, circa il 6% della popolazione straniera utilizza quasi il 50% degli aiuti che noi diamo alle famiglie in difficoltà che li richiedono. Per questo regalerò preservativi agli extracomunitari pagandoli di tasca mia». Risultato: critiche e accuse di razzismo. Lui ha tirato dritto e l’ha fatto davvero. «A dire la verità vengono anche italiani ma non saranno più del 10%» spiega tutto divertito. «Entrano in Comune, chiedono di me o di un’altra persona di mia fiducia, ed ecco che possono subito avere un pacchetto. Me li domandano anche per strada, quando mi incrociano».

Infatti ha deciso di portarseli sempre dietro. In tasca, in auto. Una specie di amuleto, quasi quanto il fazzoletto verde Padania che gli spunta dalla giacca. «Ovvio che all’inizio qualche straniero vedeva questa iniziativa con sospetto» ammette Buonanno. «Si sentivano un po’ discriminati, ma poi hanno capito lo spirito. Ci sono anche alcune richieste di informazioni». Certo, ammette il leghista: andare in Municipio per chiedere condom può creare imbarazzi. Alcuni si vergognano come ladri ma il richiamo del dono vince sulla timidezza. Di solito succede così. Varcano l’ingresso, s’avvicinano al personale, fanno i vaghi. «C’è mica in giro il prosindaco?». Quando lo beccano abbassano la voce e farfugliano qualcosa. Ed escono col pacchetto.

Gli extracomunitari che vivono a Varallo e dintorni sono soprattutto marocchini. «È una provocazione ma serve a denunciare un problema vero» chiosa Buonanno. «Quando gli italiani vengono in Comune e ci chiedono una mano, dalla casa popolare ai finanziamenti, di solito rispondiamo che dobbiamo aspettare per verificare disponibilità e soldi. E loro ribattono subito: “certo, prima bisogna accontentare gli stranieri”. È da qui che può nascere il razzismo, perché ormai non ci sono risorse per tutti». E avere il 6% della popolazione che si prende metà dei finanziamenti assistenziali - sostiene l’esponente padano - è un problema. «Se non hanno documenti non pagano neanche al pronto soccorso, indipendentemente dal loro problema di salute. Mentre coi ricongiungimenti familiari diventano sempre più numerosi». E quindi, preservativi per gli stranieri. A spese del leghista.

di Matteo Pandini
twitter @EmmePan







Buonanno (Lega): "Preservativi gratis a tutti gli immigrati"

Libero

Il deputato del Carroccio e prosindaco di Varallo lancia l'inziativa: "Il 50% degli aiuti alle famiglie li prendono gli stranieri, così non si può andare avanti"


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"Preservativi gratis per tutti gli stranieri". L'idea è del leghista Gianluca Buonanno, parlamentare del Carroccio e prosindaco di Varallo. "I preservativi li pagherò di tasca mia. Nella città di Varallo, dove sono prosindaco, circa il 6% della popolazione straniera utilizza circa il 50% degli aiuti che noi diamo alle famiglie in difficoltà che li richiedono. Andando avanti così, con le continue riduzioni di trasferimenti dal governo centrale (negli ultimi tre anni oltre un milione di euro), non riusciremo ad aiutare tutti, e io desidero non dimenticarmi della nostra gente. Per questo regalerò preservativi agli extracomunitari pagandoli di tasca mia".

Lotta al razzismo - Buonanno ha le idee chiare e crede che la sua proposta addirittura possa azzerare gli episodi di razzismo: "La mia è un'iniziativa volta a contrastare anche episodi di razzismo che potrebbero scaturire quando, agli italiani che hanno sempre pagato le tasse, verrebbe rifiutato un aiuto perché già erogato agli extracomunitari". Gli stranieri accetteranno il "regalo" di Buonanno? (I.S)

Apple pronta alla «rottamazione» degli iPhone

Corriere della sera

Con l'arrivo del 5s e del 5c a settembre si potranno consegnare i vecchi iPhone ottenendo un sconto sul nuovo

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E' una politica già fatta propria dalle case automobilistiche. E con discreto successo. Quindi perché non dovrebbe funzionare nel mondo dei cellulari? La Apple sarebbe infatti pronta a lanciare un piano di rottamazione dei vecchi iPhone da consegnare nei suoi punti vendita in modo da ottenere un sconto per l'acquisto di un nuovo modello.

PIANO - Questo piano di incentivi dovrebbe partire a settembre, giusto in tempo per l'atteso lancio dei nuovi modelli i presunti iPhone 5S e il cosiddetto «low cost» 5C. Secondo quanto riportato dal sito Usa «TechCrunch» il programma sarebbe in realtà già partito in alcuni negozi statunitensi che fanno così da esperienza pilota all'iniziativa (il modello da acquistare è ovviamente l'iPhone 5). Apple, come confermato da alcune fonti a diversi blog Usa, consentirà ai suoi clienti di portare vecchi modelli di iPhone - funzionanti e non danneggiati - direttamente nei suoi negozi per ricevere uno sconto per acquistare un modello successivo del dispositivo. Cupertino ha già, anche in Italia, un programma online di riuso e riciclo per molti dei suoi prodotti che prevede una stima via web di quel che si vuole smaltire e un buono o uno sconto per futuri acquisti che vengono assegnati all'utente dopo che questi ha spedito al produttore il vecchio iPhone, Mac o iPad.

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NEGOZI - La novità sta nel fatto che il programma di «rottamazione» avverrebbe direttamente nei negozi Apple con il pagamento immediato. Anche «AllThingsD», noto blog del Wall Street Journal, scrive che il piano partirà a settembre, presumibilmente dopo il 10, probabile data dell'atteso lancio del nuovo iPhone. Appuntamento però non ancora confermato dalla casa di Cupertino. Le indiscrezioni sul presunto iPhone 5C «low-cost» e sull'iPhone 5S intanto si moltiplicano. Dopo l'anticipazione sul riconoscimento di impronte digitali e sulla versione color oro del melafonino di fascia alta, pare ne arriverà anche uno anche nella variante grigio grafite.
Intanto però qualcuno si chiede: nascerà anche nel mondo dei cellulari l'usato sicuro?

27 agosto 2013 | 13:55

Un virus mascherato da video attacca i browser via Facebook

La Stampa

Un gruppo di ricercatori italiani indipendenti mette in guardia dal malware di possibile origine turca

torino


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Secondo un gruppo di ricercatori italiani indipendenti, una nuova insidia minaccia gli utenti di Facebook. Si tratta di un malware che si presenta come un link in una e-mail o in un messaggio che avverte che si è stati taggati in un post su Facebook. Quando gli utenti fanno clic sul collegamento, vengono indirizzati verso un altro sito web, dove si richiede di scaricare un plug-in del browser per poter vedere un video, ha spiegato uno degli esperti, Carlo De Micheli , in un’intervista telefonica riassunta su un blog del New York Times .

Una volta scaricata, l’estensione permette invece ai malintenzionati di accedere a tutto ciò che è memorizzato nel browser, compresi password e dati di login salvati. De Micheli ha aggiunto che gli attacchi si stanno diffondendo a una velocità di circa 40.000 all’ora e finora hanno colpito più di 800.000 utilizzatori di Chrome di Google. Eliminare il software dannoso non è facile, perchè blocca le impostazioni del browser che ne permettono la rimozione e l’accesso a molti siti che offrono anti-virus.

Una portavoce di Google ha fatto sapere che la società era a conoscenza del problema e ha già disabilitato le estensioni «incriminate». Anche i sistemi di sicurezza di Facebook sono al lavoro per cancellare i link malevoli.

Tuttavia, sostiene De Micheli, gli autori del software, che in base ai commenti incorporati nel codice 
sembrano essere di origine turca, lo hanno già adattato per colpire anche gli utenti di Firefox, un altro popolare browser.
Il ricercatore, insieme ad altri colleghi italiani, ha svolto un ampio lavoro di monitoraggio sui social network e in passato si è occupato, tra l’altro, del mercato sotterraneo dei falsi seguaci su Twitter. In questo nuovo studio è stato affiancato da Andrea Stroppa, Danny Di Stefano e Matt Hofman.

(Agb)

Napoli, gli eredi di Enrico Caruso: «È stato dimenticato, ora intitolategli una strada»

Il Mattino


«Intitolate una strada importante al nostro avo Enrico Caruso. E realizzate il tanto annunciato Museo Caruso». È questo l'appello dei discendenti del grande tenore napoletano e di Guido D'Onofrio, collezionista, amico e cultore di Caruso, rivolto alla città di Napoli.
«Certo c'è una stradina a Napoli, vicolo Enrico Caruso. Ma ha solo sei, dico sei numeri civici», spiega Federico Caruso che esprime rammarico per come è stata gestita dalle amministrazioni partenopee, in questi anni, la memoria del celebre tenore.

Cattura«Lasciamo perdere Napoli e alcuni suoi amministratori - spiega - In passato, fui interpellato per organizzare un evento che sarebbe stato propedeutico alla costituzione del Museo Caruso. Noi avremmo messo a disposizione cimeli provenienti dall'Italia e dall'America. Ebbene, individuata da parte degli amministratori una società che avrebbe gestito il tutto, stanziati i fondi, fatti arrivare i cimeli dall'America, realizzata la serata presso la Sala Gemito, i 30 milioni pagati dal Comune a questa società, rimasero tutti nelle mani del suo titolare. Nessuno fu mai pagato nè rimborsato».

«Per fortuna, i miei parenti americani recuperarono in tempo i cimeli e li rimandarono in America - aggiunge - In questi ultimi tempi ci sono state molte testimonianze. Alcune apprezzabili, come la fiction di Rai1. Altre pretestuose, come il 'Premio Caruso' che si tiene ogni anno a Sorrento e intitolato così solo per sfruttare il suo nome - aggiunge ancora - Ma con la lirica, con Enrico, non hanno nessuna attinenza. Devo però ringraziare comunque Sorrento per la strada intitola a Caruso. Devo ringraziare Paolo Esposito per il museo-ristorante Caruso e per gli eventi che crea in sua memoria. Devo ringraziare la famiglia Fiorentino, proprietaria dell'albergo 'Excelsior Vittoria' per quanto fanno».

 
martedì 27 agosto 2013 - 11:37   Ultimo aggiornamento: 11:43

Estorsione a camionista olandese indagati quattro attivisti No Tav

La Stampa

Perquisizioni sono in corso in Val Susa: nel mirino anche Marco Bruno «Pecorella»

massimo numa
SUSA


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Quattro attivisti indagati e sottoposti a misure di sorveglianza in seguito ai blocchi dell’autostrada A32 avvenuti il primo agosto. Per loro, obbligo di dimora e nuove imputazioni: estorsione e violenza privata aggravata. Gli attivisti infatti, secondo la ricostruzione dei pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo, avrebbe «fermato», a volto coperto, un Tir che stava effettuando un trasporto speciale , cioè vasche di raffreddamento (scambiate per elementi della «talpa» che continuerò lo scavo del tunnel di Chiomonte), costringendo l’autista, di nazionalità olandese, a scendere dal mezzo e a mostrare i documenti di trasporto e personali. Infine furono lacerati i pneumatici del Tir.

Gli indagati sono Luca Anselmo (del Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno); Marco Comisso (Susa), Alessandro Betti (attivista No Tav di Genova). Tutti con obbligo di dimora nel comune di residenza. Infini perquisita l’abitazione di Leonardo Capella, animatore dei siti No Tav www.notav.eu e del sito tgvalsusa, uno strumento di comunicazione del movimento di recente istituzione. Infine la casa di Marco Bruno, l’attivista diventato famoso, nel febbraio 2012, per aver apostrofato un carabinieri impegno a proteggere l’autostrada dalle incursioni delle frange violente, definendo il militare «Pecorella». Bruno fu ripreso da una troupe del Corsera e il video ebbe una notevole diffusione in tutti i media. Recentemente Marco Bruno ha scritto un libro ove racconta la sua storia. 

Ora lo dice anche la scienza. Adamo ed Eva sono esistiti

Gianluca Grossi - Mar, 27/08/2013 - 08:00

Uno studio italiano sul Dna smentisce la tesi che la prima donna sia nata prima del primo uomo. Erano invece contemporanei

Un'indagine da veri detective molecolari ha permesso a un team di scienziati italiani di fare luce sulle nostre radici e comprendere in che modo le caratteristiche genetiche maschili e femminili si sono differenziate.

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Il riferimento è al cromosoma «Y» maschile e al Dna mitocondriale femminile, due parametri chiave per la storia evolutiva dell'Homo sapiens, tenuto conto del fatto che il primo si trasmette solo dai padri ai figli maschi, mentre il secondo viene ereditato esclusivamente dalla madre. Grazie a questo studio, siamo ora in grado di stabilire la «contemporaneità» di Adamo ed Eva e, soprattutto, i numerosi processi genetici e mutazionali che si sono accavallati nel corso dei millenni.

Sappiamo, infatti, senza dubbi che l'uomo proviene dall'Africa, ma in che modo la genetica abbia contribuito nei dettagli a questo risultato, è sempre stato un argomento piuttosto spinoso: «Siamo passati da una visione nebulosa a una visione impressionista - rivela Francesco Cucca, coordinatore dello studio, membro del Cnr italiano e professore dell'Università di Sassari - Grazie ai progressi della tecnica e all'approfondimento dello studio della sequenza del Dna del cromosoma Y, abbiamo potuto rilevare con una precisione senza precedenti la storia genetica del maschio moderno, muovendoci a ritroso, fino a raggiungere un periodo compreso fra 180mila e 200 mila anni fa».

Il risultato ottenuto da Cucca e colleghi è stato messo a confronto con altre ricerche effettuate sul Dna mitocondriale, già studiato in passato perché molto più piccolo del cromosoma Y e più facile da analizzare. Così è emersa la «contemporaneità» fra le due realtà evolutive, maschile e femminile, e la presunta data in cui degli ipotetici Adamo ed Eva possano essersi scambiati il primo bacio. «Lo studio, però, non deve trarre in inganno - spiega Cucca - Non si tratta infatti di evidenziare tanto la contemporaneità dei nostri antichi progenitori maschili e femminili, ovviamente coevi visto che ci riproduciamo solo per via sessuata, bensì la nostra capacità di sapere leggere il passato con sempre maggior nitidezza, utilizzando il Dna come un registro molecolare capace di farci "viaggiare" nel tempo, verso epoche sempre più distanti dalla nostra realtà».

L'Africa, in ogni caso, è senz'altro l'angolo terrestre in cui i nostri progenitori hanno mosso i primi passi per raggiungere l'Asia, l'Oceania, il Medio Oriente, l'Europa e il resto del mondo. Gli scienziati ritengono che l'Homo sapiens - e quindi i nostri Adamo ed Eva - provengano dalle regioni dell'Africa subsahariana di 200mila anni fa. A Kibish, in Etiopia, nei pressi del fiume Omo, sono state trovate prove concrete risalenti a 195mila anni fa. «Non è solo la genetica a condurci in questa parte del mondo, ma anche altre discipline come l'archeologia e l'antropologia - dice Cucca - Le migrazioni dell'uomo sono "scritte" nel suo Dna, e ora possiamo finalmente dire di disporre degli strumenti idonei per disegnare l'intero cammino evolutivo umano».

I ricercatori hanno esaminato i dati genetici del cromosoma Y di 1200 individui di origine sarda, "portatori" di un corredo cromosomico rimasto inalterato per secoli e secoli: «I nostri studi stanno evidenziando come i sardi rappresentino la popolazione contemporanea con caratteristiche genetiche più simili a quelle dei proto-europei, gli antichi abitanti dell'Europa - conclude lo studioso italiano - Abbiamo trovato conferma anche da una serie di analisi compiute comparando l'assetto genetico di tutte le popolazioni europee contemporanee, con quello ottenuto dal Dna estratto da ossa preistoriche, incluse quelle provenienti dalla mummia bolzanese di Similaun, il famoso Otzi, vissuto 5mila anni fa in Val Senales».

Dal Diritto ai diritti I mediocri eredi del reverendo King

Dino Cofrancesco - Mar, 27/08/2013 - 09:18

Il 28 agosto 1963 il leader nero chiese uguaglianza di fronte alla legge. Oggi invece i movimenti vogliono raddrizzare le ingiustizie della storia e della natura con provvedimenti ad hoc

«Ho un sogno - dichiarò al mondo Martin Luther King nel discorso tenuto a Washington il 28 agosto 1963, uno dei più celebri di tutti i tempi - che questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il significato del suo credo: “Noi riteniamo queste verità per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali”.

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Ho un sogno che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi potranno sedersi insieme al tavolo della fratellanza». Il pastore afroamericano di Atlanta era, in quel giorno, la più alta incarnazione della civiltà del diritto, l'erede spirituale di Locke, di Montesquieu, di Benjamin Constant, di John Stuart Mill. Egli rivendicava l'eguaglianza dinanzi alla legge a fondamento imprescindibile della libertà dei moderni. Le discriminazioni razziali, l'apartheid, i privilegi sociali, le differenze di status riconosciute dalle leggi non dovevano avere alcun valore e nessuna Rosa Parks sarebbe stata più tenuta a cedere a un bianco il suo posto in autobus, com'era capitato al quattordicenne Martin Luther rimasto in piedi per 140 km nel viaggio a Dublin (Georgia).

È un mondo quello della «marcia per il lavoro e la libertà» che sembra lontano dal nostro non di mezzo ma di due secoli. Da allora, infatti, il tema dei diritti civili è stato sempre più stravolto e i diritti civili si sono mutati in diritti sociali ovvero in rivendicazioni attive a sostegno delle categorie sociali e delle appartenenze (etniche, religiose, di genere) più deboli. La fine delle discriminazioni negative è divenuta, così, l'alba delle discriminazioni positive e compensative sicché non c'è gruppo, che abbia subito violenze e arbitri ingiustificati, che non voglia essere, per così dire, «risarcito» magari a spese della collettività.

Nella filosofia di M.L. King, le «tribù» dovevano venir cancellate: non il colore della pelle ma l'acquisto del biglietto di viaggio o il superamento della prova di ammissione facevano salire sull'autobus ed entrare all'università. Nella logica che, a macchia d'olio, sta invadendo anche i paesi più liberali dell'area euro-atlantica, l'affronto che determinati gruppi sociali hanno vissuto in passato diventa un titolo da far valere in tutti i luoghi dell'interscambio sociale.

La grande promessa dell'era cristiano-illuministica (da oggi in poi sarete considerati e giudicati come singoli individui: le vostre credenze religiose, le vostre famiglie, la vostra educazione riguardano la vostra privacy) appare, ormai, come vuoto formalismo, in considerazione del fatto che non nasciamo tutti eguali, ma alcuni con la camicia ed altri nudi, alcuni coi genitori alle spalle e altri senza, alcuni dotati da natura di qualità come la bellezza, la forza, l'intelligenza ed altri privi.

Per rimediare alle ingiustizie della storia e della natura, l'eguaglianza tende a divorziare de facto dalla libertà e poiché assicurarla a tutti è, per dirla con De Gaulle, un vaste programme, si mettono nelle mani di alcuni poteri immensi - gli unici realisticamente in grado di raddrizzar le gambe ai cani - e si finisce, con George Orwell, per creare categorie di eguali (governanti, magistrati, predicatori) «più eguali» delle altre.

I classici del liberalismo avevano lucidamente intravisto il pericolo. Nella Democrazia in America del 1835, Tocqueville aveva rilevato come l'individualismo liberale fosse minacciato da quanti volevano instaurare su questa terra più il regno dell'eguaglianza che quello della libertà, un obiettivo servito oggi da una giustizia sociale che non si propone più di tribuere cuique suum - di dare a ogni individuo quel che gli spetta - ma di riconoscere le «differenze» e assicurare un trattamento peculiare a ogni uomo e donna solo in quanto parte di qualcosa.

«Vi è una passione maschia e legittima per l'eguaglianza che spinge gli individui a voler essere tutti egualmente forti e stimati. Questa passione tende a elevare i piccoli al rango dei grandi. Ma nel cuore umano si può trovare anche un gusto depravato per l'eguaglianza che porta i deboli a voler degradare i forti al loro livello, e che riduce gli uomini a preferire l'eguaglianza nella schiavitù alla diseguaglianza nella libertà». Che si sia tutti schiavi potenziali del despota - delegato a vendicare gli umili, è preoccupazione che non sfiora quanti dicono di voler «prendere sul serio» i diritti.

Di recente Angelo Panebianco ha denunciato il paradosso italiano per cui: «si inveisce contro la politica ma non per liberarsi dagli eccessi di controlli statali che essa impone alle nostre vite. Le si chiede, al contrario, di intensificare quei controlli. L'antipolitica, che è il sentimento dominante fra gli italiani, si risolve, paradossalmente, in una richiesta di più politica e di più Stato». È la logica dell'eguaglianza: se il posto al sole non ce lo dà né la famiglia, assicurandoci l'agiatezza, né la natura, dotandoci di forza e di intelligenza non comuni, deve garantircelo «il governo». Forse non era questo che aveva in mente Martin Luther King, che pure era un critico del «capitalismo selvaggio».

Lo strano caso del prof Valter tra codice penale e solidarietà

La Stampa

Saluzzo, accusato di fare sesso con le ex allieve minorenni va ai domiciliari. “Commosso da chi mi vuole bene”

pierangelo sapegno
saluzzo


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«Vedi, prof, siamo tutti qui per te, uniti come ci volevi tu». E’ un’altra lettera, nemmeno l’ultima, e comincia così. «Abbiamo amato le sue lezioni perché ci hanno insegnato a vivere...». Ci sono tante firme sotto: studenti vecchi e nuovi che raccontano la storia di un uomo perbene. La sua tragedia, invece, è molto più difficile da raccontare, perchè è fatta dei nostri segreti e di tutte quelle parole che non riusciamo mai a dire. 

Ieri alle 13,30 Valter Giordano è uscito dal carcere. C’era solo suo figlio davanti a questo portone di ferro. Persino Saluzzo sembrava così lontana da questo spiazzo di campagna sperduto sotto al Monviso, come se per una volta avesse voluto far finta di non vedere. Jeans, una polo e un saccone con tutti gli indumenti da lavare. Lo stesso ufficio del gip che gli aveva negato la libertà tre giorni fa, ha cambiato idea e gli ha concesso gli arresti domiciliari. L’ultima lettera, con tutte quelle firme, Erich non ha dovuto fargliela vedere quando è andato a prenderlo. Ne aveva altre e si era segnato dei nomi su un bigliettino perché aveva paura di non ricordarseli. Dice che «si è commosso».

Non dev’essere un caso se tutti questi studenti gli dedicano tante belle parole: «E’ un uomo che sa far ridere e coinvolgerti talmente tanto nella recitazione del “Conte Ugolino” da farti venire da piangere, lì, sul banco. Lui l’ha fatto. E’ un uomo che non si vanta mai, che non si crede superiore a nessuno, che ci chiedeva sempre scusa perché dovevamo sopportarlo. E’ uno che ha aiutato chiunque a qualsiasi prezzo. E’ uno che diceva: “amo il mio lavoro in modo viscerale. Finirò in ospedale il giorno della mia pensione”. Le sue lezioni ci hanno dato la forza di gioire delle piccole cose e ci hanno insegnato a guardare il mondo». 

Quello che riesce difficile da capire è la distanza tra queste parole, - e quelle quasi di una comunità intera -, e le accuse della Procura, che lo ha mandato in carcere per i rapporti con due sue studentesse, una delle quali minorenne. E’ che forse tutti gli uomini hanno il loro peccato, e a volte può essere soltanto la nostra debolezza, o la nostra solitudine. I colleghi e gli allievi l’hanno sempre descritto come «un uomo minuto, molto perbene, umile, innamorato del suo lavoro e dei suoi studenti». Non è l’orco delle fiabe. Probabilmente, è solo un uomo.

Ieri, quando Erich è andato a prenderlo per portarlo in una «Casa famiglia» della zona, dice che la cosa che più l’ha colpito è tutta questa solidarietà. In un paese è più difficile, eppure è successo, e anche questo, forse, vuol dire qualcosa. Quando al mattino era andato a trovarlo in carcere con sua mamma, non sapeva ancora degli arresti domiciliari, e l’aveva visto molto giù, perchè diceva che era da quando era entrato lì dentro che non aveva potuto quasi dormire, chiuso in una cella singola, senza televisioni e senza giornali, la luce sempre accesa, e l’eco dei rumori e delle voci che rimbombano come la condanna di un incubo.

Era stato arrestato dieci giorni fa, dopo il ricovero in ospedale per un tentato suicidio. L’avevano salvato dei passanti mentre si buttava da un ponte. Quando l’avevano dimesso, c’erano i carabinieri che l’aspettavano, in un giorno così diverso da questo, nella vizza calura della tarda estate, sotto un cielo bianco come uno schermo vuoto, dove tutto in fondo doveva essere ancora scritto e filmato, anche il suo volto com’è invecchiato adesso, appena prosciugato dalla sua caduta e dall’incombere delle responsabilità.

Ma è che tutto in questa storia, pare sempre in bilico fra estremi opposti. Il professore rischia condanne pesantissime. Può un uomo perbene far così del male? Non è solo il limite della legge e del suo freddo distacco dai sentimenti, a renderci oggetti senza anime in ogni processo, ma è anche, molto di più, l’abisso incomprensibile delle tragedie umane, che ci travolgono senza che noi possiamo far niente per fermarle.

Per Giordano, molto, invece, sta succedendo. Adesso pure i suoi colleghi hanno scritto accorate righe in sua difesa: «Non ci si improvvisa professori stimati e ricordati in modo tanto unanime e duraturo dagli studenti, dai colleghi e dalle famiglie. Sulla competenza e sull’umanità del professor Giordano, sulla sua generosità e dedizione agli studenti e alla scuola, sulla sua cultura fuori dal comune, nessuno può nutrire il minimo dubbio». 

Non sappiamo se tutto questo ha un senso o una logica. Non l’abbiamo capito e forse non possiamo nemmeno. Certo che tutto quello che sta succedendo a Saluzzo, questa piccola città che difende il suo professore, sembra appartenere quasi a un romanzo o a uno di quei film sull’attimo fuggente. Simona, Alice e tutti gli altri ragazzi dicono che per loro era «un secondo papà». Ricordano che lui alla prima lezione li ammoniva sempre che i «voti non sono importanti! Sono solo dei numeri, che non diranno mai che persone siete!». E sembra di vederli, nelle loro aule a studiare la vita, così lontani dal mondo fuori alla mercé delle passioni, in cui la gente urla o piange con la stessa insensatezza e repentinità con cui gli incidenti e gli omicidi accadono sui giornali. 



“Perché difendiamo il nostro professore”
La Stampa

Saluzzo, un gruppo di ex allieve: ha sbagliato ma noi gli dobbiamo tutto



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Egregio Direttore, siamo un gruppo di ex studentesse del Liceo Socio Pedagogico di Saluzzo, alunne per quatto anni del professore arrestato per aver intrattenuto rapporti sessuali con minorenni.

Le scriviamo per dire a lei, e a tutti i lettori, che la notizia ci ha profondamente sconvolte, è stata per noi come un fulmine a ciel sereno. I giornali e i media ci hanno restituito un’immagine del nostro caro professore completamente distorta, l’hanno dipinto come un mostro, un carnefice, una persona subdola capace di utilizzare il suo fascino intellettuale come mezzo per ottenere favori sessuali. Fin dal primo giorno in cui lui è entrato nella nostra classe è stato subito feeling.

V.G. è il professore che ogni studente vorrebbe avere. Dotato di infinita cultura, sapeva far appassionare ogni studente, anche quello più ostico, alle sue lezioni. Nelle ore di storia e di letteratura riusciva a conquistare la nostra attenzione con il solo mezzo della parola. Quando spiegava Dante o Foscolo lui era lì, all’Inferno, nel girone dei traditori con il Conte Ugolino a piangere per la miseria e la disperazione di un essere umano lasciato solo a compiere miserabile atti, ed era anche a Firenze, nella Chiesa di Santa Croce, ad ammirare le tombe di quei Grandi che hanno reso l’Italia la patria della cultura e dell’arte mondiale.

Noi lo vogliamo ricordare così. Con le lacrime agli occhi per l’emozione mentre cercava di convincerci che conoscere la Storia vuol dire conoscere noi stessi, che le gesta o le atrocità compiute nel passato non sono conoscenze vuote, ma sale prezioso per il nostro futuro, per la nostra vita. Lui ha dato tutto se stesso per i suoi studenti, ci ha dato l’anima. 

Ora, vedere sulle prime pagine dei giornali che quella stessa persona è stata capace di compiere atti disdicevoli ci fa male; sappiamo che negli ultimi tempi era infelice, era nervoso, non stava più bene con se stesso. Per noi era un mito. Ora abbiamo capito che anche lui, semplicemente, è un uomo. E come tutti gli uomini, può cadere in tentazione e commettere errori. Lui ha sbagliato e ora sta già pagando e continuerà a farlo con onestà e consapevolezza.

Con questa lettera noi non vogliamo difenderlo, ma vogliamo far capire a tutte le persone che non hanno potuto conoscerlo, che è stato veramente un buon professore, il migliore che potessimo desiderare. V.G. ci ha sempre insegnato che le persone non vanno giudicate ma capite. Noi stiamo cercando di capire.

Caro professore, vogliamo dirle grazie per tutto quello che ha fatto per noi, lei è stato prezioso per la nostra formazione culturale e personale. Sappia che noi, nonostante tutto, le saremo vicine sempre, o come piacerebbe a lei, finché il sole risplenderà su le sciagure umane.

Le ragazze della V b 2008/2009



“Il mio professore? Ero innamorata di lui, non sarò parte civile” a. garassino, p. sapegno
Sesso con le liceali: il professore resta in carcere andrea garassino
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Lo strano caso del prof Valter tra codice penale e solidarietà pierangelo sapegno

La circoncisione altera la sensibilità del glande?

La Stampa

Dr. Gino Alessandro Scalese


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INTRODUZIONE: E’ una domanda molto frequente in chi deve sottoporsi a questo tipo di intervento. La circoncisione consiste nella rimozione della pelle che riveste il glande ed è eseguita nei maschi principalmente per problemi medici quali la fimosi (impossibilità o notevole difficoltà a scoprire il glande specie in erezione) e le infezioni ricorrenti. In alcuni casi è praticata per motivi estetici o per tradizione o credo religioso.

OBIETTIVI: È stato condotto uno studio per verificare tale ipotesi eseguendo una revisione sistematica della letteratura scientifica. RISULTATI Sono state prese in considerazione 2.675 pubblicazioni per un totale di 40.473 uomini che descrivono gli effetti della circoncisione maschile sulla sfera sessuale dell’individuo ovvero, la sensibilità del glande, la sensazione provata o la soddisfazione. E’ emerso uniformemente che la circoncisione non aveva alcun effetto negativo complessivo sulla sensibilità del pene, l'eccitazione sessuale, la sensazione, la funzione erettile, i tempi di eiaculazione, la latenza eiaculatoria, la difficoltà di orgasmo, la soddisfazione sessuale, il piacere o il dolore durante la penetrazione se presente.

CONCLUSIONI: Numerosi studi dunque, confermati dalla esperienza personale, suggeriscono che la circoncisione maschile eseguita per causa medica non ha alcun effetto negativo sulla funzione sessuale, la sensibilità, la sensazione sessuale o la soddisfazione. In rari casi di ipersensibilità del glande si possono avere fastidi nel portare il glande scoperto per un periodo variabile.

Il paparazzo mette in vendita le foto che imbarazzano i reali

Corriere della sera

Il «martello di Casa Windsor» offre 23 mila scatti. Cominciò negli anni 50, è socialista e figlio di immigrati italiani

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LONDRA - Oggi Ray Bellisario è un anziano signore, costretto su una sedia a rotelle, gli occhi tristi che ti guardano dietro i grandi occhiali. Ma per più di vent'anni quest'uomo è stato il fotografo incubo della famiglia reale inglese tanto da essere soprannominato «il martello di Casa Windsor». Figlio di due immigrati italiani che sopravvivevano vendendo gelati per strada, Ray aveva ancora i calzoni corti quando ha cominciato a fotografare la regina. Siamo nel 1952, Elisabetta II è appena salita al trono, lui riesce a fotografarla mentre si ripara dalla pioggia sotto un ombrello. L'immagine viene pubblicata da molti giornali e il ragazzo decide che quella è l'occasione professionale della sua vita.

Da allora il ragazzo diventa una spina nel fianco dei Reali che vengono «pizzicati» in momenti privati e inusuali. E proprio per l'abitudine a non cercare lo scatto tradizionale Bellisario viene definito il primo paparazzo londinese. I Windsor fanno di tutto per fermarlo: gli bloccano l'accesso agli eventi ufficiali, lo denunciano al garante della stampa, chiedono ai giornali di non acquistare le sue foto e lo portano persino in tribunale. Ma lui continua imperterrito a fare il suo lavoro: si apposta durante i pic-nic della famiglia, ritrae Charles mentre fa sci d'acqua sopra ad una sedia poggiata su una tavola di legno, la regina nella residenza di Balmoral che balla il twist davanti a un'amica, la principessa Anna mentre prende il sole in costume da bagno a Malta vezzosamente appoggiata su una macchina. Immagini che mandano su tutte le furie Buckingham Palace. Il principe Filippo è talmente ossessionato dal personaggio da minacciare di rinchiuderlo nella Torre di Londra.

Ora Ray Bellisario, 77 anni, ha deciso di mettere all'asta la sua collezione, circa 23 mila fotografie, e dare il ricavato (si stima tra le 500 mila e il milione di sterline) a Reach for Rights, l'organizzazione caritatevole da lui stesso fondata nel 2012 per aiutare i bisognosi a far rispettare i propri diritti. «Mi spiace separarmi dal mio lavoro - ha dichiarato il fotografo alla casa d'aste Omega -, l'ho custodito per 40 anni, spostandolo segretamente da un posto all'altro. Chiunque comprerà la collezione sappia che sta acquistando un pezzo di storia». Ne è consapevole Buckingham Palace che, secondo alcuni, sta accarezzando l'idea di aggiudicarsi tutti i lotti per seppellire gli scatti in un armadio.

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La metà delle immagini riguarda la famiglia reale, sono foto scattate tra la metà degli anni 50 e la fine dei 70. Alcune sono dei veri e propri scoop come l'incontro segreto tra la regina e il Duca di Windsor, lo zio che aveva abdicato al trono per amore. Per fotografare l'ex Edoardo VIII e la nipote, Bellisario prende una stanza al 19 piano dell'Hotel Hilton con vista su Park Lane e aspetta. «Un pomeriggio - racconta - mi vedo il Duca affacciarsi su giardini del Palazzo seguito dalla regina». La foto viene pubblicata da Paris Match e nessun giornale britannico la riprende.

Socialista da una vita, Bellisario detesta la famiglia reale e, all'inizio degli anni 80, decide di dedicarsi a questioni più serie come la guerra civile in Nigeria o il conflitto in Irlanda del nord. L'ex fotografo oggi si batte per i diritti dei disabili (lui lo è da 27 anni) e spesso si reca a Cuba dove insegna giornalismo all'università dell'Avana. La vendita del 10 ottobre a Londra rappresenta per lui la chiusura di un'epoca. Dei reali non vuol più sentir parlare, quando pensa alla regina scuote la testa e dice: «Quella dannata maledetta».

27 agosto 2013 | 8:22

Sposati per 65 anni, muoiono lo stesso giorno

Corriere della sera

Harold e Ruth Knapke, inseparabili, se ne sono andati a 11 ore di distanza. Conosciuti da bambini, hanno cresciuto 6 figli

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Ci sono coppie che si lasciano e coppie che rimangono insieme tutta la vita. Senza dividersi con la morte. Per Harold e Ruth Knapke di Dayton nell'Ohio (Usa) il «per sempre» ha senso se è preso alla lettera. I due sono morti lo stesso giorno, dopo 65 anni di unione, a 11 ore di distanza l'uno dall'altro. Una vita felice da inseparabili, al punto da non vivere senza il partner, proprio come i famosi pappagalli Agapornis. Entrambi sono scomparsi lo scorso 11 agosto in una casa di cura, pochi giorni prima del 66esimo anniversario di matrimonio. Secondo le figlie della coppia, l'uomo si era sforzato per restare accanto alla moglie, nonostante le cattive condizioni di salute, per aspettare il momento in cui fare quest'ultimo viaggio insieme. È stato lui a morire per primo. «Crediamo - ha detto la figlia Margaret Knapke - che volesse accompagnarla nel viaggio verso la nuova vita e lo ha fatto».

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L'AMORE AI TEMPI DELLA GUERRA - I Knapke si erano conosciuti da bambini, ma la loro storia d'amore è iniziata soltanto quando Harold era nell'esercito, impegnato nella seconda Guerra Mondiale. Al tempo del conflitto, hanno cominciato a scriversi lettere e dopo il congedo militare di lui è sbocciato davvero l'amore. «Ho lasciato che m'inseguisse fino a quando mi ha presa!» ripeteva Ruth scherzando. Una cosa è certa: Harold, diventato insegnante e allenatore in una scuola, sapeva quello che voleva. Negli anni il loro rapporto non si è mai logorato. Devoti l'uno all'altro, hanno cresciuto 6 figli e continuato a procedere mano nella mano. Lui ha curato la sua sposa quando si è ammalata e lei non è stata da meno quando è stato il suo turno di fare l'infermiera (Harold non stava più bene). «È stata davvero una storia d'amore - ha detto Carol Romie, un'altra figlia -. Erano così uniti che non potevano andare da nessuna parte senza il partner».

27 agosto 2013 | 6:54

Nei secoli infedele

La Stampa

massimo gramellini


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Basta parlare di Berlusconi. Parliamo di due icone dell’Italia nel mondo: Monica Bellucci e Scilipoti. Bellucci si è separata da Vincent Cassel dopo quattordici anni di coppia aperta e invidiata. Scilipoti, molto più inquieto o forse solo più corteggiato, in caso di caduta del governo delle poche pretese già minaccia di porre fine al matrimonio-lampo con il munifico Silvio per accomodarsi responsabilmente all’ombra di Enrico Letta.

Sono tempi convulsi, in cui la tenuta della passione è sottoposta a pressioni feroci. Era facile giurare fedeltà eterna al re o al coniuge quando, tra guerre e pestilenze, la vita media sfiorava i trent’anni. Oggi, grazie ai progressi della medicina e agli eccessi della Santanché, un monogamo in buona fede corre il rischio di dover sopportare lo stesso partner o lo stesso leader fino alla centesima edizione di Porta a Porta. Così l’amore si adegua, la fedeltà si trasforma. Bellucci ha fatto sapere che nonostante la separazione dal marito rimarrà legata alla famiglia. Scilipoti alla poltrona. 

La «guerra dei cartelli» in Alto Adige La montagna parlerà (quasi) solo tedesco

Corriere della sera

Fa discutere l'intesa raggiunta tra il ministro Delrio e il governatore Durnwalder sui toponimi italiani e tedeschi

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La polemica dura da anni. Una telenovela infinita che ha fatto litigare Bolzano con Roma, Romacon Vienna e gli stessi politici altoatesini. La toponomastica qui è un argomento spinoso. Una vicenda complessa che inizia ai primi del Novecento, quando lo storico Ettore Tolomei fu incaricato di tradurre in italiano tutti i nomi tedeschi dell'Alto Adige, talvolta con risultati balzani. I toponimi dei 116 comuni della Provincia di Bolzano sono bilingui (in italiano e tedesco) e nelle valli di Badia e Gardena anche nell'idioma ladino. Tuttavia, la controversia sui nomi dei cartelli in montagna non si è mai placata. Ora potrebbe essere arrivata a una svolta.

L'ACCORDO CON ROMA - I vacanzieri che si sono recati quest'estate in Alto Adige avranno trovato qualche cartello segnaletico bilingue in più rispetto al passato ma tanti sono ancora quelli monolingue, cioè in lingua tedesca, che si trovano tra i boschi e sulle strade della provincia di Bolzano. La nuova puntata sulla toponomastica riguarda un accordo stipulato recentemente tra il ministro agli Affari regionali Graziano Delrio ed il presidente altoatesino Luis Durnwalder. L'intesa, in sintesi, ha limato e corretto quanto elaborato già tre anni fa dall'accordo tra il Landeshauptmann e l'allora ministro Raffaele Fitto.

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PAZIENZA - «Per risolvere finalmente la questione della toponomastica serve molta pazienza, ma soprattutto tanta buona volontà», ha spiegato Durnwalder, che tra pochi mesi lascerà la politica. «Sottoscrivo ogni parola della precisazione del ministro», ha aggiunto. Rimarcando: «Come ha già sottolineato Delrio non si tratta della soluzione dell'intera questione della toponomastica. Ci sono infatti ancora alcuni punti aperti, inoltre servono poi una norma d'attuazione e alcune modifiche di legge. Questo richiede tempo». Secondo Durnwalder, «la questione scalda gli animi. Sono comunque molto fiducioso che un accordo sarà raggiunto», ha concluso.

«NON E' SCONTRO DI CULTURE» - Delrio in una nota diffusa lunedì, sottolinea che «questa intesa va nella direzione di una conquista della convivenza e del bilinguismo. Non si raggiungono intese tra le parti se si resta arroccati, ma solo se si è disposti a costruire ponti e attraversare confini. Dal nostro punto di vista non si tratta affatto di uno scontro tra culture, ma, al contrario, dell'avvicinarsi di una soluzione per un problema aperto da anni. E questo grazie a piccoli sacrifici e con soddisfacenti acquisizioni da entrambe le parti». Precisa: «Le denominazioni approvate dall'accordo sono ben 1.526, individuate dalla Commissione istituita sulla base del Protocollo d'intesa. Di queste 1.526 denominazioni per la maggior parte bilingui, per meno di un decimo, cioè 132 denominazioni, analiticamente esaminate dal Commissario di Governo e dal Ministero, si è utilizzato il toponimo tedesco originario, ritenendolo non correttamente traducibile in italiano, ma accompagnandolo, in italiano, con la descrizione tipologica: "malga", "cima", "monte" e così via».

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OPPOSIZIONE ALL'ATTACCO - L'intesa tra Stato e Sudtirolo, ovvero tra il partito di maggioranza Südtiroler Volkspartei (Svp) e Governo sarebbe frutto della «trattativa segreta» intrapresa dal senatore della stella alpina Karl Zeller. Ciò nonostante, l'accordo Delrio-Durnwalder non piace. Già nel 2009 c’era stato un primo blitz ad opera dell’Alpenverein (il Cai) che aveva piazzato nei boschi altoatesini migliaia di cartelli segnavia quasi tutti solo in tedesco, senza preoccuparsi che i fondi per quei cartelli arrivassero da Bruxelles e anche da Roma. All'attacco l'opposizione, italiana come tedesca. «Vietato usare la lingua italiana, in Italia» è il commento di Alessandro Urzì (Alto Adige nel cuore). Secondo il Verde Riccardo Dello Sbarba «questo è sempre il destino degli accordi presi nelle stanze chiuse e lontane, da quattro persone quattro». Sulle barricate anche Eva Klotz: «Il compromesso sulla toponomastica è peggio di quanto previsto nel 2010 dopo l'accordo Fitto-Durnwalder». La «pasionaria» accusa la Svp e Durnwalder di «sancire la falsificazione della storia altoatesina». Secondo la consigliera provinciale, «non resteranno solo i nomi di Tolomei, ma anche quelli inventati dopo di lui», come Vetta d'Italia, Bosco dei Banditi, Bosco dei Ladri, Gran Ladro e Gran Pilastro.

26 agosto 2013 | 20:41

Tv, un anno dopo il digitale non è uguale per tutti

La Stampa

Da Nord a Sud molte zone ancora senza segnale e ora le proteste degli utenti arrivano in tribunale

giuseppe bottero
torino


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A Marina di Ravenna hanno stretto i denti per tutta l’estate. Poi, dopo la prima giornata di campionato trascorsa senza aver visto i gol in tv, è esplosa la rabbia. Teramo per tre mesi ha rinunciato al rito del Tg1 delle 20: il gran caldo aveva fatto «impazzire» le frequenze. Due istantanee dall’Italia digitale, che a un anno dalla transizione - l’ultimo segnale analogico è stato spento dodici mesi fa in Sicilia - ancora si dimena fra schermi neri, immagini che ballano, canali fantasma. La collera per la tv che non c’è fa passare in secondo piano tutti i vantaggi: immagini più nitide, audio migliore, un ampliamento dell’offerta che ormai attrae un quarto degli ascolti totali.

Mentre negli Stati Uniti Sony e Viacom lanciano la pay-tv via Internet, da noi decine di migliaia di telespettatori si sfogano su Facebook e organizzano offensive in tribunale. Il primo verdetto, nato da una class action contro la Rai, è atteso nei prossimi giorni. «Il passaggio al digitale - spiega il ricercatore Matteo Bayre - ha causato un abbassamento della potenza del segnale e una minor copertura delle zone montane e di frontiera. In molti casi il segnale tv “digitalizzato” non ha più potuto raggiungere molte località che sfruttavano ripetitori di fortuna, non autorizzati dalla tv di Stato e dalle emittenti nazionali».

Se prima, in ogni caso, i canali vedevano, adesso l’asticella si alzata: o il segnale arriva perfettamente o lo schermo televisivo resta nero. Colpa dell’orografia del Paese, certo, ma pure di una transizione costosa - almeno 400 milioni di euro - e un po’ lacunosa, gestita in fretta e a tappe forzate. «I problemi sono ancora aperti in molte aree d’Italia» denuncia Luca Borgomeo, presidente dell’Aiart, l’associazione degli spettatori. A Pino Torinese li hanno risolti dopo due anni, il Biellese resta martoriato. Le interferenze coi segnali esteri avvolgono in una nuvola di pixel molte aree di Gorizia e Trieste. E nelle grandi città non va meglio.

Dagli uffici romani del Codacons Mauro Antonelli racconta la via crucis dei telespettatori: il segnale troppo debole per garantire la ricezione su più televisori all’interno della stessa casa, gli apparecchi da rottamare, le difficoltà nel memorizzare i canali nell’ordine voluto. «E per i cittadini di quei comuni che non hanno potuto usufruire del complicato finanziamento statale, o che non hanno potuto auto-finanziare il proprio piccolo switch-off, ancora oggi l’unica alternativa per continuare a vedere la tv è stata quella di installare parabola e decoder per la piattaforma alternativa Tivù Sat» prosegue Bayre. Costo medio: 150 euro.

Per un paio d’anni è stato un crescendo di proteste: ora, spiegano dal Ministero dello Sviluppo, la maggior parte dei disagi è in via di soluzione. «Molti problemi dipendono non da carenza di copertura di segnale - spiegano i tecnici - ma dalle condizioni degli impianti riceventi di antenna, obsoleti, privi di manutenzione o realizzati in modo artigianale. Lo sforzo è stato immenso, e gli episodi di disservizio, a fronte di una operazione imponente, sono stati limitati».

L’Agcom, che si occupa delle frequenze, parla di «difficoltà fisiologiche» e ha appena varato un importante piano insieme a Rai e Ministero, già partito, che dovrebbe razionalizzare il sistema. Una boccata d’ossigeno, soprattutto per Viale Mazzini, che ha l’obbligo di coprire tutta la Penisola. Dopo l’accensione di un faro da parte di Bruxelles, sono state limate anche le difficoltà causate dai segnali in arrivo dagli altri Paesi del Mediterraneo. Ma l’ostacolo è dietro l’angolo: dal 2015 sarà obbligatorio aggiornare i decoder alla nuova generazione DVB-T2, il cosiddetto digitale di seconda generazione, che consentirà di aumentare il numero dei canali, migliorare la qualità e permettere la ricezione in mobilità. In Val d’Aosta la sperimentazione è già iniziata. La nuova tecnologia è già diventata vecchia?



Borriana, il paese dimenticato dalla tecnologia
La Stampa

paola guabello
borriana (biella)


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Novecento anime dimenticate dalla tecnologia. A Borriana, nel Biellese, la vita è dura per chi vuole vedere un film, un programma, una partita dall’inizio alla fine. E anche chi deve ricevere una telefonata sul cellulare (per non parlare di Internet) ha serie difficoltà. Il digitale nel piccolo comune di pianura ai piedi delle Alpi è un tabù e tutti sembrano rassegnati a vedere la tv a singhiozzo, con lo schermo farcito di odiosi «quadratini» colorati che prima si rincorrono e che poi, al culmine dell’invasione, paralizzano l’immagine e beffano l’ansioso spettatore.

Così ogni tanto, i bravi cittadini che pagano pure il canone (oltre all’antennista) per non vedere la tv, protestano. Ai primi di agosto alcune famiglie esasperate segnalavano a La Stampa: «Ogni mattina, alle nove meno un quarto e per quasi un’ora non si vede nemmeno un canale. Ci siamo confrontati con i vicini: il problema riguarda molte persone, anche in altre fasce orarie. Ad altri, a un certo punto, il segnale sparisce del tutto». E quando capita non resta che spegnere la tv, senza sapere come finirà il film.

«Per me non è un problema - se la ride Gianni Rosso, presidente dell’associazione culturale El sol ed j’Alp -. Io non ho la tv e ne vado fiero. Ma mio padre sì, ha 84 anni e la guarderebbe volentieri. Invece è costretto a stare giornate intere ad apparecchio spento perchè non c’è verso di ricevere il segnale». Gli fa eco Damiano Meliconi, imprenditore: «Da quando c’è il decoder la Rai non la vediamo quasi più.

E anche gli altri canali sono molto disturbati. Va un po’ meglio per quelli Mediaset e per La7. Abbiamo chiamato più volte l’antennista ma il problema non l’abbiamo risolto. Il disagio maggiore però è il telefono. I cellulari non hanno campo e per chi lavora è un disastro». Non resta che abbonarsi alla pay-tv. O peregrinare di casa in casa: a uno il privilegio delle reti nazionali, a un altro quello delle tv private. Al bar pizzeria Lido, il digitale concede il lusso dei canali locali: «Forse perché sono i più vicini a noi - cerca una spiegazione Celeste Finotti, figlia dei titolari - Abbiamo la televisione e la teniamo accesa.

Ma tutti quanti sappiamo che da un momento all’altro il canale può sparire. Siamo rassegnati». «Non ho ricevuto alcuna segnalazione - spiega il sindaco Marina Moretti - Ma a questo punto, vorrà dire che faremo un questionario per capire l’entità del problema. Ciò che ci preme di più è però la connessione a Internet. L’Adsl in certi luoghi proprio non arriva, e di solleciti ne abbiamo fatto più d’uno. Comprendiamo che portare i cavi fin sotto casa sia un servizio antieconomico ma certo è che soprattutto sotto questo aspetto il paese è davvero tagliato fuori».

Il caso di Borriana non è unico: con il passaggio al digitale terrestre molte altre località del Biellese hanno avuto difficoltà nella ricezione del segnale, e recentemente anche in Valle Cervo, in alcune fasce orarie i telespettatori hanno riscontrato lo stesso tipo di disservizio. A Pralungo le proteste sono arrivate fino in municipio. E dire che, a gennaio, le squadre di tecnici inviate in missione dalla Rai e dal ministero delle Comunicazioni, avevano lavorato a lungo. Dopo un paio di giorni di sopralluoghi il problema era chiaro: troppi segnali in troppo poco spazio. Ma la soluzione a quanto pare non è ancora arrivata.

Quando il colera sbarcò a Napoli nascosto nelle cozze tunisine

Corriere del Mezzogiorno

Trent'anni fa l'epidemia che sconvolse il capoluogo


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NAPOLI — Quando tutto fu finito si disse che l'epidemia aveva provocato la morte di 12 o al massimo 24 persone, mentre i ricoveri in ospedale erano stati quasi mille. Un bilancio preciso manca e, in ogni caso, i numeri non appaiono certo quelli di una catastrofe. Tuttavia, in quella fine estate del 1973 a spedire all'improvviso Napoli indietro nel tempo e lontano dal mondo sviluppato bastò una sola parola, evocatrice di paure ancestrali: colera. Sì, perché un secolo prima due volte la città era stata aggredita dal morbo e i morti allora erano stati migliaia: due tragedie così devastanti da portare a una rivoluzione urbanistica, con la decisione di sventrare un intero quartiere degradato adottata dalle autorità sull'onda di un formidabile j'accuse di Matilde Serao. Ma nel 1973, in piena era di progresso tecnologico e scientifico e nel cuore dell'Occidente avanzato, neppure un fantasioso autore di film catastrofisti avrebbe immaginato la trama di una città e del suo hinterland, tra le più densamente popolate d'Europa, in balia di un male che si riteneva sopravvivesse ormai soltanto in angoli remoti della terra segnati da miseria e sottosviluppo.

Napoli, il colera del '73


Tutto ebbe inizio il 24 agosto quando a Torre del Greco (la città alle falde del Vesuvio dove Giacomo Leopardi morì nel 1837 probabilmente proprio di colera) si registrarono due casi di «gastroenterite acuta». Fu nei giorni successivi, quando all'ospedale Cotugno si presentarono altri casi di ammalati con gli stessi sintomi (diarrea, vomito, crampi alle gambe) che vennero fugati i dubbi residui. Da quel momento il colera a Napoli non fu più solo la storia di una malattia contagiosa e degli interventi per debellarla, ma soprattutto il racconto della paura che si impossessa della gente, della psicosi che induce a comportamenti spesso irrazionali e dell'immagine stravolta di una città che sarebbe pesata negli anni successivi.

Chi è stato testimone di quei giorni ha vivo il ricordo di momenti ora drammatici ora grotteschi, immortalati talvolta nelle foto e nelle riprese tv di reporter piombati a Napoli da tutto il mondo. Come le file chilometriche per le vaccinazioni somministrate dai militari americani muniti di pistole-siringa, scene che somigliavano a quelle vissute nel '43, quando nella Napoli devastata dalla guerra che qui era appena finita i soldati a stelle e strisce spruzzavano il Ddt per scongiurare l'estendersi dell'epidemia di tifo. E ancora: i familiari degli ammalati accalcati davanti ai cancelli del Cotugno in attesa dei bollettini medici. Tra i casi di psicosi collettiva si ricorda quello di un un uomo che, dopo essere inciampato, si stava rialzando allorché i passanti, vendendolo barcollare, si allontanarono urlando «tene 'o colera, tene 'o colera».

Il responsabile dell'infezione venne individuato nel consumo di cozze all'interno delle quali si annidava il vibrione (poi si stabilirà che non si trattava di quelle coltivate nel Golfo di Napoli, ma di una partita importata dalla Tunisia). Cominciò allora la guerra ai mitili, di cui venne vietata la coltivazione e il consumo, una decisione scontata e indispensabile che tuttavia determinò la protesta accesa di quanti vivevano di quel commercio. Ci fu anche chi, per ostentare ardimento e sprezzo del pericolo, pensò bene di farsi riprendere mentre si ingozzava di cozze crude. Ardimento e sprezzo come quello degli scugnizzi che, subito dopo essersi vaccinati, correvano a tuffarsi nelle acque limacciose e malsane di via Caracciolo.

Furono adottate numerose misure di profilassi. «Allora si capì il valore della prevenzione» spiega il professor Giulio Tarro, virologo di fama mondiale, in quei giorni in prima linea, che isolò il vibrione. Cambiarono anche le abitudini alimentari: molti ricorsero però a misure assolutamente empiriche. Gran parte dei napoletani, senza alcuna ragione plausibile se non una paura immotivata, non bevvero più acqua dal rubinetto. E si sparse inoltre la voce che i limoni rappresentassero un ottimo sistema per prevenire l'infezione: così in pochi giorni il prezzo salì alle stelle e ciò nonostante divennero introvabili. Fu il colera comunque a far aprire gli occhi su una serie di problemi che preesistevano all'epidemia, ma che fino ad allora erano come rimossi dalla coscienza collettiva: quartieri degradati, in città come in provincia, condizioni igieniche da terzo mondo, un mare inquinatissimo e un sistema fognario vecchio di secoli inadeguato alle esigenze imposte da una crescita urbanistica spaventosa e incontrollata.

«Quell'esperienza fu superata — conclude il professor Tarro — ora le emergenze sono altre e per affrontarle ci vorrebbe lo stesso impegno. Penso all'inquinamento che è causa dei tumori». Ricorda quei giorni drammatici anche Paolo Cirino Pomicino, allora assessore ai cimiteri. «Da medico mi misi personalmente a vaccinare centinaia di persone poi dovetti affrontare l'assurda accusa di aver nascosto i cadaveri di morti per il colera per non allarmare la popolazione».

Enzo La Penna
(Ansa)26 agosto 2013

Amante per 12 anni, diventa il suo stalker

Corriere della sera

Ossessione Imprenditore edile denunciato dalla ex che si sente perseguitata. Lui nega. Il giudice dispone il divieto di avvicinamento
Gps nell'auto, 358 telefonate e 500 sms in un mese. Volantini e foto destinati al marito La fine dell'amore Dopo un lungo periodo di relazione clandestina, a gennaio lei ha interrotto il rapporto La perquisizione A casa dell'uomo sono stati trovati i volantini e un manuale per l'utilizzo del gps

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Dodici anni da amanti, tra incontri segreti e una marea di bugie raccontate in famiglia. Poi la fiamma dell'amore si spegne, almeno per lei, che decide di troncare la relazione. Un duro colpo per lui, che non si rassegna. Ma riconquistarla è impossibile. Allora le dice: «O con me o con nessuno». A quel punto la delusione si è già trasformata in ossessione: in un mese la tartassa con 539 sms e 358 telefonate.

Una storia di ordinario stalking se non fosse per una valanga di volantini e foto dei due amanti spediti a casa di lei ma chiaramente indirizzati al marito, lui (l'amante) che denuncia ignoti di averli scritti e di aver rubato quei momenti di clandestina intimità per incolparlo, un gps piazzato sotto l'auto della donna e un esperto informatico capace di scovare i segreti della tecnologia. Alla fine il pubblico ministero, esiti investigativi alla mano, conclude che è tutta una macchinazione dell'uomo dal cuore spezzato e ottiene dal giudice delle indagini preliminari la misura cautelare del divieto di avvicinamento alla donna.

I due amanti, o meglio ormai ex amanti, di un comune della Bassa Bergamasca, non sono giovincelli. Lui, imprenditore edile caduto in disgrazia, ha 65 anni, lei di anni ne ha 49. E pensare che la donna le aveva inventate tutte per vederlo. Diceva al marito di aver trovato un lavoro. Al mattino si preparava di tutto punto e usciva di casa, ma non c'era nessun lavoro ad attenderla. Raggiungeva l'amante, che pare le abbia dato anche un aiuto economico, e trascorreva ore e ore con lui. Ma a gennaio decide di chiudere il rapporto. Dopo i primi inutili tentativi di ricucire lo strappo, lui perde il controllo e inizia a tormentarla. Lei non ce la fa più e il 3 giugno scorso lo denuncia. Il pm Gianluigi Dettori affida a un esperto informatico la classica consulenza sul cellulare della donna. Analizzandolo escono centinaia di messaggi e di chiamate solo tra il 21 aprile e il 30 maggio. Amore, disperazione, molestie. La prassi dello stalking.

Ma questa è una storia più complessa del solito. C'è un retroscena. Lui precede lei. Il 20 maggio sporge denuncia contro ignoti, i presunti autori dei volantini recapitati a casa della donna e affannosamente intercettati da lei prima che li veda il marito, forse ancora oggi all'oscuro di tutto. Sono scritti al computer, caratteri tutti maiuscoli: «Tutto il paese sa che M... si vede con un altro». Non è la sola posta recapitata direttamente nel giardino di casa. Ci sono anche le foto dei due amanti, in auto vicino al cimitero, scattate da qualcuno appostato su un'altra vettura. L'ex amante, nella sua denuncia, sostiene che qualcuno ha tramato alle sue spalle, per far credere che fosse lui l'autore di volantini e scatti.

Quando la donna vede le foto, si ricorda di una Lancia sospetta che circolava dove loro erano appartati. Vuole dirlo ai carabinieri, ma l'amante la frena: «Ma no, quello era mio cugino passato per caso». Poi il colpo di scena. Il consulente del pm, da un piccolo marchio uscito sulle foto, riesce a risalire all'auto da cui è stata scattata: proprio una Lancia. Una coincidenza? Sarà, ma unita a un altro dettaglio investigativo, sembra un indizio contro l'ex amante. La donna trova un gps piazzato nella sua automobile. Sempre l'esperto scopre che lo vende su Internet un'azienza di Reggio Emilia. La sim card è intestata a uno straniero. Una persona fittizia. E se fosse opera dell'amante abbandonato? Il magistrato fa perquisire la sua casa. Altro colpo di scena: lì c'è un manuale per gps.

«Certo, l'ho acquistato a Milano, ma mi serve per controllare i miei mezzi nei cantieri», si giustifica lui. La spiegazione può anche reggere. Ma non resiste a un ulteriore approfondimento di indagine: è vero, l'imprenditore ha comprato un marchingegno del genere, ma esattamente il giorno dopo la perquisizione. Non solo. Nella sua abitazione vengono trovati gli stessi volantini diretti al marito tradito. Lui si giustifica con la denuncia che ha presentato. Ma per il pm il quadro indiziario indica altro, cioè che l'uomo è uno stalker. Chiede al gip Alberto Viti la misura cautelare. Prima il giudice ascolta l'imprenditore, che ammette la relazione e la fine del rapporto, ma nega di essere l'ossessione della donna. Ora, comunque, deve starle lontano.

27 agosto 2013 | 12:52

Accordo a tre in Kenya, due uomini sposeranno la stessa donna

La Stampa

È il primo caso di poliandria nel paese africano. «Ci ameremo e vivremo in pace» hanno dichiarato i contraenti


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Due uomini hanno firmato un accordo matrimoniale per sposare la stessa donna. È avvenuto a Mombasa, in Kenya, secondo quanto riferito dai media locali. La donna, già vedova e madre di due figli, ha portato avanti due relazioni contemporaneamente per più di quattro anni e sostiene di non essere in grado di scegliere tra i due amanti. 

L’accordo prevede che Sylvester Mwendwa e Elijah Kimani convivano assieme alla donna, che ha preferito rimanere anonima, e la aiutino a crescere i suoi figli, indipendentemente da quale dei due sia il padre. Mwendwa e Kimani hanno deciso di formulare l’accordo dopo essersi resi conto che da oltre quattro anni avevano una relazione con la stessa donna. «Concordiamo che da oggi in poi non comprometteremo mai più il nostro rapporto a causa della gelosia - c’è scritto nell’accordo matrimoniale, secondo quanto riferito dall’emittente Ntv - ciascuno di noi rispetterà il giorno a lui dedicato. Ci ameremo e vivremo in pace. Nessuno è stato costretto a fare questo accordo». 

Il legale della famiglia, Judy Thongori, ha spiegato che la legge keniota non proibisce esplicitamente la poliandria. Secondo altri esperti, il ’matrimonio’ tra i due uomini e la donna sarà considerato legale solo se i tre potranno dimostrare che la poliandria, è una usanza della loro cultura. Per il Kenya si tratterebbe del primo caso anche se la poliandria esiste nel mondo, soprattutto in Oriente e in particolare in India, nello Shri Lanka e nel Tibet. 

L’esilio del sindaco

Quotidiano.net


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QUANDO SI DICE la giustizia in Italia. In questa calda estate di polemiche, non c’è soltanto il caso-Berlusconi ad infiammare il dibattito. Almeno il Cavaliere un regolare processo l’ha avuto, con tanto di sentenza. Ciò che è successo a Cortina d’Ampezzo è, per certi versi, più clamoroso perché il sindaco della perla delle Dolomiti, Andrea Franceschi, è stato spedito all’esilio senza neppure un verdetto di primo grado. Il primo cittadino ancora in carica di Cortina non può più mettere piede nella sua città per evitare il rischio di “una reiterazione del reato”. Me lo racconta lo stesso Franceschi nella sua Sant’Elena (ha appena superato il giro di boa dei cento giorni d’esilio), che è San Vito di Cadore. Andrea, eletto per la seconda volta nel 2012 alla guida di una lista civica, è stato indagato (badate bene: solo indagato) per abuso d’ufficio, turbativa d’asta e violenza privata. A leggere i capi d’imputazione, Franceschi che, nel frattempo, ha scritto pure un libro sulla sua storia, si sarebbe macchiato di colpe gravissime.

IL SINDACO non lancia accuse alla magistratura, si limita ad osservare che la giustizia è, in Italia, troppo lenta. E aggiunge: «Mi sembra di essere su “Scherzi a parte”, tanto la situazione è assurda». La vicenda ha, in effetti, aspetti sconcertanti: il numero uno dell’amministrazione cortinese ha chiesto ad una funzionaria del Comune, che poi è stata rimossa dall’incarico e che ha dato il “la” al pasticcio, di abbassare la base d’asta su un bando di gara che riguardava il controllo dei rifiuti. Da quell’invito perentorio, discutibile finché si vuole, è cominciato tutto, intercettazioni telefoniche comprese.

SEI MESI DI CONTROLLI che hanno fatto emergere un’altra, presunta, irregolarità: una telefonata al capo dei vigili urbani in cui il sindaco chiedeva al comandante di spegnere un’autovelox, perché aveva ricevuto tantissime proteste. Tutto qui: nessun tornaconto personale. Ma è stato sufficiente per mandarlo prima agli arresti domiciliari e poi all’esilio forzato. Con tanti disagi: «Non ho potuto partecipare, neppure, ai funerali di un mio amico di Cortina». Per carità di patria, preferisco non entrare nei meandri dei cavilli giuridici. Dico solo – e già questo fatto taglia la testa al toro - che non c’è più il rischio di “reiterazione di reato” per la semplice ragione che un provvedimento recentissimo ha trasferito alla Provincia di Belluno proprio quei controlli sulle gare d’asta assegnate, in precedenza, ai Comuni. Anche se volesse, Franceschi non potrebbe, quindi, più combinare guai. Perché, allora, deve continuare la sua forzata lontananza sulla presunzione del bis di un possibile reato che non potrà, comunque, più commettere?

Senza contare che l’esilio è la classica foglia di fico: non è in grado di presenziare ai consigli comunali, ma i suoi assessori, a cominciare dal vice-sindaco, possono sempre tenerlo informato. Una situazione che è davvero paradossale. Non si sa ancora quando ci sarà il processo, mentre la Cassazione si pronuncerà in ottobre sull’esilio. Franceschi ha scritto un’accorata lettera a Napolitano, ma dal Quirinale non è arrivata nessuna risposta. Un rimedio ci sarebbe: le dimissioni dalla carica, ma non lo farà, perché - dice - è, nel frattempo, diventato il paladino di tutti i sindaci che si sentono dimezzati nelle loro funzioni. Non entro neppure nel merito delle questioni sul potere delle varie “lobbies” cortinesi, edilizie e non, che hanno fatto diventare Franceschi un sindaco scomodo. Chiedo solo al presidente della Repubblica d’intervenire: senza sindaci nel pieno delle loro funzioni, la democrazia è azzoppata. Alla fine, Franceschi mi scrive la dedica al suo libro in dialetto locale: “Mai zede!”, “mai cedere!”. Sono d’accordo con lui.

giancarlo.mazzuca@ilgiorno.net

F1, la targa da 7 milioni di euro

Il Secolo XIX


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Genova - L’imprenditore inglese Afzal Kahn (wikipedia) ha decisamente fiuto per gli affari, dimostrandosi capace di trasformare una “passione” (il collezionismo di targhe automobilistiche) in un business.

Dopo aver acquistato nel 2008 una Volvo targata F1 per circa 500mila euro, Kahn si è permesso il lusso di rifiutare un’offerta di acquisto di circa 7 milioni di euro. Non per la macchina in sé, ma per la targa che si porta dietro, che ha evidentemente un valore altamente simbolico per gli appassionati di motori e nel frattempo è passata su una Mercedes McLaren Sl e poi su una Bugatti Veyron.

Come in altri paesi del mondo e diversamente da quanto avviene in Italia, in Inghilterra le targhe non seguono la macchina, ma il proprietario: nel caso dell’immatricolazione “F1”, i registri pubblici la fanno risalire alla contea dell’Essex, dove venne rilasciata nel 1904. Una delle targhe britanniche più celebri, la “VIP1”, appartiene da tre anni al miliardario russo Roman Abramovich, proprietario del Chelsea, che ha pagato oltre 330mila euro per utilizzarla sulla sua Rolls Royce Corniche IV.

Tornando ai 7 milioni rifiutati da Kahn, c’è da ricordare che non si tratta del record per questo tipo di transazioni: a un’asta organizzata per beneficenza negli Emirati Uniti, la targa “1” è finita nelle mani di Saeed Khouri, un ricchissimo immobiliarista di Abu Dhabi, che cinque anni fa spese oltre 10 milioni di dollari per averla sulla sua auto.

Il videgioco che batte i record di pirateria: 144 copie vendute, 50 mila download "tarocchi"

Corriere della sera


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A guardare il dato ufficiale Gentlemen! non ha funzionato poi così bene: solo 144 copie vendute su Android. Eppure il videogioco, che inscena dei duelli in stile vittoriano, ha segnato un record con 50mila download. Tutte copie piratate. Yann Seznec, il Ceo di Lucky Frame (la società che ha sviluppato il gioco), ha raccontato lo strano caso del videogame con un post sul portale dedicato ai videogame Gamasutra.

IL GIOCO - Lanciato tre settimane fa, il gioco permette di giocare partite a due su tablet e al suo arrivo sul mercato era stato accolto da critiche positive. Così positive che c’è chi ha deciso di aggirare il prezzo di vendita (partito da 5 dollari, ora sceso a 3) e procurarselo gratuitamente. I download ufficiali sono stati 1.114 su iPad e 144 su Android: già un «buon risultato, ma meno di quello che ci attendevamo», come scrive Seznec sul suo post, sottolineando che la sua società, formata da tre persone, ci ha lavorato su per ben cinque mesi. Eppure, due giorno dopo il lancio, Seznec e i suoi colleghi si accorgono di strani dati sulla versione Android: su Google Play sono state vendute solo 8 copie del gioco, ma i giocatori risultano essere tantissimi. Dopo un rapido calcolo si rendono conto che le copie piratate veleggiano verso le 3mila. Tre settimane dopo raggiungono e superano le 50mila.

ARRABBIATI? NO - Seznec e i suoi se ne sono fatti una ragione. C’è ben poco da fare, d’altronde, dato che il 95% dei download delle copie piratate arriva da Russia e Cina. Certo, i tre sono dispiaciuti ma ammettono di aver imparato molto dall’esperienza. E con una certa dose di ottimismo sottolineano che, almeno, se il gioco è stato scaricato così tante volte significa che hanno fatto un buon lavoro.

26 agosto 2013 | 15:49