giovedì 29 agosto 2013

Critica un ristopub su Tripadvisor. Ma gli risponde lo chef in persona

Corriere della sera

Botta e risposta tra cliente e cuoco sulla piattaforma di recensioni

Cattura
Di certo, dopo aver pubblicato la recensione della sua recente cena al Bladebone Inn di Bucklebury, vicino Reading, votata con appena una stella e nella quale si era lamentato per ogni cosa, dal «cibo immangiabile» al personale «incompetente e scortese», tale S1nsand (è il suo nickname) mai si sarebbe aspettato di ricevere risposta addirittura dal proprietario del ristopub che aveva appena massacrato su Tripadvisor. Ed è stata una replica da far andar di traverso al cliente criticone – autoproclamatosi «un vero buongustaio» nel suo commento - quelle costolette di manzo che erano state oggetto dell’iniziale contendere (da lui definite «troppo dure e terribili al punto da lasciare il piatto a metà» mentre per la cucina erano «tenere e grasse al punto giusto»). Perché in un migliaio di parole il 32enne chef Kiren Puri (che si è formato al rinomato Waterside Inn dei fratelli Roux) ha risposto punto su punto alle considerazioni del cliente, accusandolo di aver mentito su ogni cosa «per cercare di scroccare un pasto gratis» e ironizzando anche sulla sua patente di «buongustaio», «perchè un vero buongustaio non inizierebbe mai il pasto con una ciotola di patatine».

LA CENA - Come detto, tutto sarebbe stato originato dalle famose costolette di manzo: una volta appurato che non erano piaciute, «una cameriera molto carina si è offerta di parlare con lo chef – ha scritto nella sua recensione S1nsand, a cena coi genitori - ma poi non abbiamo più avuto alcun riscontro e quando è arrivato il conto, non c’era stato garantito alcun riconoscimento per il nostro feedback, così abbiamo chiesto quali fossero stati i commenti dello chef e a quel punto è arrivato un cameriere molto scortese ed incompetente che ci ha detto di aver assaggiato la carne e che era tenera come sempre». Un tantino differente invece la ricostruzione di chef Puri, non fosse altro per il fatto che quel «cameriere molto scortese ed incompetente» era in realtà lui, accorso al tavolo non appena capito che c’era qualche grana in arrivo.

«Avendo lavorato nei migliori ristoranti del mondo, penso ormai di saper riconoscere quando c’è un problema con il cibo – ha ribattuto il ristoratore nella sua risposta – ma non credo fosse questo il caso. I commenti negativi sui piatti erano stati riportati allo chef e, dopo un controllo da parte di entrambi, abbiamo convenuto di usare la formula di rito («We have fed your comments back to the chef, and the chef thanks you for your feedback» – in pratica, «abbiamo riportato i vostri commenti allo chef che vi ringrazia per il vostro feedback») perché a nostro parere non c’era nulla che non andasse nelle costolette, che fra l’altro avevamo servito in altre sei porzioni quella sera, ricevendo solo complimenti».

PIATTI VUOTI? - E a detta del proprietario del Bladebone Inn, S1nsand avrebbe mentito anche sulla questione dei piatti lasciati a metà «perché le nostre telecamere a circuito chiuso hanno confermato che sui piatti non era rimasto nulla e sono più che felice di mostrare al cliente le immagini se la sua memoria va in confusione». Solo su un aspetto di quella disastrosa serata i due concordano: ovvero, sul conto che alla fine non è stato pagato per scelta dello stesso ristoratore, preoccupato che la scenata al tavolo «potesse rovinare la piacevole atmosfera che c’era nel ristorante, dove avevo altri 11 tavoli occupati». Nel suo commento S1nsand dice comunque di aver lasciato il denaro necessario a coprire un pasto, bevande comprese, soldi che però chef Puri ha poi spiegato di aver messo nella scatola della beneficenza a favore dell’Air Ambulance «perché se è quello il valore che quel cliente dà ad un pasto nel mio ristorante, preferisco non prendere il suo denaro».

LA RISPOSTA AL COMMENTO - Ma a far veramente arrabbiare il proprietario del pub è stata la postilla alla recensione del commensale, dove compaiono «alcuni consigli costruttivi al management del Bladebone Inn», fra cui «insegnare al personale a mettere il cliente al primo posto e ad immedesimarsi con lui, senza discutere», senza dimenticare che «un gesto carino come uno sconto o togliere dal conto il costo del dessert o delle bevande sarebbe cosa gradita e apprezzata». «Non ho mai risposto alle recensioni su Tripadvisor, buone o cattive che fossero, perché sono convinto che queste piattaforme debbano offrire la possibilità a tutti di condividere le loro esperienze – ha spiegato l’arrabbiato chef al Daily Mail, rivelando anche di aver ricevuto moltissimi messaggi di sostegno (pure da altri utenti di Tripadvisor) – ma ho deciso di farlo con questa per difendere il mio staff e perché S1nsand ha completamente distorto quanto successo quella sera».

29 agosto 2013 | 18:04

Quei giornalisti collusi con le toghe

Paolo Guzzanti - Gio, 29/08/2013 - 07:53

Certi cronisti non cercano lo scoop, ma ricevono sottobanco fotocopie giudiziarie e intercettazioni

Sì, la vera storia d'Italia degli ultimi venti anni è stata accuratamente occultata agli italiani delle ultime generazioni e non per caso e non per distrazione, ma per distruzione. Ieri leggevo quel che scriveva Piero Ostellino sulla presa di potere da parte di un segmento della magistratura (e non si tratta soltanto di toghe «rosse» ma anche di alcune toghe aristocratiche) e mi sembrava l'integrazione di quel che avevo scritto il giorno prima quando ho raccontato che la grande corruzione, Tangentopoli, era operante, nota e perfettamente tollerata anzi protetta già dagli anni Settanta: i magistrati facevano semplicemente finta di non vederla, salvo scatenarsi a comando tredici anni dopo.

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Portavo come prova l'incauta e a suo modo eroica confessione di Franco Evangelisti, che spiegò per filo e per segno nel 1980 quel che succedeva, ma che nessuno voleva vedere.
Poi ci fu il take over, la presa del potere reale da parte di un segmento di magistratura, che però non agì da solo perché creò una sintonia operativa con un simmetrico segmento del giornalismo. Un nuovo giornalismo che si sparse come la gramigna soffocando e sostituendo il nostro vecchio e onesto giornalismo d'inchiesta. Il nuovo giornalismo aveva altre caratteristiche.

La prima è che non fa mai scoop propri, ma li fa sempre e soltanto sulle carte giudiziarie passate sottobanco. Il bravo giornalista diventa un esportatore di verbali, è un cane da riporto delle intercettazioni specialmente quando sono illegali (so di che parlo perché sono stato illegalmente intercettato e subito diffuso dal nuovo giornalismo).

Fu così portata a maturazione un'operazione di genere nuovo in politica, equivalente per molti versi alla presa del potere attraverso forme di violenza, cioè al colpo di Stato. Curzio Malaparte in Tecnica del colpo di Stato spiegava nel 1931 come le rivoluzioni di per sé siano incapaci di prendere il potere, se manca il meccanismo del colpo di Stato. Lenin porta le masse nelle strade, ma non prende il Palazzo d'Inverno. Il Palazzo d'Inverno lo prende Trotsky con un una ventina di armati con cui entra, taglia le gole, blocca i telefoni, distrugge le comunicazioni, liquida le guardie.

Da noi non c'è stato un colpo di Stato in senso classico, ma una forma sofisticatissima di presa del potere attraverso il combinato disposto formato dalla sintonia fra alcuni giornali e giornalisti e alcuni magistrati. Io appartengo alla generazione di vecchi giornalisti che quando cercavano e trovavano lo scoop - l'intervista che fa cadere un ministro, spiegare un mistero irrisolto - si sforzavano di dare una descrizione di una realtà che attendeva di essere raccontata.

Quando Giampaolo Pansa affondava gli stivali nel fango del Vajont e descriveva la catastrofe dall'altezza della melma, faceva quel genere di giornalismo. Così erano (eravamo) allora i cronisti, questo chiedevano i direttori, di questo si compiacevano gli editori vedendo il loro prodotto venduto per la qualità. Le divisioni politiche e le faziosità ci sono sempre state, ma quel che accadde a partire dall'inizio degli anni Novanta costituisce una mutazione progressiva e una deformazione caricaturale del giornalismo, già agonizzante per la nascita della cronaca in streaming e del telefonino.

Ha ancora ragione Ostellino quando parla di quei direttori di giornale che diventano commissari e trasmigrano da una testata all'altra sorvegliando l'attuazione della linea politica. Ed è fuori di dubbio che Berlusconi, fin da subito, anzi da un bel po' prima che si desse alla politica, era l'obiettivo: il cinghialone numero due, da abbattere in continuità con l'abbattimento di Craxi. Ecco dunque che la natura stessa del giornalista che conta subisce una mutazione. Il suo talento è misurato non dall'intraprendenza e dalla sua autonomia, ma dalle fotocopie giudiziarie che crescono nelle sue tasche.

Alcuni magistrati si trasformano in feudatari circondati da giornalisti affamati amici che li lusingano, pronti a disporre su loro istruzione alcune bombe a orologeria. Il lettore non avrà difficoltà a immaginare qualche nome che io però non faccio, perché si tratta di gente che usa la querela come nel West si usava la Colt e vince tutte le cause dissanguando chiunque osi illuminarlo con un raggio non conformista. Un grande editore mi ha raccontato davanti al registratore che la star di una famosa Procura si era ficcata in testa che una star del giornalismo (che lavorava per il grande editore che me lo raccontava) possedesse delle foto compromettenti di Berlusconi durante le cene ad Arcore.

La star della procura era furiosa perché convinta che la star del giornalismo con cui era in rapporti strettissimi, le avesse negato l'ambito trofeo che considerava dovuto. La foto non esisteva, la star del giornalismo non le aveva nascosto nulla, ma l'intreccio, la commistione erano talmente inestricabili e patologici e isterici da impressionare persino quel grande editore.

Dietro il nuovo giornalismo fatto d'archivi - di cui è certamente campione Marco Travaglio e questo è anche un suo merito - viaggia l'intendenza del giornalismo moralista, d'invettiva, quello che con autorevolezza autoreferente manda al confino i matti liberi liberali e anarchici dopo averli marchiati con il «cono d'ombra» (un'invenzione sinistra e felice del fondatore di Repubblica) e crea di fatto un'antropologia, una fattoria degli animali in cui - di nuovo, sulle orme di Orwell - i maiali sono sì uguali, ma molto più uguali degli altri.

Quel giornalismo, come genere e come tecnica, come abilità e come potenza politica e propagandistica, è totalmente sconosciuto al campo opposto, quello che per comodità possiamo anche chiamare «berlusconiano», che si è sempre lasciato massacrare e mettere al bando, senza trovare mai una linea di contrasto capace di difendersi e contrattaccare ad armi pari. In questo modo, più di mezza Italia è stata delegittimata come canagliesca e cafona, rozza e torbida, secondo il comandamento che la vuole dominata dalla «pancia»; mentre dall'altra parte, nel mondo dei buoni, omologati dai magistrati e dai giornalisti che esercitano il potere di fatto, si muovono folle virtuose che sembrano i nuovi Hare Krishna coi loro mantra.

Il giornalismo moralista è un'altra novità: fino a vent'anni fa noi giornalisti raccontavamo i fatti, poi sono arrivati i predicatori con i loro carri, le pozioni, le trasmigrazioni televisive sulle reti omologhe e analoghe più che analogiche e questa seconda novità ha chiuso la tenaglia: magistrati che nutrono giornalisti assicurandone la fama e ricevendone fama (doppio rapporto referenziale) accompagnando ed esaltando inquisizioni, creando eroi e mostri anche al di là di quanto il mondo reale suggerirebbe e allevando letteralmente con il loro biberon una, e forse ormai due generazioni di italiani immemori, esentati dal contatto diretto con la realtà perché il sistema appena descritto sostituisce perfettamente la realtà, o la corregge come un barbiere: sfumature basse, satira omologata, invettiva del calibro d'ordinanza e il gioco è fatto. Tutto ciò, e molto di più, è accaduto negli ultimi vent'anni, quelli della lobotomia, una psicochirurgia che con un bisturi sottilissimo disabilita una parte del cervello.

Berlusconi condannato, i giudici: «Ideatore di sistemi illeciti»

Il Messaggero

Il premier: porcellum guaio per il Paese. Legge elettorale priorità per l'autunno Scontro sulla decadenza del Cavaliere, Alfano: il Pd valuti le carte. La procura di Napoli: nessuna misura cautelare nei cassetti


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ROMA - Silvio Berlusconi fu «ideatore del meccanismo del giro dei diritti che a distanza di anni continuava a produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende a lui facenti capo in vario modo». Lo scrive la Cassazione nella motivazioni della sentenza Mediaset, confermando le impostazioni dei giudici di merito. La sentenza, che riesamina tutti i motivi di ricorso presentati dai legali e le motivazioni dei pronunciamenti dei giudici di primo e secondo grado, si compone di 208 pagine.



Berlusconi, «conoscendo perfettamente il meccanismo, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato - si legge nella sentenza - mantenendo nelle posizione strategiche i soggetti dal lui scelti e che continuavano a occuparsi della gestione in modo da consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale».

«Inverosimile la truffa ai danni del Cavaliere». C'è «l'assoluta inverosimiglianza dell'ipotesi alternativa che vorrebbe tratteggiare una sorta di colossale truffa ordita per anni ai danni di Berlusconi - scrive la Cassazione - da parte dei personaggi da lui scelti e mantenuti nel corso degli anni in posizioni strategiche».

«Berlusconi responsabile anche dopo le dimissioni dalle cariche». I personaggi chiave della vicenda Mediaset sono stati «mantenuti sostanzialmente nelle posizioni cruciali anche dopo la dismissione delle cariche sociali da parte di Berlusconi e in continuativo contatto diretto con lui». Per cui «la mancanza in capo a Berlusconi di poteri gestori e di posizione di garanzia nella società non è dato ostativo al riconoscimento della sua responsabilità».

I giudici della Suprema Corte, che fanno proprie le conclusioni relative a un'imponente evasione fiscale a cui pervengono i giudici di merito, sottolineano anche come questi ultimi «attraverso l'analisi del cosiddetto "giro dei diritti" ne hanno individuato le caratteristiche di meccanismo riservato direttamente promanante in origine da Berlusconi e avente, sin dal principio, valenza strategia per l'intero apparato dell'impresa a lui facente capo». Sempre rifacendosi ai giudici di merito la Suprema Corte ripercorre il meccanismo illecito, «un gioco di specchi sistematico» relativo all'acquisizione dei diritti tv, che «rifletteva una serie di passaggi privi di giustificazione commerciale». E «ad ogni passaggio, la lievitazione di costi era (a dir poco) imponente».

Tutto il collegio dei giudici della Cassazione che ha confermato la condanna a quattro anni per Berlusconi per frode fiscale nel processo Mediaset figura come estensore della sentenza, e non il solo relatore, come d'uso.

Napoli. Il procuratore di Napoli, Giovanni Colangelo, interpellato dall'agenzia Ansa, ha definito intanto «prive di qualsiasi fondamento» notizie di stampa su un ordine di custodia per Berlusconi giacente nei cassetti della procura, da eseguire in caso di decadenza da senatore. «Non c'è e, per rispetto della legge, non potrebbe esserci», ha detto Colangelo.

Lo scontro sulla decadenza. «Invito il Pd a valutare le carte, ad approfondire e riflettere bene». Lo sottolinea il vicepremier e segretario del Pdl, Angelino Alfano, ai microfoni del Tg5, parlando del nodo della decadenza da senatore di Berlusconi. «Credo - continua - che il Pd debba spogliarsi un attimo dall'abito di chi per 20 anni ha combattuto Berlusconi come il peggior nemico e valutare le carte studiando e approfondendo per vedere se davvero, come noi crediamo, questa norma sulla decadenza non sia applicabile al passato, perchè Berlusconi è diventato senatore ben prima che questa disposizione fosse approvata».


Giovedì 29 Agosto 2013 - 09:35

L’M5S perde la battaglia dell’inceneritore

La Stampa

Parma, l’impianto si accende Il movimento aveva conquistato la città promettendone la chiusura


giuseppe salvaggiulo
inviato a parma


CatturaA otto anni dalla prima delibera e a quattro dalla prima pietra, con 180 milioni di euro spesi tra valanghe di ricorsi con decine di giudici coinvolti, l’inceneritore di Parma si accende. «Questione di ore», spiegavano ancora ieri sera i tecnici del gestore Iren. Un impianto come altri 7 in Emilia e 50 in Italia, ma attorno al quale si è consumata una battaglia politica a giudiziaria senza pari. Da un lato comitati locali e associazioni ambientaliste, la Procura che invano ne ha chiesto il sequestro per abuso edilizio e appalto irregolare, e soprattutto il Movimento 5 Stelle, che ne ha fatto il trampolino per il trionfo elettorale dello scorso anno con Federico Pizzarotti, primo e finora unico sindaco di un capoluogo. Dall’altro Pd e Pdl, che attraverso le giunte locali di Liguria, Piemonte ed Emilia controllano Iren, il colosso quotato in Borsa che gestisce il ciclo dei rifiuti. Oggi che il camino comincia a fumare, questi ultimi cantano vittoria. E i primi abbozzano. 

Dopo anni di contese furibonde, a Parma si respira un’insolita aria minimalista. Cessati i proclami bellicosi, prevale il realismo. Il fronte del no pare rassegnato. «Abbiamo perso una battaglia, non la guerra» sintetizza Aldo Carfagnini dell’associazione Gestione corretta rifiuti, serbatoio della giunta Pizzarotti. Il sindaco e i Cinquestelle glissano ostentando un profilo istituzionale. Niente manifestazioni, polemiche, iniziative plateali.

Nessuna chiamata alle armi. Eppure la crociata, annunciata a pagina 9 del programma elettorale («Da sempre diciamo no all’inceneritore»), fu la carta vincente contro il Pd, sponsor dell’impianto, travolto in rimonta al ballottaggio. Ribadita dopo la vittoria («La nostra volontà è chiuderlo») e declamata tra le «linee programmatiche» nella prima seduta di Consiglio comunale: «Stop alla costruzione dell’inceneritore e sua riconversione in un centro di riciclo e recupero. (...) Concorso d’idee per la riconversione industriale del cantiere dell’inceneritore». 


Ma la frase a cui l’opposizione vuole impiccare il sindaco è questa: «L’inceneritore qui non lo faranno mai, e se lo faranno dovranno passare sul cadavere di Pizzarotti». A pronunciarla nientemeno che Beppe Grillo, sceso a Parma meno di un anno fa per arringare la piazza in un’adunata ambiziosamente ribattezzata «Dies Iren - La fine degli inceneritori» in nome della resistenza all’insano connubio partiti-finanza-servizi pubblici e adesso derubricata a «convegno di sensibilizzazione». Non che Pizzarotti abbia cambiato idea sull’inceneritore.

Semplicemente non ce l’ha fatta, a chiuderlo, perché non poteva farcela. «Abbiamo mancato l’obiettivo ma ci abbiamo provato in tutti i modi e quindi non perdiamo noi, ma la città», sostiene l’assessore all’ambiente Gabriele Folli. «Oggettivamente, per noi è una sconfitta», ammette il capogruppo in Consiglio comunale Marco Bosi, «perché è una delle tre questioni, con l’onestà e il debito comunale, su cui avevamo vinto le elezioni. Ma l’opinione pubblica ci riconosce di aver fatto il possibile».

In effetti Pizzarotti, insediatosi quando i lavori erano già al 70%, si è dapprima aggrappato all’inchiesta della Procura, confidando in un sequestro che però è stato respinto da gip, tribunale del Riesame e Cassazione. Poi ha ingaggiato Paolo Rabitti, consulente della Procura di Napoli nelle più delicate indagini sull’emergenza rifiuti, con il compito di rovistare nelle carte a caccia di magagne. Ma l’unico risultato è stato un contenzioso con gli altri Comuni.

Nulla di fatto anche con l’idea di riconversione «green» dell’inceneritore sulla base di un progetto olandese sbandierato in campagna elettorale e con quella di bandire una gara per un impianto alternativo senza combustione. L’ultimo tentativo, il 3 luglio, è stato il diniego del certificato di agibilità dell’inceneritore, bloccando le prove per quasi due mesi. Ma Iren ancora una volta ha vinto davanti al Tar (e non è detto che non ne nasca un’altra causa per danni, stimati in 18 milioni).

In realtà, già dalla fine dell’anno scorso, sfumato il sequestro, Pizzarotti si era reso conto di avere armi per lo più spuntate. E ha aperto una fase nuova, all’insegna della riduzione del danno. Deludendo qualche pasdaran che invocava un blocco d’imperio del cantiere, ha ammorbidito i toni con Iren e aperto la via della collaborazione per spingere la raccolta differenziata (che ha superato il 50%) con il sistema porta a porta da estendere a tutta la città nei prossimi sei mesi. Quanto all’inceneritore, il Comune s’impegnerà nei controlli ambientali, ma senza un fucile puntato. «Il tempo sarà galantuomo, e non ce ne vorrà neanche tanto», dice l’assessore Folli. Altrimenti il mito della Stalingrado grillina potrebbe andare in fumo con i rifiuti nell’inceneritore.

Postare spam su Facebook, un mestiere da 200 milioni di dollari l’anno

La Stampa

federico guerrini


Cattura
Guadagnare 200 milioni di dollari l’anno semplicemente postando spam su Facebook? Si può, secondo quanto affermano due ricercatori italiani, Andrea Stroppa e Carlo De Micheli che hanno analizzato centinaia di migliaia di post sul social network e scoperto una ventina di siti che operano sul mercato nero dello spam, dando la possibilità a chi ha tempo e pochi scrupoli, di raccogliere un bel gruzzolo inondando di messaggi inutili le bacheche altrui. 

Il compenso medio varia dai 13 dollari a post (per pagine con circa trentamila fan), ai 58 dollari a post (per le pagine con più di 100.000 fan). “Spesso – hanno raccontato i due italiani in esclusiva al Guardian – gli spammer iniziano allestendo una propria fan page, che cercano di popolare di iscritti, e una volta ottenuti abbastanza “mi piace”, iniziano a vendere a terze parti la possibilità di inserire link sulla pagina”. 

I link vengono spesso accorciati usando appositi servizi, perfettamente legali, come Bit.ly o Tinyurl.com, rendendo perciò irriconoscibile l’indirizzo di destinazione. Che spesso risulta essere quello di una pagina di e-commerce che cerca di attirare traffico e potenziali vendite su un certo prodotto, oppure conduce a un video su YouTube. Spesso chi inserisce dei filmati sul portale di video-sharing di Google partecipa a qualche programma di revenue sharing, in cui i compensi vengono calcolati in percentuale sulla base del numero totale di visualizzazioni. 

Ragion per cui spammare di link gli iscritti a Facebook e indurli con l’inganno a guardare la clip è un buon modo per accrescere, in maniera indiretta, i propri guadagni. Il team italiano non è nuovo a questo tipo di indagini: lo scorso aprile aveva rivelato un traffico multimilionario su Twitter , basato sulla vendita di finti follower. Pochi giorni fa, invece, i due hanno scoperto e analizzato un malware di origine turca , che avrebbe colpito finora più di 800.000 utlizzatori del browser di Google, Chrome. Anche questa inchiesta ha attirato l’attenzione della stampa internazionale, oltre che di quella italiana, finendo per venire citata dal New York Times. 

Ue, battaglia legale sulla morìa delle api

La Stampa

I produttori dei pesticidi messi al bando fanno ricorso

marco zatterin
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES


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Secondo l’Europa sono i principali killer delle api, i responsabili di una morìa che non ha precedenti. Loro, i colossi della chimica agricola, negano invece ogni imputazione, parlano di «verdetto inaccurato e incompleto» e sfidano Bruxelles alla Corte di Giustizia di Lussemburgo. Vogliono ribaltare la decisione con cui la Commissione Ue ha messo al bando tre pesticidi a base di sostanze neonicotinoidi considerati colpevoli di decimare le colonie di insetti operosi cari a Napoleone che, in certe regioni, si sono rimpicciolite del 30%. «E’ un loro diritto, risponderemo a norma di legge», precisa una fonte europea. I nostri dati, aggiunge, «sono comunque a prova di bomba».

Martedì la Corte Ue ha comunicato di aver ricevuto un ricorso della Bayer CropScience, gigante agrochimico controllato della tedesca Bayer Ag, che muove in difesa della possibilità di commercializzare prodotti contenenti i principi attivi clothianidin e imidacloprid. Contemporaneamente il colosso svizzero Syngenta ha annunciato una misura analoga che coinvolge un terzo neonicotinoide, il thiamethoxam, utilizzato per la protezione dei semi prima della germinazione. Ieri pomeriggio, però, Lussemburgo non aveva ancora notificato il reclamo a Bruxelles.

La decisione europea non è stata facile. A più riprese le capitali non hanno trovato in seno al Comitato di esperti nazionali una maggioranza in favore o contro la messa al bando. Come prescritto dai Trattati, la palla è passata alla Commissione Ue che ha deliberato in aprile sulla base di un rapporto dell’Efsa, l’Autorità per la sicurezza alimentare. Il documento sottolineava «i gravi rischi legati all’uso di tre pesticidi su diverse colture».

Esami scientifici parlano di un’azione sui sistemi nervosi degli insetti e ammettono (minori) effetti sui mammiferi. Gli esperti d’ambiente sono anche più pessimisti. «I neonicotinoidi - rivela un analista - uccidono le api, ma si disperdono nell’aria e inquinano le falde. Sono un problema potenziale per l’uomo».

Favorevole al bando era sopratutto la Germania. Contrari otto stati, fra cui Regno Unito e Italia. Roma ha cambiato idea strada facendo. Ufficialmente, non ha gradito che non sia stata accolta la richiesta per l’applicazione dei neonicotinoidi in granuli sulle foglie degli alberi da frutto prima della fioritura, mentre sarà possibile farlo dopo la fioritura stessa. Due fonti sottolineano l’efficace lobby degli agricoltori sul governo, attenti ai raccolti più che alle possibili minacce dei pesticidi.
Lo stop scatta a dicembre.

Dura due anni perché, ha spiegato la Commissione, aveva una maggioranza debole in favore. Syngenta cavalca questa circostanza e afferma che la sospensione viola la legislazione europea sui pesticidi e si basa sull’uso scorretto del principio di precauzione. Teme gli effetti economici. Uno studio parla di 800 milioni di affari a rischio solo per le imprese italiane.Greenpeace replica a muso duro: «Syngenta ignora le prove scientifiche; invece di far causa alla Commissione dovrebbe smettere di vedere prodotti letali per le api». L’esecutivo comunitario ha due mesi per rispondere. «Lo faremo, naturalmente - dice una fonte -. Ma non vedo ragioni per modificare le nostre tesi». 

Un paese assediato da 100 procioni Danni alle antenne e alle tubature

Corriere della sera

«Danni anche alle antenne tv». Un centinaio di esemplari a Fara Gera d'Adda


Cattura
Sparisce il segnale tv? Sono stati i procioni. Il tubo dell'acqua comincia a perdere? Ancora i procioni. Si sentono degli strani rumori nel sottotetto, le galline nel pollaio vengono sgozzate? Sempre colpa dei procioni. Ci sono paesi dove gli abitanti hanno problemi con i topi o le zanzare. Fara Gera d'Adda è l'unico della Bergamasca ad avere i guai che di solito capitano giusto alle cittadine rurali del Nordamerica. Quelle, cioè, che da sempre convivono con il simpatico orsetto con la mascherina nera, che si muove soprattutto di notte, mangia di tutto e si riproduce come un forsennato: anche due volte l'anno e fino a cinque cuccioli per volta. E che di solito vive tra Stati Uniti e Canada. Tranne nei casi in cui qualcuno si fa venire la bella pensata di liberarne una coppia nei campi bergamaschi.

Nel 2003 il censimento del Parco dell'Adda Nord non ne aveva rilevato nessuno. Oggi a Fara, dove una decina d'anni fa qualcuno deve appunto aver lasciato libera una coppia di questi animali sulle rive del fiume, vivono e prosperano tra i settanta e i cento esemplari. Assediano il paese suddivisi in tre colonie sparse tra la diga di Sant'Anna a nord e la zona della Lanca a sud. «È un problema che ormai ci trasciniamo da qualche anno - commenta il sindaco Valerio Piazzalunga -. Ogni tanto ci sono cittadini che li segnalano. E gli operatori della piattaforma ecologica raccontano che se li ritrovano nei cassoni della spazzatura a mangiare gli avanzi, e devono metterli in fuga prima di poter scaricare nuovi rifiuti. Noi non possiamo intervenire, perché si tratta di animali classificati come pericolosi, e quindi serve l'intervento di personale specializzato. Ora temiamo che possano anche diffondersi nella zona tra l'Adda, il canale e l'ex Linificio, ormai dismesso». I procioni a Fara

 Fara sotto l'assedio dei procioni Fara sotto l'assedio dei procioni Fara sotto l'assedio dei procioni Fara sotto l'assedio dei procioni Fara sotto l'assedio dei procioni

Un paio d'anni fa c'è stato un primo intervento da parte del Corpo Forestale dello Stato, che ha diffuso nelle aree verdi delle trappole con le quali aveva catturato numerosi procioni. «Il problema - spiegano i forestali - è che essendo animali originari da altre zone non possiamo portarli in strutture qualunque: servono centri specializzati. In Lombardia non ce ne sono, bisogna spostarsi come minimo in Emilia, ma anche lì non c'è più posto».

Dall'epoca del primo intervento i procioni hanno ripreso a riprodursi. Del resto ormai a Fara si trovano come a casa loro. Un pò di tempo fa avevano preso l'abitudine, ogni sera alle 18, di fare una passeggiata sui cornicioni tra via Longobardica e piazza Roma, diretti agli alberi da frutto di un giardino vicino. E con la stessa puntualità numerose persone si radunavano sotto la casa a guardarli e fotografarli, mentre i ragazzini lanciavano loro del cibo. Tanto che il padrone di casa, infuriato perché in questo modo si incoraggiavano gli animali a tornare, aveva messo il cartello «Si prega di non dare da mangiare ai procioni». Sempre nella stessa zona del paese diversi esemplari, più intraprendenti, entrano nelle canne fumarie arrivando ai solai delle case.


«Un giorno ci siamo trovati con l'acqua in casa e abbiamo scoperto che veniva da una tubatura che era stata rosicchiata dai procioni - racconta Alfredo Dondossola del negozio di elettrodomestici di piazza Roma -. La settimana scorsa i televisori che tenevamo accesi hanno perso il segnale tutti insieme. E anche in questo caso è stata colpa di un procione che aveva mangiucchiato il cavo dell'antenna. Si era poi rifugiato nel sottotetto e abbiamo dovuto chiamare i vigili del fuoco per cercare di recuperarlo.

Dispiace, perché sono anche animali carini, ma bisogna fare qualcosa». È d'accordo, all'estremità opposta del paese, anche il titolare della tenuta agricola che ospita il ristorante «La lanca»: «In una notte mi sono trovato sbranate otto galline e un gallo, e lo stesso era capitato in precedenza al mio vicino della Pora Cà - racconta il signor Marcello -. Non può essere stata una volpe, perché sono entrati dalla finestrella sotto il tetto del pollaio: le volpi non si arrampicano, i procioni sì. Lo dimostra anche quello che è successo con le gallinelle cinesi, che vanno a dormire sugli alberi.

E anche quelle hanno avuto problemi con quegli animali. Tra qui e Cassano i procioni sono tanti, ogni tanto se ne trovano alcuni investiti dalle auto». Un piano per intervenire c'è, costa 30.000 euro e potrebbe essere approvato entro l'inverno: «Lo abbiamo sottoposto alla Regione, alla Forestale e all'Istituto nazionale fauna selvatica - spiega Giuliana De Filippis, responsabile dell'ufficio risorse naturali del Parco Adda Nord -. Consiste nella distribuzione di trappole del tipo "life trap" per catturare gli animali senza ferirli. I procioni verranno poi sterilizzati per evitare ulteriori riproduzioni, e poi saranno portati in centri specializzati. Non so se il problema così sarà risolto, ma di certo limitato».

29 agosto 2013 | 11:07

Lungo matrimonio da casalinga: persa la capacità lavorativa. Diritto a un corposo assegno divorzile

La Stampa


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Quasi cinquant’anni di matrimonio, trascorsi solo e soltanto come ‘regina del focolare’, perdendo inevitabilmente, col trascorrere del tempo, ogni «capacità lavorativa». Di questo percorso – obbligato – di vita non si può non tener conto, all’atto di fare i conti per fissare il quantum dell’assegno divorzile a favore dell’ex moglie (Cassazione, sentenza 9669/13). Rotto definitivamente il rapporto coniugale, nonostante un percorso che ha sfiorato il traguardo delle ‘nozze d’oro’, resta da risolvere la questione economica.

E la decisione assunta dai giudici – sia in primo che in secondo grado – è nettamente sfavorevole all’uomo: quest’ultimo, difatti, viene condannato a «corrispondere alla moglie» un «assegno divorzile» pari a 2mila e 100 euro. Troppo, secondo l’uomo, che, richiamando la legge sul divorzio, propone ricorso in Cassazione. Obiettivo è vedere alleggerito il carico economico che grava sulle sue spalle. Invece, la decisione emessa in Appello viene condivisa, e confermata in toto, dai giudici della Cassazione: corretta la scelta di riconoscere alla donna un assegno pari a 2mila e 100 euro. Fondamentale, secondo i giudici, è il «divario reddituale tra i coniugi», divario evidentissimo in questa vicenda.

Perché, ricordano i giudici, l’uomo, nonostante una «condizione economica deteriorata rispetto al passato», può vantare ancora «l’esistenza di cospicui redditi, una buona pensione, la titolarità di un patrimonio immobiliare in parte alienato», il cui ricavato sarà stato «messo a frutto». E, soprattutto, perché la donna, «di età avanzata» e «affetta da numerose patologie», «non ha mai svolto attività lavorativa e, nel corso di quasi cinquant’anni di matrimonio, si è sempre dedicata alla cura della famiglia e della casa» e si ritrova «priva di ogni residua capacità lavorativa». Assolutamente evidente, quindi, la «inadeguatezza dei redditi» della donna, che legittima non solo il riconoscimento dell’assegno divorzile a carico dell’ex marito ma anche il quantum stabilito in Appello, soprattutto tenendo presente «la lunga durata del matrimonio e la costante dedizione alla cura della famiglia».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

La nipote della toga Esposito cancella la foto dal suo profilo web

Libero


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Sicuramente avrebbe preferito l’anonimato, nel quale da ieri ha tentato di rifugiarsi. Andreana Esposito, figlia di Vitaliano Esposito, ex procuratore generale della Cassazione e nipote di Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi, non ha gradito la rivelazione di Libero sulla sua applicazione nel 2013 come giudice ad hoc alla Corte europea dei diritti dell’uomo a cui il leader Pdl vorrebbe ricorrere.

Così da ieri mattina la giurista ha oscurato tutte le sue foto da lei stessa postate sul social network Google + (anche quella dove indossa una maglietta con la scritta «Beato chi crede nella giustizia, perché verrà giustiziato») e allo stesso tempo ha oscurato e protetto anche tutti i tweet visibili a chiunque fino alla sera precedente. Non che ci fosse molto da nascondere: la professoressa Andreana (è professore aggregato di diritto europeo e sistema penale alla facoltà di giurisprudenza alla seconda università di Napoli) aveva cinguettato in tutto 150 volte, in gran parte per rilanciare video musicali o articoli del Fatto quotidiano.

Da quelli si capisce che ama in particolare modo la cantante Malika Ayane (e le è piaciuta molto la canzone presentata all’ultimo festival di Sanremo , «E se poi»). La Esposito ha 18 seguaci e a sua volta segue 78 altri profili su Twitter. L’unico personaggio noto con cui ha vicendevole corrispondenza (si seguono a vicenda e quindi possono cinguettare in privato) è il leader di Sel, Nichi Vendola. Non risultano però loro discussioni nella bacheca pubblica, dove nelle ultime settimane ha naturalmente tenuto banco la vicenda del giudice Esposito. I commenti - tutti a difesa del magistrato - erano però quasi tutti di amici che frequentavano la bacheca. Lei si è limitata a diffondere un comunicato stampa dello zio sull’intervista al Mattino e una striscia satirica sulla famiglia Esposito pubblicata dal Fatto quotidiano.

Mi chiamo Claudio e sono uno stalker»

Corriere della sera

di Beppe Severgnini


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Claudio M. ha circa trentacinque anni. Non è alto, è robusto e proporzionato. Porta i capelli corti, appena grigi sulle tempie. Dispone un buon vocabolario e  conosce il congiuntivo. Aveva un lavoro: lo ha perduto. Ha un sorriso educato, gli occhi guardinghi e una condanna (patteggiata) a 18 mesi. Capi d’imputazione: stalking, maltrattamenti, violazione di domicilio. C’era anche il sequesto di persona, poi derubricato. Ha evitato il carcere e segue un programma di recupero. Vive nell’Italia settentrionale, è venuto a Milano per quest’incontro. Siamo in una stanza del Presidio Criminologico Territoriale, zona Niguarda: aria da ufficio pubblico, poca gente in agosto. Sceglie dove sedersi.

Lo scopo del nostro incontro è aiutare chi leggerà. Soprattutto i maschi. Aiutarci a capire quando la passione o il corteggiamento diventano qualcos’altro.  Quali sono i primi segnali, secondo lei ?
I primi segnali? Se dovessi suggerire qualcosa a un amico in difficoltà, raccontando di me, direi: accorgersi che si è diventati precipitosi. Perdere il controllo, magari non rispettare alcuni tempi. Se una persona ti dice che non ti vuole sentire, e tu le mandi troppi messaggi o continui a cercarla o a  guardare quello che fa quando la vostra storia è finita.

La prima volta è accaduto con una persona con cui lei aveva una relazione?
Devo dire che nelle quattro o cinque relazioni che ho avuto nella mia vita c’è stato un po’ questo filo conduttore. A un certo punto trovarmi tra virgolette in difficoltà e non riuscire a gestire un rapporto sano. Comunque sì, è successo sempre con una fidanzata, una compagna.

Ha una spiegazione?
All’inizio va bene. Il problema nasce dopo quando mi sento meno sicuro e perdo fiducia. Quando il rapporto si sta per chiudere. Io ho paura di essere abbandonato e lì incomincio a essere magari un po’ più pressante coi messaggi o cercare la persona con cui sto.

E cosa fa?
In quest’ultima esperienza, quella che ha portato alla condanna, abitavo a fianco a casa sua, quindi casualmente eravamo a dieci metri, ed è stato abbastanza difficile cercare di gestire questa situazione. Andavo a cercarla a casa sua, diciamo. Suonavo il campanello, queste cose qua.

Quando sono partite le denunce?
Tra la prima e la seconda sono passati circa trenta giorni, e ci siamo visti ancora due o tre volte. Quando ci siamo visti, io forse ho pensato che potevo recuperare questo rapporto. Invece un giorno lei mi ha respinto, si è infastidita al fatto che l’ho cercata. Mi sono sentito come dire ancora più frustrato di prima, più abbandonato di prima. Ed è successo quell’episodio in cui sono saltato dentro a casa sua, nel giardino.

Scusi?
La seconda denuncia è scattata perché io sono saltato all’interno di casa sua, ho scavalcato la recinzione. E ho gridato “Se non mi apri spacco il vetro con la mazza”.

 Una mazza? Dove l’ha trovata, in giardino?
Sì perché comunque c’era tipo una casettina più piccola dove c’erano gli attrezzi da giardino. Era una mazza che… quelle che spaccano la legna.

Non si chiama mazza. Si chiama accetta.
Io ho suonato il citofono e lei non è voluta uscire a parlarmi e io ho detto “Guarda che salto dentro” e poi sono saltato dentro. E’ stata come una sfida. Come fosse una questione di orgoglio, quasi.

Non si rendeva dell’angoscia che procurava a quella ragazza?
Il discorso qua è che magari ti rendi anche conto che stai facendo una cosa sbagliata, e puoi anche creare paura a chi hai di fronte, ma sei talmente preso da quello che senti dentro che pensi a te stesso. E’ come se ti senti tu la vittima in questo caso, sei tu la persona che a cui stanno facendo qualcosa di male.

Questa donna è più giovane di lei?
No,  ha tre anni più di me.

La sua aggressività come si  manifesta, all’inizio?
Magari rispondo in modo duro. Se invece mi trovo di fronte a una persona che mi dice le stesse identiche cose con gentilezza, diciamo, riesco ad accettarle.

Secondo lei, se ho capito bene, una donna deve sempre spiegarsi. Molti ritengono sia invece meglio una separazione netta, non vedersi più.
Guardi, le cose sono delicate, però se io potessi, se dovessi dire qualcosa, se c’è la possibilità, dire che una donna deve spiegare qual è il motivo per cui vuole comunque prendere le distanze, e farlo il più delicato possibile.

Non c’è il rischio che una donna che spiega, consola, si fa trovare, in qualche modo dia al suo persecutore la sensazione “allora a lei importa ancora di me”?
Io penso quasi più il contrario. Perché comunque ci deve essere chiarezza. Il fatto di troncare così può essere dura per una persona, soprattutto se poi ha queste sofferenze. Se no perché esiste lo stalking?

Ci sono stati casi in cui è partita una spinta, una sberla?
La prima denuncia è avvenuta per questi motivi. Perché comunque ho alzato le mani.

E la seconda denuncia?
La seconda quando sono saltato dentro casa sua. Da giorni ero carico di tensione, di pensieri che poi iniziavano a essere contorti, pesanti. Eravamo stati alla fiera a Milano, quella dell’arredamento, del design. Siamo tornati a casa e abbiamo poi cominciato a discutere, discutere, discutere. Lei era talmente stufa che ha tirato un coltello e me lo ha puntato contro. A un certo punto ha detto ‘Lo uso contro di te e contro di me e la facciamo finita!”. Poi si è calmata, gliel’ho levato, lei è andata a dormire di sopra e io le ho detto “Da qui non mi muovo”. E sono rimasto sul divano.

Quindi alla fine c’è il desiderio, anche con questi comportamenti, di riconquistare una persona.
In quel momento lì hai la sensazione di sentirti solo, di non accettare l’abbandono.

C’è qualcuno che conosceva i suoi comportamenti e l’ha ammonita “Guarda Claudio che questo che stai facendo può diventare pericoloso”?
Ero solo in questa cosa. Anche le mie sorelle, che mi sono state vicine in questi mesi, alla fine non sapevano magari quanto io fosse in difficoltà  e potessi fare male ad altre persone ecco.

I problemi sono avvenuti con una donna o più donne?
Diciamo con più di una donna. Non sempre si è arrivati a mettere addosso le mani; però la sofferenza, queste sensazioni che si hanno di non avere un rapporto sereno alla fine li ho sempre avuti.  Salvo con una ragazza di Riccione, conosciuta dalle mie parti: con lei è andato tutto bene.

Lei si considera un tipo geloso?
Non so neanche io se sono geloso, può darsi. Poi adesso queste mode qua sono abbastanza, come dire… Si piegano e si vedono le mutande, per non parlare delle scollature. Eccomi darebbe fastidio se la mia fidanzata va in giro così. Mi sembra quasi poco serio.

Lei questa persona, l’ex-fidanzata che l’ha denunciato, la sente ancora?  O ha il divieto di contattarla?
Finché c’è stato il processo avevo l’obbligo di dimora e non potevo contattarla, diciamo. Però comunque l’avevo contattata lo stesso in quella fase lì. Tra Natale e Capodanno. Lei mi aveva lasciato un numero. Un numero su cui chiamarla perché diceva che gli altri erano sotto controllo.

Mi faccia capire. Quella donna prima la denuncia per stalking e la porta in tribunale, poi le lascia un nuovo numero per contattarla?!
Mi aveva dato un numero di telefono sì. Lei fa il telelavoro. E quindi ha un numero del lavoro lì, a casa sua, oltre al telefono di casa e al cellulare. Quindi mi ha detto: “Chiamami sul numero del lavoro”.

Un comportamento ambiguo, non le sembra?
Mi aveva anche chiamato per farmi gli auguri di compleanno. Quindi nutrivo ancora questa speranza. E quando lei ha cambiato totalmente modo e ha chiamato il negozio di mia sorella… Ecco, il suo cambiamento, il suo modo di fare mi ha tolto equilibrio, non so come dire. Mi sembrava che attorno a me non c’era più niente, che niente era importante, come lei era l’unica cosa che esisteva. Il resto era tutto superfluo, anche rischiare di andare in prigione era superfluo. Dovevo tentare di farle capire quello che  provavo, per far sì che tornasse con me.

Si è mai sentito offeso? Hai pensato che ci fosse di mezzo la sua dignità?
Credo di sì. E’ anche una questione di orgoglio a un certo punto. A proposito: ha visto quella pubblicità in tivù contro lo stalking? Quelle donne con lo sguardo forte? Un uomo le vede male. Sembra una sfida. A chi serve uno spot così?

Alle donne, Claudio. Per farsi coraggio e denunciare. Perché le vittime non siamo noi, sono loro. Un’ultima domanda: ha mai pensato “In fondo mi è andata bene”? Non ha ferito o ucciso nessuno, non è in carcere, sta meglio e ne parla.
Devo dire che non mi sono sentito vicino a commettere cose più gravi di quelle che ho commesso. Però non escludo che poteva succedere, ecco. Tragedie da cui non si può tornare indietro. Invece non è accaduto e mi hanno aiutato: prima in questura, poi in ospedale, ora qui al centro. Sono stato fortunato.