domenica 1 settembre 2013

Che lavoro fa Silvio Berlusconi? Sulla carta d'identità c'è "parlamentare.

Corriere della sera

Il documento dell'ex premier mostrato al banco dei Radicali per le firme ai referendum

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Professione parlamentare: così recita la carta di identità di Silvio Berlusconi fotografata ieri mentre il leader del Pdl firmava i referendum radicali. Altezza 1,70, recita il documento. Le altre informazioni erano già note: capelli e occhi castani, il Cavaliere è nato il 29 settembre
del 1936 a Milano

(foto Benvegnù - Guaitoli - Cimaglia)

1 settembre 2013 | 13:29

Cattaneo senatrice a vita E' nata una nuova milionaria

Libero

Se vivesse quanto la Montalcini che l'ha preceduta, la più giovane del poker scelto da Giorgio Napolitano porterebbe a casa 12 milioni di stipendi


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Costo lordo annuo: 232.737,24 euro, di cui poco più della metà (120.777,24 euro) di stipendio base. Per una che fa la ricercatrice come Elena Cattaneo, nominata ieri senatore a vita da Giorgio Napolitano, è sicuramente un bello stipendio integrativo. Lei non ha vinto un premio Nobel come Carlo Rubbia. Non è un archistar come Renzo Piano. Non è un direttore d’orchestra conosciuto in tutto il mondo come Claudio Abbado (anche se nel 2005 si scoprì che faceva quasi la fame, visto che dichiarava al fisco appena 17.237 euro lordi pagando 3.965 euro di tasse).

E soprattutto a differenza degli altri nominati senatori a vita la Cattaneo è molto giovane: compirà ad ottobre 51 anni, e a quella età nessuno mai nella storia d’Italia ha ottenuto quel seggio a vita. Solo Giovanni Leone divenne senatore a vita al di sotto dei 60 anni, che per altro avrebbe compiuto pochi mesi dopo la nomina. La ragione è evidente: quella nomina è consentita dall’articolo 59 della Costituzione per «cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario».

Questa condizione salvo rarissime eccezioni è stata raggiunta da italiani normalmente verso la fine della propria carriera professionale. La Cattaneo è una ricercatrice apprezzata (non da tutti, visto che è stata protagonista di numerose polemiche sulla bioetica, quasi sempre contro i cattolici), ha studiato e lavorato a lungo all’estero, dirige il centro per le staminali dell’Università statale di Milano, è accademica dei Lincei, ha numerose pubblicazioni alle spalle, ma non ha ricevuto un premio Nobel né riconoscimenti scientifici simili.

Si è impegnata anche politicamente, firmando il manifesto degli intellettuali a sostegno della candidatura di Pierluigi Bersani alle elezioni 2013 e partecipando anche alla sua campagna elettorale. Con questo curriculum e con questa età la Cattaneo ha ottime possibilità di conquistare la palma di politico italiano più pagato nella storia della Repubblica. Se vivesse a lungo come Rita Levi Montalcini, alla fine avrebbe ricevuto un premio da 12 milioni di euro.

Ma anche vivendo fino a 90 anni accumulerebbe 9,3 milioni di euro solo come senatrice a vita. È assai probabile dunque che ieri Napolitano abbia deciso di assegnare qualcosa come dieci case di lusso in premio a una professoressa italiana che fin qui è stata assai divisiva per le sue posizioni scientifiche sia all’interno del mondo accademico che in quello culturale e religioso italiano. La Cattaneo per altro è stata protagonista di attacchi pubblici sia all’attuale ministro della Salute,

Beatrice Lorenzin, che al suo predecessore, Renato Balduzzi. Ha fatto causa all’allora presidente del comitato di bioetica, Francesco Paolo Casavola, impugnato leggi italiane al Tar (perdendo), sostenuto su riviste internazionali che l’Italia era un Paese non democratico, attaccato con virulenza l’istituzione del Senato, accusata di «aggressione alla persona» per la legge sul biotestamento. Degli uomini politici italiani disse nel marzo 2009 che «sono pensatori privi di logica». In cambio della possibilità di conquistare quei 10 milioni di euro, però ora si rassegnerà a fare parte del gruppone…

di Fosca Bincher

Le feste del Pd esentate dal pagamento dell'Iva

Libero

Menu raffinati e incassi milionari, ma alle kermesse democratiche non si emettono scontrini. Ora partono le denunce


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C’è un pezzo di Italia - piuttosto consistente - che non ha alcuna preoccupazione per l’aumento Iva che dovrebbe scattare da  ottobre. È il piccolo esercito di baristi, ristoratori, commercianti per diletto e organizzatori delle Feste democratiche (le vecchie feste dell’Unità) che riempiono anche quest’anno le piazze e i parchi della penisola da giugno a settembre. Non sono preoccupati dell’aumento perché nessuno di quegli esercizi commerciali a tempo paga l’Iva. E a dire il vero non paga nemmeno un centesimo di tasse. Perfino a Genova, alla Festa nazionale democratica dove il premier Enrico Letta ha aperto i lavori con un intervento che ha tuonato come spesso accade contro l’evasione fiscale italiana. Lo stesso premier ha bevuto un caffè in un esercizio della festa che regolarmente non ha emesso alcun scontrino.

Chiudere i contratti telefonici? Può costare fino a 100 euro

Corriere della sera

Gli oneri per l'addio ai vecchi abbonamenti, dal fisso alla luce Il tetto massimo di 30 giorni spesso utilizzato fino al limite

Quando firmano, pochi guardano così avanti. Leggono tutte le clausole del contratto, o notano sul sito il piccolo link delle «Condizioni». Ma lasciare casa, magari per cambiare città o andare a convivere con il partner, prima o poi capita. E allora si scopre che chiudere le utenze è procedura lunga e costosa. Fino a 200 euro, sommando telefono, Internet, tv satellitare, gas e elettricità. Che possono diventare oltre 300 per chi si sposta all'estero e non ha più bisogno di un cellulare italiano.
Pensare che, almeno nel mondo delle telecomunicazioni, tutto sarebbe dovuto diventare più economico.

Il decreto liberalizzazioni del 2007, la «lenzuolata» dell'allora ministro Bersani, dà ai cittadini la possibilità di recedere o cambiare operatore senza vincoli temporali né esborsi. Con una clausola, però: «se non giustificati da costi dell'operatore». Quelle somme, oggi, continuano a essere chieste. Il quadro si trova sul sito dell'AgCom, che ha il compito di approvarle. Per disattivazione o migrazione di una linea telefono più Internet, Telecom e Vodafone domandano circa 40 euro. Tiscali ha appena ritoccato al ribasso: tra 35 e 43 euro per passare ad altro operatore, tra 74 e 84 per cessare. Fastweb oscilla tra i 51 e i 95 euro.

«Dovrebbe essere gratuito, come per trasferire un mutuo - denuncia il Codacons - disparità così grandi non sono fondate». Il via libera del Regolatore, replicano da AgCom, è giustificato dalla varietà di tecnologie e costo del lavoro. Cosa succede quando la disdetta arriva a una compagnia? Circa 40 euro finiscono nelle casse del gestore della rete, cioè Telecom, i cui tecnici devono disattivare l'allacciamento. Altri 40 euro coprono i costi interni della pratica. Il lavoro di chi scannerizza la raccomandata, la forma cartacea è l'unica ammessa, e inserisce la disdetta nel sistema. E quello di chi contatta il cliente, per assisterlo o cercare di fargli cambiare idea. Infine, 10 euro sono per la società che raccoglie la scatolina del modem. Anche se tocca al cliente riconsegnarla entro 45 giorni, se non vuole pagare una penale.

E per chi rottama anche il numero di cellulare la spesa cresce. Uscire da un abbonamento con Tim è gratuito. Chiamando invece il servizio clienti Vodafone l'operatrice informa che disdire nei primi 12 mesi costa 100 euro. E peggio va a chi ha firmato un contratto con bonus. Uno sconto iniziale, magari, che nel caso di recesso anticipato va restituito. O uno smartphone da ammortizzare a rate, opzione che molti scelgono per avere iPhone o Samsung a prezzo conveniente. Normale che, lasciando prima, il costo del telefono vada saldato. Si aggiunge però una penale: «Le compagnie ci marciano - dice il Codacons - non tengono conto che i prodotti invecchiano e si svalutano velocemente».

Più agevole ritrovare la libertà nel settore delle tv a pagamento. L'addio a Sky vale 11,53 euro, quello a Mediaset Premium 8,34. Anche se, avvisa l'operatrice, chi ha usufruito di uno sconto e lascia prima di un anno deve renderlo: 7 euro al mese. Infine, prima di tirarsi la porta di casa dietro le spalle, vanno chiusi fornelli e lampadine. Per un recesso Enel chiede circa 40 euro, ma solo per il gas, Edison 23 euro per elettricità e 65 per il gas, Eni 50 e 52 euro. Somme da spartire con i distributori, le società che gestiscono cavi e tubature. E che portano la «tassa sul trasloco» sopra i 300 euro.

«Normale che sul mercato libero ci sia disparità di prezzi, i consumatori ne devono avere coscienza», dicono dall'AgCom, che vaglia ogni variazione nelle tariffe. Per quasi tutte le aziende però il limite di 30 giorni per disattivare l'utenza è diventato attesa standard. E la trasparenza non sempre è massima. Difficile, abbonandosi online, scovare nei siti tutte le clausole. Specie quando sono a una decina di click di distanza dal pulsante del pagamento.

Filippo Santelli
1 settembre 2013 | 11:33

Quei neo senatori a vita con la vita fuori dall'Italia

Libero
Gabriele Villa - Dom, 01/09/2013 - 10:49

Uniti da passioni comuni e molto lontani dagli affanni nazionali. Il Web si scatena: "Ora lascino l'Engadina e Parigi, si trasferiscano qui". Nel 2005 il maestro di fama mondiale dichiarò appena 17mila euro

Senatori. Ma poco italiani. A vita. Ma con la vita spesa fuori dall'Italia. E la scelta, a quanto emergerebbe in un caso, persino di prendere la residenza in un Paese che l'Italia non è. Questa la fotografia, a distanza ravvicinata, di Claudio Abbado e di Renzo Piano, due dei quattro nuovi senatori a vita, nominati dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
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La polemica infuria e, sostenuta da blog, post e tweet, che s'intrecciano sui vari social network, ecco che è subito cominciato il «processo» ai due illustri «concittadini» colpevoli di andare così a guadagnare (pur non avendone particolarmente bisogno, in verità) grazie a questa mossa del capo dello Stato, un appannaggio di 300mila euro che andrà a sommarsi ai loro già lauti guadagni.
 

Perché abbiamo preferito mettere la parola concittadini tra virgolette? Ma perché sia Abbado sia Piano sono cittadini del mondo, trascorrono da sempre gran parte del loro tempo all'estero. All'estero hanno ottenuto in tutti questi anni prestigiosi incarichi di lavoro, successi, soddisfazioni, e altri, intendiamoci, meritatissimi, riconoscimenti. All'estero hanno diretto orchestre, acquistato le loro ville e i loro appartamenti. E all'estero, a Parigi, come a New York hanno aperto, è il caso di Piano, i loro prestigiosi studi di architettura.

E ancora, rimanendo alle voci che riguardano Abbado, all'estero, a cominciare dal Principato di Monaco per trasmigrare poi a quanto sembra in Engadina, in Svizzera, hanno deciso di stabilire la loro residenza. Probabilmente, ma è solo un lecito sospetto, per ragioni fiscali. Ragioni che seguono, con uno strascico un po' imbarazzante quella vicenda della dichiarazione dei redditi del 2005, rilevati dall'allora ministro Visco, che portarono in superficie per Claudio Abbado un introito di appena 17.237 euro lordi e tasse pagate per 3.965 euro.

A dare il la alle polemiche al riguardo, è stato un tweet di Renato Farina, ex deputato Pdl, che ha deciso di accogliere a modo suo la nomina a senatore a vita del celebre direttore d'orchestra con le seguenti parole: «Speriamo che Abbado trasferisca la sua residenza fiscale in Italia dalla Svizzera, Engadina. E quella mentale da Cuba». Dopodiché tanti frequentatori internettiani si sono accodati. Fino agli interventi non proprio teneri di alcuni esponenti politici come Elvira Savino deputata pidiellina che così ha ieri ha chiosato:

«Non v'è dubbio che le qualità artistiche siano un presupposto importante per la nomina dei senatori a vita, ma la qualifica più alta dovrebbe essere quella del riconoscimento nei valori della democrazia e della libertà, cosa che nel caso del maestro Abbado risultano poco evidenti nel momento in cui lo stesso Abbado ha sempre riservato parole di lode per il regime castrista di Cuba. Forse per Abbado la nomina più opportuna sarebbe stata sì quella di Senatore a vita, a l'Avana però». Resta il fatto che nelle sue ampie e lunghe frequentazioni all'estero Abbado ha inanellato trionfi al Royal Opera House di Londra e al Metropolitan Opera House di New York (Don Carlos).

Impegni e contratti di lavoro dal 1986 al 2000 lo hanno sistematicamente tenuto lontano dall'Italia e «costretto» a vivere a Vienna prendendo anche la direzione dei Berliner Philharmoniker, lasciati dopo un tour in Giappone nel 2000 sconsigliato a causa di una seria malattia che gli era stata diagnosticata.
In tempi più recenti ha assunto l'incarico di direttore artistico della Lucerne Festival Orchestra, dal 2003 (fino ad oggi, quindi meglio cercar casa da quelle parti) e, dall'anno seguente, direttore musicale e artistico dell'Orchestra Mozart di Bologna, città cui resta legato. E Renzo Piano?

L'archistar nato a Pegli con studi a Genova, Parigi e New York è finito spesso e meritatamente sulle prima pagine dei giornali per le opere del suo ingegno ma è anche vero che già nel 2010 il «Renzo Piano Building Workshop» era risultato il primo studio di architettura per fatturato sia in Francia, con 45 milioni e 785mila euro, sia in Italia, con 11 milioni e 294mila euro dichiarati. Grandi amici e uniti dalla stessa passione per il verde (Renzo Piano è intervenuto anche con opere di restyling nella villa in Sardegna del direttore d'orchestra) i due nuovi senatori a vita (italiani) si possono quindi, a buon diritto, immaginare mentalmente molto lontani dalle vicende italiane e dagli affanni del nostro Paese.

Gesù aveva due papà»: ironico messaggio di una chiesa anglicana canadese

Corriere della sera

«Gesù aveva due papà e a quanto pare è cresciuto bene»

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Quale migliore antidoto se non l'ironia contro la crescente omofobia che attanaglia la società contemporanea? È ciò che avrà pensato Duncan Lyon, il reverendo della chiesa anglicana di Saint John, a pochi passi dalle cascate del Niagara, in Canada, che per rispondere ai continui attacchi degli oppositori ai matrimoni omosessuali, legalizzati nel Paese nordamericano dal 2005, ha deciso di far affiggere all'ingresso della sua chiesa un cartellone ricco di humour: «Gesù aveva due papà e a quanto pare è cresciuto bene», recita l'ironico messaggio che è diventato velocemente un tormentone sul web.

UTENTI - Una foto che immortala lo slogan anti-omofobia è stata pubblicata su Reddit venerdì scorso e in pochi giorni è stata vista e apprezzata da più di un milioni di utenti. La moglie del reverendo Lyon ha confermato che il cartellone è stato ideato dai membri della comunità religiosa che sostengono il diritto degli omosessuali a unirsi in matrimonio. A un giornalista del sito web americano Blaze che chiedeva alla donna perché la Chiesa aveva sentito l’esigenza di affiggere questo cartellone, la donna ha risposto piccata: «Credo che ci potete arrivare tranquillamente da soli».

1 settembre 2013 | 12:55

Egitto: cicogna scambiata per spia, arrestata

Corriere della sera

Un rilevatore elettronico tra le piume è stato scambiato per un dispositivo di spionaggio

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Tra le sue piume nascondeva un congegno elettronico che è stato scambiato dalle autorità egiziane per un dispositivo di spionaggio e per questo è finita dietro le sbarre. Una cicogna, proveniente dalla Francia, è stata catturata venerdì scorso a Qena, a circa 450 km dal Cairo, e rinchiusa in una prigione come se fosse la più tipica delle spie. Peccato che l'uccello non stava portando a termine nessuna missione segreta, ma era uno dei volatili scelti da un gruppo di scienziati transalpini per condurre uno studio sulla fauna selvatica.

POLIZIA - Mohammed Kamal, capo della sicurezza della regione, ha confermato che il rilevatore nascosto tra le piume della cicogna è stato esaminato dalla polizia locale e ha assicurato che non si tratta né di una bomba né di un congegno di spionaggio. Tuttavia l'uccello catturato continua a rimanere dietro le sbarre, perché prima di liberarlo, le autorità locali hanno bisogno dell'autorizzazione dei pubblici ministeri. Non è la prima volta che le autorità egiziane s'imbattono in un caso simile. All'inizio dell'anno la polizia avrebbe catturato un piccione che portava un misterioso messaggio legato alla zampa con la scritta «Egitto Islam» e un sospetto dispositivo microfilm.

1 settembre 2013 | 12:49

Caselli denuncia la sinistra filo No Tav

Andrea Cuomo - Dom, 01/09/2013 - 09:00

Il procuratore di Torino: "Silenzi conniventi. E la pretesa che la legge non si applichi a chi è vicino sul piano politico"

Roma - I politici e la stampa di sinistra sottovalutano la deriva terroristica della protesta anti Tav in Val di Susa.

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Un monito che arriva da un uomo da sempre vicino alla sinistra, il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli, in ansia dopo l'arresto di due «professionisti» della protesta con un arsenale in automobile, di cui raccontiamo in questa pagina. «C'è un fondo di preoccupazione per il silenzio e la sottovalutazione, se non peggio, da parte di uomini della cultura, della politica, dell'amministrazione e anche dell'informazione», dice a caldo. E non vorremmo fosse un (facile) profeta.

Gli obiettivi di Caselli sono chiari, anche se i nomi non li fa. C'è di certo, lo scrittore Erri De Luca, del quale, con una lettera a un quotidiano, ha criticato un articolo anti-anti-Tav. O Gianni Vattimo, europarlamentare e filosofo, che domani sarà al Palagiustizia per spiegare come mai, nel fare visita a un No Tav detenuto, si è fatto accompagnare da due attivisti. E tanti altri esempi di quell'omertà colpevole che Caselli definisce così: «Un silenzio che può partire dalla sottovalutazione per rasentare qualcosa di peggio: la connivenza».

Secondo il magistrato - che figurava nella decina di nomi su cui i militanti del M5S furono chiamati a scegliere il proprio candidato presidente della Repubblica, con qualche imbarazzo proprio perché Grillo da sempre spalleggia la protesta in Val di Susa - in tanti «non riescono a vedere come stanno le cose e sono portati a trattare con comprensione gesti che sono di pura violenza». Caselli è durissimo con le conventicole di estrema sinistra: «È la pretesa - nota - che la legge non debba applicarsi agli amici o a chi è affine sul piano politico o culturale. Un modo di pensare che con la Costituzione ha poco a che fare».

Secondo il procuratore capo di Torino «il silenzio diventa connivenza» anche quando gli episodi di cronaca vengono ricostruiti in maniera strumentale. Vedi i blocchi sull'autostrada del Frejus operati dai No Tav nelle ultime settimane. «C'erano - ricorda Caselli - vedette e sorveglianza nei punti di accesso. Abbiamo avuto camionisti costretti a soste forzate e a esibire documenti e bolle di accompagnamento. Tutto questo vuol dire “controllo del territorio e delle persone”. Ma queste sono funzioni riservate ai poteri pubblici. Chi le esercita compie qualcosa che con la Costituzione non ha niente a che fare. Eppure sui social network sono apparse cronache ineffabili: il camionista è stato descritto come “alterato”».

Una tecnica che è la stessa usata «per denigrare le vittime di stupro: gli stupratori si fanno passare per mammolette e la colpa ricade sulle donne».Parole che bruciano. E non a caso il Pd reagisce esibendo una bella coda di paglia. «Il Partito democratico - tiene a precisare il deputato dem Emanuele Fiano - non ha mai fatto mancare la propria posizione intransigente rispetto alle frange violente del movimento No-Tav» ormai in preda a una «pericolosissima deriva para-terroristica». Ma è una voce nel deserto. Il resto della sinistra continua a mettere il silenziatore agli attivisti con l'arsenale in macchina.

Caso F-35, prova della nostra debolezza in Europa

Susy De Martini* - Dom, 01/09/2013 - 09:00

L'Italia cede troppo spesso ai diktat Ue. E a pagare il conto sono le nostre aziende


Il nostro governo conta ben poco in Europa e soprattutto non è capace a far rispettare le nostre aziende. Letta sbandiera come vittorie concessioni modestissime, mentre Francia, Spagna Slovenia e Olanda hanno ottenuto di sforare ancora il rapporto del 3% tra deficit e Pil.

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È questa la «credibilità» che piace alla Merkel? L'Italia che paga e pure ringrazia. Siamo il primo contributore netto dei vari fondi salva-Stati che non salvano nessuno (si veda la Grecia) e salva-banche tedesche e francesi.

Il governo «credibile» tace mentre Belgio e Olanda stracciano, con motivi pretestuosi, un contratto da mezzo miliardo per la fornitura di treni Ansaldo-Breda che guarda caso ora vogliono sostituire con altri prodotti in Germania. Oltre al danno la beffa: i loro media ci scherniscono, «italiani, fate pizze e non treni», ho letto sui quotidiani a Bruxelles. Questi clamorosi schiaffi hanno fatto scendere il titolo di Finmeccanica e Letta non ha speso una parola per la difesa di Ansaldo ed altre aziende italiane le quali, complice l'euro che sopravvaluta il costo reale delle nostre produzioni, vengono regolarmente svendute.

Quando sono prodotti altrui ad essere imputati di gravi difetti nonostante il costo esorbitante, invece zitti, i contratti si rispettano: mi riferisco agli F-35. Sia chiaro, il nostro impegno nella Nato è fuori discussione ma ciò non vuol dire che dobbiamo accettare per buona qualsiasi spesa militare: Inghilterra, Canada, Danimarca, Olanda, Australia e Turchia hanno rinunciato o almeno sospeso gli ordini di questi aerei e non si contano le contestazioni che analisti strategici e il Pentagono stesso rivolgono al progetto. Mitiche le liti tra i generali americani e il costruttore Lockheed Martin, accusato di aver prodotto aerei con assoluta mancanza di visibilità posteriore e quindi facilissimi da abbattere al primo ingaggio, tanto che molti piloti si rifiutano di usarli e preferiscono i vecchi F-15 ed F-16.

Sempre secondo il Pentagono, gli F-35 soffrono il freddo, fatto non di poco conto per aerei che dovrebbero essere usati in qualsiasi emergenza; non hanno un dispositivo parafulmine adeguato, tanto che un velivolo è stato abbattuto da un fulmine. Eppure anziché verificare questi allarmi, il ministro della Difesa, pur di difendere la commessa, il mese scorso si è inventato che sulla portaerei Cavour avessimo già speso tre miliardi e mezzo di adeguamenti per ospitare gli F-35. Una sciocchezza talmente grossa che poi ha dovuto smentire, a fronte delle precisazioni della Marina.

È proprio la nostra Marina invece che andrebbe adeguata. È passata quasi sotto silenzio l'audizione parlamentare, nel giugno scorso, del capo di Stato Maggiore De Giorgi, il quale ha denunciato il rischio di estinzione della nostra flotta, dato che con i tagli attuali si copre solo il 50% del fabbisogno. Eppure l'Italia, strategica nel Mediterraneo, dovrebbe investire sulla sua flotta, visto che il 20% dei traffici mondiali passa al largo delle nostre coste e che nuove commesse navali darebbero respiro a Fincantieri e Ilva. Il buon senso porterebbe a spostare qui il budget previsto per gli F-35.

Questa mancanza di nerbo del nostro governo autoalimenta la percezione, anche all'estero, di un'Italia debole, che non fa valere il suo sistema-paese, fatto di imprese ancora ai vertici europei in molti settori. Già i vincoli fiscali e monetari ci legano come una camicia di forza imposta ad un paziente sano, un governo come questo di suo ci mette l'anestesia.

* Membro Commissioni Esteri Pdl-Ecr
(conservatori inglesi)

Frode allo Stato di 300 milioni Niente processo, non è il Cav

Andrea Acquarone - Dom, 01/09/2013 - 09:43

Quattro anni fa la Guardia di finanza scoprì una maxi evasione organizzata da una banda campana. Ma i 50 imputati sono tutti liberi

Cambiamo l'iconografia. La bilancia della Lex non ha più due piattini ma due pistoni. Uno rigato, quasi fuso. Che scorre lentamente, fumoso, a scatti. Quello che si muove come un bradipo per la gente comune. E difficilmente rende giustizia.

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L'altro nuovo, fiammante, ma quasi mai utilizzato. Questo non parte mai a meno che il motore d'accendere (o da incendiare) sieda sul banco degli imputati e si chiami Berlusconi. Allora sì che scatta a tempi di record, manco fosse il motore di una Redbull. L'ultima volta, più o meno trentacinquesimo processo contro il Cav, si trattava di abbatterlo con l'accusa di evasione fiscale: 7 milioni di euro. Sette milioni di presunto «furto» per un uomo che ne dichiara al fisco 30 l'anno, che vanta un impero di circa sei miliardi. Bruscolini, direbbe chiunque. Spostiamoci di 50 chilometri, andiamo a Bergamo. Correva l'anno 2009 quando la guardia di Finanza annunciò trionfalmente di aver scoperto una maxi truffa ai danni dello Stato da quasi 240 milioni di euro, poi diventati almeno 300. Probabilmente erano anche molti di più, l'inchiesta non è riuscita a ripercorrere tutti gli anni delle frodi, gli stessi investigatori ipotizzano che un miliardo sia sparito.

L'avevano battezzata «Operazione Calypso», nome del natante da 40 metri su cui gozzovigliano, tra festini e viaggi d'affari, i membri della banda. Un'organizzazione campana governata da due-tre cervelli, il resto prestanome di rango, tra commercialisti, manager, dirigenti, titolari di immobiliari varie. Sette le società, più o meno fittizie, coinvolte: compravano materie prime dall'estero, fingendo di acquistarle da aziende inglesi di comodo operative in Italia, per detrarre l'Iva: tra gli immobili sequestrati, appartamenti di lusso localizzati in centro a Bergamo e a Torre Boldone, ma anche terreni, casali in Toscana, 22 tra auto e super moto oltre a due yacht (tra cui il Calypso of London).

Le società avevano sede a Bergamo e Milano, in alcuni casi cambiavano spesso indirizzo per sparire e magari ricomparire sotto altre forme. Scatole cinesi che operavano nel settore delle materie plastiche: grazie all'ingegnoso meccanismo di evasione, che aveva consentito di ottenere crediti fiscali dallo Stato, l'organizzazione poteva permettersi di tenere prezzi stracciati e alterare così il principio della libera concorrenza, assicurandosi una posizione di supremazia sul mercato. Il classico crimine da colletti bianchi d'alto livello, capaci di accumulare crediti d'imposta per centinaia di milioni di euro. Associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato l'imputazione. Insomma, soldi rubati a noi cittadini.

Le partite di merci, effettivamente acquistate sui mercati internazionali, venivano spedite direttamente in depositi situati in territorio nazionale e cedute alle società italiane del gruppo, le quali provvedevano quindi ad immetterle definitivamente sul mercato. Cartolarmente, questo passaggio avveniva attraverso società di trading formalmente costituite nel Regno Unito e negli Usa con branch in Svizzera ma gestite effettivamente dall'Italia e titolari di partita Iva nel nostro Paese attraverso l'istituto della «identificazione diretta».

In questo modo, grazie a un meccanismo che permette la detrazione Iva in acquisto, le società italiane conseguivano un enorme vantaggio fiscale. Lo schema fraudolento si completava facendo apparire che le company inglesi e statunitensi avevano a loro volta acquistato la merce da imprese residenti nelle Isole Vergini Britanniche, e le partite Iva risultavano intestate a società italiane quasi tutte inattive e in un caso, addirittura, a una persona defunta. Operazioni soggettivamente inesistenti, per un ammontare complessivo superiore ai 2 miliardi di euro.

Da allora sono trascorsi oltre quattro anni, ma il pistone «funzionante» della giustizia, in questo caso, sembra non muoversi mai. Sarà una malignità che quella di Bergamo, da avvocati, addetti ai lavori vari, giornalisti e semplici cittadini sia stata ribattezzata la procura delle nebbie? Fonte confidenziale rivela al Giornale di essere stata contatta per cercare di rallentare l'inchiesta. Per essere chiari, come si dice in gergo, si dice «insabbiare». Non è impossibile, né così raro. Basta far sparire qualche carta, dimenticarla in un cassetto, non trasmetterla a qualcuno delle decine di avvocati difensori.

Si blocca tutto, il meccanismo burocratico salta. Non si sa se stavolta abbia funzionato. Certo è che provando a contattare pm inquirente e guardia di Finanza si trova davanti un muro di gomma. Le indagini sono state chiuse nel 2012, nel frattempo è stato sequestrato un altro centinaio di milioni di euro, il Calypso è stato venduto dallo Stato perché mantenerlo in porto costava troppo. I nomi di capi e faccendieri vari, chissà perché, vengono tenuti rigorosamente top secret.

Nonostante l'indagine sia chiusa. Quelli dei presunti colletti bianchi ve li possiamo dare noi. Su tutti Gennaro Vecchione, 49 anni, Maurizio Giordano, Marco Gargiulo, 52 anni, campano nato in Germania, Giuseppe Peviani, Luigi Esposito, Michele D'Avino, Marcello Cuomo, Andrea Ratti, Alessandro Petti, Paolo Lanzara, Carmine De Lorenzo, Nicola Cioffi.

Tra ricorsi al tribunale della Libertà di Brescia e poi Cassazione in galera ci hanno passato pochi giorni. I termini di custodia cautelare, nelle more della giustizia, sono scaduti, tutti a piede libero oggi. Il pm Vito Mancusi ha chiuso le indagini nel 2012. A inizio 2013 spiega di aver chiesto i rinvii a giudizio. Sono trascorsi otto mesi. E a quanto pare a Bergamo nessun Gup ha ancora aperto i fascicoli. Nemmeno un inizio di processo, ancora nessuno sul banco degli imputati. Ma se si fossero chiamati Silvio?

Fine delle certezze: la Torre di Pisa si raddrizza da sola

Gianluca Grossi - Dom, 01/09/2013 - 08:32

Tra il 2001 ed il 2013 ha recuperato 2,5 centimetri di strapiombo. Ma solo per evitare di crollare


«Evviva la torre di Pisa che pende, che pende, e che mai cadrà». É una filastrocca che da bimbi abbiamo cantato tutti; e che ora, per stare al passo coi tempi, potrebbe essere rinfrescata dalla frase, «perché, in realtà, sempre di meno penderà».

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Stando, infatti, a una serie di dati accumulati dal Gruppo di sorveglianza della Torre di Pisa dal 2001 al 2013, la celebre opera architettonica s'è «raddrizzata», con un ridimensionamento dello strapiombo di circa 2,5 centimetri; non poco se si pensa che, per giungere a questo risultato, è stato necessario un piano d'intervento su larga scala - appoggiato direttamente dal Governo - in grado di contrastare niente meno che la forza di gravità e un peso di almeno 14.500 tonnellate. Come? Attraverso un'opera di alta ingegneria, avvenuta durante vari interventi. Tutti andati a buon fine.

Risale, infatti, al 2010 la prima notizia che ufficializza il buon esito del progetto, dopo aver verificato nel 2002 un raddrizzamento di quasi 15 millimetri; e dal 2006, di circa un millimetro ogni anno.
I lavori per la manutenzione straordinaria dell'emblema pisano (e meta turistica per eccellenza in Italia), risalgono agli anni Novanta, e si sono protratti fino al 2001 con la riapertura ufficiale al pubblico. I tecnici, guidati da Michele Jamiolkowski, del Dipartimento di Ingegneria Strutturale dell'Università di Torino, sono inizialmente intervenuti con imponenti lingotti di piombo, a mo' di contrappeso, e un anello di calcestruzzo per calibrare adeguatamente la struttura: settecento tonnellate di materiale impiegato per reggere la naturale pendenza del campanile.

Ottimo il risultato, con un cospicuo arretramento della Torre. Altrettanto importante l'opera di «sottoescavazione», con l'asportazione controllata del terreno sottostante, un lavoro delicatissimo per il rischio di superare la cosiddetta «linea critica», oltre la quale lo scavo avrebbe avuto ripercussioni negative sul campanile. Quella definitiva risale al 2001 e ha consentito tramite 41 perforazioni, di estrarre 38 metri cubi di terreno, e procedere con l'eliminazione dei grossi cavi di acciaio allestiti per scongiurare il timore di crollo durante i lavori.

Provvidenziale, insomma, l'intervento degli ingegneri che ha letteralmente scansato il pericolo di collasso, considerato che i calcoli del 1990 avevano stimato che la torre ogni anno pendeva di un millimetro in più; nel 1993 lo spostamento della sommità dell'asse alla base era stato calcolato in circa 4,47 metri, vale a dire 4,5 gradi. Nel 2008 la pendenza era di 3,97 metri, con una riduzione rispetto alla fase precedente i lavori di cinquanta centimetri. I risultati sono oggi ancora più evidenti, con un'ulteriore riduzione dell'inclinazione e quindi il consolidamento dell'ipotesi che la Torre si sia, a tutti gli effetti, raddrizzata.

Il futuro?

Secondo gli ingegneri ci sono tutte le carte in regola per credere che la torre resisterà per altri due o tre secoli; si prevede che rimarrà sostanzialmente ferma, escludendo i piccoli movimenti ciclici dovuti alle variazioni stagionali della temperatura e del regime delle falde acquifere. Il monumento domina il cuore pisano dal Medioevo e ci si augura possa ancora farlo per molto tempo. I primi scavi risalgono al 1173, la costruzione della cella campanaria, al vertice, al 1360. Ma le cose sono iniziate presto a complicarsi per via degli strati di argilla e sabbia che costituiscono il suolo sotto la torre, consolidatesi in modo irregolare. Il crollo di una torre pendente, del resto, non è un evento così raro. La storia ci riporta situazioni analoghe in cui, alla fine, un certo monumento è crollato sotto il proprio peso per via di un'inclinazione eccessiva. É il caso della torre civica di Parma, costruita nel 1287, dove oggi sorge piazza Garibaldi e alta centoventi metri. Il 26 gennaio 1606 collassò, distruggendo i palazzi vicini e provocando decine di vittime.

Lady D, 16 anni dopo: "Fu uccisa dal soldato N"

Redazione - Dom, 01/09/2013 - 08:32

Il "Daily Mail": "A colpire due teste di cuoio inglesi in moto. L'arma un laser: ma volevano solo spaventarla"

Non è così folle come può sembrare, la teoria che Lady Diana, morta il 31 agosto del 1997 nel tunnel dell'Alma a Parigi assieme al suo fidanzato Dodi al-Fayed, sia stata uccisa dal «soldato N», ovvero da un membro delle forze speciali Sas (Special Air Service) dell'esercito britannico.

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A sostenerlo è Sue Reid, giornalista del Daily Mail, che - scrive il giornale - ha studiato tutte le carte e ha trovato nuovi allarmanti indizi, parlando con testimoni oculari, agenti segreti francesi e britannici, soldati della Sas e amici di Diana e Dodi. Che ha anche intervistato i genitori dell'autista Henri Paul, 41 anni, i quali hanno dichiarato in lacrime che il figlio non era un bevitore accanito. «Troppe testimonianze - ha insistito la giornalista del Mail - portano a pensare che quello di Lady D non sia stato un incidente». La novità: l'accusa di un cecchino della Sas, noto come «soldato N», secondo il quale due uomini del suo gruppo d'elite hanno assassinato Diana, pochi secondi dopo che la Mercedes ha accelerato nel famoso e pericoloso tunnel dell'Alma.

Le sue indagini sostengono che una «moto nera molto potente» è sfrecciata accanto alla Mercedes nel tunnel. Secondo i testimoni oculari, il guidatore e il passeggero seduto sul sellino posteriore hanno deliberatemente causato l'incidente puntando un laser contro l'auto e accecando l'autista. Un testimone ha raccontato che il passeggero è poi sceso dalla moto e dopo avere guardato dentro la Mercedes ha fatto segno al suo compagno che tutto era a posto, incrociando le braccia davanti al petto (linguaggio militare che significherebbe «missione compiuta»). La moto è poi scomparsa nel nulla e non è mai stata identificata. Secondo il testimone, il tutto è sembrato un «attacco terrorista».

Dopo la morte di Diana, la giornalista del Mail ha detto di avere ricevuto un messaggio di nove righe inviato da due uomini del MI6, l'intelligence britannica, che la invitavano a «scavare in profondità».

Il signor «X» e il signor «Y» avevano seguito l'«Operazione Parigi» - secondo un altro informatore - e l'incidente serviva solo a spaventare Diana e a impedirle di portare avanti la relazione con Dodi. Qualcosa è andato storto, perché «nessuno nel MI6 voleva uccidere Diana». Reid ricorda che «il medico che ha imbalsamato (un processo che camuffa la gravidanza nei test post-mortem) il corpo di Diana non è mai stato chiamato a testimoniare. Una radiologa, inoltre, dell'ospedale Pitie Salpetriere, ha raccontato di avere visto un feto, di forse 6-10 settimane, nel grembo della principessa durante una radiografia e un successivo sonometro del suo corpo. Perché anche lei non è mai stata ascoltata?

Ercolano, tornano di notte gli scheletri dei fuggiaschi

Il Mattino

di Marco Perillo

Successo per le visite serali agli scavi della città romana. Nei fornici si possono ammirare dopo i restauri


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NAPOLI - Dopo diversi anni di attesa, i celebri scheletri dei fornici degli scavi di Ercolano sono tornati visibili agli occhi dei turisti. L'occasione per questa visita suggestiva è senz'altro «Herculaneum, storie sepolte» i percorsi serali di valorizzazione dell’area archeologica vesuviana realizzati da Campania>Artecard , inaugurati il 2 agosto e che si terranno ogni sabato fino al mese di novembre. Finora è stato notevole il successo di «Storie sepolte», appuntamento che si terrà ogni sabato, dal 7 settembre al 2 novembre, dalle 20.30 alle 22 (tranne il 28 settembre che sarà anticipato al venerdì 27 settembre), previa prenotazione (www.campaniartecard.it).

Nell'ambito della visita - che prevede la visione di un filmato in 3D sull'eruzione del Vesuvio del 79 d. C. e la visita al padiglione della barca - ecco spuntare gli attesi scheletri degli antichi ercolanesi che si rifugiarono nella zona meridionale della città trovando comunque la morte. La loro scoperta avvenne nel 1980, quando ancora si credeva che gli abitanti di Herculaneum si fossero salvati fuggendo via mare. In realtà, molti erano ancora stipati in dodici ambienti con ingresso ad arcata che erano usati come magazzini o rimesse per le barche. Ne erano ben 300, ammassati l'uno sull'altro. Probabilmente si rinchiusero nei fornici in attesa che il mare, agitatosi notevolmente in seguito all'eruzione del Vesuvio, si calmasse. Non fu così.

Oggi gli scheletri che si possono ammirare nei fornici numerati dal 7 al 12, dopo alcuni anni di restauro, sono calchi realizzati in laboratorio copiando le ossa originali e rimpiazzando le parti mancanti.

 
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Ercolano, tornano gli scheletri dei fornici (M. Perillo)





sabato 31 agosto 2013 - 16:22   Ultimo aggiornamento: 16:24

Vendola e il suo compagno: "Vogliamo un bambino"

Libero

La coppia dopo le vacanze a Porto Cesareo, vuole adottare un bambino. Eddy Testa: "Ne vogliamo più di uno, a casa Nichi ci sa fare"


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Nichi Vendola e il suo compagno Eddy Testa vogliono mettere su famiglia. Dopo qualche giorno di vacanaza a Porto Cesareo, la coppia è tornata nella casa di Terlizzi, in Puglia, e lì, dopo un'estate romatica, i due hanno avuto un'idea: "Vogliamo un bambino". Non è la prima volta che la coppia "presidenziale pugliese" esprime la volontà di avere un bebè per casa. Qualche tempo fa, Testa aveva già sottolineato il suo desiderio di avere una vera famiglia.

Mamma Nichi - "Io e Nichi ci sentiamo piuttosto discriminati da uno Stato che non riconosce i nostri diritti, che quasi non ci vede, e che sembra troppo condizionato da una classe dirigente ipocrita e arretrata. Parliamo di stessi diritti per tutti. Noi vorremmo più di un figlio", aveva detto Testa in un'intervista a Vanity Fair. Ora a quanto pare dalle parole, Eddy e Nichi vogliono passare ai fatti. Nichi a casa a quanto pare sarebbe una perfetta "mamma". "A casa per me è sempre lo stesso Nichi. Spesso intona delle canzoncine che inventa lì per lì, facendomi credere che si tratti di vecchie canzoni d'amore. E io ci casco". Presto dovrà imparare a cantare la "ninna nanna".


(I.S.)

Kyenge, attacca e si lamenta: "In ospedale mi chiamavano infermiera"

Libero

Accusa gli italiani: "Io colpevole perché donna, nera, medico e straniera"


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Cecile Kyenge piange lacrime amare. Il ministro per l'integrazione racconta la sua giovinezza, e accusa Italia e italiani. "In questi 3 mesi mi sono sentita colpevole perché nera, perché donna, perché nata all'estero e perché ho studiato per diventare medico oculista", dice. Poi recrimina il fatto di essersi sentita spesso sottovalutata nel lavoro: "Tante volte in ospedale mi hanno chiamata infermiera".

Fatto per lei estremamente imbarazzante e ingiusto. "Quando dicevo di essere medico, mi chiedevano se fossi americana. Vi chiedo: molti di voi si riconoscono in quel che ho detto, allora siete tutti colpevoli?". Silenzio dalla folla in Piazza Umberto I a Erice (Trapani), riunita per assistere alla manifestazione promossa dalla Cgil.

La Kyenge tuttavia dice che non si "cura degli insulti. Dobbiamo agire a testa alta. Non dobbiamo farci sopraffare da chi grida più forte. Ho ricevuto molti attacchi per lo ius soli  ma ricordo che questo è l'anno europeo della cittadinanza, dobbiamo impedire che ci siano cittadini di serie A e di serie B" " Il ministro per l'Integrazione si sofferma poi sulla Bossi Fini e, al cronista che gli chiede se all'attuale legge potrebbe seguire un'altra firmata da lei e dal ministro Bonino, lei risponde: "Una legge Bonino-Kyenge? Non metterei il nome, l’importante è fare una buona legge".

La sentenza contro il Cavaliere è zeppa di errori (di grammatica)

Libero

Frasi senza soggetto, punteggiatura sbagliata... Il giudizio della Cassazione è un obbrobrio anche per la lingua italiana

«...Punto! Due punti!! Ma sì, fai vedere che abbondiamo. Abbondandis in abbondandum». Al di là del merito e della torpida sostanza giuridica, ho letto le motivazioni dell’ormai mitica sentenza Mediaset. E, grammaticalmente, la prim’immagine evocatami (ci perdoni il presidente della sezione feriale di Cassazione, ma essendo appassionato del teatro di Scarpetta, comprenderà) è stata quella della dettatura della lettera di Totò a Peppino, gli altrettanto mitici fratelli Capone.

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Dunque. M’immaginavo il presidente Antonio Esposito, il quale, accalorato, la toga stropicciata, il succoso accento napoletano, si alza e osservando verso l’alto il punto di un immaginario sestante, detta ai consiglieri De Marzo Giuseppe e Aprile Ercole mollemente assettati roba: «Veniamo noi con questa mia addirvi...». E questo è il prologo immaginato. Dopodiché ecco l’impatto della realtà nella autentica dettatura delle motivazioni a pag.183, la parte più dadaista: «Deve essere infine rimarcato che Berlusconi, pur non risultando che abbia trattenuto rapporti diretti coi materiali esecutori, la difesa che il riferimento alle decisioni aziendali consentito nella pronuncia della Cassazione che ha riguardato l’impugnazione della difesa Agrama della dichiarazione a  non doversi procedere per prescrizione in merito ad alcune annualità precedenti, starebbe proprio ad indicare che occorre aver riguardo alle scelte aziendali senza possibilità. quindi, di pervernire...». Ecco.

Di prim’acchito uno si domanda: oddio, che fine ha fatto la punteggiatura? Ma dov’è il soggetto? Qual è la coordinata, quante subordinate transitano sul foglio? Possibile che in natura vi siano tante attrazioni del relativo da sembrare un trenino erotico?  La prosa della Cassazione è frullo, velocissimo, di anacoluti. E qui m’immagino i consiglieri De Marzo e Aprile che si fermano un attimo, riprendono il fiato; si girano appena ad osservare il presidente Esposito che sembra dire: «Hai aperto la parente? Chiudila...»;  e poi si rimettono, in apnea, testa bassa, a vergare: «...ad una affermazione di responsabilità di Berlusconi che presumibilmente del tutto ignari delle attività prodromiche al delitto, ma conoscendo perfettamente il meccanismo, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato, mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti...».

Eppoi, affiorano, da quel fango ribollente di parole, perle tautologiche tipo «le prove sono state analiticamente analizzate». O straordinarie accumulazioni semantiche come «il criterio dell’individuazione del destinatario principale dei benfici derivanti dall’illecito fornisce un risultato convergente da quello che s’è visto essere l’esito dell’apprezzamento delle prove compito dai due gradi di merito..»: roba che, letterariamente, in passato poteva   comportare anche una rottura degli schemi e dei generi, come insegnavano Italo Calvino, Céline o Ambrose Bierce (privilegiati qui rispetto ai pandettisti Calamandrei, Rocco, o a Pisapia padre...). 

Per non dire, nello scorrere delle 208 pagine della motivazione, del vorticoso intreccio dei «siffatto contesto normativo», degli «allorquando», degli «in buona sostanza», che rendono -come dire?- un tantino accidentata la lettura. Prendete la frase «ha posto in essere una frazione importante dell’attività delittuosa che si è integrata con quella dei correi fornendo un contributo causale...». Uno dice: per forza non capisci un tubo, è linguaggio giuridico.

Il problema è che io ho fatto giurisprudenza, specializzato nel diritto processuale. Alla serie di termini linguistici accostati in modo più o meno ordinato o anche in modo caotico e senza un percorso strutturale, dovrei esserci abituato. Ripeto: non entro nel merito della sentenza. Eppure qui, per vapore sintattico, mi tornano sempre in mente Totò e Peppino. Il fatto è che, quasi tutti i giudici non sanno  -o non vogliono scrivere - in una forma comprensibile. Montesquieu,  nel libro diciannovesimo dell’Esprit des lois,  ammoniva: «Le leggi non devono essere sottili: sono fatte per individui di mediocre intelligenza; non sono espressione dell’arte della logica, ma del semplice buon senso di un padre di famiglia».

Le leggi dovrebbero essere capite anche dalla cuoca di Lenin, o dalla casalinga di Voghera. Eppure con la scusa del «gergo» si compiono le peggiori nefandezze grammaticali. Scrive il docente Stefano Spele nel suo saggio  Semplificazione del linguaggio amministrativo: «La scarsa attitudine a scrivere in modo chiaro è stata favorita, anche dai meccanismi di organizzazione delle pubbliche amministrazioni, nelle quali ha largamente dominato il principio non scritto che è meglio non assumersi nessuna responsabilità. Oscurare il linguaggio serve ad oscurare le responsabilità». Vero. Spesso è la responsabilità dei magistrati. Non è questo il caso, naturalmente, caro dottor Esposito. Chiusa la parente.

di Francesco Specchia

Le lettere «Colpiscono gli onesti, mai più un voto a Pisapia»

Corriere della sera

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runo Schiafone - Dom, 01/09/2013 - 07:13


Ma certo, il Comune spende e spande a più non posso (sopratutto per extracomunitari e rom) ma chi paga sono sempre gli stessi. Bravo Pisapia, così sappiamo far tutti.
Mario, 69 anni
***
Per fortuna non aumentavano le tasse: il 30 per cento in più sui biglietti non e una gabella? Tanta gente sia italiana che straniera non paga il biglietto ma il sindaco sa solo colpire gli onesti.
***
Ho votato Pisapia, sono fiera del mio sindaco che difendo sempre, ma l'ultimo aumento del 50% del mensile da 16 a 30 euro per gli over 65 è troppo, costringe noi della terza età a non muoverci da casa.
Maria Punzi
***
Il mio mensile Atm è passato da 16 a 30 euro. Non si vergogna la giunta Pisapia? Mai più il mio voto.
Anna Rosa Caimmi
***
L'abbonamento anziani è raddoppiato, una vergogna. Pisapia torni a leggere le promesse a pagina 13 del suo programma elettorale, cosa intendeva con “miglioramento dei mezzi di trasporto?“. Una cosa è certa: piuttosto vu a pe'!
Mariangela Panara
***
Ma nelle spiegazioni che riguardano gli aumenti Atm, in tutta questa nominata equità e nel garantire agevolazioni alle categorie deboli, non riesco a capire come mai per gli under 26, l'unico requisito sia l'età, mentre per gli anziani viene richiesto anche l'Isee. Per capirci: un 22enne che vive in una famiglia più che agiata per andare al centro sociale risparmia comunque, anche nell'ipotesi che sia milionario, e l'80enne con 20mila euro di Isee che va a comprare il latte raddoppia la spesa? Non è un concetto di categorie deboli quantomeno curiosa?
Marco Ferrari
***
Ho 66 anni e fino al mese scorso pagavo il mensile 16 euro. Ora per quelli della mia età è passato 30 euro, e per avere un aumento di soli 5 euro, (da 16 a 22, e NON una detrazione da 30 a 22), devo presentare il modulo Isee. Pisapia invece di far pagare il biglietto a tutti, compresi clandestini extracomunitari e disonesti italiani, preferisce in modo più vile e senza correre rischi, aumentare il biglietto a chi lo paga abitualmente. Da quando è arrivato ha: aumentare il biglietto della metropolitana, aumentato il pedaggio di Area C, istituito le domeniche a spasso solo per educare i cittadini, ( le analisi dimostrano che per lo smog sono inutili) , aumentato gli abbonamenti e si rischia di nuovo sul biglietto.
Valerio Minute




Pisapia, e’ stata la sveltina di una notte?

di Redazione
23 giugno 2011


Gentile Sindaco Pisapia,
non sono propriamente una campionessa di diplomazia. Le cose che vanno dette, insomma, di solito le dico, per quanto poco carine possano sembrare.


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Ma lei e’, invece, un  tal campione di gentilezza, una personcina cosi’ a modo e avvezza alla correttezza, che diro’ quel che devo con il suo stesso garbo, o almeno ci provo. Ha superato con intelligenza, tranquillita’, preciso come chi sa di aver ragione, una campagna elettorale dell’orrore: sicche’ di lei si e’ riso, in rete, si e’ riso come matti, perche’ ad un certo punto la cosa aveva assunto risvolti cosi’ grotteschi che, come sempre in questi casi, o si ride o si piange.
Noi abbiamo riso. E dei musulmani pure, per quel che vale, abbiamo riso. Nel mondo controfattuale dove Pisapia vinceva le elezioni –uno dei video piu’ spassosi, ma son sicura che se li e’ visti tutti-  un manifesto elettorale diceva per la strada “Un abbraccio sincero agli amici di Al-Qaeda”, e c’era da ridere si’.

Con molto coraggio, ha inserito nel suo programma elettorale l’idea di un grande centro culturale islamico, aggettivo questo che ha molto contrariato i leghisti. Perche’ “grande”? Insomma, perche’ non possono continuare a rimanere nascosti negli scantinati o accampati nei marciapiedi di viale Jenner, perche’ renderli visibili, e soprattutto perche’ inserirli tra i punti programmatici di un candidato sindaco? Di una citta’ come Milano, poi?

Dunque, si diceva che lei e’ stato gentile e coraggioso.

E allora mi appello alla sua gentilezza e al suo coraggio: il giorno dopo le elezioni c’e’ il rischio di svegliarsi come se ci si trovasse nel letto di un uomo semi-sconosciuto, pentendosi di aver ceduto alle sue avances. Mi piacerebbe che lei fosse un partner conosciuto e affidabile, e non l’uomo occasionale di una notte.

C’e’ che i cittadini musulmani non durano una notte, ma son li’ anche al mattino. Come tutti gli altri cittadini milanesi. C’e’ che oltre il 20% della popolazione milanese, a dirla tutta, e’ di origine straniera. Qualcosa come duecentomila persone. Gente che, regolare o meno, si trova li’ e lava vetri, vende accendini, pulisce i bagni, inforna pizze, prepara kebab, gestisce call center, e magari si fa una passeggiata in Duomo nel week-end. Gente che vive Milano e molto probabilmente da’ alla citta’ molto, e dalla citta’ prende altrettanto. Cittadini a cui lei ha gentilmente, coraggiosamente, rivolto la parola in campagna elettorale.

Come il piu’ affabile dei seduttori e/o dei gentiluomini, fermo restando che il mattino seguente la maschera scivola giu’ ed arriva il momento di capire se avresti dovuto avere qualche riserva in piu’, prima di farti sedurre. Lei e’ un Casanova o il partner di una vita? Il letto sfatto del dopo-elezioni rivela poco, ancora, ma un primo elemento c’e’: come l’amante che si sveglia di soppiatto e va a far colazione senza nemmeno dire buongiorno…insomma, questa nuova giunta, a me pare proprio carina, mi pare professionale e le diro’ che sei donne (sei vere donne, al netto di botulino e incompetenza) sono una boccata d’ossigeno, cosa per cui mi pare doveroso ringraziarla, che in Italia queste cose non sono affatto scontate.

Ma un paio, che dico un paio, diciamo uno, un solo professionista di seconda generazione era cosi’ difficile da trovare a Milano? Sa quanto onesto, rivoluzionario, e coraggioso (oltre che sacrosanto, ma e’ che l’Italia e’ un mondo capovolto dove ti fan venire dubbi persino su quello che hai mangiato a pranzo) sarebbe stato far fede alla pagina quattro del suo programma elettorale, dove promette la “partecipazione attiva di nuovi cittadini (giovani e stranieri) alla vita pubblica”? Quanto sarebbe garbato dimostrare che davvero pensa che, come dice a pagina 7, occorre che “questo mondo abbia voce, si rappresenti, abbia piena cittadinanza e non solo riconoscimento”?

Nella sua “visione” di Milano, lei parla di una citta’ “che ha il mondo dentro di sé e vive nel mondo”. Se vive nel mondo, la sua giunta comunale avrebbe potuto simpaticamente includere una seconda generazione avvocato, giornalista, professore, economista, insomma quello che le pare, o un immigrato naturalizzato distintosi per competenze interculturali. Conosco sindacalisti, attivisti, giornalisti, piccoli imprenditori che potrei segnalarle.

Nessuna raccomandazione, per carita’. Ma non mi faccia dubitare di quello che ho mangiato a pranzo, sindaco Pisapia…non mi tolgo dalla testa che sarebbe un diritto sacrosanto. E come me, probabilmente qualcosa come duecentomila altre persone, che a Milano ci vivono. Allora, e’ stato l’amante (garbato, coraggioso, educato, ma pur sempre un amante) di una notte o prova davvero qualcosa? Noi mi sa che siam fregati, ormai l’amiamo, Milano.

Il guaio e’ riuscire ad essere finalmente corrisposti.

Aspettando sue (anche un sms va bene),

Firmato
Qualcosa come duecentomila persone

Randa Ghazy

Armi democratiche

Corriere della sera


Barack Obama corre il rischio di passare alla storia come uno dei più tentennanti presidenti degli Stati Uniti. Nella sua ultima dichiarazione, sul prato della Casa Bianca, ha chiesto un voto del Congresso sull'opportunità di un intervento militare contro il regime siriano di Bashar Al Assad. Ma ancor prima di appellarsi ai rappresentanti del Paese aveva annunciato, in una recente intervista alla televisione Pbs, che la sua intenzione era quella di inviare uno shot across the bow , uno di quei colpi di cannone che vengono tirati di fronte alla prua di una nave per intimarle di fermarsi e tornare indietro.

Non sappiamo se con l'appello al Congresso il presidente americano chieda una formale autorizzazione o voglia più semplicemente metterlo di fronte alle proprie responsabilità. Ma sappiamo che una tale decisione, se adottata, avrebbe in ultima analisi l'inconveniente di non piacere a nessuno. Non ai pacifisti americani per cui sarebbe pur sempre un atto di guerra. Non ai paladini dell'ingerenza umanitaria e del dovere di proteggere le popolazioni civili, a cui sembrerebbe irrilevante. Non a quella fazione della destra repubblicana, erede dei «neocon», che accusa il presidente di essere debole, inetto, incapace di pestare il pugno sul tavolo nell'interesse dell'America.

Non ai ribelli siriani, convinti che l'uso delle armi chimiche avrebbe fatto traboccare il vaso dell'indignazione occidentale e segnato la fine di Assad. Non agli alleati internazionali della Siria: Russia, Iran, Cina. Non, infine, alla maggioranza della sua opinione pubblica (una percentuale vicina, sembra, all'80%) per non parlare di quella delle altre maggiori democrazie occidentali. Sono contrari all'intervento persino coloro che in altri tempi avevano approvato le guerre di Bush e salutato con soddisfazione l'offensiva anglo-franco-americana contro la Libia di Gheddafi.

Non è sorprendente. Oggi, dopo l'esperienza degli ultimi tredici anni, nessuno può ignorare quali siano stati il costo e gli effetti di quelle guerre. L'operazione afghana parve giustificata dal patto che legava Al Qaeda e i suoi fedeli al regime talebano di Kabul. Sostenuti dalla Nato e persino dall'Iran, gli americani credettero di avere eliminato la maggiore base di Al Qaeda nel Medio Oriente. Ma nella caccia allo sceicco yemenita si perdettero, come altri eserciti occidentali, nel labirinto delle montagne che separano l'Afghanistan dal Pakistan; e di lì a poco lasciarono il Paese agli europei per concentrare ogni loro sforzo sull'Iraq di Saddam Hussein. Un'altra guerra, un'altra vittoria apparente.

Qualche mese dopo la conquista di Bagdad, Washington dovette constatare che quella dei talebani in Afghanistan era stata soltanto una ritirata strategica, che in Iraq non vi erano armi di distruzione di massa, che i sunniti iracheni non erano disposti ad accettare la sconfitta e che gli sciiti liberati dal giogo di Saddam amavano i confratelli iraniani più degli americani.

Comincia da allora la lunga sequenza dei rimedi falliti. In Afghanistan tornarono con forze più importanti e cercarono di sloggiare i talebani dalle regioni riconquistate. In Iraq cercarono di armare i sunniti contro il variegato fronte dell'integralismo islamico. Subentrato a George W. Bush, Barack Obama concepì un piano apparentemente razionale e un calendario inderogabile. In Afghanistan avrebbe lanciato un'ultima offensiva contro i talebani e offerto un negoziato a coloro che erano pronti a deporre le armi. In Iraq avrebbe assicurato la presenza militare americana soltanto sino alla fine del 2011.

Il risultato di quel piano, all'inizio del suo secondo mandato, è deprimente. I talebani non hanno alcuna intenzione di negoziare con una potenza che ha già, comunque, deciso di ritirare le proprie truppe nel 2014. L'uccisione di Osama bin Laden nel suo fortilizio pachistano è parsa uno straordinario successo della presidenza Obama (la vendetta è sempre, per un certo periodo, consolatoria) ma ha peggiorato i rapporti degli Stati Uniti con il Pakistan. In Iraq si muore, grazie alle bombe sunnite, molto più di quanto si morisse all'epoca di Saddam Hussein.

In Libia, infine, Obama ha avuto il merito di comprendere prima dei suoi alleati i rischi di una operazione che era divenuta molto più lunga del previsto. Ma del caos in cui il Paese è precipitato dopo la vittoria dei ribelli Obama non è meno responsabile di Nicolas Sarkozy e David Cameron. È davvero sorprendente che dopo tre guerre non vinte, come la buona educazione internazionale preferisce chiamare quelle perdute, gli americani e le opinioni pubbliche occidentali non vogliano essere trascinati nella quarta?

Resta da capire, a questo punto, perché un uomo politico accorto e razionale come Barack Obama dovrebbe a tutti i costi prendere una iniziativa militare contro la Siria. Per non permettere che l'uso dei gas vada impunito? Per evitare che l'America, agli occhi del mondo, appaia inaffidabile? Credo che il criterio dell'affidabilità, in questo caso, concerna soprattutto il presidente degli Stati Uniti. Quando ha dichiarato, un anno fa, che l'uso dei gas sarebbe stato una «linea rossa» e che l'attraversamento di quella linea lo avrebbe costretto a rivedere la propria posizione, Obama è diventato prigioniero di se stesso. Ha usato la «linea rossa» per mascherare le proprie incertezze e allontanare per quanto possibile il momento delle decisioni. Ora quella «linea rossa» gli si è ritorta addosso come un boomerang e il presidente, privo di argomenti, è nudo di fronte al mondo come il re della favola di Andersen.

Vi è infine in questa vicenda un tragico paradosso. Le armi chimiche sono atroci, ignobili e suscitano una comprensibile condanna. Ma le vittime della periferia di Damasco rappresentano una minuscola percentuale di quelle provocate dalla guerra. Le armi letali in Siria sono i fucili mitragliatori, le mitragliatrici, i cannoni, le bombe, i mortai. Collegare il giudizio sull'opportunità dell'intervento all'uso delle armi chimiche ha l'assurdo effetto di rendere altre armi più legittime o meno deprecabili. Non è tutto. Mentre l'Occidente si scandalizza per l'uso dei gas, vi sono probabilmente altri popoli per cui i droni, i proiettili all'uranio impoverito, il napalm e le bombe a grappolo, per non parlare delle armi nucleari, non sono meno tossici dell'arsenale chimico di Assad. In questo scontro di culture e di civiltà è meglio evitare che l'Occidente venga accusato di considerare tossiche soltanto le armi degli altri.

1 settembre 2013 | 8:34

Negli spot dei «compro oro» le speranze tradite del Paese

Corriere della sera

Nessuno discute la buona fede, ma ci vuole sensibilità. La crisi rimpingua gli incassi

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«Più Leali di così». Il cantante Fausto Leali ci ha messo la faccia, è il caso di dirlo, per sponsorizzare una catena di negozi di «compro oro». Ma anche Renato Pozzetto non è da meno. In uno spot che reclamizza un marchio dei «compro oro» recita la parte del nonno che si è venduto un orologio regalatogli dal figlio per comprare i doni di Natale ai nipoti. In un altro, sempre in coppia con il figlio, sostiene di essersi sbarazzato di qualche «cianfrusaglia d'oro» per acquistare un megaschermo: «Così quando sono a casa, anziché aprire il cassetto e guardare l'oro, guardo il televisore e mi diverto di più».

Beato lui che si diverte, perché i negozi di «compro oro», spuntati come funghi, sono uno dei segnali più laceranti della difficoltà che il Paese sta attraversando. Un italiano su quattro si è rivolto a un «compro oro nel 2013. Lo evidenzia il Rapporto Italia 2013 dell'Eurispes: in un anno, la percentuale è salita dall'8,5% al 28,1%. La crisi rimpingua gli incassi, i negozi del settore sono in crescita e la criminalità ha fiutato il business con una rete sempre più estesa di attività illecite. Lo confermano i dati della Guardia di finanza: nel 2013 sono stati arrestati 52 responsabili di traffico di metalli preziosi, oltre il 200% in più rispetto all'anno precedente.

Molte famiglie sono costrette a vendere gli anelli, le collanine, gli orecchini, gli orologi conservati per molti anni come piccolo tesoro di famiglia, spesso dall'alto valore simbolico. Le difficoltà economiche, il bisogno di denaro contante per arrivare a fine mese fanno sì che persone senza scrupoli ne approfittino per traffici illegali. E i poveri cristi che si vendono l'oro non lo fanno certo per portarsi a casa un nuovo televisore!

La figura del testimonial, una sorta di garante della pubblicità, è proprio quella di connotare positivamente un servizio davanti agli occhi «ingenui» del consumatore. Nessuno mette in discussione la buona fede di Leali o di Pozzetto (su grandi manifesti stradali sono apparsi anche Anna Falchi, Fabrizio Corona, persino, a sua insaputa, papa Francesco...) né la legittimità delle catene reclamizzate, ma un po' di sensibilità in questi casi non guasterebbe. Oro fa oro, ma lealtà fa lealtà.

1 settembre 2013 | 8:27