martedì 3 settembre 2013

Altro che super scienziata La Cattaneo è solo 440ª

Fabrizio De Feo - Mar, 03/09/2013 - 07:34

Per il Colle la neosenatrice a vita è "un'autorità mondiale" nella ricerca sulle staminali. Ma una speciale classifica stilata dall'università di Manchester la colloca nelle retrovie 

RomaNon ha vinto un Premio Nobel, almeno per ora. Di sicuro a 51 anni si è aggiudicata un piacevolissimo «Win for life», uno di quei fortunati biglietti della lotteria che ti assicurano una lauta rendita mensile vita natural durante e che potrebbe fare di lei una sorta di record-woman dei beneficiati della politica - qualora rispettasse l'aspettativa di vita attuale - grazie a quei 232mila euro annui lordi che lo Stato italiano inizierà ad erogarle da fine settembre.

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Elena Cattaneo è balzata agli onori delle cronache grazie alla inaspettata (e per molti aspetti clamorosa) nomina a senatore a vita da parte di Giorgio Napolitano. Una scelta che ha sorpreso per la giovane età delle beneficiata - mai nella storia d'Italia qualcuno aveva ottenuto quel seggio così presto - e per le dichiarazioni della scienziata che non ha neppure provato a nascondere le sue preferenze politiche, dichiarando di aver votato per le primarie del Pd del 2009, lasciando capire senza equivoci dove batte il suo cuore. Poco esplorato, invece, il territorio della sua «quotazione» internazionale dal punto di vista scientifico, anche rispetto ai suoi colleghi italiani.

Ebbene per quella che da più parti è stata definita, sicuramente a ragione, autorità mondiale in fatto di cellule staminali neurali e alla loro potenziale applicazione sulle malattie neurodegenerative, la «classifica» dei Top Italian Scientists (Tis) della Via-Academy, legata all'Università di Manchester, non riserva grandi soddisfazioni. In questa sorta di censimento degli scienziati di «maggior impatto» nei principali settori disciplinari, la Cattaneo figura soltanto al 66esimo posto. Nella realtà, però, alla luce dei tanti ex-aequo, la scienziata di origine bergamasca si attesta attorno al 440esimo posto. In testa si trova Carlo Croce, medico-oncologo italiano impegnato nella ricerca sui meccanismi genetici del cancro, seguito dall'immunologo Alberto Mantovani e dall'oncologo Napoleone Ferrara.

Dopo l'immunologo Giorgio Trinchieri al quinto posto si trova la prima donna: la fisica Angela Barbaro-Galtieri, docente all'Università di Berkeley in California. Carlo Rubbia, altro neo-senatore, si attesta attorno alla posizione 42 (anche se come per la Cattaneo sono molti di più coloro che lo precedono). L'altro elemento sorprendente è che davanti alla Cattaneo in questa classifica basata sul cosidetto h-index - un numero che racchiude sia la produttività che l'impatto della produzione culturale o scientifica di uno scienziato basato sulle citazioni ricevute - compaiono ben 45 donne italiane. I nomi? L'elenco è composto da personalità note soprattutto in campo scientifico ma visto che per loro si è chiusa la possibilità di essere nominate al seggio perpetuo di Palazzo Madama vale almeno la pena citarle.

Si tratta di Silvia Franceschi; Elisabetta Dejana; Silvia Priori; Daniela Bortoletto; Eva Negri; Annamamaria Colao; Adriana Albini; Anna Di Ciaccio; Luigina Romani; Maria Roncarolo; Roberta Sessoli; Eleonora Luppi; Paola Ricciardi Castagnoli; Cristiana Peroni; Cristina Bottino; Federica Sallusto; Paola Allavena; Elena Pian; Laura Fratiglioni; Laura Maraschi; Maria Roberta Monge; Elisa Bertino; Francesca Matteucci; Lucia Banci; Annarosa Leri; Genoveffa Franchini; Laura Ferrarese; Luisa Cifarelli; Maria Cristina Mingari; Annalisa Celotti; Annunziata Gloghini; Ariela Benigni; Lucia Rivoltini; Silvana Pilotti; Simona Rolli; Carla Zoja; Clara Franzini-Armstrong; Daniela Calzetti; Lucia Pozzetti; Patrizia Caraveo; Daniela Pende; Gabriella Sartorelli; Paola Dal Cin e Barbara Ensoli (nota per le sue ricerche sul Virus Hiv).

Un piccolo esercito di medici, fisici e biologi in «rosa», tutte classificate meglio della neo-senatrice, che non balzeranno agli onori delle cronache parlamentari, non incasseranno il «win for life» e delle quali non sapremo mai se abbiano o meno votato alle primarie del Pd.

Milano, Pisapia alza l'Irpef e il prezzo del bus

Libero

Botta da 1.000 euro a contribuente. E la ricetta della sinistra milanese è copiata anche da Orlando a Palermo, De Magistris a Napoli, Doria a Genova


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Era il primo giugno 2011 quando dal palco di piazza del Duomo il neo sindaco Pisapia allargava le braccia per accogliere la “primavera arancione”, quella che avrebbe dovuto fare di Milano una città aperta e più equa. Da quel giorno sono passati poco più di due anni e a parte qualche registro inutile da un punto di vista legale (coppie di fatto e fine vita), l’unica cosa che il vento arancione ha portato sulla città è stato un aumento esponenziale e senza sosta delle tasse, che nel 2013 dovrebbero ammontare a un miliardo e cinquecento milioni contro gli appena 631 milioni dell’era Moratti. Un aggravio che arriverà a pesare fino a 1.100 euro sulle tasche del singolo cittadino.

L’ultimo caso, quello che dovrebbe andare in scena già venerdì, riguarda l’addizionale Irpef per la quale Pisapia e il suo assessore al bilancio pensano di adottare un’aliquota unica dello 0,8% per tutte le fasce di reddito, senza distinzioni di sorta. Anzi, con un abbassamento della soglia di esenzione che passa dagli attuali 33.500 euro di reddito (chi è in questa  fascia passa da zero a 246 euro all’anno) ad appena 15 mila. Una mazzata che costringerà il 62% dei milanesi (975 mila persone) a pagare. Un aumento significativo se si considera che fino ad oggi i tassabili erano appena 225 mila residenti. Questa modifica dovrebbe portare nelle casse del Comune la bellezza di 172 milioni di euro (contro i 62 del 2012). 

La litania per giustificare tutto questo è sempre la stessa: il patto di stabilità e Roma che stringe i cordoni diminuendo i trasferimenti. La realtà, però, è che da quando al governo di Milano c’è la sinistra non c’è balzello o servizio pubblico che sia salvato dagli aumenti. E questo a fronte di una spesa corrente che è schizzata dai due miliardi e mezzo dell’ultimo anno della Moratti ai tre miliardi e quattrocento mila del bilancio 2012.

Un aumento di quasi un miliardo che è stato finanziato da Pisapia con vendite di beni pubblici (il 29,75% di Sea per un incasso di 385 milioni), ma soprattutto infilando le mani nelle tasche dei cittadini con una serie di aumenti indiscriminati delle tasse. A partire proprio dalla già citata Irpef che la giunta arancione aveva prima introdotto nel 2011 e poi rivisto al rialzo nel giugno 2012 quando studiò cinque scaglioni di reddito che andavano dallo 0,3% allo 0,7%. Infine la trovata dell’aliquota unica che dovrebbe essere approvata in settimana.

Un’altra stangata di Pisapia è quella che riguarda Area C. Con la Moratti per entrare in centro si pagava a seconda del modello dell’auto, ora con Pisapia gli euro per il pedaggio sono diventati cinque per tutti. Sempre nel 2012 gli arancioni hanno introdotto la tassa di soggiorno da pagare sulle stanze d’albergo. Anche questa è già stata ritoccata al rialzo quest’anno, fino a raggiungere per gli alberghi di lusso il massimo consentito dalle normative (5 euro a notte).

Sotto le grinfie del fisco comunale è poi passata la Cosap, la tassa per l’occupazione del suolo pubblico, che nel giro di due anni è stata più che raddoppiata (solo nel 2013 è previsto un rincaro del 50%) costringendo, tra i casi più eclatanti, lo stesso Pd milanese a traslocare la tradizionale festa regionale a Sesto San Giovanni, perché le spese per la Cosap erano troppo alte. Poi c’è stato l’adeguamento di tutte le tariffe di asili, mense, case di riposo, che in alcuni casi ha superato anche il 20%.

Per ultimo, ma solo perché è il più popolare, abbiamo lasciato l’aumento del biglietto e degli abbonamenti dell’Atm. I primi sotto la gestione Pisapia sono passati prima da un euro a un euro e 50 e dal primo gennaio 2014 è previsto un nuovo rincaro di 20 centesimi (1,70). Parimenti ai biglietti singoli sono stati aumentati anche i carnet settimanali. La scorsa settimana, invece, è toccato agli abbonamenti di Atm. Anche qui la stangata è stata forte, soprattutto per studenti e pensionati che in alcuni casi si sono visti raddoppiare l’importo. A breve, poi, sono previsti aumenti anche per i parcheggi a pagamento (rincari nell’ordine del 10% sulle strisce blu) e per quelli riservati ai residenti che da gratuiti sono stati portati a pagamento.

Con Pisapia a Palazzo Marino non l’hanno fatta franca nemmeno le case con l’Imu che, prima della sua dipartita per decreto governativo, era lievitata dal 5 per mille del 2011 al 10,6 previsto per il 2013. E ora che questa tassa verrà sostituita con la Service Tax sulla quale peseranno le volontà delle giunte, i milanesi hanno un ulteriore motivo di preoccupazione. Perché l’aumento delle tasse a fronte dell’aumento della spesa corrente è la cifra di questa amministrazione. E il vento arancione che due anni fa soffiava in piazza Duomo presto potrebbe tornare a soffiare. Per liberare Milano dall’allegro balzellificio Pisapia.

di Fabio Rubini

Sequestrabile l’azienda che non rispetta le norme sulla sicurezza del lavoro

La Stampa


L’imprenditore che nella propria attività d’impresa non rispetta le normative in tema di sicurezza sul lavoro, ad esempio impiegando lavoratori clandestini, rischia di vedersi sequestrata l’intera attività. La Cassazione, con la sentenza 18603/13, stabilisce che è legittimo il sequestro preventivo dell’intera struttura aziendale nel caso in cui serva a impedire la prosecuzione del reato, ovvero, come nel caso in questione lo sfruttamento della manodopera illegale.

Il caso

CatturaIn seguito ad annullamento da parte del Tribunale di Firenze del decreto di sequestro preventivo nei confronti di una società di capitali, il procuratore della Repubblica presso il medesimo Tribunale, ha proposto ricorso in Cassazione. L’annullamento era motivato dall’«inammissibilità del sequestro preventivo in relazione all’attività imprenditoriale». L’impugnazione, per contro, si basava sul fatto che il sequestro era finalizzato ad impedire il perpetrare di un’attività «priva di qualsivoglia forma di cautela o di misura precauzionale funzionale alla sicurezza e all’incolumità dei lavoratori impiegati». Secondo la Cassazione, il ricorso è fondato. Pur non mettendo in discussione il principio di «insequestrabilità delle società commerciali in quanto tali» la Suprema Corte rileva come sul tema ci siano state eccezioni riconducibili proprio a casi di «attività lavorativa con prevalente impiego di lavoratori privi di permesso di soggiorno»; dove il sequestro è finalizzato ad impedire il reato.

Per contro la Cassazione, nella propria sentenza, riporta anche una pronuncia contraria (Cassazione, sez. I, sentenza n.34605/2007) ma in riferimento ad un caso in cui l’impiego di manodopera non regolare era parziale rispetto all’attività d’impresa. Collegando quindi il sequestro della struttura d’impresa, non già all’atto in sé, bensì ad una misura volta ad impedire un reato, la Cassazione ritiene che l’ordinanza di dissequestro, emessa dal Tribunale di Firenze, sia illegittima, «nella parte in cui esclude in via di principio la suscettibilità dell’azienda a costituire oggetto di sequestro preventivo».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Vattimo fa il cattivo maestro: "Caselli esagera sui No Tav"

Simona Lorenzetti - Mar, 03/09/2013 - 07:32

L'eurodeputato Idv si unisce al coro degli intellettuali di sinistra contro la Procura di Torino e dalla parte dei violenti: bisogna capire perché bruciano capannoni

Torino - All'università l'ex professore Gianni Vattimo insegnava la teoria del pensiero debole, ma i suoi studenti ricordano le maniere forti. Poco stupisce, quindi, sentire l'europarlamentare dell'Idv giustificare le violenze dei No Tav, definendole «illegali», ma «non violente».

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E in ultimo, ieri pomeriggio, attaccare la magistratura torinese dicendo che sulla questione Tav «la procura sta esagerando». Vattimo è comparso in Procura a Torino per spiegare ai magistrati i contorni della sua visita in carcere a Ferragosto a Davide Giacobbe, attivista No Tav arrestato per aver aggredito un poliziotto. Nell'occasione Vattimo si fece accompagnare da due noti No Tav, Nicoletta Dosio, pasionaria di Bussoleno, e Luca Abbà, il leader caduto da un traliccio nel febbraio del 2010 durante una manifestazione. I due sono entrati in qualità di consulenti dell'europarlamentare. Una circostanza che adesso la magistratura intende chiarire. Al momento non ci sono indagati.

Ieri mattina è stata sentita Dosio, mentre Abbà ha dato forfait per un guasto alla macchina. Il pomeriggio è stato il turno dell'istrionico Vattimo. Uno degli intellettuali, insieme con lo scrittore Erri De Luca, destinatario implicito dello sfogo della scorsa settimana del procuratore Gian Carlo Caselli, che si era scagliato contro i «silenzi» di «certi uomini della cultura e del mondo politico» pronti a riscrivere «in chiave pacifica» le azioni dei No Tav, che altro non sono che «violenza pura».

E Vattimo ha aspettato di essere proprio in casa di Caselli per bacchettare la Procura: «I magistrati fanno il loro lavoro. Caselli ha le sue ragioni. Io, però, penso che sulla questione Tav la stia mettendo giù troppo dura. Se in Italia dovesse mai esplodere il terrorismo, non sarà a causa del Tav ma della disoccupazione e della crisi economica». Su una cosa, però, ha aggiustato leggermente il tiro: «Io non sono d'accordo con chi brucia capannoni o macchinari. Non lo giustifico. Ma dico che bisogna capire perché si è arrivati a questo punto. A questo clima del cavolo. Il fatto è che la popolazione non è mai stata davvero consultata sulla Tav». Dietrofront che invece non ha fatto il suo collega Erri De Luca, che ieri è tornato sulla questione definendo le violenze No Tav «un atto di legittima difesa».

«Parlare della lotta in Val di Susa e dei sabotaggi in Val di Susa come di terrorismo è un'esagerazione. I nostalgici di Stato vorrebbero che tornassero i tempi passati, se potessero arruolerebbero di nuovo le Brigate rosse» ha commentato De Luca. Napoletano di nascita, a Roma nel 1968, a diciotto anni, quando iniziò i suoi studi universitari, militò nel Gaos (Gruppo di agitazione operai e studenti), gruppo che fonderà poi Lotta Continua nella capitale. «I tempi del terrorismo sono scaduti e non possono essere richiamati – ha aggiunto lo scrittore - siamo di fronte a qualcosa di completamente diverso: quella della Val di Susa è una comunità che pratica la legittima difesa del proprio territorio. Loro non hanno un'altra valle dove andare, o vincono o saranno deportati».

Nessun commento da parte di Caselli, che però ribadisce: «Bloccare gli automobilisti in autostrada, costringerli a soste forzate, chiedere loro di esibire i documenti sono prerogative dei pubblici poteri. Se qualcuno li usurpa, è eversione».

La guerra del gorgonzola

Corriere della sera


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E’ autentico  Gorgonzola il formaggio nato a Gorgonzola? Non sembri un bisticcio di parole l’interrogativo che riguarda la tipica  specialità casearia italiana, piccante (per veri intenditori) e dolce,   finita al centro di una querelle giudiziaria, chiusa con la sentenza resa pubblica ieri da una nota del Consorzio del Gorgonzola.  Che canta vittoria! , col punto esclamativo. In sintesi, la vicenda è questa:  il Tribunale di Milano ha dato ragione al Consorzio di Tutela del Formaggio Gorgonzola (fondato nel 1970 per vigilare sulla produzione e commercializzazione del Gorgonzola Dop) che aveva intentato causa all’azienda agricola “Caterina” di Gorgonzola, comune della provincia di Milano, contestando la vendita dello “Stracchino di Gorgonzola”, in quanto “mera contraffazione della Dop Gorgonzola”. 

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La Denominazione di origine protetta di questo formaggio nasce nel 1996 e gode di tutela internazionale.  Per inciso, lo “Stracchino di Gorgonzola”  sotto accusa vanta una sua “nobiltà”  fregiandosi  della De.Co, marchio collettivo di Denominazione Comunale.  E ogni anno,  l’ultima settimana di settembre, nella cittadina si svolge la sagra del Gorgonzola. Tant’è. I giudici hanno  dato ragione al Consorzio (cui aderiscono 40 caseifici), ordinando il ritiro dal commercio del prodotto contestato, che non garantisce il rispetto del rigoroso Disciplinare di produzione della Dop.  Fine della storia? Niente affatto.  A fianco dello “Stracchino”  scende in campo il vicepresidente della Regione Lombardia, Fabrizio Cecchetti, ricordando tra l’altro che le remote origini  di questo formaggio si rintracciano proprio a Gorgonzola, il paese che gli ha dato il nome.

Si dà il caso , poi, che il Consorzio di Tutela  abbia sede a Novara . In quell’area, prosperano i caseifici “allineati”. Guerra tra campanili o,  meglio, tra   le regioni confinanti  Lombardia e Piemonte?  Le denominazioni alimentari sono un’ importante garanzia per i consumatori.  Ma , certo, il marchio non è tutto.

Il socio di Snowden: “Gli Usa spiano troppo”

La Stampa

Greenwald: raccolgono tanti dati e non li sanno più decifrare

emiliano guanella
rio de janeiro


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Glenn Greenwald è, di questi tempi, uno dei giornalisti più ricercati al mondo. Collaboratore del «Guardian», esperto in sicurezza e politica estera americana, è il «diffusore» dei documenti sottratti dall’ex tecnico della Nsa Eduard Snowden, attualmente rifugiato in Russia. Greenwald, che vive a Rio de Janeiro da anni, si sente protetto dalle autorità brasiliane, ma l’incontro con lui, in un hotel nella zona sud della città carioca, assume i connotati di una scena da film di spy story. Guardandosi intorno, l’uomo-cassaforte spiega, con una semplicità disarmante, la strategia pensata assieme alla sua fonte. 

«Snowden non sta più rivelando informazioni perché ha già consegnato a noi giornalisti tutto il materiale che voleva fosse rivelato. Tocca a noi esaminare questi documenti, che sono moltissimi, capirli e trasmetterli al mondo. Tutte le volte che mi si chiede quanto materiale ancora deve essere rivelato, la mia risposta è sempre la stessa; quello che ancora non è stato mostrato è molto di più di quello gia di dominio pubblico. Ci sono molte storie importanti, alle quali stiamo lavorando con i media di cui ci fidiamo in diversi paesi. Stiamo molto attenti e meticolosi; se avessimo pubblicato tutto subito, sarebbe stato molto pericoloso per tutti. Si accusa Snowden di voler danneggiare gli Usa; noi invece ci teniamo a far sapere che le sue azioni sono state molto responsabili e che ha fatto di tutto per proteggere la sicurezza di queste informazioni». 

Parla quasi tutti i giorni con Snowden. È al sicuro in Russia?
«Snowden non è lì di sua spontanea volontà, il suo piano iniziale era quello di passare per Mosca per andare, via l’Avana, in America Latina. È stato il governo americano a bloccarlo revocando il suo passaporto. È chiaro che gli Usa non sono un paese sicuro per persone che fanno luce sul suo operato. Snowden non ha niente da temere dai russi, non hanno nessuna ragione per fargli del male; al contrario, è considerato un eroe. È felice a Mosca anche in virtù del fatto che l’alternativa era quella di spendere il resto della sua vita in una cella negli Stati Uniti». 

Nei documenti emersi finora si nota un interesse molto forte della Nsa rispetto ai paesi europei. Perchè ?
«Lo scopo principale degli Stati Uniti è di eliminare la privacy in tutto il mondo, rendere impossibile per un essere umano comunicarsi elettronicamente con un altro senza che quella comunicazione sia raccolta, monitorata, analizzata e immagazzinata da loro. Molto dello spionaggio, però, non ha niente a che vedere con il terrorismo, ma punta alla ricerca di vantaggi economici, nella finanza, nella produzione e l’industria europea è sicuramente un concorrente di peso per quella americana».

La politica estera americana è in difficoltà, soprattutto in Medio Oriente. Lo spionaggio non serve?
«È ironico, ma il loro problema è che sono diventati troppo bravi a spiare: vengono raccolti troppi dati e diventa difficile per il governo americano capire quando hanno tra le mani informazioni realmente utili. Non hanno una visione chiara di quello che dovrebbero fare. Il mondo li ha guardati condurre una guerra in Iraq per otto anni e praticamente perderla, lo stesso in Afghanistan, sono il paese più indebitato al mondo, la crisi finanziaria ha devastato la classe media. Esiste un abisso enorme tra come gli Stati Uniti si vedono e cosa effettivamente sono. Il governo Americano vive un conflitto tra quello che pensano che possono fare e quello che effettivamente riescono a ottenere».

Voglio stringere la mano a quel camionista eroe»

Corriere della sera

L'uomo ripensa a quel camionista che lo ha aiutato negli istanti più disperati della sua vita, quando dopo lo schianto in autostrada il cuore della sua bimba di 8 anni non batteva più, e altre auto rischiavano di piombare loro addosso da un momento all'altro


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«Non so chi sia quel camionista: era giovane e magro, e da una scritta sul cassone del tir ho capito che era bosniaco: è sparito poco dopo avermi aiutato a salvare la vita a mia figlia, ma vorrei rivederlo per stringergli la mano e ringraziarlo». Abdelhamid Haddach ha trascorso una giornata da incubo e una notte insonne davanti al letto della figlia Jihan, ancora in condizioni gravissime, e finalmente si prende una pausa per mangiarsi il primo panino dopo 36 ore. L'uomo ripensa a quel camionista che lo ha aiutato negli istanti più disperati della sua vita, quando dopo lo schianto in autostrada il cuore della sua bimba di 8 anni non batteva più, e altre auto rischiavano di piombare loro addosso da un momento all'altro.

Quello sconosciuto li ha protetti piazzando il suo tir di traverso e creando una barriera. E alla fine è sparito nel nulla, prima che qualcuno avesse fatto in tempo a farsi dire il suo nome o a ringraziarlo. «Ricordo solo che parlava bene italiano, ci siamo capiti facilmente», racconta l'uomo in una saletta di fronte alla Terapia intensiva del «Papa Giovanni XXIII», mentre al suo fianco una parente tiene stretta la mano di sua moglie.

La coppia sembra esausta, dopo due giorni di lacrime e preghiere di fronte a quella bimba che è sfuggita alla morte in mezzo a un’autostrada ma che non è ancora fuori pericolo. Domenica, nelle ore successive all’incidente, Jihan è stata sottoposta a un intervento neurochirurgico per il gravissimo trauma cranico e a uno di chirurgia plastica per le ferite al viso. Nella notte successiva le sue condizioni sono ulteriormente peggiorate, tanto che si è reso necessaria una nuova operazione.

«Io l'ho guardata bene, sono sicuro che si salverà, Inshallah», mormora Haddach, 45 anni, marocchino in Italia dal 1997 e da 15 anni operaio in un mobilificio di Pieve di Soligo (Treviso), dove abita. L'uomo ha ancora davanti agli occhi la scena dello schianto, avvenuto domenica alle 7 durante il ritorno della famiglia dalle vacanze vicino a Marrakech.

«Poco dopo il casello di Dalmine — racconta — mi sono spostato sulla quarta corsia per sorpassare un bilico che viaggiava sulla terza. Proprio a metà sorpasso, all’altezza di una curva, il camion si è spostato entrando nella mia corsia. Per non restare schiacciato contro la barriera ho frenato di colpo. La mia macchina ha fatto un testacoda, ha urtato il new jersey con la parte anteriore e poi si è schiantato più forte con quella posteriore». Lo schianto ha catapultato all’esterno la bimba, che stava dormendo sul sedile posteriore: «La portiera posteriore si è spalancata e mia figlia è stata scagliata fuori. È finita con la testa contro la barriera.

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Sono subito corso a soccorrerla: aveva il viso coperto di sangue, e non respirava». Mentre il camion che aveva provocato l'incidente continuava la sua corsa senza fermarsi, Haddach si è accorto che le auto in arrivo sulle corsie di marcia più veloce rischiavano di piombare addosso alla sua Ford Galaxy, rimasta di traverso tra la terza e la quarta: «Mi sono alzato per segnalare alle auto di fermarsi, e quando ho visto quel tir che rallentava ho segnalato al camionista di mettersi di traverso per proteggerci, e per fortuna ha capito subito».

L'autoarticolato del bosniaco ha fatto una breve manovra e si è piazzato in modo da sbarrare tre corsie, lasciando libera per il traffico solo la prima: «Ho visto che è sceso dal camion per segnalare alle auto di spostarsi, e per piazzare il triangolo in mezzo alla strada. Poi è venuto ad aiutarmi». Sembrava che ci fosse poco da fare per la piccola Jihan: «Il camionista ha portato dell'acqua per lavarla dal sangue, e io ho provato a farle la respirazione bocca a bocca. Per fortuna in quel momento sono arrivati quei volontari».

Cioè i sette membri della Croce rossa di Lomazzo che stavano andando nel Mantovano per una gara di pronto soccorso e che, trovatisi di fronte l'incidente, sono subito intervenuti: «Uno di loro ha cominciato subito con il massaggio cardiaco, mentre io continuavo con la respirazione. In un paio di minuti mia figlia si è ripresa, ha cominciato a muoversi, e si anche messa piangere. Per me è stato un grandissimo sollievo, mi si è riaperto il cuore». Sono stati istanti infiniti ma che sono durati in tutto un quarto d’ora, il tempo perché sul posto arrivassero un'ambulanza del 118 e una pattuglia della Stradale di Seriate. I volontari di Lomazzo sono risaliti sul loro pulmino e il camionista, dopo un gesto di saluto, si è rimesso al volante ed è sparito nel traffico senza prima ancora che qualcuno fosse riuscito a capire come si chiamasse.

Da quel momento per Abdelhamid Haddach e la moglie sono cominciate lunghe ore di ansia e di paura, seduti in Terapia intensiva nell’attesa che Jihan riapra gli occhi e che i medici dicano loro che non c’è più pericolo per la sua giovane vita. Un pericolo non ancora scongiurato: «Abbiamo solo la speranza. Ma sappiamo che in questa storia siamo stati fortunati, tante persone prima in strada e poi qui in ospedale ci hanno dato il loro aiuto per salvare la nostra bambina. Voglio ringraziare tutti e vorrei stringere la mano anche a quel camionista, se mai si riuscirà a trovarlo. L'Italia è stata buona con noi».

2 settembre 2013 (modifica il 3 settembre 2013)

Alpnach, il paese che chiude le aree residenziali al passaggio degli immigrati

Corriere della sera

Nel borgo di montagna arrivano trenta richiedenti asilo e scatta la paura: telecamere per «tenere lontano lo straniero»

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ALPNACH - Quassù, dove il tempo scorre al ritmo di mucche e taglialegna, sono arrivati senza preavviso trenta immigrati in fuga dall'Africa, catapultati come marziani nel cuore freddo del pianeta Svizzera, tra laghi turchesi, prati di seta e monti eternamente innevati. Intercettati alla frontiera italiana, sono stati trasferiti dalle autorità svizzere nel nuovo centro per richiedenti asilo di Alpnach (Lucerna), villaggio incantato dove le giornate si ripetono uguali a se stesse. Tra i residenti la notizia ha creato scompiglio. Soprattutto per quelli che abitano a pochi metri dal campo, allestito da un giorno all'altro. C'è chi s’è infuriato col Comune, «colpevole» di aver avvertito gli abitanti a progetto già avviato, c'è chi ha manifestato preoccupazione per la sicurezza dei propri figli, c'è chi ha proposto di allestire il campo da un'altra parte. E c'è chi ha speso 5 mila euro per installare telecamere di videosorveglianza per proteggere la propria proprietà privata. Con tanto di cartello minatorio attaccato all’ingresso: «Area proibita», e teschio dipinto al seguito.

«GUAI A PARLARE DI RAZZISMO» - Fobia dell'ignoto, paura dell'altro. Così tambureggiante che le autorità locali hanno deciso di interdire il passaggio dei richiedenti asilo dalle aree residenziali in prossimità del campo. Sono state indicate «aree sensibili» dove i rifugiati non dovrebbero andare. Proibite anche alcune aree giochi, qualche parco e la zone delle scuole. A sorvegliare i sonni tranquilli dei residenti, una decina di agenti di sicurezza che perlustrano giorno e notte le strade limitrofe al centro profughi, sia a piedi che in macchina. Ma guai a parlare di razzismo. La gente del posto va su tutte le furie. Già esasperata dai giornalisti svizzeri che brulicano nel paese alla ricerca d'intolleranza gratuita, i residenti di Alpnach rispondono mal volentieri alle domande dei media, timorosi che le loro «legittime paure» possano essere male interpretate. Come la signora Steimen, che dice: «Non c'è niente di strano a nutrire qualche preoccupazione visto che in altri centri gli immigrati hanno compiuto reati».

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«FUORI LO STRANIERO» - Chi controlla meno facilmente le emozioni è il signor Ernest Huser. Appresa la notizia della realizzazione del centro, ha esposto un cartello scritto a mano dove si invita lo straniero a non oltrepassare i confini della sua proprietà. Stivali rurali e sguardo montanaro, Huser mostra senza nessuna vergogna le due imponenti telecamere montate in fretta e furia nei giorni scorsi per tutelarsi da «potenziali criminali». Gli fa eco Gregor Duss: «Ovvio che siamo preoccupati, ho una figlia che torna da sola a casa e questa strada è praticamente buia». Il sindaco di Alpnach, Kathrin Doenni, si limita a dire che «c'è qualcosa di sconosciuto che sta arrivando nel nostro villaggio» (alieni?), ma non rilascia interviste.

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ASSOCIAZIONI IN RIVOLTA - La surreale situazione ha sollevato le polemiche di numerose associazioni, Amnesty International e Human Rights Watch in testa, che hanno parlato di segregazione razziale stile apartheid. Al punto che le autorità comunali, in accordo con l'ufficio federale per l'immigrazione, hanno valutato un dietro front e l’ufficio federale sottolinea che adesso «c’è libertà di movimento per i migranti». I richiedenti asilo, quasi tutti provenienti dall’Africa, possono uscire dal centro dalle 9 alle 17. Molti quelli che sono transitati dall’Italia e hanno raggiunto la Svizzera per trovare lavoro. Amnesty denuncia situazioni preoccupanti anche in altri campi per richiedenti asilo. Come quello di Eigenthal, dove capita che le forze dell’ordine tengano a distanza debita residenti e immigrati, dove i figli dei profughi non possono frequentare le scuole pubbliche e dove le abitazioni dei richiedenti asilo sono circondate da cinture alte due metri per placare le ansie degli abitanti. Zone sensibili anche a Bermagarten e Nottwil, dove ai migranti si suggerisce di non andare in piscina, in biblioteca e al campo sportivo.

2 settembre 2013 (modifica il 3 settembre 2013)

Quelle contraddizioni su writer e Leoncavallo il commento 2

Carlo Maria Lomartire - Mar, 03/09/2013 - 07:06


Nei giorni scorsi a Palazzo Marino sono stati fatti due annunci relativi a due diverse vicende, tra i quali però si può vedere sia una contraddizione politica sia un collegamento di fatto. Le due vicende sono: l'annosa regolarizzazione del centro sociale Leoncavallo, grande supporter di Pisapia fin dalla campagna elettorale, anzi prima, fin dalle primarie che lo designarono candidato sindaco del centrosinistra. E la tardiva e velleitaria decisione di denunciare i writer, i forsennati imbrattatori di ogni facciata, muro, portone, saracinesca, cartello e di qualsiasi superficie disponibile in città.

La contraddizione politica - semplificando - sta nella constatazione che se la prima iniziativa è evidentemente «di sinistra», la seconda può essere considerata inutilmente «di destra». Inutilmente perché è noto che nessuno riuscirebbe a bloccare e identificare gli imbrattatori da denunciare, i quali, comunque della denuncia si farebbero un baffo, anche perché, com'è noto, molti di essi sono stranieri che trovano più comodo e gratificante venire a fare le loro porcherie qui da noi dove non si rischia niente.

Per quanto riguarda il prediletto Leoncavallo, in realtà più che di una questione legale si tratta di una faccenda immobiliare che si trascina da anni: un scambio di immobili con la famiglia Cabassi, proprietaria consenziente dell'attuale sede dello storico centro sociale in via Watteau, in modo da consentirgli di restarci. A spese del Comune, cioè nostre, naturalmente. Il fatto singolare è che un percorso del genere fu tentato anni fa anche dalla giunta Albertini, per iniziativa di uno dei suoi più brillanti assessori: Sergio Scalpelli.

Da parte del sindaco c'era la massima disponibilità (ma non a far pagare al Comune i costi dell'operazione) a patto che i rappresentanti del Leoncavallo sottoscrivessero una chiara e netta rinuncia di ogni forma di violenza e di illegalità. Richiesta tutt'altro che peregrina, dati certi precedenti e certi comportamenti dei centri sociali soprattutto in occasione di manifestazioni e cortei. Naturalmente i «leoncavallini» si rifiutarono di prendere quell'impegno con le solite acrobatiche e scontate argomentazioni ideologiche del tipo: «La violenza non è nostra ma delle istituzioni», «Firmiamo a patto che anche lo stato rinunci a ogni forma di repressione» e altre prevedibili sciocchezze del genere. Siccome Albertini è un testardo non se ne fece nulla.

Mi chiedo ora se anche Pisapia abbia ritenuto opportuno porre quella stessa ragionevole condizione ai suoi amici e supporter del «Leonka». Ma no, gli sarà sembrata superflua, se non una provocazione. D'altra parte per Carmela Rozza, quando era capogruppo del Pd a Palazzo Marino, il Leoncavallo «ha fatto un percorso di regolarizzazione, si è dato uno statuto…». Secondo lei tanto dovrebbe bastare.

E invece - ecco il collegamento con l'altro annuncio, quello «di destra» - Pisapia dovrebbe tenere presente che molti dei writer che lui vuole inutilmente denunciare trovano ospitalità, appoggi, coperture e comprensione nei diversi centri sociali della città. Potrebbe accadere, dunque, che un giorno le forze dell'ordine siano costrette a entrare nella sede del regolarizzato Leoncavallo per identificare o fermare un imbrattatore. Che succederà allora? Pisapia si associerà con chi denuncerà la «violenta e ingiustificata irruzione», la «insopportabile repressione poliziesca» eccetera? Irruzione, repressione della quale egli sarebbe, in un certo senso, il mandante.

L’Africa dice “ora basta” ai nostri rifiuti tecnologici

La Stampa

Videoregistratori, fax e batterie dei telefoni cellulari, ma anche frigoriferi e televisori: sono i nostri rifiuti elettronici, i cosiddetti e-waste, le cui discariche alla periferia di Nairobi e Accra hanno raggiunto dimensioni di aree urbane e che l’Africa non vuole più

alessia de luca


Cattura
Videoregistratori, fax e batterie dei telefoni cellulari, ma anche frigoriferi e televisori: sono i nostri rifiuti elettronici, i cosiddetti ‘e-waste’, le cui discariche alla periferia di Nairobi e Accra hanno raggiunto dimensioni di aree urbane e che l’Africa non vuole più. Lo hanno ribadito i firmatari della Convenzione di Bamako, riunitisi a fine giugno nella capitale del Mali per dire che il continente non vuole più essere la ‘pattumiera’ di sostanze tossiche e scarti elettronici provenienti, per la maggior parte, da Europa e Nord America. Adottata nel 1991 ed entrata in vigore nel 1998, la Convenzione è stata ratificata da 24 paesi africani che annunciano azioni rigorose per arginare il fenomeno del ‘Digital dump’, vietando l’importazione dei rifiuti elettronici e aumentando il controllo alle frontiere.

Secondo stime recenti, se lo smercio dei prodotti tecnologici nel mondo proseguirà ai ritmi attuali, la spazzatura elettronica passerà dalle 6 milioni di tonnellate attuali a 15 milioni entro il 2025. Un ammasso di immondizia in grado di raggiungere l’altezza di un edificio di 26 piani. In buona parte, questi rifiuti finiscono sul continente nero, come denunciato dal rapporto Unep (United Nations Environmental Programme), secondo cui nel 2009 circa 220.000 tonnellate di ‘e-waste’ provenienti dalla sola Europa sono arrivati, via nave, in Africa Occidentale.

In altri casi, componenti e apparecchiature guaste o obsolete per i mercati occidentali, arrivano nei porti della Nigeria o del Kenya sotto forma di donazioni. Peccato che, una volta consegnato, il materiale in questione si riveli al 70% inutilizzabile o, peggio, nocivo per la salute.“Tutto questo deve finire” è scritto nella dichiarazione siglata a Bamako, in cui i paesi africani si impegnano a integrare la legislazione esistente allo scopo di prevenire il traffico illegale di rifiuti pericolosi; di creare e adottare leggi che rendano i produttori di componenti e apparecchiature elettroniche legalmente responsabili del ritiro delle attrezzature; di prevenire l’importazione nel continente di attrezzature elettroniche usate o non funzionanti.

Per cercare di arginare il fenomeno, l’Unione Europea ha varato lo scorso anno una nuova Direttiva Weee (Waste Electrical and Electronic Equipment) secondo cui ciascun paese membro dovrà impegnarsi a riciclare 45 tonnellate di ‘e-waste’ per ogni 100 tonnellate di prodotti elettronici venduti entro il 2016. Una percentuale che aumenterà fino all’85% entro il 2019. Nell’approvare la nuova legislazione – che dovrà essere ratificata e introdotta nei rispettivi ordinamenti entro il 14 febbraio 2014 - il parlamento Europeo ha esteso la direttiva ai pannelli solari, lampade fluorescenti al mercurio e oggetti contenenti sostanze a significativo potenziale di riduzione dell’ozono.

Ma non basta. All’Europa, i paesi africani riuniti a Bamako hanno chiesto anche più impegno nel contrastare il reato di beaching: l’abbandono sulle coste africane di navi cariche di rifiuti. Un fenomeno in mano alle organizzazioni criminali e alimentato, ironia della sorte, dagli alti costi per lo smaltimento di sostanze tossiche, in linea con le norme europee per la tutela dell’ambiente. Il nostro.