mercoledì 4 settembre 2013

Amato, la Consulta ordina il rimborso: a fine mese pensione da 62mila euro

Libero

La Corte Costituzionale boccia il contributo di solidarietà. Tra i "fortunati" anche il Dottor Sottile: rimborso di 40mila euro

Continua la "vita dura" di Giuliano Amato. Il Dottor Sottile a fine mese, sotto l'ombrellone, si porterà a casa la bellezza di 62 mila euro. Un gruzzoletto che l'ex premier volente o nolente incasserà. A fare il "regalino" estivo è infatti la Corte Costituzionale che ha bocciato il contributo di solidarietà versato da chi percepisce una pensione superore ai 90 mila euro, le cosiddette pensioni d'oro.


CatturaColpa della Consulta - L'ex presidente del Consiglio aveva dichiarato di devolvere mensilmente circa 9 mila euro del suo vitaliazio parlamentare per il fondo di solidarietà. Ma la Consulta pochi giorni fa ha dichiarato incostituzionale il contributo di solidarietà sulle pensioni d'oro varato dal governo Berlusconi nel 2011. Così per l'ex socialista a fine mese ci sarà un mega rimborso di 40 mila euro ai quali vanno sommati i 22 mila che Amato già percepisce di pensione. Amato infatti rientra a pieno titolo nel piano rimborsi che l'Inps ha avviato dopo la decisione della Corte Costituzionale. Un provvedimento quello della Consulta che costringerà l'istituto previdenziale ad un rimborso totale di 40 milioni di euro. Secondo la comunicazione Inps, la variazione dell'importo della pensione e la restituzione delle trattenute "avviene in occasione dei pagamenti di pensione di luglio e agosto".  

Maxi rimborso -  Questa volta, va detto, la maxi busta paga è "forzata" e non voluta. Ma tant'è. A fine mese arriveranno comunque i soldi. Ed è lui stesso ad ammettere che forse le sue tasche sono fin troppo piene: "E' una pensione alta, lo so, che sta tuttavia sotto il tetto stabilito dal governo Monti per i trattamenti pubblici ed è peraltro inferiore a quella che riscuotono giudici costituzionali, alti magistrati ed altri funzionari, specie se andati in pensione dopo di me", aveva detto poco tempo fa. E aveva aggiunto: "Tanti di voi si troveranno con una pensione miserabile, con cui non potranno vivere e si troveranno a dormire in auto". Vero, ma il problema non riguarda lui.

 (I.S)






Consulta, Amato in corsa per un posto

Libero


Il "Dottor Sottile" è in pole position per una poltrona in Corte Costituzionale. Il presidente Gallo lascia il 16 settembre da presidente emerito dopo solo 9 mesi. Un trucco per avere la pensione più alta

04/09/2013


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Giuliano Amato, politicamente, non muore mai. Il suo nome è sempre in pole posotion per ogni tipo di carica istituzionale. Ora il "Dottor Sottile" è pronto per per la Corte Costituzionale. Il suo nome a quanto pare è tra quelli che girano per la successione dell'attuale presidente Franco Gallo. Eletto lo scorso Gennaio, Gallo resterà in carica fino al 16 settembre, poi toccherà trovare un sostituto. Ed ecco che arriva Giuliano Amato. Il bottino è ghiotto. Per l'"amaro Giuliano" sarebbe la terza pensione su cui mettere le mani. Una volta eletto presidente della Consulta, dopo esserne diventato membro, potrebbe andare in pensione, come nel caso di Gallo, con una trattamento previdenziale da "presidente emerito". La busta paga è pesante. I giudici della Consulta da tempo usano un tournover alla velocità della luce per assicurare a tutti la carica da presidente emerito. Quella poltrona vale oro.

Nonostante la Costituzione preveda che l'elezione del presdente debba essere ogni 3 anni, la Consulta di fatto fa di testa propria. Ecco cosa prevede la Carta: "La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice". Dunque secondo Costituzione il presidente dovrebbe cambiare ogni 3 anni, o quanto meno rieletto anche per un secondo mandato dopo 36 mesi. Le cose invece vanno in maniera completamente diversa. La poltrona da presidente con relativa pensione fa gola a tanti e allora bisogna accontentare tutti. Così dagli Anni Ottanta la norma è stata aggirata per un tornaconto personale.

Autoblu e indennità - Per consentire al maggior numero di membri di andare in pensione col titolo da presidente emerito, e fino al 2011 con tanto di auto blu a vita, si è deciso che il prescelto debba essere quello con il maggior numero di anni di servzio. Il principio di anzianità. Questo passaggio di consegne oltre a garantire una pensione più sostanziosa rispetto a quella di un semplice giudice costituzionale, offre anche un'indennità aggiuntiva in busta paga: "I giudici della Corte costituzionale hanno tutti ugualmente una retribuzione corrispondente al complessivo trattamento economico che viene percepito dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni.

Al Presidente è inoltre attribuita una indennità di rappresentanza pari ad un quinto della retribuzione", recita la legge 87/1953. Successivamente, il legislatore è intervenuto con legge 27 dicembre 2002, n. 289, sostituendo il primo periodo dell'originario art. 12, comma 1, della legge 87/1953 nei seguenti termini: "I giudici della Corte costituzionale hanno tutti egualmente una retribuzione corrispondente al più elevato livello tabellare che sia stato raggiunto dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni, aumentato della metà". Resta ferma l'attribuzione dell'indennità di rappresentanza per il Presidente. Quella era intoccabile.

Presidenti solo per 3 mesi - Così ad esempio accade che Giovanni Maria Flick è stato presidente per soli 3 mesi, dal 14 novembre 2008 al 18 febbraio 2009. Flick si difese dicendo che quella "era ormai una prassi consolidata". Già, consolidata in barba alla Carta Costituzionale che loro per primi dovrebbero rispettare. Gustavo Zagerblesky ad esempio è stato presidente per soli 7 mesi. Poi è stato il turno di Valerio Onida, presidente per 4 mesi dal 22 settembre 2004 al 30 maggio 2005. Ugo De Servio invece ha tenuto la poltrona dal 10 dicembre 2010 al 29 aprile 2011, 4 mesi anche per lui. Recordman invece Alfonso Quaranta che è stato in carica per un anno e sette mesi, dal 6 giugno 2011 al 27 gennaio 2012. Ora è il turno di Gallo che è rimasto in carica solo 9 mesi. Amato sarà ben lieto di prendere il suo posto. Quei 31 mila euro di pensione che percepisce mensilmente sono davvero pochi in tempo di crisi.

 (I.S.)

Il Pd contro i suoi dipendenti, licenziato dal Nazareno fa ricorso ma il partito non lo "reintegra"

Libero

Carmine De Guido dirigente dem a Taranto è stato fatto fuori con una telefonata da Roma. Il giudice però ha condannato i democratici a riassumerlo. Ma a Roma ignorano la sentenza


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Coerenza democratica. Il Pd e il suo segretario, Guglielmo Epifani, storico leader dell Cgil, si schierano dalla parte dei lavoratori a giorni alterni. Anche al Nazareno a quanto pare nei giorni dispari indossano i panni del "padrone". Lo sa bene Carmine De Guido, funzionario politico assunto con un contratto a tempo indeterminato, è stato licenziato per telefono dal Pd senza nessuna spiegazione. Come racconta il Corriere del Mezzogiorno, De Guido dopo un anno di attese, pacche sulle spalle, rassicurazioni e false speranze ha portato il suo caso al Tribunale del Lavoro. E il giudice gli ha dato ragione, condannando il Pd a reintegrarlo e risarcirlo delle mensilità mancanti. Peccato che al Nazareno abbiano ignorato la sentenza.

Senza lavoro e senza stipendio -
  De Guido non è stato ancora reintegrato e non ha percepito le mensilità pregresse. Il calvario di De Guido comincia nel febbraio del 2012. A licenziarlo è addirittura Ugo Sposetti della direzione nazionale che gli telefona gli annuncia che "è stato fatto fuori". De Guido non riesce a darsi una spiegazione e prova a chiedere aiuto a Stefano Fassina.  Ottiene qualche rassicurazione, gli dicono che una soluzione sarà trovata e gli consigliano di continuare a svolgere la propria attività. De Guido, quindi, ogni giorno si presenta nella sede di via Capotagliata e lo fa per oltre sei mesi. Ma sul conto corrente lo stipendio non viene più accreditato, così come nessuna novità giunge da Roma. Formalmente De Guido resta licenziato e in più non percepisce più la busta paga.

Ignorata la sentenza -  Nel dicembre del 2012 il dipendente decide di andare in tribunale. La decisione del giudice è arrivata lo scorso 4 luglio: ordina che il lavoratore venga reintegrato nel suo posto di lavoro. Ma a due mesi di distanza dall’ordinanza e ulteriori rassicurazioni, De Guido non ha ancora potuto riprendere posto nel suo ufficio ed è attualmente disoccupato. Al Nazareno continuano ad ignorare la sentenza e i legali di De Guido annunciano un ricorso alla Corte dei Conti. Eppure il segretario Guglielmo Epifani, sul caso reintegro degli operai Fiat di Melfi aveva detto: "Marchionne non può fare così. Non si gioca con la vita delle persone". A Melfi non si può, a Taranto e al Nazareno sì.

 (I.S.)



Pd, in cassa integrazione 8 dipendenti

Epifani sfila a Roma con la Camusso per difendere i lavoratori, poi li mette alla porta: manca il finanziamento pubblico. I primi silurati in Sicili

 

Libero
28/06/2013


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Il Pd ha due facce. Una è quella del segretario Guglielmo Epifani che sabato scorso ha sfilato a Roma insieme alla Cgil per difendere i lavoratori, l'altra è quella del partito che licenzia e mette in cassa integrazione i suoi dipendenti. Dopo il taglio del finanziamento pubblico ai partiti, in largo del Nazareno è scoppiato il panico. La linea è tagliare il più possibile sui dipendenti. Una macelleria sociale per chi lavora nel partito che è dura da digerire. Così dopo le vane promesse di Epifani su uno stop al piano esuberi, ecco che, puntuali, arrivano i primi tagli. Si comincia dalla Sicilia. Dal primo luglio 8 dipendenti del partito entreranno in cassa integrazione al 50%. Uno schiaffo che i dipendenti non hanno mandato giù e hanno scritto una feroce lettera al segretario: "La decisione è stata un gesto di imperio del tesoriere. Non può finire così".

A rischio tutto il personale -  Ma da Roma fanno spallucce. Con la cig per i dipendenti siciliani diventano realtà le parole del tesoriere nazionale Antonio Misiani che qualche mese fa aveva annunciato: "La situazione non è drammatica ma certo con la nuova legge sul finanziamento ai partiti in discussione non c'è alcuna garanzia di evitare una riduzione delle entrate. E quindi sarà inevitabile un ridimensionamento dei costi strutturali e anche di costi del personale". E così a rimetterci saranno quegli impiegati che nel partito guadagnano pochissimo rispetto ai dirigenti che bivaccano in largo del Nazareno. Quelli ovviamente non saranno toccati. Il dossier Renzi sui costi del Pd è stato insabbiato per bene. Ma nel silenzio generale in tanti temono per il posto di lavoro. Negato da quella sinistra che va in piazza con sindacalisti e sindacati.


(I.S)

Forniture russe, tecnologia Ue Così è nato l’arsenale chimico

La Stampa

Dopo la disfatta del 1973, Damasco decide di bilanciare la superiorità di Israele con i gas. La aiutano Mosca e Pechino, ma anche Germania e Gran Bretagna fino a pochi mesi fa

maurizio molinari
Inviato a stoccolma


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Ingenti forniture da Mosca, acquisti dall’Europa all’Asia e almeno una parte delle armi chimiche di Saddam: sono le tre origini dell’arsenale di gas della Siria che, da almeno 15 anni, ha raggiunto la capacità produrle. Damasco firma il Protocollo di Ginevra del 1925 contro le armi chimiche nel 1968, due anni dopo il golpe che porta al potere il gruppo di generali che include Hafez Assad, ma alla vigilia della guerra del Kippur del 1973 l’Egitto fa arrivare le prime forniture di gas mostarda e sarin. Quando i carri israeliani arrivano a 41 km da Damasco le forze siriane non sono ancora addestrate a lanciare i gas ma dopo l’armistizio Assad decide - secondo un rapporto della Nuclear Threat Initiative del Centro di nonproliferazione dell’Istituto di Montenerey in California - di rivolgersi a Mosca, puntando sulle armi chimiche per bilanciare la superiorità militare di Gerusalemme. 

Il National Intelligence Estimate redatto dai servizi Usa il 15 settembre 1983 riassume così quanto avvenuto nei dieci anni precedenti: «La Siria ha ricevuto grandi quantitativi di armi chimiche e biologiche sovietiche» e in particolare «Urss e Cecoslovacchia hanno consegnato agenti chimici, sistemi di lancio e garantito istruttori». Sono questi gas che, secondo Amnesty International, Assad usa nel febbraio 1982 per reprimere la rivolta di Hama. Nel giugno seguente Assad subisce un nuovo smacco da parte di Israele: l’intera aviazione viene annientata durante l’operazione «Pace in Galilea» in Libano e «per reazione decide di produrre in proprio i gas», scrive l’analista Zuhair Diab sulla «Non proliferation Review» nel 1997. 

Questo è il motivo per cui dalla metà degli anni Ottanta iniziano gli acquisti in Europa e Asia di materiali e sostanze necessarie a realizzarli: nel 1983 arrivano dalla Germania ampolle resistenti alle corrosioni e equipaggiamenti da laboratorio, nel 1989 Pechino recapita 11 mila maschere antigas e il 9 febbraio di quell’anno il direttore della Cia William Webster ammette al Congresso che Assad è «sta ammassando munizioni chimiche, non solo acquistate ma prodotte». I centri di stoccaggio sono a Khan Abu Shamat e Furqlus mentre lo sviluppo avviene nel Centro di studi e ricerche scientifiche di Damasco. Nel 1985 Washington convince l’Australia Group - oltre 40 nazioni - a bloccare la vendita a Damasco di sostanze farmaceutiche capaci di essere usate anche a fini militari ma gli esiti sono scarsi.

Nel maggio 1992 Assad acquista dall’India 45 tonnellate di precursori per gas nervino e il mese seguente un cargo tedesco viene bloccato a Cipro con una seconda spedizione da parte della «United Phosphourus Limited» indiana, la cui difesa è che si tratta di «sostanze per la produzione di pesticidi». Assad non esita a corrompere alti funzionari e imprenditori: il generale russo Anatoly Kuntsevich, ex capo della Commissione sulle armi chimiche di Mosca, nel 1995 viene processato per vendita illegale a Damasco di 815 kg di sostanze proibite, e nel 1996 è l’industriale tedesco Hans-Johachim Rose, direttore di Rose GmbH, ad essere incriminato per export illegale. Nel 1996 consegne di «materiale per fabbricare armi chimiche» vengono bloccate a Cipro, provenienti da Russia e Cuba.

Stati Uniti e Israele si convincono che Assad acquista da Mosca le armi più avanzate e al tempo stesso accelera la produzione di quelle più rudimentali. Nel giugno 2002 due cargo dell’aviazione irachena trasportano a Damasco armamenti chimici di Saddam. George Sada, ex vicecapo dell’aviazione di Baghdad, lo racconta al «New York Sun» del 2006: «Adattammo due aerei di linea per trasportare centinaia di tonnellate di sostanze chimiche». Nel dicembre 2002 l’allora premier israeliano Ariel Sharon in un’intervista tv avverte Washington che «gran parte delle armi chimiche di Saddam si trova in Siria». A confermarlo è David Kay, ex capo degli ispettori Onu in Iraq, che nel 2004 dichiara a «The Telegraph»:

«Dagli interrogatori di ex funzionari iracheni sappiamo che una parte del materiale proibito è stato trasferito in Siria prima della guerra, cosa ne sia avvenuto deve essere ancora determinato». Ciò significa che è finita a Damasco almeno una parte dell’arsenale di gas di Saddam, che li usò a Halabja nel 1988 per sterminare 5000 curdi. Lo shopping europeo di Damasco, dove Bashar succede al padre Hafez, si svolge anche in Gran Bretagna dove, fra il 2000 e 2001, acquista precursori chimici e, secondo «The Independent» continua fino al gennaio 2012 quando - a guerra civile iniziata - un’azienda britannica viene autorizzata a vendere ai siriani sostanze «dual use» - possibili da usare a fini militari - per sei mesi. 

Secondo uno studio di «Globalsecurity» «gran parte della tecnologia per la produzione di gas è stata acquistata con transazioni in Olanda, Svizzera, Francia, Austria e Germania». «L’esistenza dell’arsenale chimico siriano - riassume Amy Smithson, del James Martin Centre per la Non-proliferazione di Washington - si deve in gran parte agli aiuti ricevuti dall’esterno anche se ora è in grado di produrre i gas da solo». A soffermarsi sulla continuità delle forniture russe dopo la fine dell’Urss è il rapporto del Congressional Research Service del 2012 che cita gli esperti Mary Beth Nitikin, Andrew Feickert e Paul Kerr: «Mosca ha fornito per decenni istruttori, agenti chimici e vettori a Damasco». Ciò spiega perché, secondo l’ex ispettore Kay è «di uno degli arsenali più avanzati del mondo».

A Milano Mohamed scalza Giuseppe L’imprenditore “tipo” ora è straniero

La Stampa

Il nome più diffuso tra le piccole e medie imprese non è più italiano.Tra i cognomi dominano i Rossi



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È Mohamed l’imprenditore “tipo” milanese, non più Giuseppe. Per la prima volta nella città meneghina un nome straniero è il più diffuso tra le piccole imprese, scalzando l’italiano dal primo posto del podio. È quanto emerge da un’elaborazione del Lab MiM della Camera di Commercio di Milano sul Registro imprese, relativa alle ditte individuali nate nel 2012 e ancora in attività a febbraio 2013.

Complessivamente sono 34.278 le imprese straniere a Milano, più diffuse rispetto al resto del Paese e della Lombardia. Oltre ad aver segnato una crescita annua del 7,4%, le pmi milanesi rappresentano il 12% delle attive (+0,8%) contro l’8,4% nazionale e il 9,9% regionale. Mohamed è il nome di titolare che appare con maggiore frequenza: quasi 1.600 imprese (+275 in un anno), mentre Giuseppe scende al secondo posto (1.383 imprese, -55) nella classifica dei nomi più «imprenditoriali» a Milano. Marco guadagna il terzo gradino del podio (1.131 imprese, +10) seguito da Maria, l’unico nome di donna presente tra i primi 15, con 1.095 imprese, di cui circa una su dieci è straniera. Per la prima volta compare anche Ahmed (615 imprese, +91) e crescono le ditte guidate da Luca (+33), Andrea (+18), Silvia (+15) e Cristina (+11).

In calo invece Roberto (-43 imprese), Antonio (-35) e Anna (-20). Tra i cognomi italiani più diffusi c’è la riscossa dei Brambilla, che segnano la crescita più forte (+7 posizioni e +8 imprese) tornando al sesto posto della classifica, guidata ancora dai Rossi con 152 imprese. Bene anche i Russo, secondo cognome più diffuso, mentre scendono i Colombo.

Secondo la Camera di Commercio, le imprese straniere (ovvero imprese con partecipazione di controllo e di proprietà detenuta in misura superiore al 50% da persone non nate in Italia), durano mediamente di più rispetto a quelle con titolare italiano: quasi 9 mesi, un dato che raddoppia tra i marocchini, egiziani ed ecuadoregni. A livello settoriale, operano prevalentemente nei servizi (37,5%), soprattutto ristorazione, mentre un terzo lavora nel settore manifatturiero, seguito dal commercio e dalle costruzioni. Complessivamente occupano quasi 74 mila addetti pari al 4% del totale degli occupati a Milano.

Navi, missili, soldati e falsi bersagli Usa e Siria si preparano allo scontro

Corriere della sera

Nel Mediterraneo Orientale si sta ammassando un'armata pronta alla battaglia

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Assad avrà chiesto consigli ai vecchi ufficiali di Gheddafi, ai serbi che hanno servito con Milosevic, agli ufficiali nordcoreani che collaborano con il suo esercito e, infine, ai russi che lo assistono. Poi avrà riesaminato le incursioni dell'aviazione israeliana contro le installazioni militari siriane. Almeno quattro. Quindi ha impartito gli ordini nella speranza di proteggere una parte del materiale che potrebbe essere colpito da un attacco statunitense.

Da giorni le segnalazioni degli oppositori e di normali cittadini raccontano di movimenti delle unità siriane. Una manovra per «disperdere» i pezzi più importanti. I primi ad essere spostati i numerosi missili terra-terra Scud. Indispensabili per una possibile rappresaglia contro Israele e spesso usati per distruggere interi quartieri. Di solito sono sul Qalamoun, la montagna fortezza che ospita molte installazioni, ora sarebbero nella zona di Homs e Latakia. Si sono trasferiti a Nord anche reparti della 155esima brigata, sospettata di essere coinvolta negli attacchi chimici. Ancora gli attivisti a Damasco hanno «marcato» convogli diretti a Deraa (sud) e Dumayr (sud est). Evacuate parzialmente posizioni nell'aeroporto internazionale nella capitale e i comandi.

Imitando quanto fatto da altri eserciti, quello siriano ha cercato di mimetizzare i nuovi posizionamenti. Con un parco veicoli decrepito, il regime ha usato camion civili requisiti. Sono più moderni, possono essere confusi con mezzi comuni. Missili e altro materiale sarebbero stati nascosti in capannoni industriali mentre i soldati hanno occupato palazzi abbandonati. Si è sparsa la voce - inverificabile - che la polizia abbia trasferito dei prigionieri politici nei siti a rischio. In caso di attacco non faranno da scudi umani, bensì da «vittime dell'aggressione». Le contromisure di Assad, per alcuni osservatori, potrebbero funzionare costringendo il Pentagono a riprogrammare continuamente la lista dei bersagli dei missili cruise Tomahawk che ricevono via satellite le coordinate dei bersagli. E si ricorda come in occasione della guerra per il Kosovo i serbi fossero riusciti ad ingannare, almeno inizialmente, l'aviazione americana con falsi bersagli.

Non la pensano così altri esperti. Gli Usa vedono quello che accade sul terreno. Inutile speculare. Lo diranno i fatti. I satelliti spia, intanto, sorvegliano il dispositivo siriano in coppia con gli U-2, considerati sempre molto efficaci nell'attività di ricognizione. Poi i droni in partenza dalle basi turche e da Sigonella. Insomma mille occhi, uniti alle informazioni che possono arrivare da nuclei di ribelli addestrati dalla Cia: il primo contingente di 50 uomini - ha rivelato Obama ai congressisti - è entrato da poco in azione. In realtà gli insorti «buoni», preparati dall'intelligence occidentale, sono al lavoro da ben prima.

Per il resto dipenderà anche da quali target ha in mente il Pentagono. La lista di 50 obiettivi indicata pochi giorni fa potrebbe essere stata cambiata. Il presidente ha parlato ieri di un'azione limitata che «diminuisca» la capacità militare della Siria. Linee guida che possono tradursi in un arco di opzioni per distruggere basi aeree, depositi, reparti di Scud, comandi, sistemi missilistici. Una bastonata che provochi magari il collasso di alcune posizioni chiave. Ve ne sono un paio nella regione di Aleppo, altre attorno alla capitale. Sarebbero risparmiate quelle installazioni che ospitano le scorte di armi chimiche. Secondo fonti citate dalla stampa americana il Pentagono teme che si sprigionino nubi tossiche che coinvolgano i civili. Dichiarazioni che possono essere veritiere o invece rappresentare della pretattica.

Tutto questo può bastare a soddisfare le richieste della Casa Bianca? A Washington - e non solo - abbondano gli scettici. Due giorni di raid, osservano, cambiano poco. Servirebbe una campagna prolungata. Ma il presidente, insieme a gran parte degli americani, non la vuole. Resistenze irrobustite da un dato economico convincente. Il capo di Stato Maggiore Dempsey, mai entusiasta quando sente parlare di Siria, ha rivelato che ogni giorno di guerra può costare un miliardo di dollari. Conti a parte, il Pentagono ha mantenuto un dispositivo flessibile. In Mediterraneo ci sono le navi Stout , Gravely , Ramage e Barry , dotate di missili da crociera. Ordine di rientro ieri per una quinta, il Mahan , fino a pochi giorni fa nello scacchiere. Sempre in zona la nave da sbarco San Antonio con a bordo 300 marines e due sottomarini.

Nel Mar Rosso incrocia la portaerei Nimitz , anche se ufficialmente rappresenta una riserva e non sarebbe prevista la partecipazione al raid. I velivoli U-2 a Cipro, insieme a quelli delle forze speciali (MC 130 e Osprey), in grado di intervenire per salvare piloti caduti «dietro le linee». Quote di caccia e aerei per la guerra elettronica a Incirlik (Turchia), una formazione di F-16 in Giordania. Dagli Usa possono arrivare, dopo una complessa operazione di rifornimento in volo, i bombardieri B-2 o B-52. I loro artigli sono rappresentati da armi lanciabili rimanendo fuori dallo spazio aereo siriano. A chiudere i francesi, con una fregata, un sottomarino più i caccia nel Golfo. Parigi è al fianco degli Usa, insieme a Arabia Saudita, Emirati e Turchia.

La «flottiglia» è seguita come un'ombra dalle navi russe, si parla di una dozzina. A ore si aggiungerà anche la Priazovye , unità-spia piena di antenne d'ascolto che può interagire con il personale presente in alcune basi siriane. Le orecchie del Cremlino in una fase pericolosa. L'episodio del test missilistico israeliano scoperto da una «stazione» russa ne è la prova. Sono in guardia i guerriglieri che operano sui due fronti. L'Hezbollah libanese, alleato di Assad, ha messo i suoi uomini in stato d'allerta. Uno scenario considerato è che possa sparare razzi contro Israele non dal Libano bensì dal settore siriano di Homs, dove dispone di molti combattenti. Hanno sgomberato alcune delle loro basi a Aleppo i ribelli qaedisti di al Nusra. Sospettano che gli Usa approfittino del blitz per colpirli. Negli Usa più di uno stratega ha consigliato che sarebbe opportuno contrastarli. In chiave futura incutono più timori di Bashar Assad.

4 settembre 2013 | 8:26

La Dodge Charger 1970, nessuna è meglio di lei. Da fare a pezzi...

Massimo M. Veronese - Mar, 03/09/2013 - 16:59

Si sono innamorati tutti di lei in Fast and Furious, ma poche sono sopravvissute al film. Piacevano la Mitsubishi Eclypse, la Mazda rossa, la Toyota Supra, nessuna però l'ha superata in popolarità


Trovarla non è facile perchè non è sola e perché, soprattutto, è ridotta a pezzi. Le auto superdecorate, supermodificate e spettacolari di «Fast and Furious» che hanno preso il cuore sono molte: la Mitsubishi Eclipse verde, la Mazda RX-7 rossa, la Toyota Supra arancione Ma nessuna è più amata della Dodge Charge nera del 1970.

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Per fare il film sono state usate 400 auto. Molte sono finite dallo sfasciacarrozze. «Fast and the Furious» catapulta lo spettatore nel mondo rumoroso e ultraveloce delle corse illegali di auto, una pellicola che negli Usa solo nei primi tre giorni incassò più dei 38 milioni di dollari spesi dalla Universal per produrlo. Un successo che prese di sorpresa tutti.

La Dodge Charger del 1970 andata distrutta nello spettacolare incidente che aveva chiuso il primo episodio della saga «non solo è una macchina bellissima - spiegò lo sceneggiatore Chris Morgan - ma incarna lo spirito di Dom» l'antieroe per eccellenza che passa le giornate a trasformare innocue automobili in potentissime macchine da corsa sulle quali la notte si lancia in gare agghiaccianti nelle strade deserte di Los Angeles. L'hanno definita «la macchina ideale per essere distrutta da Hollywood» per questo trovarne, anche per fare i film, è diventata negli anni un'impresa, per questo il suo valore è vertiginosamente aumentato.

Una sfida per il team di meccanici ingaggiati per i sequel di «Fast an furious», visto che nessuna delle vetture originali utilizzate nel primo film è sopravvissuta, tranne quelle in bella mostra negli studi degli Universal Studios. Per poter dar seguito alla saga cominciò così una frenetica ricerca per tutta l'America per poter radunare sette Dodge Charger, imitazioni e cloni ricostruiti per la bisogna comprese, almeno per la seconda puntata della saga.
Il pubblico voleva la propria beniamina di nuovo in pista. E per trovarla bisognava correre...

Si possono smascherare i bugiardi?

La Stampa

A tutti noi piacerebbe sapere se qualcuno ci sta raccontando una bugia, anche se piccola e "innocente"... Ma esiste davvero un metodo per saper riconoscere se qualcuno mente?


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Da qualche anno la psicologia studia le strategie "attive" per poter riconsocere chi dice il falso.  Recentemente è stato pubblicato uno studio (Psicologia Contemporanea n. 236 del 2013) che mi ha molto incuriosita, anche perchè sempre più spesso intervengono esperti a commentare i fatti di cronaca per cercare di smascherare il colpevole. Cerchiamo di capire meglio in che modo la psicologia può essere utile a comprendere questi comportamenti. Riuscire a smascherare chi dice il falso potrebbe davvero essere possibile? Tre psicologi americani, Aldert Vrij, Par Anders Granhag e Steven Porter (2010) rispondono di sì dopo aver condotto un'approfondita ricerca sull'argomento. Tuttavia riuscire a smascherare un impostore potrebbe non essere un'impresa non così semplice.

La prima difficoltà, secondo i ricercatori, è la voglia di smascherare un bugiardo: ci sono ad esempio donne che hanno davvero voglia di credere che il proprio marito sia via per un viaggio di lavoro, da ignorare completamente tutti gli indizi dell'inganno. Oppure, e questo accade ai poliziotti o a chi indaga, è possibile -come fanno i delinquenti- che chi mente si stia mantenendo il più possibile vicino alla realtà e stia mentendo solo su un piccolo lasso temporale di venti minuti: questo farebbe cadere in errore anche la macchina della verità!

Ma soprattutto esistono abili mentitori. Gli Autori della ricerca hanno messo a fuoco un ritratto del mentitore abile:

  1. hanno un modo di comportarsi che ispira fiducia
  2. non hanno difficoltà a dire bugie per chè hanno immaginazione, ecc...
  3. non hanno paura, nè sensi di colpa, nè eccitazione quando mentono
  4. sono dei bravi attori
  5. hanno fascino
  6. sono dei bravi "psicologi", nel senso che avvertono cosa il loro interlocutore vorrebbe sentirsi dire e che cosa sarebbe per lui convincente

LA TRAPPOLA DEL LINGUAGGIO DEL CORPO

Una meta-analisi (De Paulo et al., 2003) ha dimostrato quanto sia reale il rischio di andare a caccia della verità, seguendo indizi che possono non essere quelli giusti e che rischiano di portare a conclusioni sbagliate. Su 158 potenziali "indizi di menzogna" studiati all'interno di un corpus di ricerca, 118 (ovvero il 75%) hanno rivelato di non avere alcun rapporto di dichiarazioni di falso. Tra questi indizi il primo è il linguaggio del corpo, sebbene siamo un po' tutti propensi a pensare che il linguaggio del corpo possa aiutarci a smascherare il bugiardo.

Nel 2006 lo psicologo americano Charles Bond ha iniziato un'ampia indagine che ha coinvolto 58 paesi (Bond e De Paulo 2006). In ognuno di questi, Bond ha reclutato lo stesso numero di adulti di entrambi i sessi (20 uomini e 20 donne), ai quali è stata rivolta la stessa domanda: "Da quale indizio potete accorgervi che qualcuno vi sta dicendo una bugia?" Il 64% degli interrogati ha risposto: "Dal fatto che questa persona non mi sta guardando in faccia". Poi sono stati citati altri comportamenti tipici: "Si passa la mano tra i capelli" ecc...

Sebbene siano le valutazioni della gente comune, anche in un manuale di preparazione di poliziotti americani all'identificazione dei mentitori contiene gli stessi indizi (Inbau, 1962). A torto sostengono i ricercatori di questo studio, che citano una ricerca (Mann et al., 2004) in cui dei poliziotti dovevano riconoscere, attraverso alcune videointerviste effettuate a persone sospette, chi fossero coloro che mentivano: più i poliziotti tenevano conto degli indizi del manuale, più sbagliavano! Le domande dei tre ricercatori sono allora: perchè anche il linguaggio del corpo può ingannare? E da dove proviene la fiducia che di solito riserviamo?

Si è portati a credere che distogliere lo sguardo, agitarsi, siano segni di nervosismo, ma si può dire la verità ed essere nervosi per temperamento, o a causa delle circostanze. Inoltre numerosi studi hanno messo in evidenza l'aspetto culturale del linguaggio del corpo: negli USA le persone di colore tendono ad evitare lo sguardo molto più di quanto non facciano i bainchi; in Giappone guardare in faccia qualcuno è considerato da maleducati. Evitare lo sguardo è quindi un indizio poco affidabile per giudicare la sincerità o meno di una persona. Allora, se questi indizi sono così probatori, perchè crederci? La ragione principale potrebbe essere di natura etica: mentire è un male, una cosa sbagliata e quando ci vergognamo, abbassiamo lo sguardo. Se crediamo ad uno stereotipo, tenderemo a considerare solo gli indizi che lo confermano.

LE STRATEGIE ATTIVE

Aldert Vrij, Par Anders Granhag e Steven Porter suggeriscono a coloro che vogliono smascherare i bugiardi le cosiddette strategie attive e di abbandonare invece la lettura del linguaggio del corpo. Le strategie attive consistono nell'interrogare un soggetto in modo tale da farlo cadere in contraddizione. L'ipotesi che sta dietro questa idea è che mentire richiede un carico di cognitivo decisamente pesante, molto di più che dire la verità. Chi mente infatti deve ricordare e avere ben presente cosa ha detto prima, come hanno reagito gli altri, ecc..

Se quindi, interloquendo, si riesce ad aumentare il carico cognitivo ed emotivo del sospettato, la persona che mente rischia di trovarsi in difficoltà e di crollare.

Negli ultimi anni il ricorso a queste strategie attive si è molto diffuso. Gli autori ci forniscono molti esempi. Ad esempio negli interrogatori, anzichè mettere subito il sospettato in una poszione difensiva con affermazioni quali "Lei sta mentendo", è possibile invitare semplicemente l'interlocutore, dopo ogni risposta, a fornire ulteriori precisazioni. Egli sarà così condotto a fornire maggiori dettagli, cosa che aumenta la probabilità di cadere in contraddizione se sta mentendo.

Un'altra strategia attiva per rilevare le menzogne consiste nel porre al sospettato domande inattese. Chi ha intenzione di mentire è preparato e risponderà a queste domande con disinvoltura, esattamente come chi sta dicendo la verità. Se proviamo a pensare alla struttura dei racconti "preparati" sono sempre molto strutturati: "...ho fatto questo, dopo quello e dopo ancora quell'altro...."
I racconti veri invece hanno una trama diversa: "Ho fatto questo... ah, mi sono dimenticato di dire anche che...". Quindi se rivolgiamo all'interlocutore delle domande inattese, sia che ripetano le stesse domande sotto altre forme o che si chieda una risposta in forme diverse (es descrivere una stanza e poi disegnarla), chi mente avrà più difficoltà a sviluppare un discorso coerente perchè deve inventare ciò che via via dice e poi ricordarselo.

Un'altra tecnica per usare la strategia attiva consiste nell'uso strategico della prova. Se ad esempio qualcuno dimentica una borsa in una sala e quando torna a riprenderla non vi trova più all'interno il denaro che vi era contenuto, e sporgerà denuncia, per i poliziotti non sarà sufficiente solo prendere le impronte di tutti coloro che si trovavano nella sala, dal momento che tutti sono sospettati.
Infatti qualcuno avrebbe potuto toccare la borsa solo per spostarla. La strategia attiva consiste nel domandare ai sospettati se hanno mai toccato quella borsa. Colui che è innocente non penserà di mentire su tale aspetto, mentre chi è il colpevole avrà interesse a mentire, non sapendo che è possibile rilevare le impronte sulla borsa. E se il poliziotto mostrerà l'impronta, sarà dura difendersi, dopo aver mentito...

l'ultimo tipo di tecnica attiva consiste nell'aumentare il carico cognitivo delle persone interrogate, chiedendo ad esempio di raccontare il fatto all'inverso, ad es. dalla fine all'inizio o di guardare negli occhi chi pone le domande. Sono due condizioni che richiedono ancora difficoltà e chi mente è in difficoltà perchè il fatto stesso di mentire è una fatica.

Studio apparso su "Psicologia Contemporanea" n. 236 del 2013

La relazione finisce, la convivenza no: nessun diritto al gratuito patrocinio

La Stampa

Il rapporto di convivenza è caratterizzato da mutua reciproca assistenza, indipendentemente dal permanere di una relazione sentimentale. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 31355/13.

Il caso

CatturaIl Tribunale affermava la responsabilità di un uomo in ordine al reato di falsità od omissioni nella dichiarazione sostitutiva di certificazione (art. 95, d.p.r. n. 115/2002), perché nella dichiarazione resa per ottenere l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato aveva occultato la convivenza con la sua compagna che faceva ascendere il reddito complessivo ad oltre 20mila euro, ben superiore a quello dichiarato. L’imputato, quindi, dopo la conferma della condanna da parte della Corte di appello, propone ricorso per cassazione. Il verdetto, però, non cambia.

La Cassazione, infatti, pur rilevando – come già fatto dai colleghi di merito – la fine della relazione tra l’imputato e la propria compagna, ha sottolineato che, tuttavia, il rapporto di convivenza è proseguito anche dopo la rottura fra i due. Secondo gli Ermellini, «la questione della convivenza non può essere risolta da dichiarazioni sull’affectio che, non essendo accertabili, lasciano evidente ed inaccettabile spazio ad elusioni della disciplina legale». E poi – chiariscono i giudici – «il rapporto di convivenza è caratterizzato da mutua reciproca assistenza, indipendentemente dal permanere di una relazione sentimentale».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it