sabato 7 settembre 2013

L'accusa della Lega: "La Kyenge va al centro massaggi con la scorta"

Libero

La testimonianza del leghista: "Al centro benessere con la scorta"


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Cècile Kynege va "al centro benessere con la scorta. Due volanti per accompagnare il ministro a fare un massaggio relax". A raccontare l'episodio è Fabio Rainieri, segretario regionale della Lega Nord in Emilia, che racconta di aver visto il ministro Kyenge andare in palestra con la scorta. “Alla fine dobbiamo ammetterlo – dice sarcastico Rainieri –, Letta ha designato Cecile Kyenge alla guida del ministero che maggiormente le si addice. In pochi sono riusciti a integrarsi come lei. Anzi di più, il ministro Kyenge ha imparato a muoversi nel Paese con una disinvoltura impressionante.

Ieri sera, ad esempio, alle 20 si è presentata al centro benessere della palestra Roman sport center (Villa Borghese) in via del Galoppatoio accompagnata da due auto di scorta con tanto di lampeggiante sul tetto. Evidentemente – aggiunge – dopo una dura giornata di lavoro e dopo avere risolto molti problemi strategici del Paese, come ad esempio se in futuro la nonna e il nonno debbano chiamarsi avo 1 e avo 2, o se questo possa turbare la sensibilità di qualcuno, un massaggio rilassante era inevitabile e improrogabile”. A quanto pare la Kyenge segue l'esempio di Anna Finocchiaro, che un anno fa passeggiava all'Ikea con tanto di scorta e faceva spingere il carrello al suo autista. Beh almeno la Kynege pensa al relax, non alle cucine componibili...

 (I.S.)

La Kyenge e l'orgoglio congolese: "Mi chiamo Kashetu non Cècile"

Libero

Il ministro ordina al suo staff di cambiare il nome sui documenti e i comunicati ufficiali per rivendicare le sue origini


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Non chiamatela infermiera e neppure Cècile. La Kyenge potrebbe offendersi. Il ministro dell'Integrazione ha dato ordine al suo staff che cura i rapporti con la stampa di "censurare" "Cécile" e di inserire nelle note ufficiali il nome di origine congolese: "Per favore, da oggi in poi io sono Kashetu Kyenge detta Cecile...". Un messaggio chiaro, soprattutto per la stampa. La richiesta di anteporre il suo vero nome, di origine congolese, al nome francese acquisito dopo il suo trasferimento in Europa ha creato qualche malumore nel suo staff. Bisogna cambiare tutta la carta intestata e i comunicati ufficiali.

Orgoglio congolese - A quanto pare la Kyenge avrebbe voluto così esprimere il desiderio di ribadire pubblicamente l'orgoglio delle proprie origini etniche e la sua provenienza geografica. Così in uno degli ultimi comunicati del consiglio dei ministri, Kyenge compare già con il nome di Kashetu. La Kyenge è nata infatti a Kambove, nella provincia congolese del Katanga da una famiglia benestante e numerosa di etnia bakunda. Il padre, funzionario statale, era capo villaggio e aveva quattro mogli e 39 figli ha deciso di chiamarla Kashetu. Eppure in nome dell'"integrazione", forse la Kynege avrebbe fatto bene a farsi chiamare Cecilia. (I.S.)

Il condominio? Paga anche il cane

Gianpaolo Jacobini - Sab, 07/09/2013 - 09:50

Una donna di Reggio Emilia si è vista recapitare le spese per il labrador: «Consuma acqua pure lui»

Il cane? Se vive in condominio, è tenuto al pagamento delle spese condominiali. Gli animali (e per essi i loro amici uomini) volevano pari diritti.


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Li hanno ottenuti. Per anni erano stati l'oggetto di accese dispute di pianerottolo, combattute in nome della tolleranza e dell'amore verso cani, gatti, uccelli ed affini. Poco meno d'un anno fa il Parlamento licenziava la legge (la 220 del 2012, entrata in vigore il 18 giugno 2013) che modificava il codice civile in termini più consoni alle moderne sensibilità, introducendo un principio fondamentale: «Le norme dei regolamenti condominiali non possono vietare di possedere o detenere animali domestici in casa». Detto fatto: bipedi, quadrupedi e volatili di qualunque specie e stazza hanno finalmente potuto far libero e indisturbato ingresso tra le mura domestiche. Con piena dignità e, però, anche qualche onere. Uno in particolare: contribuire alle spese.

Incredibile? Vero. Il caso è scoppiato a San Martino in Rio, alle porte di Reggio Emilia. Patrizia Amaduzzi e il suo Roan, adottato in canile nel 2010, si sono visti recapitare le richieste di pagamento delle quote condominiali. Una per la signora ed il compagno, titolari d'un alloggio delle case popolari di piazza dell'Acqua, ed una per il coinquilino a quattro zampe. Per il servizio idrico dovranno scucire 75 euro al mese: 30 euro a cranio i padroni, 15 il loro cucciolo. Che poi tanto cucciolo non è, trattandosi di un labrador di 6 anni. «Quando ho ricevuto la lettera - racconta la donna - lì per lì non ho reagito, ma non esiste che un cane sia chiamato a pagare le spese condominiali».

Così la signora è andata a reclamare chiarimenti al consorzio «Casa mia», una cooperativa che collabora alla gestione del palazzo sammartinese. La risposta? Negativa. «Nulla di strano. Accade anche altrove», commenta Secondo Malaguti, presidente di «Casa Mia». Duro invece Lorenzo Croce di Aidaa: «Una ridicola barzelletta, ma se è vera non esiteremmo un secondo a portare questi signori in tribunale. Se il cane è condomino allora ha diritto di voto in assemblea...»

La spiegazione logica ad una vicenda apparentemente surreale trova radice nella legge regionale emiliana che dal 2001 consente agli assegnatari di appartamenti di edilizia residenziale pubblica «di partecipare al procedimento di approvazione dei regolamenti». In Emilia Romagna la chiamano autogestione. «Ogni condominio - precisa Malaguti - decide da sé cosa fare. Quello di piazza dell'Acqua ha stabilito che al pagamento dei servizi comuni debbano contribuire anche gli animali domestici». Quelli come Roan? «Sì: utilizzano l'ascensore per i loro spostamenti e l'acqua per le loro esigenze. Credo sia giusto chiamare i proprietari a risponderne».

Certo, non esiste una tabella universalmente valida. Al momento, il criterio di riferimento pare essere legato alla taglia: i piccoli sono esentati, per i grandi si paga. Quanto? Il 50% dell'importo richiesto ai condòmini umani e, soprattutto, pro-capite. Perché con l'autogestione la ripartizione delle spese non avviene più sulla scorta delle tabelle millesimali, ma per teste. Colpa del galoppare delle tariffe di acqua, luce e gas, ma pure dell'avanzata del fenomeno migratorio. «Una volta non ci si faceva caso - sottolinea Malaguti, alle spalle una formazione sindacale nella Cgil - Ma poi, quando con l'arrivo degli extracomunitari ci si è accorti che in case per quattro spesso trovavano posto anche sei, sette, otto persone s'è deciso di dividere le spese ripartendole equamente tra i condòmini». E adesso anche tra gli animali: per ogni diritto c'è sempre un dovere. Ed un prezzo da pagare.

Le vignette di Mana Neyestani e Kianoush Ramezani sfidano gli ayatollah iraniani. Una mostra a Parma lascia vedere le voci della rivolta e le matite dell’esilio.

Il Giornale.it

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A Villa Soragna ( Collecchio, Parma)  è ospitata per la prima volta in Italia una mostra di denuncia, lezione forte di storia e di politica, delle vignette di Mana Neyestani (Teheran, 1973) e Kianoush Ramezani (Rasht,Iran 1973), selezione originale di opere di due tra i più celebrati autori satirici iraniani, oppositori del regime degli ayatollah, perseguitati in patria e costretti a riparare nell’esilio europeo, da dove continuano con le loro vignette fulminanti e amare,  a far sentire la loro voce, in un dialogo ininterrotto con la patria perduta; certamente  una nuova eco al richiamo di rivolta lanciato dai tetti di Teheran.
Mana Neyestani, fumettista incarcerato in Iran a causa di un disegno, è oggi esule in Francia e ha raccontato la sua kafkiana vicenda nel graphic novel “Una metamorfosi iraniana”. Ha studiato da architetto ma ha iniziato poi un’intensa attività di disegnatore e illustratore per diverse riviste culturali, economiche e politiche in Iran. A partire dal 2000 ha pubblicato i volumi Kaaboos, Ghost House e M.Ka’s Love Puzzle. Nel 2006, a causa di una sua vignetta, è stato coinvolto nella vicenda kafkiana narrata poi in Una metamorfosi iraniana

che lo ha condotto alla fuga dall’Iran. Riparato in Malaysia, ha continuato a disegnare per i siti web degli esuli dissidenti iraniani sparsi in tutto il mondo e il suo lavoro è diventato un’icona della libertà d’espressione e della sfida del popolo al regime di Teheran. Più volte premiato, ha ottenuto di recente il Prix du Courage del network CRNI (Cartoonists Rights Network International). Vive attualmente a Parigi. Kianoush Ramezani è un fumettista e attivista 

per i diritti umani. Porta
il cappello e ha sempre occhiaie profondissime, le notti le passa a pensare. Passeggia ai bordi della Senna, dove ogni pomeriggio va a disegnare le sue vignette. Lo faceva quando era in Iran, e continua a farlo ora, dopo che i fatti del 2009 lo hanno costretto a partire: disegna e utilizza la sua penna per raccontare l’attualità. È membro di  Cartooning for Peace e nella sua camera ha tutti i vestiti ammassati come se fosse sempre in procinto di partire o appena arrivato da un lungo trasloco.

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Le vignette, graffianti e fortemente chiare e comunicative, sono  il meglio della satira iraniana, denunciano lo squallore e il dramma di un popolo oppresso dalla dittatura degli ayatollah, sono il meglio non solo del disegno come racconto della storia, ma chiedono la partecipazione degli uomini liberi, a chi ha il cuore grondante di sangue.

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Carlo Franza

La Patria è mobile

La Stampa
massimo gramellini


Quando al G20 sulla Siria hanno fatto la conta delle nazioni schierate con Obama e di quelle che concordavano con la posizione opposta sostenuta da Putin, un solo Paese si è ritrovato inserito in entrambi gli elenchi. Inutile scriverne il nome. Lo conoscete dai tempi della scuola, dai libri di storia dove leggevate di questo popolo di mercanti e mediatori apparentemente astutissimi che non aveva mai finito una guerra, un conflitto, un litigio per il parcheggio dalla stessa parte in cui lo aveva iniziato.

La terza guerra di indipendenza, per dirne una, fu un tripudio di equilibrismi e giravolte come non se ne vedono neanche al Cirque du Soleil. Alla fine, pur perdendo tutte le battaglie, riuscimmo nell’impresa di riportare a casa il Veneto. L’imperatore francese Napoleone III commentò sprezzante: «Ah, gli italiani, ancora una sconfitta e mi avrebbero chiesto Parigi!» Dopo Caporetto e la «vittoria mutilata» che ne seguì, saltò su un dittatore smanioso di trasformarci in antichi romani. Ci trascinò in una catastrofe e non trasformò un bel nulla. La mattina di settant’anni fa, il re che da poco lo aveva fatto arrestare ricevette l’ambasciatore nazista per rassicurarlo sulla fedeltà all’alleanza con la Germania: il giorno seguente sarebbe stato l’Otto Settembre.

Considerati i precedenti, la partita doppia sulla Siria rappresenta una bazzecola. Siamo d’accordo con Obama nel ritenere Assad un criminale di guerra e siamo d’accordo con Putin nel non volerlo bombardare. È così complicato? A me sembra di una chiarezza cristallina. Ma non faccio testo: sono un italiano. 

Ha le slot ma non le freccette scatta la multa al tabaccaio

Il Messaggero
di Giuseppe Gioffreda

Sanzione di mille euro: se il locale ha il videopoker deve avere anche altri giochi


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ROMA - «Le slot sono in regola, ma non vedo le freccette. Prego, sono 1.032 euro di multa». Quando la funzionaria della Siae gli ha fatto notare la “grave mancanza” constatata nel suo negozio, il tabaccaio è cascato dal pero. Ha pensato fosse una battuta. Poi, quando gli è stato messo in mano il verbale, ha compreso che avrebbe dovuto digerire l'amaro boccone e pagare. Sì, perché ha scoperto che gli esercizi pubblici come tabaccherie e bar che hanno licenza per i videopoker ma non registrati come punto scommesse o sala giochi (ossia non rientrano nella regolamentazione dall'articolo 88 del Tulps) sono obbligati dalla legge a diversificare l’offerta di gioco.


La tabaccheria di Lorenzo Pinto, il tabaccaio multato (Foto Cecilia Fabiano/ ag. Toiati)Slot machine (Foto Cecilia Fabiano/ ag. Toiati)Lorenzo Pinto, il tabaccaio multato (Foto Cecilia Fabiano/ ag. Toiati)La tabaccheria di Lorenzo Pinto, il tabaccaio multato (Foto Cecilia Fabiano/ ag. Toiati)

In soldoni devono rendere disponibile agli avventori la possibilità di misurarsi anche in giochi di abilità senza vincita in denaro: siano essi freccette piuttosto che la pesca stile luna park. In ossequio al sacrosanto obiettivo di contrastare la ludopatia. Ad incappare nella sanzione, comunque unica nel suo genere visto che i precedenti si contano probabilmente sulla punta delle dita di una mano, Lorenzo Pinto, titolare di una tabaccheria in via Imperia, quartiere Italia. Che, dopo i primi momenti di sgomento, se ne è fatto una ragione: acquisterà bersaglio e dardi (rigorosamente magnetici), li appenderà nel negozio e pagherà i mille euro e passa previsti dalla quietanza di pagamento della tassa forfettaria annuale prevista per legge che gli è stata affibbiata dalla scrupolosa funzionaria.

                                               Ha le slot ma non le freccette: multato tabaccaio


«Quando ieri la mandataria Siae si è presentata per il controllo - racconta il tabaccaio - ho presentato tutta la documentazione relativa alle slot machine. Era tutto in regola, fatto salvo un documento che era mal esposto. Poco male. Quando però mi ha detto che c'era una mancanza grave, ovvero che nel negozio non c'erano le freccette, ho pensato scherzasse. Mi ha spiegato che la normativa sulla diversificazione dei giochi mi obbligava ad avere nel locale anche un passatempo ludico senza premi in denaro: le freccette dunque. Le ho detto: “Ho qui una dama. La metto sul bancone, va bene?”. Non scherzava: la sua espressione si è fatta seria. E dunque mi ha presentato il conto: circa mille euro e il consiglio di andare a comprare le freccette e appenderle da qualche parte».

IL TITOLARE
La normativa esiste, e dunque va rispettata, concorda Pinto. Che però si chiede: «E' mai possibile che il legislatore affidi la lotta alle ludopatie, cosa sacrosanta che sta nella ratio della norma, all'obbligo di mettere nei locali un simulacro che mai nessuno utilizzerà? Ma ce lo vede un cliente che viene a giocare a freccette? Non c'è nemmeno lo spazio. Piuttosto mi sembra un gabella vessatoria, fine a se stessa, visto che soltanto per avere le freccette sono costretto a pagare la tassa di mille euro». Se questa imposta dovrà pagarla lui o il concessionario delle tre slot machine presenti nel locale, lo si vedrà. Certo è che per evitare complicazioni, ossia che i Monopoli di Stato intervengano con altre sanzioni amministrative, quei mille euro dovranno essere tirati fuori. Le 1976 tabaccherie della capitale sono avvisate.


Sabato 07 Settembre 2013 - 08:52
Ultimo aggiornamento: 09:25

Nella bufera Ask.fm

La Stampa

Il social network più frequentato dagli adolescenti offre domande e risposte, ma anche insulti
anna masera


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“Domandami tuutto, Baby”, digita veloce sulla tastiera con un sorriso smaliziato stampato sul viso Emma P. Le arriva un fiume di domande, ma non si scompone. Ad alcune risponde divertita, altre le liquida con parole taglienti, altre le ignora. Sa scegliere rapidamente. Quattordicenne di Torino, non si preoccupa troppo dei social networks. Per lei sono uno strumento di comunicazione veloce e costante, acceso tutto il giorno per restare sempre connessa con gli amici, per lo più amiche.

E’ svelta a capire la differenza tra un messaggio amichevole da quello di uno stalker, e sa difendersi con destrezza e naturalezza. Ma non tutte sanno difendersi con destrezza e naturalezza come lei. Da quando quest’estate una ragazzina inglese di 14 anni, Hannah Smith, si è impiccata dopo essere diventata bersaglio dei troll, il social network al centro delle polemiche non è il solito Facebook, il “libro delle facce”, ma Ask.fm (www.ask.fm), la rete sociale delle domande, che ha preso un po’ il posto dell’antesignano “MySpace”. 

Eppure è molto popolare tra i giovani. Continua a crescere a vista d’occhio da quando è nato, nel 2010, a Riga, in Lettonia, dove fa base. Dichiara più di 60 milioni di utenti, sta facendo 300 mila nuovi utenti al giorno ed è disponibile in 150 paesi nella lingua locale. In Italia occupa la posizione n.128 nella classifica dei siti più visitati. Funziona come luogo virtuale per scambiarsi domande e risposte su tutto. Le domande possono essere fatte sia in forma testuale (lunghe al massimo 300 caratteri) che video, e possono essere dirette sia ad una particolare persona o direttamente a tutta la community.

Basta dare un’occhiata ai profili per accorgersi che la media degli iscritti probabilmente è minorenne. Il profilo tiene conto delle risposte date e dei “mi piace” - come su Facebook - alle risposte: più alto è il numero delle risposte piaciute più si è considerati. La potenza di Ask.fm è che “i tuoi amici non sanno che li segui”, spiega Emma P. E soprattutto permette di mandare messaggi anonimi (basta cliccare l’apposita casella per nascondere la propria identità nel formulare la domanda). Ovvio che molti ne approfittino per trasformarli in insulti. 

Emma P., che utilizza Ask.fm da un anno, preferisce Facebook ma passa avanti e indietro su diverse bacheche, scorrendo le dita veloci sullo schermo del suo tablet, che tiene sempre acceso, in cerca di commenti sui suoi programmi tv preferiti (Glee in testa a tutti: è orgogliosa di appartenere al suo “fandom” e di collaborare a una “fan fiction”), o cantautori (Tiziano Ferro), o i libri che sta leggendo (l’ultimo di “The Hunger Game”). Tra gli altri social networks, è anche utente di Twitter, il sito di microblogging, per tenersi aggiornata sulle notizie. 

Secondo i detrattori del social network Ask.fm come il premier inglese David Cameron, Hannah Smith è stata sopraffatta dal cyberbullismo. Secondo un amico qualcuno le avrebbe anche suggerito come farla finita, invitandola «a bere candeggina». Il giorno prima di morire la ragazzina aveva postato su Facebook un messaggio di richiesta di aiuto: «Pensi di voler morire ma in realtà vuoi solo essere salvata». Segno che già meditava di togliersi la vita e che in realtà cercava conforto online.

Gli esperti di Internet fanno presente che incolpare il mezzo di comunicazione per il gesto disperato è eccessivo: anche perchè ormai tutti i social networks tengono conto dei rischi che corrono i minorenni e hanno reso disponibile un pulsante “segnala abuso” che permette di mettere in evidenza gli insulti e di bloccare i troll. Invece, esortano, sarebbe necessario “educare” gli educatori, a partire dai genitori, che spesso non sanno intervenire perchè non conoscono il mondo sociale virtuale dei loro figli.

Cene, hotel di lusso, viaggi: Renzi ha già una condanna

Stefano Filippi - Sab, 07/09/2013 - 09:13

La Corte dei Conti gli ha contestato, in primo grado, un danno erariale da 2 milioni quando guidava la Provincia di Firenze. Accusato di aver assunto un centinaio di amici

Condannato per atti compiuti nell'esercizio delle funzioni di pubblico amministratore. Ebbene sì, anche Matteo Renzi ha qualche problemuccio con la giustizia. È una condanna di primo grado, non definitiva, appellabile.


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È vecchia di due anni, ma la magistratura contabile non avverte particolare urgenza di procedere nell'esame del ricorso. Facile dimenticarsi di questa macchia. Eppure la condanna rimane, ovviamente affatto sbandierata dall'apparato comunicativo dell'aspirante segretario del Partito democratico.

La vicenda risale a quando il giovane Matteo era presidente della provincia di Firenze, prima di diventare sindaco del capoluogo. La carriera renziana è lunga, la sua militanza politica nelle file del Movimento giovanile della Democrazia cristiana risale addirittura agli anni del liceo, prima ancora che Silvio Berlusconi scendesse in campo nel 1994. Il secondo passo fu diventare portaborse di Lapo Pistelli, quindi promotore dei Comitati Prodi a Firenze; passò poi alla testa del coordinamento cittadino della Margherita e, infine, alla segreteria provinciale. Aveva 29 anni Renzi quando si insediò a Palazzo Medici Riccardi. Era il 2004 e il curriculum da aspirante membro della Casta lo proiettò giovane sulla sua prima poltrona di prestigio.

La condanna di primo grado giunge nel 2011. La emette la Corte dei conti della Toscana. L'accusa è di danno erariale per l'inquadramento contrattuale di alcuni dipendenti assunti a tempo determinato: tradotto in lingua corrente, significa assunzioni clientelari. Alcuni membri dello staff del presidente sarebbero stati inquadrati in una categoria superiore a quella dovuta, con relativi stipendi gonfiati.
La procura della Corte contabile aveva contestato alla giunta Renzi un danno erariale di 2.155.000 di euro, ridotto dai giudici di primo grado a un risarcimento di 50mila euro. Di questa somma, circa 14mila sono stati posti a carico del rottamatore e 1.000 al suo vice di allora, Andrea Barducci, oggi promosso presidente della Provincia medesima.

Il resto è stato addebitato a ex assessori e funzionari dell'ente locale. Le persone condannate sono 21; nove dei 30 indagati sono stati archiviati. Renzi contestò pesantemente il lavoro della procura contabile: «Una ricostruzione fantasiosa e originale». E adesso invece ci viene a ripetere che le sentenze vanno rispettate, non si discutono, si accettano in silenzio, si applicano punto e basta. I giornali locali sono stati ben lieti di ospitare la propaganda renziana: la Provincia ha risparmiato, i dirigenti sono stati dimezzati, il personale è sceso, la colpa è di un dirigente che ha sbagliato l'inquadramento delle segretarie.

Operazione scaricabarile, secondo lo stile del rottamatore. Nessuno tuttavia gli ha sentito dire: accetto la sentenza, la giustizia faccia il suo corso, auspico tempi brevi per il processo di appello. Del quale, a due anni dal verdetto di primo grado, si è persa ogni traccia. Ma la Corte dei conti ha dovuto occuparsi anche delle spese di rappresentanza del giovane presidente della provincia di Firenze. Le ha denunciate un dipendente di Palazzo Medici Riccardi che ha il dente avvelenato con Renzi. Il suo mandato è costato ai contribuenti fiorentini 600mila euro in cinque anni tra viaggi, ristoranti, regali, ospitalità: una visita negli Stati Uniti nei giorni in cui Obama fu eletto presidente è costata 70mila euro.

La Provincia aveva dato a Renzi una carta di credito con un plafond di 10mila euro mensili. I magistrati contabili sono andati a caccia dei giustificativi, ricevute e scontrini. Quando mancavano, il capo di gabinetto autorizzava ugualmente gli esborsi: «Spese regolarmente eseguite in base alle disposizioni contenute nel disciplinare delle attività di rappresentanza istituzionale». Renzi ha fatto felici le migliori cucine di Firenze: 1.300 euro alla pasticceria Ciapetti, 1.855 euro alla Taverna Bronzino, 1.050 euro da Lino e 1.213 al Cibreo.Sotto inchiesta sono finiti anche i 4,5 milioni che la provincia ha elargito alla Florence Multimedia, società che svolge attività di comunicazione e informazione per la provincia. La domanda, come amava ripetere Antonio Lubrano quando si occupava dei diritti dei consumatori e degli sprechi della pubblica amministrazione, sorge spontanea: ma non bastano gli organici dell'ufficio stampa?

Se si cambia l'auto vecchia non si dovrà pagare il bollo

Giannino della Frattina - Sab, 07/09/2013 - 07:04


Niente bollo di circolazione a chi cambia l'auto sostituendola con una meno inquinante e lotta dura ai camini che (sembra impossibile), ma bruciando la legna sono insieme ai motori diesel sono uno dei maggiore responsabili della cattiva qualità dell'aria emettendo sostanze gravemente cancerogene.
 

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E poi altri incentivi per favorire il rinnovo del parco auto e nuove limitazioni alla circolazione degli «Euro 3» diesel.Sono queste alcune delle 91 misure da qui al 2020 per oltre 2 miliardi di euro di investimenti adottate ieri dalla giunta regionale che ha approvato il Pria, il Piano regionale di interventi per la qualità dell'aria. Con il governatore Roberto Maroni che ha ricordato quanto sia importante che anche le altre aree del bacino padano adottino interventi significativi perché «l'inquinamento non segue i confini e non possiamo impedire all'aria di entrare in Lombardia».

Una regione penalizzata dalla particolare configurazione geografica e climatica, oltre che dall'intenso sviluppo demografico e industriale. Tanto che proprio per queste peculiarità Maroni ha annunciato la richiesta di contributi all'Unione europea in una prossima missione a Bruxelles («entro due settimane») con il ministro dell'Ambiente Andrea Orlando. «In un periodo di crisi economica - ha detto Maroni -, chiedere sacrifici alle imprese che altri Paesi europei non devono chiedere, non perché sono più bravi ma perché godono di condizioni meteo-climatiche più favorevoli, sarebbe davvero un'ingiustizia. L'omogeneizzazione alla quale l'Europa ci ha abituato è un errore».

Con il Piano l'assessore all'Ambiente Claudia Terzi ha fissato gli obiettivi in un abbattimento delle emissioni di polveri sottili (Pm10) del 41 per cento, degli ossidi di azoto (NO2) del 49, dei composti organici volatili (Cov) del 20 e dell'ammoniaca (NH3) del 16. Fra gli interventi annunciati l'estensione della cosiddetta «area critica», quella dove non possono circolare i mezzi «Euro 0» che per quella data passerà dagli attuali 209 Comuni lombardi a 570. Ma in più dal 2016 sarà esteso il divieto di transito nei 209 Comuni dell'area critica anche ai mezzi «Euro 3» diesel.

Un significativo inasprimento compensato dalla promessa di trovare, forse già a partire dall'anno prossimo, le risorse necessario per esentare dal pagamento del bollo chi cambierà veicoli inquinanti con «Euro 5» ed «Euro 6». Un altro impegno sarà rendere più consapevole ed efficiente il consumo di legna. Una legge regionale già impone la chiusura con vetro dei camini per le zone sotto i 300 metri di altitudine, una prescrizione che a partire dal 2016 sarà estesa anche al di sopra e a cui sarà associato l'uso di filtri nelle canne fumarie che in Trentino hanno abbattuto del 90 per cento le emissioni di Pm10.

«Basta blocchi del traffico e domeniche a piedi che si sono rivelati inutili, la Lombardia è la prima regione a dotarsi di un piano contro l'inquinamento compatibile con le direttive europee», ha spiegato l'assessore Terzi aggiungendo all'elenco dei provvedimenti quelli dedicati al sistema economico: energie rinnovabili, edilizia a impatto zero, fliera bosco-legno, mobilità sostenibile, teleriscaldamento, logistica per la distribuzione merci, recupero energetico nei processi produttivi. E la Regione ha già aderito al bando del ministero dei Trasporti per lo sviluppo della mobilità elettrica.

Il divorzio breve cancella l'inutile separazione. I dati locali dimostrano che i tre anni di attesa forzata non servono

Luca Fazzo - Sab, 07/09/2013 - 07:06


Sesto piano del tribunale di Milano, il lungo corridoio della IX sezione. Qui finiscono i matrimoni dei milanesi. Sulla porta di un giudice, un cartello invita a presentarsi alle udienze di divorzio «con abbigliamento consono».


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Nei giorni consueti, qui sta in lista d'attesa una umanità dolente e a volte litigante, in attesa che un giudice riconosca in nome della legge la fine che è già stata sancita nei cuori. Numeri rilevanti: nel corso dell'ultimo anno, 9.135 matrimoni si sono dissolti per separazione o per divorzio. Cosa cambierebbe, in questo corridoio desolato, se venisse approvato il referendum radicale che azzera i tre anni di attesa tra separazione e divorzio? Se mogli e mariti potessero riprendere da subito la libertà completa? Presto detto: si tratterebbe di una rivoluzione quasi copernicana. Si risparmierebbero anni di attese, di recriminazioni, di vertenze, e anche di sofferenze. Zac, un taglio netto, invece dell'interminabile limbo della separazione, questa sorta di matrimonio in coma irreversibile.

Il periodo di attesa di tre anni tra separazione e divorzio è previsto dalla legge Fortuna-Baslini, approvata nel lontano 1970, come una sorta di pausa di riflessione obbligatoria prima dell'addio definitivo tra i coniugi. Ma alla prova dei fatti, almeno nel tribunale di Milano, si è scoperto che di questa pausa di riflessione non beneficia quasi nessuno, ed anzi durante questa finestra si generano nuove tensioni. Le statistiche dicono che circa l'80 per cento delle separazioni si tramuta in divorzi non appena trascorso il tempo di attesa. E non che il restante 20 per cento si risolva in rappacificazioni, dove l'amore creduto morto risorge dalle sue ceneri. No, semplicemente si tratta di separazioni di facciata, che nascondono accordi sottobanco tra marito e moglie per meglio gestire affari e tasse.

Ma nelle rotture vere, quando matrimoni lunghi decenni o brevi come sospiri si rompono sul serio, i tre anni di attesa servono solo a peggiorare le cose. Perché accade che a botta calda, sull'onda dell'insofferenza, uno dei coniugi pur di vedere sciolto il vincolo sia pronto - su pressione dell'altro coniuge o per la moral suasion del giudice - ad accettare condizioni di cui subito dopo si pente: sia per quanto riguarda l'aspetto economico, sia per l'affidamento dei figli. E così poco dopo la separazione si innesca frequentemente un nuovo contenzioso, con richieste di modifica degli accordi appena presi, che intasa la IX sezione.

Molto più semplice - spiegano gli addetti ai lavori - sarebbe se si potesse divorziare subito, senza attese. Il matrimonio avrebbe la sua parola fine, entrambi i coniugi sarebbero liberi di rifarsi una vita. E i tentativi di modificare gli accordi si ridurrebbero sensibilmente. Certo, questo scenario di «divorzio facile» potrebbe proeccupare chi teme conseguenze tipo Las Vegas, matrimoni a raffica che durano un attimo. Ma ci sarebbero comunque le pesanti condanne agli alimenti a frenare i divorzi e i risposi a cuor leggero.

Di una norma che alleggerisca il carico di lavoro, d'altronde, la IX sezione ha bisogno come del pane. Nel corso dell'ultimo anno i giudici coordinati dal presidente Gloria Servetti hanno ridotto di oltre il 18% le giacenze, ma a costo di un lavoro decisamente intenso: tra gennaio e dicembre 2012 sono stati sanciti 3.876 divorzi, di cui 3.202 consensuali, e 5.259 separazioni, di cui 3.971 consensuali

Video choc della Smart , la rete si schiera col «giustiziere»:«Gli farei una statua»

Corriere del Mezzogiorno

Fioccano i commenti: la stragrande maggioranza a favore del conducente. «Ha fatto bene»


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NAPOLI - Il video choc della Smart che uccide i due presunti baby rapinatori di Posillipo è in rete. E come in tutti i casi di giustizia-fai-da-te la pancia degli internauti si schiera in maggioranza col giustiziere. YouTube trabocca di commenti a favore di Leonardo Mirti, il conducente accusato di omicidio preterintenzionale che con la sua vettura travolge i due ragazzi, uno di 17 l'altro di 18 anni, colpevoli di averlo derubato.

                                                                                                  Insegue e investe due rapinatori - Il video-choc (05/09/2013)

I COMMENTI - Gero8282 scrive: «Poverini....sono stati travolti dall'auto perchè il conducente era arrabbiato con loro per essere stato derubato però i bastardi non avrebbero esitato un attimo a sparargli o ad accoltellarlo se egli si fosse rifiutato di dargli tutti i suoi averi....in quel caso...eh beh...ha reagito!!! falsi ipocriti». Hackerhead invece risponde ad un altro utente dubbioso sul fatto che i due giovani avessero commesso la rapina: «Se non l'hanno derubato hai ragione, non doveva reagire così. Ma se i 2 hanno commesso la rapina non riesco a capire la tua posizione verso i rapinatori...devo pensare che a questo punto avresti preferito che avessero ammazzato quello della Smart, perchè si era permesso di reagire alla rapina??».

«COLLETTA» - Roberto Vaia è veemente: «Guardatelo tutti questo video cari microcriminali.....io farei una colletta per una statua a questo ragazzo che li ha travolti». Chi semina vento raccoglie tempesta. Perciò l'utente Alberto Enrico replica a tutti i «fan» della Smart assassina: «Dite che ha fatto bene ad ucciderli...ma io mi auguro che ognuno dei vostri familiari possa incrociare un pazzo che li travolga e spero che il video lo mettano su YouTube così sarò il primo a commentare a favore dell'assassino».

Redazione online06 settembre 2013

La salma di Giorgio Chinaglia rientra in Italia il 15 settembre

Corriere della sera

Funerali lunedì per l'attaccante della Lazio, morto in Florida. Sarà tumulato nella tomba del mister Maestrelli


Cattura
ROMA - La salma di Giorgio Chinaglia, l'ex attaccante della Lazio scomparso il primo aprile dello scorso anno in Florida, rientrerà in Italia domenica 15 settembre, accompagnata dalla moglie e dai figli. A darne la notizia è Raisport, spiegando che il il giorno successivo, lunedì, verrà celebrata una messa commemorativa, quindi la salma verrà tumulata nella tomba di famiglia di Tommaso Maestrelli, allenatore della Lazio campione d'Italia nel 1974 e grande amico di «Long John». Chinaglia è stato il campione della Lazio più amato dai supporter, e questo nonostante le sue evidenti contraddizioni.

SQUADRA UNITA -«A distanza da 40 anni quella squadra si ritrova sempre nei momenti più importanti», così Pino Wilson, difensore biancoceleste di quegli anni, ha commentato la notizia. Gli fa eco l'ex compagno di squadra Giancarlo Oddi: «Per noi è una splendida notizia perchè finalmente lo avremo vicino e potremo andare a trovarlo come abbiamo sempre fatto con Maestrelli. Avremo una persona in più da andare a trovare».

6 settembre 2013 | 21:00