domenica 8 settembre 2013

Kyenge:«Con la Nazionale contro il razzismo». E Salvini insulta: «Spara cazzate a spese nostre»

Libero


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Torino. Non passa settimana che la Lega non torni ad attaccare il ministro per l'integrazione Cecile Kyenge, ogni volta che l'esponnte del governo esprima la sua opinione su qualcosa. Stavolta il ministro, in visita alla Nazionale in ritiro, accolta da italiani che si chiamano Ogbonna ed El Shaarawy o che, pur chiamandosi Mario, sono incontestabilmente di colore, ha detto: «La Nazionale di calcio è un modello di quella che dovrebbe essere l'Italia di domani. Qui i vecchi ed i nuovi italiani già si sono incontrati. Sarò vicina a voi per debellare la piaga dell' intolleranza e del razzismo».

La Kyenge si era recata nel capoluogo piemontese dove la Nazionale è in ritiro in vista della sfida di martedì contro la repubblica ceca. Parole, le sue, rivolte ad un gruppo che ha fra le colonne portanti Mario Balotelli, Angelo Ogbonna e Stephan El Shaarawy, italiani simbolo di un'integrazione per la quale ha detto Kyenge «c'è ancora tanto da fare». Ed Ogbonna ed El Shaarawy - simboli dell'Italia multirazziale - hanno partecipato all'incontro portando in dono le loro maglie personali.

Il ministro ha ringraziato così: «A 50 anni dal discorso di Martin Luther King, il sogno per voi si è avverato, oggi quello stesso sogno deve guidare le nuove generazioni. Non c'è campo di calcio che oggi non veda insieme vecchi e nuovi italiani, la nuova Italia per voi è un dato di fatto, io mi auguro che saprete dare e offrire un contributo più generale a questo dato, che è oramai nelle cose, al di là di forme che ancora persistono di intolleranza nei nostri stadi. Sappiate - ha concluso il ministro - che io sarò con voi, vicino a voi per debellare questa piaga».

Parole non gradite dalle parti della Lega. Il vice-segretario della Lega, Matteo Salvini , via Facebook, lancia un giudizio ed una serie di insulti: «La sciura (signora in milanese, ndr) Kyenge è andata a trovare i giocatori della nazionale di calcio, si vede che ha tanto tempo a disposizione. Ha detto che la Nazionale di calcio è un modello di quello che dovrebbe essere l'Italia di domani». «Ma preoccupati dei disoccupati e degli esodati - è l'attacco - invece di girare l' Italia da turista, a spese nostre, sparando c...te».

 
domenica 8 settembre 2013 - 17:03   Ultimo aggiornamento: 17:24

Nola, quei giorni di 70 anni fa: memoria di una strage e di una sollevazione

Il Mattino

di Guido D'Agostino


Undici ufficiali italiani fucilati dai tedeschi: fu il primo eccidio nazista dopo l'Armistizio

Tanti i casi dolorosi e tragici che hanno funestato paesi, città e genti delle regioni meridionali, e dunque della Campania, subito dopo reso noto l’armistizio, gestito e formalizzato nel peggiore dei modi dall’Italia, dell’8 settembre 1943. Un’intera nazione, peraltro, lasciata letteralmente abbandonata a se stessa dai poteri pubblici, a ogni livello, stretto tra i Tedeschi - quelli già tra noi e quelli sopravvenuti in forze a fronteggiare gli eventi - e gli Alleati, in generosa, ma lenta risalita dal fondo della Penisola e comunque sbarcati a Salerno il giorno seguente. In questo quadro, la vicenda dell’eccidio di Nola, una città piccola ma dalle grandi tradizioni storiche, culturali e civili, nonché, dal secolo XIX almeno, importante presidio militare.


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I fatti, nella loro cruda essenzialità, sono stati rievocati, una volta ancora, nella prefazione di Roberto Ormanni al libro di Alberto Liguoro, figlio di una delle vittime, autore di una commossa e partecipata «cronaca dall’eccidio» (come è intitolato il libro), oltre che «dell’eccidio». Premessa la drammaticità della situazione generale, notati gli equivoci e le ambiguità del testo stesso dell’annuncio dell’armistizio, il prefatore così sintetizza: «Il 10 settembre una colonna tedesca, a Nola, ingiunge agli ufficiali italiani di consegnare le armi. Loro rifiutano, ne nasce un litigio nel corso del quale un ufficiale tedesco, rimasto ignoto, viene ucciso. Basta a provocare la prima rappresaglia dell’isterico esercito di Hitler, contro i propri alleati dopo il pasticciaccio dell’armistizio.

Il giorno seguente i tedeschi sparano a un ufficiale italiano che, sventolando bandiera bianca, è stato inviato a trattare un accordo e procedono a scegliere altri dieci da fucilare seduta stante per vendicare la morte del loro soldato...Undici soldati italiani, vittime non della guerra ma dell’armistizio, per aver difeso la propria dignità e, insieme, quella di un’Italia che forse non lo meritava davvero...».

Ma questo, che rappresenta il cuore della vicenda su cui è impiantato il libro, non è che il primo atto del dramma, dal momento che una ventina di giorni più tardi quello che in altre e più circostanziate rievocazioni viene indicato come «un pugno di ardimentosi cittadini di Nola», o, anche, come gruppi di studenti e antifascisti guidati da un sottotenente e un sacerdote, attaccano la stessa caserma (Principe Amedeo) ormai in mani germaniche per procurarsi armi e munizioni e accendere una vigorosa lotta di popolo contro gli occupanti tedeschi.

Siamo tra l’uno e il due di ottobre, mentre a Napoli stanno per concludersi vittoriosamente le Quattro Giornate: in entrambi i casi con lo sgombero dei tedeschi e l’arrivo degli anglo-americani. In pratica - come pure è stato detto da molti di quanti hanno ricordato e commemorato negli anni l’episodio - «di fronte allo sfaldamento dell’esercito e capi, i pochi civili antifascisti nolani che presero le armi contro i tedeschi, seppero istintivamente scegliere la via dell’onore».

Evidentemente, una pagina di storia della propria comunità vissuta, ma soprattutto ricordata e trasmessa a chi è venuto dopo, in maniera non proprio univoca. Un caso, tuttavia, più che di mancata memoria «condivisa», di memoria emulativa-competitiva, tra la componente militare e quella della società civile, una rivendicazione di prestigio e di ruolo da parte di due soggetti collettivi, non contrapposti quanto ai fini ultimi perseguiti, ma pure trovatisi a reagire in circostanze difficilissime, ciascuno secondo propri codici di comportamento e propri valori di riferimento.

Si può quindi capire la diversità di posizione tra chi trova che si è fatto ciò che era giusto fare da parte dei militari e chi esalta il valore dell’eccidio in quanto innesca la decisiva partecipazione dei civili, i quali avrebbero testimoniato anche come il fascismo non fosse riuscito a radicarsi in Nola dove invece era sopravvissuta la parte libera e coraggiosa dell’anima della città che ne salvò quindi la dignità appena se ne diede l’occasione.

Tuttavia, e può sembrare un paradosso, questa memoria oppositiva-emulativa ha finito con rendere più forti le ragioni stesse e più proprie del ricordare, che non è operazione che riguarda il passato, ma piuttosto un diritto e un segnale di identità di un popolo, un nuovo «bene comune». Ha ragione Ian Chambers a notare che «la memoria non è un oggetto perduto, avvolto e nascosto nelle pagine polverose del passato, ma piuttosto il motore di pratiche tutte contemporanee, che a loro volta promuovono futuri». L’auspicio, a questo punto, è che a Nola si prosegua in questa direzione e si lavori insieme per arrivare alla sostanziale condivisione del dato rappresentato dal risultato dell’azione degli uni e degli altri: avere recuperato, per tutti, libertà, dignità, democrazia.

 
domenica 8 settembre 2013 - 15:43

Io, sottotenente in Grecia. Da "morituro" a umiliato

Mario Cervi - Dom, 08/09/2013 - 09:04

Drammi, farse e commedie del nostro esercito visti dal battaglione di stanza nel paesino di Boiati. Fino all’ordine di consegnare le armi ai tedeschi

 

L'8 settembre 1943 mi ha colto e travolto in Grecia. E dalla Grecia - dove ho una casa, trascorro le vacanze, e piango mia moglie che se n'è andata cinque anni or sono - butto giù questi ricordi. Non ho, qui, nessuna documentazione. Mi scuso anticipatamente per qualche eventuale errore nel citare nomi e date.

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Ero allora sottotenente nella seconda compagnia del 479º battaglione costiero, mandato a presidiare un grazioso paese, Boiati, e un tratto di costa a una ventina di chilometri a nord di Atene. Ero arrivato in Grecia a guerra finita da alcuni mesi, quando già s'era un po' superata la terribile carestia - dovuta soprattutto all'incapacità o all'indifferenza degli occupanti - che era stata un nuovo flagello dopo le sofferenze, i morti, i congelati - italiani e greci - dell'umiliante campagna d'Albania.

Mi avevano destinato al battaglione costiero dopo vicissitudini per le quali, nonostante i miei confusi 22 anni - classe 1921, i volontari universitari «forzati» - avevo toccato con mano il marasma delle nostre forze armate. A Padova, dove avevo prestato servizio di prima nomina, il mio battaglione era stato destinato all'Africa settentrionale. Vestivamo uniformi coloniali e gli amici di un altro battaglione ci chiamavano con umorismo nero «i morituri», loro avendo invece in programma di difendere la Sardegna. Andò a finire che noi partimmo per comodi compiti d'occupazione in Grecia e loro furono mandati in Russia. Quasi nessuno tornò.

Invece noi del «479º costiero» ce la passavamo piuttosto bene, tutto sommato, con il mare e il sole d'una bella estate. Eravamo immersi, almeno molti di noi, in una passività fatalista. Sapevamo che le vicende del conflitto mondiale per l'Italia andavano a rotoli, ma ci comportavamo - e parlavamo - come se quei disastri non ci toccassero. Le comunicazioni dei comandi erano tutte formalità cartacee o eroiche resistenze o arretramenti su posizioni prestabilite. Non c'erano andartes, i partigiani greci, dalle nostre parti.

Un primo brusco risveglio l'avemmo quando si seppe che il nemico era sbarcato sul suolo della Patria. Il secondo, ancora più brusco, l'avemmo l'indomani del 25 luglio, quando si seppe che il Duce era stato sostituito dal duca di Addis Abeba maresciallo Pietro Badoglio. Il comandante della mia compagnia, capitano Bosio - anche lui di complemento, bravo e savio - mi affidò l'ingrato incarico di tenere alla truppa un discorsetto rincuorante, ed ebbi la giovanile sfrontatezza di tenerlo.

Mescolai una rozza retorica ad accenti fieri, sicuramente dissi un mucchio di banali cretinate, ma insieme ai toni enfatici credo, ripensandoci, d'avere avuto accenti genuini. Non c'erano fascistoni nel battaglione costiero. Non c'erano nemmeno antifascisti. O forse qualcuno nella truppa, ma non me n'ero accorto. Ci adeguavamo al «la guerra continua» del vecchio maresciallo senza davvero crederci e senza opporci.

La folgore si abbattè su di noi l'8 settembre, con l'annuncio serale dell'armistizio. Un pensiero ci dominò da quel momento in poi. Come si poteva tornare a casa? I soldati tempestavano noi ufficiali che non eravamo in grado di dare una risposta. Prendemmo allora coscienza di quanto fosse minacciosa la presenza, a pochi chilometri di distanza, di ingenti forze tedesche, tenute raggruppate e non disseminate come le nostre. I contatti con l'alleato erano stati fino ad allora corretti senza smancerie. Tutti sapemmo che da quel momento in poi l'alleato sarebbe diventato nemico.

Dall'XI armata del generale Vecchiarelli ci arrivavano messaggi telefonici contraddittori e tremebondi. Speravamo, mentre le ore passavano, che ad Atene i comandanti prendessero qualche decisione, oltre a quella badogliana di non attaccare ma di reagire a ogni attacco, da qualsiasi parte venisse. Finalmente la decisione, umiliante, ci fu.

Consegnare ai tedeschi tutte le armi tranne le pistole degli ufficiali. Un sergente della Wehrmacht era arrivato in sidecar, scortato da una camionetta, per far rispettare l'ordine. Eravamo avviliti ma continuavamo a sperare che questo atto vile fosse la premessa di un accordo e di un ritorno. La sera del 10 settembre feci un giro a piedi tra le villette di Boiati dove molti ci conoscevano e trattavano amichevolmente.

Rammento ancora con vergogna le frasi che mi rivolse - in un italiano stentato ma comprensibile - un medico greco che avevo più volte incontrato: «Ma perché avete consegnato le armi? Siete tanti, più dei tedeschi». Non risposi nulla perché non sapevo cosa rispondere. Aveva ragione. Con la rapidità che li caratterizzava, i tedeschi procedevano alle loro contromisure, incluse quelle propagandistiche. Bosio e tutti noi ufficiali avemmo la visita d'un ufficiale italiano a noi sconosciuto, scortato da un tedesco, che dall'uniforme aveva tolte le stellette. Ci disse che il vero esercito italiano stava risorgendo incorporato nelle forze tedesche e che, se vi ci fossimo arruolati, avremmo ancora ricevuto il nostro stipendio e mantenuto i nostri incarichi.

Nessuno accettò. Non succedeva nulla, il re e Badoglio s'erano rintanati a Brindisi, i generaloni di Atene tentennavano, noi discutevamo con rabbia della nostra sorte sapendo che non dipendeva da noi. Finché - credo fosse la mattina dell'11 settembre - un reparto tedesco piombò sui nostri sparpagliati e inermi presidi di Boiati e dintorni.

I tedeschi erano pochi e spavaldi. Notai che non avevano un atteggiamento aggressivo come altrove tragicamente avvenne, avevano l'aria di procedere a un adempimento burocratico più che a una azione di guerra. Un rastrellamento, non una minaccia di combattimento. Ci condussero in uno spiazzo e di lì ci avviarono verso una meta da loro stabilita. La seconda compagnia del 479º battaglione costiero si avviò così in lunga fila verso la prigionia, sorvegliata da pochissimi uomini. Accanto a me avevo il tenente medico Sordelli.

Costeggiavamo la tenuta dell'ingegnere italiano Troy che conoscevamo bene. A una curva del percorso io e Sordelli sgattaiolammo verso un folto di alberi, nessuno ci vide. Da allora per qualche giorno l'ingegnere generosamente ci ospitò, poi fummo affidati ad amici o conoscenti suoi. Una vita misera ed errabonda, non avevo più l'uniforme, non avevo più la pistola. Il mio amico medico, catturato dai tedeschi, finì in Germania e vi morì. Io di casa in casa trovai finalmente rifugio presso una famiglia di bravissima gente. Di una delle ragazze di famiglia m'innamorai. È stata mia moglie per 63 anni.

Nel 1953 un giornalista, Renzo Renzi, pubblicò sulla rivista Cinema nuovo un articolo intitolato «L'armata s'agapò» (s'agapò in greco moderno significa «ti amo») dedicato al dissolvimento delle forze italiane d'occupazione, con un intrecciarsi acre di tragedie e di commedie collettive e individuali. Renzi e il direttore di Cinema nuovo Guido Aristarco furono brevemente arrestati e, come ex militari, processati per vilipendio delle forze armate. La condanna fu di otto mesi di reclusione per Renzi, quattro e mezzo per Aristarco.

Seguii il processo come cronista del Corriere della Sera, e l'ufficiale che presiedeva il Tribunale militare mi chiese un giorno perché mai, lavorando in un grande quotidiano borghese, parteggiassi nei miei resoconti per gli imputati. Gli spiegai che parteggiavo perché, sia pure con sgradevole acredine e accanimento ideologico, «L'armata s'agapò» aveva raccontato amare e avvilenti verità. Ci furono aspetti miserevoli in quella tragedia. Ma vi furono anche emozioni e passioni sincere.

In questa mia estrema vecchiezza fatta di ricordi, di rimpianti, di rimorsi, non rinnego nulla, mi rassegno a tutto, perché tutto appartiene alla vita.




Io, sottotenente in Grecia vi racconto il mio 8 settembre

Redazione - Dom, 08/09/2013 - 07:55


Se alle parole seguiranno i fatti, cosa non automatica in politica, Guglielmo Epifani ha decretato la morte del governo Letta.

«Domani in giunta del Senato - ha dichiarato - il Pd metterà la parola fine all'avventura politica di Silvio Berlusconi». Non bisogna essere falchi né colombe per capire che se ciò avvenisse davvero, un minuto dopo le larghe intese diverrebbero talmente strette da non permettere il passaggio neppure di quel minimo filo d'aria indispensabile per vivere. Lo sanno bene anche loro, quelli del Pd. E allora i casi sono due: o stanno mentendo per tenere buoni i loro elettori ma poi prenderanno tempo, oppure far cadere il governo è proprio quello che stanno cercando. Per liberarsi in un colpo solo di Berlusconi, del Pdl, e pure di Renzi che non avrebbe tempo per completare la scalata al Pd.

Fino a che siamo in tempo, speriamo che questa macchina infernale si fermi. I motivi non mancano, anzi ogni giorno si arricchiscono. Oggi ve ne offriamo altri due. Il primo è il ricorso presentato ieri alla Corte europea per i diritti dell'uomo da Silvio Berlusconi. Ve lo offriamo nella versione integrale perché, al di là dei tecnicismi, è un documento che apre squarci inquietanti sulle lacune e le omissioni di una inchiesta - quella Mediaset - che ha violato i più elementari diritti dell'imputato. Il secondo documento l'ha recuperato la nostra collega Anna Maria Greco. È una sentenza emessa da un magistrato svizzero che aveva aperto la stessa inchiesta sui diritti Mediaset.

Di più: gli inquirenti svizzeri avevano lavorato a stretto contatto con quelli italiani, scambiandosi documenti e informazioni. Bene: a differenza di quelli italiani, i giudici svizzeri hanno archiviato l'inchiesta non ravvisando alcun reato. La truffa sui diritti televisivi? Un teorema infondato, hanno concluso oltralpe.

Mi chiedo come è possibile che sulla stessa inchiesta due magistrature arrivino a conclusioni diametralmente opposte? A chi credere? Io non ho dubbi, e mi auguro che almeno un dubbio venga domani ai senatori che dovranno decidere se prendere per buona una sentenza farlocca figlia della follia giustizialista o se recuperare dignità e buon senso per vederci chiaro su ciò che è accaduto.




L'ordine del "tutti a casa"? Ce lo diede un inglese

Dick Mallaby trasmise le comunicazioni tra la base alleata di Algeri e Roma. E accompagnò il Re e Badoglio in fuga sulla "Baionetta"

Matteo Sacchi - Dom, 08/09/2013 - 07:27


È uno dei momenti più tragici, farseschi e studiati della storia italiana. L'8 settembre 1943, infatti, accadde di tutto. Un pasticciaccio brutto in cui gli alleati annunciano da Radio Algeri - alle 18,30 - attraverso la stentorea voce del generale Dwight D.

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Eisenhower l'armistizio con l'Italia siglato pochi giorni prima (il 3 settembre) a Cassibile cogliendo di sorpresa un'intera nazione, ma non i tedeschi che avevano gia predisposto l'operazione Achse. Un pasticciaccio brutto in cui la prima voce italiana che annuncia al regio esercito che è tutto cambiato arriva soltanto un'ora dopo, via radio. È quella molto meno stentorea del maresciallo Badoglio il quale balbettando in un quasi italiano sulle frequenze dell'Eiar dà l'incomprensibile e lacunosissimo ordine: «Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Come sia andata a finire subito dopo è cosa arcinota. L'avanzata dei tedeschi verso Roma, il caos del «tutti a casa», la disperata resistenza di quei pochi reparti che riuscirono a reagire nonostante fossero rimasti senza ordini, la fuga del Re e della corte sulla nave «Baionetta». E, dopo la guerra, il rimpallo delle responsabilità di quel disastro. Badoglio e i generali italiani hanno sempre sostenuto di esser stati presi alla sprovvista dalla volontà angloamericana di accelerare i tempi.

Eisenhower e i suoi hanno sempre sostenuto che il coordinamento disastroso sia tutto dipeso dai tentennamenti degli italiani. A settant'anni di distanza è arrivato un bel saggio, in libreria a breve, che aiuta a fissare dei punti fermi su ciò che avvenne in quelle ore. Lo ha scritto Gianluca Barneschi e si intitola L'inglese che viaggiò con il Re e Badoglio. La missione dell'agente speciale Dick Mallaby (Libreria Editrice Goriziana, pagg. 290).

Dick Mallaby è un personaggio a lungo rimasto sullo sfondo ma è l'agente del SOE (Special Operations Executive) che materialmente trasmise tutte le comunicazioni tra la base alleata di Algeri e Roma. Non che Mallaby (cresciuto in Italia, poliglotta e di bell'aspetto) fosse stato mandato da noi per questo. Gli inglesi avevano tentato di paracadutarlo con radio e cifrari vicino al lago di Como per organizzare i primordi della Resistenza. Ma l'operazione era temeraria e organizzata in maniera cialtronesca. Gli italiani lo catturarono subito, scoprendo tutta la sua attrezzatura da 007.

Sarebbe quasi di sicuro finito al muro. Ma a salvarlo intervennero proprio le trattative di resa che erano già in corso in Portogallo. Il generale Giuseppe Castellano e il diplomatico Franco Montanari avevano bisogno di un modo sicuro e criptato di comunicare con gli angloamericani. Qualcuno nell'entourage del generale Kenneth Strong disse che bastava consegnare agli italiani una delle loro radio per comunicazioni segrete. Ma chi sarebbe stato capace di usarla? C'era l'agente Mallaby che gli italiani avevano appena catturato, lui quelle apparecchiature le maneggiava a occhi chiusi.

Così il giovane Mallaby invece di finire davanti al plotone d'esecuzione si ritrovò a Roma, circondato dagli alti gradi dell'esercito italiano che gli dettavano messaggi da trasmettere, cifrati, alla base di Algeri. Il lavoro risultò subito complicatissimo: causa cifrari e metodo “improvvisato” a volte un messaggio lungo doveva essere spezzato in decine di parti. E in certi casi la decrittazione richiedeva alcune ore. Le comunicazioni risultavano spesso un dialogo tra sordi, pieno di messaggi accavallati e incomprensibili. Ma analizzando la documentazione di svariati archivi britannici e italiani e le carte private di Mallaby, che lavorava giorno e notte, qualcosa risulta abbastanza chiaro.

Una serie di messaggi (altri sono andati perduti) provano chiaramente che gli italiani nicchiarono intenzionalmente sulla cruciale questione di far sbarcare paracadutisti alleati negli aeroporti attorno a Roma. Il 7 settembre, a esempio, il messaggio cifrato numero 9 degli angloamericani parla di «Estrema imminenza delle operazioni». E gli italiani invece stavano ancora prendendo tempo. E quando alle 0,15 dell'8 settembre giunse il messaggio degli alleati che recitava: «Il comandante in capo... chiede che l'ultimo paragrafo del Proclama sia cambiato in “conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare”...» avrebbe dovuto essere chiaro a tutti che «Ike» non aveva alcuna intenzione di tergiversare.

Ma anche quando la corte era ormai in fuga, seguita da un Mallaby che continuava a criptare e decriptare messaggi, il pasticciaccio brutto continuò. A quel punto, come scrive Barneschi: «L'ossessione per la segretezza dei vertici italiani causò l'omissione di informazioni ai soggetti utilmente coinvolgibili». Persino il numero di persone da imbarcare sulla «Baionetta» per la poco onorevole fuga verso Brindisi non era stato programmato, testimonia Mallaby. E molti rimasero a terra. Insomma, se gli angloamericani sospettosi esitavano a considerare gli italiani dei validi cobelligeranti, ci pensarono la Corte e gli alti comandi a rassicurarli che non lo erano affatto.




In quel giorno iniziò la nostra guerra civile

Una catastrofe nazionale che dopo 70 anni ancora segna il Paeselo storico

Francesco Perfetti - Dom, 08/09/2013 - 07:28


Quel giorno di 70 anni fa, 8 settembre 1943, pesa ancora come un macigno sulla storia nazionale. «La guerra è finita, tutti a casa»: fu questo il significato attribuito alle parole lette alla radio da Badoglio: da quel momento non ci fu più un esercito italiano di soldati, ma di sbandati. Fu una catastrofe senza eguali nella storia del Paese. Un grande scrittore e giurista, Salvatore Satta, vergò un amaro de profundis in cui il trauma dell'8 settembre era assimilato alla «morte della patria» e, implicitamente, a quella della nazione. E Renzo De Felice parlò dell'8 settembre 1943 come della «data simbolo del male italiano», una data che rimetteva in discussione «il carattere stesso di un intero popolo». E si aprì una discussione storiografica e politica che non è ancora esaurita.

Nella storia contemporanea italiana c'era stato un altro momento drammatico: la disfatta di Caporetto dell'ottobre 1917. Tuttavia, allora la sconfitta e i suoi effetti vennero riassorbiti dal Paese e dalla classe dirigente. Non a caso Gabriele d'Annunzio parlò di Caporetto come di una «vittoria morale». Nel caso dell'8 settembre ciò non fu possibile.

E il motivo è abbastanza chiaro. Il fascismo aveva cercato di «nazionalizzare le masse» in maniera forzata e, per giungere a questo risultato, aveva rotto il binomio nazione-libertà (binomio che era tratto distintivo della «rivoluzione delle nazionalità» in Europa e, per l'Italia, del processo risorgimentale) e aveva identificato se stesso con il nazionalismo. La sua fine catastrofica aveva trascinato con sé l'idea stessa di nazione, condannandola a una sorta di damnatio memoriae tanto che, per molto tempo, il termine stesso di «nazione» scomparve dal lessico politico, surrogato - ma a fatica e grazie solo a Benedetto Croce - da quello di «patria».

Insomma, l'8 settembre mise in luce la debolezza etico-politica del Paese. Quella data segnò davvero la «fine della nazione» come valore unificante. Ma, al tempo stesso, esso implicò anche un timido avvio di un processo di «rinascita della nazione». Perché mentre gran parte dell'esercito si dissolveva come neve al sole, molti militari internati nei campi di concentramento rifiutarono di collaborare con i tedeschi mantenendo fede al giuramento al Re, e altri ancora non si lasciarono sopraffare dal panico e dalla confusione che regnavano dappertutto.

E, ancora, fra quanti, civili ed ex militari, decisero di impegnarsi nella lotta clandestina ve ne furono tantissimi, di provenienza diversa, cattolici e monarchici e liberali in prima fila, decisi a lottare per la costruzione di una Italia nuova, moderna e democratica, patriottica e nazionale, non succube del progetto togliattiano basato sull'idea di una «democrazia progressiva» con l'occhio e il cuore rivolti al comunismo internazionale e internazionalista.

Peraltro, il processo di recupero di una coscienza nazionale fu lungo e faticoso. E, forse, non si è ancora del tutto concluso. La costruzione della nuova Italia, libera e democratica, venne condizionata dal prevalere di una cultura politica basata sul presupposto di una «unità della Resistenza» a guida comunista, ma anche sulla falsa alternativa fascismo-antifascismo. Una cultura politica che finì per influenzare, troppo, il processo di formazione della Costituzione, conferendole quei connotati ideologici e quel carattere di compromesso che la rendono obsoleta. A 70 anni di distanza dalla drammatica giornata dell'8 settembre 1943 è ora di ripensare, mentre nuove macerie si stanno abbattendo sul Paese, la nostra storia e, soprattutto, chiudere il capitolo di una lunga, sotterranea, ininterrotta «guerra civile» che ha segnato questi decenni e impedito di imboccare la strada di una piena riconciliazione nazionale.

Le promesse di De Magistris sono finite tutte tra i rifiuti

Carmine Spadafora - Dom, 08/09/2013 - 07:40

Il sindaco aveva garantito strade linde e ordinate come in Svizzera. Siamo andati a fare un giro in città. Risultato: spazzatura ovunque

Non sarà l'emergenza rifiuti targata Antonio Bassolino ma con tutti i soldi che si spendono per pagare la Tarsu e per mandare la monnezza di Napoli, (via navi in Olanda, una decina di milioni di euro finora spesi) il milione di cittadini amministrati dal sindaco Luigi De Magistris e dal suo vice, il campione dell'ecologia, Tommaso Sodano, dovrebbe vivere in strade e piazze pulite e splendenti da fare invidia anche agli esigenti abitanti della Svizzera.


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Invece, Napoli è pulita ma solo a sentire Gigino, il sindaco indagato (per la questione delle strade gruviera) che si vanta di avere ripulito la città dai cumuli. Ma le chiacchiere dell'ex pm d'assalto sono smentite dalle foto scattate ieri dal nostro fotografo, in centro e in periferia. Come il bivacco allestito da tre uomini in via dell'Incoronata, situata, non in uno dei tanti ghetti di Napoli ma a poche decine di metri da Palazzo San Giacomo, la casa comunale di Gigino. Alle ore 14 erano li che mangiavano un panino, accanto sacchetti contenenti la monnezza e anche il «guardaroba» dei tre signori e sullo sfondo cartoni e altri tipi di rifiuti.

Altri bivacchi li abbiamo visti (e fotografati) lungo via Marina, la strada che costeggia il Porto, con rom che pranzano all'aperto, materassi – rifiuti lasciati li dai clochard, che poi la notte usano per dormire. Intorno alle ore 14,30, al centralissimo Corso Garibaldi, situato accanto alla omonima Piazza, dove si trova la Stazione ferroviaria, spazzatura sparsa qua e là e un cumulo lungo 7 - 8 metri e alto un metro e mezzo. Il Corso Garibaldi è una delle strade più affollate di Napoli, luogo di passaggio di migliaia di auto al giorno e di cittadini e turisti che devono recarsi alla Stazione o in aeroporto. Insomma, una delle porte di accesso alla città di De Magistris, uno dei tanti, pessimi, «biglietti da visita» di Napoli.

A trecento metri c'è via Carlo Poerio, altra importante arteria che si apre su Piazza Garibaldi. Nel primo pomeriggio di ieri il fotografo ha immortalato un paio di cumuli, uno dei quali si trova a poche decine di metri da uno dei più accreditati ristoranti di Napoli. In questo cumulo stava rovistando una donna rom: in una mano un panino, l'altra nella monnezza. Ma queste abitudini da terzo mondo non dovrebbero preoccupare l'amministrazione cittadina che ha il compito di vigilare sulla salute del suo milione di cittadini?

Stessa scena a Piscinola, periferia di Napoli, adiacente a Scampia: in una striscia di monnezza lunga alcuni metri stavano facendo la «spesa» due rom, un uomo e una donna. Ma le immagini simbolo di questo monnezza – tour sono state scattate a Scampia, quartiere simbolo di tutti i mali di Napoli: camorra, innanzitutto, disoccupazione, degrado, riferibile non solo ai rifiuti ma anche allo stato in cui si trovano decine di edifici, non solo le «famigerate» Vele. In via Cupa Perillo – Prolungamento viale della Resistenza, c'è una striscia di rifiuti lunga oltre duecento metri e larga una mezza dozzina.
A pochi metri vivono 400 rom insediatisi abusivamente negli anni scorsi.

Ma, il paradosso è costituito dal fatto, che proprio di fronte alla discarica a cielo aperto, è situato un deposito di cosiddetti «mezzi pesanti» dell'Asia, l'azienda che cura la raccolta dei rifiuti a Napoli. Sono circa 120 i mezzi che ogni giorno escono da quel deposito, per raccogliere la monnezza disseminata nelle strade della città ma, mai per ripulire la «discarica» di Cupa Perillo. Cecità? Strafottenza? «L'ultima segnalazione all'Asia l'abbiamo fatta una decina di giorni fa» spiega a il Giornale l'assessore alla Municipalità di Scampia, Claudio Ferrara. «De Magistris si è dimenticato dei 120 mila abitanti di questa Municipalità», accusa il Presidente di Scampia, Angelo Pisani.

La «discarica» di Cupa Perillo l'avevamo fotografata e raccontata a dicembre del 2011. Un anno e nove mesi dopo è ancora li. Ovviamente si è irrobustita. Qualcuno avverta a Gigino: anche qui è Napoli. Per scrivere quello che si è annotato nel corso del monnezza – tour di ieri, ci vorrebbe una intera pagina di Giornale. O, forse, qualche paginetta di verbale.

carminespadafora@gmail.com

La sicurezza americana può penetrare in qualunque smartphone

Corriere della sera


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L’ultimo colpo di Snowden, se davvero di lui si tratta, arriva attraverso Der Spiegel, in un articolo in edicola oggi ma già anticipato online ieri. E il “titolo” è di quelli seri: la Nsa (National Security Agency) americana ha la capacità di accedere ai dati contenuti in praticamente qualunque smartphone. Senza dover passare da operatori o produttori, come invece pareva fosse passaggio obbligato almeno per quanto riguarda il “chiusissimo” iPhone.

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Non solo Apple sarebbe trasparente agli esperti di sicurezza americani, ma tutti i device con Android e i Blackberry, enormemente diffusi sul suolo americano. L’ultimo sviluppo del caso Datagate viene raccontato dal settimanale tedesco, che cita documenti interni dell’agenzia e della britannica Gchq (Government Communications Headquarters). L’articolo non spiega come il giornale ha ottenuto i documenti. Tuttavia uno dei suoi autori è Laura Poitras, rilevano le agenzie, una regista statunitense con stretti contatti con Edward Snowden, l’informatico prima al servizio delle agenzie americane e poi “talpa” in fuga. L’Nsa sarebbe in grado di vedere le liste dei contatti dei telefoni, i messaggi di testo e le email, le note e la localizzazione dei device stessi.

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Dai documenti citati viene fuori anche che l’Agenzia ha costituito dei gruppi di lavoro specializzati nei differenti sistemi operativi, che, lato iPhone, sono riusciti a penetrare anche in 38 applicazioni. Il più problematico pare sia stato l’os del Blackberry, reso più “opaco” con alcuni cambi nel 2009, modifiche che hanno richiesto diversi mesi per essere poi aggirate con successo. Per evitare che la notizia degenerasse nel panico, Der Spiegel spiega però che i documenti non indicano che la Nsa sta conducendo attività di sorveglianza di massa sugli utenti dei telefoni, ma che queste tecniche sono usate per intercettare individui specifici.

Quell'8 settembre l'Italia smarrì l'idea di bene pubblico nazionale

Corriere della sera

L'antica capacità di adattamento e i partiti al posto della patria
 
P oche date della storia italiana come l'8 settembre 1943 hanno avuto una natura altrettanto mal definita o controversa. In pochi altri casi la specifica realtà dell'avvenimento è stata spesso sostituita da interpretazioni e distorsioni che all'indomani della guerra avevano anzitutto a che fare con la difficoltà a riconoscere il dato della sconfitta militare legato appunto alla firma dell'armistizio, avvenuta il 3 settembre a Cassibile e resa nota cinque giorni dopo agli italiani con il famoso discorso di Badoglio alla radio.

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La nuova classe politica antifascista aveva mostrato di ritenere che quella che volgeva alla fine era stata la guerra di Mussolini, che perciò la riguardava solo fino a un certo punto. Di qui, per anni, l'imbarazzo di fronte a una ricorrenza che ricordava come questo non fosse vero, come per gli angloamericani fosse stato invece l'intero Paese ad aver perso la guerra. È sempre per questo motivo che si è voluta spesso far coincidere la data che più di ogni altra testimonia della sconfitta dell'Italia in guerra, appunto l'8 settembre, con l'inizio della Resistenza, che avrebbe le sue origini nelle prime spontanee reazioni di militari e civili contro i tedeschi all'indomani della notizia dell'armistizio.

Polemicamente, con un rovesciamento un po' meccanico della tesi di chi come Ernesto Galli della Loggia ha visto nell'8 settembre la «morte della patria», si è sostenuto che no, in quel giorno la patria semmai rinacque (così Marco Revelli su «Repubblica»).

Per recuperare il vero significato di quell'avvenimento e ciò che esso ha lasciato in eredità all'Italia repubblicana occorre riandare a quel che avvenne ai vertici del Paese l'8 settembre e nei giorni immediatamente seguenti, con la repentina disgregazione sia dell'apparato militare sia delle strutture fondamentali dell'amministrazione pubblica. Strettamente collegata a tale disgregazione, in gran parte causa di essa, fu la clamorosa inadeguatezza - fatta di errori, paure, incompetenza, viltà - di quanti rappresentavano allora lo Stato ai massimi livelli, civili e militari. Il minuzioso racconto degli eventi fatto qualche anno fa da Elena Aga Rossi ( Una nazione allo sbando , il Mulino) rappresenta l'agghiacciante prontuario della pochezza di una classe dirigente, che provocò la liquefazione dell'intero dispositivo militare italiano, lasciato dai suoi vertici senza ordini, e il crollo dello Stato nato dal Risorgimento, simboleggiato dalla fuga del re da una capitale abbandonata a se stessa.

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Il fatto che la notizia dell'armistizio venisse tenuta irresponsabilmente nascosta fino all'ultimo (la maggioranza delle forze armate italiane ne ebbe notizia solo attraverso il discorso di Badoglio alla radio) e che non fosse organizzata alcuna difesa di fronte alla prevedibile, rabbiosa reazione tedesca, ebbe conseguenze rilevantissime: non solo cambiò le sorti della guerra in Italia, ma favorì la presenza di due Stati - il Regno del Sud e la Repubblica Sociale - in una penisola che diventava ora teatro sia dello scontro tra Germania e angloamericani sia di una guerra civile tra italiani.

Mussolini e il Ventennio: le foto del regime Mussolini e il Ventennio: le foto del regime Mussolini e il Ventennio: le foto del regime Mussolini e il Ventennio: le foto del regime Mussolini e il Ventennio: le foto del regime

Di fronte al collasso delle strutture statali successivo all'8 settembre, la gran parte della popolazione - militari e civili - reagì cercando sostegno e protezione nei legami familiari e nelle reti elementari di solidarietà basate sulle relazioni interpersonali. Reagì, cioè, facendo ricorso a legami e sentimenti di tipo «orizzontale», che scontavano l'assenza o marginalità del rapporto «verticale» con le strutture - amministrative e simboliche - dello Stato. In un certo senso, si ritornava alla situazione preesistente il 1861, con il riemergere dei caratteri profondi dell'antropologia italiana, al di là delle sue varianti regionali, spesso radicati nella tradizione cattolica del paese: capacità di adattamento e sopportazione, disponibilità a prestare soccorso agli sconosciuti, forza dei legami familiari e dei vincoli comunitari di base, un'antica sfiducia nei confronti del potere.

Dopo l'8 settembre il Paese si dimostrò dunque capace di ricorrere a una sua fondamentale vitalità, a quella «energia» profonda che di recente Giuliano Amato e Andrea Graziosi ( Grandi illusioni , il Mulino) hanno visto come uno dei fattori della stessa ricostruzione postbellica e del cosiddetto «miracolo economico». Ma è anche vero - e la cosa non sarebbe stata senza conseguenze - che nella nuova Italia repubblicana, in gran parte proprio come esito duraturo e profondo dell'8 settembre, dovevano perdere di importanza quei concetti di nazione e di patria che, dal Risorgimento in poi, avevano alimentato idee e sentimenti di quote crescenti di italiani.

È un fenomeno che lascia tracce anche negli usi linguistici: se nei primi anni del dopoguerra il tema patriottico sembra ancora caratterizzare la retorica dei partiti, con gli anni 50 i termini patria e nazione si fanno desueti e imbarazzanti, e vengono abitualmente sostituiti da «Paese»; insistere a usarli espone anzi al rischio d'essere tacciati di sentimenti fascistoidi. L'espressione «interesse nazionale» diventa anch'essa tabù e così rimarrà fino alla metà degli anni 90.

La crisi delle strutture, ma anche dell'immagine e dei valori legati allo Stato nazionale doveva proiettare la sua ombra sui decenni successivi, anche per un fatto ben noto. Nell'Italia repubblicana il principale partito di governo, la Dc, e il principale partito di opposizione, il Pci, erano entrambi eredi di forze - i cattolici e i socialisti - estranee alla tradizione del Risorgimento. Parallelamente si affermava un «patriottismo di partito»: era il partito di appartenenza che diventava la vera «nazione». Molti, in sostanza, si sentivano democristiani, socialisti o comunisti prima che italiani. La dimensione nazionale diventava così una dimensione esclusiva, che comprendeva «noi» contro «loro».

Naturalmente, si può ritenere - qualcuno lo ha sostenuto - che la crisi dello Stato nazionale e dell'idea di patria o nazione non costituisca oggi un gran danno. Resta il dubbio che senza l'uno e l'altra - senza uno Stato nazionale autorevole ed efficiente, senza una minima percezione di appartenere a una stessa comunità nazionale - sia destinata però a perpetuarsi quella mancanza di un'etica del bene pubblico di cui soffre il nostro Paese.

8 settembre 2013 | 9:32

Il guinzaglio corto diventa obbligatorio Stretta del governo sui padroni dei cani

La Stampa

Da oggi in vigore le nuove regole: mai più a spasso senza museruola, stop agli animali aggressivi a minorenni e pregiudicati

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Novità in vista per chi ha un cane. La Gazzetta Ufficiale ha pubblicato un’ordinanza del Ministero della Salute che impone alcuni obblighi: 1) il guinzaglio dovrà sempre essere utilizzato nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico, fatte salve le aree per cani. Il guinzaglio non potrà essere più lungo di un metro e mezzo; 2) la museruola va sempre portata con sé; 3) è obbligatorio raccogliere le feci. Il proprietario del cane o chi lo detiene a qualsiasi titolo sarà responsabile penalmente e civilmente dei danni provocati dall’animale.

I minori, i delinquenti abituali e i pregiudicati non potranno avere un cane di elevata aggressività. Sono vietati l’addestramento dei cani per esaltarne l’aggressività e la sottoposizione dei cani a doping. L’ordinanza, che varrà un anno, non vale per i cani delle Forze Armate, delle forze dell’ordine, per quelli delle persone diversamente abili e per quelli utilizzati per la conduzione delle greggi.

La Corte europea dei diritti dell'uomo Cos'è, come funziona, chi ne fa parte

Corriere della sera


La Corte europea dei diritti dell'uomo (qui il sito ufficiale) è una Corte internazionale istituita nel 1959. Si pronuncia sui ricorsi individuali o statali su presunte violazioni dei diritti civili e politici stabiliti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Protegge in particolare il diritto alla vita, il diritto a un equo processo, il diritto al rispetto della vita privata e famigliare, la libertà di espressione, la libertà di pensiero e di religione, il diritto al rispetto della proprietà. Proibisce poi la tortura e i trattamenti inumani o degradanti, la schiavità e il lavoro forzato, la pena di morte, la detenzione arbitraria e illegale e la discriminazione nel godimento dei diritti e delle libertà previsti dalla Convenzione.

I GIUDICI - La Corte è composta da 47 giudici, uno per ogni Stato membro del Consiglio d'Europa. Sono eletti dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa sulla base delle liste di tre candidati proposte da ciascuno Stato. Il mandato, non rinnovabile, è della durata di nove anni. Il membro italiano è Guido Raimondi, che ricopre anche il ruolo di vicepresidente. Il presidente è invece il lussemburghese Dean Spielmann.

LE SENTENZE - In quasi 50 anni la Corte ha adottato più di 10 mila sentenze. Vincolanti per gli Stati interessati, hanno portato i governi a modificare la loro legislazione e la propria prassi amministrativa in molti settori. Le decisioni di irricevibilità e le sentenze emesse dai Comitati e dalla Grande Camera, sono definitive e non possono essere appellate. A seguito dell’emissione di una sentenza da parte della Camera, invece, le parti hanno tre mesi per richiedere il rinvio del caso alla Grande Camera per una nuova valutazione.

I RICORSI - I ricorsi possono essere presentati direttamente da individui, non essendo inizialmente necessaria l’ausilio di un avvocato. È sufficiente inviare alla Corte un ricorso completo e corredato dei documenti richiesti. Ad ogni modo, la registrazione di un ricorso da parte della Corte non implica che lo stesso sarà, poi, ritenuto fondato nel merito. Non sono richieste somme da corrispondere a titolo di tasse per i procedimenti dinanzi alla Corte.

IL PALAZZO - La corte ha sede a Strasburgo, nel Palazzo dei diritti dell'uomo disegnato dall'architetto britannico lord Richard Rogers nel 1994. Costato 445 milioni di franchi francesi, l'equivalente di circa 69 milioni di euro, ospita 18 sale riunioni (tra cui le aule delle udienze) e oltre 500 uffici.

7 settembre 2013 | 19:05

Boxe e filo spinato, i ricordi degli italiani prigionieri in Africa

Corriere della sera

Internati nel campo di Zonderwater, oggi s'incontrano in Emilia «Al freddo in tenda, ma mangiavamo»

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Il più giovane è Roberto Tiberi, «ragazzo del '21»: 92 anni. Il più maturo ne ha fatti cento lo scorso 16 giugno e la tempra era già nel suo nome: Guerrino Spada. In mezzo ce ne sono altri cinque, tutti ultranovantenni, tutti italiani, tutti militari al tempo della guerra. Si incrociarono 70 anni fa dall'altra parte del mondo, fra le montagne sudafricane del Transvaal, in un luogo dove nessuno avrebbe mai voluto mettere piede: Zonderwater, il più grande campo di concentramento per italiani all'estero, capace di internare 109 mila uomini fra il 1941 e il 1947.

Loro sono gli ex Pow, «Prisoner on war», i prigionieri della Seconda guerra finiti fra il filo spinato degli inglesi in quel Sudafrica che aveva accettato la cobelligeranza con il governo britannico. Ebbene, questi soldati si ritroveranno oggi con qualche capello in meno e qualche acciacco in più in un paesino emiliano, Canali, dove l'associazione Zonderwater Block li ha invitati per un abbraccio al quale parteciperà anche l'Istituto Alcide Cervi di Gattatico, emblema della resistenza e dell'antifascismo. Incontro che, a giudicare dagli occhi di Tiberi, si preannuncia pieno di emozioni: «Mi scusi ma quando penso a Gigi e a Glauco non ce la faccio...».

Gli ex prigionieri si rivedono dopo aver attraversato vite molto diverse: c'è chi ha diretto aziende, chi ha fatto il bidello, chi l'autista di pullman, chi il sindaco di paese. E, come in un romanzo di Sándor Márai, rieccoli a tirare le fila delle loro esistenze ricordando gli anni verdi di Zonderwater. Raccontano storie di guerra, di battaglie, di deportazioni, di sofferenze, ma anche di evasioni e di «complimenti a quel colonnello boero, Hendrick Frederik Prinsloo, che comandò il campo di concentramento con grande umanità», dicono quasi in coro ricordando che poteva finire molto peggio dopo la cattura nei vari fronti di guerra africani: dalla Libia all'Egitto, dall'Algeria all'Etiopia.

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Il sergente Tiberi, un toscano di Montepulciano trapiantato a Milano, prigioniero numero 177150, partito volontario sognando Salgari e Livingstone, ha pensato subito alla fuga: «Non potevo rimanere a Zonderwater, nonostante si trattasse di un campo, come dire, a misura di prigioniero: ordinato e bene amministrato. Ma io volevo la libertà e il Mozambico...». E così, una mattina, s'infilò nel furgone della spazzatura: «Scappai e iniziarono per me quattro anni da fuggiasco a Johannesburg dove però una carta d'identità straordinaria: bianco, europeo e parlavo l'inglese. Per tutti ero Robert Costa, nato a Nicosia. Feci il lattaio e l'agente immobiliare».

A Tiberi andò benone. Ma per chi non riuscì a fuggire e per chi non volle giurare solennemente fedeltà alla Corona britannica, cosa che consentiva di poter lavorare all'esterno, andò diversamente. «Mio padre infatti disse no - ricorda Enzo Bonzi, figlio del prigioniero Bruno -. Per lui ogni paio di braccia regalate agli inglesi erano come un fucile in più sulla testa degli italiani». Il suo è un bilancio meno felice: «Dieci relazioni della Croce Rossa certificarono le cattive condizioni del campo: all'inizio vivevano in tende, al freddo, senza scarpe, pochi vestiti...».

I morti furono 252, 12 i suicidi, 12 i folgorati dai fulmini che entravano nelle tende attraverso i pali d'acciaio che le sostenevano. «Ma dal '43 le tende sono diventate baracche e si faceva sport: calcio, pugilato, atletica. C'erano anche i teatri», puntualizza il novantaseienne ex caporale Sabbatino Libratti, veneto di Cogollo del Cengio dove è stato anche sindaco. Mentre l'ex sottufficiale ferrarese Italo Marchetti, che poi fece l'autista, ricorda i «famigerati campi in Sudan e in Kenia: Zonderwater era una pacchia al confronto. Di là c'era solo polvere e fame, di qua farina gialla, arance e un po' di respiro». Ma il più fortunato fu il fuggitivo Tiberi: «Ho perfezionato l'inglese che poi mi è servito per dirigere aziende». L'ex Pow, che ha trovato l'associazione con Facebook, ieri stava smanettando sull'iPad: «Cerco altri prigionieri di Zonderwater».

7 settembre 2013 | 17:29

Canone Rai, Bruxelles ammette petizione Lega contro pagamento

Il Mattino


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ROMA - Nel giorno della presentazione dei dati semestrali Rai, che mostrano un risultato quasi in parità, la Lega ha vinto il primo round della sua battaglia in sede europea contro il canone. La petizione per l'abolizione promossa dall'europarlamentare Mara Bizzotto e dal Comitato per la Libera Informazione di Marostica è stata accolta e dichiarata ammissibile dal parlamento europeo, che ha invitato la Commissione Ue di aprire un'indagine sul tema. «Si tratta di un risultato storico», commenta Bizzotto che parla di «rapina di stato» e chiede l'apertura di una procedura d'infrazione contro l'Italia per violazione della libera concorrenza.

I conti Rai. so il primo semestre dell'anno con una perdita 3,2 milioni di euro a fronte dei 129 milioni persi nello stesso periodo del 2012. Ha pesato l'assenza dei costi legati ai grandi eventi sportivi, presenti negli anni pari, ma - sostiene l'azienda - hanno inciso anche «importanti azioni di controllo sui costi». Il mercato pubblicitario, che ha prodotto una riduzione dei ricavi di circa 50 milioni di euro rispetto al 2012, potrebbe - secondo quanto rivelato da Gubitosi - tornare in positivo nel terzo trimestre. «I risultati - argomenta la Rai - confermano l'andamento indicato nel piano industriale che prevede per il 2013 un risultato operativo positivo e un pareggio del risultato netto nel 2014».

Canali tematici e nomine. Oltre alla semestrale il cda ha discusso del contratto di servizio tra Rai e ministero dello Sviluppo Economico, chiedendo modifiche alla bozza, in particolare in merito alla riconoscibilità dei programmi finanziati con il canone, e rimandando il via libera alla prossima riunione. Nulla di fatto anche sulle nomine dei vicedirettori di Raisport, che prevedono l'arrivo in squadra di Ivana Vaccari. L'orientamento di alcuni consiglieri è definire prima la linea complessiva sui canali tematici e poi procedere alla loro approvazione.

Il caso The Mission. A far discutere, intanto, è ancora The Mission, il programma con i vip nei campi profughi in onda a novembre su Rai1. Mentre il Pd definisce «grave l'assenza di risposte della Rai alla Vigilanza», il presidente della bicamerale Roberto Fico lancia l'idea di un atto di indirizzo «con cui la Commissione esprima il proprio punto di vista sulla trasmissione». «I vip ci saranno - spiega Gubitosi - perché se si facesse programma solo per gli addetti ai lavori non si diffonderebbe la consapevolezza del problema dei rifugiati, ma in nessun modo The Mission può essere considerato un reality». Il dg parla a tutto campo: apre le porte a Maurizio Crozza, pur negando che ci siano accordi per il suo approdo a Rai1, e smentisce la presenza con un cachet da 470 mila euro di Paul Gascoigne a Ballando con le stelle. Quindi risponde anche ad una domanda sulla possibile messa in onda del videomessaggio che Berlusconi avrebbe pronto e che alcune associazioni, anche con un petizione sul web, invitano a non trasmettere. «Valuteranno i direttori di testata, sarebbe una notizia comunque», sostiene il dg.

 
sabato 7 settembre 2013 - 15:13

Napoli, il flop della raccolta differenziata scontro Comune-Ministro

Il Mattino
di Daniela De Crescenzo

Sodano replica all'intervista rilasciata ieri al Mattino da Orlando: «Conosce bene il nostro piano ma servono i fondi che sono stati annunciati»


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«Il nostro piano è già stato illustrato al ministro Orlando e lunedì saremo a Roma per presentarlo formalmente. Poi avremo tempo fino alla scadenza del 15 settembre per completare la messa a punto». Il vicesindaco Tommaso Sodano replica al responsabile dell’ambiente che ieri al Mattino ha spiegato di essere in attesa di un progetto dettagliato per l’impiantistica e la differenziata da portare a Bruxelles nel tentativo di ridurre la supermulta che grava sulla Campania.

«Attualmente siamo al 27 per cento di differenziata e raggiungiamo 300 mila abitanti con il porta a porta. Con gli 8 milioni arrivati dai fondi Por abbiamo già aggiudicato una gara per mezzi cassonetti e materiali: in questo modo allargheremo il servizio ad altri centomila abitanti...


sabato 7 settembre 2013 - 10:29   Ultimo aggiornamento: 16:10