mercoledì 11 settembre 2013

Caprotti: com'è difficile fare impresa Dal '70 aspettiamo un'autorizzazione

Corriere della sera

Forse apriremo a Firenze l'anno prossimo. Dopo 43 anni

Caro direttore,

ho letto il bell'articolo del professor Ricardo Franco Levi sul Suo giornale dell'8 settembre. Non posso che ringraziarvi per le lusinghiere espressioni usate nei riguardi di Esselunga e del sottoscritto. Tuttavia vorrei permettermi un'osservazione. Le tre aziende scelte dall'autore non costituiscono un campione appropriato. Mettere Esselunga - e dunque me - accanto ad Armani e Luxottica è azzardato. Meglio sarebbe stato scegliere Ferrero.

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Esselunga è una piccola azienda, piccolissima nel suo settore, è solo una multiprovinciale, non ha un centesimo di attività fuori dai confini nazionali. Ove Luxottica, coi suoi centri di produzione in Cina, i suoi 6.000 negozi sparsi nel mondo è un gigante vicino al quale noi non possiamo stare. Del pari Armani, che è un genio a livello mondiale, con investimenti grandiosi anche fuori dal suo campo d'origine. Noi dunque siamo un'azienda di qui, una multiprovinciale che neppure riesce ad insediarsi a Genova o a Modena, per non dire di Roma ove io poco, ma i nostri urbanisti si sono recati forse 2.000 volte in dodici anni nel tentativo di superare ostacoli di ogni genere, per incontrare adesso il niet del nuovo sindaco del quale si può dire soltanto che è un po' «opinionated».

Noi, diversamente da Luxottica, Ferrero, Pirelli, Squinzi, Bombassei, Calzedonia, siamo un'impresa al 100% italiana (Pirelli, credo, italiana al 17%). E come tale un'impresa che deve difendersi dalla Pa (pubblica amministrazione) in tutte le sue forme e a tutti i suoi fantasiosi livelli ogni giorno che Dio comanda. Tassata al 60%, non più minimamente libera di scegliersi i collaboratori (la signora Fornero ha «garantito» anche i soggetti assunti in prova), Esselunga si trascina. Porta ancora avanti vecchi progetti, cose nelle quali, incredibile dictu, si era impegnata ancora al tempo delle lire. Per realizzare un punto vendita occorrono mediamente da otto a quattordici anni. Ma per Legnano ventiquattro; mentre a Firenze forse apriremo l'anno prossimo un Esselunga di là d'Arno, una iniziativa partita nel 1970!

Così, ultimamente, abbiamo cancellato ogni nuovo progetto. Ecco, caro direttore, la pallida risposta di un'azienda che di problemi ne ha troppi, che si avventura ogni giorno in una giungla di norme, regole, controlli, ingiunzioni, termini, divieti che cambiano continuamente col cambiare delle leggi, dei funzionari, dei potenti. Uno slalom gigante con le porte che vengono spostate mentre scendi. Un'azienda affondata nelle sabbie mobili italiane. Oberata da un esiziale carico fiscale atto solo a sostenere tutto ciò che nel paese è sovvenzionato. Cioè quasi tutto. Diversamente da Armani e Luxottica che hanno «creato», noi abbiamo soltanto cercato di dare un po' di eleganza, di efficienza, di carattere ad un mestiere assai umile. A livello internazionale ciò ci è riconosciuto. Ma nel paese non siamo ben accolti.

E per soprammercato facciamo un mestiere che nel nostro stranissimo paese è politico. Perché? Perché sono «politici» i due più grandi operatori nazionali. Fuori non riescono neppure a capirlo. Ma sono tante le cose che gli stranieri non possono capire di noi, di un paese che se fosse rimasto libero e normale avrebbe potuto andare chissà dove. Imprenditori straordinari fecero nel dopoguerra aziende straordinarie. Ma gli imprenditori sarebbero poi diventati tutti incapaci, a meno che non se ne fossero andati ad operare altrove. Ma noi non possiamo. Peccato non si possa dire: «hic manebimus optime».

11 settembre 2013 | 10:33

Addio barriere tra i Paesi dell’Ue Scatta la rivoluzione del roaming

La Stampa

L’Ue presenta il piano in 7 punti. Tra gli obiettivi: abbattere i costi, semplificare la norme, introdurre un nuovo insieme di regole per chi usa e chi offre servizi di telefonia

marco zatterin
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES


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Rivoluzionare le comunicazioni in sette mosse, niente di meno. La Commissione Ue non nega le sue ambizioni nel mettere sul tavola l’atteso pacchetto di proposte per il mercato delle Tlc intitolato “Connected Continent”, una strategia che - una volta adottata dai ventotto stati membri dell’Unione - vuole ridurre i costi per i consumatori, semplificare la burocrazia a cui sono sottoposti gli operatori, introdurre un nuovo insieme di regole per chi usa e chi offre nel mondo delle Tlc. La cosa che fa più titolo è l’auspicato, sebbene comunque difficoltoso e in parte contrastato, piano di azzeramento del roaming, passo che consentirà di usare il telefonino all’estero alle stesse condizioni che si hanno a casa. Ma la cornice della strategia, scritta dal responsabile per l’Agenda Digitale Neelie Kroes e controfirmata dal presidente della Commissione Barroso, è decisamente più grande. “L’Europa deve tornare ad essere un leader digitale”, è il messaggio chiave.

Le regole
Il pacchetto introduce il principio di una singola autorizzazione per operate nell’Unione, dunque basta avere il semaforo vedere di una capitale per vantare facoltà di essere attivo in tutte le altre; attualmente si deve essere autorizzati paese per paese. Proprio per semplificare i comportamenti, si propone un’ulteriore armonizzazione del modo in cui gli operatori possono concedere l’uso delle reti di loro proprietà o gestione, così da limitare i possibili abusi di concorrenza.

Magico roaming
Il sovraprezzo per le chiamate in entrata quando si è all’estero “sarà messo al bando dal primo luglio 2014”. Le società avranno due strade da percorrere: potranno offrire pacchetti telefonici validi per tutta l’Ue (Roam like home, fuori come a casa) il cui prezzo sarà definito dalla concorrenza interna; oppure potranno permettere ai propri clienti di sdoppiarsi, optando cioè per un provider differente per il roaming che abbia tariffe più basse (senza cambiare la carta sim)

Fine delle internazionali
E’ prassi per le compagnie Tlc quella di applicare un aumento di tariffa per le chiamate effettuate, dal fisso o dal mobile, verso un altro paese dell’Unione. Le chiamate intracomunitarie non potranno costare più delle interurbane. In pratica una conversazione fa Palermo e Torino avrà lo stesso costo che una fra il capoluogo siciliano e Strasburgo. Le chiamate comunitarie dal mobile non potrà superare i 19 cent al munito (più Iva). L’impianto prevede che “nel fissare i listini le società potranno recuperare i costi aggiunti obiettivi, ma ogni aumento arbitrario dovrà scomparire”, Frase sibillina, questa. Richiede una verifica una volta che si arriverà all’attuazione pratica.

Rete aperta
Ecco la neutralità del web. L’insieme varato dalla Commissione stabilisce che il blocco e il “throttling” (rallentamento della rete) per i contenuti messi su Internet. Gli utenti dovranno avere accesso complete al web senza tenere conto del costo o della velocità consentiti dal loro abbonamento. Sarà possibile offrire dei servizi speciali (come il video on demand o applicazioni con immagini ad alta risoluzione) a patto che questo non interferisca con la velocità dei dati sulla rete. I consumatori potranno scindere il loro abbonamento se la velocità promessa non è quella effettiva. 

Nuovo diritti
Contratti leggibili, informazioni confrontabili, più ampi diritti di cambiare gestore Internet, tetto di 12 mesi per le intese. Queste sono le nuove tutele. Più quella di vedersi girare le vecchie email qualora si cambi casella postale, una gran bella e comoda opportunità.

Lo spettro delle frequenze
Il coordinamento delle assegnazioni permetterà agli europei di avere maggior accesso alla rete mobile 4G e al Wi-Fi. Nelle intenzioni della Commissione Ue gli operatori mobili saranno in grado di sviluppare piani d’investimento transfrontalieri più efficaci, grazie a un maggior coordinamento delle tempistiche, della durata e delle altre condizioni di assegnazione delle radiofrequenze. Le autorità nazionali manterranno le loro responsabilità in materia e continueranno a incassare i contributi versati dagli operatori mobili, operando in un quadro più coerente che amplierà anche il mercato delle apparecchiature più avanzate per le telecomunicazioni.

Investimenti certi
La raccomandazione sulle metodologie di determinazione dei costi e sugli obblighi di non discriminazione è il secondo elemento di questo pacchetto che integra la proposta di regolamento cui è strettamente legata. Punta ad aumentare le certezze per gli investitori, intensificando il livello degli investimenti e riducendo le divergenze tra i regolatori. In pratica comporta due conseguenze: un’ulteriore armonizzazione e maggiore stabilità dei costi che gli operatori storici possono addebitare per garantire ad altri l’accesso alle reti in rame esistenti; la piena garanzia che i soggetti che richiedono l’accesso possano accedere in modo realmente equivalente alle reti. Assicurando questa pressione concorrenziale e l’assenza di discriminazione, i prezzi dell’accesso all’ingrosso alla banda larga “di nuova generazione” saranno determinati dal mercato e non dai regolatori, con minori oneri burocratici per gli operatori.

Quando?
Il testo entra domani nel complesso circuito delle decisioni comunitarie, prima al Consiglio (gli stati) e poi all’Europarlamento (che chiude con aprile). C’è molta pressione a Bruxelles. Si vuole approvarlo in primavera perché cominci a diventare operativo da luglio. E’ un passo importante. Non c’è che da augurare al “Continente Collegato”, e a oi tutti, una buona fortuna.

Giustizia, il ddl «anti Esposito» approvato dalla commissione al Senato, M5S protesta

Corriere della sera

Prevede l'illecito disciplinare per i magistrati che rilasciano dichiarazioni o hanno comportamenti non imparziali
La Commissione Giustizia del Senato ha dato un primo via libera al disegno di legge sulla responsabilità disciplinare dei magistrati e il trasferimento d'ufficio. Un ddl che, al momento dell'abrogazione di un articolo, ha causato qualche bagarre.


NIENTE DICHIARAZIONI IMPARZIALI - Il ddl, che porta il nome del presidente della Commissione Francesco Nitto Palma, prevede che siano sottoposti a procedimento disciplinare quei magistrati che rendano dichiarazioni con le quali, per il contesto sociale, politico o istituzionale in cui sono rese, rivelano l'assenza dell'indipendenza, della terzietà e dell'imparzialità richieste per il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali.

ANCHE I COMPORTAMENTI - Un riferimento che è stato interpretato da alcuni, e in particolare dal Movimento 5 Stelle, riferito al caso di Antonio Esposito, il giudice della corte di Cassazione che ha letto la sentenza di condanna definitiva di Silvio Berlusconi e, pochi giorni dopo, ha concesso un'intervista a Il Mattino parlando del processo a motivazioni non ancora depositate. Il ddl guarda anche al procedimento per illecito disciplinare anche per quei giudici che assumano «ogni altro comportamento idoneo a compromettere gravemente l'indipendenza, la terzietà e l'imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell'apparenza, nel contesto sociale o nell'ufficio giudiziario in cui il magistrato esercita le proprie funzioni».

M5S: LEGGE VERGOGNA - Hanno votato a favore del ddl la Lega, il Popolo della Libertà, Grandi Autonomie e Libertà e Scelta Civica-Udc. Assente Sel, contrari il Pd e il Movimento 5 Stelle. E proprio M5s ha dato il via alla polemica parlando di «legge vergogna contro la magistratura». Il Movimento aveva proposto un emendamento abrogativo, che è stato bloccato dagli 8 rappresentanti del centrodestra, a fronte degli 8 voti a favore del Pd e, appunto, dei grillini. Vista la parità, l'emendamento abrogativo non è stato accolto, ha spiegato Enrico Cappelletti, capogruppo del movimento nella Commissione giustizia. Nitto Palma ha preso atto della contestazione ma ha sottolineato: «L'intervento normativo di tipo disciplinare sulle dichiarazioni fuori misura rese da parte dei magistrati ai giornalisti era stato auspicato dal Consiglio Superiore della Magistratura e dallo stesso Presidente della Repubblica in uno dei suoi interventi al Csm». Inoltre Nitto Palma ha aggiunto: «Il disegno di legge è stato da me presentato ad inizio legislatura, non si tratta quindi di un emendamento dell'ultima ora come erroneamente detto dal senatore Cappelletti».

SOSPESI PER SEI MESI I PROCEDIMENTI IN CORSO - Nel provvedimento si dice che tutti i procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della legge «sono rimessi al ministro della Giustizia e al procuratore generale presso la Corte di Cassazione per le proprie determinazioni in ordine all'eventuale esercizio dell'azione disciplinare e restano, conseguentemente, sospesi per sei mesi».


Tv: Nitto Palma querela Crozza, «Dice falsità» (11/05/2013)

11 settembre 2013 | 18:03

Mammut, estinti per il clima e non per la caccia

Corriere della sera

La prima diminuzione di questi animali avvenne nell'interglaciale Eemiano 120 mila anni fa

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Che ne è stato del mammut? È morto di caldo, smarrito da cambiamenti troppo radicali, o per mano dell'uomo? E soprattutto: quando è veramente sparito dalla faccia della Terra? Risponde una ricerca svedese guidata da Love Dalen che soprattutto stravolge le date in cui si stima che iniziò e terminò la scomparsa del mammut. Non furono i cacciatori delle pianure eurasiatiche a causarne l’estinzione, bensì il clima.

TROPPO CALDO - La ricerca, condotta dal Museo di storia Naturale di Stoccolma e pubblicata su Proceedings of the Royal Society B, dimostra infatti definitivamente, attraverso l’analisi del Dna, che a uccidere i mammut fu la fine della glaciazione e il riscaldamento globale e non i nostri antenati, anche se come fanno notare molti esperti la deglaciazione comportò a sua volta ondate di popolazioni migratorie dedite alla caccia e dunque le due cause con ogni probabilità si intrecciarono.

LE CAUSE - In realtà è dal 1806, epoca in cui furono ritrovati in Russia i primi resti fossilizzati di mammut, che si discute sulla reale causa di estinzione di questi cugini dei moderni elefanti che centinaia di migliaia di anni fa popolarono le steppe ghiacciate ed è ormai quasi assodato che le condizioni climatiche giocarono il ruolo cruciale. I mammut si sono estinti a causa della trasformazione del loro habitat, che riscaldandosi ha modificato gradatamente la flora. Ma la vera novità di questo studio, alle cui conclusioni erano già approdati gran parte degli scienziati, sta nel fatto che i mammut avrebbero iniziato un primo processo di estinzione già a partire da 120 mila anni fa (nel periodo interglaciale Eemiano, tra le glaciazioni che nelle Alpi prendono il nome di Riss e Würm).

DNA - L’analisi genetica condotta dal gruppo di ricerca del Museo di storia naturale di Stoccolma mostra come già nel Pleistocene superiore i grandi erbivori avessero iniziato a decimarsi e che addirittura 120 mila anni fa la popolazione di mammut avesse dato i primissimi segni di contrazione. La prima grande moria risale dunque a quando si verificò un periodo interglaciale (Eemiano) che generò temperature definite dagli esperti «più o meno come quelle attuali». In quell’occasione la popolazione di mammut passò probabilmente da alcuni milioni ad alcune decine di migliaia di esemplari. Con la ripresa dell'espansione dei ghiacci sulle terre emerse i mammut tornarono a prosperare. Ma quando anche l'ultima glaciazione (Würm) terminò circa 20 mila anni fa, i mammut scomparvero di scena. Non tutti però, alcuni (forse una sottospecie) restarono isolati nell'ultima nicchia ecologica a loro congeniale: nelle remote lande e nelle isole a nord della Siberia.

STUDI - I ricercatori hanno sequenziato il Dna di 300 campioni fossili di mammut lanoso scoperti in Eurasia e in America del Nord e risalenti a differenti epoche e hanno messo poi in relazione la documentazione fossile e genetica con la simulazione del clima delle varie regioni abitate dai mammut durante i vari intervalli di tempo.

SIBERIA – Attualmente intorno al climate change e ai mammut sono stati fatti notevoli passi in avanti. Recentemente per esempio è stata trovata in un'isola dell'arcipelago Ljachov, nel mar di Laptev, la carcassa di un mammut dalla quale è stato possibile estrarre una discreta quantità di sangue. È avvenuto in una remota isola a nord della Siberia aprendo nuovi spiragli per riportare in vita i mammut tramite clonazione. Forse Manfred (detto Manny), il mammut protagonista del film L'era glaciale che affronta, nella sua leggerezza, il tema della caccia e dell’estinzione, tornerà. A patto che il clima non si riscaldi troppo.

11 settembre 2013 | 17:34

Brasile: il viceministro (di sinistra) che spara contro i manifestanti

Corriere della sera

Ari Pereira si è sporto dalla finestra e ha sparato contro dei contadini che protestavano per l'uccisione di un loro leader
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Alla faccia del partito dei lavoratori. Qui siamo più dalle parti del «Marchese del Grillo». Che, almeno, nell'indimenticabile film con Alberto Sordi dalla finestra si limitava a lanciare le pigne. Il viceministro per la Sicurezza pubblica dello Stato brasiliano di Bahia ha invece sparato tre colpi di pistola contro alcuni contadini del Movimento Sem Terra (Mst) che erano entrati nei locali del ministero a Salvador per protestare contro l'uccisione di un loro leader.

LA FOTO - Ari Pereira è stato fotografato mentre dal primo piano dell'edificio punta l'arma contro i manifestanti nell'atrio e apre il fuoco, fortunatamente senza colpire nessuno. I Sem Terra protestavano per l'uccisione, lo scorso aprile, di Fabio Santos, uno dei leader del movimento. Il ministro per la Sicurezza pubblica di Bahia, Mauricio Barbosa, ha poi ricevuto i manifestanti, che hanno sospeso la protesta dopo l'incontro. Lo stato di Bahia è governato da Jacques Wagner, del Partito dei Lavoratori (Pt, di sinistra), lo stesso della presidente Dilma Rousseff.

11 settembre 2013 | 11:06

Google paga 2 milioni di dollari a chi ha scoperto i bug nella sicurezza

Il Messaggero

di Laura Bogliolo


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ROMA - Dimeticatevi le password, il futuro è fatto di token di autenticazione che funzionano con tatuaggi impressi nella pelle, pillole da ingerire che sprigionano segnali a 18-bit e da accessori da indossare. L'addio alle password, all'ormai archaico e più volte sconfitto metodo per l'autenticazione, lo dà Heather Adkins manager dell'Information security di Google.

Adkins raccomanda alle start-up, alle future generazioni di cervelloni che vogliano avere un posto nel mercato dell'hi-tech di concentrarsi soprattutto sulla sicurezza e di abbandonare l'arcaico metodo delle password per proteggere i dati.

Sul blog di Google dedicato alla sicurezza giorni fa ha fatto un bilancio del programma Chromium and Google Web Vulnerability Reward Programs per ricevere dagli utenti segnalazioni di bug. In tre anni Google ha ricevuto più di 2.000 segnalazioni di bug di sicurezza: sono stati offerti due milioni di dollari a chi ha partecipato al progetto consentendo di rendere il pianeta Google più sicuro.
Il progetto di partecipazione collettiva è così piaciuto a Google che la ricompensa per la segnalazione di alcuni bug sono stati quintuplicati, da 1000 a 5000 dollari.

Adkins non ha sveluto quali siano i progetti futuri sulla sicurezza di Big-G, anche se gli ultimi annunci di Google-Motorola fanno pensare sempre di più a una nuova era per la sicurezza: sistemi di autenticazione, come spiegato tempo fa da anche Regina Dugan, capo di un dipartimento della sicurezza all'interno di Motorola, che funzionano con un tatuaggio elettronico o la pillola(Proteus) da ingerire che, alimentata dai succhi gastrici, crea un segnale a 18-bit trasformando l'intero corpo in un token per l'autenticazione.

laura.bogliolo@ilmessaggero.it

DailyWeb

Mercoledì 11 Settembre 2013 - 12:36
Ultimo aggiornamento: 16:16

L’11 settembre 2001 e quella chiesa ai piedi delle Torri

Il Giornale

di Paola Di Sabatino


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Ri­cor­ren­za in­fau­sta quel­la del­l’11 set­tem­bre, al­me­no dal 2001, data del­l’at­ten­ta­to alle Torri ge­mel­le. Una tra­ge­dia che ne ha cau­sa­te altre, negli anni, forse più oscu­re. Tante le sto­rie le­ga­te a quel dram­ma­ti­co gior­no, che gior­na­li­sti, re­gi­sti, poeti e scrit­to­ri hanno fatto co­no­sce­re al gran­de pub­bli­co. Sto­rie di lutti, di fa­mi­glie di­strut­te, di vite spez­za­te. Sto­rie tra­gi­che, in­som­ma; né po­treb­be es­se­re di­ver­sa­men­te data la cir­co­stan­za. E però c’è un’ec­ce­zio­ne alla re­go­la. Un’ec­ce­zio­ne che ha a che ve­de­re con la chie­sa che si trova a ri­dos­so delle Torri, in­ti­to­la­ta a san Pie­tro. Ed è la sto­ria che an­dia­mo a rac­con­ta­re.

Era il 1785 quan­do, con una do­na­zio­ne prov­vi­den­zia­le di 1000 mo­ne­te d’ar­gen­to of­fer­te da Carlo III re di Spa­gna, i cri­stia­ni di New York rag­giun­se­ro la somma ne­ces­sa­ria per edi­fi­ca­re la prima chie­sa cat­to­li­ca della città. La do­mi­na­zio­ne in­gle­se – la cui legge proi­bi­va il culto cat­to­li­co – era ap­pe­na ter­mi­na­ta, gli Stati Uniti d’A­me­ri­ca sa­reb­be­ro nati di lì ad un anno e Geor­ge Wa­shing­ton avreb­be pre­sta­to il suo giu­ra­men­to sol­tan­to tre anni dopo. Per i fe­de­li new­yor­ke­si del­l’e­po­ca si co­ro­na­va fi­nal­men­te il sogno di una chie­sa in cui poter pre­ga­re: avreb­be­ro vo­lu­to si­tuar­la a Broad Street, ossia nei pres­si di quel­lo che al­lo­ra ve­ni­va con­si­de­ra­to il cen­tro della città, ma a causa di un dif­fu­so sen­ti­men­to an­ti­re­li­gio­so, fu­ro­no co­stret­ti a ri­pie­ga­re in una zona al tempo più pe­ri­fe­ri­ca. La prima pie­tra venne posta così a Bar­clay Street, nella parte bassa di Ma­n­hat­tan. Nel 1786 la chie­sa, al­lo­ra co­strui­ta in stile geor­gia­no, era pron­ta per la ce­le­bra­zio­ne della prima messa e venne si­gni­fi­ca­ti­va­men­te in­ti­to­la­ta a San Pie­tro.

Tu es Pe­trus et super hanc pe­tram edi­fi­ca­bo ec­cle­siam meam.

Nes­su­no al­lo­ra avreb­be po­tu­to im­ma­gi­na­re che pro­prio in quel­la zona, qual­che se­co­lo dopo, sa­reb­be­ro svet­ta­ti alti fino al cielo gli edi­fi­ci del com­ples­so eco­no­mi­co più im­por­tan­te del pia­ne­ta, il World Trade Cen­ter, cuore pul­san­te della città, sim­bo­lo del­l’o­pu­len­za e del po­te­re sta­tu­ni­ten­si nel mondo. Né tan­to­me­no avreb­be­ro po­tu­to sa­pe­re che quel­la chie­sa, de­di­ca­ta pro­prio al prin­ci­pe degli apo­sto­li, sa­reb­be scam­pa­ta pres­so­ché in­tat­ta al­l’in­fer­no del ter­ri­bi­le 11 set­tem­bre 2001.


L’at­ten­ta­to alle Torri ge­mel­le, 11 set­tem­bre 2001

Nel gior­no del tre­men­do at­ten­ta­to, in­fat­ti, tutti gli edi­fi­ci cir­co­stan­ti al World Trade Cen­ter crol­la­ro­no o ven­ne­ro se­ria­men­te dan­neg­gia­ti dalle fiam­me, dalla pol­ve­re e dai de­tri­ti pro­ve­nien­ti dalle Twin To­wers in ro­vi­na. Anche St. Pe­ter’s Chur­ch avreb­be po­tu­to fare la stes­sa fine. Ma non av­ven­ne. Un buco al tetto, cau­sa­to dalla ca­du­ta di un pezzo del car­rel­lo aereo stac­ca­to­si al mo­men­to dello schian­to da uno dei due ve­li­vo­li che col­pi­ro­no le torri, fu l’u­ni­co danno su­bi­to. «Cadde la piog­gia, stra­ri­pa­ro­no i fiumi, sof­fia­ro­no i venti e si ab­bat­te­ro­no su quel­la casa, ed essa non cadde, per­ché era fon­da­ta sopra la roc­cia», si legge nel Van­ge­lo. Quel gior­no a New York, lungo le stra­de, sotto lo sguar­do at­ter­ri­to dei cit­ta­di­ni e del mondo in­te­ro, tutto era morte, ru­mo­re di ca­ta­stro­fe, fra­stuo­no di si­re­ne e grida di ter­ro­re. Ma a St. Pe­ter’s, tra le mura gra­ni­ti­che che nei primi dell’ʼ800 vi­de­ro la con­ver­sio­ne di Eli­za­be­th Ann Seton, la prima santa ame­ri­ca­na, re­gna­va solo un gran si­len­zio.

Et por­tae in­fe­ri non pre­va­le­bunt ad­ver­sus eam.



L’in­ter­no di St. Pe­ter’s Chur­ch.
La chie­sa era de­ser­ta: chi vi la­vo­ra­va era riu­sci­to a met­ter­si in salvo e a far ri­tor­no a casa. Il par­ro­co, padre Kevin Ma­di­gan, era usci­to per ve­de­re se po­te­va es­se­re di aiuto nelle ope­ra­zio­ni di soc­cor­so e sol­tan­to per un mi­ra­co­lo si salvò dalla piog­gia di de­tri­ti che di lì a poco sa­reb­be ve­nu­ta giù. Fu­ro­no quat­tro soc­cor­ri­to­ri, co­per­ti di pol­ve­re e con il volto ri­ga­to dalle la­cri­me, a ria­pri­re quel gior­no, dopo l’at­ten­ta­to, le porte di San Pie­tro: tra­spor­ta­va­no il corpo di un uomo, padre My­chal Judge, il pom­pie­re e padre fran­ce­sca­no uc­ci­so da un de­tri­to in ca­du­ta nel­l’a­trio della Torre Nord, men­tre pre­sta­va soc­cor­so a co­lo­ro che si tro­va­no in­trap­po­la­ti nel­l’e­di­fi­cio. I quat­tro pen­sa­ro­no fosse quel­lo il posto mi­glio­re in cui por­ta­re al ri­pa­ro il corpo senza vita di un sa­cer­do­te. Lo de­po­se­ro sul pa­vi­men­to in marmo di fron­te al­l’al­ta­re mag­gio­re, con al collo una stola presa in sa­cre­stia e il di­stin­ti­vo da vi­gi­le del fuoco. Era la vit­ti­ma “0001” del­l’at­ten­ta­to alle Torri Ge­mel­le.


 Vista dal co­lon­na­to di St. Pe­ter’s

Le porte di San Pie­tro, da quel gior­no e nei gior­ni a ve­ni­re, non si chiu­se­ro più. Fino al 28 ot­to­bre, data in cui cessò la legge mar­zia­le nella zona, essa co­sti­tuì una base e un ri­fu­gio per i vo­lon­ta­ri e i vi­gi­li del fuoco che la­vo­ra­va­no tra le ma­ce­rie delle Torri: «Noi era­va­mo il primo posto dove por­ta­va­no tutte le at­trez­za­tu­re di emer­gen­za. Tutto era in di­sor­di­ne», rac­con­tò qual­che tempo dopo padre Ma­di­gan al St. An­tho­ny Mes­sen­ger: «La roba era im­pi­la­ta in muc­chi alti sei piedi su tutte le pan­che – ben­dag­gi, ma­sche­re del gas, sti­va­li, ma­ni­chet­te an­tin­cen­dio e ba­rat­to­li di cibo per i la­vo­ra­to­ri e i vo­lon­ta­ri, al­cu­ni dei quali sta­va­no dor­men­do in chie­sa in sac­chi a pelo».

Ma per i soc­cor­ri­to­ri che vis­se­ro più di un mese a San Pie­tro, e anche per i tanti che or­bi­ta­va­no lì at­tor­no, quel­la chie­sa non rap­pre­sen­ta­va sol­tan­to una base ope­ra­ti­va: in quel luogo, sep­pur tra la pol­ve­re e il di­sor­di­ne do­vu­ti alle ope­ra­zio­ni, si po­te­va pre­ga­re, cer­ca­re un so­ste­gno re­li­gio­so nella tra­ge­dia che si era ab­bat­tu­ta sulla città e, per chi l’a­ves­se vo­lu­to, ascol­ta­re quo­ti­dia­na­men­te la santa messa.

Fu im­pos­si­bi­le per padre Ma­di­gan co­no­sce­re quan­ti dei suoi par­roc­chia­ni per­se­ro la vita nel­l’at­ten­ta­to del­l’11 set­tem­bre, per­ché a St. Pe­ter’s i volti di chi as­si­ste­va alle ce­le­bra­zio­ni erano sem­pre di­ver­si. Per lo più si trat­ta­va di ano­ni­mi fe­de­li, ma­ga­ri di pas­sag­gio, che usci­ti dal caos del World Trade Cen­ter, an­da­va­no a cer­ca­re un po’ di si­len­zio e rac­co­gli­men­to du­ran­te la pausa pran­zo o in qual­che altro mo­men­to li­be­ro della gior­na­ta la­vo­ra­ti­va. Per as­si­ste­re alla messa o sem­pli­ce­men­te per dire una pre­ghie­ra.


Ground Zero

E an­co­ra oggi è lo stes­so. I new­yor­ke­si pas­sa­no di lì, en­tra­no la­scian­do­si alle spal­le i ru­mo­ri della città e si fer­ma­no per qual­che istan­te di fron­te al­l’al­ta­re prin­ci­pa­le – lo stes­so dove era so­li­ta fer­mar­si santa Eli­za­be­th Seton – sopra al quale cam­peg­gia un bel di­pin­to della Cro­ci­fis­sio­ne del­l’ar­ti­sta mes­si­ca­no Jose Val­le­jo, do­na­to alla chie­sa dal­l’ar­ci­ve­sco­vo di Città del Mes­si­co nel 1789. Pochi istan­ti di si­len­zio, prima di ri­tuf­far­si nel vor­ti­co­so tram­bu­sto della Gran­de Mela. Ma­ga­ri per chie­de­re o rin­gra­zia­re. O ma­ga­ri per ri­cor­da­re, di fron­te al volto di Gesù cro­ci­fis­so, i pro­pri morti.

Et tibi dabo cla­ves Regni Cae­lo­rum.



Le foto di St. Pe­ter’s e di Ground Zero sono di Re­na­to Ce­ri­so­la.

I consiglieri di sinistra del Csm vogliono "graziare" Esposito

Luca Romano - Mer, 11/09/2013 - 13:57

Nella seduta del 5 settembre scorso tre consiglieri del Csm hanno chiesto invano di archiviare il fascicolo sulla toga e si sono opposti alla trascrizione del colloquio della toga col Mattino

La "sinistra" del Csm vuole graziare il giudice Antonio Esposito. E chiede l'archiviazione del fascicolo a carico del presidente del collegio della Cassazione che ha condannato in via definitiva Silvio Berlusconi e che è finito nella bufera per un’intervista al Mattino di Napoli in cui anticipava le motivazioni della sentenza.

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Ad avanzare la richiesta alla Prima Commissione del Csm sono stati i consiglieri di sinistra: Paolo Enrico Carfì e Francesco Vigorito (appartenenti ad Area) nonché il laico di centrosinistra Glauco Giostra. La richiesta però è già stata bocciata nella seduta del 5 settembre scorso. Sono stati sempre loro ad opporsi nella scorsa seduta alla richiesta di acquisire la trascrizione del colloquio telefonico tra Esposito e il giornalista del Mattino.

La richiesta di archiviare il fascicolo su Esposito è stata motivata dal fatto che, a loro parere, non ricorrono i presupposti per parlare di incompatibilità del giudice Esposito, pur sottolineando l’"inopportunità" dell’intervista da lui rilasciata con la quale non sarebbe stato leso il prestigio della magistratura. La prima commissione, intanto, attende gli atti richiesti alla procura generale della Cassazione che sul giudice Esposito sta portando avanti una pre-istruttoria, al termine della quale si deciderà se avviare o meno l’azione disciplinare.

Se quest’ultima dovesse essere portata avanti, la prima commissione dovrebbe necessariamente fermare il suo lavoro, poiché competente solo per le questioni para-disciplinari. I consiglieri Carfì, Giostra e Vigorito avevano detto "no" anche alla proposta del relatore Sciacca di acquisire la trascrizione dell’intervista rilasciata da Esposito che, dunque, non è stata, almeno per il momento, indicata tra gli atti che la prima commissione ha chiesto alla Cassazione.

40 anni fa il golpe in Cile. Il ricordo di Italo Moretti, primo giornalista italiano a inviare le corrispondenze

Corriere della sera


“Italo Moretti, Santiago del Cile. E questa è la residenza del dittatore”. Chi non ricorda la sorta di firma con cui l’inviato della Rai chiudeva i suoi collegamenti, alle spalle il palazzo presidenziale, la Moneda, che fu bombardata per cacciare l’11 settembre 1973, quarant’anni fa, il presidente democraticamente eletto, Salvador Allende, e poi, restaurata, divenne per diciassette anni la “residenza del dittatore”.

CatturaMoretti, che il 29 ottobre compirà 80 anni, fu il primo giornalista italiano a sbarcare a Santiago del Cile dopo il golpe. Con memoria ferma ricorda: “Lavoravo per Radio Rai, in televisione approdai nel 1976. Il pomeriggio dell’11 settembre mi chiamò il direttore Vittorio Chesi, ex corrispondente da Londra, un galantuomo dai modi austeri e mi disse: hai pronto il passaporto? Partii il giorno stesso, via Madrid, accompagnato da un giovane fonico, Francesco Durante, che fece la nostra fortuna: non so come la notte riusciva a trasmettere brani dei servizi nascosti alla censura. Arrivati a Buenos Aires, il nostro punto di riferimento, e quello di tutti gli inviati, era il corrispondente del “Corriere della sera” Giangiacomo Foà, poi trasferitosi a Rio de Janeiro, che con generosità metteva a disposizione dei colleghi italiani la sua casa, il suo tempo e la sua professionalità. All’hotel Claridge incontrammo un gruppo dei giornalisti americani che avevano affittato un charter e riuscirono a rompere l’embargo: pagata la nostra quota, il 14 volammo a Santiago. Con sorpresa vedemmo i tricolori esposti ai balconi delle case. Le bandiere ricordavano semplicemente l’indipendenza nazionale, che si festeggia il 18 settembre”.


Moretti era già stato altre volte in Cile e gli era chiaro l’isolamento di Allende, il presidente martire, abbandonato dai socialisti massimalisti di Carlos Altamirano, dai rigidi comunisti di Luis Corvalan . E gli era evidente anche il motivo per cui al golpe non seguì una reazione popolare: “non solo per l’atteggiamento dei leader politici, ma perché c’era una situazione sociale talmente difficile (iperinflazione, scarsità di beni nei negozi aggravata dallo sciopero dei camionisti) che la gente si era rassegnata a una svolta autoritaria”. Un’altra cosa che Moretti tiene a dire: “Quando si parla di golpe di Pinochet si afferma un falso. L’ideatore del colpo di Stato in realtà fu l’ammiraglio José Merino, coadiuvato dal generale dell’aviazione Gustavo Leigh. Pinochet aderì al progetto e con scaltrezza si mise al comando della giunta militare in base a una regola inventata su due piedi: leader doveva essere il capo dell’arma più antica, guarda caso l’esercito”.

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Uno dei primi servizi fu di raccontare la vicenda dei settemila prigionieri politici nello stadio nazionale dei Santiago: “Quando ci avvicinammo alle inferriate, i prigionieri ci chiedevano sigarette e ci davano i numeri di telefono delle famiglie. Qualcuno ci sussurrava: negli scantinati stanno torturando”. I settemila prigionieri dello stadio, secondo Moretti, sono la cifra “del trionfalismo dei golpisti, che volevano far sapere a tutti che in Cile la musica era cambiata. Il contrario di quanto vidi nel 1976 in Argentina, all’inizio della dittatura militare di Jorge Videla: Buenos Aires sembrava una città normale, in realtà di notte avvenivano sequestri e omicidi degli oppositori. Anche in Cile il conto fu salato, perché vennero eliminati quattromila oppositori secondo le stime ufficiali, ottomila secondo altre valutazioni”.

In Italia, dice Moretti, “sulla vicenda c’era una sensibilità particolare anche per il fatto di avere partiti gemelli, la Dc, i comunisti, i socialisti. Già dalla nostra sede diplomatica a Santiago partì una corsa alla solidarietà . Al momento del golpe l’ambasciatore italiano era assente, responsabile era l’incaricato d’affari Pietro De Masi, assieme al giovane Roberto Toscano. I cileni perseguitati scavalcavano il muro e chiedevano asilo politico ai nostri rappresentanti che si procuravano i visti per Roma. Fu un’opera rischiosa e straordinaria, soprattutto se paragonata alla scandalosa chiusura tre anni dopo della nostra sede a Buenos Aires. L’Italia fu il Paese europeo più ospitale con i profughi cileni, al punto che qualcuno ne approfittò.

In casa mia a Roma capitarono un paio di artisti che colsero l’occasione per una lunga tournée in Italia. I due mi lasciarono conti telefonici stratosferici. Non tutti gli artisti fuggiti in Europa erano stati cantori del governo di Unidad popular come gli Inti Illimani o Victor Jara, il cantautore eliminato dai golpisti”. Italo Moretti tornò in Cile decine di volte, “talora inutilmente, perché si credeva che la dittatura potesse cadere dopo uno sciopero o una protesta. In realtà il regime crollò per l’unico errore commesso da Pinochet, che nel 1988 perse il referendum che aveva indetto per essere confermato al potere”. Moretti ha lavorato alla Rai, dove è stato anche brevemente direttore del TG3, fino al 1998. Ha raccontato le sue esperienze di inviato in vari libri, tra cui “In Sudamerica”

 (Sperling & Kupfer 2000).

Cile, la marcia delle donne del deserto “Da quarant’anni in cerca di verità”

La Stampa

L’11 settembre del 1973 il golpe di Pinochet. I familiari delle vittime chiedono ancora giustizia. La moglie di un desaparecido: “Dal ’73 lascio la porta di casa aperta: sogno che torni”

filippo femia (agb)


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Calama è sperduta nel deserto di Atacama, a 2260 metri sul livello del mare. Come in tutto il Cile, ogni 11 di settembre la ferita si riapre. Ma la tristezza che aleggia fra i 170 mila abitanti della città ha un sapore ancora più amaro. Nei giorni successivi al golpe di Pinochet ha subìto le tremende scorribande della caravana de la muerte, una spedizione dei militari che ha seminato un’immensa scia di sangue in tutto il Paese. Studenti, operai, sindacalisti e famiglie intere sono stati torturati, uccisi e seppelliti in fosse comuni. 

Da allora un gruppo di donne ha iniziato a setacciare senza pace le pampas più aride del pianeta a caccia della verità. Sono le mujeres del desierto: madri, sorelle e familiari dei desaparecidos. Violeta Berrios è stata la prima, insieme a Victoria Saavedra: cercava il marito Mario, catturato per le sue simpatie socialiste. «Ogni volta che trovavamo un frammento osseo era una grande gioia: pensavamo che una di noi poteva finalmente piangere il suo caro», racconta. Le ricerche si interrompono nel 2006, quando alcuni militari ammettono di aver dissotterrato e gettato le salme in mare dagli elicotteri.

Ma la negligenza dei soldati ha lasciato tracce: frammenti di crani, resti ossei e altre prove irrefutabili delle esecuzioni. «Dopo decenni di ricerche ho trovato la mandibola di mio marito. E’ stato molto difficile accettarlo: loro si erano portati via una persona intera, non un pezzo di osso», dice Violeta, che ha atteso per mesi i risultati del Dna. La voce di questa 75enne di ferro diventa un sospiro gonfio di disperazione mista a vergogna quando rivela: «Da quarant’anni lascio la porta di casa aperta sognando di veder tornare mio marito. Una speranza stupida, lo so, ma non posso farci nulla». 

Patricia Christie ha vissuto una storia ancora più tragica. Il fratellino Jim, 8 anni, scompare a Coquimba, nel Nord del Cile, alla vigilia di Natale del ’73. Lo avevano visto giocare con un coetaneo poche ore prima del coprifuoco. Poi il nulla. Per quattro anni la famiglia Christie vive, tra speranza e rassegnazione, nell’indifferenza totale delle autorità. Poi la macabra scoperta: «Una bambina, cercando l’aquilone, vide spuntare dal terreno qualcosa di strano: sotto c’erano i corpicini di Jim e Rodrigo.

In testa avevano i fori di alcuni proiettili», spiega Patricia, allora 12enne, che dal 1999 vive a Trento con il marito italiano. I due bimbi erano stati sorpresi giocare vicino a uno stabilimento della Shell, presidiato dall’esercito per paura di attentati. «Hanno sparato a due esseri indifesi, senza pietà», è il grido di dolore di Patricia, quarant’anni dopo. Le autorità non consegnano il corpo, ma il padre riesce a riportarlo a casa clandestinamente, nello scatolone di un televisore, grazie a un amico medico. Poi tutto il Paese celebra i funerali, nonostante il pericoloso divieto delle autorità. Oggi una piazza, inaugurata nel 2010 a Coquimba, ricorda i due angelitos.

I numeri officiali contano 3216 vittime del regime e oltre 38 mila sopravvissuti alle torture, ma secondo le associazioni di diritti umani le stime sono più alte. A centinaia di familiari è stato negato il “sollievo” di ricevere i resti dei propri cari. Ma c’è a chi è andata peggio. In seguito ai processi, alcuni tribunali hanno restituito alle famiglie resti sbagliati. Gli esami del Dna hanno smascherato gli errori: le ossa consegnate non appartenevano alle persone reclamate. «I familiari hanno vissuto un doppio trauma - spiega Maria Luisa Ortiz, responsabile del Museo della Memoria di Santiago -: dopo la morte del proprio caro, anche la sua negazione».

Maria Luisa, figlia di un dirigente del partito comunista sequestrato e ucciso dalla DINA (la polizia segreta di Pinochet), ha sempre lottato contro l’oblio. Poco più che adolescente era in prima fila nelle manifestazioni e negli scioperi della fame che reclamano l’intervento delle Nazioni Unite e della comunità internazionale. «Nella nostra costituzione, spiega, c’è ancora l’impianto voluto da Pinochet: va modificata, per una vera riconciliazione del Paese». I cittadini che vivono all’estero, per esempio, non possono votare: un retaggio del periodo della dittatura, quando gli oppositori andavano a vivere in esilio.

Le storie di queste donne testimonia una forza fuori dal comune: nessuna di loro ha abbandonato il Cile, continuando a lottare per giustizia. Un rischio che molti hanno pagato con la vita, mentre centinaia di cileni scavalcavano i muri delle ambasciate per trovare rifugio e guadagnare l’esilio. Le ricerche nel deserto si sono fermate, ma la ricerca della verità continua. 

Twitter@FilippoFemia

Iacchetti: io non vengo Ma lo show non si ferma

Corriere della sera

Il Settembre Chiudunese si terrà con i comici di Zelig Il conduttore tv: c'è un'aria xenofoba, però tornerò


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Lo spettacolo deve andare avanti. Ma non per Enzo Iacchetti e il dj Gigi D'Agostino che hanno annullato le serate in programma alla fiera di Chiuduno per la rassegna «Settembre Chiudunese». Nonostante l'omicidio dell'indiano Kumar Baldev e di Eleonora Cantamessa, la dottoressa che si era fermata a prestare soccorso all'uomo colpito a sprangate e bastonate, la rassegna di cabaret e musica si farà. «Capisco che non sia il massimo, avremmo voluto sospendere gli eventi, ma non era possibile perché la macchina era già in moto e poi la vita continua - si giustifica Giampietro Berzi, organizzatore presidente dell'associazione Prosettembre chiudunese -. Ricorderemo quanto successo all'inizio degli spettacoli, che abbiamo ridimensionato all'ultimo momento, quando abbiamo saputo dei forfait. Tutto avverrà in modo più soft».

La festa si apre oggi pomeriggio, mentre venerdì D'Agostino, artista tecno molto noto anche all'estero, sarà rimpiazzato da un altro dj di radio Number One. L'ingresso alla serata sarà gratuito e chi aveva acquistato i biglietti sarà rimborsato. «Sabato - si legge nel profilo Facebook dell'associazione - si svolgerà tutto normalmente». La serata prevede l'esibizione di alcuni cabarettisti di «Zelig», tra i quali Sergio Sgrilli, che apprende la notizia del duplice omicidio nella Bergamasca dalla Sardegna: «Lavoriamo in un team che coinvolge altre persone, non possiamo fare di testa nostra, mettere a repentaglio il lavoro di altri - fa sapere il cabarettista -. Ma condanniamo il gesto insano e osserveremo un minuto di silenzio prima di ogni intervento».

Con lui c'è Paolo Migone, altro artista in arrivo a Chiuduno, che ammette: «Non mi sembra il caso di far ridere, ma ho un contratto, una penale da pagare, devo attenermi alle disposizioni». Sul palco con loro, anche Angelo Pintus e Paolo Casiraghi, all'anagrafe Paolo Calderoli, nipote del politico leghista, che è sulla stessa posizione dei colleghi: «Avrei preferito anch'io non esibirmi, ma la linea generale è tutti o nessuno - spiega -. Diversamente non può essere, non ho il peso di un personaggio come Enzo Iacchetti». A promuovere la serata di cabaret è l'agenzia Ridens. «La decisione è stata presa dall'organizzatore - dice Angelo Bagnara, responsabile delle serate dei comici -. E noi, da professionisti, ci siamo adeguati alla sua volontà. Se solo uno degli artisti avesse rinunciato, si sarebbe creata una situazione imbarazzante per gli altri».

Non ci ha pensato a lungo, invece, Enzo Iacchetti, il primo ad aver annullato la serata. Il suo spettacolo «Troppa salute» in programma domenica sera è stato sostituito da una serata di ballo liscio. «Non me la sento, ci vuole un bel coraggio a salire su quel palco a fare cabaret dopo la tragedia che è successa - spiega l'attore -. Trovo un doveroso atto di dignità saltare lo show, non ci sarò per rispetto verso i cittadini e il dolore dei familiari delle due vittime».

Il conduttore di «Striscia la notizia» prende le distanze anche da alcuni commenti di politici sulla vicenda di Chiuduno. «Prego i partiti di non strumentalizzare la disgrazia a scopi politici - si scalda il conduttore -. I morti sono tutti uguali. Chi discrimina, ha poco senno». L'attore promette di tornare a Chiuduno in un altro momento, meno triste. «Non so ancora quando, ma se la cittadinanza mi vorrà prometto che riprenderò lo spettacolo per beneficenza, devolverò l'incasso della serata alla memoria delle due vittime - annuncia -. L'obiettivo è favorire la nascita di un'iniziativa che ricordi la dottoressa, amata da tutti, insieme al giovane indiano».

La scelta di annullare lo spettacolo è personale e irrevocabile. «Ho capito che era meglio così, non avrei voluto respirare l'aria xenofoba della caccia all'extracomunitario - spiega Iacchetti -. Il buono e il cattivo esistono da tutte le parti, in Lombardia, come in Africa o in Sicilia. Ho imparato che non bisogna generalizzare, né basarsi sulla razza o il colore della pelle. La dottoressa si è dedicata alla povera gente. Un destino cinico e violento ha voluto che la sua vita finisse così. Lei si è fermata a soccorrere un extracomunitario. Per questo, onore a quella donna».

11 settembre 2013 | 9:26

Mi chiami onorevole» E il Garante rifiuta la posta

Corriere della sera

L'ex parlamentare blocca la visita ai bimbi da tutelare

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Lei non sa chi sono io. «Offesa» per la mancata attribuzione del titolo di «onorevole», Marilina Intrieri, ex deputato dell'Ulivo (nella breve legislatura 2006-2008) e attuale Garante per l'infanzia della Regione Calabria, ha rispedito al mittente i documenti che il funzionario della Prefettura di Crotone le aveva inviato per autorizzarla a visitare il Cara, Centro accoglienza e richiedenti asilo di Isola Capo Rizzuto.

Si è presa la briga di mettere nero su bianco il suo disappunto. Quando ha visto che il pass mandato dall'ufficio governativo si limitava a definirla «dottoressa», quasi fosse un insulto, ha protestato con una pesante lettera per l'«inconveniente». E ha bloccato (non si sa per quanto tempo) la procedura che avrebbe dovuto portarla a ispezionare la struttura che ospita bambini immigrati, cioè a svolgere uno dei compiti per i quali è stata nominata dal presidente del consiglio regionale «Garante».

Nella comunicazione ufficiale, vergata su carta intestata del Garante per l'infanzia e datata 7 settembre, Intrieri spiega al funzionario della Prefettura di Crotone di restituire le lettere «che mi ha inviato perché voglia cortesemente integrarle col pertinente titolo istituzionale. Ho constatato, infatti, dalla lettura delle note a sua firma che mi viene attribuito il titolo accademico (verosimilmente "dottoressa", ndr ) e non anche quello di onorevole che mi compete nella mia qualità di deputato della XV legislatura». «Mi sorprende - conclude il Garante calabrese per l'infanzia - che l'inesattezza rilevata provenga dal massimo ufficio dello Stato sul territorio. Attendo quindi le note corrette».

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Insomma, senza la parola «onorevole» non si va da nessuna parte. Intrieri, nominata Garante in «quota» centrodestra nel dicembre 2010 dal presidente del consiglio regionale calabrese Franco Talarico, non è pentita per quanto ha scritto: «Confermo tutto e aggiungo pure che un'articolazione dello Stato deve rispettare quanto impone il protocollo. Il titolo "onorevole" rimane anche quando non si riveste più l'incarico di parlamentare». L'unico rammarico per l'ex rappresentante del Pd transitata a ridosso delle elezioni regionali del 2010 nell'Udeur di Clemente Mastella (di cui è stata presidente nazionale), riguarda la diffusione della sua lettera che «doveva restare riservata». «Per questo motivo - annuncia Intrieri - chiederò che venga aperta un'indagine interna per capire chi ha divulgato queste notizie».

Quello di Intrieri non è un caso isolato. Nell'ottobre dello scorso anno un episodio simile aveva creato non poco clamore. Don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, si rivolse al prefetto di Caserta, Carmela Pagano, chiamandola «signora» e non «signora prefetto». A quel punto l'allora prefetto di Napoli, Andrea De Martino, perse le staffe pretendendo dal sacerdote «il giusto rispetto» per la rappresentante del governo. Il video dell'accaduto fece il giro del web scatenando una pioggia di attestati di solidarietà nei confronti del prete. Chi avrà ragione? Il Garante o la Prefettura? Proprio in questi giorni, un rappresentante dell'assemblea regionale che ha nominato Intrieri, Mimmo Talarico (eletto con l'Idv), ha consegnato alle stampe il libro «Onorevole sarà lei», per raccontare come in Calabria ancora imperi un «retaggio spagnolesco» nell'attribuzione di titoli in realtà non riconosciuti.

11 settembre 2013 | 8:44

Super partes

massimo gramellini


Il Pd è peggio del Pdl, afferma nell’aula di Montecitorio un oratore dei Cinquestelle, Di Battista. E la presidente Boldrini subito lo interrompe: non offenda. Tre volte - non offenda, non offenda, non offenda - per sottolineare la gravità inaudita del paragone. Dopo avere consultato l’ufficio Arrampicata sugli Specchi siamo pronti a credere alla teoria dell’equivoco: l’imperativo che Boldrini ha intimato con la consueta voce marmorea dai riflessi color ghiacciolo era rivolto al tono del Di Battista più che al contenuto. Altrimenti dovremmo pensare che il nome di uno dei partiti rappresentati alla Camera da lei presieduta sia da considerarsi un insulto. «Pdl a me? Badi come parla: Pdl sarà sua sorella». «Sai che hai proprio una bella faccia da Pdl?». Oppure uno spauracchio da utilizzare con i bambini più impressionabili. «Se non mangi la verdura, da adulto diventerai un capogruppo del Pdl». «Se non smetti di piangere, chiamo una Pdl con la faccia di plastica e la scopa di pitone».

Naturalmente ciascuno può avere sul Pdl l’opinione che crede. Berlusconi, per dire, ne ha una talmente pessima che ha deciso di rottamarlo. Però rimane il fatto che alcuni milioni di italiani lo hanno votato. Questo accidente, piuttosto frequente in democrazia, non giustifica - per quanto ne so - un trattamento preferenziale per qualche leader di quel partito che eventualmente incappasse in una sentenza di condanna definitiva. Ma dovrebbe indurre i rappresentanti delle istituzioni a una forma elementare di rispetto. Dire che il Pd è peggio del Pdl non è un insulto. Anche se, dal punto di vista politico, non è nemmeno un complimento. 

Stupro, alcuni giudici non lo considerano «un reato gravissimo»

Corriere della sera

di Lavinia Di Gianvito


Ha aperto la porta di casa e se l’è ritrovato davanti. Quell’orco che le ha strappato l’infanzia. Nessuno aveva avvertito lei o la mamma che l’incubo stava per ricominciare, che quei piccoli passi fatti per liberarsi del passato erano stati cancellati dalla decisione di un giudice.

Eppure sarebbe bastato poco per evitare che il pedofilo tornasse a vivere sullo stesso pianerottolo della vittima.
Sarebbe bastato confermare il divieto di dimora, al contrario di quanto ha deciso la Corte d’appello dopo la condanna dello stupratore che sei anni fa ha violentato la ragazzina oggi 13enne.
Lo spiega Teresa Manente, avvocatessa del centro antiviolenza Differenza Donna a Roma, che da oltre vent’anni con le unghie e con i denti assiste le vittime degli abusi e delle violenze nelle aule di giustizia: «Si sarebbe potuto disporre sia il divieto di dimora nel condominio della vittima, sia l’obbligo di dimora altrove. In entrambi i casi sul presupposto del pericolo di reiterazione del reato» chiarisce. Invece non è successo, perché? «Dipende dalla valutazione che fa il giudice – sottolinea – : le norme ci sono, il problema è di carattere culturale».
È questo il nodo della questione secondo Manente, perché  «parte della magistratura non considera ancora la violenza sessuale un reato gravissimo».
Ci sono giudici, ma anche avvocati, che tendono a sminuire tragedie come lo stupro, i maltrattamenti, lo stalking. Non è raro che accada, come racconta Manente: «In un processo il difensore di un insegnante di 60 anni ha cercato di sostenere che era stato provocato dall’alunna di 13».  Sembra assurdo ma succede, anche se oggi l’atteggiamento nei confronti dei pedofili è diventato più severo.
Se poi gli stupratori sono i padri, «il tentativo è di scaricare la colpa sulle madri, sostenendo che strumentalizzano i figli: accade quando le vittime sono bambini piccoli, di meno di 10 anni».
Giustificare il violentatore sfocia, sottolinea l’avvocatessa, nella sottovalutazione dei reati a fondo sessuale. E quindi in condanne a volte lievi oppure in misure cautelari troppo blande, se non inesistenti, come nel caso della 13enne.

In gioco, dal punto di vista dell’imputato, ci sono valori tutelati dalla Costituzione e dalle leggi: la libertà, il diritto alla difesa e quello di potersi reinserire nella società. Ma ci sono anche la vita e la sicurezza delle vittime, tant’è che nel 2010 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non aver compreso la pericolosità di Angelo Izzo, uno dei mostri del Circeo che cinque anni prima, in semilibertà, aveva ucciso Maria Carmela e la figlia Valentina Maiorano, 14 anni.
Certo, di tragedia in tragedia, qualche passo avanti si è fatto. Proprio l’altro giorno, il 9 settembre, la Cassazione ha ampliato lo scudo previsto dalla legge sullo stalking, stabilendo che il persecutore non può più avvicinarsi alla vittima. Finora il divieto riguardava solo i luoghi frequentati dalla ex, in sostanza casa e ufficio: d’ora in poi lo stalker dovrà stare alla larga dalla vittima e perfino cambiare strada se la incontra per caso. La difesa ha protestato per la compressione della libertà dell’imputato, ma i giudici hanno deciso che quella della vittima conta di più.

Essendo inevitabile che, prima o poi, il violentatore torni in circolazione, in che modo si potrebbero tutelare le vittime?

La nostra vita con il gatto, magnifico sconosciuto

La Stampa

L’etologo inglese Bradshaw: perché il gatto resta un enigma

RICHARD NEWBURY
londra


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L’innocente cane, di cui da un punto di vista scientifico sappiamo molto di più, è un libro aperto se confrontato con l’enigmatico gatto. Perché solo il 30-60% dei gatti domestici va a caccia? Perché l’erba gatta li fa impazzire? A che età un gattino può cambiare casa? I cani mostrano l’attaccamento e l’amore per i loro padroni, ma i gatti? Hanno una personalità? Cani e gatti traggono origine da un passato assai diverso. I cani discendono da branchi di lupi, animali sociali ed emozionali, e da migliaia di anni hanno dimostrato la loro utilità all’uomo per la difesa, la caccia e la pastorizia. I gatti sono cacciatori solitari; un gatto selvatico maschio, vedendo ogni rivale come una minaccia, evita il contatto con un altro maschio e limita i contatti con una femmina al periodo dell’estro. Una femmina - se c’è cibo in abbondanza - può condividere la sua maternità con altre femmine a lei vicine, ma la presenza di un altro gatto la terrà in uno stato di ansia. 

L’introduzione di un gatto estraneo crea una guerra permanente. I cani legano con i loro proprietari, poi con gli altri cani e in subordine con il loro ambiente fisico. Per i gatti l’ordine è invertito. Se portate il vostro gatto in vacanza, al ritorno dovrà ristabilire, spesso con la forza, i suoi diritti territoriali. In un appartamento i gatti, per evitare una continua condizione di disagio, hanno bisogno di camere separate per dormire e mangiare e di cassette individuali per sporcare.

I gatti possono vivere in città ma rimangono cacciatori. I cani sono animali da branco e quindi estroversi, così come i gatti sono cacciatori solitari e perciò poco espansivi. I proprietari contemporanei dovrebbero capire che, grazie alla sterilizzazione, stanno allevando i gatti più amichevoli che si siano mai visti. Negli ultimi 10 mila anni, mentre i cani sono stati allevati per svariati compiti utilitaristici, i gatti Felix Sylvestris fin dagli albori della coltivazione del grano sono stati animali selvatici opportunisticamente adattati per la lotta ai topi dei granai, ratti e serpenti. Tutti i gatti del mondo discendono dai gatti mediorientali della Mezzaluna Fertile. Addomesticati in Egitto 4000 anni fa, sono rimasti cacciatori selvatici nel comportamento, ma sono diventati anche compagni e, 2600 anni fa, perfino divinità, e l’uccisione del gatto è diventata un reato capitale.

Negli ultimi anni questi due ruoli di selvaggio cacciatore e divinità domestica si sono scollegati e questo moderno desiderio di imporre al gatto uno stile di vita senza artigli né caccia, fatto di scatolette del supermercato, vita in appartamento e affetto, è la sua nuova sfida evolutiva. Alle anime delicate, per rovinare la caccia al proprio gatto (o marito), John Bradshaw nel libro «Cat sense. The feline enigma revealed» (Penguin), raccomanda: un campanello sul collare, un bavaglino in neoprene per evitare la presa, un dispositivo a ultrasuoni per avvertire la preda o tenere il gatto in casa di notte e farlo giocare alla caccia con dei giocattoli. È solo dagli Anni ‘80 che il cibo industriale fornisce tutte le vitamine necessarie al gatto, quelle che si procura con la caccia.

Questo vale per i gatti di sesso femminile e i maschi castrati, che si comportano come le femmine. I maschi interi, che scampano la castrazione, resistono all’addomesticamento e sono ormai una rarità nella società occidentale; un mutamento sociale che ricalca il nostro moderno stile di vita metrosexual. I maschi raramente sono abbastanza forti da riprodursi fino ai tre anni di età e sono uccisi a mucchi nelle risse con i giovani rivali. Poiché le femmine sono promiscue nella loro ricerca di una progenie, i maschi cercano di fecondarne il maggior numero possibile e più padri nella stessa cucciolata sono una difesa contro l’infanticidio.

Abbiamo percorso molta strada dalla bolla papale di Gregorio IX, nel 1233, per lo sterminio dei gatti in quanto pagani, o dal processo di Salem che li incriminava per stregoneria, ma quale futuro per l’insondabile gatto quando ne abbiamo di più che in qualsiasi altro momento della storia? Tuttavia il 50 % dei gatti che lasciano la stanza quando arriva un estraneo, o fiutano l’odore di un gatto vicino che noi non avvertiamo, soffrono di ansia acuta. Gli esperimenti dimostrano che il 15% dei gatti sono resistenti alla socializzazione. Inoltre, è essenziale che tutti i gattini dalle tre alle otto settimane entrino in contatto con una vasta gamma di esseri umani. In caso contrario torneranno selvatici. 

Noi esseri umani abbiamo recentemente imparato a essere proprietari di cani socialmente responsabili; possiamo fare lo stesso con i gatti - o l’impresa si dimostrerà «impossibile come cercare di creare una mandria di gatti».

traduzione di Carla Reschia

Beni confiscati, se i vicini preferiscono il boss

Corriere della sera

Burocrazia, tagli e ignoranza: gli ostacoli verso il Paese legale

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Il procuratore di Torino Bruno Caccia era un magistrato che sapeva di avere molti nemici. Nei primi anni Ottanta coordinava importanti e delicate indagini su terrorismo e criminalità organizzata, consapevole del rischio di finire ammazzato. Continuava a lavorare come niente fosse e in casa si mostrava sempre sorridente, ricordano figlie e nipoti, per non mettere in allarme i propri cari. Volevano ucciderlo i brigatisti rossi e i loro emuli di Prima linea, ma arrivarono prima i killer della 'ndrangheta. Gli spararono in strada, mentre passeggiava da solo con il cane, una domenica sera. Era il 26 giugno 1983, trent'anni fa. La mafia calabrese era già sbarcata al Nord per coltivare affari, esportando anche paure e modi di pensare che avrebbero messo radici.

Tre lustri più tardi, nel 1998, con la condanna definitiva di uno dei responsabili dell'omicidio, arrivò la confisca della cascina di San Sebastiano da Po in cui viveva l'anziano padre dello 'ndranghetista, emigrato in Piemonte da Gioiosa Ionica negli anni Sessanta. Bisognava mandarlo via, ma «il nonno» resisteva. E una quota considerevole di popolazione locale era dalla sua parte. Preoccupata che il paese si riempisse di drogati, dopo che il «bene confiscato» era stato assegnato al Gruppo Abele di don Luigi Ciotti che si occupava di tossicodipendenti. Dal '98 dovettero passare altri dieci anni prima che l'associazione Libera potesse prendere possesso di quella costruzione che oggi si chiama Cascina Caccia e viene utilizzata per produrre miele e nocciole. E dimostrare coi fatti, combattendo pregiudizi e mentalità ostili, che dall'antimafia possono venire vantaggi per la collettività.

Non è un caso che l'accidentata vicenda della Cascina Caccia sia tra le prime raccontate da Per il nostro bene (pagg. 176, euro 12,90, edizioni Chiarelettere) il libro di Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni che raccoglie storie e retroscena della confisca dei beni mafiosi e del loro reimpiego, sempre complicato nonostante la prima idea di colpire i boss nei loro interessi economici risalga alla legge Rognoni-La Torre varata nel 1982 (e ci vollero un paio di omicidi eccellenti per farla approvare, del generale Dalla Chiesa e dello stesso La Torre). Poi si decise la destinazione a favore delle istituzioni e dei cittadini, ma ancora oggi l'assegnazione e la gestione di quei beni deve fare i conti con norme, cavilli e resistenze, oltre che con l'esiguità di forze e risorse a disposizione dell'Agenzia governativa che se ne occupa.

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Nel libro ci sono tanti nomi eccellenti di capi e gregari di mafia, 'ndrangheta e camorra a cui lo Stato ha sottratto palazzi, appartamenti, ville, magazzini, edifici sparsi in ogni angolo d'Italia. Oltre ad attività economiche. Si va da Cutolo a Badalamenti, dal casalese Francesco Schiavone, più noto come «Sandokan», ai Torcasio di Lamezia Terme; e ci sono altrettanti nomi sconosciuti ai più ma ben noti alle cronache locali poiché rappresentano il potere criminale sui territori, soprattutto del Sud, che ha allungato tentacoli e attività al Centro e al Nord. La contabilità del 2012 riferiva di 11.238 immobili e 1.708 aziende sottratte alla malavita e potenzialmente a disposizione del «Paese legale».

Numeri che nascondono opportunità ma anche problemi, giacché la possibilità di trasformare i beni mafiosi in beni comuni, si scontra con traversie burocratiche ed economiche che a volte sembrano insormontabili. E prima ancora con le resistenze di boss e gregari che non sopportano di vedersi sfilare le ricchezze accumulate, scopo ultimo degli affari illeciti e simbolo di affermazione. Perciò preferiscono distruggerli o mandarli in malora, piuttosto che lasciarli allo Stato «nemico». Il quale, quando non ce la fa a gestirli in proprio o ad assicurane l'uso pubblico, si ritrova a dover vendere. Sprecando occasioni e rischiando che tornino in possesso della malavita. Il libro raccoglie molte storie del passato anche recente, ma nel frattempo la cronaca avanza. Come accade in questi giorni a proposito della tenuta agricola di Suvignano, provincia di Siena, sottratta a un prestanome di Cosa nostra già inquisito da Giovanni Falcone nel lontano 1983 - l'anno dell'omicidio Caccia -, con la disputa tra chi vuole metterla all'asta e chi spinge per un progetto di reimpiego sociale. Per il nostro bene, appunto.

11 settembre 2013 | 7:58

A Torino un workshop sulla “spazzatura spaziale”

La Stampa

Il problema è serio, perché soprattutto su alcune “quote orbitali” vagano ormai da decenni frammenti di ogni tipo e dimensione.

antonio lo campo


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Da alcuni giorni sono forse più celebri quelli del film “Gravity”. Ma di “frammenti spaziali”, o “space debris”, causati dall’impatto o dall’esplosione di satelliti o di stadi superiori di razzi, se ne parla da tempo e sono un problema reale. Certo non da causare disastri come quelli del film “spaziale” di Alfonso Cuaròn. Ma se due satelliti impattano tra loro, lo scenario non è poi così dissimile. Il problema è serio, perché soprattutto su alcune “quote orbitali”, in particolare quella che sta tra i 700 e i 1.100 chilometri dalla Terra, vagano ormai da decenni frammenti di ogni tipo e dimensione.

Che rappresentano un pericolo per molte missioni di satelliti operativi e, anche se in misura minore, anche per la Stazione Spaziale Internazionale.Come fare per risolvere il problema? Cosa progettare per il prossimo futuro? Il mondo spaziale già da tempo si è mobilitato, e negli ultimi due giorni se n’è parlato a Torino in un workshop, dove esperti di varie nazioni europee si sono ritrovati al Centro Spaziale “Altec”, che sorge a pochi passi dalla Thales Alenia Space, organizzatrice dell’evento.

Il progetto “P2rotect”
Il titolo del seminario internazionale di Torino, prende il nome di un progetto finanziato dalla Comunità Europea, coordinato dal centro di ricerca aerospaziale francese “ONERA” con la collaborazione di Thales Alenia Space Italia: P2rotect, cioè “Prediction, Protection and Reduction of Orbital Exposure to collision Threats”, cioè “Prevedere, Proteggere e Ridurre il rischio Orbitale di Collisione con Detriti”, che riassume ciò che è in parte è già iniziato, e che si vorrà fare nei prossimi anni per far sì che il problema non peggiori. 

“Questo progetto” - spiega Roberto Destefanis, del “Dominio Esplorazione e Scienza” di Thales Alenia Space Italia, e coordinatore del workshop - “punta a mettere assieme, in programmi software, tutti i dati relativi alla catalogazione e al tracciamento dei frammenti spaziali, e “mitigarli”, per ridurne l’effetto. Per mitigare si intende rilevarli e poi intervenire per evitarli, eliminarli, oppure recuperarli con una sorta di “spazza-satelliti” orbitale” e spostarli su altre orbite oppure inviarli alla distruzione in atmosfera”.

Nel 1996 erano poco meno di 8.000 i frammenti spaziali delle dimensioni di almeno 10 centimetri, tra quelli catalogati: “Oggi sono circa 17.000” - precisa Destefanis - “e sono quelli catalogati, cioè il numero ufficiale. Si stima però che, considerando anche i frammenti di interesse strategico e militare, il numero si aggiri attorno ai 22.000. Certo, questi sono i più grandi: dieci centimetri può sembrare una cifra piccola, ma è quella minima. Poi vi sono frammenti giganteschi e satelliti interi, ormai abbandonati, alcuni dei quali pesano diverse tonnellate...”.

“Non è poi calcolabile il numero dei frammenti più piccoli, di qualche centimetro o anche meno” - aggiunge Destefanis - “sono moltissimi, e da tempo impattano i veicoli spaziali. Lo space shuttle tornava a terra con vari piccoli bozzetti da impatto sui vetri, oppure sulle mattonelle del rivestimento termico. Idem sui pannelli solari sostituiti in orbita, riportati a Terra e monitorati, del Telescopio Hubble.

Abbiamo condotto studi preziosi dalla piattaforma scientifica europea “Eureca”, dell’ESA, inviata in orbita e poi riportata a terra con gli shuttle. Grazie a quegli studi, abbiamo potuto realizzare scudi esterni per i moduli della stazione, con un coefficiente di sicurezza da impatto piuttosto buono” - precisa Destefanis, che ha lavorato proprio allo sviluppo degli scudi di rivestimento esterno dei moduli per la Stazione Spaziale Internazionale.

Come ridurre il rischio e il numero dei “debris”
Già da tempo, i nuovi satelliti vengono costruiti con nuovi accorgimenti, forse più costosi, ma utili per far sì che alla fine della loro vita operativa, possano essere “tolti” dall’orbita in cui hanno compiuto la missione: sono dotati per esempio di propulsori, che al termine della loro vita operativa, possano sospingere il satellite verso un’orbita lontana, su una quota non particolarmente “intasata” da spazzatura spaziale. Oppure vengono spinti nell’atmosfera terrestre per essere distrutti nell’impatto infuocato con gli strati meno densi dell’atmosfera. 

Ovviamente quest’ultima soluzione è valida per oggetti di dimensioni contenute: per un oggetto massiccio sono alte le possibilità che grossi frammenti ricadano sulla Terra. Anche se i motori, appositamente progettati, possono indirizzare il satellite in un preciso, sopra l’Oceano, ad esempio. Con la stazione russa “Mir”, un complesso pesante 130 tonnellate, l’impatto guidato con propulsori fu un successo e nessun frammento finì in zone abitate. Questo è uno dei metodi studiati: dotare il satellite di un sistema che poi lo distrugge o lo sposta.

Ma c’è poi lo “spazza-satelliti” o il “clean space” (pulitore spaziale), un progetto sul quale sta puntando molto l’ESA, presente al workshop, che intende avviare in via preliminare alcuni progetti per realizzare dei satelliti “spazzini”. Una sorta di “pulitore delle orbite spaziali”, per tentare di eliminare almeno cinque satelliti all’anno, tra quelli ormai abbandonati. I satelliti infatti, oltre al pericolo dell’impatto tra loro (celebre quello di un Iridium con un vecchio satellite russo Cosmos, nel 2009), possono anche esplodere a causa di residui di propellente che restano nei serbatoi. 

“Vi sono anche i test militari per far esplodere un satellite, come quello condotto dai cinesi nel 2007, ed altri in passato” - aggiunge Destafanis - “Oltre agli aspetti tecnici infatti, qui a Torino discutiamo di varie altre problematiche, comprese quelle sulle normative internazionali”. Il workshop in corso al centro “Altec”, è stato realizzato, oltre che da Thales Alenia Space, con il contributo di “ONERA”, di industrie e centri di recerca tedeschi (OHB System, Fraunhofer EMI e Universita’ di Braunschweig) e dalla turca “Tubitak Uzay”.

Per il “gattaro” del condominio inibita la possibilità di dar da mangiare ai randagi

La Stampa

Lasciare il cibo per i gatti randagi in prossimità dell’appartamento del vicino, sebbene l’attività sia pregevole e non vietata dal regolamento del Condominio, è stata definita “molestia possessoria”. 


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Questa attività compiuta del singolo proprietario, esclusivo amante dei mici,  è  stata censurata con sentenza dalla Corte d’appello di Roma poiché limita nel possesso del proprio immobile gli altri condomini: nel caso in questione i giudici d’Appello hanno ribaltato la sentenza di primo grado del Tribunale di Latina accogliendo l’azione possessoria del vicino infastidito dalle ciotole di cibo lasciate accanto al suo garage, questo lo obbligava a stare con le finestre chiuse per bloccare l’accesso degli animali nel proprio appartamento.