giovedì 12 settembre 2013

Napolitano nomina Amato giudice della Consulta Salvini attacca: "Quello dei 30mila euro di pensione"

Quotidiano.net

Amato sostituisce  Franco Gallo, che cessa dalle sue funzioni di giudice e di presidente della Corte Costituzionale il prossimo 16 settembre

Roma, 12 settembre 2013


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Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con decreto in data odierna, ha nominato ai sensi dell’art. 135 della Costituzione, giudice della Corte Costituzionale il professore Giuliano Amato, in sostituzione del Professor Franco Gallo, il quale cessa dalle sue funzioni di giudice e di presidente della Corte Costituzionale il prossimo 16 settembre. Lo comunica il Quirinale in una nota. Il decreto è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta. Della nomina del nuovo giudice Costituzionale il Capo dello Stato ha dato comunicazione al Presidente del Senato della Repubblica, al Presidente della Camera dei Deputati e al Presidente della Corte Costituzionale.

L'IRA DELLA LEGA -  “Il signor Napolitano, che non è il mio Presidente, ha appena nominato un volto nuovo, un giovane in gamba, come Giudice della Corte Costituzionale. Giuliano Amato. Quello del prelievo dai conti correnti degli italiani. Quello dei 30.000 euro di pensioni al mese. Bastaaaaaaaa! Schifooooooo! Si deve lottare, o si vince o si muore”. Lo scrive su facebook Matteo Salvini (Lega).

La storia di Birillo, il cagnolino ferito dal padrone e ucciso dalla burocrazia

Il Mattino

di Mary Liguori


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ACERRA - Sembrava una di quelle storie destinate a lieto fine, quella di Birillo, il meticcio chiuso in un sacchetto di plastica, lanciato da un’auto in corsa a Boscoreale a fine agosto e salvato in extremis dai carabinieri che denunciarono per quei fatti il suo padrone, un 18enne di Scafati. Purtroppo il cagnolino è morto dopo essere stato affidato al rifugio «Giorgia» che sorge ad Acerra su un terreno confiscato alla camorra.

Dyson-Samsung, la guerra dell'aspirapolvere

Corriere della sera

L'azienda inglese rinomata per i suoi elettrodomestici ha fatto causa ai coreani per un nuovo prodotto presentato all'Ifa

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MILANO - La litigiosità sui brevetti tecnologici non riguarda solo smartphone e tablet. Questa volta al centro di una vertenza legale tra la britannica Dyson e il colosso coreano Samsung riguarda un aspirapolvere. O meglio un sistema per permettere all'elettrodomestico di seguire più agevolmente l'incedere di chi lo usa. Secondo la Dyson, che ha avviato un procedimento all'Alta corte di giustizia inglese, l'ultimo aspirapolvere presentata da Samsung all'Ifa di Berlino, appena conclusosi, infrange il brevetto registrato nel 2009.

MALAFEDE - «Ha tutto l'aspetto di una cinica fregatura», ha dichiarato James Dyson, il fondatore dell'omonima azienda, alla Bbc, sgombrando il terreno dalla possibile buona fede da parte dei coreani. «Samsung ha una schiera di avvocati che si occupano di proprietà intellettuale così nutrita che non credo non si tratti di una infrazione deliberata». Non è dato sapere se Dyson ha intenzione di chiedere la sospensione della vendita dei prodotti (il modello incriminato e l'aspirapolvere F700G) accusati di violazione del brevetto. Si dice però seccato di dover spendere soldi in cause legali anziché investirli tutti in ricerca tecnologica. Da Samsung rispondono a mezzo ufficio stampa, di non aver copiato nulla e di essere estranei alle accuse.

CONCENTRATO TECNOLOGICO - James Dyson ha costruito il proprio impero proprio sull'innovazione tecnologica applicata agli elettrodomestici. Per primo ideò l'aspirapolvere senza sacchetto di raccolta, che sfruttava il principio del ciclone – Dual Cyclone – per eliminare anche le polveri più sottili. Dopo aver inutilmente proposto alle aziende del settore il suo brevetto, che piacque solo ai giapponesi, all'inizio degli anni '90 decise di produrre da sé il rivoluzionario aspirapolvere. E i risultati gli diedero ragione, e la Dual Cyclone divenne leader in diversi mercati all'inizio degli anni duemila. Da allora tutte le evoluzioni dei suoi prodotti sono passate da innovazioni tecnologiche – gli aspirapolvere oggi usano un sistema di pulizia a tre cicloni – e da tentativi di imitazione da parte dei rivali.

PRECEDENTI LEGALI - Il precedente litigio legale più celebre fu con il colosso statunitense Hoover, e riguardò proprio il brevetto da cui tutto ebbe inizio, quello dei cicloni. Era il 1999 e il giudice riconobbe le ragioni di Dyson obbligando Hoover a pagare un risarcimento di 5 milioni di dollari e a ritirare i prodotti copia (la serie Vortex). Samsung rischia la stessa fine, a meno che non decida di accordarsi diversamente con chi ha investito tanto nella ricerca per migliorare la vita di chi si occupa di lavori domestici.

12 settembre 2013 | 13:25

Da Mariangela Fantozzi a Gollum ecco tutti i «sosia» di Lupi

Il Mattino

Una fotogallery sul sito ufficiale con tutti i suoi "sosia".



CatturaIl ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, ha pubblicato online alcuni personaggi "simili" al politico: si va da da Gollum a Kaladze, ma anche Morandi e Mariangela Fantozzi. Questo il messaggio del ministro sul sito: «Sono io stesso ad aver avviato questo gioco delle somiglianze diversi anni fa. Mariangela Fantozzi? C’è di peggio! Guardate qui…»



Tutti i «sosia» di Maurizio Lupi


Salerno, la storia di Angelina sale in cattedra a 61 anni

Il Mattino

di Rosalba Baldi


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Il primo giorno di scuola di Angelina è stato il primo settembre, prima elementare. Angelina non è una bimba. Ha 61 anni, è una maestra. E da quest’anno è finalmente di ruolo. Ora ha una cattedra, il posto fisso desiderato e rincorso per una vita, non deve più affidare la sua esistenza al terno al lotto delle graduatorie. E questo dopo ventisette anni di precariato. È stata chiamata a fine estate insieme ad altre due colleghe, una del ’47. Ammesse in tre, Angelina era la penultima e ce l’ha fatta.

Destinazione Roccapiemonte. Non ha festeggiato, anzi, giusto un paio di pastarelle alle figlie Loredana e Liliana. Inutile chiedere se è stata contenta. «Contenta tra virgolette», dice e un velo di amarezza l’oscura. Sfila il gomitolo della sua storia, racconta la sua rabbia, di quelle che «ti fanno diventare cattiva, implacabile, vendicativa». «Ho pianto quando l’ho saputo, mi ha chiamato una mia collega. Certo non di commozione. Ho pianto di rabbia, in corpo ho una rabbia cieca e l’assunzione non la placa questa rabbia, anzi l’accresce».

 
mercoledì 11 settembre 2013 - 23:45   Ultimo aggiornamento: giovedì 12 settembre 2013 09:37

La ciocca di capelli svela un mistero: Katy Skerl, uccisa per vendetta

Corriere della sera

Una pista sulla ragazza assassinata nell'84: ritorsioni tra i gruppi di potere occulto in Vaticano coinvolti nei sequestri


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ROMA - La ciocca di capelli chiari. Le lettere arrivate a un'amica di Emanuela e alla sorella di Mirella. Il negativo fotografico che riproduce un teschio. Adesso che la Procura ha deciso di approfondire il contenuto delle due buste inviate da un anonimo all'indomani della prima deposizione di Marco Accetti, il giallo Orlandi-Gregori si estende a una terza ragazza: Katy Skerl, 17 anni, figlia di un regista americano. Fu trovata strangolata nelle campagne di Grottaferrata il 21 gennaio 1984, quando le ricerche delle quindicenni scomparse il 22 giugno e il 7 maggio dell'anno precedente erano al culmine. L'omicidio di Katy fu forse una vendetta? La studentessa del liceo artistico di ponte Milvio venne uccisa da un gruppo rivale a quello che strappò Emanuela e Mirella alle sue famiglie?

È su questa pista che il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Simona Maisto concentrano i loro sforzi. Le analisi del dna sui capelli puntano a rispondere a due domande. La prima: i «reperti» conducono direttamente al caso Orlandi-Gregori? La seconda: l'esame potrà aiutare a individuare il mittente? Il dubbio, suffragato da solidi indizi, è che con il doppio invio l'anonimo abbia intesto lanciare un messaggio intimidatorio.

Attenzione alle date: Marco Accetti, il fotografo di 57 anni che ha riferito di aver partecipato al duplice sequestro per conto di un nucleo di potere coperto - ecclesiastici francesi e lituani, il cui scopo sarebbe stato frenare l'offensiva anticomunista di Wojtyla - si presenta in Procura il 27 marzo. Dice di non poter escludere che Emanuela e Mirella siano ancora vive. Indica Francia e Svizzera per i loro primi trasferimenti (gennaio 1984). Infine auspica che altri «sodali» si facciano avanti per confessare, visto il nuovo clima legato all'elezione di papa Francesco.

La seconda data ci porta ad aprile, quando Antonietta Gregori e una compagna di musica di Emanuela ricevono i due inquietanti plichi. Al di là dei capelli, colpisce il testo delle lettere: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di Sant'Agnese con biondi capelli nella vigna del signore». Sono le ultime righe a evocare la sventurata Katy: corrispondono capelli (biondi), data del ritrovamento del corpo (21 gennaio), luogo (una vigna).

L'anonimo invitando le «belle more» a «non cantare» (tacere) si riferisce a Emanuela e Mirella (se vive)? E' una prima possibilità. L'altra si lega al racconto fatto da Accetti nei 12 interrogatori fin qui tenuti: il superteste, che è anche indagato, ha detto che la scomparsa delle quindicenni fu in qualche modo volontaria.

Emanuela e Mirella, attirate in trappola da alcune amiche a loro volta irretite, sarebbero dovute rincasare in pochi giorni, non appena il ricatto (la ritrattazione da parte di Agca delle sue accuse alla Bulgaria di complicità nell'attentato al Papa) fosse andato in porto. Poi la situazione precipitò. Il misterioso personaggio, con i suoi criptici messaggi, ha quindi inteso «parlare» in codice ad altre ragazze coinvolte nel sequestro-bluff? Questa pare l'ipotesi più credibile. Ed è tale scenario a condurre a Katy Skerl: perché, non appena il fotografo «canta», qualcuno si fa sotto?

Lo stesso Accetti ha riferito ai magistrati dell'esistenza di una «parte avversa» alla sua, composta da laici ed ecclesiastici in contatto con ambienti della massoneria. L'omicidio Skerl sarebbe stata la «risposta» alle pressioni esercitate in ambienti vaticani tramite Emanuela (figlia del messo papale) e Mirella (vicina di casa di un funzionario della Gendarmeria)? Il teste questo sostiene. E c'è un altro indizio. Il teschio della foto, scattata nella chiesa di via Giulia che raccoglie le spoglie di cadaveri abbandonati nell'800, appartenne a una certa Eleonora. Circostanza inquietante: una delle ragazze a conoscenza di fatti relativi all'operazione Orlandi-Gregori ha lo stesso nome.

12 settembre 2013 | 9:07

Quel cattivo buonismo sulle classi multietniche

Valeria Braghieri - Gio, 12/09/2013 - 08:42

Alcuni genitori ritirano i loro piccoli da scuola per la massiccia presenza di stranieri. Ma non è razzismo, soltanto buonsenso

Il paese di Landiona (Novara) che, per voce del suo sindaco Marisa Albertini è ora costretto a giustificarsi, a spiegare a tutti di non essere una roccaforte razzista è l'ultima stortura di una vicenda tutta storta.


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Lo è nella sostanza (i bambini rom trattatti come gli invasori delle nostre scuole, i bambini italiani trascinati a zonzo per altri istituti in cerca di classi «meno miste»), lo è nelle proporzioni (numeriche, non è vero che sono miste le classi prese in questione se è vero che sarebbero composte da 25 stranieri e da 12 italiani), lo è nei toni (sia in quelli degli oltranzisti del territorio, sia in quelli degli oltranzisti del buonismo, che come si sa è ancora più implacabile), lo è nel clima che si è venuto a creare attorno a questo caso (come dimostra un genitore dei sette che ha ritirato il figlio e che, terrorizzato, chiede di rimanere anonimo per dire una cosa banale nel suo buonsenso: «una scuola con tanti allievi nomadi non offre tante garanzie»).

Vista l'impopolarità di ciò che stiamo per scrivere vorremmo preventivamente sgombrare il campo da un equivoco, e vorremmo farlo in maniera netta: se per i nostri bambini sogniamo classi davvero miste (e non classi dove gli italiani vengono messi all'angolo e ghettizzati perché numericamente inferiori), non è perché pensiamo che i bambini rom siano brutti, sporchi e cattivi. Spesso i compagni peggiori dei nostri figlioletti sono italianissimi: menano, insegnano loro parolacce che nemmeno in casa saremmo in grado di fargli apprendere, li convincono del fatto che sputare addosso alla compagna di classe sia il miglior modo per far breccia nel suo giovanissimo cuore, sono maleducati, infidi e dispettosi come solo i bambini, a volte, sanno essere. Pure se si chiamano Rossi da sette generazioni. Quindi non è Stevan il problema, che non è meno bambino dei nostri bambini.

Quello che non ci sembra giusto, per i nostri figli, è catapultarli in un contesto in cui la loro lingua, le loro abitudini e le loro tradizioni (che stiano in un piatto di braciole di maiale o nella stella sull'albero di Natale, o in Gesù Cristo appeso al muro della classe) siano scalzate o trattate come il fanalino di coda proprio qui, a casa loro. Ci preoccupiano del fatto che i primi rudimenti della loro lingua debbano attendere quelli, necessariamente più stentati, di bimbi che ne hanno masticata un'altra fino a ieri. Ci preoccupiamo del fatto che debbano prendere dimestichezza troppo in fretta con realtà tanto diverse dalla loro alla quale già, ogni giorno e con delicatezza cerchiamo faticosamente di abituarli.

E lo sappiamo che un giorno tutto questo servirà perché è un nuovo mondo quello in cui vivono oggi e sarà ancor più nuovo quello in cui vivranno domani. Solo vorremmo lasciar loro lo spazio e il tempo e il modo di essere piccoli quanto serve. E di esserlo senza doversi buttare avanti a rincorrere o dover restare indietro ad attendere: per capire, per sapere, per conoscere. Ci preoccuperebbe il fatto di spedirli in una classe con cinquecento bambini così come ci preoccupa il fatto di spedirli in una classe con più stranieri che italiani. Perché, allo stesso modo, le forze del corpo insegnante potrebbero venire a mancare, per differenti motivi. Mentre vorremmo che a disposizione avessero tutto perché per un genitore è normale augurarselo.

Allora, forse, prima di essere buonisti, dovremmo essere buoni con i nostri figli provvedendo a metterli nelle migliori condizioni per apparecchiarsi la vita. E dovremmo avere il coraggio di essere onesti. Che è sempre un buon viatico, anche per imparare (e insegnare) il rispetto.

In Valsusa prove di terrorismo

La Stampa

cesare martinetti


Si può essere No-Tav o Sì-Tav, si può anche coltivare una rispettabile e pragmatica equidistanza, ma c’è una cosa che bisogna sapere: in Valsusa il terrorismo c’è già. In una forma inedita, tra l’intimidazione ambientale di stampo mafioso e il cecchinaggio individuale di marca pre-brigatista, tra la opprimente Corleone di Riina e i caldissimi picchetti delle fabbriche nei primi Anni Settanta. Nei confronti delle cose (cantieri, macchine e macchinari, forze di polizia) si esercita con azioni militari. Nei confronti delle persone (che lavorano nel o intorno al cantiere) con minacce continue e ossessive.

L’ultima storia è di ieri. Tre - noti - militanti No-Tav arrestati per minacce a una cronista, circondata, minacciata, costretta a consegnare documenti e cellulare.

I tre, che erano spalleggiati da una ventina di compagni, l’hanno accompagnata all’auto, di cui avevano fotografato la targa, e costretta ad andarsene. I tre sono agli arresti domiciliari, grazie al decreto svuota-carceri che risparmia a Gianni Vattimo un nuovo pellegrinaggio di solidarietà alle Vallette. Ma, come si dice, la vicenda segna un altro salto di qualità. Non che sia più grave minacciare un giornalista di un operaio del cantiere. Ma è diverso e incide su un’altra libertà civile: quella dell’informazione.

Il vero salto di qualità militare c’è stato invece nella notte di domenica: quattro betoniere, due camion, un’autogru incendiate, con le fiamme che lambiscono il deposito di gasolio e fanno evocare una possibile ecatombe. Poco meno di un milione di danni, con un effetto intimidatorio sui lavoratori incalcolabile. Il dodicesimo attentato - il più grave - da luglio.

E tutto questo dentro quel clima di intimidazione diffuso che colpisce tutti quelli che hanno a che vedere con il cantiere, da chi ci lavora, agli albergatori che ospitano i poliziotti, ai camionisti che transitano per la valle e che magari non hanno nulla a che vedere con il/la Tav. Capita che vengano fermati e che i documenti loro e di viaggio vengano controllati. C’è insomma un antistato che esercita forme di controllo del territorio e si propone di cambiare il corso delle cose con un insieme di azioni che sono oggettivamente eversive.

Ecco, questo è lo stato delle cose che sta al di là della legittima e civile contestazione locale all’opera che nel corso di questi anni si è trasformata in un magnete di attrazione per tutte le rivendicazioni e le rivolte: il/la Tav è diventato il totem contro cui scagliare ogni risentimento collettivo e individuale, politico ed esistenziale, un ring dove esercitare sperimentazioni accademiche e misurare un dibattito tanto in voga: sviluppo o decrescita?

Noi pensiamo che, garantite tutte le salvaguardie possibili, ambientali e locali, democratiche e funzionali, l’opera vada fatta per tenere lo sguardo lungo, per rimanere agganciati alla trama della rete europea che si disegna per i decenni a venire. Quello sguardo lungo che ebbe Cavour dando il via al traforo del Fréjus e senza il quale non l’Italia, ma Torino e il Piemonte resterebbero ai margini del sistema Europa che altrove avanza, eccome.

Ma non è questo il punto di oggi che ci pare invece una necessaria presa di coscienza di cosa sta accadendo in Valsusa e che non ha nemmeno niente a che fare con quelle forme organizzative dal basso che appartengono a una retorica localistica del territorio. Siamo ormai al di là di tutto questo, c’è una dinamica che è cresciuta dietro l’opposizione dei movimenti, anche grazie all’ambiguità di una parte di essi o dei capi. Oggi anche loro ne sono vittime: il terreno di confronto è torbido e avvelenato.

I paragoni storici sono quasi sempre sbagliati. Certo che non ci sono i movimenti né le organizzazioni politiche degli Anni Settanta, non c’è un conflitto riconoscibile, non c’è una prospettiva - per quanto illusoria - da raggiungere. Ma tutta quella roba là giace in una memoria collettiva e forse non solo. Sulla rete - non più su volantini ciclostilati - si trovano documenti che ricalcano schemi e prosa delle vecchie «risoluzioni strategiche». Ce n’è una «postata» a luglio e intitolata «Lavanda, note di viaggio contro il Tav», dove sono indicati gli obbiettivi e che sono esattamente quelli colpiti in questo fine d’estate di fuoco.

Di fronte a tutto questo il discorso pubblico italiano balbetta. Il conformismo No-Tav è di moda, il preambolo ad ogni intervista in cui si prende pur timidamente le distanze dalla violenza è: «premesso che si tratta di un’opera inutile…». Il che è pure un argomento legittimo, ma buttato lì così in quei contesti fa l’effetto di una strizzata d’occhio ai violenti. I professori e gli anziani rivoluzionari che giustificano il sabotaggio fanno notizia e fanno sorridere ma anche pensare ad un vecchio slogan di quegli anni: né con lo Stato né con le Br. Possibile che questo Paese sia eternamente condannato alla caricatura di se stesso? C’è qualcuno che ha la faccia di dire che in Valsusa il terrorismo c’è già e bisogna evitare di passare alla successiva e tragica caricatura: quella dei colpi di pistola?

Zanda, il falco democratico che ubbidisce a Repubblica

Fabrizio Rondolino - Gio, 12/09/2013 - 08:27

Il capogruppo Pd a Palazzo Madama è un ex dipendente di De Benedetti. E si vede: si fa dettare la linea dal quotidiano fondato da Scalfari e poi la impone ai suoi

La premessa, sebbene non particolarmente originale, è incoraggiante: «Ciascun componente della Giunta giudicherà secondo la propria opinione e secondo la propria coscienza».


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Si parla, naturalmente, di Berlusconi e della sua possibile decadenza da senatore. Poi però si capisce che per Luigi Zanda, capogruppo del Pd a Palazzo Madama, «opinione» e «coscienza» sono modi di dire, parole vuote che rivestono e imbellettano una verità di partito indiscutibile: «La legge è chiara e la sentenza della Cassazione è irrevocabile. Le conseguenze sono lineari e mi auguro che la giunta tenga conto all'unanimità di queste circostanze obiettive». L'«obiettività» delle circostanze impone l'«unanimità» della decisione: e dell'opinione e della coscienza dei senatori che fanno parte della Giunta, come nella caricatura di un processo staliniano, non resta nulla. Chi non vota contro Berlusconi è fuori dalla verità perché è contro «l'obiettività delle circostanze».

Questo modo di ragionare - come da un pulpito, investiti di una superiorità morale se non antropologica, e con la convinzione non di esprimere un'opinione fra le altre, ma di pronunciare ogni volta una verità oggettiva - non è infrequente a sinistra, e tende a prevalere in particolare nel cosiddetto «partito di Repubblica». Che naturalmente vede nel disfacimento confuso del Pd un'occasione d'oro per riaffermare e, se possibile, ampliare la propria egemonia.

Dicono i maligni che il senatore Zanda scruti con apprensione, ogni pomeriggio, la rubrica che Gianluca Luzi pubblica sul sito di Repubblica, dove si racconta la riunione di redazione del mattino e, soprattutto, si riferisce l'opinione di Ezio Mauro. Una volta saputa la linea, il senatore Zanda provvede poi a divulgarla in dichiarazioni e interviste.

Sarà soltanto un pettegolezzo, ma certo il rapporto del capogruppo del Pd con il mondo debenedettiano è tanto stretto quanto duraturo. Per tutti gli anni Ottanta Zanda è stato consigliere d'amministrazione del gruppo editoriale l'Espresso e vicepresidente dell'Editoriale periodici culturali dello stesso gruppo, che pubblica tra l'altro la bibbia del fondamentalismo antiberlusconiano, MicroMega.

Curiosamente, nel decennio precedente era stato segretario e portavoce di Cossiga, che con l'Ingegnere non andò mai d'accordo: ma il passaggio al partito di De Benedetti non deve aver guastato i rapporti fra i due, perché sembra che proprio Cossiga, nel 2003, chiese a Berlusconi di non candidare nessuno nel collegio senatoriale di Frascati perché la Margherita aveva schierato proprio lui, Zanda.

Il quale entrò dunque per la prima volta in Parlamento con la più bassa percentuale di partecipazione al voto dell'intera storia repubblicana (il 6,47%) e grazie alla benevolenza del Cavaliere. Negli anni successivi ci penserà il Porcellum a riportarlo ogni volta in Senato. Non è ben chiara quale sia la posizione politica di Zanda, al di là di una generica origine democristiana e ministeriale (il padre fu capo della Polizia negli anni Settanta), e forse è per questo che ha saputo negli anni muoversi sempre sulla scia del vincitore del momento, alternando politica e gestione del potere in un impasto tipicamente romano.

Zanda infatti è stato presidente del Consorzio Venezia Nuova, presidente di Lottomatica, e, nel '95, presidente e amministratore delegato dell'Agenzia del Giubileo su nomina di Rutelli, con cui condividerà l'avventura politica della Margherita. E proprio la Margherita lo piazza nel Cda della Rai, nel 2002, prima di spostarlo al Senato dove quest'anno, divenuto bersaniano di ferro, è stato nominato capogruppo. Uomo sfuggente e abile nella manovra tattica - alla Festa democratica di Genova, la scorsa settimana, si è rifiutato di commentare le candidature alla segreteria del Pd trincerandosi dietro il suo «ruolo istituzionale.

Zanda in questa fase si è idealmente posizionato a Largo Fochetti, autonominandosi portavoce di Repubblica nella convinzione che, qualunque cosa succeda alla disastrata sinistra italiana, il giornale di Ezio Mauro continuerà ad esistere e a prosperare. Facile dunque prevedere una sua imminente conversione al renzismo, visto l'endorsement pubblico di De Benedetti. Ma prima c'è da completare l'opera: eliminare il Caimano.

Caso Esposito, il Csm sventa il soccorso rosso

Patricia Tagliaferri - Gio, 12/09/2013 - 08:04

I consiglieri progressisti non la spuntano: no all'archiviazione. Sì della Commissione giustizia in Senato alla legge anti toghe chiacchierone

Roma - Mentre in Parlamento passa la cosiddetta norma «anti-Esposito» contro i giudici chiacchieroni come il presidente della sezione feriale della Cassazione che il primo agosto ha condannato Silvio Berlusconi per i diritti Mediaset, al Csm c'è ancora qualcuno che cerca in ogni modo di salvarlo.


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Sono i consiglieri di sinistra a voler mandare in archivio la pratica che la prima commissione ha aperto per la famosa intervista al Mattino in cuiEsposito spiega, subito dopo la condanna e prima che fossero note le motivazioni, perché il Cavaliere era stato ritenuto responsabile di frode fiscale.
Un'intervista che se la misura - prevista dal disegno di legge presentato a inizio legislatura (e dunque in tempi non sospetti) da Francesco Nitto Palma e approvato ieri dalla Commissione Giustizia del Senato - fosse stata già in vigore, avrebbe fatto scattare un'azione disciplinare nei confronti del suo autore.

Il testo è passato con i voti di Pdl, Lega, Gal e Scelta Civica-Udc. Hanno votato no il Pd e il M5S, che annuncia battaglia in aula. Con questo disegno di legge, che la Anm considera una «grave limitazione della libertà di espressione dei magistrati», diventa un illecito disciplinare «rendere dichiarazioni che per il contesto in cui sono rese rivelano l'assenza dell'indipendenza, della terzietà e dell'imparzialità richieste per il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali».

Insomma, Esposito non avrebbe avuto scampo per quel colloquio con l'amico giornalista, da lui stesso contattato, poi finito sulle pagine del quotidiano partenopeo con le anticipazioni delle motivazioni della sentenza Mediaset. Al grillino Enrico Cappelletti che attacca la «nuova legge vergogna contro la magistratura», il presidente della Commissione Giustizia del Senato Nitto Palma ricorda che «l'intervento normativo di tipo disciplinare sulle dichiarazioni fuori misura rese dai magistrati era stato auspicato dal Csm e dallo stesso presidente della Repubblica».

A Palazzo dei Marescialli, però, la sinistra non molla. Esposito va salvato a tutti i costi, nessuna incompatibilità per lui, le sue esternazioni sono state tutt'al più «inopportune». La richiesta di archiviare il caso stoppando un'eventuale procedura di trasferimento d'ufficio è stata avanzata dai togati di Area, Paolo Carfì e Francesco Vigorito, e dal laico del Pd Glauco Giostra, che non avrebbero neppure voluto aprire un'istruttoria contro Esposito ritenendo inutile anche l'acquisizione della trascrizione dell'intervista. L'istruttoria, invece ci sarà, e questo grazie al voto contrario del laico del Pdl Annibale Marini, del togato di Magistratura indipendente Antonello Racanelli e del relatore di Unicost Mariano Sciacca. I togati di Area ieri hanno anche chiesto al plenum un intervento a tutela dei magistrati, in particolare quelli di Md, attaccati dopo la sentenza Berlusconi.




I consiglieri di sinistra del Csm vogliono "graziare" Esposito

Nella seduta del 5 settembre scorso tre consiglieri del Csm hanno chiesto invano di archiviare il fascicolo sulla toga e si sono opposti alla trascrizione del colloquio della toga col Mattino

Luca Romano - Mer, 11/09/2013 - 13:57


La "sinistra" del Csm vuole graziare il giudice Antonio Esposito. E chiede l'archiviazione del fascicolo a carico del presidente del collegio della Cassazione che ha condannato in via definitiva Silvio Berlusconi e che è finito nella bufera per un’intervista al Mattino di Napoli in cui anticipava le motivazioni della sentenza.

Ad avanzare la richiesta alla Prima Commissione del Csm sono stati i consiglieri di sinistra: Paolo Enrico Carfì e Francesco Vigorito (appartenenti ad Area) nonché il laico di centrosinistra Glauco Giostra. La richiesta però è già stata bocciata nella seduta del 5 settembre scorso. Sono stati sempre loro ad opporsi nella scorsa seduta alla richiesta di acquisire la trascrizione del colloquio telefonico tra Esposito e il giornalista del Mattino.

La richiesta di archiviare il fascicolo su Esposito è stata motivata dal fatto che, a loro parere, non ricorrono i presupposti per parlare di incompatibilità del giudice Esposito, pur sottolineando l’"inopportunità" dell’intervista da lui rilasciata con la quale non sarebbe stato leso il prestigio della magistratura. La prima commissione, intanto, attende gli atti richiesti alla procura generale della Cassazione che sul giudice Esposito sta portando avanti una pre-istruttoria, al termine della quale si deciderà se avviare o meno l’azione disciplinare.

Se quest’ultima dovesse essere portata avanti, la prima commissione dovrebbe necessariamente fermare il suo lavoro, poiché competente solo per le questioni para-disciplinari. I consiglieri Carfì, Giostra e Vigorito avevano detto "no" anche alla proposta del relatore Sciacca di acquisire la trascrizione dell’intervista rilasciata da Esposito che, dunque, non è stata, almeno per il momento, indicata tra gli atti che la prima commissione ha chiesto alla Cassazione.

Fascismo, un romanzo finito in farsa

Vittorio Macioce - Gio, 12/09/2013 - 08:35

Dalla deposizione di Mussolini al Gran Sasso: una narrazione di talento dell'ultimo atto del regime

Li segui, li vedi, li ascolti, li spii e ti fanno rabbia, fino alle viscere, fino al cuore. Maledetti, tutti. Il vecchio re che pensa solo a salvare la pellaccia, Umberto che non sa ribellarsi al padre, quella badoglia di Badoglio e i ministri, i generali, quella compagnia di giro di vigliacchi in fuga sulla Tiburtina, da Roma a Pescara e poi in mare fino a Brindisi, perché gli avieri e i piloti disgustati gli negano un passaggio in cielo.


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«Badoglio tenta di infilarsi subito in macchina, ma tutto il battaglione di avieri è sull'attenti che vuole il saluto militare. Badoglio si avvicina a uno che sembra un ufficiale, tendendo la mano. Quello rimane immobile con la mano alla visiera e anzi dice: “Eccellenza lei parte! Quali ordini lascia?”. “Se vengono i tedeschi andate via. Ripresentatevi tra otto giorni, che torniamo anche noi”. Non c'è tempo per rispondere». E poi partono, gli infami. Sulla nave della mediocrità, della miseria umana. Partono mentre ragazzi di vent'anni combattono a Porta San Paolo, per difendere Roma. Sono carne da macello, ma sopravvivono. Sono gli eroi inconsapevoli dei granatieri, dei lancieri, dei bersaglieri, degli allievi carabinieri e un pugno di carristi dell'Ariete. È con loro che ricomincia una parvenza di futuro. Ma purtroppo non saranno loro la nuova classe dirigente. Sono solo soldati che resistono, che non sanno arrendersi.

Questa è L'estate degli inganni (Guanda, pagg. 430, euro 19). La forza di Adelchi Battista non è solo nella capacità di rovistare negli archivi. Certo, è da lì che prendono vigore le sue storie, ma poi c'è il racconto del grande romanziere. Tutto ciò che scrive è documentato. È rubato al fiume carsico di documenti, memorie, diari, telegrammi, pezzi di storia che riemergono qua e là. E tutto questo diventa narrazione, con scene dopo scene che formano un mosaico ora drammatico, ora malinconico, rabbioso e nei momenti cruciali purtroppo comico.

È il romanzo che si muove nei retroscena della storia. È il marchio di fabbrica di Adelchi Battista. È il secondo tempo di Io sono la guerra (Rizzoli), quando il fascismo è caduto, Mussolini è uno straccio spostato come un pacco postale, prigioniero imbarazzante, rifiuto difficile da smaltire, un uomo che spera solo di essere lasciato in pace, che gioca a testa o croce il suo destino: è meglio essere liberato dai tedeschi o finire in mano agli inglesi? Forse è meglio morire.

Ascoltate questo dialogo. Mussolini è recluso a Ponza. Nella stessa isola dove scontava il confino il suo ex amico e compagno di cella Nenni. Parla con il sottoufficiale che piantona la villa-prigione.

«Maresciallo Marini, ditemi, perché da questo rubinetto non esce acqua? Io ho fatto stanziare molti soldi per l'acquedotto di Ponza».
«Avrete anche dato i soldi, eccellenza, ma l'acqua della sorgente finisce tutta in mare».
«Voi non dite la verità».
«Certo che sì, eccellenza. Potete andare a controllare quando volete».
«Ah, quei prefetti!».
«Diciamo anche quei federali, eccellenza».
«Perché? Ditemi, Marini, ve ne prego».
«Lo sapete perché sono stato comandato qui, eccellenza? Perché mi sono permesso di denunciare il federale di Littoria che rubava grano all'ammasso. Voi avete dato i soldi per asfaltare la via principale del paese, ma qui non si è fatto nulla e i soldi sono finiti in tasca ai soliti. I federali, il prefetto...».
«Li voglio qui immediatamente, devono rispondere dei soldi trafugati».
«E che volete fare? Voi non siete più nessuno oramai».
«Un giorno, un solo giorno di potere per punire una volta per tutte ladri e disonesti».

Un giorno. Illuso e presuntuoso il Duce. Ha avuto vent'anni a disposizione e non si è accorto di nulla. Questa è l'estate del tradimento e delle trattative segrete. È l'estate dell'elemosina, con un governo che perde la faccia. No, non solo con i tedeschi. Anche con gli alleati. Firmano l'armistizio a Cassibile, ma sperano di tenerlo segreto, fino a quando Eisenhower non decide di smascherare le paure di una classe dirigente di ignavi. È un'Italia in ginocchio, con il cappello in mano, senza dignità, con Badoglio che ordina a tutti di non disturbarlo dopo le dieci della sera, cascasse il mondo.

E il mondo, il suo mondo, sta cascando. E lui dorme, disgustando gli americani, increduli, schifati. È lo sguardo dei personaggi secondari, alcuni ignobili, altri dignitosi, con sensi di colpa, costretti a rinunciare al proprio onore o a pagare con la morte. È l'Italia che come un topo si nasconde alla furia di Hitler. Tutto noto. Tutto se volete pagato per anni. Ancora adesso. Il merito e la magia di Adelchi Battista è riportarti nel sangue e nel fango di quella storia. Il suo segreto è in fondo questo. Conosci la fine ma ti affretti a vedere come va a finire.

Dai microchip all'11 settembre Tutte le verità del grillino

Corriere della sera

Paolo Bernini, deputato M5S, in aula ha spiegato perché l'attacco alle Torri Gemelle «fu un lavoro interno»


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BOLOGNA - «Mi si accuserà di complottismo, ma ci sono abituato». In principio furono i microchip ora tocca all'11 settembre. Paolo Bernini, deputato bolognese del Movimento Cinque Stelle, nel giorno degli anniversari del Golpe contro il governo Allende e dell'attentato alle Torri Gemelle ha preso parola alla Camera per un «intervento personale» su «corsi e ricorsi storici». Pochi mesi fa furono le rivelazioni choc sui microchip («In America hanno cominciato a mettere microchip nel corpo umano per controllare la popolazione») a farlo diventare famoso. Ora è arrivata una nuova puntata della saga del complotto su scala globale.


IN AULA - Oggi il deputato pentastellato si è reso protagonista di una sorta di lezione di storia sulla politica estera a Stelle e strisce. In aula Bernini ha parlato prima di Pearl Harbor, della Guerra del Golfo poi del Colpo di Stato cileno («Avvenuto anche grazie agli Usa») ma soprattutto dell'attentato a New York del 2011. Dove, ricorda Bernini, «persero la vita 3.000 persone». «Mi preme sottolineare solo una cosa - ha spiegato - la versione ufficiale di quell'evento è stata smentita da tutti i punti di vista. È palesemente falsa e ormai il mondo se n'è accorto, la verità probabilmente non la sapremo mai ma è sicuramente è molto diversa da quella che i media main stream ci raccontano. In questo caso si può dire che "tutto quello sai è falso" e, detta all'americana, è "It was an inside job" tradotto "fu un lavoro interno"». Poi, su Twitter, il deputato è tornato sull'argomento: «Se qualcuno mi mostra un video dove si vede bene l'aereo che colpisce il Pentagono (il luogo più sorvegliato al Mondo)... mi dimetto».



Sparatoria, Bernini (M5S) «La politica non sa dare risposte. E i cittadini...» (29/04/2013)


Deputato 5Stelle e complotti: «Mettono chip sottopelle» (05/03/2013)

Redazione online11 settembre 2013

Sfratto ai chioschi in Duomo «Da qui non ce ne andiamo»

Luca Fazzo - Gio, 12/09/2013 - 07:14


Ai tavolini di plastica di McDonald è stato concesso di invadere la trecentesca piazza dei Mercanti. Invece per la piccola popolazione di ambulanti che da sempre lavora nella stessa zona, il pugno di ferro del Comune ha ora un nuovo alleato: il Tar della Lombardia che nei giorni scorsi ha respinto l'ultimo ricorso di due venditori di souvenir, che da decenni offrono Madonnine e sciarpe dell'Inter in piazza Duomo e in piazza Scala.


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I due banchetti - gestiti da due fratelli, Andrea e Leopoldo De Muzio - se ne devono andare. E nei prossimi giorni, se il Tar non smentirà se stesso, lo stesso ordine di sfratto piomberà sui loro tre colleghi che in piazza Duomo vendono aranciate e cocco: come quello del signor Alfredo, «sono qui dagli anni Settanta e ho iniziato con le caldarroste».

Motivo della cacciata, la campagna in difesa del decoro del centro lanciata dalla Giunta contro quello che è stato definito «il suk di piazza del Duomo». Alla fine dello scorso anno, ai titolari dei chioschi era stata comunicata la revoca della concessione. In febbraio il Tar aveva congelato l'efficacia dello sfratto, sostenendo il diritto dei commercianti a vedersi offrire un'altra sistemazione. E qui nasce il problema: perché il Comune ha provveduto a proporre delle nuove location, che però i chioschi hanno ritenuto inaccettabili.

Come piazza Repubblica, dove di turisti non si vede l'ombra e passano solo auto a velocità da gp. O come piazza Missori, una delle lande più desolate del centro cittadino. «Se queste sono le controproposte, noi da qui non ce ne andiamo», hanno deciso i fratelli De Muzio. E, assistiti dall'avvocato Angelo Guglielmello, sono tornati a battagliare davanti al Tar: sventolando la legge regionale del 2010 che stabilisce il diritto dei commercianti sloggiati dalle loro postazioni a ottenere postazioni almeno «equivalenti».

E come si può sostenere che un posto al sole in piazza Duomo equivalga a un marciapiede di corso Sempione? Ma ora il Tar dà ragione al Comune, con due sentenze che lasciano ai De Muzio - e verosimilmente ai loro colleghi i cui ricorsi verranno decisi in questi giorni - solo la possibilità di trattare le condizioni della resa o venire sfrattati dai ghisa. Secondo i giudici, il Comune ha agito nell'ambito dei suoi poteri quando ha individuato la cosiddetta «zona E», quella di massima tutela storico ambientale: piazza Duomo, la Galleria, piazzetta Reale, piazza Scala, piazza Santa Maria delle Grazie.

Lo stop alle licenze di occupazione in queste zone, secondo il Tar è giustificato dalla «necessità che le attività economiche e commerciali si svolgano in modo compatibile con le esigenze di tutela degli altri valori sanciti dalle leggi: nella fattispecie il recupero e la riqualificazione del centro della città». Quanto alle lagnanze dei De Muzio sullo scarso appeal delle alternative loro offerte, i giudici scrivono che «la prescrizione di equivalenza deve intendersi come riferita alle dimensioni del posteggio, alle caratteristiche dell'area, alla visibilità commerciale, ma non certo alla sua capacità di produrre gli stessi introiti».

Sfratto immediato, dunque. «É un provvedimento - commenta l'avvocato Guglielmello - del tutto sproporzionato. Il centro è invaso da tavolini di ogni genere. Se non piaceva il look delle attività dei De Muzio, si poteva chiedere semplicemente di modificarlo».

Le affinità riformatrici di Mons Parolin

La Stampa

Il neo Segretario di Stato intervistato da un giornale di Caracas dice la sua su alcuni temi caldi: dalla pedofilia al celibato

Alver Metalli
Buenos Aires



CatturaPietro Parolin, neosegretario di Stato di Papa Francesco, prepara il suo congedo da Caracas, dov’è stato per quattro anni rappresentante pontificio. Anni complicati, di forti divisioni nella società, che hanno visto  l’apogeo e la morte di Chavez, la difficile successione e momenti di duro scontro del governo con la Chiesa del Venezuela. Parolin lascia dietro di sé una situazione meno tesa, canali di dialogo aperti tra esecutivo e conferenza episcopale, una agenda di consultazioni su molti problemi irrisolti e una miglior disposizione al negoziato. Tutto questo deve aver pesato nella decisione del Papa argentino di volerlo a Roma al vertice di una macchina curiale che si accinge a riformare in profondità.

Parolin ammette – in una intervista al quotidiano di Caracas El Universal, una delle ultime in terra venezuelana, di essersi imbattuto una sola volta in vita sua con l’odierno Papa. Quando l’arcivescovo Bergoglio andò nel suo ufficio di Sottosegretario per i rapporti con gli Stati per questioni che avevano a che vedere con l’Argentina. Ma la sintonia con lui è preesistente e forte. “Probabilmente il Papa si è fatto questo giudizio” risponde all’intervistatore che gli chiede se papa Francesco sia a conoscenza delle sue idee riformatrici. “La verità è che non ho parlato molto con lui e penso che quando avrò la grazia e l’opportunità gli chiederò il perché di questa scelta (…)

Posso dire, questo sì, che mi sento molto affine al suo modo di intendere la Chiesa e soprattutto al suo stile di semplicità e di vicinanza alle persone, alla sua maniera di ascoltare e cercare di fare in modo, sul serio, che la Chiesa ritorni ad avere una presenza significativa nel mondo di oggi”. Non sorprende quindi che l’iniziativa recente di Papa Francesco sulla Siria – tema su cui dichiara di avere “una certa esperienza”- gli sia piaciuta eccome. Un preludio al rilancio della iniziativa diplomatica anche in altri fronti: “Come Chiesa abbiamo nelle nostre mani la possibilità di partecipare alla vita internazionale attraverso la diplomazia”.

Nell’intervista al quotidiano venezuelano Parolin conferma di sé il profilo di un riformatore cosciente di partecipare “ad un’opera di rinnovamento che (il Papa) vuole fare nella Chiesa Cattolica”. Quindi accenna ad alcuni temi sul tappeto.

Celibato
“Si può parlare, riflettere e approfondire questi temi che non sono definizioni di fede e pensare in qualche modifica ma sempre al servizio dell’unità e tutto secondo la volontà di Dio… Dio parla in molti modi. Dobbiamo fare attenzione a questa voce che ci orienta sulle cause e sulle soluzioni, per esempio la scarsità di clero. Quindi bisogna tenere presenti, nel momento di prendere delle decisioni, questi criteri (la volontà di Dio, la storia della Chiesa) così come l’apertura ai segni dei tempi”.

Democratizzazione.
“Si è sempre ripetuto che la Chiesa non è una democrazia. Ma è una buona cosa di questi tempi, che ci sia spirito più democratico nel senso di ascoltare attentamente e credo che il Papa l’abbia indicato come un obiettivo del suo pontificato. Una conduzione collegiale della Chiesa dove si possano esprimere tutte le istanze. Poi dovrà essere lui a prendere una decisione”.

Corruzione.
“Il Papa sente in modo speciale il tema della corruzione per il fatto di provenire da un continente dove il problema è molto grave e questa è una delle grandi sfide dell’America Latina. L’ha affrontato in Argentina, e adesso riprende quello che ha già condannato come arcivescovo. E’ un punto fondamentale sul quale vuole lavorare perché la corruzione mette fine alle società e agli stati”.

Pedofilia.
“In questo il Papa è in linea con quello che si sta facendo da tempo con Benedetto XVI: assumere una posizione forte soprattutto con le vittime perché non si ripetano fatti del genere”.
Parolin si mostra cosciente delle difficoltà. “La Chiesa è un organismo complesso e al suo interno ci sono resistenze. E’ una grande sfida per il Papa perché lui detiene il ministero dell’unità e tutte queste decisioni devono essere assunte come un modo di unire la Chiesa, non dividerla”.

www.terredamerica.com

Gemelli affetti da distrofia: «Staccate la spina e fateci morire»

Il Mattino


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LECCE - «Staccate la spina e fateci morire»: lo chiedono, attraverso la voce del computer, Marco e Sergio Quarta, di 34 anni, affetti dall'età di 10 anni dalla rara distrofia di duchenne e per questo vivono attaccati ai respiratori, nella loro casa di Merine, una frazione di Lizzanello, nel Salento, accuditi dai genitori. Entrambi sono costretti a vivere in un letto ma sono attivissimi sui social network e così si relazionano con l'esterno e si informano su tutto.

Sergio e Marco vogliono provare nuove terapie, chiedono di essere sottoposti a cure sperimentali, anche con le cellule staminali: vogliono che i luminari della medicina si interessino a loro e che lo facciano anche le istituzioni. Di qui l'appello che i genitori hanno fatto con una lettera inviata al presidente della Repubblica e ai presidenti di Camera e Senato nonchè ai ministri della Sanità e della Giustizia. Marco e Sergio sono in attesa da mesi del cosiddetto assegno personalizzato, un contributo erogato dalla Regione Puglia attraverso graduatoria stilata dall'ambito territoriale di zona. Loro sono al terzo e quarto posto ma, pare a causa dei ricorsi presentati da chi in graduatoria non è entrato, i tempi si stanno allungando ancora.

E, soprattutto, chiedono che venga loro consegnata la somma di 300.000 euro, erogata in due tranche, nel 2004 (96.000 euro) e nel 2006 (200.000 euro), dalla Regione Puglia al Comune di Lizzanello di cui, però, la famiglia Quarta non ha traccia. Antonio Quarta, il padre di Marco e Sergio, ha presentato denuncia alla Guardia di finanza e alla magistratura «ma il fascicolo - dice - è fermo sul tavolo del pm a prendere polvere». «I miei figli - scrive Antonio nella lettera inviata a a Napolitano - hanno chiesto di essere staccati dai respiratori e siamo riusciti a far cambiare loro idea. Diverse volte ho pensato di farmi giustizia da solo. Ma poi ho pensato a Marco e a Sergio e ho lasciato stare. Mi rivolgo a tutti voi implorandovi in ginocchio di ascoltarmi e di darmi giustizia». I soldi

Gentile. «Faremo piena luce sulle questioni poste dal papà dei gemelli di Merine di Lizzanello affetti da distrofia di Duchenne, già domani telefonerò al Comune per avere informazioni»: lo assicura l'assessore alla Sanità della Regione Puglia, Elena Gentile, a proposito delle denunce fatte, in una lettera inviata al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e ai presidenti di Camera e Senato nonchè ai ministri della Sanità e della Giustizia, da Antonio Quarta, il padre di Sergio e Marco, due gemelli di 34 anni, malati di distrofia e attaccati alle macchine per respirare da quando avevano l'età di 10 anni. Il padre chiede che luminari della medicina si occupino del caso dei suoi figli e chiede che si chiarisca perchè una somma erogata dalla Regione Puglia al Comune di Lizzanello di 300.000 euro, destinata ai suoi figli, non sia mai stata consegnata alla sua famiglia.

Sulla questione l'uomo ha interessato la Guardia di finanza e la magistratura. Antonio Quarta, infine, chiede di poter usufruire al più presto dell'assegno personalizzato: un contributo erogato dalla Regione Puglia attraverso graduatoria stilata dall'ambito territoriale di zona. Marco e Sergio sono al terzo e quarto posto ma, pare a causa dei ricorsi presentati da chi in graduatoria non è entrato, i tempi si stanno allungando «in maniera eccessiva», dice l'uomo. «Verificheremo - assicura l'assessore Gentile - perchè la somma di 300.000 euro stanziata dalla Regione non sia mai giunta a destinazione e il perchè dei ritardi legati all'assegno personalizzato, una misura che la Regione Puglia ha deciso proprio per far fronte a casi complessi e delicati come quelli dei gemelli di Lizzanello. I ricorsi sono legittimi ma è ovvio che la questione non può avere tempi biblici». «Una cosa è certa: la Regione Puglia - assicura Gentile - segue da tempo la vicenda dei due ragazzi di Lizzanello, un caso davvero delicato che noi tutti abbiamo preso a cuore».

 
mercoledì 11 settembre 2013 - 19:56   Ultimo aggiornamento: 19:58

Quando Craxi cercava Allende e sfidava i mitra

Bettino Craxi - Mer, 11/09/2013 - 12:26

Per gentile concessione della Fondazione Craxi, pubblichiamo un appunto inedito di Bettino Craxi rinvenuto tra le carte conservate ad Hammamet e in via di catalogazione presso la Fondazione, a Roma. Nel documento, scritto nel dicembre 1998, Craxi ricorda il suo viaggio in Cile, insieme a una delegazione dell'Internazionale Socialista, tra la fine di settembre e i primi giorni dell'ottobre 1973, immediatamente dopo il golpe di Pinochet. 



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Di buon mattino eravamo partiti da Santiago e avevamo raggiunto Viña del Mar che è a un centinaio di chilometri dalla capitale. Eravamo un folto gruppo. Quando arrivammo al cimitero di Santa Ines alla periferia di Viña e dove Allende è sepolto nella tomba della famiglia Grove (i Grove sono i parenti della moglie di Allende) tutto pareva calmo, regolare. Le prime avvisaglie di quello che doveva succedere, si sono avute all'ingresso del cimitero, quando mi rivolsi all'impiegato dicendogli in spagnolo: «Siamo qui per visitare la tomba del presidente Allende». L'uomo, un giovane, mi guardò come sorpreso, poi abbassò gli occhi senza rispondere. Ho insistito più energicamente, alzando un poco la voce. E lui zitto. Faceva finta di riordinare certe sue carte e non osava alzare lo sguardo. Ho capito che aveva paura.

In quel momento arrivò un ragazzino, un bambino anzi, non avrà avuto più di cinque o sei anni, uno di quei bambini tragici e meravigliosi che si incontrano in tutti i paesi sottosviluppati e che si guadagnano la vita a far da guida agli stranieri davanti alle chiese o ai monumenti o ai bazar o appunto davanti ai cimiteri. Il bambino ci dice: «Vi insegno io dov'è la tomba del presidente». E così ci incamminiamo lungo un grande viale deserto. Era una giornata splendida e il cimitero di Santa Ines appariva quasi allegro nella luce limpida e fresca del mattino. Questa atmosfera idilliaca durò poco. Avremo fatto sì e no cinquanta passi che si parò davanti a noi un manipolo di «carabineros», faccia truce e mitra puntati.

Io ero in fondo alla fila e sulle prime non mi resi ben conto di cosa stesse succedendo. Quando mi avvicinai udii chiaramente, sinistramente il «clic» della pallottola in canna. Era il più giovane dei soldati che, piantato a gambe larghe, puntava il mitra carico contro di noi. In spagnolo ci ordinò di andarcene. Qualcuno non aveva capito e fece l'atto di proseguire. «Un paso mas y tiro» fu la risposta del militare, la canna del mitra ormai a pochi centimetri da noi. Allora abbiamo deposto i fiori sulla ghiaia del viale, e siamo tornati verso l'uscita. Ho avuto paura? Forse. Ma più che paura era rabbia. Rabbia per il senso di impotenza, un senso di impotenza che mi accompagnò, devo dire, per tutto il tempo in cui sono rimasto in Cile.

Nell'atrio del cimitero trovammo altri soldati e altri mitra. Cominciarono a perquisirci e a sequestrare tutte le macchine fotografiche. L'operatore italiano della Rai si sedette su una tomba e cambiò, con straordinaria rapidità e senza farsi accorgere, il rullino. Poi mi venne vicino e mi disse: «Mi dà una sigaretta, onorevole?», e poi mi buttò il rullino nel giubbotto. Io mi apersi la camicia e feci girare il rullino sulla schiena. Tutto si svolse così velocemente che i «carabineros» non si accorsero di nulla. Negli uffici del cimitero rimanemmo due ore, sotto strettissima sorveglianza. Nemmeno la pipì ti lasciavano fare senza seguirti. Alla fine ci lasciarono andare.

All'uscita dal cimitero ci fu una scena che mi colpì profondamente. Il quartiere dove si affaccia il cimitero di Santa Ines è un quartiere pieno di vita, come può esserlo un quartiere popolare la mattina. Si vedevano, attraverso le porte aperte, gli uomini intenti al lavoro nelle officine, e le donne sulle porte delle case, e i ragazzi che giocavano. Bene. Tutti quanti sapevano o immaginavano quello che stava succedendo. Avevano visto il corteo delle macchine, avevano visto i militari, avevano visto i gipponi. Ma nessuno si era avvicinato. Non osavano neanche guardarci. Lo facevano solo con la coda dell'occhio stando ben attenti a non farsi vedere dai militari.

A un certo punto, io ero già salito in macchina, vidi staccarsi da un portone una donna, una popolana sui quarantacinque anni. Mise la testa nel finestrino e disse tutto di un fiato: «Clemencia por los chilenos en sus Paises». Chiedete solidarietà per i cileni nei vostri Paesi. Poi si è girata ed è tornata di corsa in casa. A Santiago vedevo paura e odio. I volti degli abitanti di Santiago erano pallidi di paura e di odio. E non solo nei quartieri bassi, ma anche nel Barrio Alto, nei quartieri ricchi, residenziali. Io non ho visto, come invece scrissero, che i quartieri bene erano imbandierati, allegri, in festa.

No, non è vero. Anche fra i ricchi c'era paura e odio. Per ragioni diverse, ovviamente. Perché temevano che la «Junta» potesse essere rovesciata, perché temevano la vendetta dei figli, dei fratelli, dei compagni degli uomini di sinistra che erano stati massacrati e fucilati per le strade di Santiago e in tutto il Cile. Del resto la moglie di un senatore che era al confino all'isola di Dawson, o almeno si presumeva che fosse a Dawson, perché dal giorno del suo arresto non se ne sapeva più nulla, mi disse che fra le «poblaciones» circolavano volantini che dicevano:

«Chi colpirà gli uomini di Unità Popolare subirà, prima o poi, vendetta spietata e senza appello». Perciò i cileni si guardavano tutti, l'un l'altro, con sospetto. Tra tutti i tragici aspetti di una guerra civile, questo è forse il più orribile. Non si può immaginare cosa sia una città, grande come Santiago alle sei e mezzo di sera quando il coprifuoco è fissato per le otto. È tutto un correre, un affannarsi, un fuggi fuggi generale. Vedi passare i pullman, i piccoli pullman zeppi di gente, con le persone a grappoli avvinghiate alle portiere. Sembrava di rivivere certe scene dell'Italia della guerra o dell'immediato dopoguerra.

E nessuno può immaginare, se non l'ha visto con i propri occhi, che cosa sia una città cinque minuti prima del coprifuoco. I pochi passanti che corrono disperatamente, le porte degli alberghi e degli uffici pubblici chiuse a metà, mentre già si sentono i passi delle pattuglie, mitra contro il cielo. Una atmosfera da incubo, allucinante. E poi la notte l'eco degli spari; le grida, i comandi secchi degli ufficiali. E all'alba cominciano a circolare le notizie dei morti che erano stati trovati nel fiume o nei prati della periferia. Proprio il giorno in cui arrivammo un giornalista mi raccontò di aver visto con i suoi occhi cinque cadaveri galleggiare sul Mapocho. Io stesso contai nei pochi giorni che sono stato in Cile trenta fucilazioni. E nel giorno in cui ripartimmo per Buenos Aires ne uccisero altri sedici. E questi erano dati ufficiali forniti dalla «Junta» che tendeva ovviamente a minimizzare e mascherare la realtà.

L'ex agente del caso Omar scrive a Napolitano: «Italia e Usa hanno sempre collaborato»

Corriere della sera

Bob Lady chiede la grazia e chiama in causa «alti membri del governo italiano» che avrebbero collaborato con gli Usa

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WASHINGTON - L’ex agente della Cia Bob Lady, condannato per il sequestro dell’imam egiziano Abu Omar a Milano nel febbraio 2003, ha scritto al presidente Napolitano per chiedere un provvedimento di grazia. Una missiva della quale abbiamo ricevuta una copia.

Lady sottolinea la sua azione anti-terrorismo in collaborazione con le forze di polizia italiane e ricorda anche «i milioni di dollari» garantiti dal governo Usa all’Italia nella lotta contro i qaedisti: «Fui in grado di aiutare l’utilizzazione». Una cooperazione che, afferma l’ex uomo della Cia, permise di «fermare molti piani terroristici». Un’attività «agli ordini di alti funzionari Usa in collaborazione con alti membri del governo italiano». Lady giustifica il suo sottrarsi alla nostra giustizia con il fatto che non avrebbe mai potuto rivelare risvolti segreti: «Ho avuto accesso a informazioni confidenziali del governo italiano a seguito della mia attività di collaborazione con i (vostri, ndr) servizi. Per montare una difesa adeguata avrei dovuto violare sia la legge degli Stati Uniti che quelle dell’Italia. Non ero allora e non sono adesso, disposto a farlo».

Nel dare la sua versione, l’agente chiama in causa i superiori: «Mi era stato detto che le attività in cui ero coinvolto erano state esaminate attentamente e approvate dai legali e dai più alti funzionari del governo degli Stati Uniti». Infine Lady fa un parallelo con la vicenda dei marò in India. «Il rimedio che le chiedo», scrive è lo stesso che l’Italia «sta sollecitando nel deplorevole caso dei Fucilieri di Marina». La linea dell’agente, in questi anni, è sempre stata abbastanza chiara. Il piano del sequestro è stato organizzato dal suo superiore diretto, il capo stazione Cia a Roma, Jeff Castelli, ed eseguito poi da un team composta da oltre 30 agenti.

Un’operazione eseguita con l’assenso, più o meno tacito, dei partner italiani. Per gli inquirenti e la magistratura, invece, il suo coinvolgimento è stato più ampio, per questo è stato condannato a 9 anni di prigione. Il 17 luglio Bob Lady è stato fermato dalla polizia panamense al confine con il Costa Rica e poi rimesso in libertà. Dopo aver lasciato l’agenzia, ha lavorato nel settore della sicurezza privata in America Latina riuscendo a risolvere diversi casi di cittadini americani finiti nei guai.


11 settembre 2013 | 23:35



«Prima di Abu Omar aiutai gli italiani in un'altra rendition»

Corriere della sera
 
  Bob Lady: «Sgobbavo con i carabinieri». Mentre era ricercato ha lavorato «da privato» per aiutare diversi cittadini Usa

 
WASHINGTON - È il 17 luglio. Bob Lady, l'agente condannato per il sequestro di Abu Omar a Milano, è stato appena fermato a Paso Canoas, al confine tra Panama e Costa Rica. L'uomo della Cia è stato sistemato dai poliziotti in una stanzetta. «All'alba, qualcuno bussa alla porta. È un doganiere che mi dice: "Scusi, ci potrebbe aiutare? Qui c'è un cittadino canadese e nessuno di noi parla inglese"». A raccontarlo è lo stesso Bob Lady che abbiamo incontrato in una cittadina nel sud degli Usa. Un colloquio dove l'uomo della Cia spiega la sua verità sulla vicenda dell'imam egiziano e su quanto è avvenuto in seguito.

Lady inizia subito tratteggiando il profilo di Abu Omar: «Un terrorista. Magari oggi non lo è più, ma all'epoca era molto pericoloso. Lo dicono le carte giudiziarie italiane. In quegli anni volevamo fermare chi rappresentava una minaccia per la sicurezza. Periodi duri, serviva scaltrezza per individuare le persone giuste e separarle da chi non c'entrava nulla con il qaedismo». Elementi scovati con lunghe indagini e l'aiuto di diavolerie elettroniche, comprese minuscole «cimici» piazzate in luoghi impensabili.

«Sapevo che l'arresto di Abu Omar era imminente e mi sono sempre opposto al suo sequestro consapevole che avrebbe pregiudicato i rapporti con le forze locali», prosegue Lady. I magistrati, invece, ritengono che l'agente abbia partecipato attivamente al sequestro e seguito l'imam quando fu sottoposto a torture in Egitto. Lui respinge l'accusa e non risponde alla domanda sul coinvolgimento dell'Italia. Su questo rimanda alle affermazioni della sua collega Sabrina De Sousa, altra accusata dell'inchiesta milanese, che in un'intervista ha parlato di «assenso tacito» da parte dei vertici del Sismi.

Un quadro in realtà più complesso, con fasi ambigue e con un dispiegamento di uomini esagerato per trovare l'imam, un militante che non stava in clandestinità ma abitava ad un indirizzo ben conosciuto. Come hanno confermato al Corriere altre fonti il rapimento è costato una fortuna, ha portato all'intervento di molti agenti e l'operazione in Via Guerzoni è stata sospesa 26 volte. Per ragioni tecniche, contrattempi e opportunità. Lady sostiene di aver aiutato l'Italia ad arrestare un criminale pluriomicida. «Una rendition anche quella», dice. Lo hanno attirato in un Paese terzo e poi catturato, quindi sono arrivati gli italiani che lo hanno preso in consegna.

Ora è in galera, dove sconta una lunga condanna. Il suo passato di poliziotto a New Orleans, la gavetta fatta sulla strada e un carattere gioviale hanno aiutato a Lady a stringere rapporti con poliziotti e carabinieri. «Con loro ho sgobbato notte e giorno», cercando non solo i terroristi ma anche i mafiosi russi. Poi è arrivato il sequestro di Abu Omar da parte della Cia (febbraio 2003) e la successiva inchiesta. Lady è rimasto con il cerino in mano.

La casa che si era comprato a Penango (Asti) dove avrebbe voluto trascorrere la pensione è stata confiscata. «L'ho persa. E con lei mia moglie. Poi tutti i miei ricordi e i progetti per il futuro», aggiunge Lady. Le indagini hanno accertato che la decisione di condurre il sequestro è stata presa dal capo stazione Cia in Italia, Jeff Castelli. Voleva anche lui delle «teste» da offrire alla Casa Bianca come bottino di caccia. Tra queste c'era quella di Abu Omar. Probabilmente non la sola.

Lady è tornato da dove è partito, in Centro America. Infatti è nato nel 1954 in Honduras, quindi è emigrato negli Usa «con appena 20 dollari in tasca». Voleva fare il medico e si è trovato ad aggiustare caldaie. Poi la divisa da poliziotto, quindi la Cia e le missioni sotto copertura in posti difficili. Le conoscenze di quel passato sono tornate utili nel presente. Pur ricercato, ha continuato la sua professione. Ed ha lavorato «da privato» per tirare fuori dai guai cittadini americani. Come Eric Volz, arrestato in Nicaragua per un caso di omicidio. Ingaggiato dalla famiglia, l'ex agente Cia ha usato la sua esperienza per risolvere il caso.

E ha licenziato l'avvocato locale di Volz. Il legale si è subito vendicato spiattellando chi fosse Lady e bussando persino alla porta dell'ambasciata italiana. L'ex agente è scappato in Honduras, per poi rientrare senza che nessuno muovesse un dito per fermarlo in un Paese non proprio amico degli Usa. Infine il rocambolesco fermo a Panama in luglio, un segnale che la libertà di movimento in quella che considera suo territorio è finita. Ora Lady spera nel perdono dell'Italia per quella che è stata una grave violazione della nostra sovranità e non esclude di tornare. Auspica che il presidente Napolitano gli conceda la grazia. Cerca di chiudere una storia intricata dove non tutto è emerso. Ma la via d'uscita è angusta. Anche per chi è convinto di averle viste tutte.

31 agosto 2013 (modifica il 11 settembre 2013)

Addio a Jimmy Fontana Il cantante del «Mondo» e di «Che sarà»

Corriere della sera

Aveva 78 anni ed era malato da tempo. Il successo negli anni '60


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Se ne è andato Jimmy Fontana, al secolo Enrico Sbriccoli, nato 78 anni fa a Camerino e divenuto famoso negli anni '60. Lo ha annunciato il suo agente Pasquale Mammaro. Fontana era malato da tempo. Cantautore, contrabbassista e attore, conobbe il suo periodo di massimo successo negli anni '60. Tra i suoi brani più noti «Che sarà» e «Il mondo».

MUSICA - Una vita dedicata alla musica, quella di Jimmy Fontana, e una carriera iniziata a Roma - dove si trasferì per studiare all'università - suonando il jazz con un gruppo di amici. Diventato un cantante professionista decise di cambiare anche nome: Jimmy in omaggio al sassofonista Jimmy Giuffre - di cui è ammiratore - e Fontana, scegliendo a caso dall'elenco telefonico (si dice).

SUCCESSI - Il successo arriva negli anni '60. Con la musica leggera, Sanremo, e soprattutto la sua canzone più famosa: «Il mondo», del 1965. Il testo è di Gianni Meccia, la musica scritta in collaborazione con Carlo Pes e l'arrangiamento curato da Ennio Morricone. Fontana è famoso anche per un altro successo: «Che sarà». Scritta nel 1971 con Italo «Lilli» Greco, Carlo Pes e Franco Migliacci. Dopo varie traversie la canzone venne presentata a Sanremo e si classificò al secondo posto, ma schizzò subito al primo posto nelle vendite e si rivelò una delle canzoni italiane più famose, riprodotte ed eseguite nel mondo.

DAGLI ANNI '70 - Dopo «Che sarà», Fontana non ottiene più il successo degli anni precedenti e si trasferisce anche a Macerata per gestire un bar. Nel 1979 torna alla musica con «Identikit» (sigla della serie tv «Gli invincibili») e poi con «Beguine», presentata al Festival di Sanremo 1982. Negli anni successivi tenta il rilancio con il gruppo I Superquattro insieme a Gianni Meccia, Nico Fidenco e Riccardo Del Turco, con i quali partecipa a molti programmi tv. Fra le ultime apparizioni quella del 1984 al Festival di Sanremo con «Una vecchia canzone italiana».


 Da «Il mondo» a «Che sarà»: i successi di Jimmy

11 settembre 2013 | 21:45