venerdì 13 settembre 2013

Come finirà il mondo? Gli scienziati delineano nove scenari

Corriere della sera

Poco probabile il maxiasteroide, le principali minacce provengono dall'umanità stessa

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In apparenza, un astronomo ex presidente della Royal Society (Martin Rees), un fisico matematico di fama mondiale (Stephen Hawking), uno scienziato (Robert May), un filosofo (Huw Price), un economista (Partha Dasgupta) e un genetista (George Church) potrebbero passare per un gruppo alquanto improbabile di supereroi pronti a salvare il mondo. Eppure è proprio questo l’obiettivo del Cambridge Centre for the Study of Existential Risk (Cser), un progetto ancora alla fase embrionale (è stato fondato con il contributo iniziale di Jaan Tallinn, co-fondatore di Skype, ma si stanno cercando altri investitori) che ha riunito 27 fra le più brillanti menti accademiche di Oxford, Imperial College, Harvard e Berkeley, allo scopo di stilare un elenco stile «giorno del giudizio» degli eventi catastrofici che potrebbero rappresentare una minaccia per l’umanità, nonché portare all’estinzione della stessa.

NOI SIAMO LA NOSTRA MINACCIA - E l’elenco dei disastri è da kolossal hollywoodiano, anche se in questo caso il lieto fine non è detto che ci sia, perché nel corso dei secoli la specie umana ci ha messo anche tanto del suo per complicarsi la vita. «Anche se il pericolo di un annientamento nucleare o di un gigantesco asteroide è concreto, siamo convinti che le principali minacce per l’uomo arrivino da lui stesso piuttosto che dalla natura», ha spiegato Lord Rees al British Science Festival all’Università di Newcastle, «e che nei prossimi decenni si potrebbero perciò profilare eventi all’apparenza poco probabili, ma dagli effetti catastrofici. Ecco perché abbiamo deciso di dare vita a questo progetto, nato con l’intento di stilare un registro il più possibile completo dei rischi esistenziali che sta correndo il mondo moderno e al tempo stesso lavorare per trovare il modo di respingere le minacce più credibili e garantire così la sopravvivenza del genere umano».

ASTEROIDE POCO PROBABILE - Insomma, come si legge anche nel manifesto programmatico del gruppo, è la tecnologia, nonché la crescente dipendenza dell’umanità dalla stessa, a preoccupare maggiormente gli studiosi. «Gli asteroidi che s’infrangono sulla Terra sono una minaccia reale», ha confermato lo statistico David Spiegelhalter, un altro dei 27, «ma nella realtà c’è ben poco che possiamo fare per prevenire un simile evento. Quello di cui invece siamo poco consapevoli sono i pericoli derivanti dalla tecnologia. Oggi infatti usiamo sistemi interconnessi per qualunque cosa e questo rende la nostra società più vulnerabile nel caso in cui tali sistemi funzionino male o vengano sabotati per scopi terroristici».

GLI SCENARI Questi i nove possibili scenari apocalittici evidenziati dagli studiosi:

1 – tecnologia intelligente: una rete di computer potrebbe sviluppare una mente propria e usare così le risorse per i propri scopi, a spese dei bisogni dell’umanità
2 – attacchi informatici: il mondo moderno è basato e si gestisce grazie a un sistema d’interconnessioni e se queste dovessero collassare a causa di un attacco terroristico, la paralisi sarebbe totale
3 – bioterrorismo: se un supervirus o un batterio per il quale non c’è antidoto sfuggisse al controllo di un laboratorio o venisse rilasciato dai terroristi, porterebbe alla morte di milioni di persone
4 – sabotaggio dell’approvvigionamento alimentare: oggi non si tende più a fare scorte di cibo e se ci fossero problemi alle reti che controllano la distribuzione degli alimenti, scoppierebbero tumulti nel giro di 48 ore
5 – condizioni climatiche: la Terra sta continuando a riscaldarsi e gli esperti temono che presto si arriverà al punto di non ritorno, con conseguenze facilmente immaginabili e catastrofiche
6 - pandemie: i viaggi aerei sempre più frequenti rischiano di scatenare una rapida diffusione di nuovi virus-killer, mutati dagli animali, che possono spazzare via milioni di persone prima che venga scoperto un vaccino per fermarli
7 – guerra: la crescita demografica ha messo in pericolo le risorse di cibo e acqua e così nei prossimi decenni le nazioni andranno in guerra per difenderle o conquistarle
8 – apocalisse nucleare: le nazioni che dispongono della bomba atomica lanciano attacchi mirati, che possono comportare milioni di perdite umane. Un altro pericolo è rappresentato dal fatto che le testate nucleari possano finire nelle mani di terroristi
9 - impatto di un asteroide: un gigantesco asteroide è ritenuto responsabile dell’estinzione dei dinosauri sulla Terra e anche il genere umano potrebbe fare la stessa fine.

13 settembre 2013 | 15:42

Cognome super lungo accorciato sui documenti Donna hawaiana protesta: ingiusto e offensivo

Corriere della sera

Si chiama Keihanaikukauakahihuliheekahaunaele: il nome hawaiano non sta su carta d'identità e patente Usa

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La signora Janice «Lokelani» Keihanaikuka uakahihuliheekahaunaele porta con orgoglio e soddisfazione il suo cognome hawaiano. Anche se le sta causando non pochi problemi con le autorità Usa. Le 36 lettere che lo compongono, come le hanno spiegato ripetutamente, per motivi «tecnici» non possono essere stampate sui documenti ufficiali degli Stati Uniti che, dal 1959 hanno giurisdizione su tutte le isole dell'arcipelago hawaiano dell'Oceano Pacifico (le Hawaii sono appunto il 50° stato Usa). Per questo, negli ultimi venti anni, la patente di Janice «Lokelani» Keihanaikukauakahihuliheekahaunaele è stata un po' «speciale»: niente nome proprio e cognome troncato della lettera finale, Keihanaikukauakahihuliheekahaunae. Janice era però riuscita ad ottenere - con una speciale dispensa - che, almeno sulla carta d'identità, comparissero le sue esatte generalità: quindi nome e cognome per esteso.

IL CASUS BELLI - Il compromesso sembrava aver risolto il problema per entrambe le parti, ma a maggio scorso la carta della signora Keihanaikukaua kahihuliheekahaunaele è scaduta. Nel nuovo documento, esattamente come sulla patente, compare adesso solo il cognome troncato della lettera finale. Immediata la protesta di Janice «Lokelani» Keihanaikukauakahihuliheekahaunaele che ha deciso di passare all'azione, ha alzato il tono della contestazione rilasciando interviste a giornali e tv locali e facendo così conoscere la sua particolare storia.

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«IL NOME è TUTTO» - «Avere il nome troncato sui documenti è un'ingiustizia e anche un atto di disprezzo verso tutto il popolo hawaiano», sostiene la signora Keihanaikukaua kahihuliheekahaunaele che spiega di essere molto affezionata al suo super-lungo cognome «ereditato» dal marito che è morto. Ma non solo. «Per alcune persone nel mondo, in alcuni Paesi, il proprio nome è tutto - dice - Se ad esempio mi presento ad un anziano hawaiano, lui semplicemente dal mio nome capirà tutto sulla famiglia di mio marito, tornando indietro di molte generazioni. Per questo quando il nome viene troncato, menomato, alterato, viene distorto anche tutto il significato che porta con se. Purtroppo molte persone si vergognano e nascondono il loro vero nome adattandosi alla cultura dominante».

LA BATTAGLIA CONTINUA - Questo non è il caso di Janice «Lokelani» Keihanaikukauakahihuliheekahaunaele che promette di continuare a combattere per il suo lungo nome. Al momento dagli Usa è arrivata la proposta di un nuovo compromesso: «Possiamo arrivare a 40 lettere», spiegano. Chissà se alla signora Keihanaikukauakahihuliheekahaunaele basteranno.

13 settembre 2013 | 13:08

Napoli: discesa nel Tunnel Borbonico

La Stampa

Una scala con 8 rampe, 30 metri di profondità e si scende nel ventre di Chiaia. Grazie a Borbonica Sotterranea si possono effettuare visite davvero speciali nella Napoli capovolta.



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Signori, si scende! E via giù, attraverso una scalinata del Settecento, in cisterne dell’acquedotto seicentesco del Carmignano utilizzate come ricovero bellico per circa 530 metri: benvenuti al Tunnel Borbonico di Napoli, dove storia e avventura si fondono per offrire la possibilità di conoscere un altro volto della città. Era il 19 febbraio 1853 quando Ferdinando II di Borbone firmava un decreto con cui incaricava l’architetto Alvino di progettare un viadotto sotterraneo che, passando sotto Monte Echia, congiungesse il Palazzo Reale con piazza Vittoria. Non era solo studiato come percorso militare rapido in difesa della Reggia, ma soprattutto garantiva una sicura via di fuga per gli stessi monarchi, offuscando totalmente quello che doveva essere il suo carattere sociale.

Dopo varie vicissitudini tra cui la cacciata dei Borbone, la fine del Regno delle Due Sicilie, il passaggio attraverso l’acquedotto che garantiva l’acqua ai cittadini, le poche vie d’uscita degli scavi, il Tunnel Borbonico venne abbandonato per essere convertito, nel 1939, a ricovero antiaereo. Durante le guerre e fino agli anni Settanta fu utilizzato come Deposito Giudiziale Comunale, dove vi era conservato tutto quello che si era estratto dalle macerie causate dai 200 bombardamenti subiti da Napoli e anche tutto ciò che era stato recuperato da crolli, sfratti e sequestri.

Da quel progetto iniziale di Ferdinando II è nata da tre anni Borbonica Sotterranea, che ha dato il via alla realizzazione di una nuova struttura turistica in grado di valorizzare una porzione di rilevanza storica del sottosuolo della città di Napoli, grazie alla quale si possono ammirare le opere realizzate nel sottosuolo durante il regno dei Borbone e le interconnessioni tra queste e la rete acquedottistica seicentesca del Carmignano. Si sono rimossi i detriti presenti nei numerosi ambienti, c’è stata un’opera di restauro delle mura borboniche danneggiate e si è creata un’attenta illuminazione degli ambienti.

Quando, nel 2005, alcuni speleologi entrarono nel tunnel, trovarono uno stato di totale degrado e abbandono, invaso com’era dai detriti e dai materiali legati ai lavori di scavo della linea tranviaria. Da quel momento è iniziata l’operazione di pulizia e ristrutturazione che ha permesso di riscoprire la bellezza di un’opera civile dimenticata grazie a piacevoli passeggiate. Ci sono diversi percorsi da intraprendere, tra cui quello avventura, dedicato ai più temerari che desiderano percorrere piccoli tratti dell’antico acquedotto; quello baby, studiato per le scolaresche, il percorso dedicato ai diversamente abili per chi ha problemi motori e quello speleo, grazie al quale si entra nei cunicoli più profondo dotati di elmetto con luce, tuta e scarpe da trekking, per sentirsi veri speleologi.


Informazioni
Tel: 081/ 7645808

www.tunnelborbonico.info

False fatturazioni, l’Agenzia delle Entrate deve provare la malafede del contribuente

La Stampa


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La Sezione Tributaria Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza dell'11 settembre 2013, n. 20777 ha confermato un principio analogo già espresso in altre sentenze, ovvero che il Fisco non può contestare una fattura come soggettivamente falsa, solo sulla base del fatto che il fornitore è un soggetto che ha ripetutamente violato la legge, bensì deve essere in grado di provare che il contribuente, con l’uso dell’ordinaria diligenza, avrebbe potuto sapere preventivamente che l’emittente stava compiendo un illecito. Nel caso, l’Agenzia delle Entrate aveva notificato ad un contribuente un avviso di rettifica, per l’anno d’imposta 1997, in riferimento a detrazioni IVA su fatture considerate soggettivamente inesistenti.

Il contribuente aveva vinto il ricorso in Commissione Tributaria Provinciale, successivamente la Commissione Tributaria Regionale, con sentenza del 22 aprile 2008, aveva  rigettato il ricorso in appello dell’Agenzia delle Entrate. Nella sentenza della Ctr si rileva che “l’ufficio fonda il suo convincimento sul fatto che le fatture emesse nei confronti dell’impresa del contribuente da imprese edili che hanno mantenuto comportamenti contrari alla legge debbano essere considerate come emesse per operazioni inesistenti, e non considerando che nessun imprenditore può essere responsabile del comportamento illegittimo dei suoi fornitori”. Il giudice d’appello aggiunge inoltre che “era onere dell’ufficio, in quanto attore sostanziale, produrre concreti elementi di prova della legittimità della pretesa erariale”.

L’Agenzia delle Entrate ricorre quindi in Cassazione evidenziando tra i motivi, che a suo parere si era invertito l’onere probatorio, a carico del contribuente e soprattutto che “la sentenza d’appello trascura che la detrazione d’imposta è consentita solo quando vi sia assoluta corrispondenza tra la realtà commerciale e la sua espressione documentale e non come, nella specie, quanto tale corrispondenza non sia sussistente per la presenza di evidenti discrasie”. La Suprema Corte, nella propria sentenza, richiama sia la giurisprudenza nazionale che comunitaria quando rileva come, spetti “all’amministrazione finanziaria, che contesta il diritto del contribuente a portare in detrazione l’IVA pagata su fatture emesse da soggetto diverso dall’effettivo cedente del bene o  servizio, provare che il contribuente, al momento in cui acquistò il bene o il servizio, sapesse o potesse sapere, con l’uso dell’ordinaria diligenza, che il soggetto formalmente cedente abbia, con l’emissione della relativa fattura, evaso l’imposta o compiuto una frode” (Sezione Quinta della Corte di Cassazione, sentenza del 20 dicembre 2012, n. 23560).

Mentre secondo l’Amministrazione Finanziaria è il contribuente a dover provare di non essere a conoscenza del fatto che il fornitore effettivo del bene o della prestazione era, non il fatturante, ma altri, altrimenti dovendosi negare il diritto alla detrazione dell’IVA versata; secondo la Cassazione, mancano da parte del Fisco “… l’enunciazione e il riscontro documentale di quegli indizi (gravi, precisi e concordanti) circa l’esistenza soggettiva, richiesti dalla giurisprudenza comunitaria” (Sezione Quinta della Corte di Cassazione, sentenza del 20 dicembre 2012, n. 23560). Pertanto, gli Ermellini concludono che, non rilevandosi, nel ricorso, “quegli elementi minimi per un’adeguata conoscenza delle operazioni contestate, della loro natura fittizia e del fatto che il contribuente sapesse o potesse sapere che il soggetto formalmente cedente avesse evaso l’imposta o compiuto una frode” , ne deriva la sua inammissibilità per difetto del requisito di autosufficienza e conseguentemente il suo rigetto.


Fonte:
http://fiscopiu.it/news/l-agenzia-delle-entrate-deve-provare-la-malafede-del-contribuente

Ciclisti troppo indifesi Presto nuove regole

La Stampa

Allo studio la riforma del codice della strada: “Tutele anche ai pedoni”

flavia amabile
roma


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Per il codice della strada è ancora il velocipede. E visto che, per la prima volta dopo 48 anni, le vendite di biciclette nel 2012 hanno superato quelle delle auto e che i ciclisti aumentano a ritmi vertiginosi, al ministero dei Trasporti hanno pensato che fosse arrivata l’ora di cambiare qualcosa. 
Così allo studio c’è una riforma del codice che dovrà essere effettuata con il Parlamento.

Fra le novità in arrivo ci sarà particolare attenzione a ciclisti e pedoni, maggiore severità nei confronti di motorini e recidivi e premi per i più virtuosi. «Entro dieci giorni - spiega il sottosegretario Erasmo D’Angelis - avremo la discussione delle modifiche e all’inizio del prossimo anno potremo definire il nuovo codice della strada. In legge di stabilità troveremo anche i finanziamenti per il trasporto urbano». Ciò vorrebbe dire rendere meno obsoleto e limitato il parco mezzi pubblici italiani: in totale 45 mila con un’età media di 13 anni, il doppio della media europea.

Nei centri abitati nasceranno sempre più zone a 30, dove il limite di velocità sarà di 30 chilometri orari. Saranno introdotti premi per i conducenti virtuosi e riduzioni delle sanzioni se verranno pagate in breve tempo. Saranno invece inasprite le multe nei confronti dei recidivi e di chi ha dei comportamenti particolarmente pericolosi per la sicurezza stradale.

Il ministero ha voluto dedicare particolare attenzione e severità nei confronti dei minori: sarà introdotta anche per loro la patente a punti, si terranno di nuovo corsi di educazione stradale nelle scuole. Lo richiede la normativa europea che prevede la possibilità di ottenere un titolo abilitativo alla guida solo dopo il superamento di un esame teorico e pratico.

Diritti e doveri anche per i ciclisti. «Avere maggiori diritti significa anche assumersene le responsabilità», spiega il sottosegretario D’Angelis. Quindi è prevista l’adozione di misure di tutela dell’utenza debole, anche con riguardo a sistemi di maggiore visibilità notturna per i ciclisti. «Cercheremo di fare in modo che le biciclette vengano vendute con un kit di sicurezza da indossare di notte o sulle strade dove la circolazione è veloce».

È previsto anche un coordinamento tra procedimento amministrativo e procedimento penale per evitare che le misure amministrative cautelari di sospensione della patente di guida possano perdere efficacia prima della definizione del procedimento penale. Quindi, chi è colto alla guida di un’autovettura sotto l’influenza di sostanze stupefacenti e/o di alcool, non potrà riottenere la patente fino a quando non sarà definito il procedimento penale.

Suona la chitarra e chiede elemosina: con il bancomat

Il Messaggero


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ROMA - Suona la chitarra in strada, con le spalle poggiate su una vetrina. Note, musica, canzoni per guadagnare qualche spicco. Un'immagine nota ovunque, una scena vista in ogni città, a Roma come a Parigi. Ma qui, in questo scatto postato su twitter c'è qualcosa di molto diverso: nell'immagine messa online da @alessandroiodi in terra si notta qualcosa di strano. L'apparecchio nero collegato con un filo a una spina dell'elettricità sembra essere proprio un bancomat.

Ecco come si evolve "l'elemosina" nell'era web 2,0: non solo il cestino per raccogliere qualche moneta, ma addirittura un bancomat. Dalla foto scattata sembra trattarsi di un paese straniero. @alessandroiodi postando l'immagine commenta «Cosi ci vuole lo Stato». Un menestrello che ha una regolare autorizzazione e che deve certificare quello che guadagna per poi pagare le tasse? Il mistero resta.


Giovedì 12 Settembre 2013 - 16:39
Ultimo aggiornamento: 22:16

Due anni di terrorismo No Tav: che vergogna la resa dello Stato

Gabriele Villa - Ven, 13/09/2013 - 08:39

Il primo attacco nel 2011, l'ultimo ieri: un imprenditore denuncia gli ultrà in tv e dopo due ore subisce un attentato. E i cattivi maestri restano impuniti 

Ancora uno. Un altro, l'ennesimo. Ancora un attentato. Uno in più nella lunga, intollerabile, lista di violenze, agguati, assalti cominciata nell'estate del 2011. Un bollettino di guerra.


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Scritto con la penna intinta nel sangue e nel veleno di chi ha deciso, fin dal primo istante in cui vide la luce il progetto Tav, che in Val di Susa sarebbe stata guerra e odio. Guerra e odio a cui lo Stato non riesce o non vuole rispondere con altrettanta fermezza catturando e punendo gli attentatori, i violenti che oramai usano metodi di stampo mafioso. Come dimostra l'attentato della scorsa notte ai danni dell'Italcoge di Susa, una delle ditte che lavorano al cantiere della Torino-Lione. Un attentato che suona, infatti, come una vera e propria ritorsione perché il titolare dell'azienda, l'imprenditore Ferdinando Lazzaro, era stato poche ore prima ospite negli studi Rai di Roma della trasmissione Virus, in parte dedicata alla situazione in Val Susa e, in quella sede, era tornato a denunciare l'impossibilità di poter lavorare in sicurezza per tutti coloro che sono impegnati nella realizzazione della Tav. 

Nella cava dell'azienda sono stati incendiati un cassone contenente materiale plastico e una pala meccanica, o meglio, i resti di una pala meccanica, già incendiata nel 2012, e il tutto è stato imbrattato con la solita scritta «No Tav». «È per questo motivo che nella notte è stata colpita la sua azienda - ha dichiarato ieri il senatore del Pd Stefano Esposito, tra i più attivi contro il movimento No-Tav - Lazzaro è intervenuto in trasmissione alle 23, e due ore dopo vi era un incendio nella sua cava. È la più classica delle ritorsioni, in perfetto stile mafioso. Alla luce di questa situazione credo sia necessario che il ministro Lupi estenda le tutele antimafia anche alle imprese della Val Susa». Ferdinando Lazzaro in passato era già stato vittima di atti intimidatori di frange estreme del movimento e in un'aggressione aveva riportato la frattura di un braccio. Amaro il suo sfogo: «Andare avanti in queste condizioni è sempre più difficile.
Di più non riesco a dire». Ma, intanto, impuniti, minacciosi e inarrestabili i terroristi vanno avanti imperterriti con le loro rappresaglie, sicuri di godere di una sorta impunità. Forti di sentirsi addirittura supportati ideologicamente da intellettuali come lo scrittore ex di Lotta Continua, Erri De Luca, uno dei tanti, troppi «cattivi maestri» cui i violenti anti-Tav possono ispirarsi, come ha recentemente sottolineato il Procuratore capo di Torino, Caselli. Un «cattivo maestro» che ha ammesso persino la sua partecipazione ad alcune incursioni e sabotaggi vari e che è stato denunciato dalla società Ltf, che si occupa della realizzazione del tunnel geognostico per la Torino-Lione, per le sue prese di posizione in favore delle azioni di sabotaggio contro il cantiere di Chiomonte. 
«Quando si tratta della difesa della propria vita e dei propri figli - aveva detto De Luca - qualunque forma di lotta è ammessa». Fatto è che l'attentato della scorsa notte segue di soli tre giorni un altro attacco incendiario in Val Susa quando è stata presa di mira la Imprebeton e ben sette mezzi dell'azienda, impegnata nei lavori della Torino-Lione, erano stati dati alle fiamme. Il fuoco a Salbertrand, nella sede dell'azienda, si è esteso alla vicina officina. I mezzi andati distrutti sono sette, quattro betoniere, due camion e una gru, per un valore complessivo di circa un milione di euro.
Un atto di sfida, in questo caso, perché quell'attentato è avvenuto a poche ore dalla visita del ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, a Torino, dove ha incontrato una delegazione di imprenditori impegnati nei lavori. «L'escalation terroristica dei No-Tav è segno della loro sconfitta sul piano delle ragioni e del consenso. Ai delinquenti - ha promesso il ministro Lupi - risponderemo con le armi della giustizia e con la politica del fare. Facendo la Tav e proteggendo chi ci lavora». Già ma intanto loro, i violenti, convinti di essere più forti dello Stato, lo Stato lo schiacciano sotto i piedi, ogni giorno, in Val Susa.

Travaglio, senti chi parla: anche lui è un delinquente

Stefano Zurlo - Ven, 13/09/2013 - 07:47

Il giornalista insulta di continuo l'ex premier, ma una sentenza lo inchioda: con una condanna definitiva sul groppone è tecnicamente un pregiudicato

Delinquente. Pregiudicato. Ancora delinquente. Travaglio & co fanno rullare per h24 i tamburi della loro soddisfazione manettara e infarciscono il Fatto quotidiano come e più di un panino dagli ingredienti forti.


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Da quando Antonio Esposito ha letto la sentenza che coronava i sogni inseguiti per un ventennio, il travaglismo è tutto un rotolare stentoreo di sostantivi questurini. E, diciamo la verità, c'è tutto un giornalismo ebbro che sta affogando nel linguaggio cupo e burocratico dei mattinali. L'altra sera, nel corso del programma di Gianluigi Paragone, la Gabbia, in onda su La7, Daniela Santanchè gioca maliziosamente con i punti esclamativi, le manette virtuali e il lampeggiante perennemente acceso di Travaglio e l'attacca usando la stessa moneta. La Pitonessa, più Pitonessa che mai, esibisce davanti alle telecamere un pacco di fogli, si presume una sentenza, poi attacca: «Travaglio chiama sempre il mio leader Berlusconi delinquente. Bene, Travaglio è condannato in terzo grado di giudizio e quindi per me è un delinquente e diffamatore».

Poteva pure finire lì. Ma l'idolo del giustizialismo italiano evidentemente va a nozze con un mondo che sta tutto nei verbali, negli interrogatori, nei lunghi corridoi mal spolverati di caserme e palazzi di giustizia. Così risponde alla provocazione, invece di riflettere e fermarsi un istante prima: «Se la Santanchè vuol sapere qualcosa su giornalisti delinquenti si rivolga in famiglia». Allusione chiara al direttore del Giornale Alessandro Sallusti, punito, pure lui, in via definitiva con 14 mesi. Nello studio volano gli insulti, anzi in studio ci sono solo le stoccate e i colpi proibiti perché i due contendenti sono fisicamente lontani e collegati via video. «Godo da bestia a chiamarlo delinquente», insiste lei. Travaglio diventa puntiglioso e prova a spiegare la differenza fra i reati fiscali, quelli di cui è accusato il Cavaliere, e la diffamazione, una sorta di malattia professionale del giornalismo: «Quella condanna mi è costata mille euro di multa. Mille euro in trent'anni di professione. Mi reputo fortunato».

Come no, ma è vero che a voler essere coerenti fino in fondo l'Italia è una gabbia, altro che quella di Paragone, strapiena di pregiudicati, delinquenti e recidivi. Basta poco per essere marchiati. Come è capitato a molte firme nobili del giornalismo e molti personaggi da prima pagina, per i motivi più disparati. Certo, ha ragione Travaglio nel sostenere che non tutti i reati sono uguali: l'omicidio volontario non è paragonabile all'omicidio colposo che è costato un verdetto di colpevolezza ad un altro protagonista della politica italiana, Beppe Grillo. Ma il problema è un altro.

L'imbarbarimento del vocabolario e del resto quella sintassi, ingolfata di termini giudiziari e parapolizieschi, esprime l'ideologia di chi a sinistra ha coltivato l'eliminazione di Berlusconi per via processuale. Ora che i risultati sono arrivati ci si accorge anche di come si è degradato l'orizzonte di tante gazzette e gazzettieri: per anni si è parlato solo e soltanto di avvisi di garanzia, inviti a comparire, leggi ad personam, leggi bavaglio e salvacondotti. Ora siamo alle sentenze irrevocabili, ai pregiudicati, ai delinquenti. E alla decadenza del Cavaliere. No c'è nessun tentativo di pesare il valore di una storia politica che ha segnato questo Paese e ha calamitato milioni di voti. Niente. Solo deposizioni. Solo pentiti e stallieri. Solo prestanome. E la complessità del mondo schiacciata nel buco della serratura di una cella. Nient'altro.

Poi ricomincia lo scambio di complimenti e spagnolismi per la gioia di Paragone: «Godo da bestia a chiamarlo delinquente. E poi come tratta le donne - rilancia la Santanchè- ho dei dubbi che gli piacciano». «Le assicuro che non avrà mai modo di provarlo con me», contraccambia lui gentilmente. Prima di chiudere in bellezza: «Qui ci vuole il Tso. Mettetele la camicia di forza».

Nasa, nuovo record nello spazio Voyager-1 ha lasciato il sistema solare

Corriere della sera

La sonda lanciata nel 1977 fuori dall'influenza del sole e viaggia nella zona interstellare a 19 miliardi di chilometri dalla Terra

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Ora gli scienziati della Nasa sono sicuri ed hanno raccolto la prova che lo conferma: la sonda Voyager-1 sta viaggiando nello spazio interstellare, dopo aver superato i confini dell’eliopausa, cioè la zona nella quale cessa l’influenza esercita dal sole con radiazioni e particelle lanciate dall’astro. La comunicazione diffusa dal Jet Propulsion Laboratory (JPL) della Nasa a Pasadena da dove si controlla il robot cosmico racconta anche di come un caso fortuito abbia aiutato a determinare la posizione della sonda la cui longevità ha dello straordinario.

LA PARTENZA - Veniva infatti lanciata nel 1977 assieme alla gemella Voyager-2 e lo scopo era di indagare da vicino Giove e Saturno, dopo le ricognizioni più superficiali compiute in precedenza dalle sonde Pioneer-10 e 11. Completato il lavoro stabilito, al Jpl decisero di approfittare delle buone condizioni di Voyager-2 per tentare un’estensione del viaggio. Così lo proiettarono verso Urano e Nettuno, gli ultimi due pianeti del sistema solare, che raggiunse con successo mostrandoci immagini affascinanti dei confini del nostro corteo planetario. Voyager-1, invece, aveva una traiettoria diversa che lo portava più rapidamente verso un altro confine più arduo e altrettanto mai raggiunto, quello appunto dove il Sole smette di far sentire i suoi effetti. Non si sapeva dove fosse, ma gli scienziati spiegavano che ad un certo punto la bolla che circonda l’astro formata dalle sue radiazioni e particelle nella quale sono immersi i pianeti, termina. Da lì iniziava lo spazio interstellare, cioè quello che ci separa da altre stelle.

NEL COSMO - Negli ultimi tempi gli strumenti avevano lasciato intendere che questo confine fosse stato raggiunto ma occorreva la prova finale. E questa è arrivata da un’eruzione solare dell’anno scorso che ha sparato particelle nel cosmo sino a raggiungere nell’aprile 2013 anche il Voyager-1. E proprio misurandole si è capito che, prima che arrivassero, intorno l’ambiente era ormai impoverito testimoniando le condizioni dello spazio interstellare. Ciò accade a 19 miliardi di chilometri dalla Terra. E Voyager diventa il primo oggetto fabbricato dall’uomo ad arrivare in queste regioni estreme del cosmo dopo 36 anni di viaggio. E pensando che la potenza del trasmettitore è di 23 watt (una potenza da lampadina di un frigorifero) ha del miracoloso che le antenne della Nasa (la più grande è una parabola di 70 metri) ancora riescano a percepire i segnali. Questi, infatti, arrivano indeboliti miliardi di volte impiegando 17 ore nonostante viaggino alla velocità della luce.



Smartphone come satelliti: successo per primo impiego nello spazio (07/05/2013)

Video: nelle immagini Nasa spettacolare eruzione solare (02/05/2013)

In un video della Nasa il (pessimo) stato di salute del pianeta (22/04/2013)

12 settembre 2013 | 22:27

Napoli, i topi invadono la scuola e divorano libri, disegni e quaderni

Il Mattino

di Elena Romanazzi


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NAPOLI - Restano a casa i bimbi del 12esimo Circolo didattico, quelli della sede distaccata di via Tarsia. I topi hanno invaso la scuola. Si sono mangiati i quaderni, i disegni, i libri, tutto quello che c’era. E così, invece di aprire, il dirigente scolastico Marco Ugliano è stato costretto ad affiggere un grande cartello sul portone per annunciare la sospensione di una attività didattica in realtà non ancora avviata. Il cortile del plesso è una grande discarica. C’è la storia di tanti bimbi. La vita scolastica, i ricordi, i giochi, ci sono le sedie, i banchi, i cestini raccogli carte. C’è la vita scolastica. Il materiale didattico utile per consentire ai piccoli della materna di poter passare il tempo in classe. Non è rimasto nulla. Le aule sono vuote.

Topi a scuola a Napoli





venerdì 13 settembre 2013 - 09:47   Ultimo aggiornamento: 09:58

La sentenza in Svezia: masturbarsi in pubblico non è reato, è consentito 'giocare' con se stessi

Il Messaggero


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Un uomo di 65 anni che si masturbava in pubblico su una spiaggia della capitale svedese Stoccolma, è stato assolto dall'accusa di aver commesso un «aggressione» sessuale perchè è stata accolta la sua versione secondo la quale il gesto non era rivolto a nessuno in particolare. Lo scrive oggi il quotidiano The Local, secondo il quale la corte del distretto di Soderton, davanti alla quale è comparso l'uomo, ha ritenuto non fosse provato con certezza che l'uomo si stesse sul serio masturbando, affermando inoltre che comunque «è consentito 'giocare' con se stessi in pubblico».

Il fatto è avvenuto nel giugno scorso sulla spiaggia di Drevikken: ad un certo punto, secondo i testimoni, l'anziano si è tolto il costume e ha cominciato a masturbarsi. È stato immediatamente denunciato per aggressione sessuale. La corte si è basata sulla circostanza che l'atto dell'uomo non fosse rivolto contro alcuno in particolare, per questo, è stato spiegato, è caduta l'accusa di aggressione sessuale. Quando in aula l'accusa ha chiesto se la corte ritenesse normale masturbarsi in pubblico anche senza avere uno specifico obiettivo, questa ha risposto: «Sì».


Giovedì 12 Settembre 2013 - 19:42
Ultimo aggiornamento: 19:43