domenica 15 settembre 2013

LO SCHELETRO DI GIULIANO "Non dire nulla ai giudici altrimenti è un casino"

Libero

Il Fatto pubblica la telefonata tra la vedova di un senatore socialista che voleva rivelare i responsabili della tangente a Viareggio
 

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Uno scheletro nell'armadio di Giuliano Amato l'ha trovato il Fatto quotidiano, anzi glielo ho portato registrato su un nastro la moglie di Paolo Barsacchi, un senatore socialista accusato dai vecchi compagni di partito di essere l'uomo a cui finì la tangente di 270 milioni di euro per la costruzione della nuova pretura di Viareggio. Era il 1990 e il Psi è nel panico per quell’inchiesta e vertici scaricarono tutto sul dirigente defunto quattro anni prima. La vedova provò a difendere il suo onore minacciando di svelare i veri colpevoli, ma l’allora vicesegretario del partito, ora giudice costituzionale, le consigliò il silenzio. La registrazione della telefonata che inchioda Amato è anche agli atti del processo che finì con la condanna tra gli altri di Walter De Ninno, due anni e mezzo di ricettazione nei confronti di un imprenditore di Pisa. Era l'inizio di Tangentopoli e la fine del partito socialista.

La telefonata tra Amato e la vedova Barsacchi, scrive Emiliano Liuzzi, è del 21 settembre 1990 è in possesso anche dei magistrati che la acquisirono come prova nel fascicolo processuale. “Amato, con voce imbarazzata come lo sarà per il resto della telefonata, va dritto al problema: “La mia impressione è che qui rischiamo di andare incontro a una frittata generale per avventatezze, per linee difensive che lasciano aperti un sacco di problemi dal tuo punto di vista”. La frittata alla quale Amato fa riferimento è appunto un coinvolgimento – come dirà esplicitamente – di altre persone nel processo.

“Troverei giusto che tu direttamente o indirettamente entrassi in quel maledetto processo e dicessi che quello che dicono di tuo marito non è vero. Punto. Non è vero. Ma senza andare a fare un’operazione che va al di là di quello… Dire quello non è lui, ma è Caio, quello non è lui ma è Sempronio. Tu stessa ti vai a cacciare i una storia della quale che elementi hai? Hai capito che intendo dire? Tu dici che tuo marito in questa storia non c’entra. Questo è legittimo. Ma a… a… a… a… siccome lì a Viareggio hanno creato questo clima vergognoso, è una reciproca caccia alle streghe, io troverei molto bello che tu da questa storia ti tirassi fuori”.

Insomma Amato, puntualizza il Fatto, non dice vai e racconta la verità. Ma vai e non fare nomi. Tirati fuori. Non dire quello che sai, poi accerteranno i giudici. Diciamo che sarebbe stato poco, e il tribunale non si sarebbe accontentato, ovvio. Ancora più interessante il passaggio in cui – e ci arriviamo tra poco – Amato ammette di sapere più o meno chi sono i responsabili di un’azione illegale, ma invita a chiamarsi fuori. E quando verrà lui stesso trascinato a testimoniare non aggiungerà niente.  La moglie di Barsacchi al telefono dice una cosa sola all’onorevole Amato, e lo fa tirando un grosso respiro per non sfogarsi ulteriormente: “Giuliano, io voglio soltanto che chi sa la verità la dica”. E Amato replica: “Ma vattelo a pesca chi la sa e qual è.

Tu hai capito chi ha fatto qualcosa?”. “Io”, risponde lei all’illustre interlocutore, “penso che tu l’abbia capito anche te”. E Amato: “Ma per qualcuno forse dei locali sì, ma io non lo so, non lo so. Ma vedi, noi ci muoviamo su cose diverse. Questo non è un processo contro Paolo, ma contro altri”. La telefonata, che ha il sapore del confronto, a questo punto assume altri toni. “Non ti andare a preoccupare di chi c’entra e chi non c’entra”, le dice Amato. “Dicendo che non è vero hai detto tutto quello che è giusto che tu dica”. E qui arriva il cambio di tono, più sommesso quello di Amato, più rigido quello della vedova del senatore: “Una cosa che non so: tu non sei nel processo, giusto?”, chiede Amato. E dall’altra parte: “No, sono testimone”. “Ah, ti hanno citato come testimone… Quindi hai la tua voce nel processo. Beh, vai a dire cercate da un’altra parte”. “Certo, sì. Ma Giuliano, io chiedo solo la verità”.

Burlando che si comporta come il gerundio di burlare

Corriere della sera

Dalla strada in contromano alla gita a funghi in orario di lavoro

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Fra i governatori delle Regioni italiane, il più burlone è certamente Claudio Burlando. Alto, allampanato, schivo, quasi brusco nei modi, sembra un personaggio uscito dalle file della Baistrocchi, la mitica compagnia goliardica teatrale di Genova. L'ultima delle sue avventure è questa, da non crederci: il giorno del primo Consiglio regionale ligure lui non c'era. Ufficialmente assente per «motivi personali», era andato per funghi a Rondanina, un paesino dell'entroterra ligure che conta 68 abitanti. Vittima di Twitter, innocentemente spiegava: «Li facciamo un po' crudi, a funghetto, al forno con le patate e fritti. Tutti gli altri li sto regalando». Il tutto nelle ore in cui il Consiglio regionale era in pieno svolgimento. «Non ho fatto il bunga bunga - si è poi giustificato il Governatore -, sono andato a trovare i miei parenti a Rondanina con mio figlio. È abbastanza normale che una persona si prenda un giorno libero in un mese, visto che dalla ripresa ho ben sei fine settimana occupati. Se poi è stagione di funghi, andiamo anche a raccoglierli».

 I funghi raccolti dal governatore ligure Burlando I funghi raccolti dal governatore ligure Burlando I funghi raccolti dal governatore ligure Burlando I funghi raccolti dal governatore ligure Burlando I funghi raccolti dal governatore ligure Burlando

Non è la prima volta che Burlando va, diciamo così, per funghi. Beccato il 16 settembre del 2007 in auto contromano sulla rampa della superstrada degli Erzelli (Genova) che porta allo svincolo dell'A10, ebbe la patente sospesa per un anno, 10 punti di decurtazione, una sanzione pecuniaria da 3.500 euro e il fermo dell'auto per 3 mesi. Polemiche perché agli agenti della polizia che l'avevano fermato mostrò un tesserino da deputato scaduto.

Nel periodo in cui era ministro dei Trasporti del governo Prodi (1996), si registrò una serie incredibile di incidenti ferroviari, tanto che, da allora, alcuni compagni di partito, avversari politici e molti genovesi gli attribuiscono una fama sinistra (alcuni maligni sostengono che questa è forse l'unica cosa di sinistra che gli si possa attribuire). Lui se la ride, forte del suo cognome, che è pur sempre il gerundio del verbo burlare e, forse, un omaggio al bellissimo dramma di Tirso de Molina, El burlador de Sevilla.

La morale è: non si tenti mai la burla, anche la più innocua, anche la più lecita, se non con gente che al fango preferisce il fungo.


15 settembre 2013 | 10:52

In Italia la salma di Giorgio Chinaglia L'abbraccio dei suoi tifosi

Corriere della sera

Lungo iter burocratico per riportare l'ex attaccante a Roma. Lunedì camera ardente nella chiesa di Cristo Re


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ROMA - Al termine di un lungo iter burocratico, la salma di Giorgio Chinaglia, l'ex attaccante della Lazio e della nazionale scomparso il primo aprile dello scorso anno negli Stati Uniti, è rientrata domenica mattina in Italia. L'aereo con il feretro a bordo, un Airbus A330 dell'Alitalia proveniente da Boston, è giunto alle 6.30 all'aeroporto di Roma Fiumicino. Ad attenderlo c'erano gli ex compagni di squadra di Chinaglia, Pino Wilson e Giancarlo Oddi, ed alcuni tifosi tra cui anche il giornalista e conduttore radiofonico e televisivo, Guido De Angelis. A bordo dell'aereo, la prima moglie di 'Long John', Connie Eruzione e i tre figli, Giorgio Jr., Stephanie e Cinzia.


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LA FAMIGLIA - «Siamo felici di essere qui - hanno detto i familiari all'arrivo - e crediamo che lo sia anche e soprattutto Giorgio». Di grande gioia, ma anche di altrettanto stress legato al complesso iter burocratico per riportare la salma di Chinaglia in Italia, hanno poi parlato Wilson e Oddi. «Non è stato semplice riportare Giorgio a Roma. Alla fine, però, grazie all'apporto di tante persone che si sono adoperate, ce l'abbiamo fatta». Emozionante per gli stessi addetti alle operazioni di scarico, il momento in cui è stato aperto il portellone della stiva dell'aereo ed il feretro di Chinaglia, custodito all'interno di una grande cassa di legno, è stato messo su un elevatore per essere poi adagiato su un apposito mezzo di trasporto posizionato sottobordo. «Bentornato, Giorgio», ha detto qualcuno tra i presenti sistemando poi con cura una sciarpa biancoceleste sul feretro ed accompagnando quel gesto con il segno della Croce. Ultimate le fasi del trasbordo, la salma di Giorgio Chinaglia è stata quindi portata presso la Cargo City, inaccessibile ai non addetti ai lavori, dove vi resterà fino a lunedì quando con un carro funebre sarà trasferita a Roma.

 Chinaglia, il ritorno della salma in Italia Chinaglia, il ritorno della salma in Italia Chinaglia, il ritorno della salma in Italia Chinaglia, il ritorno della salma in Italia Chinaglia, il ritorno della salma in Italia

L'ULTIMO SALUTO - La camera ardente, allestita presso la Chiesa del Cristo Re, verrà aperta a partire lunedì dalle ore 11. Sempre nella parrocchia di Viale Mazzini 32, e nello stesso giorno, si terrà poi alle 15 una messa in suffragio celebrata dal cappellano di Regina Coeli, nonché padre spirituale della Lazio, don Vittorio Trani. Le spoglie del giocatore verranno successivamente tumulate nella cappella della famiglia Maestrelli, dove riposa Tommaso, allenatore simbolo della Lazio dello scudetto del '74 e grande amico di Chinaglia.


 (fonte Ansa)
15 settembre 2013 | 13:15

Si ritira il Barone rosso inglese: "Ho 90 anni, non volerò più"

Quotidiano.net
 di Andrea Fontana


Doug Gregory, decorato nel 1944, è il pilota acrobatico più vecchio del mondo



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A NOVANT’ANNI appende gli occhialoni al chiodo. Non stringerà più le mani guantate sulla cloche, non udrà più il sibilo furioso del vento contro la cuffia di cuoio quando il muso dell’apparecchio si rovescia in una virata, in un loop acrobatico. Il tenente pilota Doug Gregory, classe 1923, decorato nei cieli della seconda guerra mondiale, si ritira e vende l’aereo. «Sono vecchio», sospira quello che fino a ieri era il più anziano pilota acrobatico in attività, capace di mimare duelli aerei tra le nuvole a bordo del suo biplano fatto in casa: la replica di un S.E.5a della prima guerra mondiale, che si è costruito da solo in quattro anni a partire dal 1983, quando andò in pensione. Questa è una delle storie che accadono solo in Inghilterra.


Doug la guerra l’ha fatta davvero: pilota da caccia, 69 missioni di scorta o ricognizione sulla Francia occupata e sulla Germania, tra il marzo 1943 e l’ottobre 1944, senza mai un graffio. Ricevuta la Distinguished Flying Cross per l’abbattimento di due bombardieri tedeschi Junker 88 nel nord della Francia, dal 1945 vola come pilota sperimentatore per la Raf. Attorno a Gibilterra, simula attacchi in picchiata per mettere alla prova le difese radar di un incrociatore destinato a combattere in Giappone. A Lahore, in India, raggiunge nel 1946 la massima altezza consentita a un bimotore Mosquito, nel corso di ricerche sul comportamento dei raggi cosmici.

NEL 1947 ha un’emorragia cerebrale, lascia l’aviazione: non potrai più volare, gli dicono. Diventa insegnante. Giunto alla pensione, torna a indossare la divisa, ma non quella del 1945, quella del 1917: entra con il suo aereo artigianale in un club di esibizioni storiche. A 87 anni simula ancora combattimenti nel cielo. Fino ai novanta, vola praticamente ogni giorno. Ora vende il biplano: «Mi mancherà terribilmente, è triste vederlo andare. Quando mi dissero che non avrei più volato, mi venne l’ispirazione di costruirlo per dimostrare che, naturalmente, si sbagliavano». Buona pensione, tenente.

L'uomo che ha messo un aereo nella villa E ora ci paga l'Imu sopra

Corriere della sera


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FONTANAFREDDA (Pordenone) - Era il giugno del 1981, Giovanni Spadolini stava formando il nuovo governo, la lira precipitava sui mercati internazionali e la signora Amelia, moglie dell’impresario Rino De Marco, tirava il suo primo urlo: «Rinooo! L’è massa gross!».

UN ENORME GIOCATTOLO-Troppo grosso per il giardino, per il paese, per tutto. Quel giorno il creativo signor Rino era infatti tornato a casa con una sorpresa più ingombrante del solito: un aereo di linea dell'Alitalia. Proprio così, un Caravelle da 105 posti ancora perfettamente funzionante. Lui vedeva realizzarsi il sogno di una vita, lei del sogno notava soprattutto le dimensioni: 31 metri di lunghezza, 9 di altezza, 40 tonnellate di peso. Gigantesco. De Marco lo piazzò nel suo giardino di Fontanafredda, fra i campi di mais della pianura pordenonese ai piedi del Piancavallo, e lì rimase per sempre, imponente e tricolore come un enorme giocattolo. La cronaca dell’epoca si ferma alla bizzarra idea di De Marco, che allora aveva 44 anni, due figli e del velivolo avrebbe voluto fare un ristorante o una gelateria da collegare a una casetta in calcestruzzo che in parte ha costruito.

 Pordenone: l'aereo Alitalia nel giardino Pordenone: l'aereo Alitalia nel giardino Pordenone: l'aereo Alitalia nel giardino Pordenone: l'aereo Alitalia nel giardino Pordenone: l'aereo Alitalia nel giardino

L'IDEA IMPRENDITORIALE-La cronaca di oggi racconta invece un altro fatto curioso: sul terreno che rese edificabile per l’aereo, il settantaseienne imprenditore, titolare negli anni ruggenti di quattro imprese edilizie per 200 dipendenti, ci paga l’Imu: «Adesso l’Imu, prima l’Ici, una volta la Bucalossi. Tutto per l’aereo. Quest’anno mi sembra mille euro, ma di queste cose sa tutto Amelia. Ameliaaa!». La signora esce cupa dalla cucina: «Lassa star, Rino, lassa star che mi dà fastidio… 1208 euro». E richiude. De Marco è più loquace della moglie e mentre parla ti mostra i progetti e le cartelle delle imposte, partendo dall’anno 1983: «Guarda qua: trentun milioni di lire al Comune di Fontanafredda come tassa di costruzione.Io dico, capirei se ci fosse il ristorante ma è tutto fermo da trent’anni, eh».

TRASPORTO ECCEZIONALE- Fra l’acquisto e l’ultimo balzello c’è dunque la tormentata storia del signor Rino, del suo Caravelle e di un sogno rimasto tale. Una storia grottesca, buona per un film dei fratelli Coen. A partire dall’odissea del primo giorno. «Ho dovuto smontare le ali e la coda e svuotarlo altrimenti i due camion dei trasporti eccezionali non me lo portavano dalle Officine Aeronavali di Tessera (Venezia, ndr) a qui». Cento chilometri evitando autostrade e ponti. Ma c’è stato comunque il problema dell’altezza della fusoliera: «Hanno dovuto staccare e rimettere i fili della luce in dieci paesi perché non ci passava». Costi?«L’aereo l’ho pagato 25 milioni di lire, le prime, perché poi ne ho spesi più di cento per smontarlo, trasportarlo, rimontarlo e fissarlo a terra». Apre un lucchetto, scioglie una catena ed eccola, dunque, l'opera incompiuta:

PERMESSI NEGATIDovevano venire 94 posti originali a sedere, schiena con schiena, montacarichi di collegamento con le cucine a terra, piano sotterraneo alto 4 metri, lì doveva esserci la grotta dell’enoteca, lì i bagni, lì l’ingresso da sotto». Usciamo: «E li' volevo mettere due aerei piccoli, due caccia, già fermati per 15 milioni. Gli aerei sono la mia passione sa», elenca energico con l’entusiasmo di un bambino, portandoci a vedere questo gigante che un tempo solcava i cieli di mezzo mondo, dall’Italia al Sudafrica agli Emirati Arabi, e che ora giace vuoto e arrugginito sul suo giardino. «Avevo tutti i permessi, Comune, pompieri… poi sono arrivati quelli dell’Usl e si sono impuntati sul discorso della scarsa aerazione dei locali, ma guarda lì se non c’era aria: finestroni. Non c’è stato niente da fare, brutto demonio».

PROBLEMI DI AREAZIONE-All’Usl di allora, oggi Azienda sanitaria locale, il disco rosso arrivò da un tecnico della prevenzione, Franca Pusiol, ancora lì dopo trent’anni: «De Marco non la racconta giusta. Le cose andarono così: il Comune mi chiese un parere e fu negativo perché secondo me la struttura non era adeguata per essere adibita a pubblico esercizio. Non c’entra l’aerazione, il problema era l’aereo, che fra l’altro non aveva nemmeno l'ancoraggio a terra. De Marco si è però arreso subito. Se avesse ripresentato la domanda magari gli avremmo dato un parere diverso e invece ha mollato». Lui, un combattente che alterna ardore a delusione, non ci sta: «Io non ho mollato un bel niente. Non c’era verso, dai… lasciamo perdere, mmmh, meglio se non dico altro». Comunque sia, l’ha risolta così: «Ho fermato subito i lavori e ho portato a casa plancia, installazioni della carlinga, sedili… anche perché me li stavano rubando». È finito tutto accatastato nel garage della sua bella villetta familiare, dignitosa ma non abbastanza grande da ospitare un simile ammasso di cose. Ci sono sedili infilati ovunque. La strumentazione della cabina di pilotaggio spunta in mezzo alla taverna, «nel bagno di sopra ho messo le macchinette di aspirazione, ho roba dappertutto». Praticamente trent’anni fa ha traslocato il Caravelle nella sua abitazione. Dove la signora Amelia cerca di trattenersi: «Basta con quell’aereo, Rino, bastaaa».

15 settembre 2013 | 12:24

Berlusconi, tutti i procedimenti e le sentenze

La Stampa


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Così gli ex Pci condizionano le procure

Patricia Tagliaferri

Dom, 15/09/2013 - 09:15

Inchieste insabbiate, politici protetti, giudici trasferiti: le anomalie da Nord a Sud nel libro "Tramonto rosso"

Il Pd e i suoi scandali, dal nord al sud d'Italia, dentro e fuori le Procure. Abusi, tangenti, speculazioni edilizie, scalate bancarie, interessi corporativi nel sistema sanitario, magistrati scomodi isolati, intimiditi, trasferiti.

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Potenti di turno miracolosamente soltanto sfiorati da certe indagini.

È un libro che farà discutere quello scritto da Ferruccio Pinotti, giornalista d'inchiesta autore di numerosi libri di indagine su temi scomodi, e Stefano Santachiara, blogger del Fatto. Atteso e temuto Tramonto rosso, edito da Chiarelettere, sarà in libreria a fine ottobre, nonostante le voci di un blocco, smentito dagli autori, e dopo un piccolo slittamento (inizialmente l'uscita era prevista a giugno 2013) dovuto, pare, ad un capitolo particolarmente spinoso su una forte influenza «rossa» che agirebbe all'interno di uno dei tribunali più importanti d'Italia, quello di Milano, dove indagini che imboccano direzioni non previste non sarebbero le benvenute mentre altre troverebbero la strada spianata. Il libro presenta un ritratto della classe politica di centrosinistra, quella che si dichiara pulita e pronta a prendere in mano le redini del Paese, ma che è sempre la stessa. Stessi nomi, stesse beghe, stessi affanni.

Un partito, il Pd, per niente diverso dagli altri nonostante si proclami tale. Gli uomini chiave della sinistra troveranno molte pagine dedicate a loro. Ce n'è per tutti. Per il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, che ha blindato in una serie di fondazioni il «patrimonio comunista» prima della fusione con la Margherita, per l'ex componente della segreteria di Bersani, Filippo Penati, accusato di corruzione e di finanziamento illecito, per l'ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, che avrebbe fatto sparire 22 milioni di euro di fondi elettorali. Gli autori passano dagli abusi edilizi e dalle infiltrazioni mafiose nell'Emilia rossa al pericoloso rapporto della sinistra con gli istituiti bancari, da Unipol a Monte dei Paschi. Molto è stato scritto sulla scalata Unipol-Bnl, sulla partecipazione ai vertici Ds e sul sequestro di 94 milioni di euro di azioni di Antonveneta disposto nel 2005 dal gip Clementina Forleo.

Poco si sa, invece, su cosa è accaduto dopo al giudice che si è trovato tra le mani un fascicolo con i nomi di pezzi molto grossi del Pd. «Tramonto rosso» riordina alcuni fatti e segnala circostanze, talvolta inquietanti, che certamente fanno riflettere. Come le gravi intimidazioni subite dalla Forleo, le minacce, gli attacchi politici, le azioni disciplinari, l'isolamento. Fino al trasferimento per incompatibilità ambientale, nel 2008, poi clamorosamente bocciato da Tar e Consiglio di Stato. Il tutto nel silenzio dei colleghi per i quali i guai del gip erano legati al suo brutto carattere e non certo ai suoi provvedimenti sulle scalate bancarie. «Questa pervicacia contra personam è l'emblema dell'intromissione politica nella magistratura», si legge nel testo.

Gli autori approfondiscono poi il noto salvataggio operato dalla Procura di Milano nei confronti di Massimo D'Alema e Nicola Latorre, descritti dalla Forleo nell'ordinanza del luglio 2007, finalizzata a chiedere il placet parlamentare all'uso delle telefonate nei procedimenti sulle scalate, come concorrenti del reato di aggiotaggio informativo del presidente di Unipol Gianni Consorte. Con la Forleo, sempre più nel mirino, oggetto di riunioni pomeridiane in cui alcuni colleghi milanesi avrebbero discusso la strategia contro di lei, come rivelato dal gip Guido Salvini. Per trovare un altro esempio di come riescono ad essere minimizzate le inchieste che coinvolgono il Pd basta scendere a Bari. Qui a fare le spese di un'indagine scomoda su alcuni illeciti nel sistema sanitario regionale è stato il pm Desirèe Digeronimo, duramente osteggiata dai colleghi fino al trasferimento.

E pace tra Stracchino e Gorgonzola

La Stampa

Il presidente Invernizzi al sindaco: «Pronti a sponsorizzare le vostre ricette locali»

paolo massobrio
Gorgonzola (MI)


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«Non bombardate Gorgonzola». Così intimò sir Winston Churchill segnando sulla cartina un cerchietto salvacondotto per quella che per lui rappresentava una prelibatezza irrinunciabile, il gorgonzola, appunto. 

L’aneddoto lo ha ricordato il presidente del Consorzio di Tutela del formaggio Gorgonzola a 15 giorni da una sentenza che ha visto il Comune di Gorgonzola perdere una causa proprio con il Consorzio stesso. Oggetto del contendere un’improvvida De.Co. (denominazione comunale) attribuita allo «stracchino di Gorgonzola», che ha mandato su tutte le furie sia il ministero per le Politiche Agricole e sia il Consorzio di uno dei formaggi italiani più venduti al mondo. Così, dopo due anni di carte bollate, la guerra del (e di) Gorgonzola si è risolta con il pagamento delle spese processuali a carico del Comune (3 mila euro) e una punizione più importante per chi, recidivo, commercializza un formaggio col nome Gorgonzola attribuendogli la De.Co. 

Ma ecco il colpo di scena: il presidente del Consorzio Renato Invernizzi e il direttore Stefano Fontana hanno accolto l’invito del sindaco Angelo Stucchi a stringersi la mano. «Non avremmo mai voluto creare attriti - ha detto Invernizzi - ma la parola Gorgonzola è di proprietà dello Stato dal 1996, quando fu recepita la Dop (denominazione di origine protetta)». 

Da qui un’azione dell’Avvocatura dello Stato per evitare confusione nei consumatori. «Tuttavia - ha ribadito Invernizzi - sono qui per trasformare quello che poteva essere uno scontro in un’opportunità». Gongola il sindaco Angelo Stucchi, perché in questo modo viene riconosciuta l’origine di una storia e il valore di un paese che persino il Manzoni evocò nei racconti di Renzo Tramaglino. 

Illuminante la riflessione del direttore del Consorzio di Tutela, Stefano Fontana, sulle De.Co. Se un Comune volesse fare la Denominazione comunale del suo tradizionale risotto al Gorgonzola subirebbe la stessa sorte? «Noi combattiamo la similitudine su un prodotto, non l’utilizzo in una ricetta che anzi esalta il prodotto». Elementare Watson - verrebbe da commentare.

L'estremista si dà al cinema: lo Stato finanzia subito il film

Paolo Bracalini - Dom, 15/09/2013 - 09:23

L'ex leader di Potere operaio Franco Piperno interpreta don Mario: "Sì, sono un prete mancato". E dai Beni culturali piovono soldi

«Serviva un prete per la scena del matrimonio e Max Mazzotta, il regista, lo ha chiesto a me. Evidentemente gli ricordo la figura del prete. E forse, sì, è vero: io sono un prete mancato...».


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In effetti nella vita Franco Piperno ha fatto tuttaltro, l'ideologo e leader del gruppo eversivo della sinistra estrema Potere Operaio (l'organizzazione responsabile della strage di Primavalle), il condannato in Cassazione a quattro anni per associazione sovversiva, l'accusato (tra le altre) di aver preso parte al delitto Moro, il carcerato a Rebibbia, il latitante poi tornato in Italia con un posto pubblico da professore all'Università della Calabria, per finire poi col dire in tv cose come: «I terroristi? Penso che siano moralmente ottime persone anche se hanno ucciso».

Lo Stato italiano, spesso generoso con chi lo voleva sovvertire, ha fatto un altro cadeau all'amico di Toni Negri e Renato Curcio. Visto che serviva un attore per la parte di Don Mario e l'ex terrorista non vedeva l'ora di cimentarsi col cinema («In giovinezza ho frequentato Bertolucci e uomini di teatro, ma nessuno mi ha proposto di fare un film»), perché non finanziare il film - uscito nei giorni scorsi, per ora solo in una sala di Cosenza - con i fondi del Mibac, il ministero dei Beni culturali? Detto, fatto.

Una delibera della «Commissione per il riconoscimento dell'interesse culturale delle opere prime e seconde», ha valutato che per il debutto cinematografico di Piperno lo Stato dovesse elargire 500mila euro, mezzo milione del famoso Fus, il Fondo pubblico per la cultura che guai a toccarlo. «Il progetto - si legge nella motivazione ministeriale - impagina un caustico cineromanzo di formazione e di ritorno alle radici, serrato nel ritmo e coinvolgente nella trama, che alterna la voglia di ridere con occasioni da family pochade. Scritto con molto spirito goliardico, generoso e assolutamente esilarante, segna l'esordio alla regia del talentuoso attore leccese». E l'esordio al cinema per l'ideologo di Potere Operaio, in una piccola parte.

Il film si chiama Fiabeschi torna a casa, regia di Maximilian Mazzotta dai fumetti di Andrea Pazienza, prodotto con i soldi del ministero ma anche con l'aiuto di Rai Cinema, la direzione della tv di Stato. «Recitare è un'esperienza fondamentale - spiega il brigatista Piperno nel backstage - fa parte della vita, l'occasione della scena mette in rilievo come con la finzione, col travestimento, si possano dire cose vere che nella vita non si direbbero». Lui quel commento all'anniversario dell'11 settembre lo disse veramente, senza travestimenti: «L'attacco alle Torri Gemelle?

Un evento dalla bellezza sublime» spiegò nel 2011 al Quotidiano della Calabria. Al Qaida? «Un pugno audace di intellettuali». La strage delle Twin Towers? Un momento epocale paragonabile «alla Sorbona occupata nel'68» o «alla caduta del Muro di Berlino». Perché «l'ammirazione dell'uomo libero va agli insorti, al coraggio temerario di chi si fa beffa della potenza tecnologica». I kamikaze di Al Qaida. Il Ministero e Rai Cinema hanno finanziato l'esperienza cinematografica di Piperno, secondo una prassi ministeriale già rodata. Ad agosto, al Festival di Locarno, ha vinto un premio «Sangue» film sul feroce brigatista Giovanni Senzani, assassino di Roberto Peci (ne filmò persino l'esecuzione) colpevole di essere il fratello del pentito delle Br Patrizio.

Pensato e interpretato da Senzani (23 anni di carcere) e dal regista Pippo Delbono, il film - che ha scatenato un mare di polemiche - ha goduto di aiuti pubblici di vario genere. Non solo RaiCinema («quanto?» chiede una interrogazione parlamentare) ma anche la Genova Liguria Film Commission (ente di Regione e Comune, entrambi centrosinistra), Mediateca ligure (ancora Regione), e poi il Teatro San Carlo di Napoli (ancora pubblico). Come per «La prima linea», film sull'organizzazione armata di estrema sinistra anni '70, finanziato dal Mibac con ben 1,5 milioni di euro. «E sennò chi li produrrebbe questi film se non ci fosse lo Stato?» rispondono i paladini del Fus.

Morto a 112 anni l'uom o più vecchio al mondo Ora il record appartiene a un italiano

Corriere della sera

Salustiano «Shorty» Sanchez, di origini spagnole, aveva 112 anni. È deceduto in un casa di riposo di Grand Island

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È morto all'età di 112 anni in una casa di riposo di Grand Island, nello stato di New York, l'uomo più vecchio del mondo, Salustiano «Shorty» Sanchez, di origini spagnole. Lo ha reso noto un'impresa di pompe funebri.

IL NUOVO RECORDMAN - Con la sua morte, l'uomo più vecchio del mondo diventa ora un italiano, Arturo Licata, di 111 anni, mentre la donna più vecchia del mondo è la giapponese Misao Okawa, secondo il Gerontology Research Group, che traccia i profili delle persone di 110 anni e oltre e convalida le età per il Guinness dei record. Sanchez, il cui record di longevità è stato riconosciuto nel Guinness dei primati, è morto venerdì scorso. Sanchez era nato a El Tejado de Bejar, in Spagna, nel 1901, e aveva lavorato come operaio nei campi di canna da zucchero a Cuba prima di emigrare negli Stati Uniti.

15 settembre 2013 | 9:39

I ricordi di Maria Sole Agnelli “Umberto era il mio preferito”

La Stampa

Cittadinanza onoraria di Campello alla sorella dell’Avvocato

grazia longo
inviata a Campello (PG)


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La fabbrica e la campagna. La famiglia e la politica. I nipoti, Lapo Elkann il preferito, e i cavalli da corsa. L’orgoglio nel definirsi low profile e un’ombra di rimpianto «perché noi donne, negli affari di famiglia, siamo dovute rimanere sempre un passo indietro, lontano dal potere». Eppure lei, Agnelli di nascita e due volte contessa - grazie alle nozze con Ranieri Campello della Spina e, dopo la sua morte, con Pio Teodorani Fabbri - non solo oggi è la seconda azionista Fiat e prima donna a rivestire il ruolo di socio accomandatario nella cassaforte di famiglia, ma 53 anni fa venne eletta sindaco in questo piccolo paese umbro. Ottenne 850 voti su 1200 senza mai doversi neppure esibire in un comizio.

Non è stata dimenticata. Ieri mattina Maria Sole Agnelli, 88 anni, sorella dell’Avvocato e zia del suo successore alla guida della Fiat, John Elkann, è stata nominata cittadina onoraria di Campello sul Clitunno, insieme ad un’altra personalità, il generale Rolando Mosca Moschini, consulente militare del presidente della Repubblica e per 20 anni, da ragazzo, residente a Campello. Maria Sole Agnelli, premiata dal sindaco Paolo Pacifici, ha guidato questo piccolo centro collinare immerso tra gli ulivi coltivati a terrazze per due mandati consecutivi, dal 1960 al 1970. 

«Sono trascorsi più di 50 anni, ma alcuni vizi della politica sono rimasti inalterati - racconta dopo aver elencato le bellezze di Campello, non a caso decretata Patrimonio dell’Unesco -, quella era l’Italia del boom economico e oggi si lavora per coniugare sviluppo tecnologico e impatto ambientale, ma spesso si assiste al solito triste spettacolo di una politica a caccia di voti, non in difesa del bene comune».

A destare preoccupazione in questa Italia che verrà c’è soprattutto «l’incertezza degli equilibri al governo, con l’ex premier Berlusconi che non si decide a fare un passo indietro, l’incognita dei grillini così destabilizzanti da suscitare pena più che paura e Matteo Renzi che si è montato la testa. Non è un momento facile, ma occorre avere fiducia, tanto più che abbiamo un Presidente della Repubblica che rappresenta un importante punto di riferimento».

Un uomo decisivo. Come Sergio Marchionne al comando della Fiat: «È straordinario, nonostante le critiche che si attira è in grado di ottenere risultati sorprendenti: ha ridato alla Fiat centralità in Italia ma anche nel resto del mondo».

La globalizzazione come chiave per crescere e progredire. In Fiat ma anche in questa terra di Centro Italia dove la Meccanotecnica Umbra si è sviluppata allargando i suoi orizzonti «fino in Brasile, Cina e Svezia». Attività resa possibile grazie anche all’impegno di Maria Sole Agnelli. A tal proposito ammette: «Sono grata per la cittadinanza onoraria, continuo a vivere a Torrimpietra, vicino Fiumicino, ma sento questa terra umbra a me molto vicina. Torino, ovviamente, resta nel mio cuore, anche se ormai ci vado solo un paio di volte all’anno per i lavori della Fondazione Agnelli che presiedo».

Torino elegante «e bella come poche altre città». Torino inestricabilmente legata alla Fiat e all’Avvocato. «Gianni era un uomo dal fascino e dall’ironia fuori dal comune, ma con me era spesso dispettoso. Tanto quanto mia sorella Susanna era prepotente. Il mio fratello preferito in realtà era Umberto, un po’ perché era il più piccolo, un po’ per il buon carattere. Povero Umberto: non si riprese mai veramente dalla morte del figlio Giovannino. E per la verità, quello fu un momento tragico anche per Gianni che lo aveva scelto come suo successore prima di Jaki». Passato e presente. Dolori e speranze. «La nostra forza è quella di essere una grande famiglia, molto unita».