lunedì 16 settembre 2013

Paolo, il cacciatore di bufale sul web: «Così scopro i falsi della Rete»

Il Messaggero
di Rita Sala

 
ROMA - Si chiama Paolo Attivissimo. Non per scherzo, né come pseudonimo.
Ma se preferiamo usare una delle sue mail, accetta persino di diventare Topone (topo perché la moglie lo chiama così, ma anche top one). Giornalista, speaker radiofonico, esperto di sistemi di sicurezza, autore di libri sul web spiegato al popolo, collaboratore dell’Apollo Lunar Surface Journal della Nasa, è il titolare di un blog pluripremiato, Il Disinformatico, in cui il Servizio Antibufala conta ben nove milioni di contatti.

CatturaIl mestiere che pratica, e per il quale va famoso, è non a caso il panzana-buster, vale a dire lo smascheratore di bugie, il difensore degli utenti bombardati dalle falsità diffuse dalla Rete. Inglese di nascita, classe 1963, vive in Svizzera, parla innumerevoli lingue, ama i gatti. Partecipa oggi a Ravenna alla tavola rotonda La lingua italiana per oggi e per domani, nell’ambito del festival Dante2021, giunto alla sua terza edizione (al tavolo anche Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca; Francesco Sabatini, presidente onorario della stessa; Massimo Bernardini, giornalista e conduttore televisivo; Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione Bancaria Italiana; Luigi Federico Signorini, economista).

Se si domanda ad Attivissimo perché un panzana-buster al consesso dantesco, risponde: «Le parole e la grammatica della lingua italiana sono in gran parte quelle di Dante. Ma cosa accade oggi al linguaggio? Come potrà essere domani? Lavorando sul web ho la percezione dei dinamismi, dei mutamenti, delle evoluzioni del nostro modo di comunicare. Parlerò di questo».

Quando ha deciso di diventare un cacciatore di bufale?
«Fu nel 1994, avevo appena pubblicato un libro su Internet. Pensai di varare una pagina per mettere in guardia la gente dalle false notizie e dalle leggende che corrono nel web».

Quali smascheramenti considera i più esaltanti?
«Per dimensione e importanza, senz’altro quelli sulle tesi del complotto riguardo all’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre. Hanno richiesto un lavoro lungo e approfondito per arrivare a dimostrarne l’infondatezza. Poi quelle, ansiogene per la psicologia collettiva, sulle scie chimiche degli aerei. Mi sono guadagnato insulti, minacce, maledizioni... Sono stato tacciato di appartenere a chissà quali gruppi di potere occulto, di essere al soldo di Bush e mille altre cose del genere».

Chi insulta o minaccia che identikit può avere?
«Sono gli “arrabbiati”, gente così presa dalla furia delle proprie convinzioni da uscire di misura e di testa. Non si ammette che qualcuno, su basi solide, smonti castelli di finzioni, a volte anche ben costruiti, che nutrono una quotidianità malata».

Lei ha sfatato, tra le tante, anche la storia del cucciolo di drago di trenta centimetri ritrovato sotto formaldeide un secolo dopo che gli scienziati tedeschi, presunti scopritori della creaturina, avevano inviato il vasetto al Museo di Storia Naturale di Londra.
«Sì, ci erano cascati in tanti, compresi alcuni autorevoli giornali italiani. Ma la Bbc aveva già ospitato l’ideatore della burla, reo confesso, che aveva raccontato la verità».

E i dubbi sul primo allunaggio umano? «Insistenti e duraturi. Ci ho scritto un libro tre anni fa. Il mondo delle bufale è estesissimo. Si va dalle catene di Sant’Antonio al numero satanico 666 che sarebbe presente in tutti i codici a barre, dall’annuncio di virus letali per i computer ai video in cui si dimostra come un cellulare, messo a poca distanza da alcuni chicchi di mais, li trasformi in pop corn. Eccetera».

Quante bufale sfatate o ridimensionate fino ad oggi? «Dal 2002 a oggi sono oltre 350. Sul blog le ho suddivise per categoria e presentate con una breve descrizione e le rispettive parole chiave».

Si dedica anche a correggere gli scivoloni di Wikipedia?
«No, non tanto almeno. Wikipedia, alla quale sono comunque iscritto, è la prima a mettere in guardia i fruitori, consiglia di verificare le fonti. Si tratta di uno strumento al quale tutti hanno accesso, che tutti possono modificare. Il controllo è d’obbligo».

Le finte morti di personaggi importanti diffuse su Twitter da utenti che rubano l’identità di figure autorevoli?
«Sul web siamo tutti giornalisti. Tutti possiamo diffondere notizie. C’è chi lo fa bene, chi male, chi disonestamente, chi con spirito distruttivo. Spesso lo scherzo va oltre. Purtroppo molti giornalisti di mestiere continuano a usare il “copia e incolla” senza alcun controllo serio».

Il dubbio sistematico è l’unica, vera difesa?
«Alla fine sì, certo».

Come limitare il potere della Rete?
«Perché limitarlo? Il web è una piazza, un’agorà in cui parliamo tutti, come e quando vogliamo. Una democrazia infinita».

Che rischia l’anarchia.
«Vero. Ma preferisco l’anarchia alla sorveglianza occhiuta di qualcuno».

Internet come spazio dell’eccesso?
«Esiste l’autocontrollo. Non pochi sanno usare il web in modo pacato e costruttivo. È come dare un cerino in mano a un bambino: c’è il bambino che lo adopera per dare fuoco a qualcosa e quello che lo porta alla madre perché lo spenga».

La nuova frontiera della Rete?
«La comunicazione non verbale. L’uso delle icone che sottendono significati. Un modo di comunicare alla portata di chiunque».

Non si rischia di impoverire la comunicazione? «No. In fondo chi vuole preserva la propria lingua e le sue regole. Fermo restando che il linguaggio è una realtà in continua evoluzione, viva, che si arricchisce ogni giorno di nuovi apporti...».

Che pensa della soverchiante capacità della Rete di farsi gli affari di tutti? Dove finisce la privacy?
«Chi desidera l’assenza, la ottiene. Ne ha tutti i mezzi. Io dico sempre a chi si lamenta di essere finito in Rete: comincia a non far rumore, nessuno ti noterà».

Hacker, parcelle super per i cacciatori di bug che scoprono falle nei sistemi

Il Messaggero

di Laura Bogliolo


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ROMA - Li chiamano i «cacciatori di bug», hacker pronti a monetizzare le proprie capacità informatiche venendo in aiuto dei colossi del web. Google negli ultimi tre anni ha stanziato due milioni di dollari a favore di giovanissimi esperti che hanno segnalato vulnerabilità nel sistema del gigante di Mountain View che ha creato iniziative come Chromium e Google Web Vulnerability Reward Programs per coinvolgere gli utenti, trasformati in sentinelle online pronte a testare la sicurezza dei programmi. Chris Evans e Adam Mein, security Program Manager, hanno recentemente annunciato una novità che piacerà molto agli smanettoni del web: in alcuni casi i premi, i cosiddetti «bonus» per segnalazioni di bug sono stati quintuplicati da BigG fino ad arrivare a 5mila dollari.

Anche Facebook, il social network da oltre un miliardo di utenti, prevede ricompense attraverso il programma Bug Bounty per chi segnala errori di programmazione che possono spianare la strada ad attacchi informatici. Si va dai 500 dollari fino a 20mila dollari di ricompensa: in due anni il social network ha stanziato due milioni. La segnalazione viene esaminata prima da un team di esperti di Facebook che dovrà convalidare l’effettiva utilità degli avvisi ricevuti. L’80% degli hacker o semplicemente esperti informatici che ha aiutato Facebook a consolidare la propria sicurezza non risiede negli Stati Uniti, uno di loro ha 13 anni. Non è andata bene, invece al giovane hacker palestinese Khalil Shreateh. Ha scovato un bug sul social network, non ricevendo risposta dal team di Facebook ha compiuto il passo estremo: ha osato hackerare il profilo Facebook di Mark Zuckerberg postando all’interno un messaggio. Niente ricompensa, ovviamente.


Lunedì 16 Settembre 2013 - 11:14
Ultimo aggiornamento: 11:41

Medico precario in Italia va in Inghilterra e diventa il "re dei bisturi": «Non torno più»

Il Messaggero

di Gabriele Pipia


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MARTELLAGO - Oggi la Bbc manderà in onda uno speciale radiofonico dedicato ad un noto cardiochirurgo pediatrico, raccontando tutti progetti di questo affermato professionista. Giovedì prossimo si ripeterà, addirittura con un documentario di un'ora. Nulla di strano e di eclatante, è normale che il principale network britannico si interessi alle eccellenze sanitarie del Regno Unito. Ma la notizia davvero singolare è che il medico in questione ha solo 36 anni, un percorso didattico condotto tra Mestre e Padova, ed è originario di Olmo di Martellago. Nel Miranese è cresciuto, poi a 19 anni ha capito che quel paesino cominciava a stargli stretto.

IL TRASFERIMENTO 
  Per dar sfogo alle proprie ambizioni doveva trasferirsi, prima a Padova e poi in Inghilterra. E da quel giorno Simone Speggiorin di strada ne ha fatta davvero tanta. Sono molti i giovani italiani che decidono di tentare l'avventura all'estero, ma pochi riescono ad affermarsi in un campo simile consacrandosi pure a livello internazionale. Nel settore il suo nome circola da tempo, perché Simone è il più giovane cardiochirurgo "strutturato" (dirige un'unità e ricopre un ruolo equivalente a quello italiano di primario) di tutta l'Inghilterra. Ma ad affascinare i media britannici è anche e soprattutto un progetto che lo vede in prima linea con un'associazione che si occupa di curare i bambini indiani colpiti da problemi cardiaci.

Dottor Speggiorin, come nasce l'opportunità di lasciare l'ambiente padovano e volare oltremanica? «Nel 2003 mi sono laureato in Medicina a Padova, nel 2009 ho completato la specializzazione in cardiochirurgia imparando moltissimo dal professor Giovanni Stellin, il mio primo mentore. Ma il mio sogno era quello di lavorare con i bambini, mi affascinava l'idea di curare i piccoli con malformazioni cardiache. E sapevo che prima o poi avrei dovuto andare all'estero per completare il mio percorso formativo».

In Italia non sarebbe stato possibile? «Non volevo ristagnare come precario in un sistema molto ma molto indietro, il problema è generale e non basterebbe certo solo una riforma della sanità. È per questo che ho deciso di mettermi in gioco all'estero. Dopo la specializzazione in Italia ottieni un diploma e sei legalmente abilitato a fare il cardiochirurgo, ma non è facile essere già formato e pronto per svolgere la professione».

Quindi, che è successo? «Tramite Giovanni Stellin, a cui devo moltissimo, ho conosciuto il professor Martin Elliott del Great Ormond Street Hospital di Londra, uno degli ospedali pediatrici più importanti d'Europa. Con lui ho scritto un articolo scientifico, evidentemente gli è piaciuto il mio modo di lavorare. E mi ha chiesto di seguirlo a Londra».

Un'occasione che lei ha deciso di prendere al volo, giusto? «Si, sono stato li per tre anni sub-specializzandomi in chirurgia tracheale e cardiochirurgica pediatrica. Poi è spuntata una nuova opportunità, un altro aereo da prendere al volo».

Ed è finito per un anno in India Bengalore, come mai? «In quell'area geografica la popolazione è vastissima e ci sono molti bambini, la quantità di malformazione al cuore è purtroppo molto elevata e quindi sapevo che li c'era bisogno di lavoro. I dottori indiani sono molto bravi ma come numero non bastano. L'India era il posto ideale per completare il mio training formativo».

Che esperienza è stata? «Bella, bellissima. Uno choc culturale, certo, ma mi è servita molto per testare davvero quello che potevo valere».

Dopo un anno si è presentata l'occasione di partire di nuovo, è stata una scelta difficile? «Mi hanno offerto due posti, a Leicester in Inghilterra e a Sidney in Australia. Ho scelto la prima per rimanere in Europa, per riavvicinarmi agli amici e alla famiglia».

E proprio a Leicester, nel cuore del Regno Unito, lavora tutt'ora. Di cosa si occupa? «Al Glenfield Hospital sono stato assunto come cardiochirurgo pediatrico. Ma faccio pure parte di una charity con un gruppo di dottori da tutto il mondo che vanno in India ad operare bambini».

Come si struttura questo progetto? «La charity è nata proprio a Leicester, tre o quattro volte all'anno andiamo in India a curare questi bambini che altrimenti morirebbero. Spesso appartengono a famiglie che vivono in grandi condizioni di povertà e non si possono permettere alcuna spesa. Così il costo delle cure viene suddiviso tra l'ospedale indiano e la nostra charity, denominata "Healing Little Hearts"».

Quali sono le più grandi differenze tra il sistema sanitario italiano e quello inglese? «Quello britannico è organizzato in maniera maniacale ed è più meritocratico, se sei bravo è più facile che vai avanti». E dell'Italia cosa le manca? «La famiglia e la colazione con brioche e cappuccino, stop. La maggior parte dei miei vecchi amici è già all'estero».

Tornerebbe? «No, non avrebbe senso. Pensi: tre anni fa feci domanda per un concorso in Italia, mi hanno risposto la settimana scorsa. Assurdo. Ora sono in una curva ascendente, tornare significherebbe rimettersi in coda. Per fortuna il mondo è grande e pieno di opportunità».


Domenica 15 Settembre 2013 - 20:10
Ultimo aggiornamento: Lunedì 16 Settembre - 11:57

L'Alfa di Nuvolari venduta all'asta per 7 milioni di euro

Corriere della sera

È un record per il marchio del Biscione. La vettura ha partecipato a 8 Gran Premi

Cattura
È stata venduta per poco più di 7 milioni di euro - una cifra record- all’asta di Bonhams del Goodwood Revival in Inghilterra, l’Alfa Romeo 8C-35 del 1935 di Tazio Nuvolari.

PERFETTAMENTE CONSERVATA- La vettura portata in gara dal mantovano volante, in rosso vinaccia perfettamente conservata era considerata in assoluto una delle auto «Grand Prix» con la storia più importante e il palmarès più prestigioso. Nonostante secondo gli esperti di Bonhams in questo momento le monoposto siano meno richieste e quotate delle auto da due o quattro posti, alcuni modelli come questo continuano ad essere ricercatissimi: il collezionista inglese Anthony Mayman se la aggiudicò per 2.850.000 dollari nel 1989, anche per quei tempi un vero e proprio record per una vettura da Grand Prix, e da allora è passata di mano altre due volte.
L'Alfa Romeo di Nuvolari venduta all'asta per 7 milioni di euro L'Alfa Romeo di Nuvolari venduta all'asta per 7 milioni di euro L'Alfa Romeo di Nuvolari venduta all'asta per 7 milioni di euro L'Alfa Romeo di Nuvolari venduta all'asta per 7 milioni di euro L'Alfa Romeo di Nuvolari venduta all'asta per 7 milioni di euro

LA SCUDERIA FERRARI-L’8C-35 supercharged era una delle vetture del team «Scuderia Ferrari» fondato da Enzo Ferrari nel 1929 che correva con automobili fornite esclusivamente dalla Alfa Romeo, rappresentando il reparto corse della casa automobilistica del biscione: l’auto partecipò ad otto Gran Premi prima di essere portata alla vittoria da Nuvolari nella Coppa Ciano del 1936. Secondo Bonhams, la cifra raggiunta dall’auto di Nuvolari in questo appuntamento del Goodwood revival rappresenta un vero e proprio record per un’Alfa e il secondo prezzo più alto cui è stata venduta una vettura all’asta in Europa. Il compratore rimane anonimo visto che l’offerta non è arrivata dalla sala ma telefonicamente.

15 settembre 2013 (modifica il 16 settembre 2013)

Fiamme da «Necci», il ristorante di Pasolini

Corriere della sera

Trovate tracce di liquido infiammabile. È la seconda volta: nel 2009 era stato totalmente distrutto da un attentato


Cattura
ROMA - Fiamme nella notte a Roma allo storico ristorante «Necci» al Pigneto, in via Fanfulla da Lodi 68. Due porte del locale sono rimaste lievemente danneggiate dal rogo che, probabilmente, ha natura dolosa. I rilievi in quello che un tempo era un bar, Pasolini girò alcune scene di Accattone sembrano, al momento, confermare la pista dell’incendio doloso: i carabinieri della compagnia Casilina intervenuti sul posto, infatti, hanno trovato tracce di liquido infiammabile. Nessuno è rimasto ferito.

MACCHINA IN FUGA- Le fiamme sono divampate davanti alla porta di ingresso ma il rogo si sarebbe autoestinto dopo pochi minuti senza provocare grossi danni. Alcuni testimoni avrebbero visto una macchina allontanarsi poco dopo l’incendio.

REGOLARMENTE APERTO - «Pochissimi danni ma tanta rabbia - spiega il titolare Massimo Innocenti - Poteva andare molto peggio: si è trattato di un tentativo di incendio, per fortuna fallito. Il locale è regolarmente aperto: così rispondiamo alla nuova intimidazione».

ATTENTATO - Non è la prima volta, infatti, che il locale - inaugurato nel 2007 grazie ad un restauro filologico di quel bar che ospitò Pier Paolo Pasolini durante il casting e alcune riprese del film «Accattone» - è colpito dalle fiamme.Nel marzo del 2009 il ristorante, il locale fu oggetto di un attentato con pile di copertoni davanti a ogni ingresso, collegate tra loro stracci imbevuti di liquido infiammabile

(GUARDA LE FOTO). Il rogo distrusse quasi completamente il locale che, però, fu riaperto a tempo di record: appena due settimane.


16 settembre 2013 | 12:35

Piaggio Ape Calessino, tre ruote d'autore: a bordo l'atmosfera di Ischia o Portofino

Il Messaggero

di Antonino Pane



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MILANO - Tre ruote è meglio di due, specialmente quando sei in vacanza. E se poi aggiungi il vantaggio che puoi portare anche gli amici al seguito, allora la scelta diventa quasi uno stile di vita. Ape Calessino mette i pataloncini e si presenta come la proposta giovane del gruppo Piaggio per l'estate 2013. Robusto, maneggevole, fresco: Calessino ha ora una motorizzazione da 200 centimetri cubici e mantiene la possibilità di ospitare due passeggeri sul divano posteriore oltre al guidatore. Insomma una versione Smart, giovane nello spirito e moderna nel look, un mezzo che porta in famiglia lo spirito puro della vacanza quello che si respira a Ischia, Portofino, Forte dei Marmi, Cannes o nelle isole greche.

La storia. Due milioni di esemplari venduti, Ape è una vera e propria icona del trasporto leggero. Concepito per le piccole attività commerciali e perfetto per il trasporto merci anche negli ambiti urbani più angusti, Ape si è sempre contraddistinto, sin dalle sue origini, anche come veicolo alternativo e un po' snob per la mobilità delle persone e veicolo sempre pronto ad adattarsi alle più disparate personalizzazioni. Fu così che negli anni ruggenti del boom economico Ape Calessino (presentato nel 1949) rivoluzionò il trasporto passeggeri diventando parte del paesaggio nei luoghi più incantevoli delle città d'arte e delle riviere mediterranee. A Ischia, ad esempio, fu adottato subito come mezzo di trasporto urbano pubblico: la Grand parte dei taxi comunali sull'isola verde è una licenza rilasciata al Calessino. A partire dagli anni '50, Ape Calessino costruì il suo fascino senza tempo legando la sua immagine ai fotogrammi della Dolce Vita, ai divi americani in vacanza in Italia.

L'evoluzione. Piaggio ha lasciato intatta la struttura ma ha lavorato molto sul comfort. Anche il nuovo Ape Calessino 200 è progettato per ospitare comodamente due passeggeri più il guidatore. L'originalità del progetto si distingue grazie alla sua personalità e a un design unico nel suo genere che, dopo aver dato al mondo una esclusiva interpretazione del trasporto urbano, si ripropone in veste estetica e dotazione tecnica modernissime. Ape Calessino 200 si rinnova profondamente anche nell'estetica per essere sempre moderno e attuale, pur senza mai tradire la sua lunga tradizione e sempre richiamando gli elementi stilistici che hanno reso Ape un'icona amata in tutto il mondo.

Le linee morbidamente retrò del nuovo Ape Calessino 200 sono un lungo ed elegante gioco di citazioni: dalla forma tondeggiante del copriruota anteriore, ai montanti della capote in acciaio, al tappo della benzina a vista, fino alla fanaleria posteriore in tre distinti pezzi circolari. Giovane nello spirito e moderno nel look, Ape Calessino 200 adotta nuove eleganti colorazioni e nuove finiture. La livrea è proposta in tre cromie: Western Red, Artic White e Charming Blue. Le quattro porte e la capote, facilmente apribile e richiudibile, sono realizzate in tela impermeabile e lavabile in raffinato color beige, e montate su strutture in tubi di acciaio inox lucidato. La comoda selleria, realizzata nello stesso colore della tela di porte e capote, è dotata di cinture di sicurezza di tipo addominale e accoglie i due passeggeri più il guidatore in un ambiente che richiama subito la spensieratezza e il quieto vivere delle migliori vacanze. A bordo non mancano comodità per guidatore e passeggeri come le tasche di cortesia in tela per riporre oggetti all'interno delle porte e un ampio vano portaoggetti sotto la seduta del guidatore.

Insomma Ape Calessino 200 è l'omaggio di Piaggio alla storia di un veicolo unico e una proposta esclusiva per la mobilità in ambienti assolutamente chic, è icona di uno stile di vita. La capote apribile invita a godere dell'aria aperta e del paesaggio anche per brevi tragitti, il robusto motore monocilindrico a quattro tempi lo rende parco nei consumi e agile per muoversi anche negli ambienti più angusti. Le sue dimensioni, nuove e ridotte, lo rendono agile e maneggevole, ancora più a suo agio in ogni situazione.

La tecnica. Le tradizionali caratteristiche di robustezza e maneggevolezza di Ape, garantite dal ridotto raggio di sterzata, dal cambio manuale e dall'infaticabile nuovo propulsore monocilindrico da 200 cc, 4 tempi, capace di sviluppare una potenza di 7,5 kW. Calessino 200 è dotato del classicissimo cambio a quattro marce (più retromarcia). La motorizzazione scelta rende Calessino 200 guidabile in Italia a 16 anni con patente A1 e a 18 anni con la normale auto patente B. La nuova proposta della gamma Ape, pensata per il mercato europeo, diventa così più accessibile per accontentare una fascia sempre più ampia di utenti, aprendo loro le porte (elegantemente realizzate in tela, è ovvio) a un nuovo concetto di mobilità.

Il prezzo. Ape Calessino 200 è disponibile da subito su tutto il mercato europeo nella rete concessionari Piaggio al prezzo di 4.930 euro (Iva e trasporto esclusi).

Genitori naturali, il “segreto” cade dopo venticinque anni

La Stampa

Oggi deve passare un secolo prima di poter conoscere la famiglia d’origine: la legge sta per cambiare

lorenza castagneri
TORINO


Cattura
Cent’anni. Come dire mai. È il tempo che il Codice sulla privacy prevede che debba passare perché un figlio non riconosciuto possa scoprire chi sono i suoi genitori naturali. Una condanna per circa 400mila persone. Ragazzi e ragazze adottati da piccoli, uomini e donne ormai adulti che mai rinnegherebbero quella mamma e quel papà che li ha accolti e cresciuti, ma che non vogliono rinunciare a riempire il buco nero dato dall’incertezza delle proprie origini.

Dicono che sia un’esigenza che sentono tutti prima o poi. Un desiderio finora irrealizzabile, per quelli che una volta chiamavano “i figli di n.n.”. Qualche mese fa, la deputata del Pd Luisa Bossa ha presentato una proposta di modifica della legge su adozione e affidamento dei minori. Che, tra l’altro, nemmeno parlava del tetto dei 100 anni (introdotto nel 2003), ma dava per assodato che non si doveva sapere mai.

La proposta punta a vincolare il segreto per 25 anni. Trascorso questo tempo, i figli non riconosciuti potranno rivolgersi al Tribunale dei minori per richiedere l’accesso alle informazioni sulla propria origine: la procedura di adozione, i dati sanitari, la permanenza in istituti, per esempio. Per rendere nota l’identità dei propri genitori naturali toccherà allo stesso tribunale chiedere il consenso agli interessati. Due le vie possibili a questo punto: confermare l’anonimato oppure revocarlo. «Una soluzione di compromesso» commenta la deputata Bossa. E spiega: «Da un lato si tutela il diritto della madre a rinunciare a riconoscere al proprio figlio, un diritto civile conquistato dopo anni e anni di battaglie. Dall’altro, viene garantita ai figli la possibilità di ricostruire la propria identità».

La proposta di legge – ora in seconda Commissione giustizia – prevede anche che, qualora la madre sia deceduta e il padre sconosciuto o, anche lui, deceduto, il tribunale, attraverso una propria indagine, possa comunicare al figlio la presenza di eventuali patologie ereditarie trasmissibili. «Informazioni – rimarca Bossa – talvolta fondamentali e che oggi purtroppo sono negate». Con la modifica si creerebbe una situazione di parità nell’accesso alle origini, tra i figli non riconosciuti e quelli riconosciuti, a cui la riforma dell’adozione formulata con la legge 149 del 2001, già dava la possibilità di richiedere, al Tribunale dei minori, il nome dei genitori naturali una volta compiuti 25 anni.

Sulla questione, nel 2012, la Corte europea per i diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia affermando che la legge attuale è troppo sbilanciata a favore degli interessi della madre, a discapito di quelli del figlio. Ma ad oggi l’unica strada per ricostruire le proprie origini è affidarsi al web. Faegn (Figli adottivi genitori naturali), nato 12 anni fa per iniziativa di Luisa Di Fiore, come Astro Nascente, è uno dei siti a cui si rivolge chi vuole rintracciare i genitori naturali: migliaia le richieste di aiuto. Ci sono decine di appelli nuovi quasi ogni giorno.

Qui come sui forum, nei blog e sui social network. Nel 2008 è nato anche il Comitato nazionale per il diritto alla conoscenza delle origini, che da anni si batte perché la legge che impone la “punizione dei 100 anni”, come la chiama qualcuno, venga modificata. «Un principio anacronistico e punitivo - lo bolla la presidente Anna Arecchia - Perché non è possibile - che ci siano persone condannate a crescere senza poter conoscere la loro storia».