sabato 21 settembre 2013

IPhone 5S, anche le impronte digitali di un gatto sbloccano il Touch ID

Il Messaggero

di Laura Bogliolo


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ROMA - Il sensore di rilevamento digitale Touch Id del nuovo iPhone5s di Apple funziona anche se usato da un gatto. Un video che in un giorno ha totalizzato oltre 200mila visite su YouTube mostra come la zampetta di fido sia davvero efficace nello sbloccare lo smartphone di Cupertino. Una falla nel sistema? Non proprio assicura il team di TechCrunch che ha testato il micio come fosse un utente qualunque, mentre sul web nasce il "concorso" tra hacker per sconfiggere la sicurezza dell'iPhone 5S.

L'iPhone5s è il primo prodotto apple ad avere uno scanner per il riconosciemtno delle improtne digitali. L'obiettivo è quello di rendere più sicuro lo sblocco del cellulare, senza dover inserire codici. Le impronte vengono registrate e gelosamente custodite nel cellulare. Si evitano condivisioni sui server Apple, su iCloud proprio per evitare possibili furti di identità. Il touch id sensor, posizionato sul tasto home dell'iPhone5s, riesce a scansionare la pelle a 360 gradi. Ed è così sensibile da carpire anche le pieghe dei cuscinetti di una zampetta di un gatto.


Quali possono essere le conseguenze di questa scoperta? Quel che è certo è che oramai il metodo delle password sembra essere sul viale del tramonto. Recentemente Heather Adkins manager dell'Information security di Google ha affermato che "le password sono morte". Adkins raccomanda alle start-up, alle future generazioni di cervelloni che vogliano avere un posto nel mercato dell'hi-tech di concentrarsi soprattutto sulla sicurezza e di abbandonare l'arcaico metodo delle password per proteggere i dati. Ecco così che da Motorola (acquisita da Google) arriva la nuova tecnologia wearable compunting, una nuova filosofia di vita cybernetica con strumenti necessari ad accedere ai device che si possono indossare. L'ultima trovata è un tatuaggio che consentirebbe di riconoscere l'utente semplicemente avvicinando il cellulare al tatuaggio.


laura.bogliolo@ilmessaggero.it
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Venerdì 20 Settembre 2013 - 15:56
Ultimo aggiornamento: 21:20

Quel regalino alla Puppato: buonuscita da 26mila euro

Redazione - Sab, 21/09/2013 - 07:48

Due assegni di fine mandato ad altrettanti consiglieri regionali approdati, dalle ultime elezioni Politiche, ai banchi del Parlamento nazionale

Due assegni di fine mandato ad altrettanti consiglieri regionali approdati, dalle ultime elezioni Politiche, ai banchi del Parlamento nazionale.


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Si tratta di Andrea Causin, ex consigliere regionale di Verso Nord ed ora deputato di Scelta Civica, e di Laura Puppato (nella foto), ex capogruppo in Consiglio regionale del Pd ed ora senatrice Pd. A Causin verranno liquidati poco più di 70mila euro lordi per otto anni di Consiglio regionale, a Puppato circa 26mila euro. Causin è stato consigliere regionale tra il 15 aprile 2005 e il 25 marzo 2013 e percepirà 70.444 euro, Puppato 26.078 euro. Si tratta di cifre lorde. Naturali le polemiche e l'indignazione suscitate dalla «buonuscita» dei due consiglieri regionali diventati parlamentari. Causin ha replicato: «Sono le regole che ho trovato e che, nel corso del tempo, abbiamo modificato riducendo i parametri di calcolo. Ricordo che nel 2005 il mio cedolino da neo consigliere regionale era di 11.700 euro, nel 2013 quando ho lasciato Palazzo Ferro Fini era di 7.600». Alla faccia dei tagli.

Se inquina De Benedetti nessuno tocca l'azienda

Stefano Filippi - Sab, 21/09/2013 - 07:58

A Vado Ligure i morti per tumore sono il doppio della media nazionale, come all'Ilva. Ma non è scattato alcun provvedimento sulle centrali a carbone di cui è socio l'Ingegnere

A Vado Ligure, alle porte di Savona, si registrano mille morti in più per cancro rispetto ai parametri scientifici presi a riferimento. Lo certificano gli esami epidemiologici compiuti dai consulenti della procura di Savona.


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Secondo un'altra fonte, l'Istituto tumori di Genova, nel decennio 1988-98 a Vado sono morte di cancro 112 persone su 100mila contro una media nazionale di 54, più del doppio. Nel confinante capoluogo si scende di poco: 97 su 100mila. I cittadini, gli ambientalisti, gli esperti, la magistratura, perfino la curia puntano il dito sulla centrale a carbone della Tirreno Power, che da quarant'anni brucia fino a 4.000 tonnellate di carbone al giorno.

La storia va avanti dal 1971, quando Enel inaugura la centrale che produce energia elettrica. Trent'anni dopo, nel novembre 2002, l'impianto passa a Tirreno Power, una cordata di imprenditori tra i quali primeggia Carlo De Benedetti, che però non ne ha il controllo. Viene avviato un piano di rinnovo, due gruppi termici su quattro vengono riconvertiti a gas ma sono quelli alimentati anche a olio combustibile; le unità a carbone (330 megawatt ciascuna) bruciano ancora. Ci vogliono gli ambientalisti di Greenpeace per attirare l'attenzione sulle due enormi ciminiere bianche e rosse che scaricano nell'aria enormi quantità di polveri sottili: è il luglio 2009.

Passano altri due anni e la procura di Savona apre un fascicolo per omicidio colposo, lesioni colpose e disastro ambientale. Il procuratore Francantonio Granero e i sostituti Chiara Maria Paolucci e Danilo Ceccarelli assegnano una consulenza a tre medici: un primario dell'Istituto dei tumori di Milano, uno dell'Istituto tumori di Genova e uno pneumologo dell'ospedale di Savona. La perizia è stata depositata a fine giugno e l'altro giorno sono filtrate indiscrezioni sui risultati.

Il procuratore Granero ha confermato che ora si dedicherà a valutare le eventuali responsabilità della Tirreno Power. È un copione già visto, per larghi tratti, a Taranto per l'Ilva. La politica tace, la magistratura agisce, pochi ne parlano finché non scattano provvedimenti clamorosi che in Liguria non sono stati adottati. Niente sequestri, niente arresti, niente confische. Mancano ancora conferme sui legami tra emissioni della centrale termica ed effetti sulla salute pubblica. I legali della Tirreno Power sostengono che la perizia «è una consulenza di parte», priva di contraddittorio, che non tiene conto di altri dati ambientali disponibili.

A differenza che a Taranto (e nelle altre acciaierie del gruppo Ilva), a Vado Ligure la battaglia legale è appena agli inizi. E a differenza che a Taranto, dove la famiglia Riva non godeva di grandi appoggi, in Liguria la Tirreno Power (che è il quarto produttore elettrico nazionale) sfrutta un ampio sostegno trasversale, un intreccio tra politica e imprenditoria che fa da scudo alla gigantesca centrale, una delle 13 ancora alimentate a carbone in Italia.

C'entrerà il fatto che la sinistra governa Vado Ligure ininterrottamente dal dopoguerra? Potrebbe essere: non sarebbero gli unici legami tra partito, amministrazioni pubbliche e attività imprenditoriali. Anche l'attuale primo cittadino, Attilio Caviglia, è un uomo di sinistra pur essendo stato eletto in una lista civica: era il vice del suo predecessore, Carlo Giacobbe (Pd). E nel voto è stata determinante la politica ambientale e il futuro della zona industriale e portuale.

C'entrerà anche la presenza nella compagine azionaria di Carlo de Benedetti? L'editore di Espresso e Repubblica controlla il 39 per cento della centrale attraverso Sorgenia (gruppo Cir). Tirreno Power appartiene a due società al 50 per cento: da un lato i francesi del gruppo Gdf Suez, dall'altro Energia Italiana Spa. Le cui quote sono così ripartite: 78 per cento a Sorgenia, 11 per cento ciascuna alle multiutility quotate Hera e Iren, ex aziende municipalizzate di città storicamente in mano alla sinistra come Torino, Genova, Bologna e l'intera dorsale emiliano-romagnola. Anche Legambiente è socia di De Benedetti: ha il 10 per cento della società Sorgenia MenoWatt che si occupa di soluzioni per l'efficienza energetica.

Antagonismo Geriatrico Rodotà: "Br comprensibili" E pensare che Pd e grillini lo volevano al Colle

Libero

Rodotà soffia sul fuoco dei No Tav: "La lettera delle Br è comprensibile", Alfano:"Parole gravissime" L'ex garante "comprende" il messaggio dei brigatisti agli attivisti della Val di Susa: "Bisogna bloccare i lavori"



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"La lettera delle nuove Brigate Rosse, in cui si auspica che il movimento no Tav faccia uno scatto politico - organizzativo è deprecabile, ma comprensibile". Stefano Rodotà come Erri De Luca. Il fronte dei "No Tav" continua a raccogliere endorsement pesanti. Rodotà con le sue parole di fatto sposa la linea delle nuove Br e la definisce "comprensibile". Le parole di Rodotà hanno fatto infuriare il ministro degli Interni, Angelino Alfano:

"Mi pare intollerabile che un candidato alla presidenza della repubblica possa dire questo mentre i nostri poliziotti sono impegnati a difendere e proteggere il cantiere e i lavoratori delle ditte sono lì a rischiare la vita. Mi chiedo se non ci sia da temere il ritorno di cattivi maestri". Rodotà, candidato al Colle per il Movimento Cinque Stelle, e per tanti anni Garante della privacy, giurista, cerca di raccogliere consensi tra antagonisti, no tav, ex rifondazione comunista e 5 Stelle. Le parole di Rodotà hanno un obiettivo ben preciso, ottenere la simpatia di alcune nicchie di elettorato.
 
Mosse elettorali - Tra pochi giorni, il 12 ottobre Rodotà  sfilerà per le vie di Roma con Maurizio Landini per presentare un nuovo movimento "di sinistra" che dovrebbe riunire le anime "rosse" che non si riconosco nè in Sel nè nel Pd.  Così Rodotà "cavalca" la Tav: "In Italia - ha affermato - dovremmo prendere atto di quanto stia avvenendo a livello internazionale e riaprire una riflessione politica più ampia sull'infrastruttura, a maggior ragione in un momento di fibrillazione sociale molto forte, in cui non sarebbe giustificabile un impiego consistente di capitali in un'impresa che rischia di rimanere sospesa".

Infine il giurista punta il dito contro il governo delle larghe intese: "Un esecutivo sotto ricatto, che si fa dettare l'agenda politica da una sola parte della maggioranza, è un rischio per la democrazia. C'è un azzardo all'origine delle larghe intese perché si sapeva fin dall'inizio che i problemi personali di Berlusconi avrebbero influenzato le scelte di questo governo, riducendone la stabilità e alimentando la sfiducia dei cittadini". Rodtà infine ha cercato di rettificare le sue parole sulle Br: ""Ogni manifestazione di violenza ha da parte mia il piu' assoluto dissenso. La mia storia e' una storia di contrapposizione alle Br"


.(I.S.)

La proposta di Delrio: "Voglio un ministro di colore all'Economia"

Libero

Il ministro agli Affari territoriali vuole un ministri "neri e gialli" nei dicasteri chiave: "Solo così l'Italia può essere un Paese normale..."


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"Cècile Kyenge dovrebbe guidare il ministero dell'Economia, solo così l'Italia può diventare un Paese normale". Il ministro per gli Affari Territoriali, Graziano Delrio ha già iniziato il suo personalissimo "rimpasto" di governo. Secondo Delrio sulla poltrona di via XX settembre dovrebbe sedere un ministro di colore. "Siamo molto felici di avere un ministro all'Immigrazione come Cecile Kyenge, ma questo Paese sara' ancora piu' normale quando avra' un ministro nero o giallo, all'Economia o in un altro dicastero simile", ha affermato Delrio. A giudicare da come il ministro dell'integrazione sta gestendo il suo mandato, qualche perplessità sulle sue capacità di guidare un dicastero chiave come il Tesoro, è lecita.

Marketing Kyenge - La Kyenge ha interpretato il suo mandato come una grande operazione di "marketing". Viaggi e visite in ogni città o piccolo comune d'Italia. Una sfilza impressionante di cittadinanze onorarie, e una serie di proposte di legge che , va detto, hanno trovato poco consenso nel mondo politico. Lo ius soli ha subito spaccato la maggioranza, poi è arrivata l'idea di abolire sui moduli scolastici le parole "padre" e "madre" con "genitore1" e "genitore2" (il tutto per aprire un varco per le adozioni degli omosessuali), infine è arrivata anche la proprosta di dare "uno status giuridico" ai rom. Se queste sono le premesse, date qualunque ministero alla Kynege ma non quello dell'Economia o del Lavoro.

Il ministro italo-congolese potrebbe ad esempio destinare risorse maggiori, come assegni familiari, oppure sussidi di disoccupazione agli immigrati. Ovviamente dimenticando, come spesso fa, le esigenze e soprattutto i bisogni degli italiani. L'integrazione deve esserci. Nessuno lo mette in dubbio. Ma come processo naturale, storico e socio-politico. Non per imposizione a colpi di decreti legge. O magari dando il ministero dell'Economia a un ministro solo per il colore della pelle.

 (I.S.)

Scie chimiche e nuove bufale Il dibattito impossibile

La Stampa

Ecco cosa accade a chi smonta scientificamente una “teoria” diffusa in Rete

silvia bencivelli


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Le scie bianche rilasciate dagli aerei, che di tanto in tanto può capitare di vedere alzando gli occhi al cielo, non sono la prova di un complotto globale ordito ai danni degli abitanti di questo Pianeta, ma una leggenda nata nel 1997 negli Stati Uniti a scopi sostanzialmente pubblicitari. È stato per aver raccontato questa storia – e ricordato alcune verità scientifiche basilari e condivise – che la sottoscritta, autrice dell’articolo comparso sull’ultimo numero del supplemento de La Stampa «Tuttogreen», è diventata il bersaglio di centinaia di mail contenenti insulti e minacce.

Da «Ammazzati», a «Quelli come te fanno una brutta fine», da «Sei un burattino», una «Venduta», una «Vergogna per il genere umano» al più ovvio, e desolante, «Put…» (trattandosi di giornalista femmina, quasi scontato). Non sono arrivati solo insulti espliciti. Ci sono stati quelli che hanno rabbiosamente invocato il beneficio del dubbio, ma impiegando una pletora ingiustificata di punti esclamativi. E quelli, numerosissimi, che hanno avanzato il sospetto che, oltre alla canonica retribuzione del collaboratore da parte del giornale, ci sia stato un pagamento da parte di entità misteriose: è servito a poco far notare che in questo caso avrei scelto di firmare con uno pseudonimo (magari al maschile), e che comunque sotto questo stesso cielo ci vive anche l’intera redazione de La Stampa. 

Infine, ci sono stati quelli sinceramente preoccupati dalle «cose che si leggono su Internet», magari offesi dal tono «saccente», sentendosi trattati da «ignoranti o stupidi» e in generale desiderosi di avere un ulteriore chiarimento sulle scie bianche rilasciate dagli aerei. A questi ultimi ho provato a rispondere. Dagli Anni Cinquanta del secolo scorso si è cercato di capire perché a volte gli aerei rilascino scie bianche nel cielo e a volte no: la risposta è che ad altitudini di dieci chilometri, dove volano gli aerei di linea e la densità dell’aria è circa un quarto rispetto a quella qui in basso, le condizioni di temperatura e umidità sono molto mutevoli. Il vapore acqueo contenuto nel gas di scarico degli aerei, perciò, può solidificare e rendersi visibile da terra, oppure no. Del resto, le stesse nuvole a volte si formano e a volte no, e quando si formano hanno aspetti diversi tra loro e sono più o meno persistenti nel tempo. 

Negli ultimi decenni il traffico aereo mondiale è aumentato. Tutti noi voliamo con una frequenza molto superiore rispetto a quando eravamo bambini, che il cielo era azzurro e le nuvole le potevi toccare. Allora perché ci stupiamo che lo facciano altri terrestri? E quindi che il cielo sia ovunque solcato da un numero di aerei crescente? Ma poi, a chi spetta l’onere della prova? A chi afferma da anni l’esistenza di un piano di sterminio globale dell’umanità (assai inefficiente, verrebbe da dire) o a chi non ne trova la ragione, né riesce ad avere uno straccio di fonte attendibile sul dottor Stranamore di turno?

Anche sul perché di tante, davvero tante, mail aggressive che sono volate sulla testa di chi ha raccontato la bufala delle scie chimiche si può trovare una risposta scientifica. In parte ce l’ha data Karl Popper negli Anni Settanta: gli uomini tendono a cercare una risposta esterna ai fenomeni del mondo, e se un tempo per le cose negative c’erano gli dei capricciosi e potenti dell’Olimpo, oggi ci sono sinistri gruppi di potere fatti da personaggi misteriosi che non possono smettere di tormentarci solo perché nessuno li ha mai visti. Non è un argomento sufficiente. Non solo: immaginarsi un grande complotto ci deresponsabilizza e ci offre una spiegazione facile per fatti, talvolta anche dolorosi, a cui è difficile trovare un senso. 



Perché siamo disposti a credere a tutto
eugenia tognotti

La Stampa


Molte cose colpiscono negli allarmi dei teorici delle cospirazioni che evocano ogni sorta di trama scellerata, dalle scie chimiche all’uso dell’epidemia A/H1N1 come arma biologica, intenzionalmente utilizzata per una drastica riduzione della popolazione mondiale. La prima, la più banale, è la stupefacente facilità con cui tante persone - in un’èra segnata dal progresso della tecnologia e della scienza- sono disposte a prendere per oro colato le più sgangherate teorie del complotto come quella di una congiura internazionale microchip nel corpo umano (divulgata in Italia dal M5S); o del «complotto lunare» secondo il quale i capi della Nasa falsificarono completamente l’atterraggio dell’uomo sulla Luna, in una cospirazione condotta, manco a dirlo, con la collaborazione del Governo degli Stati Uniti.

Ma ad imporsi - oltre al numero e alla lunga durata di alcune strampalate teorie - è la disinvoltura con cui i loro seguaci ignorano le più schiaccianti «prove» scientifiche; e, in generale, il sospetto con cui guardano alla scienza e ai suoi metodi: quando si trovano di fronte a fatti inoppugnabili, che demoliscono le loro folli teorie, le assumono semplicemente come un’ulteriore prova dell’ingegno messo in campo per dimostrare il falso. 

Coloro che ne scrivono, con sprezzo del pericolo, sono considerati una pedina delle forze oscure e potenti che ordiscono le loro trame. Come quelle, per fare un solo esempio, che, secondo un’ipotesi complottista, hanno fatto scoppiare la prima epidemia di Hiv/Aids nel 1981: il mortale virus sarebbe stato creato dalla Cia nei laboratori militari per spazzare via gli omosessuali e gli afroamericani.

Le prove scientifiche sull’origine del virus non hanno scosso i seguaci, tra cui eminenti personaggi come il presidente sudafricano Thabo Mbeki e l’ecologista keniana Wangari Maathai, che approfittò dei riflettori internazionali per sostenere quella teoria, che fa a meno dei fatti: la comunità scientifica è quasi unanime nel ritenere che il virus è passato dalle scimmie all’uomo alcuni decenni prima della sua comparsa sulla scena. Nel clima di negazione e rifiuto della scienza, non manca, in alcuni casi, il ricorso a prove pseudoscientifiche come avviene per il presunto collegamento vaccini-autismo , che prende di mira l’avidità di Big Pharma. 

Al di là dell’interesse - che riguarda l’ambito della psicologia - per questa particolare forma di pensiero irrazionale e per il legame tra pensiero cospirativo e visioni del mondo anti-scienza, alcune di queste teorie complottiste non sono purtroppo innocue. Talora provocano danni alla società: basterà ricordare quanti genitori, allarmati dalla teoria - pur ampiamente smentita e dimostrata priva di fondamento - che i vaccini potessero avere un ruolo nell’autismo, hanno privato i loro bambini di un prezioso scudo protettivo contro gravi malattie.

Ma perché tante persone sono così pericolosamente inclini ad accettare le teorie della cospirazione? Forse - sostiene qualcuno - soddisfano alcuni requisiti fondamentali dell’uomo. Stando alla «gerarchia di bisogni» tracciata dallo psicologo Abraham Maslow, le ricche società occidentali hanno soddisfatto i bisogni più elementari (fame, sete, sonno, ecc.), cosa che ha fatto emergere i bisogni di ordine superiore, come quello della sicurezza (protezione, soppressione di ansie, preoccupazioni e paura. Quella dell’ignoto, per cominciare). Conoscere le «trame» e le congiure di oscuri e potenti personaggi darebbe l’illusione di riuscire a sconfiggerla. 

L'Ingegnere si tiene il bottino e "Repubblica" fa sciopero

Marcello Zacché - Sab, 21/09/2013 - 09:07

Il quotidiano oggi non è in edicola: l'azienda non vuole rivedere il piano per 80 esuberi nonostante i 494 milioni che Fininvest ha versato a Cir

I soldi di Berlusconi non arriveranno. Carlo De Benedetti se li tiene stretti. E la Repubblica fa sciopero: oggi il quotidiano non è in edicola e in cantiere ci sono già altri 10 giorni di agitazione.


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Al gruppo Espresso-La Repubblica ci avevano fatto conto: con i 494 milioni che la Corte di Cassazione ha definitivamente imposto alla Fininvest di versare alla Cir di Carlo De Benedetti, i giornalisti e i poligrafici della Repubblica pensavano che l'editore De Benedetti avrebbe potuto tornare sui suoi passi e rivedere il progetto appena annunciato di 80 prepensionamenti su 440 redattori. Lo avevano addirittura scritto sul loro giornale, con un comunicato del cdr (la rappresentanza sindacale dei giornalisti). Invece niente.

Il gruppo guidato da Monica Mondardini, qualche giorno fa, ha annunciato ai dipendenti che tra carta e digitale Repubblica potrebbe chiudere il 2014 in rosso. Servono 30 milioni, e 13,9 di questi sono stati individuati nei tagli ai giornalisti: 81 prepensionamenti. La reazione dei lavoratori è stata quella di chiedere lumi sul progetto editoriale e industriale che avrebbe accompagnato i tagli. Poi è arrivato il Lodo Mondadori, con la sentenza di Cassazione e i 494 milioni in più nella casse Cir (che controlla il gruppo). Ma l'azienda non ha voluto cambiare programmi: ha sì accettato un confronto, ma senza frenare. Anzi, iniziando le procedure per la richiesta dello stato di crisi. Di qui la protesta dei giornalisti, l'assemblea di ieri, lo sciopero e il pacchetto per altri 10 giorni da spendersi nelle prossime settimane.

Il confronto è anche giocato sui numeri. Non solo sui 494 milioni di Berlusconi. Ma anche sui dividendi (oltre 120 milioni), che Repubblica ha versato a Cir e dunque all'Ingegnere negli ultimi 5 anni. E pare anche su una multa di 220 milioni, comminata al gruppo in seguito a operazioni irregolari svolte sui titoli e sui dividendi, che però pesa sul bilancio del gruppo. Un procedimento in attesa di giudizio definitivo. Tutto questo messo insieme, per i dipendenti di Repubblica, giustificherebbe un atteggiamento perlomeno più collaborativo nei confronti di una redazione alla quale si chiedono oggi sacrifici. Tanto più ora che ci sono i soldi di Berlusconi. Almeno si conoscessero i piani industriali: la stessa accusa rivolta dai giornalisti del Corriere alla Rcs. Corriere che ha scioperato sabato scorso. Ora tocca a Repubblica.

Il Pd cambia le regole per fare felice la Coop

Andrea Zambrano - Sab, 21/09/2013 - 07:48

Due supermercati concorrenti uno a fianco all'altro? È la soluzione salomonica che il Comune ha trovato per risolvere la questione dei terreni confinanti di Coop Estense e Esselunga


Due supermercati concorrenti uno a fianco all'altro? È la soluzione salomonica che il Comune ha trovato per risolvere la questione dei terreni confinanti di Coop Estense e Esselunga. La vicenda, dopo 13 anni, approda in Consiglio comunale. In via Canaletto, Esselunga comprò un terreno da 44mila mq. Coop Estense, pagandolo uno sproposito, si accaparrò il terreno a fianco, di 8mila mq (nella foto). «Ci vogliono impedire di costruire il lo store», tuonò il patron Bernardo Caprotti nel libro Falce e Carrello. Per edificare serviva il parere favorevole di tutti i proprietari dell'area, tra questi il Comune, che ha un appezzamento sull'altro lato.

Consenso che la Coop rossa, che in quella via ha un vecchio supermercato, non ha ovviamente mai dato. Il terreno è rimasto incolto per 13 anni mentre infuriava una lunga battaglia giudiziaria. Ma i due non si sono mai messi d'accordo. Ora la svolta: il Comune fa una variante al Poc che spacchetta l'area e consente a ognuno di costruire indipendentemente dall'altro. Esselunga potrà finalmente avere il suo store. E Coop? Libera di alienare l'area o di edificarla con palazzine, i cui futuri residenti però andranno a fare spesa dall'odiato concorrente. A questo punto non resta che chiudere l'attuale supermercato ed edificarne un altro. Dice Andrea Leoni (Pdl): «Una scelta pilatesca che scontenta tutti».

Mariateresa De Magistris: «Mio marito promosso come sindaco ma in casa è una frana»

Il Mattino

di Maria Chiara Aulisio

L’intervista a Mariateresa de Magistris è la prima di una serie che prende il via oggi. Ogni sabato dedicheremo una pagina a mogli e compagne, ma anche a mariti e fidanzati, dei più noti personaggi napoletani. Cominciamo dal mondo istituzionale andando a esplorare la vita della first lady napoletana, Domande e risposte, curiosità, aneddoti e ricordi di vita. L’obiettivo è quello (mai con invadenza) di andare a curiosare nel privato altrui.



CatturaQuando si sono conosciuti, circa vent’anni fa, un giorno di gennaio, in un’aula del Tribunale di Catanzaro, Mariateresa Dolce, praticante avvocato, non avrebbe mai immaginato la piega che la sua vita stava per prendere. Corteggiamento serrato, due anni di fidanzamento, le nozze in un ex convento di Soverato e la prospettiva di vivere con un marito magistrato. Pranzo e cena quasi sempre insieme, cinema e teatro con gli amici, weekend in campagna: questo quanto desiderava concedersi una giovanissima signora de Magistris in compagnia del suo sposo Luigi. Una vita mediamente tranquilla, almeno per un po’. Giusto il tempo di cominciare ad assaporare il piacere di una condizione matrimoniale ”normale” fatta di legittime aspettative, progetti, desideri e tante emozioni da condividere in due. Eccola qui, invece, Mariateresa de Magistris, bella e sorridente a Palazzo San Giacomo, elegante ma sobria, quel genere di donna che gli inglesi definiscono «low profile», non facciamoci notare, schierata al fianco del marito-sindaco (o sindaco-marito?) ma ugualmente lucida e obiettiva quando si tratta di dire la sua. A costo di litigare.

Quanto è durata la vita «tranquilla»?
«Poco, anzi pochissimo. Le inchieste scomode sono arrivate quasi subito, altro che cinema, teatro e weekend. Corruzione nella pubblica amministrazione, criminalità e politica, arresti eccellenti, perquisizioni... Non ci siamo fatti mancare niente, anni di fuoco. Certo, lo sapevo bene che la vita con un magistrato avrebbe potuto riservare delle sorprese, ma se mi avessero detto quale sarebbe stato il mio futuro forse non ci avrei creduto».

Figuriamoci quando poi de Magistris le ha comunicato che lasciava la magistratura per la politica. Pure peggio. O no? «Se ci penso, ancora mi fa rabbia. Prima si è dimesso e poi me lo ha detto. Ma non basta. Perché lo ha fatto dopo solo tre mesi dalla decisione di cambiare mestiere e appena due prima che maturasse il minimo della pensione da magistrato. Ma non è questo il punto. Quello che mi è dispiaciuto di più è che abbia scelto di rinunciare alla sua passione. Luigi per me era e resta un magistrato».

 
sabato 21 settembre 2013 - 09:42   Ultimo aggiornamento: 09:43

Botte e insulti all'autista del bus a Roma: «Sporco italiano, fammi salire»

Il Messaggero

La richiesta a un semaforo, lontano dalla fermata


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«Sporco italiano». Con queste parole un cittadino marocchino ha aggredito e offeso l'autista di un autobus della linea urbana. È accaduto l'altro pomeriggio in via degli Eroi della Difesa.

Il bus, condotto dalla vittima dell'aggressione, è stato assaltato dallo straniero mentre era fermo ad un semaforo, lontano dalla fermata. L'uomo ha cominciato a picchiare con violenza sulle portiere della vettura, così il conducente, per scongiurare eventuali danneggiamenti, le ha aperte, ma a quel punto il giovane è salito sulla vettura, e, intrufolandosi nella cabina di guida, ha aggredito l'autista.

All'aggressione fisica sono seguite le offese verbali, quasi esclusivamente riguardanti la nazionalità (italiana) dell'autista, dopodiché l'aggressore è sceso dal mezzo e ha scagliato una pietra contro la vettura danneggiando un finestrino. Nel frattempo era stata allertata la polizia e in pochi minuti è arrivata una pattuglia del commissariato Spinaceto, diretto dal dott. Michele Peloso, che ha fermato l'aggressore. L'uomo è stato identificato e accompagnato in commissariato dove, a seguito della denuncia sporta dalla vittima, è stato denunciato per danneggiamento, violenza a pubblico ufficiale e violazione della legge che vieta tutte le forme di discriminazione razziale.


Venerdì 20 Settembre 2013 - 12:37
Ultimo aggiornamento: 21:27

Beatrice ti amo», messaggio in bottiglia dall'isola Tiberina a Fiumicino

Il Messaggero

di Giulio Mancini

Nell'epoca dei social network un innamorato si dichiara con una lettera d'amore affidata al Tevere e lanciata il 27 luglio


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Ha affidato il suo messaggio d'amore al fiume, sperando che un giorno qualcuno facesse arrivare a Beatrice la sua dichiarazione. Si firma Tito e ha datato al 27 luglio scorso la sua lettera galleggiante lanciata dall'Isola Tiberina. Quella bottiglia con il suo carico d'amore l'altro giorno è stata notata da Daniel, un marinaio del Porto Romano disteso sull'argine destro del Tevere a Fiumara Grande. L'operatore marittimo, ha intuito subito che quello poteva essere un messaggio affidato all'acqua: dal vetro scuro tappato traspariva il rotolo di carta scritta a penna. Così si è sporto dalla banchina e l'ha raccolto.

Una volta stappata, la bottiglia ha rivelato il suo pieno di sentimenti. In quei quattro fogli Tito, infatti, dichiara tutta la sua timidezza ed il suo pudore lanciando un messaggio ad una donna, Beatrice, che non si accorgerebbe di lui, che sembra esserle indifferente. "Abbiamo fatto una ricerca anche attraverso i social network per consegnare la lettera alla destinataria ma non ci siamo riusciti - riferisce il responsabile comunicazione del Porto Romano, Federico Bulleri - Speriamo tanto che attraverso i nostri sforzi quel grido d'amore raggiunga Beatrice".


Venerdì 20 Settembre 2013 - 16:33
Ultimo aggiornamento: 20:49

Sotto l'Air Terminal spunta la villa romana svelata una zona ricca di residenze imperiali

Il Messaggero

di Laura Larcan


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Se Garbatella, Ostiense e Valco San Paolo svelassero tutta un’altra storia antica inedita, fatta di residenze imperiali, scali portuali per attività commerciali, ville con magazzini, centri di estrazione di tufo e pozzolana. Fino ad oggi è stata tramandata l’immagine di un territorio suburbano desolato o confinato alla sola funzione funeraria, come sede di necropoli e sepolcri. «In realtà l’area si è rivelata anticamente caratterizzata da una straordinaria e affascinante vitalità, per certi aspetti inaspettata, dall’età arcaica, a quella repubblicana, imperiale e tardo antica», racconta la studiosa Barbara Roggio che ieri ha presentato per la prima volta il risultato delle sue ricerche al Museo Etrusco di Villa Giulia insieme alla Soprintendente per l’Etruria meridionale Alfonsina Russo Tagliente. Basta qualche esempio.

LE SCOPERTE
L’Ostiense potrebbe risolvere uno dei «cold case» dell’archeologia come gli «Horti Serviliani», la prestigiosa residenza di Servilia Cepione, amante di Giulio Cesare e madre del «cesaricida» Bruto. Finora la maggior parte degli archeologi li collocava nell’area del Vaticano, ma la Roggio avanza l’ipotesi che la villa potesse estendersi lì dove oggi spicca Eataly all’Air Terminal Ostiense. Anche la Garbatella vanta residenze prestigiose, come la villa di Cassio Longino, console del I secolo d.C. «patrono della città di Arles», i cui resti potrebbero essere identificati tra via Libetta e piazza Pantero Pantera sulla scia del ritrovamento di un’epigrafe onoraria. E a via Alessandro Cialdi spiccano cave di pozzolana. Una vicinanza al Tevere non casuale, reinterpretata completamente dallo studio: «Lungo tutta l’ansa del fiume, da San Paolo a viale Marconi, sono stati rinvenuti resti di banchine - dice la Roggio - piccoli approdi che potevano essere funzionali al trasporto delle risorse del territorio, proprio come il tufo e la pozzolana, materiali primari per la costruzione».

LE CARTOGRAFIE C’è voluto un complesso studio per ricostruire una mappa delle trasformazioni dei quartieri nei secoli. Barbara Roggio ha messo insieme per la prima volta dati archeologici, in parte inediti, frutto degli ultimi dieci anni di scavi, con fonti storiche e cartografiche d’archivio, dal 1400 ad oggi. Il tutto inserito in un sistema Gis (geographic Information systema) appositamente predisposto. «La possibilità di sovrapporre layers diversi è stata di grande aiuto nell’identificazione di siti noti per ora solo dalle fonti classiche o epigrafiche e ancora poco conosciuti», riflette la Roggio.

Non da ultimo, la studiosa ha fatto una ricognizione nei quartieri, alla ricerca di indizi archeologici ancora visibili, ma non identificati, inglobati tra case, piazze, bar e parcheggi. «Gli antichi cartografi descrivono rovine che oggi non sono più visibili, o sopravvissute solo in parte, per la massiccia operazione di urbanizzazione avviata dopo il 1870 quando all’area venne riconosciuta una destinazione operaia e industriale», avverte la Roggio. Un lavoro certosino pubblicato nel volume «Archeologia e Gis: uno studio diacronico delle trasformazioni dell’area Ostiense di Roma» (Universitalia Editrice). La caccia agli indizi ha portato a ipotesi eclatanti.

Nell’area dell’Air Terminal Ostiense i frammenti individuati (ambienti con nicchie) ricostruiscono un complesso monumentale che ha origine in età repubblicana e ampliato nel II secolo d.C. «Potrebbe trattarsi degli Horti Serviliani». La suggestione è forte. «Il sito venne occupato la prima volta dai Corneli, un ramo degli Scipiones - dice la Roggio - cui apparteneva la moglie di Cesare, Cornelia Cinnilla, e che porterà in dote a Cesare al momento delle nozze. Rimasto vedovo, Cesare lo dona a Servilia». Ma la storia si scopre anche passeggiando. A via delle Sette Chiese spiccano colombari all’interno di un bar. A Piazza Biffi, un ponticello evoca zone un tempo attraversate da rivi. A piazzale Ostiense, la base di una colonna forse appartiene ad un complesso termale. A viale Marco Polo si scorge la grande cisterna di una residenza.


Venerdì 20 Settembre 2013 - 15:58

Carte a Venezia

La Stampa

massimo gramellini


Animati dal desiderio di documentare l’epopea delle tredici navi da crociera che oggi costeggeranno piazza San Marco per dare un contributo all’inabissamento di Venezia, ci è venuta l’idea di fotografare l’ingorgo dall’alto. Per scrupolo abbiamo chiesto l’autorizzazione alle autorità locali. Questa la risposta inviataci per iscritto dai vigili urbani della Serenissima:

«In assenza nella richiesta delle seguenti:
1) indicazione di una base di decollo,
2) eventuale zona di sorvolo,
3) a quale titolo viene effettuata la ripresa (pubblicità, servizio giornalistico, ecc.),
4) preventiva autorizzazione della Soprintendenza ai Beni Artistici e Culturali relativa a detta attività,
5) di eventuale autorizzazione all’occupazione di suolo pubblico da parte del competente Settore Commercio del Comune di Venezia,
6) o di delibera di Giunta relativa all’attività posta in essere,

SI DIFFIDA la Signoria Vostra a svolgere l’attività di cui sopra».

Superato l’inevitabile quarto d’ora di smarrimento che accompagna la decodifica dei messaggi assirobabilonesi della pubblica amministrazione, abbiamo telefonato alla Soprintendenza, ma essendo le tre del pomeriggio di venerdì, non rispondeva già più nessuno. Certo, anche noi abbiamo delle pretese: che la macchina dello Stato si muova con l’agilità nevrotica di una qualsiasi azienda o persona costretta a danzare ai ritmi della vita moderna. Di sicuro le tredici navi autorizzate allo scempio avranno presentato la loro richiesta nelle scadenze previste e con tutti i bolli in ordine. Almeno abbiamo imparato qualcosa: molto prima che nell’acqua, Venezia farà in tempo ad affondare nella carta della sua burocrazia. 

Zero presenze a Palazzo: già spariti i senatori a vita

Paolo Bracalini Francesco Cramer - Sab, 21/09/2013 - 08:08

I quattro nuovi senatori a vita disertano le sedute in Aula. E i cittadini pagano

«Mi sia consentita un'osservazione. Qualche giorno fa sono stati nominati quattro senatori a vita per altissimi meriti nel campo sociale, culturale e scientifico: avrei tanto voluto avere il conforto della loro opinione in questa discussione».


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Giovedì 19 settembre, aula di Palazzo Madama. Si sta discutendo un decreto legge per la valorizzazione e il rilancio dei beni culturali. A parlare, anzi urlare tutta la sua indignazione, è il senatore Stefano Candiani, parlamentare del Carroccio alla sua prima legislatura ma con le idee più che chiare. Il suo intervento strappa applausi dai colleghi leghisti, pidiellini e perfino grillini. Ammutoliti, invece, i senatori piddini.

Chissà come mai. Candiani spiega perché avrebbe preferito vedere i nuovi senatori partecipare ai lavori: «Anche per togliere al Paese il dubbio che non sono stati nominati dal presidente della Repubblica solo per garantire voti di fiducia al governo! Qui si parla di cultura. Dove sono questi nostri colleghi a vita?». Tra i banchi pidiellini è un tripudio di «Bravooo!». La senatrice Anna Maria Bernini addirittura si alza in piedi. «Dove sono? Qui si vede chi sta dalla parte della cultura - prosegue il leghista - e chi invece è solo qui per opportunità politica». Altra pioggia di applausi da Lega, Pdl e pentastellati. Altro silenzio imbarazzato a sinistra.

Già, dov'erano Claudio Abbado, Elena Cattaneo, Carlo Rubbia e Renzo Piano? Missing. Uno dice: vabbè, forse proprio quel giorno avranno avuto da fare. Peccato che consultando il sito del Senato, alla pagina «Riepilogo presenze», si resti un po' basiti. Dalla data della loro nomina, 30 agosto, ci sono state ben 14 sedute con 138 votazioni. Ebbene: Abbado Claudio, presenze 0, votazioni 0. Rubbia Carlo, presenze 0, votazioni 0. Piano Renzo, presenze 0, votazioni 0. Cattaneo Elena, presenze 2, votazioni 2. Applausi per la stakanovista neosenatrice che distacca i colleghi con un mirabolante 1,45% di presenze nel Palazzo.

Al senatore Candiani proprio non va giù che non si siano fatti vedere il giorno della discussione e votazione di «un provvedimento che sta alla base della loro nomina». Non solo: «Facciano come i soci onorari di una qualsivoglia società: si autosospendano dal voto altrimenti alimentano il legittimo sospetto di essere strumento di altre logiche politiche». Chiaro no? Il battagliero senatore leghista, giusto ieri, ha annunciato via Facebook: «Sto preparando un disegno di legge costituzionale per l'abrogazione della carica di senatore a vita. Non sarà una soluzione in grado di risolvere i problemi del Paese. Ma sarà almeno una risposta concreta alla anacronistica e degenerata “presenza” di questi “uomini (donne) del presidente”». Un tripudio di commenti tra «Bravo» e «Sperèm».

Ma non è finita qui perché i senatori a vita, beati loro, hanno le indennità equiparate ai loro colleghi «normali» (4.800 euro netti solo di stipendio) ma con un benefit in più: per loro, a differenza dei senatori «semplici», non sono previste decurtazioni alla diaria (3.500 euro al mese per il soggiorno) per ogni giornata di assenza dai lavori parlamentari. Poi ricevono: 4.180 euro per il supporto collaboratori (da rendicontare), più altri 1.650 euro di «rimborso forfettario per spese generali», più gli uffici (più grandi degli altri, off course a palazzo Giustiniani) con personale annesso. Insomma, tra i 9mila e i 13mila euro al mese per ogni «fantasma».

Che per quattro (numero dei neo senatori a vita), per dodici mesi, fa circa 480mila euro l'anno. Che lievita a circa un milione l'anno per via delle tasse. Un regalino di Stato vita natural durante. Lucio Malan (Pdl) commenta così: «In effetti, in un periodo in cui si cerca di limare il limabile, imponendo duri sacrifici agli italiani, tutto questo non ha senso. E non l'avrebbe neppure se non sapessimo dove mettere i soldi». Mentre Jonny Crosio, altro senatore leghista, commenta così: «All'illustre collega Renzo Piano vorrei chiedere se darebbe ugualmente lo stipendio a uno dei suoi collaboratori se non si presentasse mai in ufficio. Evidentemente sì».

Assaltarono Storace: premiati in Comune

Cristina Bassi - Sab, 21/09/2013 - 07:52

Il leader della Destra: "Consiglio comunale solidale coi 46 indagati". Dall'Anpi di Carrara attestato di "antifascisti esemplari" ai manifestanti violenti

Fuori dalla legalità, violenti, denunciati e quindi premiati come «cittadini esemplari». Non è uno scherzo.


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La medaglia verrà appuntata oggi al petto di 46 manifestanti dai partigiani di Carrara nella sala d'onore del Comune. Il loro «merito» è di aver partecipato a un corteo non autorizzato e di aver tentato di tappare la bocca a Francesco Storace e Adriano Tilgher. I fatti sono del 2 luglio 2011, giorno di un comizio (autorizzato) dei due politici a Marina di Carrara. Per impedirlo decine di manifestanti di sinistra scesero in piazza (illegalmente) e causarono disordini. «Una baraonda incredibile - ricorda oggi il leader de La Destra -, con incidenti, scontri e poliziotti feriti. Io fui costretto ad arrivare scortato». Il necessario intervento delle forze dell'ordine ha avuto come conseguenza l'identificazione di 46 estremisti: «Sono stati denunciati e sono sotto inchiesta per violenze. Il pm ha chiesto il rinvio a giudizio», continua Storace.

Una prova di attivismo democratico insomma, che è valsa ai facinorosi il plauso del Consiglio comunale di Carrara, guidato dal centrosinistra, e un attestato di «cittadino esemplare nella lotta antifascista» a ciascuno degli indagati. La cerimonia oggi alle 11 nella sala di rappresentanza del Comune. A consegnare il riconoscimento saranno i partigiani dell'Anpi e della Fiap. «Come partigiano - spiega il presidente provinciale dell'Anpi Giorgio Mori - credo che il gesto spontaneo, fatto da questi manifestanti nel 2011, si ricolleghi alla mia generazione che combatteva per la Resistenza». Il messaggio è chiaro: impedire la manifestazione di un avversario politico è un esempio da seguire.

Storace ha scritto anche al ministro dell'Interno Angelino Alfano attraverso il suo Giornale d'Italia: «Gli chiedo di verificare - dice al Giornale - cosa stia succedendo al Comune di Carrara, un'istituzione che di recente ha votato all'unanimità (il centrodestra è uscito dall'aula, ndr) un ordine del giorno di solidarietà ai teppisti e non ai poliziotti feriti». Per quell'ordine del giorno il presidente del Consiglio Luca Ragoni (Pd) e i consiglieri saranno premiati oggi insieme ai violenti. «Un precedente pericoloso - aggiunge Gianni Musetti, segretario provinciale de La Destra - di un'amministrazione e associazioni che riconoscono la violenza come fosse strumento di difesa della libertà.

Quando abbiamo chiesto e ottenuto l'autorizzazione del sindaco alla nostra manifestazione, gli estremisti di sinistra si dissero “pronti alla guerra civile” pur di impedirla e mantennero la promessa con lancio di sassi e minacce di morte alla forze dell'ordine. Ora queste stesse persone vengono equiparati ai partigiani che hanno combattuto durante la Resistenza». Chi abbia voglia di opporsi con la violenza a un corteo è avvisato: potrebbe scapparci un premio.

L'Europa tassi Amazon» La sfida della ministra francese

Corriere della sera

Fleur Pellerin convoca un mini-vertice con sette Paesi tra cui l'Italia. Il piano: creare un regime fiscale per i giganti del web

Dal nostro corrispondente STEFANO MONTEFIORI



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PARIGI - Dopo la difesa dell'eccezione culturale la Francia comincia una nuova battaglia, quella per costringere i giganti del web - Google, Amazon, Apple, Microsoft e Facebook - a pagare più tasse in Europa. Secondo il rapporto consegnato al governo dalla «Federazione francese delle telecomunicazioni», nel 2011 le aziende americane hanno pagato in Francia un totale di 37,5 milioni di euro, dichiarando solo attività di marketing o comunicazione. Senza l'«ottimizzazione fiscale» permessa da Lussemburgo e Irlanda, avrebbero dovuto versare 830 milioni, ossia 22 volte di più. E il caso della Francia è simile a quello degli altri grandi Paesi europei.

VERTICE - Il ministro francese per l'Economia digitale Fleur Pellerin ha quindi organizzato per martedì 24 settembre a Parigi un mini-vertice informale con altri sette Stati: Italia (rappresentata dal viceministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda), Germania, Gran Bretagna, Spagna, Polonia, Ungheria e Belgio, per cominciare ad affrontare una questione che sarà al centro del Consiglio europeo sul digitale del 24 e 25 ottobre, e poi della riunione dei capi di governo del febbraio 2014, dedicata alla reindustrializzazione dell'Europa. La mossa del ministro Pellerin (40enne nata a Seul e adottata da genitori francesi) arriva dopo che il «Consiglio nazionale del digitale» ha sconsigliato al governo di Parigi di adottare una ventilata «tassa nazionale su Internet», che avrebbe reso ancora più difficile la competizione delle aziende francesi con il resto del mondo, suggerendo invece di rivolgersi ai mercati internazionali per trovare nuove risorse a favore dello sviluppo digitale.

REGOLE - L'iniziativa della Francia, come da tradizione, sembra quindi mescolare esigenze pratiche - aumentare gli introiti del fisco senza spremere ancora i propri cittadini - e grandi proclami ideali, come questo del ministro Pellerin a Libération: «Sono le grandi piattaforme a dettare legge sulla Rete. Apple, Google, Facebook e Amazon sono i conglomerati del XXI secolo, che organizzano la nuova economia a loro vantaggio. Se non fissiamo delle regole, tutto l'ecosistema dell'innovazione è in pericolo. È urgente costruire dei campioni europei del digitale».

E ancora «L'Europa del digitale è una sfida vitale per la nostra economia, i nostri posti di lavoro, la nostra sovranità». La «risposta europea» (per non dire francese) a Google è un'ossessione di Parigi sin dai tempi del fallimentare motore di ricerca «Quaero», lanciato con grande uso di energie e retorica dal presidente Jacques Chirac nel 2005 e subito naufragato. Difficile applicare il neo-colbertismo all'economia digitale, ma questa sembra ancora l'impostazione di fondo. Il ministro Pellerin lancia accuse contro il gigante YouTube in difesa del piccolo campione nazionale francese Dailymotion, che però non riuscirà certo a resistere per decreto governativo.

LE MISURE - Sotto il manto ideologico, resta la questione più concreta di considerare se l'Europa possa permettersi paradisi fiscali - Lussemburgo e Irlanda - in casa propria, che permettono ai grandi gruppi americani di pagare tasse irrisorie. La Francia propone quindi di mettere allo studio un sistema fiscale che obblighi Google e colleghi a pagare le tasse direttamente nel Paese dove sono generati i loro ricavi. Nel vertice di ottobre Parigi proporrà poi la creazione di un'Autorità continentale, con il potere di intervenire direttamente a difesa delle aziende europee in caso di abusi da parte dei colossi americani. Un'altra misura allo studio, e che la campionessa della «sovranità digitale» Pellerin sottoporrà martedì al giudizio dei colleghi europei, è l'imposizione di una tassa sui dati personali raccolti dai grandi americani: se non si possono impedire le loro intrusioni nella privacy, che almeno paghino.

21 settembre 2013 | 8:34

Brigatisti assassini di mio padre E non chiedetemi di perdonare"

Libero

Francesco Coco fu freddato dai terroristi nel ’76. Il figlio Massimo: "Vorrei una legge per interdire a certe persone la visibilità"


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C’è chi dice no. A 38 anni dall’assassinio di suo padre per mano delle Brigate Rosse, Massimo Coco ha deciso di far sentire la sua voce: lui non perdona i terroristi. Non cerca riconciliazioni impossibili e non vuole costruirsi una carriera sulla qualifica di vittima-che-cerca di-capire-i-carnefici. E per spiegare le sue ragioni, con obiettività e una buona  dose d’ironia, ha scritto un libro, “Ricordare stanca” (Sperling&Kupfer, 16 euro). Nessuna comprensione - e tanto meno perdono - per i brigatisti che l’8 giugno 1976 uccisero suo padre Francesco Coco, Procuratore Capo della Corte d’Appello di Genova, insieme all’appuntato dei Carabinieri Antioco Deiana e al brigadiere della Polizia Giovanni Saponara, addetti alla sua scorta.

Nel 1976 Massimo Coco aveva 15 anni ed è riuscito a costruirsi una vita serena grazie alla sua passione per la musica e la cultura, ereditata proprio dal padre. Ma perché scrivere un libro per certi versi tanto scomodo? «Per il dolore non esiste amnistia, patteggiamento o grazia, e un assassino non sarà mai un ex» spiega Coco. «Lo spunto è stata una cerimonia al Quirinale dedicata alle vittime del terrorismo, in cui ho toccato con mano la differenza tra vittime di serie A, con tanto di articoli concilianti e buoni rapporti con i terroristi in circolazione, e quelle di serie B, che non avevano neanche un posto a sedere. Ho preso carta e penna per scrivere a un giornale, ma avevo troppe cose da dire. Così è nato il libro».

A partire dagli anni Novanta sono stati pubblicati numerosi saggi e memoriali firmati da figli o mogli di vittime degli anni di piombo. Ogni caso una storia a sé, ma - in un modo o nell’altro - tutti gli autori sembrano accomunati dai medesimi propositi di perdono, in alcuni casi quasi di comprensione per gli assassini. In questo senso, quella di Massimo Coco è una voce fuori dal coro. «Sono in tanti a pensarla come me - dice Coco - ma hanno paura o non hanno accesso ai mezzi di comunicazione». Come se gli anni Settanta non fossero mai finiti. «In un certo senso è così: a quell’epoca il terrorismo si è sviluppato grazie a una vastissima area grigia di gente comune che tifava più o meno apertamente per i criminali politici.

Quell’area grigia purtroppo esiste ancora, e tende a giustificare le opinioni degli eversori condannandone soltanto i metodi. È un problema politico e in molti casi di coinvolgimento ideologico personale. La controprova è che, giustamente, un mafioso, un ex nazista o un pedofilo non saranno mai invitati a tenere dibattiti in televisione o lezioni all’università». Un episodio per tutti fu la trasmissione “In mezz’ora” di Lucia Annunziata del maggio 2012, in cui l’ex appartenente a Lotta Continua e Prima Linea Sergio Segio, esecutore materiale degli omicidi dei giudici Alessandrini e Galli e coautore di altri due omicidi, diceva la sua sul terrorismo vecchio e nuovo come un qualsiasi opinionista.

O come quando un noto giornalista cattolico concluse il suo pezzo sulla morte dell’autore di un attentato dinamitardo scrivendo: «È morto un uomo». «Il punto è proprio questo - attacca Coco -. Loro non sono uomini come tutti gli altri. Ci sono persone che sparano e tirano bombe a mano, e altre che invece vengono uccise dai loro proiettili. Il mio sogno è una legge che sancisca l’interdizione perpetua dalla visibilità per gli autori di certi crimini. Una volta scontata la pena, qualsiasi cittadino ha il diritto di ricostruirsi una vita, ma certi personaggi non dovrebbero mai più scrivere libri o rilasciare interviste».

Nelle parole di Massimo Coco non c’è volontà di vendetta per chi gli ha rubato la possibilità di crescere insieme a suo padre. Piuttosto amarezza e delusione per certi rappresentanti delle istituzioni che per troppi anni hanno abbandonato le vittime del terrorismo e i loro parenti a loro stessi. Qualche nome? «Preferisco evitare, non vorrei dimenticare qualcuno» scherza Coco prima di tornare a correggere gli spartiti di un concerto che si terrà a Genova il 9 novembre prossimo, proprio in onore delle vittime del terrorismo. «È un lavoro a cui tengo molto, perché mi consentirà di rispettare il dovere del ricordo con il linguaggio che conosco meglio, cioè la musica».

di Francesco Patti

Roseto, ecco il nido delle tartarughe rareSpiaggia off-limits ai bagnanti per la schiusa

Corriere della sera

Un evento straordinario, quasi un miracolo: trovate 20 uova interrata nell'arenile. Primo esemplare già in mare

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Un evento straordinario, quasi un miracolo, che ha obbligato il sindaco, Enio Pavone, a vietare temporaneamente la balneazione e il transito nel tratto di spiaggia interessato. Accade a Roseto degli Abruzzi, località balneare in provincia di Teramo nota per custodire la riserva naturalistica del Borsacchio. Per caso, pochi giorni fa, è stato scoperto sulla battigia, a pochi passi dagli ombrelloni, un nido di tartarughe marine della specie «Caretta caretta», protetta e a rischio estinzione.

AVVENIMENTO RARO - Un avvenimento raro, dicono gli esperti, soprattutto in una zona così antropizzata. Dopo il recupero della prima tartaruga, sono finora stati immessi in acqua oltre venti esemplari. L'ultimo nella serata di ieri, mentre altre uova sono pronte alla schiusa. Intanto, nel tratto di spiaggia transennato e protetto da apposita ordinanza sindacale, tra i lidi «Papenoo» e «La Rosa dei venti», a pochi metri di distanza da sdraio e ombrelloni, c’è un presidio di esperti e volontari che si danno il cambio per vigilare notte e giorno in attesa delle nuove nascite. Già si prevedono per il prossimo anno nuove nidificazioni, tra giugno e luglio, e altre nascite di tartarughe nel mese di settembre.

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RITORNERANNO IN MARE - Il Comune di Roseto, l'Area Marina Protetta «Torre del Cerrano» e il Centro Studi Cetacei Onlus, per celebrare l’evento, hanno organizzato per domani (sabato), presso lo stabilimento balneare «La Rosa dei venti», l'immissione in acqua della prima piccola tartaruga rinvenuta, ribattezzata «Giulia» in onore della cittadina che l'ha casualmente trovata sulla spiaggia: Giulia De Nigris. Un’operazione delicata, spiega il veterinario Vincenzo Olivieri, che la sta seguendo nella struttura specializzata di Montesilvano (Pescara) dove la tartaruga è attualmente ricoverata, visto che «dovrà avvenire nel rispetto della distanza di sicurezza di circa trenta metri dal pubblico per evitare che il naturale processo sia compromesso dall'istinto di difesa che ha nel frattempo sviluppato».

NIDIFICAZIONE - La nidificazione, avvenuta a giugno e nelle ore notturne, è stata opera di una tartaruga di almeno 20 anni «probabilmente nata qui visto che tornano a nidificare dove sono nate» aggiunge Olivieri . «Un luogo assolutamente non preparato e inimmaginabile per tale evento se pensiamo che questo sito non è stato mai segnalato e, a parte le isole, in Italia sono conosciuti altri pochi siti». In Comune la singola scoperta va già a braccetto con la promozione turistica. «Avrà sicuramente – dichiara l’assessore Maristella Urbini - importanti implicazioni sotto il profilo della valorizzazione del turismo ecocompatibile».

Nicola Catenaro
20 settembre 2013 | 23:14

Nel 1961 gli Usa a un passo dal disastro nucleare

Corriere della sera

Una bomba atomica cadde da un B 52 spezzato in volo: se non esplose fu solo per un piccolo interruttore che non si accese

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Nel 1961 gli Usa arrivarono a un soffio dall'olocausto nucleare in North Carolina: solo un interruttore a basso voltaggio impedì a un ordigno atomico Marc 39 a idrogeno sganciato per errore esplodesse nelle vicinanze del villaggio di Goldsboro. Un documento ottenuto dal giornalista investigativo Eric Schlosser sulla base del Freedom of Information Act è pubblicato oggi sul sito Usa del Guardian. La bomba sarebbe stata 260 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima alla fine della II guerra mondiale.

LA RICOSTRUZIONE - Secondo la ricostruzione, il 23 gennaio 1961 un bombardiere B52 partito dalla base di Goldsboro si spezzò in volo e uno dei due ordigni che aveva a bordo funzionò esattamente come avrebbe dovuto una bomba a idrogeno in guerra: si aprì il paracadute e i meccanismi per dar via all'esplosione entrarono in funzione. Il disastro irrimediabile non ci fu solo perché un banale interruttore impedì la strage. Ogni bomba aveva un carico di 4 megatoni: se la bomba fosse esplosa il suo «fallout» radioattivo si sarebbe potuto depositare su Washington, Filadelfia, New York, mettendo a rischio la vita di milioni di persone.

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ALTRI 700 INCIDENTI DAL 1950 - Schlosser si è imbattuto nel documento durante le ricerche per il suo libro sulla corsa alle armi nucleari Command and Control. Sfruttando l'accesso a documenti finora classificati, reso possibile dal Freedom of Informaction Act, ha scoperto che almeno 700 incidenti «significativi» relativi a 1.250 armi nucleari furono registrati tra il 1950 e 1968.


20 settembre 2013 | 23:53