domenica 22 settembre 2013

Se la coppia scoppia, il giudice decida sull’affido dei cani e gatti”

La Stampa

È la proposta di due parlamentari: vengano assegnati a chi assicura loro più benessere


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Se la coppia scoppia, stop alle liti per decidere chi si terrà il gatto o il cane. Una proposta di legge presentata dalle deputate del Pdl Maria Vittoria Brambilla e Giuseppina Castiello ipotizza infatti un’integrazione al codice civile, perché in caso di separazione dei coniugi e in assenza di un’intesa sia il giudice a stabilire a chi affidare l’animale. In particolare si prevede che «il tribunale, in mancanza di un accordo tra le parti, a prescindere dal regime di separazione o di comunione dei beni e a quanto risultante dai documenti anagrafici dell’animale, sentiti i coniugi, la prole, se presente, e, se del caso, esperti del comportamento animale, attribuisce l’affido esclusivo o condiviso dell’animale alla parte in grado di garantirne il maggior benessere». «In caso di affido condiviso, salvo diversi accordi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei detentori provvede al mantenimento dell’animale da compagnia in misura proporzionale al proprio reddito. In caso di affido esclusivo il mantenimento è a carico del detentore affidatario».

«Quasi una famiglia su due in Italia -ricordano Brambilla e Castiello- vive con un animale di affezione: secondo gli ultimi dati diffusi dall’Eurispes addirittura il 55 per cento dei 24 milioni di famiglie italiane ha un cane o un gatto». «Conseguentemente -dicono ancora le due parlamentari- sempre più diffusi sono i casi nei quali cani, gatti e altri animali di affezione, considerati veri e propri membri della famiglia, diventano oggetto del contendere in procedimenti di separazione». Di qui l’esigenza di colmare quello che viene considerato un vuoto normativo per «tutelare gli animali e il loro benessere, in quanto anche loro, riconosciuti esseri senzienti dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue), possono risentire della separazione familiare e dell’eventuale allontanamento dalla casa adibita ad uso familiare»

Le due parlamentari citano anche una sentenza della Corte di Cassazione del 2007, che «riconoscendo il cambiamento della natura del rapporto tra proprietario e animale di affezione, non più riconducibile alla mera proprietà di un oggetto di cui il detentore avrebbe la completa disponibilità, ha equiparato la necessaria tutela di un animale a quella che si deve a un minore». Così, aggiungono Brambilla e Castiello, «alcuni tribunali, in sede di provvedimenti emanati proprio in cause di separazione di coniugi, hanno già applicato per analogia quanto previsto dal codice civile per i figli minori ponendo l’accento sull’interesse materiale e spirituale-affettivo dell’animale conteso da una coppia». Ad esempio «il tribunale di Foggia ha affidato un cane al coniuge ritenuto maggiormente idoneo ad assicurare il miglior sviluppo possibile dell’identità dell’animale e ha riconosciuto contestualmente in favore dell’altro coniuge il diritto di prenderlo e portarlo con sé per alcune ore nel corso di ogni giornata o per giornate concordate dalle parti». 

La crisi della carta igienica In Venezuela è introvabile, fabbriche requisite

Quotidiano.net

di GIANLUIGI SCHIAVON


Il governo corre ai ripari. Senza carta igienica non si può andare avanti. Sarebbe un violazione dei diritti umani...


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Caracas, 22 settembre 2013 - L'argomento è basso, la tensione alta. La questione non va considerata alla stregua di carta straccia. Ma, in senso più nobile, di ben altro tipo di carta si deve parlare. Igienica, per l'esattezza. Dimenticate Saccomanni che minaccia dimissioni, Letta che fibrilla, il governo italiano che traballa. Ampliate i vostri orizzonti, gettate lo sguardo ben oltre l'Oceano. In Venezuela, ad esempio. Lì si, che è crisi vera: la crisi della carta igienica, diventata introvabile .

Così, per affrontare l'emergenza, è sceso in campo addirittura il governo di Nicolas Maduro. Come? Occupando, anche se provvisoriamente, lo stabilimento della Manufactura de Papel (Manpa), uno dei principali fabbricanti locali di prodotti per l’igiene. Non è intervenuto personalmente Maduro, impegnato a visitare ufficialmente la Cina (e le sue tigri di carta). Ma la questione è stata comunque presa di petto, con ferrea determinazione, dal suo vice, Jorge Arreaza, che ha annunciato la misura in pompa magna. Con tanto di comunicato (carta canta) nel quale si sottolinea quanto il governo reputi necessario “verificare il processo di produzione, commercializzazione e distribuzione nel settore della carta igienica”.

Ben fatto, poiché qui sono in ballo i diritti umani (più umani di così...). Ben lo ha spiegato Karlin Granadillo, responsabile della Superintendenza Nazionale di Costi e Prezzi (Sundecop): “La decisione è stata presa perché si è osservata una violazione del diritto all’accesso alla carta igienica”. La carta igienica è uno dei numerosi prodotti d’uso quotidiano che scarseggiano da mesi. La settimana scorsa Maduro aveva annunciato nuove misure per combattere un fenomeno che attribuisce al “sabotaggio” dell’opposizione.

Ed è qui, ma solo qui, nel rievocare "teorie del complotto", che la crisi venezuelana trova punti di contatto con le crisi italiane. Ma è somiglianza più sottile della carta velina.

Adesso Rodotà minaccia: voglio querelare Alfano

Redazione - Dom, 22/09/2013 - 14:28

Non c'è limite al peggio. Ieri Stefano Rodotà, giurista ed ex candidato dei grillini alla presidenza della Repubblica, si è esibito in una performance da "cattivo maestro" definendo "comprensibile" la lettera scritta da due neobrigatisti.


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Il messaggio dei terroristi era chiarissimo: il movimento No Tav deve fare un passo in avanti, cioè andare verso la lotta armata. Una pioggia di critiche ha inondato Rodotà che poi ha tentato di far marcia indietro accusando giornali e politici di aver male interpretato le sue parole. "Comprensibile non significa che sia giustificata", ha precisato rodotà prendendo le distanze dai violenti.

Tra i molti ad aver stigmatizzato la frase di Rodotà anche Angelino Alfano. "Le dichiarazioni sono gravissime, inquietanti. Le condanno duramente, mi auguro che Rodotà le rettifichi. Mi chiedo se non ci sia da temere per il ritorno dei cattivi maestri". Una dichiarazione sentita, quella del Ministro dell'Interno, ma anche dovuta dato l'incarico che Alfano ricopre nelle istituzioni.

Ma Rodotà non ci sta e oggi minaccia di adire le vie legali. Contro Alfano, ma anche contro Libero e il Giornale: "Una mia dichiarazione su una lettera di brigatisti è stata deliberatamente falsificata da alcuni organi di stampa e esponenti politici, malgrado le mie immediate, chiarissime, non equivoche precisazioni, che peraltro non sarebbero state necessarie se le mie parole fossero state lette con onestà intellettuale. Aggiunge quindi di aver dato mandato perché‚ siano esercitate le opportune azioni legali nei confronti di Libero e de Il Giornale, e del ministro Alfano, le cui imprudenti dichiarazioni sono all’origine di una vicenda gravemente lesiva della mia onorabilità".

La svolta del Canton Ticino: vietato il burqa in pubblico

Luca Romano - Dom, 22/09/2013 - 16:17

Secondo una proiezione della Radio Televisione della Svizzera Italiana la legge è stata votata dal 65% dei ticinesi


Al bando il burqa nei locali pubblici. Gli elettori del Canton Ticino hanno approvato l’iniziativa che vieta la "dissimulazione" del volto in pubblico.


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Quella cjehe dalla stampa è stata definita come legge anti-burqa, secondo una proiezione della Radio Televisione della Svizzera Italiana, è stata votata dal 65% dei ticinesi. Un plebiscito. Il Ticino è il primo cantone svizzero a vietare l’uso del velo religioso nei luoghi pubblici.

Gli elettori, stando alle prime proiezioni, hanno scelto di inserire nella Costituzione cantonale un articolo con cui si vieta "di nascondere il volto nei luoghi pubblici e in quelli aperti al pubblico". "Nessuno può dissimulare o nascondere il proprio viso nelle vie pubbliche e nei luoghi aperti al pubblico (ad eccezione dei luoghi di culto) o destinati ad offrire un servizio pubblico", si legge nel testo del quesito, "Nessuno può obbligare una persona a dissimulare il viso in ragione del suo sesso". Organizzazioni islamiche svizzere e Amnesty International hanno preso posizione contro questo progetto.

Hacker vogliono attaccare la Nsa ma colpiscono la Nasa

Corriere della sera

Gli hacker, che si fanno chiamare BMPoC, hanno infatti posizionato sulla home page sbagliata

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Compra una vocale: solo una lettera, la “a”, separa le due agenzie statunitensi Nsa e Nasa. Per il resto, i due organismi hanno ben poco in comune: la Nasa è l'agenzia governativa responsabile del programma spaziale mentre l’oramai nota National Security Agency (Nsa) è una delle più importanti agenzie di intelligence degli Stati Uniti, finita nella bufera per il caso Prism e le attività di spionaggio su larga scala. Un gruppo pirati informatici, però, hanno fatto un po’ di confusione.

SVISTA - L’agenzia di sicurezza nazionale, hanno rivelato i documenti provenienti da Edward Snowden, l’ex collaboratore dell’intelligence statunitense, ha sorvegliato per anni singoli individui e autorità pubbliche di altri paesi. Le carte dimostrerebbero che la Nsa ha controllato il contenuto di telefonate, e-mail e sms anche della presidente del Brasile Dilma Rousseff e del colosso del petrolio brasiliano Petrobras. Un gruppo di hacker in Brasile ha dunque reagito alle recenti rivelazioni e messo in atto un attacco informatico. Tuttavia, la tanto «odiata» Nsa ha generato un po’ di confusione: come riferisce tra gli altri Slate, i pirati hanno colpito nei giorni scorsi oltre una dozzina di pagine del portale della Nasa. Insomma, un clamoroso errore. «Molto semplicemente hanno colpito il bersaglio sbagliato», l’appunto del sito brasiliano Uol.

MESSAGGIO - Gli hacker, che si fanno chiamare BMPoC, hanno infatti posizionato sulla home page dell’ente spaziale diverse frasi e immagini. E un messaggio ben chiaro: «Smettetela di spiarci!». L’attacco è stato successivamente confermato dalla Nasa. Attualmente, alcune delle pagine sono ancora irraggiungibili. Un portavoce ha però sottolineato che gli hacker non hanno avuto accesso a nessun dato sensibile.

22 settembre 2013 | 14:20

Cade con la bici e urta un'auto, bimba di 10 anni multata per «guida pericolosa»

Il Messaggero


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Multata a 10 anni per guida pericolosa. Si tratta di una bambina che, a Bologna, ha subito una multa per mancato controllo del veicolo dopo che con la sua bicicletta ha sbattuto contro una macchina. La contravvenzione ammonta a 44 euro che se non pagati subito aumenta a 52.

Il papà ha raccontato che lui, la sorella e la piccola, erano sul due ruote quando all’improvviso la bambina cade dalla bici e sbatte contro il retro di un'Audi. Il proprietario del veicolo vede tutta la scena e chiede le generalità del papà, ritenendo la figlia responsabile delle botte sul lunotto posteriore. Il danno ammonta a 400 euro che dovrà ripagare il padre della bimba.


Sabato 21 Settembre 2013 - 20:47

Capannone, non moschea» ma ora spuntano i minareti

Paola Fucilieri - Dom, 22/09/2013 - 07:10

A una cinquantina di metri, in via Salomone, ci sono la chiesa e la parrocchia di San Galdino, peraltro molto frequentate.
 

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Tuttavia sembra che questa realtà non abbia impedito o creato scrupoli al Comune di Milano nel concedere il permesso per costruire uno stabile di chiaro stampo maomettano in via Maderna, zona est della città, tra piazza Ovidio e l'Ortomercato. Le cupole dorate, del tutto identiche a un minareto, e le espressioni alterate degli islamici di origine turca, che squadrano come un intruso molto fastidioso chi si ferma a curiosare, non sembrano lasciare dubbi sull'utilizzo del luogo.

 Dopo le polemiche di marzo sullo scopo più o meno «religioso» dell'insediamento (i cui lavori erano stati sospesi per alcune irregolarità) è di pochi giorni fa la querelle tra il vicesindaco Ada De Cesaris e il vice presidente del Consiglio comunale, Riccardo De Corato, che chiedeva lumi sulla possibile presenza della moschea. «Ancora una volta voglio tranquillizzare il consigliere De Corato che viene obnubilato dall'intolleranza - ha dichiarato piccata la De Cesaris davanti alla richiesta di spiegazioni del capogruppo di Fdi -. Lo stabile di via Maderna ha una destinazione di tipo produttivo e commerciale e su di esso non è stato avviato alcun procedimento per un luogo di culto, per il quale è necessario avviare procedimenti più complessi, che non riguardano quell'edificio».

Tuttavia quando abbiamo inviato una mail all'ufficio stampa del vicesindaco per domandare se è proprio vero che il Comune ha concesso un permesso per un centro culturale islamico in via Maderna, chiarire le caratteristiche e gli scopi che ispirano la realizzazione di questo genere di edificio e sapere quanta gente potrà ospitare e conoscere l'esatto utilizzo delle tre cupole sul tetto, ci è stato risposto che la De Cesaris aveva già detto quel che aveva da dire a De Corato e che «altre informazioni» sul centro «non erano disponibili». Altra risposta formale, anche se piuttosto fumosa, è arrivata a un cittadino, residente nella zona dove sorge il nuovo edificio e desideroso di saperne di più sul suo utilizzo. A lui la De Cesaris, via mail, spiega che la destinazione originale dell'immobile sarebbe artigianale-industriale.

E che i lavori dello stabile a marzo erano stati bloccati per «il possibile uso improprio a luogo di culto». A luglio le maestranze avrebbero quindi incontrato «tutte le parti coinvolte chiarendo la procedura per sanare le opere difformi». Sarebbero quindi in corso «alcune opere in sanatoria», quali e in che direzione vadano però non è dato saperlo. Insomma che non si tratti di una moschea inteso come luogo di culto che ha bisogno di particolari permessi per essere costruito sembra assodato.

Tuttavia, come ha sottolineato anche De Corato, anche nel più noto e datato «centro culturale islamico» della città, quello di viale Jenner, i fedeli pregano da sempre: non per niente il centro è conosciuto da tutti come «la moschea» di Milano. «Ci ritroveremo la prossima primavera a chiedere le stesse identiche cose senza essere ascoltati? - conclude De Corato - Se non vuole rispondere a me, la De Cesaris parli coi residenti che si sentono presi in giro».

Il comizio anti Berlusconi della toga del processo Mediaset

Raffaello Binelli - Sab, 21/09/2013 - 16:41

Alessandra Galli, che ha presieduto il collegio giudicante della Corte d’Appello di Milano nel processo Mediaset, interviene al comitato direttivo dell'Anm: "Ci chiedono di imbavagliarci"

Ci risiamo. Invece di lavorare in silenzio le toghe tornano a pontificare. E fanno pure le vittime. Sentite cosa ha detto Alessandra Galli, giudice che ha presieduto il collegio giudicante della Corte d’Appello di Milano nel processo Mediaset, intervenuta al Comitato direttivo dell’Anm: "Siamo in un momento in cui ci chiedono di imbavagliarci - dice in merito agli attacchi alla magistratura scattati dopo la sentenza definitiva della Cassazione sul caso Mediaset –.


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Ci invitano a essere costruttivi per la pacificazione e non si dice invece cosa debbano fare gli altri che adottano comportamenti fuori dai principi di diritto". La giudice Galli prosegue a testa bassa, interpretando la parte della vittima: 

"Ci hanno lasciato soli. La magistratura ha tenuto negli ultimi tempi un profilo del tutto corretto e anche fenomeni di sovraesposizione mediatica che in passato possono esserci stati, sono diminuiti. Ma non si può chiedere il silenzio assoluto alla magistratura. Di fronte ad attacchi che non trovano risposte in nessuna sede, si impone la necessità di spiegare: bisogna rompere questo circolo vizioso. C’è chi manifesta le proprie critiche prima che vengano depositate le sentenze e noi dobbiamo tacere, aspettare il deposito delle motivazioni e nel frattempo vedere descritta una situazione completamente diversa dalla realtà".

Nel corso della riunione del direttivo dell’Anm, di cui fa parte come rappresentante di Area, la giudice Galli ha detto che "bisogna interrogarsi sulla strada da percorrere per difendere non solo la categoria ma la collettività, perché è stato messo in dubbio lo Stato di diritto e il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge". E la lamentela va avanti:  

"Ci si chiede di imbavagliarci, ci si invita ad essere costruttivi e ci si attende che la magistratura faccia qualcosa per la pacificazione mentre altri tengono comportamenti al di fuori dei principi dello Stato di diritto. La magistratura ha tenuto un profilo corretto, ha accolto l’invito che aveva fatto il presidente della Repubblica e i fenomeni di sovraesposizione sono cessati". "A Milano - prosegue - si è cercato di portare a termine processi il più tranquillamente possibile, ma non si può chiedere il silenzio assoluto della magistratura. 

Di fronte ad attacchi che non trovano nessuna risposta da parte di nessuno, chi vive certe vicende si sente quasi in dovere di sottoporre all’opinione pubblica circostanze di fatto che vengono pretermesse. Dobbiamo preoccuparci - ha concluso il giudice milanese - di come la magistratura possa far passare risposte puntuali di fronte a eccessi di critica e di valutazione del nostro operato, che avvengono talvolta prima del deposito di una sentenza. Noi restiamo zitti, ma si crea così una falsa ricostruzione della realtà che poi diventa impossibile da demolire. Dobbiamo tutelare a monte quello che siamo".






Il giudice del processo? Faceva comizi anti Cav

Attaccò la politica del Pdl sulla giustizia: "Vogliono delegittimarci"

Luca Fazzo - Sab, 02/02/2013 - 08:30


MilanoSi muove su un terreno minato l'ultima polemica di Niccolò Ghedini, difensore di Silvio Berlusconi, contro i giudici che processano il Cavaliere.
 

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Il campo dei rapporti tra giustizia e politica è già delicato di per sé, tra conflitti di interesse e logiche di corporazione. Stavolta però, nell'aula del processo d'appello per la vicenda dei diritti tv, quando Ghedini accusa la presidente della Corte d'appello Alessandra Galli di essere ostile all'imputato lo fa nella consapevolezza che il contesto è ancora più a rischio. Perché Alessandra Galli non è un magistrato qualunque. È la figlia di un eroe con la toga. Suo padre era Guido Galli, giudice istruttore a Milano, assassinato in un corridoio della Statale nel 1980 dai killer di Prima Linea.

Oggi, a chiunque salga lo scalone del tribunale, una grande lapide ricorda il suo sacrificio.
E proprio in occasione del trentennale della morte del padre Alessandra Galli, a sua volta magistrato, pronunciò le frasi che ieri Ghedini le rimprovera, indirizzate palesemente contro la politica giudiziaria del centrodestra. Quale che siano le circostanze in cui quelle frasi vennero pronunciate, il contenuto è inequivocabile. E ieri Ghedini, nell'intervento in cui annuncia al giudice la sua decisione di abbandonare l'aula, dopo l'ennesimo rifiuto della Galli di sospendere udienza e processo per la campagna elettorale, ricorda al presidente della Corte d'appello milanese.

Ma cosa disse, nel maggio 2010, Alessandra Galli? Parlando della figura di suo padre, affermò: «Non riesco ad accettare la costante denigrazione del suo e ora del mio lavoro. Del suo e ora del mio ruolo istituzionale. Perché la magistratura di ora è figlia di quella di allora. Dobbiamo dare l'esempio, specie chi ricopre alte cariche, e continuare ad avere il vizio della memoria». Considerazioni che, calate nel pieno delle polemiche di allora, vennero recepite da Angelino Alfano, come dirette esplicitamente al Pdl:

«Ho ascoltato per intero - replicò il ministro della Giustizia - l'intervento di Alessandra Galli sulle virtù che devono avere i magistrati, a cominciare dalla cautela e dallo spirito critico, e l'ho condiviso. Però il governo non lavora per denigrare i magistrati ma per far funzionare la giustizia. Quindi non poteva riferirsi a noi». Ribattè la Galli: «Sono un po' di anni che ogni qualvolta c'è un'indagine spinosa parte subito l'attacco o la critica. Un conto è una critica sporadica che può essere positiva. Un conto è il tam-tam continuo che delegittima la figura del magistrato di fronte all'opinione pubblica».

Povero Macedonio Melloni, vulcanologo sepolto tra i rifiuti

Corriere del Mezzogiorno

Il cimitero nel quale riposta l'illustre studioso d'età borbonica trasformato in una discarica a cielo aperto


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NAPOLI - Povero Macedonio Melloni. L’avrebbe mai creduto il più illustre fisico e vulcanologo dell’età borbonica, il primo direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che le sue spoglie avrebbero riposato tra i rifiuti? Eppure è andata proprio così, perché oggi l’antico cimitero dei colerosi di Barra, alla periferia orientale di Napoli è ridotto a discarica a cielo aperto. All’interno, tra le altre, è ancora collocata da 159 anni la sepoltura dello scienziato parmense, morto per il morbo a Portici nell’agosto del 1854.

La tomba è riconoscibile da un piccola lapide tondeggiante, l’iscrizione con il nome si distingue a fatica. Al posto dei lumini una mano (pietosa o beffarda?) ha collocato tre bombolette spray. Tutt’attorno, tra l’immondizia abbandonata e le erbacce, emergono altre piccole lapidi di anonimi morti per il colera che ciclicamente ammorbava anche l’area vesuviana. All’esterno, sul lungo e disfatto muro perimetrale del camposanto, circondato da sacchetti colmi d’immondizia lasciata a marcire, da laterizi e rottami ferrosi, un gruppo di residenti più sensibili ha apposto due grandi striscioni.

Su uno dei due campeggia un ritratto del vulcanologo e una scritta che inutilmente cerca di stimolare l’inesistente senso civico: «Fra le tombe di questo cimitero c’è pure quella di Macedonio Melloni, ideatore dell’Osservatorio vesuviano. Rispettatele!». Su un altro drappo mani volenterose hanno scritto cenni storici sul cimitero dei colerosi. Tutto inutile. Del cimitero monumentale e dell’uomo di scienza che lì dentro è sepolto non frega niente a nessuno. Due ragazzi su un ciclomotore (ovviamente senza casco) lanciano appena un’occhiata distratta a quegli striscioni e al volto disegnato dello studioso.

Forse involontariamente l’anonimo artista ha impresso al ritratto di Melloni un’espressione tra l’ironico e il compassionevole, come uno che dicesse: «Lo so bene che mi avete dimenticato, sono consapevole che molti degli studenti che frequentano le scuole a me intitolate non sanno più nemmeno chi fossi e quale fu la mia importanza nello studio di quello che il poeta recanatese chiamava Sterminator Vesevo... Ma fa niente, siete perdonati per la vostra ignoranza e la vostra accidia...». A dire il vero nel quartiere l’associazione «Voce nel deserto» vorrebbe occuparsi di quelle tombe dimenticate e di quel cimitero sommerso dall’immondizia. Ha chiesto al Comune di Napoli il permesso di valorizzare uno dei tanti siti che conservano memoria, storia, cultura come le Ville vesuviane, alcune delle quali ancora in abbandono.

Tuttavia il degrado del luogo appare scoraggiante e le lungaggini burocratiche alle quali siamo abituati non lasciano presagire nulla di buono. </CS>Di sicuro c’è per ora l’oblio della memoria di quello che fu anche uno dei più grandi fisici italiani dell’800, non a caso definito dagli studiosi il «Newton del calore raggiante», autore di una fitta corrispondenza con il fisico britannico Faraday. Melloni nel 1834 fu insignito della medaglia Rumford, il premio Nobel dell’epoca, e acquisì, senza purtroppo poterla mantenere, fama europea non inferiore a quella di Volta, Faraday o Newton.

Ovviamente fu soprattutto la sua grande capacità scientifica e organizzativa a portarlo alla guida del primo osservatorio vulcanico del mondo, voluto da Ferdinando II di Borbone e inaugurato dal fisico nel 1845 durante il VII Congresso degli scienziati italiani. Studioso di livello internazionale ma anche coraggioso patriota, Macedonio Melloni cadde poi in disgrazia presso i reali borbonici per la sua partecipazione ai moti liberali del ’48. I sovrani non lo arrestarono, ma lo destituirono da tutte le cariche e lui trascorse gli ultimi anni della sua esistenza nell’isolamento della casa porticese. Poi l’epidemia di colera se lo portò via. Una lapide commemorativa posta davanti la sua casa di via Moretti, ancora ne ricorda gli anni vissuti ai piedi del Vesuvio, prima di finire sepolto in una discarica

Roberto Russo21 settembre 2013

Tarquinia, scoperta tomba inviolata

Corriere della sera

All'interno lo scheletro del principe etrusco morto 2.700 anni fa e, nascosti in vasi votivi, gioielli e sigilli

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TARQUINIA - Non ci hanno creduto (ma era solo scaramanzia) sino a quando, in una nuvola di polvere millenaria, la grande pietra che da 2.700 anni sigillava il sepolcro è stata rimossa. Solo allora gli archeologi dell’Università di Torino e della Sovrintendenza per i Beni archeologici dell'Etruria meridionale hanno avuto la conferma: quell’ipogeo del VII secolo avanti Cristo era inviolato. All’interno ancora lo scheletro del principe etrusco adagiato sulla tomba di pietra e accanto armi, vasellami, persino un aryballos, un unguentario, ancora affisso alla parete. E, nascosti in vasi votivi, gioielli e sigilli di quel nobile scomparso chissà come e chissà quando all’epoca di Tarquinio Prisco. La tomba inviolata, rinvenuta nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia, è una scoperta eccezionale.

INTATTA - «L’ultima tomba non violata è stata trovata più di trent’anni fa ma era crollata - spiega Alessandro Mandolesi, professore di Etruscologia e antichità italiche all’università di Torino -. Questa è assolutamente intatta e potrebbe riservare altre sorprese. Stiamo accertando, per esempio, se è collegata a un atro apogeo». Insieme ai vasi finemente decorati, gli archeologi hanno già individuato una lancia, un giavellotto e probabilmente frammenti di un’armatura. Le pareti sono affrescate, semplicemente, ma con un gusto insolito per l’epoca. I lavori di scavo, che sono stati finanziati da imprenditori privati, proseguiranno per diverso tempo perché il Tumulo del Principe potrebbe riservare altre grandi sorprese. Ne è convinto Lorenzo Benini, patron di Kostelia Group, e anch’esso un archeologo che trascorre parte delle sue vacanze insieme alla moglie a cercare tesori delle civiltà sepolte.

Tarquinia, scoperta una tomba intatta Tarquinia, scoperta una tomba intatta Tarquinia, scoperta una tomba intatta Tarquinia, scoperta una tomba intatta Tarquinia, scoperta una tomba intatta

VIVI E MORTI - L’équipe del professor Mandolesi da anni lavora al sito della Doganaccia. La tomba del principe è l’ultima scoperta, la più eccezionale, di una vera e propria agorà che univa il mondo dei vivi a quello dei morti: quella del Tumulo della Regina, un grande spazio ancora da esplorare dell'enorme necropoli di Tarquinia, paesaggio incantato tra mare e colline, vento di maestrale che non manca mai. Un paio di anni fa gli studiosi hanno rinvenuto frammenti della Sfinge, una statua di due metri collocata sul punto più alto del tumulo, ultimo guardiano per i vivi e per i morti. E in un’altra tomba è affiorato un piccolo cortile (appena sei metri per quattro) scavato per tre metri nel calcare con le tre camere sepolcrali che si aprono sui tre lati chiusi e con le pareti affrescate grazie a una tecnica mai vista prima in Etruria e in tutta Italia.

DEMARATO - La cosa più sorprendente e unica è che pare non rappresentino scene di vita ma momenti di vita quotidiana. Insomma, gli affreschi dovevano forse servire per ragioni diverse, legate alla funzione di quel cortile, una piccola agorà, abbiamo detto, e dunque un luogo di collegamento tra vivi e morti. Gli studiosi ipotizzano che nell'area furono deposti sovrani e principi etruschi. Si hanno testimonianze leggendarie di una sepoltura di un certo Demarato di Corinto, ricco mercante greco. Si trasferì a Tarquinia intorno alla metà del VII secolo avanti Cristo, Demarato, e sposò una nobildonna locale, la più bella della città. Nacque un figlio, lo chiamarono Tarquinio Prisco e divenne il primo sovrano di Roma.

21 settembre 2013 | 12:44

La «jihad del sesso»: prostituirsi in Siria nel nome di Allah

Corriere della sera

Il dramma delle «volontarie» tunisine: messe incinta dai ribelli, ora sono rientrate a casa

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Sei, le hanno trovate l'altro giorno. Rinchiuse nel bordello d'una periferia siriana, al Kassir. Per terra i materassi, i preservativi e le scatole di viagra, la biancheria e lo squallore. Sul pianerottolo, il viavai di tanti aspiranti martiri che in attesa di premiarsi con le vergini del paradiso, tra una battaglia e l'altra, si consolavano con le schiave tunisine. Due sono incinte. Chissà di chi. Gli hezbollah le hanno consegnate ai soldati di Assad. I soldati le hanno interrogate. «La nostra missione qui è nel nome della jihad al-nikah», hanno risposto le ragazze: la guerra santa del sesso consigliata da qualche imam salafita, prestare il corpo ai miliziani in Siria per garantirsi la salvezza eterna. Qualcuna piangeva, però. E chiedeva di tornare a casa.

PIAGA SOCIALE - «Chiederemo a Damasco di ridarcele - ha detto il ministro dell'Interno di Tunisi, Lofti Ben Jeddou, esponente della maggioranza islamista di Ennahda, davanti a un Parlamento ammutolito -. Molte di loro hanno avuto rapporti sessuali anche con venti, trenta, cento mujaheddin. È una vergogna che va avanti da mesi. E noi restiamo in silenzio, senza fare nulla». Tornano. Non sono più sole: avranno un bambino da crescere. Sono solissime: nel Maghreb rurale, nei villaggi del Sud tunisino, una madre senza uomo è solo una prostituta. Le jihadiste del sesso stanno diventando una piaga in Tunisia, il Paese che offre più volontari alla guerra contro Assad: il 40 per cento dei guerrieri di Allah viene da qui, la scorsa primavera il governo ha bloccato seimila giovani pronti a morire per la Siria, come tanti già fecero per l'Afghanistan e l'Iraq.

SOLA ANDATA - I maschi in cerca di gloria sono in genere sotto i 35 anni, biglietto di sola andata, via Libia o Turchia: secondo un rapporto Onu, pagati con soldi del Qatar. Famose in Tunisia le immagini, riprese dalla telecamera dell'aeroporto d'Istanbul, d'una moglie che al «gate» supplicava il marito fondamentalista di non imbarcarsi per Damasco. Lo scorso giugno, è partito pure un viaggio della speranza: avvocati e familiari in volo per la Siria e per convincere i ragazzi a ripensarci. La macchina della jihad è ben oliata. Il reclutatore tunisino, Abu Jihad, è un veterano dell'Afghanistan che combatteva coi talebani già prima dell'11 settembre. Finora, però, organizzava comitive perlopiù maschili. Da febbraio, dopo una fatwa attribuita allo sceicco saudita Mohamed al-Arifi che invitava le giovani tunisine a partire pure loro (non per combattere, ma per allietare le ore dei valorosi jihadisti), qualcosa è cambiato.

TESTIMONIANZE - L'Islam prevede che sia solo il padre a trasmettere la religione: su questa base, i predicatori convincono ragazze di famiglie povere, minorenni e spesso analfabete, che sia giusto rischiare anche gravidanze indesiderate. «Molti di loro - spiega Al Hadi Yahmad, esperto di gruppi islamici nordafricani - hanno spinto donne anche siriane a sposare i miliziani per qualche ora: all'uomo è concesso di consumare, prima di ripudiarle». E così, quella che all'inizio sembrava una leggenda, viene ora confermata (per la prima volta in maniera così dettagliata) dai vertici di Ennahda, dai dossier su tredici prostitute bambine che avrebbero raccontato la loro esperienza al fronte, da siti e tv. Spunta la testimonianza d'un marito costretto al divorzio, dopo l'improvviso addio della giovane moglie partita per la guerra. E gira in replica continua quella dei genitori di un'adolescente di 17 anni, Rahmahat. Lei è tornata e loro sono felici, dicono. Poi tacciono un attimo. E aggiungono: «Non la riconosciamo più».

21 settembre 2013 | 11:23