lunedì 23 settembre 2013

Scoperto un nuovo bug iOS7: telefonate gratis (con l'iPhone degli altri)

Corriere della sera

Dopo il "baco" sulla privacy, nuova falla nel sistema: è possibile effettuare chiamate con lo smartphone bloccato

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MILANO - Il lancio di iOS7 non passerà alla storia come uno dei meno travagliati. Anche se non c’è stato un caso eclatante come quello delle mappe sbagliate verificatosi con la versione 6, la Rete è in subbuglio per una serie di bug che fanno vacillare la sua fama di sistema sicuro. Solo un paio di giorni dopo la scoperta del bug che permetteva a chiunque di consultare foto, agenda e contatti sul nostro dispositivo (e che permetteva anche di accedere ai social in nostro nome), arriva una nuova tegola: chiunque può usare un iPhone bloccato per far telefonate. Era già successo nel 2008, quando si scoprì che terminale non faceva controlli sui numeri e passava come chiamate d’emergenza anche telefonate qualsiasi. Il problema era però stato corretto e nessuno si aspettava di vederlo tornare, anche se in forma meno palese. Come si vede nel video sotto, che in meno di tre giorni ha raccolto oltre mezzo milione di visite, seguendo una procedura semplicissima si può telefonare anche all’estero o a numeri a tariffazione speciale con un dispositivo che è ancora in attesa del codice di accesso.

Rubare" telefonate su iPhone (23/09/2013)

Il trucco per riuscirci sfrutta
un bug nella gestione delle chiamate d’emergenza. Basta selezionare “emergenza” in basso a sinistra, comporre il numero di telefono che si vuol chiamare e premere ripetutamente e velocemente il tastino con la cornetta verde. Dopo qualche secondo, iPhone cede: appare una schermata nera con il logo della mela morsicata e la chiamata viene lanciata. Apple è già a conoscenza del bug e ha già promesso di sistemarlo in pochi giorni. Nel frattempo, però, al contrario di quanto accaduto con il bug che esponeva la privacy, gli utenti non hanno un modo per aggirare il problema. L’unica soluzione fino alla patch di Apple è quella di tenersi in tasca lo smartphone, per evitare che qualche burlone faccia una chiamata in Mozambico con il terminale lasciato per un attimo sulla scrivania.

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Ma i guai non finiscono qui
Sempre nel weekend, infatti, è stato anche dimostrato che il sistema di riconoscimento delle impronte TouchID del nuovo iPhone 5S non è sicuro come si sperava. Dopo il gattino di TechCrunch, è la volta di un gruppo di hacker tedeschi: i "ragazzi" del Chaos Computer Club, infatti, hanno dimostrato nel video sopra che basta stampare in alta risoluzione l’impronta digitale del proprietario del telefono su di una pellicola trasparente e posizionarla su di un sottile velo in latex rosa per confondere il lettore e garantirsi l’accesso al dispositivo. «In pratica», scrivono gli hacker in un loro post,«il nuovo lettore di impronte di Apple non è più sicuro ma capace di analizzare le impronte a risoluzione più alta. È bastato alzare la qualità della stampa e il sistema ha capitolato come tutti gli altri comuni sensori». Il vecchio sistema con codice numerico, insomma, sarà scomodo ma ancora il più sicuro.

Hacker sbloccano l'iPhone 5S con impronte "rubate"

23 settembre 2013 | 11:21

Mr Gomorra fa la vittima pure se ha torto

Vittorio Sgarbi - Lun, 23/09/2013 - 09:26

In Gomorra ci sono pagine interamente copiate da articoli di giornale. La Repubblica (distratta) non ci fa caso

Delle migliaia di pagine che ho scritto, da più di 40 anni nei modi più impervi (anche ora, dettando in automobile) tutti rigorosamente senza scorta, due furono oggetto di aspra critica da Francesco Erbani su La Repubblica, per essere state parafrasate da un saggio su Botticelli di una solida studiosa, Mina Bacci.


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Io mi sono giustificato facendo riferimento all'archivio, trattandosi d'inserti per quotidiani che venivano raccolti da interventi precedenti, e inviati dalla mia segreteria. Colpevole, a mia insaputa, per testi compilativi. La Repubblica non mi ha risparmiato. Vedo però che per la stessa materia, relativa a Roberto Saviano, Erbani e La Repubblica sono distratti, e la questione non riguarda la biografia critica di un pittore, ma un grande romanzo del nostro tempo: Gomorra, con pagine interamente copiate da articoli di giornale.

Non se ne occupa Erbani, ma se ne occupa la magistratura che, costringe Saviano ad ammettere l'evidenza. Ma non a pentirsi. La sua risposta ha dell'inverosimile. Avendo Saviano ottenuto fortuna facendo la vittima, per giustificarsi apre con una mozione degli affetti estranea al tema: «In questi lunghi anni sotto scorta, nel corso dei quali ho affrontato molti attacchi, quel che in assoluto più mi ha ferito sono state le accuse di plagio». Il plagio fatto è dunque un attacco subito? E che c'entra la scorta? Forse gli agenti, pistola alla tempia, l'hanno costretto a copiare? O, mentre compulsava i giornali, era distratto dalla loro presenza, e non distingueva i propri testi da quelli di altri? Ma anche Vespa è sotto scorta e scrive tantissimo senza copiare.

L'abitudine a mentire, e a rappresentarsi in condizioni di sofferenza psicologica (negando l'evidenza del vantaggio pratico) sotto una tutela che per altri è considerata un privilegio (sabato un articolo sul Fatto denunciava i potenti scortati a Roma, non rappresentandoli come prigionieri di chi li tutela, ma come favoriti - vedi Finocchiaro - non rischiando nulla come Saviano) gli fa giustificare la copiatura non come un errore, una coincidenza, il diritto di cronaca, ma come una cosa irrilevante perché in percentuale bassa. Come dire: non ho copiato 300 pagine ma solo 6. Parimenti il ladro potrebbe dire: «In una casa piena di Van Gogh e Picasso, ho rubato solo due Fattori».

Il riferimento alla scorta è un tentativo di captatio benevolentiae, esibendo il luogo comune dell'uomo minacciato dalla camorra, per commuovere. Uno scrittore accusato di copiare potrebbe piuttosto fare riferimento a D'Annunzio, che dava la sua atmosfera decadente e il suo colore letterario alle pagine rubate ad altri autori. Il «nero» moralistico di Saviano potrebbe essere la pece che tiene insieme scrittura creativa e stralci copiati dai giornali. Ma lui non ci arriva. E, non rispettando la sentenza, contro cui, come un Berlusconi qualunque, annuncia di ricorrere, cerca di rovesciare il verdetto insinuando che l'editore e il giornale da cui ha copiato siano vicini ad ambienti non specchiati: «Nel 2008 al Festivaletteratura di Mantova raccontai la grammatica di alcuni quotidiani in terra di camorra, una comunicazione agghiacciante, di cui poi ho parlato in uno speciale di Che tempo che fa.

Immediata arriva la citazione in giudizio da parte dell'editore dei quotidiani di cui avevo parlato. Non mi accusavano di averli diffamati, ma di aver totalmente copiato Gomorra». E non basta l'insinuazione diffamatoria per screditare chi ha osato affermare una cosa vera. Saviano, per sminuire il proprio plagio, attribuisce alle sue vittime lo stesso reato, fingendo d'ignorare l'indebito profitto che egli ha ottenuto pubblicando testi non suoi con un editore come Mondadori.

E, come se il tribunale avesse inteso perseguitarlo, annuncia: «Ricorrerò in Cassazione. Anche se si tratta dello 0,6% del mio libro, non voglio che nulla mi leghi a questi giornali». Dunque il plagio c'è. E la Cassazione non potrà cassarlo. A meno che, Saviano, non voglia delegittimare la magistratura come Berlusconi, sperando in un'intervista sulla sentenza da parte di un altro Esposito. Intanto, getta fango su quelli che lo accusano, su fatti accertati. Lui è minacciato dalla camorra e questi osano dire che è un copione. Sicuramente Saviano troverà molti Gasparri a difenderlo. E ribalterà la verità, processando sui giornali i suoi accusatori. Un capolavoro da inquisizione. E ignorando l'unico tribunale che lo ha condannato. Erbani, se ci sei, batti un colpo.

press@vittoriosgarbi.it

Siti pirata "innominabili": quando una citazione in rete diventa reato

Corriere della sera

Paolo Soglia

 

RTI e Lega Calcio hanno chiesto e ottenuto la condanna del quotidiano on line "Il Post" per aver pubblicato articoli che indicavano i portali da cui accedere allo streaming pirata delle partite.



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Dove finisce il diritto d’informare e dove inizia la tutela della proprietà intellettuale?Mentre il contestato regolamento dell’Agcom sul copyright online è ancora in fase di discussione pubblica, una recente sentenza fissa nuovi paletti, dando sempre meno spazio all’informazione e maggior tutela a chi vanta diritti d’esclusiva per lo sfruttamento commerciale di eventi sportivi. Il quotidiano on line “Il Post”, diretto da Luca Sofri, è stato recentemente condannato in via definitiva all’ammenda di 10.000 euro e all’onere della pubblicazione della sentenza (oltre al pagamento delle spese processuali), per aver informato i propri lettori sui portali che ospitano link attraverso i quali si possono vedere in diretta streaming le partite di calcio.

Reti Televisive Italiane spa e Lega Calcio hanno infatti sostenuto davanti al giudice che la pubblicazione di notizie che danno indicazioni al pubblico sull’esistenza di siti “pirata” era lesiva dei propri interessi e violava la proprietà intellettuale. Lamenta “il Post” che nell’argomentare il proprio ricorso RTI abbia pure affermato che dare questo tipo di informazioni equivalesse a indicare ai lettori “i nomi, gli indirizzi e l’ora di ricevimento delle singole prostitute” o “i numeri telefonici degli spacciatori”. La diffida si chiudeva con la richiesta di “interrompere ogni attività informativa che contribuisca ad agevolare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti audiovisivi licenziati dalla Lega Calcio”.

Pur riconoscendo che la testata non ha ottenuto alcun vantaggio economico “diretto” nel dare queste notizie, il giudice ha accolto tutte le richieste di RTI e Lega Calcio ingiungendo al Post di non dare più nessuna informazione sull’esistenza online di siti che trasmettano le partite senza averne i diritti. E di non linkare mai più, in nessuna altra pagina vecchia o nuova del suo quotidiano on line, l’articolo di approfondimento pubblicato sul Post il 10 febbraio 2012, in cui erano nominati i portali che raccolgono i siti di streaming.

I giudici - dicono al Post - ammettono che quell’articolo è legittimo e correttamente informativo. Ma non è linkabile. Nell’ordinanza del Tribunale di Roma si afferma che la finalità della testata: “non è quella di porre il pubblico a conoscenza dell’illiceità di questo fenomeno, quanto piuttosto di offrire al pubblico medesimo uno strumento per l’immediata e facile individuazione dei siti pirata dove è possibile vedere gratuitamente l’evento”. Al Post viene contestato: “che lo scopo realmente perseguito sia quello di pubblicare informazioni che abbiano un contenuto di forte richiamo per i lettori e conseguentemente per gli inserzionisti pubblicitari”.

Detto che pubblicare notizie che abbiano “forte richiamo per i lettori” e attrarre investimenti pubblicitari è una prassi comune nel giornalismo e nell’editoria da più di due secoli, è evidente che RTI e Lega Calcio, che muovono interessi economici di miliardi di euro, siano ben poco interessati all’ammenda e ben più determinati a sancire un principio. E il Tribunale ha dato loro ragione, anche a rischio di comprimere in maniera significativa l’ambito del diritto all’informazione sancito dall’articolo 21 della Costituzione.

Dura lex sed lex, dicevano i romani. Tuttavia questa sentenza pone molti dubbi giuridici. Esperti di diritto e tutela del copyright, commentando su Wired la sentenza, fanno notare che: “non è stata punita la violazione diretta del diritto d’autore quanto il contributo offerto, in via mediata, da Il Post nelle violazioni del diritto d’autore commesse dai fornitori di servizi di streaming illegali…” e si interrogano se le esigenze di protezione del copyright possano costituire un limite così forte alla libertà di espressione.

Per puro esercizio giornalistico abbiamo infine provato a digitare sui principali motore di ricerca le parole: “guardare le partite on line gratis”. Ne sono uscite centinaia di pagine con link a siti di tutto il mondo da cui si può accedere tranquillamente ai servizi di streaming pirata (sovente localizzati in Cina o nei paesi dell’est Europa) e guardarsi una partita completamente gratis. Un’evidente asimmetria: una piccola testata giornalistica viene condannata per aver dato questa informazione mentre tutti i motori di ricerca globali (che fatturano miliardi) continuano liberamente a pubblicare i link, senza problemi, ogni giorno.

22 settembre 2013 (modifica il 23 settembre 2013)

La lapide smart che «parla» del defunto

Corriere della sera

Una mattonella con QR Code da porre sulle sepolture rimanda allo spazio web dove sono contenuti i ricordi dei morti

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MILANO - Il caro estinto lo si ricorda sul Web: ormai i QR code, i famosi quadratini astratti che inquadrati con lo smartphone aprono informazioni online, sono dappertutto. Perché no, anche sulle lapidi. Basta una mattonella di marmo con impresso uno di questi codici e le memorie del defunto continuano a vivere nel tempo. A inventarla un gruppo di designer, creativi e informatici milanesi, quelli del portale Rockit.it e della Better Days, che, tra spunti letterari e musicali, hanno messo a punto e prodotto Rest in Memory: «Ogni vita è un racconto, che spesso col tempo va perdendosi», commenta Stefano Bottura, uno dei sei soci. «Come fare per non far morire il ricordo? Caricando su uno spazio online collegato a un qr code foto e testi sulla vita di quella persona».

E se l’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e l’album di De Andrè "Non al denaro, non all'amore né al cielo" sono stati fonte d’ispirazione, sono soprattutto famiglie e amici ad aver stimolato gli ideatori: «In Italia il tema della morte è un tabù, si evita di parlarne. Ma quando si ricordano i nostri defunti dopo un po’ di imbarazzo iniziale parte il racconto di aneddoti e storie che li riguardano. Per questo ci siamo detti: perché non fissare tutto in qualcosa che resti?», continua Bottura.


RIM è un pacchetto completo composto da una mattonella in marmo dotata di QR Code e NFC Tag, tecnologia a radiofrequenza che consente di far dialogare due dispositivi posti a breve distanza, e uno spazio online dove salvare immagini e storie. Qui possono essere caricate foto e parole che raccontino la vita di una persona scomparsa. Ogni mattonella è diversa e corrisponde a una scheda personalizzata sviluppata ad hoc da Better Days.

Chi ne sente parlare per la prima volta la potrebbe reputare un’idea macabra, una sorta di Facebook per i morti. In realtà Rest in Memory è un servizio discreto e comprende un sistema di privacy: «Non è in alcun modo un social network, non esiste cioè un sito a cui collegarsi per navigare tra i profili degli iscritti», continua Bottura. «L'unico modo per accedere alle storie dei defunti è attraverso la mattonella RIM posta sulla tomba. L'accesso alla pagina può anche essere privato, protetto da una domanda di sicurezza scelta dalla famiglia alla quale sappiano rispondere solo amici e parenti». Per ora la piattaforma permette di caricare testi e immagini ma presto si potranno aggiungere anche video e file audio.

Ad oggi RIM è commercializzata online: «Il cofanetto si può acquistare sul nostro sito al prezzo di 60 euro o di 130 per una mattonella con dieci spazi dedicati, per le tombe di famiglia». Pochi giorni fa il prodotto è stato lanciato sulla piattaforma di crowdfunding Indiegogo e presentato alla fiera di settore Memoria Expo 2013 di Brescia: «La risposta è stata ottima: dopo un momento di diffidenza iniziale tanti si sono interessati a RIM e i titolari di imprese funebri ci stanno contattando per commercializzarla». Meno positivi i riscontri della campagna di crowdfunding, ferma da giorni a pochi euro: «Per noi è solo un test per riscontrare l’interesse su altri mercati», aggiunge Bottura. «Abbiamo preparato il sito anche in inglese, spagnolo, cinese e giapponese. Ma anche se il crowdfunding non decolla l’azienda va avanti con le vendite e la promozione». I sei soci hanno infatti già iniziato a vendere online e alla fiera di settore parte delle 300 mattonelle già prodotte.

Sembra dunque che lentamente anche un settore “immortale” ma poco innovativo come quello funerario si stia aprendo alle nuove tecnologie. RIM non è il solo prodotto in quest’ottica sul mercato italiano: eMemories, creata da Digital Emotion, è una cornice digitale a uso cimiteriale, una digital photo frame con schermo Lcd da 8 pollici corredata da un vaso e da un lumino che viene posto sulla lapide. E se l’americana Greenwich Village Funeral Home Inc. offre funerali in live stream che possono essere visti in tempo reale o riguardati in un secondo momento da 3mila persone, non mancano i siti dedicati ai defunti come il tedesco Emorial.de, che raccoglie oltre centomila tombe virtuali o departedlife.com , un vero e proprio social network per persone scomparse. Infine, con il successo che i necrologi hanno sempre riscosso sulle pagine delle testate locali, non possono mancare i siti web dedicati come l’italianissimo funeras.it.

23 settembre 2013 | 14:58

Overdose da Viagra, gli amputano il pene andato in cancrena

Corriere della sera

La vittima è un uomo colombiano di 66 anni. L'assunzione massiccia delle pillole ha causato un priapismo prolungato

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MILANO - Voleva impressionare la fidanzata, ma la vicenda è finita in tragedia: un signore sessantaseienne colombiano ha infatti fatto indigestione di pillole blu, nel tentativo di regalare un amplesso da record alla nuova conquista. Dopo l’assunzione l’uomo, residente a Gigante, nel dipartimento di Huila, ha avuto un episodio di priapismo talmente prolungato e grave da rendersi necessaria l’amputazione del pene.

PRIAPISMO DI DIVERSI GIORNI - Il priapismo è un'erezione persistente e anomala dei soli corpi cavernosi del pene, di durata superiore a 4 ore, che non è accompagnata dal consueto desiderio sessuale. Ma nel caso di questo signore, ex agricoltore e politico locale che ha voluto rimanere anonimo, l’erezione è durata diversi giorni e la normale terapia, consistente nell’aspirazione del sangue non ossigenato dai tessuti penieni, non era ormai più sufficiente. Quando l’uomo, non senza imbarazzo, si è convinto a rivolgersi a una struttura ospedaliera i medici hanno riscontrato in seguito alla prolungata erezione segni di cancrena e frattura del pene. L’amputazione dell’organo riproduttivo è stata obbligata e finalizzata anche ad evitare che la complicazione si diffondesse al resto del corpo.

ALTRI DANNI DI QUESTE PILLOLE – Vale la pena ricordare che gli incidenti di questo tipo (anche se non uguale a questo) sono stati ricorrenti da quando hanno incominciato a diffondersi così capillarmente i farmaci contro le disfunzioni erettili. In particolare va segnalato un utilizzo in alcuni casi pericoloso e malsano della pillola, che dovrebbe essere assunta in casi particolari ed esclusivamente sotto stretto controllo di un medico. Sempre accettando i cambiamenti che l’età senile può portare al nostro corpo. Recentemente un altro uomo è morto in seguito a un’indigestione da Viagra proprio il giorno della sua prima notte di nozze e sono purtroppo molti i casi di infarti, poiché il Viagra, essendo composto da un inibitore che induce una vasodilatazione arteriosa, può condurre alla restrizione dei vasi sanguigni. L’equipe dell’ospedale ha poi distribuito un comunicato ufficiale e perentorio: «Si raccomanda di non usare farmaci per la disfunzione erettile senza la prescrizione del proprio medico».

23 settembre 2013 | 15:02

Fiat, operai reintegrati: martedì in fabbrica C'è anche il senatore Barozzino (Sel)

Corriere del Mezzogiorno

Melfi, vennero licenziati nel luglio 2010: domani sarà il primo giorno di lavoro

 

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Licenziati e reintegrati. Dal limbo toccato negli ultimi anni a tanti lavoratori Fiat si allontanano tre operai di Melfi (Potenza) che domani, martedì, dovranno presentarsi in fabbrica. Vennero licenziati nel 2010 e poi reintegrati definitivamente dalla Corte di Cassazione nel luglio scorso. Fra loro vi è anche il senatore Giovanni Barozzino, eletto nel febbraio scorso nelle liste di Sel e componente della Commissione Lavoro

23 settembre 2013

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Gino Bartali “Giusto tra le nazioni”

La Stampa

Trasportava di nascosto nel tubo della bicicletta documenti per falsificare i passaporti degli ebrei: ne salvò in questo modo circa 800


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Gino Bartali, il grande campione di ciclismo, è stato dichiarato `Giusto tra le nazioni´ da Yad Vashem, il sacrario della Memoria di Gerusalemme. Lo si legge sul sito dell’organizzazione. La decisione riconosce l’impegno di Bartali a favore degli ebrei perseguitati in Italia. Fra il settembre 1943 e il giugno 1944 Bartali si adoperò infatti per il trasporto, all’interno del tubo della sua bicicletta, di documenti che servivano a falsificare i passaporti di cittadini italiani di origini ebraiche. Il ciclista era già stato insignito post mortem, nel 2005, della medaglia d’oro al merito civile dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi «per aver salvato la vita a circa 800 ebrei». 

Yad Vashem spiega che Bartali, «un cattolico devoto, nel corso dell’occupazione tedesca in Italia ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l’Arcivescovo della città cardinale Elia Angelo Dalla Costa». Ques’ultimo è stato già riconosciuto Giusto tra le Nazioni da Yad Vashem. «Questa rete ebraico-cristiana, messa in piedi a seguito dell’occupazione tedesca e all’avvio della deportazione degli ebrei, ha salvato - prosegue Yad Vashem - centinaia di ebrei locali ed ebrei rifugiati dai territori prima sotto controllo italiano, principalmente in Francia e Yugoslavia». In particolare, Bartali ha agito «come corriere della rete, nascondendo falsi documenti e carte nella sua bicicletta e trasportandoli attraverso le città, con la scusa che si stava allenando. Pur a conoscenza dei rischi che la sua vita correva per aiutare gli ebrei, Bartali ha trasferito falsi documenti a vari contatti e tra questi il rabbino Cassuto».

Yad Vashem ha infine annunciato che in onore di Bartali si terrà una cerimonia in Italia in una data ancora da stabilire. La moglie di Gino Bartali e il figlio Andrea sono felicissimi. «È una cosa magnifica», ha affermato Andrea. «Aspettavamo questa notizia già da qualche tempo, soprattutto dopo che un mese fa hanno fatto giusto tra le nazioni il cardinale Elia Dalla Costa», ha aggiunto. «Saperlo proprio oggi quando qui a Firenze sono iniziati i Mondiali di ciclismo ha un significato enorme», ha detto ancora il figlio di Bartali. La famiglia di Bartali era stata invitata già nelle settimane scorse a Gerusalemme dal governo israeliano per il mese di ottobre.

Twitter e la sindrome dei followers: in Cina se sei "social" rischi l'arresto

Il Messaggero

di Laura Bogliolo

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Li chiamano social-maniaci. Tratti particolari: indice slogato per trascinare lo schermo dello smarthphone, aggiornare per vedere se il numero di followers su Twitter aumenta o se l'ultimo post inviato è diventato popolare ricevendo centinaia di “I Like” e condivisioni. La sindrome dei follower in Occidente incorona le cosiddette social star, mentre in Cina può portare alla prigione. Più il post è popolare e più si rischia se il contenuto viene considerato come non vero. Lo stabilisce una recente legge che prevede l'arresto se il messaggio contestato è stato ritwittato più di 500 volte o condiviso da 5mila persone.

Così è successo a Yang, un sedicenne che ora si trova in carcere: ha postato su Weibo (la versione cinese di Twitter) un messaggio accusando la polizia su un caso di siucidio. Secondo il giovane la vittima in realtà era stata uccisa dalle forze dell'ordine. Il post è stato ritwittato più di 500 volte e Yang è finito in prigione violando la nuova normativa contro i “rumors” online approvata il 9 settembre. Altri cinque giovani sono stati multati per i loro post sullo stesso caso.

Paura di essere social. Secondo il governo la nuova legge ha l'obiettivo di limitare la diffusione di notizie false, ma i giovani navigatori di Weibo vedono nella nuova normativa un tentativo di soffocare ogni critica al governo. “E' molto facile superare i 500 retweet – ha detto un utente di Weibo alla Reuters – chi oserà mai più cinguettare adesso?”. Più sei social, più rischi di essere arrestato. Almeno è così in Cina.

laura.bogliolo@ilmessaggero.it
blog: Daily web


Domenica 22 Settembre 2013 - 18:32
Ultimo aggiornamento: Lunedì 23 Settembre - 07:46

Lungomare liberato? Io ho trovato auto, ambulanti e degrado»

Il Mattino


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Caro Mattino,

stamattina ho pensato di portare le mie nipotine a godersi il bel sole di settembre sul lungomare di Napoli. Siamo state bene perché la nostra Napoli sa essere accogliente sempre.
Però sulla mia strada ho incrociato (e fotografato) tante cose che mi hanno lasciata interdetta. Nella zona dove è vietato il traffico circolava liberamente una vettura rosso fuoco, il marciapiede era travolto da venditori ambulanti, la fontana della villa era ridotta a una pozza lurida e piena di pattume.

Guardate le foto e ditemi cosa ne pensate.

Saluti
C. Rossi

Equinozio d’autunno Dunque la Terra non è piatta

La Stampa

piero bianucci


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Ieri sera, alle 22,44 del 22 settembre 2013, la Terra è transitata per quel punto ideale, nello spazio e nel tempo, che chiamiamo equinozio d’autunno. In questa occasione avremmo dovuto ricordarci che la Terra è un pianeta, una quasi-sfera di roccia, acqua e aria dal diametro di circa 12.700 chilometri in orbita intorno al Sole. L’architetto Richard Buckminster Fuller (1895-1983), è famoso per aver ideato la cupola geodetica, una semisfera o quasi-sfera formata accostando elementi a forma di triangolo.

La brevettò nel 1954, e il padiglione degli Stati Uniti all’Expò del 1967 a Montréal ne fu un esempio ambizioso, ma troviamo cupole geodetiche anche nelle strutture per la protezione dei radar e in molte tensostrutture grandi e piccole con le destinazioni più varie. Fra le strutture davvero microscopiche, anzi, ultra-microscopiche c’è uno stato allotropico del carbonio scoperto da Harold Kroto intorno al 1985 studiando una nebulosa con un radiotelescopio. Si tratta di una molecola quasi-sferica costituita da 60 atomi di carbonio che ricorda la cupola geodetica. Kroto, poi premiato con il Nobel, in memoria dell’architetto americano la chiamò fullerene, benché gli elementi base non siano triangoli ma 20 esagoni e 12 pentagoni.

Detentore di una ventina di brevetti, designer, conduttore televisivo e scrittore, Buckminster Fuller dovrebbe essere noto anche come filosofo del pensiero sistemico. Proprio parlando da filosofo, una volta Buckminster Fuller dichiarò di essere convinto che la gente si comporta male perché ha l’impressione che la Terra sia piatta.

Sembra una battuta stravagante ma contiene una profonda verità. Se in ogni istante avessimo ben presente che la Terra è una sfera sospesa nello spazio, cambierebbe il nostro modo di concepire la vita e di trattare il nostro prossimo. Di colpo, tutti gli esseri umani e tutte le creature viventi diventerebbero davvero nostri fratelli e sorelle. O almeno compagni di viaggio, quali indubbiamente sono i 7,2 miliardi di uomini e donne sparsi su questo pianeta in corsa intorno al Sole alla velocità di 30 chilometri al secondo. Sparirebbero alto e basso, Nord e Sud con tutti i razzismi connessi, persino destra e sinistra, che sono difficili da collocare su una sfera.

Ci ho ripensato ieri, giorno dell’equinozio d’autunno, una delle due volte all’anno in cui il piano dell’equatore terrestre viene a coincidere con il piano dell’orbita del nostro pianeta, e quindi giorno e notte hanno la stessa durata e il Sole lambisce l’orizzonte sia del Polo Nord sia del polo Sud (disegno). Se si escludono poche menti geniali e anticonformiste, per millenni gli uomini hanno creduto che la Terra fosse piatta, e tuttora, nella vita di tutti i giorni, pensiamo e ci comportiamo come se lo fosse. La rivoluzione copernicana è nei libri fin dalle scuole elementari, ma deve ancora avvenire dentro di noi. Neppure le foto della Terra riprese dallo spazio sono riuscite a far entrare nella cultura quotidiana la rivoluzione avviata da Copernico, Keplero e Galileo. 

Ho anche riflettuto sul fatto che dei tre, Keplero è il genio più straordinario. Nel “Somnium”, romanzo di fantascienza ante litteram che racconta un viaggio dalla Terra alla Luna, descrive la Terra vista dal nostro satellite, e ci racconta che gli abitanti lunari la chiamano Volva, perché la sua caratteristica più evidente è la rotazione su se stessa in 24 ore. La rotazione di una sfera sospesa nello spazio. Con un ovvio corollario: se per i lunari la Terra è la Volva, i suoi abitanti sono i Volviani (attenzione alla o).

Con la sua mente visionaria Keplero riuscì a concepire e a descrivere una realtà astronomica in fondo semplice, ma che 400 anni dopo ancora ci sfugge. Niente è più difficile che imparare a guardare le cose da un altro punto di vista. Le conseguenze, per la politica, la filosofia e il destino dell’umanità sono drammatiche. 

Salva la vita di un bambino: la storia del cane guida diventato eroe

La Stampa

Jet ha spinto via la carrozzina del piccolo mettendolo così in salvo da un’auto che aveva perso il controllo


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Una storia a lieto fine che viene dall’Inghilterra. A Leigh, nella contea della Greater Manchester, un labrador femmina di nome Jet ha salvato la vita di un bimbo di un anno, Jacob, spingendo via la sua carrozzina e togliendola così dalla traiettoria di un’auto che aveva perso il controllo. Jet è tutta nera e di professione fa il cane guida da cinque anni: è infatti affidata alla mamma di Jacob, Jessica Cowley, che è parzialmente cieca. 

Jessica, Jacob e Jet stavano attraversando l’entrata di un parcheggio quando è avvenuto l’incidente. Jet si è accorta dell’auto che si dirigeva nella loro direzione, si è liberata dal guinzaglio e ha spinto via la carrozzina mettendo così in salvo il piccolo Jacob, che se l’è cavata solo con una piccolo taglietto al labbro. La signora Cowley invece è stata colpita dalla vettura ed è caduta a terra. Con la sua visione limitata non ha potuto rendersi conto di quanto stava accadendo, dice infatti di aver sentito solo un rumore stridente e poi il cane che si allontanava da lei. 

L’incidente è avvenuto nei pressi di una clinica veterinaria e lo staff ha immediatamente prestato soccorso a Jessica e Jacob. Quando la dottoressa Caroline Purnell ha portato l’eroica Jet a vedere la sua padrona, la cagnolona si è fiondata su Jessica leccandole tutta la faccia. «Era preoccupata per me e solo quando ha capito che stavo bene si è tranquillizzata», racconta Jessica. E la dottoressa Purnell ha aggiunto: «Jet ha mostrato con esattezza quanto sono importanti i cani guida. Totalmente incurante della sua propria sicurezza, ha pensato prima a proteggere il figlio della sua padrona e poi ha pensato alla padrona stessa». 

Jessica è stata poi trasportata al Royal Hospital di Salford poiché aveva diverse ecchimosi e si trovava ovviamente sotto choc. Ma è già tornata a casa dove, con Jacob e la coraggiosissima Jet, completerà la sua guarigione immersa nell’affetto. 

Casa coniugale utilizzata per le vacanze: assegnazione addio

La Stampa


Assegnazione della casa familiare e cessazione della stessa sono subordinate alla valutazione da parte del giudice di rispondenza all’interesse della prole (Cassazione, sentenza 11218/13).


Il caso

CatturaLa Corte di appello di Venezia, in parziale modifica delle condizioni della separazione personale di due coniugi, revocava l’assegnazione alla donna della casa coniugale, disponendo l’affidamento condiviso della figlia minore ad entrambi i genitori, con collocazione prevalente presso l’abitazione della madre. La donna viveva con la figlia in un comune diverso da quello dove era situata la casa coniugale. I giudici di merito avevano rilevato che la donna viveva stabilmente con la figlia nell’abitazione dei suoi genitori, in un comune diverso rispetto a dove era situata la casa coniugale. Nonostante la donna avesse dichiarato di risiedere nella città dei propri genitori solo nel periodo che va da novembre a marzo, i giudici avevano ritenuto inverosimile che la stessa vivesse nella casa coniugale al di fuori di questo periodo, non rimanendo accanto alla figlia per l’intera durata dell’anno scolastico. 

Ad esaminare la questione, su impulso della donna, è anche la Cassazione  che, tuttavia, ritiene infondato in toto il ricorso. Nello specifico, gli Ermellini osservano che l’abitazione coniugale assegnata alla ricorrente veniva da lei utilizzata solo saltuariamente, e prevalentemente durante l’estate; pertanto la casa in questione non può certo ritenersi habitat domestico della minore, «da intendersi come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare». Infatti, precisa ancora la Cassazione, «il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare». Ad ulteriore conferma, vi è anche la sentenza della Corte Costituzionale (n. 308/2008), dalla quale emerge che sia l’assegnazione della casa familiare, che la cessazione della stessa, è stata sempre subordinata «ad una valutazione, da parte del giudice, di rispondenza all’interesse della prole».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Ladro restituisce la bici, su Facebook diffuso il numero: bombardatelo di sms. Restituita in un'ora

Il Messaggero

di Laura Bogliolo


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“La giustizia ha trionfato l'altra notte e ho riavuto la mia bici”. Dopo il caso di Roy Munro è possibile che sui dizionari attenti all'evoluzione dell'umanità stile 2.0 venga inserito una nuova espressione: "giustizia sociale" o meglio "social justice". Sociale e socializzante come quel post su Facebook dove Roy, 36enne di Edimburgo, ha chiamato a raccolta tutti gli “amici” degli “amici” per bombardare di sms il aldro che gli aveva rubato la bicicletta:

“Ecco il numero, mandate il messaggio “Sei un ladro di biciclette” (la pagina Facebook di Roy)
Il drammatico e commovente film del maestro Vittorio De Sica non riesce più a rendere almeno un po' simpatici i responsabili dei furti delle due ruote. Una vera invasione, anche a Roma, tanto che un giovane informatico della capitale tempo fa si ingegnò e creò un Quick Read Code, un codice a barre applicato sulla propria bici nel quale sono memorizzate informazioni che possono essere lette facilmente dai telefoni cellulari.

La sommossa sul web. A Edimburgo Roy, affezionatissimo alla sua bicicletta, ha preso invece la strada dell'appello sul web scatenando una vera e propria sommossa. I metodi da usare sono diversi: c'è il mailbombing, il bombardamento di e-mail inviati ad un unico destinatario fino a provocare provocandone l'intasamento della casella di posta, c'è il googlebombing usato ad esempio epr George W. Bush, in modo che cercando il nome dell'ex presidente il primo risultato visualizzato fosse “fallimento miserabile”.

Roy, bidello alla George Heriots School, ha usato un mix di old economy e new economy per convincere il suo ladro a restituirgli la bici. Tutto, come spiega Edinburghnews ha inizio martedì scorso quando si accorge che la sua bici da mille sterline è stata rubata. Roy ha scoperto che era stata messa in vendita sul portale di annunci Kijiji. “era addolorato per il furto, è una bicicletta rara, non è più in produzione”.

Sull'annuncio c'era anche il numero di telefono. Il 36enne, su conisglio della polizia, si è finto venditore e ha dato un appuntamento al ladro. Ma l'agguato al ladro è fallito. La vittima del furto quindi ha scelto un metodo forse poco ortodosso ma convincente: ha diffuso su Facebook il numero del ladro invitando tutti a tempestarlo di telefonate e sms dallo stesso tono: “Ladro di biciclette!”.

E dopo un'ora ecco la sorpresa: Roy ha ricevuto una e-mail nella quale il aldro avvertiva: “la tua bici si trova parcheggiata vicino al tuo appartamento”. La corsa in strada e Roy finalmente si è rimpossessato della sua bici. La polizia, intanto, è alla caccia del ladro.


laura.bogliolo@ilmessaggero.it


Sabato 21 Settembre 2013 - 16:45
Ultimo aggiornamento: Domenica 22 Settembre - 13:15

Doria “processato” dai suoi elettori

ilsecoloxix.it


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Genova - Il primo anno di governo del sindaco Marco Doria? «Fallimentare e deludente». Il Puc che la giunta sta faticosamente elaborando? «Da bocciare in buona parte». La partecipazione promessa dal primo cittadino in campagna elettorale? «Dal Comune abbiamo trovato solo chiusure». Le privatizzazioni? «Vanno fermate».

Scuro in volto, gli occhi bassi sul foglio degli appunti, a tratti visibilmente contrariato, ieri pomeriggio, a Villa Bombrini, il sindaco ha subito senza fiatare per una buona mezz’ora le critiche rivoltegli dalla “sua” gente. Praticamente il bis di quanto avvenuto lo scorso 8 giugno al Teatro della Tosse senza, per fortuna, incidenti e contestazioni violente. Ma la sostanza è identica. Nella storica dimora di Cornigliano, tra il Polcevera e le acciaierie, ieri si è conclusa così la due giorni organizzata dalla Rete If- Istruzioni per il futuro che raccoglie oltre quaranta associazioni e comitati del mondo ambientalista ed equo-solidale. Ossia, il “terreno di coltura” in cui ha preso in larga parte forma la candidatura di Marco Doria alle primarie.

A Villa Bombrini, a dibattere sul tema “La città che vogliamo...”, c’erano ieri almeno 200 persone: tutti elettori di Doria. Elettori delusi dal sindaco, che accusano di avere sinora tradito le promesse fatte prima delle elezioni. Le parole di Deborah Lucchetti, portavoce della rete If e di Altraeconomia, colpiscono il sindaco come uno schiaffo: «A distanza di un anno, la città non è affatto cambiata. Manca una visione strategica e, invece della partecipazione promessa, abbiamo incontrato dal Comune solo chiusura». Non basta: «L’atteggiamento dell’amministrazione in questo primo anno è stato un po’ autistico. Ma dopo questa fase fallimentare, possiamo ripartire da zero». Il sindaco ha il viso cereo. Ma è solo l’inizio.

«Vuole dare finalmente un segno di discontinuità (e per questo l’abbiamo votata) o intende salvaguardare gli interessi dei cementificatori?» domanda al microfono Luca Motosso, del comitato per la difesa di Bosco pelato, strappando un lungo applauso. «Dai suoi assessori neppure una telefonata, altro che dialogo con i cittadini», insiste Enrico Testino, del comitato Voglio la Gavoglio. Il sindaco ribatte colpo su colpo. Sulla Gavoglio? «La sdemanializzazione è possibile, ci stiamo lavorando». Le privatizzazioni: «La mia preoccupazione è non far fallire le aziende comunali». La partecipazione: «Si può fare di più, ma i comitati esprimono esigenze contrastanti: spetta alla giunta e al consiglio comunale fare sintesi».

Follie in toga: c'è l'attenuante viagra

Cristiano Gatti - Lun, 23/09/2013 - 08:42

Un panettiere passa 11 volte col rosso. Multato, si difende: "La pillola altera i colori". E il giudice gli dà ragione

La comunità scientifica è ancora sottosopra per la clamorosa scoperta del panettiere ligure, come tutte le più grandi scoperte avvenuta per puro caso, lungo una strada di Lerici: il Viagra non serve solo per risolvere quel problema, si rivela miracoloso anche per impietosire i giudici di pace e pagare la metà delle multe.


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In una sola giornata, nel suo giro di consegne, il panettiere era passato undici volte con il rosso. Prontamente registrato dal Grande Fratello, questa carogna che vede tutto e non vede l'ora di castigarci pesantamente, si è ritrovato un cumulativo dei vigili da mettere spavento: 177,60 a passaggio, totale 1953,60. Disperato il ricorso al giudice di pace. Narrano le cronache che nell'udienza cruciale l'emozione si tagliasse a fette. La linea difensiva, un drammone toccante. «Signor giudice - così il panettiere - in quel periodo il mio medico mi aveva prescritto il Viagra per risolvere un serio problema tecnico. Come lei saprà, tra i possibili effetti collaterali del farmaco c'è proprio l'alterazione dei colori. Dannazione, è il caso mio».

Ciò che per gli altri è rosso, in quel periodo per lui era verde. Questo l'increscioso fenomeno. Certo il giudice di pace ha provato a rintuzzarlo facendogli presente che a quel punto guidare col Viagra in corpo è da incoscienti, cioè ai fini processuali un'aggravante. Ineccepibile. Ma poi, cerchiamo di capirci, siamo pur sempre di fronte alla giustizia italiana: elastica, adattabile, doppiopesista, eccentrica, imprevedibile. La famosa incertezza del diritto, tutta nostra, tutta certificata. Anche questa volta, così, soluzione a sorpresa: mezza multa abbuonata, mille euro anziché duemila.

Ma anche questa volta, mestamente, la chiara sensazione di giocarsi i numeri al Lotto, non di rispondere della colpa in un ufficio giudiziario. Al panettiere sarà sembrato di sognare, una visione onirica dopo mostruoso dosaggio di Viagra, ma in fondo sembra di sognare anche a tutti gli altri. L'idea che sta prendendo piede in giro per opinioni pubbliche, questa idea tremenda della giustizia capace di tutto, esce rafforzata dal misterioso caso del panettiere daltonico. Certo ce lo raccontiamo come una barzelletta, certo sembra un episodio dei film di Vanzina, certo scappa da ridere.

Vogliamo però dire che ridendo e scherzando ci siamo ridotti a considerare un'istituzione sacra e primaria poco più di una macchietta, peggio ancora, una gabbia di matti dalla quale può uscire qualunque cosa, dai giudici di pace fino ai massimi gradi della Cassazione? Non è per niente bello, non lascia sperare nulla di incoraggiante, questo andazzo generale che ci vede spoetizzati, fino al cinismo e al sarcasmo, quando pensiamo alla giustizia.

Noi italiani comuni forse siamo talmente imbarbariti dentro da non rispettare più niente e non prendere più niente sul serio. Ma è urgentissimo che qualche serena autocritica comincino a farsela anche i giudici di tutti i livelli. La convinzione che il nostro destino sia sempre in balìa di umori del momento, stravaganze personali, liberissime interpretazioni, creatività naif, questa unica certezza nella più totale incertezza non serve certo a ricostruire una sana autorevolezza dell'istituzione.

Se vale il Viagra per passare con il rosso, può valere che passino tutti quelli con la testa tra le nuvole, quelli con molte preoccupazioni, quelli ossessionati e quelli usciti dal pub. Non esiste, eppure siamo a questi livelli. Certo la giustizia sarebbe una cosa seria. Ma qui ormai si avverte una sensazione deprimente: in questo Paese merita clemenza solo chi alza di più la voce e chi non alza più quell'altra cosa.

Cuba sceglie la revolución del superlusso

La Stampa

paolo manzo

In costruzione alberghi e villaggi con porti per yacht in stile Abramovich

san paolo


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La revolución del pueblo guidata da Fidel è meglio che ve la scordiate. Scordatevela perché la Cuba targata 2013 sta puntando oramai sulla revolución del superlusso. L’«altra Cuba» non è più insomma quella del Che e neanche quella del partito unico – che pure ancora esiste e resiste. L’«altra Cuba», quella di oggi, è fatta sempre più di maggiordomi al servizio ventiquattro ore su ventiquattro, di yacht «alla Abramovich», di resort stile Cancún e di campi da golf degni di un Master. 

Per rendersene conto basta guardare agli ultimi due mega-investimenti fatti da Raúl Castro, il fratello di Fidel oggi alla guida del Paese. Il primo si chiama «Marina Gaviota» ed è un vero e proprio gioiello del settore turismo luxury o, se preferite, di alta gamma. Già perché questa struttura – per cui sinora sono stati spesi circa un miliardo di dollari dal regime in partnership con investitori stranieri – non è una colonia estiva per il pueblo ma un villaggio superesclusivo con un porto da mille posti barca per ricchi.

Situato a Varadero - la penisola più vicina alla costa della Florida e dove ogni anno confluiscono milioni di villeggianti da ogni parte del mondo - il «Marina Gaviota» ospita già oggi un lussuoso hotel a 5 stelle dove i prezzi medi si aggirano attorno ai 200 euro a notte, 10 volte lo stipendio medio di un cubano. Presto, a lavori ultimati, potrà anche ospitare gli yacht dei turisti più facoltosi del globo lunghi sino a 150 metri - «alla Abramovich» per l’appunto e non le barchette del pueblo. Al suo fianco stanno costruendo un villaggio Vip, con 200 appartamenti da sogno e contornato da svariati chilometri di spiaggia paradisiaca. 

Dall’altra parte dell’isola, a Pinar del Río e a meno di un’ora di volo da Cancún, si sta invece edificando un altro pezzo forte della revolución del lusso fortemente voluta da Raúl, ovvero il «Punta Colorada Golf & Marina». Sarà il più grande complesso turistico di Cuba, sorgerà su quattromila ettari, con sedici chilometri di spiagge mozzafiato, ventimila appartamenti dotati di ogni confort, cinque hotel a 5 stelle e sette campi da golf da 18 buche da far invidia a Tiger Woods. Il tutto condito dalla presenza di due «porticcioli» con una capacità totale da 1.400 posti barca. Difficile immaginare qualcosa di meno comunista e di più consumista se si pensa che proprio a Punta Colorada il regime ha in mente di far attraccare anche le navi da crociera più «in» che solcano il Mar dei Caraibi. 

Io, 007 del Prosecco in missione segreta contro i truffatori”

La Stampa

Conegliano: ha 28 anni, lavora per il Consorzio di Tutela vini Doc. Controlla bar, gastronomie, market e segnala le irregolarità

eleonora vallin
Conegliano Veneto


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La sua identità dovrebbe essere top secret ma ha già fatto il giro del mondo, dalle colonne del Wall Street Journal al giapponese Yomiuri Shimbun. Si chiama Andrea Battistella, lo 007 del Prosecco che, nonostante la fama, si lascia fotografare solo di spalle: agente in incognito al servizio del Consorzio di Tutela per contrastare truffe e irregolarità delle Doc.
Ogni giorno entra ed esce da bar, gastronomie e market con nonchalance e un sorriso candido sulle labbra.

Ha con sé solo una valigetta e un tesserino cartonato, color acqua di mare, con il timbro del ministero con cui può segnalare infrazioni tali da comminare multe da 2mila a 20mila euro. Capelli castani, arrossati dal sole, occhiali di design, jeans, polo e mocassini, «l’agente vigilatore» è un ventottenne che ha odorato, mangiato e potato uva fin da piccolo nell’azienda del nonno, ora nelle mani del padre e dello zio a Godega di Sant’Urbano, nel Trevigiano.

Ha studiato alla scuola enologica di Conegliano ed è diventato enotecnico. Laureato in Agraria, con master in Tecniche e comunicazione dei vini spumanti, ha lavorato in diverse cantine, poi, nel 2009 quando è nato il Consorzio a seguito della trasformazione del Prosecco da Igp a Doc, è stato assunto. Ora è dipendente, si occupa di banche dati; e, soprattutto, vigila e ispeziona la vendita e la somministrazione del prosecco. Per questo, è soprannominato «il poliziotto».

Il suo lavoro di controllo è definito in collaborazione con l’Igq, l’Istituto italiano di Garanzia della qualità. Ma la sua regola è: una prima perlustrazione in totale incognito, come se fosse un cliente. Poi, in un secondo tempo, la vera ispezione. Il rituale: Battistella si presenta direttamente al bancone, chiede di parlare con il titolare, mostra immediatamente il distintivo. Qualche domanda-informazione per iniziare, poi il controllo vero e proprio che dura circa un’ora e mezza.

I poteri sono ampi: può chiedere l’elenco delle etichette, visionare fusti e cantine, controllare scaffali, scattare foto e prelevare campioni. Alla fine di ogni visita, redige un verbale che deve essere firmato dal titolare dell’esercizio. E, in caso di irregolarità, presunta o accertata, invia direttamente la segnalazione all’Ispettorato centrale per la tutela della qualità e la repressione delle frodi agroalimentari che potrà comminare le multe e, nei casi più gravi (contraffazione), il reato è penale.

Dieci le ispezioni fatte fino ad oggi nel Trevigiano, con due segnalazioni di irregolarità ora in corso di accertamento. «La figura è prevista dallo statuto del Consorzio - spiega il presidente dell’ente Stefano Zanette -. Abbiamo seguito le procedure e avanzato la richiesta al ministero dell’Agricoltura che ha fornito il patentino». Il Consorzio conta 6mila soci. Sono 10mila le aziende produttrici di Prosecco per 20mila ettari e 9 province tra cui la storica area di Conegliano Valdobbiadene. 

La produzione 2013 arriverà a 230 milioni di bottiglie con un export del 61%. Ogni bottiglia è numerata, con fascia di stato sul tappo e possibilità di risalire alla vigna di produzione. «La fascetta di stato o contrassegno è consegnata dalla zecca e porta il logo del ministero, falsificarla sarebbe come stampare moneta falsa - spiega Battistella - è un reato penale. E’ obbligatoria dal 1° gennaio 2012 e viene consegnata in misura uguale alle bottiglie prodotte».

Non esiste quindi solo il Nosecco o il Prisecco. «Il disciplinare di produzione non prevede la vendita del Prosecco sfuso - continua l’enologo - non viene venduto quindi a caraffa o alla spina». E questo vale anche per il venetissimo spritz : «Il vero Prosecco - spiega lo 007 -, si somministra solo da bottiglia, come lo champagne». Inoltre, nell’etichetta bisogna rispettare la dimensione dei caratteri (in millimetri), indicare il contenuto zuccherino, la sigla Doc e anche «prodotto in Italia». 

Il Consorzio assicura di aver fatto, in collaborazione con le categorie, ampia informazione nazionale per far sì che ognuno conosca le norme e le rispetti. «Non voglio sanzionare pesantemente, voglio dare una mano», dice Battistella, che aggiunge: «Anche il sito internet di un’azienda è etichettatura, guarderò anche quelli». Non chiude mai un occhio? «Impossibile. Devo segnalare, altrimenti è omissione e ci rimetto io».

Perugia, quiz choc a scuola: tra le colpe dell'uomo c'é l'omosessualitá

Il Messaggero


PERUGIA - «Attribuisci un voto da 0 a 10, in ordine di gravità sulle principali colpe di cui ci si può macchiare». Questa la consegna affidata da un docente di religione di un istituto superiore di Perugia, durante le ore di scuola, nelle proprie classi. Tra queste principali colpe il professore inserisce anche l'omosessualitá. Questo riferisce il circolo Omphalos Perugia, attraverso il proprio ufficio stampa, allegando anche uno dei questionari somministrati ai ragazzi.


CatturaCome si vede nella foto, l’omosessualità viene messa fra “fare la guerra”, “omicidio”, “evadere il fisco”, “metodi contraccettivi”, “esperienze prematrimoniali” e “infettare con l’Aids". Sempre visibile il fatto che il questionario sia in bianco, questo perché molti ragazzi si sarebbero rifiutati di compilarlo denunciando il tutto all’associazione Omphalos Arcigay Arcilesbica di Perugia.

«Vogliamo denunciare con forza quanto accaduto nell'isituto superiore – commenta Emidio Albertini, co-presidente dell’Omphalos – che in una scuola pubblica si propinino simili esercitazioni, con evidente impatto nella sfera psico-emotiva degli alunni è veramente sbalorditivo; mentre le cronache ci raccontano tanti casi di giovani ragazzi omosessuali, che arrivano al suicidio perché si sentono soli, emarginati e derisi dai propri compagni, la scuola si mostra spesso carente nel fornire garanzia di inclusione a qualunque individuo nel gruppo classe, mancando inevitabilmente l’obiettivo fondamentale di disperdere atti di bullismo e discriminazione.

Di certo, la richiesta di esprimere un voto alla “colpa” di essere omosessuali, all’utilizzo del preservativo o ai rapporti prematrimoniali contribuisce ad allontanare i ragazzi da una scoperta di sé e dell’altro civile. «Cosa ne pensa il Dirigente Scolastico? – si chiede Emidio Albertini – È veramente possibile accettare simili contenuti in una scuola pubblica del 2013? Ci aspettiamo una ferma censura da parte del Dirigente e un richiamo al Docente responsabile di questi metodi medioevali».

«Abbiamo già presentato una denuncia all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni del Ministero per le Pari Opportunità – continua Patrizia Stefani, Co-Presidente dell’Omphalos – e chiediamo con forza anche l’intervento della Regione con una netta presa di posizione dell’Assessore Carla Casciari. Pratiche medioevali e discriminatorie come questa non dovrebbero trovare spazio nelle nostre scuole».

«Collegandoci alla recente approvazione della legge contro l’omofobia alla Camera – conclude Patrizia Stefani – ci chiediamo se è questa la libertà d’espressione che l’onorevole Verini (PD) insieme all’onorevole Gitti (SC) hanno voluto preservare con i loro emendamenti. Quegli emendamenti danno protezione proprio a comportamenti come questi, che non solo sono fuori da ogni pratica di buona istruzione, ma creano ancora più solitudine e emarginazione tra i nostri giovani.».

Dalla scuola. Il caso dunque è scoppiato. E la coincidenza che sia domenica pomeriggio non agevola di certo una presa di posizione da parte dei vertici dell’istituto. Voci interne raccontano di «sorpresa» per un caso scoppiato all’improvviso, ma anche la ferma convinzione che si tratti di un malinteso: nessuna omofobia, ma un’indagine per capire come i ragazzi si pongano di fronte ai temi in questione.

La testimonianza. Situazione in parte confermata da un ragazzo, omosessuale, diplomato a giugno: «Quel questionario l’ho fatto ed ha avuto su di me un forte impatto emotivo. Io ho le spalle larghe e stavo in una classe particolarmente intelligente, ma in qualche ragazzo più giovane può essere devastante e in generale alimentare omofobia e discriminazione a scuola. Quel professore l’ho avuto per due anni, è un docente meraviglioso e onestamente credo che dal punto di vista didattico l’intento sia buono, ma decisamente superficiale».


Domenica 22 Settembre 2013 - 13:40
Ultimo aggiornamento: 21:39

Peter Fleming, il fratello di 007

La Stampa

Maggiore di un anno di Ian e più bravo come scrittore,temerario e fascinoso, ispirò la figura dell’agente segreto. Torna il suo resoconto di un’avventura esotica in Brasile

masolino d’amico


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Per molto tempo il Fleming famoso non fu Ian ma suo fratello Peter, maggiore di un anno e a lui superiore in tutto. Peter andò a Eton e a Oxford, mentre Ian, lasciata malamente la scuola, fu mandato all’accademia militare. Nel suo primo, trionfale libro, uscito quando l’autore aveva ventisei anni e poi seguito da molti altri su esperienze vissute in tutto il mondo, Peter si impose anche come protagonista di avventure esotiche. Intanto Ian faceva dell’alpinismo; poi fu inviato speciale; infine tentò di occuparsi della banca di famiglia. In guerra entrambi i fratelli si comportarono bene, ma anche qui fu Peter a vedere l’azione, in Norvegia e in Grecia prima di essere adibito al Sud-Est asiatico, mentre Ian pur facendo carriera in Marina operò sempre dietro le linee.

Fu ancora Peter a convincere l’editore Cape ad accettare un manoscritto di Ian, che probabilmente rimise anche un po’ a posto; di sicuro si sa che inventò il nome di Miss Moneypenny. Debutto di James Bond, Casino Royale fu accolto con qualche perplessità, ma gli episodi seguenti piacquero, e ben presto il Fleming cadetto fu in grado di mantenersi sfornandone uno all’anno. Per lui la celebrità giunse quando due sconosciuti produttori inglesi, Saltzman e Broccoli, gli proposero di adattarli al cinema, scritturando per l’occasione un altrettanto sconosciuto attore scozzese. Oggi che l’editoria rilancia il Fleming primogenito, non è difficile trovare in lui qualche punto di contatto col mitico personaggio inventato da suo fratello.

Senza arrivare a sostenere che Peter, bello, temerario, fascinoso com’era, abbia direttamente posato per James Bond, è lampante che i due Fleming abbiano in comune con l’agente 007 tratti salienti come la spericolatezza, l’autoironia, la capacità tanto di apprezzare tutte le raffinatezze del lusso (Ian precorse lo snobismo di massa facendo agire Bond tra griffe di champagne, automobili, profumi) quanto di sopportare allegramente le privazioni peggiori. Soprattutto, i tre - Bond, Peter e Ian -, esponenti della razza imperiale doc nelle sue ultime manifestazioni, condividono un tranquillo senso del superiore destino dell’uomo bianco e inglese.

Avventura brasiliana (Nutrimenti, pp. 476, € 22), con cui Peter si rivelò nel 1933, è il resoconto di una assurda avventura vissuta dal narratore. Giovane giornalista, costui nota sul Times un’inserzione in cui si cercano volontari per una spedizione nell’interno del Brasile, e senza esitare paga la sua quota e parte. Scopo dell’impresa sarebbe scoprire che fine abbia fatto Fawcett, un esploratore inglese scomparso nell’altipiano selvaggio alcuni anni prima mentre cercava le rovine di una città leggendaria, ma le probabilità che costui sia vivo o anche solo che abbia lasciato qualche traccia tangibile appaiono subito quasi inesistenti.

Inoltre la comitiva è composta da neofiti coordinati da un promotore trombone che è il primo a non prenderla sul serio. Si tratta di addentrarsi, sempre più lentamente e faticosamente, dentro una boscaglia inesplorata, risalendo a piedi o in canoa fiumi impervi e incontrando ogni tanto insediamenti di indigeni miserabili, talvolta accuditi da qualche missionario. La cifra vincente del libro è il tono scanzonato che Peter adotta sin dall’inizio, togliendo al lettore qualsiasi aspettativa di gesta epiche, e anzi minimizzando i pericoli (mai visto un serpente; le belve sono innocue; il vero tormento sono le zanzare...).

Ne esce una sequela allegramente paradossale di scomodità e privazioni, mentre i nostri eroi continuano caparbiamente a inoltrarsi, per settimane e poi per mesi, fino al momento in cui, sfiniti, decidono di tornare indietro, con un’anabasi non meno lancinante. Ma la fatica, il rischio, la sofferenza, vanno affrontati senza un perché: fanno parte dell’audacia naturale del giovane conquistador Peter Fleming, il quale non ha mai dubbi su come comportarsi. Per esempio, quando gli capita davanti un animale, gli spara; così. Ammazza più di cento inoffensivi coccodrilli, uno, enorme centrandolo brillantemente in un occhio. Una notte i nostri sono allo stremo, ma lui sente soffiare un anaconda, e benché sia buio cerca subito di farlo fuori, sparando alla cieca cartucce preziose.

Intendiamoci, non c’è crudeltà; c’è solo un sereno senso di dominio sull’ambiente. Questo zio di Bond è il colonialista di una volta, che osserva benevolo gli esponenti del Terzo mondo - indios poverissimi cui toglie il cibo di bocca in cambio di cianfrusaglie - sorridendo dei loro limiti. Tutto gli spetta, specie se comporta sacrifici (che nessuno gli chiede di fare), esattamente come Robinson Crusoe tre secoli prima. D’altro canto, ha classe e gioca secondo le regole. Non bara, non imbroglia, cita Shakespeare, non si lamenta né degli incidenti né dell’inaffidabilità degli indigeni, non è mai abbandonato dall’umorismo; e, anche qui superando il plumbeo fratello minore, scrive con scioltezza e fantasia.

Dall'austerità alla decrescita Ecco i miti tristi della sinistra

Marcello Veneziani - Lun, 23/09/2013 - 08:49

La crisi petrolifera del 1973 fornì a Enrico Berlinguer un cavallo di Troia per criticare l'Occidente. Poi su queste idee si è innestato il terzomondismo

Quarant'anni fa l'Italia si svegliò dal sogno del benessere e dal sonno del consumismo e piombò nella depressione cupa della crisi economica. Era il 1973, e l'Italia, con l'Occidente intero, entrò nell'autunno dell'Austerity. Fu chiamata così in lingua internazionale, preludio alla globalizzazione, la risposta etica ed economica alla crisi che ci fece perdere l'euforia sprecona degli anni Sessanta.


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Risuonarono parole cancellate dall'opulenza del boom economico e dalla liberazione sessantottina: sacrificio, risparmi, austerità. L'origine dell'austerity fu la crisi del Medio Oriente e l'impennata del petrolio. Fu l'ultima crisi economica legata a un bene reale come l'oro nero: poi, le crisi diventarono soprattutto finanziarie. Fu in quel tempo che la riserva aurea smise di essere il parametro per le finanze di un Paese. Finì l'età dell'oro.

Gli effetti sociali dell'austerity furono traumatici ma non tutti malefici. Entrammo nell'epoca del risparmio energetico, la benzina triplicò i prezzi nel giro di pochi mesi, i limiti di velocità frenarono la corsa, calò l'oscurità per le strade di notte per non sprecare l'elettricità, ci fu un limite di tempo e di temperatura anche per i termosifoni. L'oscurantismo colpì soprattutto l'aspetto ludico: i locali pubblici chiudevano prima, concerti e veglioni non potevano inoltrarsi nella notte, le sale del cinema anticiparono gli ultimi spettacoli, persino la tv chiudeva prima delle ventitrè... E poi le domeniche a piedi o in bicicletta, la prima vera crisi dell'auto e dei consumi, i primi elogi della lentezza e del km0...

Fu curioso e paradossale l'effetto che produsse da noi la crisi petrolifera: anziché attivare l'investimento sulle fonti energetiche alternative al petrolio, a cominciare dal nucleare, produsse una forte sensibilità ecologista che di fatto paralizzò la ricerca e le centrali. Poi arrivò la mazzata di Cernobyl a dare l'estrema unzione al piano energetico del nostro Paese. Restammo come don Chisciotte, con i mulini a vento, fuori dalla realtà. E dipendenti dall'estero. Il terreno dell'austerity era stato culturalmente preparato da alcuni sensori.

Da noi per esempio ci furono le denunce di un gruppo di scienziati, il club di Roma guidato da Aurelio Peccei, che l'anno prima alla crisi energetica pubblicò I limiti dello sviluppo, un libro che riprendeva, forse senza saperlo, certo senza citarlo, un discorso di quarant'anni prima del Duce contro l'utopia dello sviluppo e dei consumi illimitati. Risale a quegli anni anche il libro apocalittico di successo del futurologo Roberto Vacca, Medioevo prossimo venturo. Il mito dell'austerity precorse l'odierna «decrescita felice» o «l'abbondanza frugale».

La cultura hippie, i figli dei fiori e le comunità alternative prima del '68 furono le avanguardie di questo movimento antimoderno. Sul versante tradizionalista riprendeva fiato la cultura antimoderna di Julius Evola, Renè Guénon, Marcel de Corte e molti autori pubblicati dalla Rusconi diretta da Alfredo Cattabiani. Tramontava sull'onda nera del petrolio, il modello consumista ma anche il modello industrialista dei regimi d'ispirazione marxista e leninista.

La convinzione cioè che il comunismo fosse «socialismo più elettrificazione», il culto della dinamo che diventò il logo per molte squadre di calcio dell'est comunista, l'ideologia del progresso, legata allo sviluppo dell'industria. Cominciò a serpeggiare l'idea di essere entrati in una società postindustriale, mentre si faceva strada il terzomondismo in difesa dei Dannati della terra, come li aveva chiamati Frantz Fanon in un celebre libro sponsorizzato da Sartre. Sull'austerità si gettò a capofitto il Pci che la vide come «l'occasione per trasformare l'Italia» come recitava un libro firmato da Enrico Berlinguer per gli Editori Riuniti.

Con la lentezza di un pachiderma il vecchio Partito Comunista arrivò in ritardo all'austerità che culminò nel '77 in alcuni incontri, uno con gli intellettuali al teatro Eliseo di Roma, un altro con gli operai al teatro Lirico di Milano incentrati sulla svolta austeritaria. Introdotto da Giorgio Napolitano, Berlinguer disse agli intellettuali raccolti intorno al Partito-Principe: «austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia». Ma vuol dire soprattutto superamento del modello capitalista, in una linea che ancora risentiva dell'influenza cristiano-comunista di Franco Rodano. Berlinguer ibridava questo ritorno all'austerità, che assumeva a volte i tratti dell'autarchia mussoliniana degli anni trenta, con un riferimento terzomondista che strizzava l'occhio al Vietnam e più cautamente alla Cina di Mao.

Ma restava saldamente ancorato all'Urss con queste parole inequivocabili dette agli operai a Milano e poi raccolte in quel libro: «noi rispondiamo di no a chi vuol portarci alla rottura con altri partiti comunisti; a chi vuol portarci a negare quello che è stato la Rivoluzione d'ottobre e gli altri rivolgimenti che hanno avuto luogo nell'Oriente europeo ed asiatico, il ruolo che esercitano l'Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti negli equilibri internazionali e nella lotta per la pace mondiale; a chi vuol portarci a negare il carattere socialista dei rapporti di produzione che esistono in quei paesi». Poi si prodigava in un'apologia del «centralismo democratico» in cui, sì, tutti hanno diritto alla loro opinione ma «la posizione che risulta maggioritaria diventa la posizione di tutto il partito e tutti, quindi sono tenuti a rispettarla».

Questo era al tempo Berlinguer, leninista, brezneviano e filosovietico. Contrariamente all'immagine che si vuol accreditare oggi, nella politica d'austerità di Berlinguer non c'era tanto il rigore o la questione morale ma la speranza nel collasso del capitalismo, «il declino irrimediabile della funzione dirigente della borghesia», l'egemonia del movimento operaio unita all'egemonia culturale, esplicitata nell'incontro dell'Eliseo quando il segretario del Pci sottolineò che le forze intellettuali «hanno oggi in italia un peso sociale quale non avevano mai avuto e... hanno in larghissima misura un orientamento politico democratico di sinistra».

L'austerità era per il Pci di Berlinguer il cavallo di troia del comunismo in Occidente. Arrivò poi la reaganomics, l'edonismo yuppie degli anni ottanta, il collasso sovietico, a liquidare con l'austerità anche il modello comunista. Fu così che l'austerità anziché indicare un'antica virtù e uno stile sobrio di vita, evocò l'arcigno grigiore del comunismo al tramonto. Di cui Berlinguer fu l'icona triste in Italia, nonostante le postume beatificazioni, gli enfatizzati strappi e le benigne immagini ridenti.

Genova vuole 600mila euro dai milanesi

Redazione - Lun, 23/09/2013 - 07:19

 

Il Comune ha deciso di battersi contro un salasso di cui, in tempo di bilanci a secco, proprio non sentiva il bisogno: oltre seicentomila euro che in base ad un ordine del Ministero delle finanze Palazzo Marino dovrebbe versare al Porto di Genova in base ad una legge che risale al 1885. Nel corso dell'ultima seduta, la Giunta ha deciso di impugnare l'ordine di pagamento.Il decreto di pagamento è stato notificato in luglio dalla Ragioneria al Comune di Milano, e impone il pagamento di 377.137 euro oltre a 248.337 di interessi alla Autorità portuale di Genova per le spese di sistemazione del porto effettuate fino al 1993.

Perché mai Milano deve pagare le spese del porto ligure? Il decreto di pagamento cita il regio decreto del gennaio 1936, il quale rimanda a sua volta alla legge del 2 aprile 1885, quando sull'Italia regnava Umberto I e non esistevano le automobili: vi si prevede che metà delle spese siano sostenute «col concorso dei comuni che abbiano interesse alla costruzione, al miglioramento ed alla conservazione del porto». Dunque, anche Milano: è o non è Genova il mare dei milanesi? A rendere complicata la battaglia contro il salasso c'è una lettera con cui nell'aprile scorso Milano ipotizzava di rateizzare il pagamento: ma, sostiene la Giunta, non significa che ammettessimo il debito.