martedì 24 settembre 2013

Alto Adige: riesplode la polemica sulla cancellazione dei nomi «fascisti» dei rifugi

Corriere della sera

Il consiglio provinciale ha approvato la mozione che cancella i nomi italiani dei rifugi nella provincia

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Ma «Roma» o «Vittorio Veneto» sono da considerarsi nomi fascisti solo perché furono attribuiti in epoca fascista? E proseguendo su questa linea dovremmo cambiare anche i nomi delle tante via Garibaldi o Mazzini perché in epoca preunitaria si chiamavano in modo diverso? Un quesito non tanto astratto visto il nuovo duro attacco da parte del movimento popolare separatista della Südtiroler Freiheit nei confronti dell'italianità in Alto Adige.

RIFUGI - Questa volta a essere presi di mira da Sven Knoll, consigliere provinciale del partito della «pasionaria» Eva Klotz, sono i nomi dei rifugi di montagna. «I nomi rifugio Roma, rifugio Vetta d'Italia, rifugio Vittorio Veneto e tanti altri sono nomi fascisti di fantasia - ha tuonato Knoll -. Il consiglio provinciale ha finalmente accolto la richiesta della Südtiroler Freiheit di cancellare i nomi fascisti ai rifugi». Secondo Knoll, «i nomi fascisti e la bandiera italiana sulle alpi del Tirolo non hanno perso nulla perché gran parte dei nomi dei rifugi sono dati dalle varie sezioni tedesche e austriache dell'Alpenverein (l'equivalente del nostro Cai in Austria e Germania)».

Knoll afferma anche che «la Biancofiore e colleghi dovrebbero ricordarsi che i rifugi passati sotto competenza della Provincia non appartengono più al Cai ed essa è l'organo supremo». Sul nuovo capitolo della difficile e intricata questione sulla toponomastica dei cartelli segnalatici e dei rifugi in Alto Adige si attende una risposta dal ministro agli Affari regionali, Graziano Delrio. Nei giorni scorsi il Consiglio provinciale aveva approvato a stragrande maggioranza la mozione di Knoll di cancellare i nomi italiani dai rifugi trasferiti alla Provincia e la non obbligatorietà per i gestori d'issare la bandiera italiana davanti alle strutture.

24 settembre 2013 | 11:26

Gomorra paga il boss

Clarissa Gigante - Mar, 24/09/2013 - 10:43

Per produrre la fiction Gomorra, affittata (e ristrutturata) per 30mila euro la villa di Raffaele Gallo, boss del clan che controlla lo spaccio a Torre Annunziata

Trentamila euro per affittare per sei mesi una lussuosa villa dove girare una fiction di probabile successo come Gomorra non stupiscono.


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Non tanto quanto il nome sul contratto: Raffaele Gallo, arrestato solo pochi mesi fa per associazione mafiosa. La produzione di Sky deve aver pensato che per rendere più realistica la serie televisiva non c'era nulla di meglio che filmare dove la camorra è nata e vive. 

Come nel Parco Penniniello dove il clan Gallo - Cavaliere esercita il monopolio dello spaccio, come rivela il Fatto Quotidiano. Quale location migliore di quella villa a due piani, con giardino, fontana e persino una piscina al piano interno? Cattleya, la casa che con Fandango, Sky e La7 ha prodotto la fiction, ha firmato un contratto di affitto in piena regola e ha persino provveduto a ristrutturare il secondo piano dell'abitazione per filmare gli interni. Ristrutturazione che, se Gallo non chiederà di smantellare, regala al boss fino a 50mila euro in più.

Possibile che nessuno sapesse delle attività illecite di Raffaele Gallo? "Prima che iniziassero le riprese, quindi al momento del contratto, del quale non mi sono occupato personalmente non sapevo che si trattasse di un boss", si giustifica Stefano Sollima, regista anche di Romanzo Criminale, che però ammette: "Dopo sì: la casa è stata sequestrata e abbiamo dovuto chiedere l'autorizzazione alla magistratura".

Meno male che, dopo l'arresto del boss e il sequestro giudiziario dell'immobile, almeno i soldi dell'affitto sono finiti nelle casse dello Stato.

Lezione alle Toghe : La Corte Ue dei diritti dell'uomo condanna l'Italia a risarcire Belpietro

Libero

La Corte d'appello di Milano gli aveva dato 4 anni per aveva pubblicato un articolo ritenuto diffamatorio nei confronti dei giudici Caselli e Lo Forte. L'Europa: carcere pena che viola libertà d'espressione


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Condannare un giornalista alla prigione non si può. E' una violazione della liberta' d'espressione, salvo casi eccezionali come incitamento alla violenza o diffusione di discorsi razzisti: lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo nella sentenza in cui  ha dato ragione al direttore di Libero Maurizio Belpietro, che era stato condannato a 4 anni dalla Corte d'Appello di Milano per diffamazione.

La sua 'colpa' era aver pubblicato, nel novembre 2004 su Il Giornale di cui allora era direttore, un articolo firmato da Raffaele Iannuzzi dal titolo 'Mafia, 13 anni di scontri tra pm e carabinieri', ritenuto diffamatorio nei confronti dei magistrati Giancarlo Caselli e Guido Lo Forte. I giudici di Strasburgo nella sentenza spiegano che una pena cosi' severa rappresenta una violazione del diritto alla liberta' d'espressione del direttore di Libero, che era stato comunque condannato a risarcire Lo Forte e Caselli per un totale di 110 mila euro.

La Corte ritiene però che, nonostante spetti alla giurisdizione interna fissare le pene, la prigione per un reato commesso a mezzo stampa è quasi sempre incompatibile con la liberta' d'espressione dei giornalisti, garantita dall'articolo 10 della convenzione europea dei diritti umani. Solo in circostanze eccezionali, come per esempio nel caso di incitamento alla violenza o di diffusione di discorsi razzisti, puo' essere ammessa. Secondo i giudici di Strasburgo, nonostante l'articolo di Iannuzzi sia stato giustamente considerato diffamatorio, esso non rientra in quei casi eccezionali per cui puo' essere prevista la prigione. Ora Belpietro avrà diritto a un risarcimento di 10 mila euro per danni non pecuniari e di 5 mila euro per le spese legali.

L’imprenditore che scopre i tesori etruschi

Corriere della sera

di Marco Gasperetti


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Questa è la storia di un imprenditore, di una scoperta archeologica eccezionale e di un miracolo laico. L’imprenditore si chiama Lorenzo Benini, 52 anni, da Firenze; la scoperta archeologica è quella della tomba del principe etrusco tornata alla luce a Tarquinia dopo 2700 anni; il miracolo laico è la straordinaria voglia di Lorenzo di donare e donarsi alla bellezza e alla storia, finanziando i lavori di scavi condotti da università di Torino e sovrintendenza e lavorando, con moglie e figli, nei giorni di ferie. E’ stato proprio l’imprenditore ad entrare per la prima volta nell’ipogeo e a svelarne i tesori.

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Il miracolo di Lorenzo si è manifestato come un miraggio nel  pomeriggio (caldo, strano e pungente) di un giovedì di settembre: il 19 per l’esattezza, alle 14.30 in punto. Con il volto stravolto da ore di scavo, Lorenzo Benini, ha aiutato gli operai a rimuove la pietra sepolcrale e un vento atipico l’ha investito. «Quell’aria di un’altra epoca, di un’altra vita, di un altro mondo, di un’altra dimensione mi ha bucato i polmoni – racconta ancora commosso – e mi ha inondato il cervello di sensazioni inenarrabili. Le mani mi tremavano e quasi stavo per svenire».

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Ma l’emozione più forte avrebbe avvolto Lorenzo nella penombra di quella tomba etrusca, ancora straordinariamente intatta, di 2700 anni fa. Sostiene quell’omone del Benini di aver guardato immediatamente sulla sinistra, dopo essere entrato nel sepolcro, e di aver visto le spoglie del principe-guerriero, forse ancora un ragazzo, e di aver intravisto luccicare, quasi, le lamine d’oro alcune fibule che racchiudevano il mantello di questo nobile etrusco lontano eppure così familiare, come un amico fraterno. «L’ho guardato con una compassione e un amore alieni che mai avevo sentito in vita mia – racconta Lorenzo – e poi, quando sono uscito dall’ipogeo, mi sono messo a piangere. Lacrime liberatorie mentre pensavo a quel nostro avo antico che, come tutti gli etruschi, sento vicino».

Non è un filosofo Lorenzo Benini, 53 anni, laurea in Economia, docente universitario e amministratore delegato della Kostelia di Barberino di Mugello, venti dipendenti, tre milioni di fatturato l’anno. Il business ce l’ha nel sangue. Ma ancor prima sono le civiltà sepolte ad ammaliarlo. E il suo hobby verso l’archeologia lo ha premiato. E’ stato lui, che dopo aver partecipato e finanziato gli scavi dei ricercatori dell’Università di Torino e della Sovrintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale (40 mila euro in tre anni insieme a un altro partnet), ha scoperto ed è entrato per la prima volta nell’unica tomba ancora inesplorata e intatta del Principe-guerriero a Tarquinia.

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E’ una scoperta eccezionale. L’ipogeo appartiene al VI-VII secoli a.C., nel periodo di Tarquinio Prisco, il quinto re di Roma, etrusco di origine greca. Gli studiosi non escludono che lo stesso Tarquinio possa essere sepolto alla Doganaccia. Si hanno infatti testimonianze leggendarie di una sepoltura di un certo Demarato di Corinto, ricco mercante greco. Si trasferì a Tarquinia intorno alla metà del VII secolo avanti Cristo,

Demarato, e si sposò una nobildonna locale, la più bella della città. Nacque un figlio, lo chiamarono Tarquinio Prisco. Accanto al defunto i resti di un banchetto, l’ultimo, prima che la pietra tombale si chiudesse per quasi un’eternità. Nell’ipogeo di tufo sono state trovate altre meraviglie. Un giavellotto e una lancia, gioielli d’oro, bacili di rame votivi, un aryballos, un unguentario, ancora affisso alla parete. «Abbiamo recuperato anche una grattugia in bronzo – spiega il professor Mandolesi – che serviva a bere il vino all’eroica, come racconta Omero usava a quei tempi, ovvero grattando nella bevanda farine e formaggio caprino». Insomma, il dottor Benini, fiorentino doc, è il primo amministratore delegato d’Italia (e del mondo forse) ed aver scoperto un sepolcro etrusco durante le vacanze.

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Ferie da Indiana Jones quelle di Lorenzo, faticose ed esaltanti. E non solo per lui. Perché la pulsione alla ricerca di civiltà sepolte è riuscito a trasmetterla alla compagna, Elena Totti, presidente della Kostelia e alle figlie Costanza, 21 anni studentessa di Lettere e Filosofia e Aurelia, 10 anni. Anche loro al lavoro tra gli scavi del Tumulo della Regina nell’area archeologica di Tarquinia, un paradiso terrestre per gli archeologi di tutto il mondo. La Kostelia, tra gli sponsor degli scavi, è un’azienda affermata a livello internazionale nel settore della logistica. Benini ha anche un motto personale: «Investing in culture, believing in the future». Insomma, chi investe nella cultura crede nel futuro e ne ha fiducia. Altro che cultura per fare cassa!

mgasperetti@corriere.it

Faida tra famiglie al campo di via Idro, per la sparatoria arrestato un 17enne

Corriere della sera

I fatti il 28 gennaio 2013. Già in carcere il cosiddetto «principe» del campo, Diego Braidic


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Un nomade di 17 anni del campo di via Idro a Milano è stato arrestato dagli agenti del Commissariato di Villa San Giovanni (Milano) con l'accusa di tentato omicidio e detenzione illegale di armi. Il ragazzo è l’ultimo accusato per la sparatoria del 28 gennaio 2013 avvenuta nel campo rom, per una faida tra famiglie. Tre uomini erano stati già arrestati nei mesi scorsi; tra di loro il cosiddetto «principe» del campo, Diego Braidic, che ha svelato i retroscena di quella sparatoria. L'ondata di violenza nacque perché il clan di nomadi colpito (i De Ragna) «infastidiva» il clan aggressore (i Braidic) nella quotidianità del campo rom.


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SASSI AI POLIZIOTTI - I quattro quel giorno esplosero alcuni colpi di pistola contro la baracca di un rivale. L'episodio aveva poi portato a un controllo del campo da parte dei poliziotti, che erano stati bersagliati da una fitta sassaiola da parte degli occupanti. Domenica l'esecuzione dell'ultima ordinanza di custodia cautelare. Il ragazzo si trova ora nel carcere minorile Beccaria di Milano.

23 settembre 2013 | 14:57

Addio al minibus Vw simbolo di un’er

Corriere della sera

Era noto come Volkswagen Bulli, Kombi o Samba a seconda dei luoghi in cui veniva commercializzato. Ma è stato sopratutto il «pullmino» dei figli dei fiori. Dopo più di 60 anni il minibus va in pensione: la produzione terminerà alla fine dell’anno in Brasile. A decretarne la fine le norme sulla sicurezza e sull’inquinamento, l’annuncio era stato dato lo scorso ottobre (Ap)


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Benevento, accusato di aver ucciso un avvocato assolto a cinque anni dall'omicidio

Il Mattino

di Enrico Marra


BENEVENTO - Assolto per non aver commesso il fatto Pierluigi Goglia Calabrese. Il macellaio di Vitulano non è il killer che cinque anni fa uccise a Castel del Lago l’avvocato Maurizio Schiavone. La Corte di Assise, presidente Marilisa Rinaldi, giudice a latere Daniela Fallarino, ieri sera dopo due ore di camera di consiglio, ha letto il verdetto in un aula del Palazzo di Giustizia in cui era assente l’imputato, ma c’erano i suoi familiari tutti visibilmente commossi alla lettura del dispositivo che assolveva il congiunto.


CatturaIeri mattina prima che il collegio giudicante e i giudici popolari si ritirassero in camera di consiglio c’era stata l’arringa del difensore dell’imputato, Angelo Leone. Circa tre ore con una pausa di mezz’ora. Il difensore ha rilevato numerose incongruenze di queste indagini che del resto già non avevano convinto i magistrati del Tribunale del Riesame di Napoli, che avevano scarcerato l’imputato. Angelo Leone ha meticolosamente confrontato anche le dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia in vari momenti delle indagini, in cui sostenevano che altri erano gli assassini.

Inoltre ha anche rilevato alcune lacune investigative: «non facciamo che alla vittima Schiavone aggiungiamo un’altra vittima». Poi ha replicato per chiedere la condanna dell’imputato il pubblico ministero Marcella Pizzillo, che del resto nella sua requisitoria aveva chiesto ventisette anni di carcere per Pierluigi Goglia Calabrese. Il rappresentante dell’accusa, aveva elencato le varie prove che sono state raccolte a carico dell’imputato. Il pubblico ministero Pizzillo aveva ritenuto che all’imputato Pierluigi Goglia Calabrese andavano in ogni caso concesse le attenuanti della provocazione, perchè era pressato dal legale ucciso che gli chiedeva denaro.

Infatti, alla base del delitto secondo l’accusa, ci sarebbe stata una transazione a cui lavorava l’avvocato. Una vertenza che Goglia Calabrese aveva con un altro macellaio, Luigi la Peccerella, e Maurizio Schiavone aveva fatto da mediatore. Tanto è vero che Goglia Calabrese, nel suo interrogatorio, ha sostenuto che proprio la mattina del delitto aveva dato un assegno da diecimila euro a Schiavone. Denaro che occorreva al legale perchè doveva fare dei pagamenti.La condanna dell’imputato è stata anche chiesta dai legali di parte civile Claudio Fusco, Vincenzo Sguera e Vittorio Fucci che hanno assistito la vedova del legale Ida Pennella, il figlio Giuseppe e la sorella Antonella Schiavone.

Con la sentenza di ieri resta senza volto il killer che uccise a Castel del Lago l’avvocato Maurizio Schiavone. Forse solo qualche nuova dichiarazione di qualche collaboratore di giustizia, potrà in futuro squarciare il mistero.

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lunedì 23 settembre 2013 - 22:07   Ultimo aggiornamento: martedì 24 settembre 2013 10:14

Game over Ferrari

La Stampa

Stefano Mancini

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Il punto tecnico: la Red Bull è riuscita a creare in modo legale l'effetto aerodinamico vietato dal regolamento. Per gli avversari, dalla Ferrari in giù, non c'è partita. Il trionfo di Vettel a Singapore riduce quasi a zro le speranze della Ferraari. Nel punto tecnico di Paolo Filisetti ecco come fa la Red Bull ad andare così forte soprattutto nei circuiti ad alto carico aerodinamico. "Dopo le qualifiche, avevamo annotato quale fosse il gap tecnico che separava Red Bull e Ferrari, analizzando il fatto che la RB9 si è nel corso della stagione rivelata una monoposto estremamente longeva, in termini di margini di sviluppo.

Abbiamo addotto, tra le cause che hanno reso ciò possibile, l'ingessatura dei regolamenti tecnici degli ultimi anni. Tale opinione, dopo la gara di Singapore, è ancora più rafforzata, e nello stesso tempo il risultato ottenuto, ma soprattutto il modo con cui Vettel ha vinto, ci forniscono la conferma che un indizio su cui avevamo basato le nostre valutazioni a partire da Monza, si è dimostrato esattamente il punto fondamentale della competitività della RB9. Mi riferisco al diffusore che è stato modificato tra Spa e Monza, presentato ora nella sua veste definitiva. In particolare questo elemento è profondamente modificato nei canali laterali, dove, in particolare in corrispondenza di quello più esterno, la sua parte terminale diverge fortemente verso l'esterno, creando un vero e proprio profilo venturi. 

Osservando il dettaglio di tale modifica sulla griglia di partenza di Monza e poi qui a Singapore, è stato possibile notare quanto la sua sezione centrale sia perfettamente integrata alla posizione dei terminali di scarico, mentre le sezioni laterali corrispondano esattamente alla posizione delle "minigonne di calore" generate dagli scarichi stessi. In sostanza, appare evidente quanto questo elemento sia stato ottimizzato per creare quel soffiaggio altrimenti impedito dalle misure regolamentari che tendevano appunto ad evitare che si producesse tale effetto. In sostanza le RB9 sono dotate di un diffusore alimentato alla perfezione dal flusso d'aria che viene in esso incanalato sfruttando il calore dei gas di scarico.

Beninteso si tratta di un sistema del tutto regolare, per nulla assimilabile al doppio diffusore della BrawnGP del 2009. Gli effetti però, nei confronti di tutti gli avversari sono devastanti. Le Red Bull su una pista da alto carico aerodinamico viaggiano sui binari, con una velocità di percorrenza in curva decisamente superiore agli altri. In sostanza a Milton Keynes hanno ridotto il tempo dei transitori al massimo, contando su una trazione ottimale in ogni condizione. Una tale superiorità che lascia annichiliti soprattutto a questo punto delle stagione, dove di solito i distacchi tendono a ridursi invece che incrementare.

Per la Ferrari, ancora matematicamente in lotta per il titolo, resta l'obbligo morale di non mollare, per cogliere l'opportunità in caso di defaillance dell'avversario. Il cedimento del cambio di Webber, infatti, può essere un campanello di allarme per l'affidabilità, ma realisticamente a Maranello sanno che non potranno contare su questa ipotesi nei prossimi sei Gran premi. Tecnicamente parlando, la gara di Singapore ha sentenziato il GAME OVER".

Cosa fare se in classe con mio figlio c’è un bambino autistico? O un bambino dislessico? O un bambino con bisogni educativi speciali?

La Stampa

Autore Dr.ssa Giselle Ferretti

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Ogni genitore vorrebbe il meglio per il proprio figlio: insegnati preparatissime e sempre accoglienti, bambini o ragazzi amorevoli con il quale imparare e giocare in armonia, una crescita equilibrata e senza intoppi. Questo non accade neanche nel mondo delle fiabe, dove ogni protagonista deve affrontare qualche situazione difficile, e, superarla, costituisce uno scatto nella maturazione personale. Le insegnanti sono persone umane con i loro pregi e difetti, i bambini possono comportarsi in modo adorabile, o pestifero, con gli adulti e con i compagni. Ogni situazione che i figli andranno a vivere ed incontrare, positiva o negativa, sarà funzionale alla loro crescita. Proteggerli da situazioni non adatte alla loro età va bene, ma prevenire i problemi non è proprio possibile.

E’ un fatto: la presenza in classe di bambini “difficili” rallenta il processo didattico, mette in difficoltà le insegnanti, distrae i bambini.

Ma a cosa serve andare a scuola? Ad imparare nozioni, sviluppare capacità cognitive, andare avanti con il programma? Certamente, ma uno dei principali compiti educativi della scuola consiste nell’imparare a stare insieme, sviluppare relazioni con l’ “altro da me”: la relazione con adulti diversi dai genitori, la relazione con i pari. E “altro da me” è il compagno più alto o più basso di me, quello con un carattere più introverso del mio, o più aggressivo. Il bambino è per sua natura “egocentrico”. L’ingresso e la frequentazione del nido, della scuola materna, della scuola primaria, favoriscono la formazione dei legami sociali, insegnano a stare insieme agli altri. E nella vita chi si incontra?  Persone simili a noi, ma il più delle volte persone molto diverse con i quali si costruiscono, e si disfano, rapporti e relazioni.

Siamo tutti diversi, unici e irripetibili. Il bambino con bisogni educativi speciali, fa paura. Tanto che, nella scuola protagonista di questo fatto di cronaca, i genitori di alcuni bambini hanno spostato preventivamente i loro figli dalla classe. Perché?

- Si è creata una paura “preventiva”, ingiustificata, di insuccesso per i propri figli.
- Non conoscono l’autismo e non sanno che ogni bambino autistico è diverso dall’altro, proprio come lo sono i loro figli, pur non essendo autistici.

- Preferiscono garantire un percorso didattico lineare (che comunque non è assicurato) piuttosto che fargli vivere una situazione reale e vitale di crescita e arricchimento.
- Hanno messo in atto un comportamento sulla base di uno o più pregiudizi e facendosi sopraffare dalla paura della diversità.

Perché?

IL BISOGNO DI SEMPLIFICARE
Quando la mente si trova costantemente sommersa da una quantità smisurata di informazioni, informazioni che non può o non riesce a trattare una ad una, attiva una serie di strategie cognitive volte a selezionare e organizzare le informazioni in arrivo. Una di queste strategie è la categorizzazione, cioè la tendenza a raggruppare gli oggetti, le persone, gli eventi, le idee, in insiemi che possano essere considerati omogenei e trattati come entità complessive.

L’ingresso in prima elementare fa sorgere molti interrogativi:

“Come si troverà mio figlio?” “Come saranno le insegnanti?” “Come saranno i compagni?”
Di fronte a tutte queste incertezze, si cerca qualcosa di controllabile: si individua un potenziale problema e lo si elimina prima che possa creare danni. Un bambino autistico crea problemi al bambino che non lo è. Si categorizza “autistico” “non autistico”.

GLI STEREOTIPI
Si considerano alcune caratteristiche particolarmente salienti e socialmente significative come elementi discriminanti, valutando le persone non per quello che realmente sono, nella loro irripetibile singolarità, bensì in funzione della loro appartenenza ad un certo gruppo, che viene di fatto considerato omogeneo. Si può fare in base alle caratteristiche fisiche, alle caratteristiche psicologiche e alle disposizioni: i tratti di personalità, i valori, le motivazioni e le capacità intellettive. Si vengono in tal modo a creare gli stereotipi, vale a dire delle configurazioni di tratti che si considerano applicabili ad interi gruppi e ad intere categorie sociali.

In questo caso, si generalizzano gli autistici, considerandoli tutti ugualmente problematici, o aggressivi o pericolosi.

MECCANISMI DI DIFESA
Quando si effettuano certe scelte, non si considera che un domani, può essere il proprio figlio quello discriminato per qualcosa che lo differenzia dagli altri. Oppure, inconsciamente, si considera questa eventualità, e non la si accetta. Questo meccanismo si chiama “negazione”.

Il mio intento non è quello di esprimere un giudizio sul fatto di cronaca specifico, non so cosa sia accaduto di preciso, a parte il dato oggettivo del cambiamento di classe. Il mio obiettivo è quello di favorire una riflessione critica in tutti i genitori che si trova in una situazione simile. Quando leggo notizie come questa però, non posso non comprendere tutti quei genitori che non accettano le difficoltà dei propri figli, per paura di discriminazioni nei loro confronti. Capisco anche le numerose insegnanti di sostegno che si lamentano della difficoltà di integrazione degli alunni che seguono.

E’ normale avere paura di ciò che è diverso da noi, non è giusto farsi sopraffare da questo timore. L’unico modo per superare situazioni del genere sarebbe quello di effettuare un lavoro sinergico tra tutti gli attori del contesto scolastico: insegnati, famiglie, dirigenza scolastica. Bisognerebbe creare una rete di informazione e di accoglienza che stemperi le paure di tutti e che crei legami costruttivi e arricchenti per tutti.

Il processo di crescita non può essere lineare e senza intoppi, anzi, si “diventa grandi” incontrando difficoltà e superandole, a volte sbattendoci il muso. A mio avviso, nella letteratura, descrive bene questo processo lo scrittore Erri De Luca in molti dei suoi romanzi, ad esempio ne “Il giorno prima della felicità” che consiglio a preadolescenti, adolescenti, genitori e insegnanti. Un film molto istruttivo per tutti, genitori, insegnanti, bambini e ragazzi è Dietro la maschera. Tratta, in generale, il tema dell’handicap fisico.

Sulle immense potenzialità dell’autismo consiglio il libro di Temple Grandin, donna affetta da autismo che è una professoressa associata dell’Università Statale del Colorado nota per la sua attività di progettista di attrezzature per il bestiame.

Tre milioni per il parking fantasma

La Stampa

maurizio tropeano

Il silos meccanizzato delle Molinette in Procura: “Impossibile riconvertirlo per ospitare macchine”

torino


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Adesso saranno i giudici contabili e anche la Procura ad accertare l’esistenza di un danno erariale legato al mancato utilizzo del silos ad alta meccanizzazione per 250 posti auto ultimato a cavallo tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008. Un’opera costata 1,9 milioni e mai ultimata. Di più la direzione delle Molinette ha deciso di smantellare le strutture in ferro e di riconvertire gli spazi in magazzino e archivio. Spesa stimata: 400 mila euro. «E questa - spiega il direttore generale, Angelo Del Favaro - è l’unica possibilità per evitare ulteriori aggravi economici e funzionali. E nel conteggio dello spreco di risorse pubbliche ci sono da calcolare anche i mancanti guadagni, circa 460 mila euro che l’Aso avrebbe dovuto incassare come canone di locazione dopo il via libera della commissione collaudo avvenuta nel settembre del 2011. «Credo ci siano tutti gli estremi per un esposto alla Corte dei Conti e alla procura della Repubblica di Torino» spiega Alberto Goffi, presidente della commissione regionale d’inchiesta sugli appalti in sanità.

Il parking nel 2010
«Tutto è pronto, le telecamere della sorveglianza interna accese, il computer osserva e registra gli spostamenti di chi passa di fronte ai sensori, ma lungo la rampa che porta ai posteggi non è mai scesa una sola auto». Era il 18 gennaio del 2010 e i cronisti de La Stampa raccontavano così il paradosso di un silos meccanizzato nuovo di pacca ma inutilizzato da due anni e la battaglia quotidiana dei dipendenti delle Molinette e dei parenti dei ricoverati che ogni giorno vanno a caccia di un posto libero e affrontano i posteggiatori abusivi in corso Bramante o in corso Polonia. Nel sopralluogo del 2010 i cronisti descrivevano così la situazione del silos: «Il parcheggio meccanizzato attende solo di esser messo in moto. Le porte tagliafuoco che lo separano dalla rampa d’ingresso sono chiuse, ma non a chiave: chiunque può entrare, fino a raggiungere il quadro comandi». 

Il collaudo del 2011
All’inizio del 2010 le organizzazioni sindacali avevano chiesto lumi sull’utilizzo della struttura. Allora si parlava ancora della possibilità di creare un parcheggio per i dipendenti e i parenti dei pazienti ma a quell’epoca mancavano ancora i certificati di agibilità. Ma la direzione dell’ospedale, interpellata dai cronisti, spiegava che una volta ottenute le autorizzazioni il parcheggio sarebbe stato aperto. Venti mesi dopo quei certificati sono arrivati dopo un collaudo che ha dato esito positivo.

Ma il silos resta chiuso. Perché? Il 1 settembre del 2011 l’allora commissario delle Molinette, Emilio Iodice, firma una delibera dove si prende atto dei risultati dei collaudi ordinati per verificare il rispetto delle condizioni dell’appalto per l’affidamento della gestione globale del servizio di ristorazione dell’azienda ospedaliera. Sostanzialmente il collaudo dei lavori svolti nella palazzina dove si dà atto «che il parcheggio meccanizzato, pur ultimato e collaudato a livello tecnico, con conseguente rilascio del certificato di agibilità da parte del Comune di Torino non risulta tuttora operativo». Nel verbale si cita una lunga corrispondenza con la Gemeaz.


Lo stato di abbandono
Adesso, a quasi tre anni di distanza da quel sopralluogo, il silos è praticamente abbandonato a se stesso. Entriamo in quattro senza alcun controllo passando davanti agli spazi dove si caricano e scaricano i cibi freschi per la mensa. Le telecamere di sorveglianza che avrebbero dovuto garantire la sicurezza e il controllo degli accessi al parcheggio interrato delle Molinette fanno bella mostra di se attaccate ai muri ma non trasmettono immagini. Nel gabbiotto dove l’occhio umano avrebbe dovuto leggere i dati sensibili delle auto che sarebbero dovute transitare davanti ai sensori c’è solo una tastiera senza monitor. 

Per entrare nell’area posteggio si passa da una porta in ferro con la serratura scassata. La puzza, un mix di umido, acqua stagna e marcia, escrementi e fogna colpisce il naso con la stessa velocità con cui il buio acceca gli occhi. Le torce dei cellulari illuminano le strutture d’acciaio blu e arancione che avrebbero dovuto ospitare 250 auto. Per ora gli scheletri ferrosi non hanno subito l’erosione della ruggine, i sensori di controllo sembrano intatti. Ma l’acqua c’è,e ricopre il pavimento e sommerge la parte inferiore delle travi d’acciaio. La parte emersa si può usare come passerella: lo stato di abbandono non ha risparmiato il resto del locale. 

La riconversione
In queste condizioni è difficile immaginare il recupero di quelle strutture per ospitare le auto. E così la direzione generale guidata da Angelo Del Favero che ha ereditato questa situazione ha messo in campo un progetto di riconversione che, almeno in parte, recupera il sistema anti-incendio a protezione di un’area magazzino e archivio. Il motivo è semplice: «Dalle risultanze tecniche la riconversione appare l’unica possibilità per evitare ulteriori aggravi economici e funzionali». 

Per ogni straniero in aula gli italiani calano nei test, le ipocrisie da sfatare

Corriere della sera

Lo studio sulle II elementari, i dirigenti mettono gli immigrati in classe con i figli di famiglie meno abbienti

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Non serve né agli immigrati né ai nativi nascondere i problemi invece di sperimentare, senza pregiudizi, le soluzioni più efficaci e rapide per l'integrazione nelle scuole italiane. Da uno studio condotto con Rosario Ballatore e Margherita Fort («The Tower of Babel in the Classroom», www.andreaichino.it ) emerge che sostituendo un nativo con un immigrato in una classe della seconda elementare, la frazione di risposte corrette dei nativi nei test Invalsi si riduce del 12% in italiano e del 7% in matematica (dati relativi al 2009-10). La buona notizia è che questo sensibile effetto negativo (comparabile ad esempio a quello di avere genitori disoccupati o con un diploma non superiore alla scuola superiore) sparisce nelle quinte elementari: la scuola italiana riesce ad integrare gli stranieri ma in tempi relativamente lunghi, che devono assolutamente essere accorciati.

È sorprendente che nel nostro Paese ci si debba dividere tra chi urla sconsideratamente contro l'immigrazione (tra l'altro dimenticando che gli studenti stranieri sono mediamente meno di 2 per classe e che solo il 6% delle classi supera la soglia del 30% di immigrati) e chi, per reazione, nega, o è costretto a negare, un'eventualità tutt'altro che remota: quando anche un solo straniero entra in una classe l'integrazione non può avvenire immediatamente - come per un colpo di bacchetta magica - e può avere un impatto sugli apprendimenti dei compagni.

Si rischiano accuse infamanti di razzismo suggerendo che forse non sia una buona idea gettare allo sbando gli immigrati nelle classi senza una guida specifica e che meglio sarebbe, come accade in altri Paesi, disegnare percorsi diversificati di integrazione graduale, da definire a seconda delle situazioni. Il risultato, ipocrita, di questi comportamenti è che i dirigenti scolastici, forse per amor del quieto vivere, collocano gli stranieri prevalentemente nelle classi in cui i nativi hanno famiglie meno istruite e meno abbienti. Si noti che questo accade all'interno delle singole scuole e non solo tra scuole di quartieri diversi.

Lo dicono i dati ed è una sorpresa sconcertante. All'interno di una scuola gli stranieri finiscono per essere concentrati nelle classi con genitori probabilmente meno capaci di protestare se i loro amati Pierino o Caterina impareranno poco perché i loro compagni di banco si chiamano Wladi, Amina o Ramon. Ufficialmente questo non può accadere, perché la formazione delle classi dovrebbe essere casuale; cosa di per sé assurda perché molto meglio sarebbe costruirle senza ipocrisie sulla base delle informazioni disponibili riguardo alle caratteristiche degli studenti. Ma la soluzione peggiore, e davvero eticamente inaccettabile, è quella di concentrare insieme stranieri e italiani con background familiare meno favorevole.

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Immagino la risposta dei dirigenti e degli insegnanti: quali risorse abbiamo per fronteggiare il problema? Che margini di autonomia ci dà il ministero per disegnare un'offerta formativa diversificata che possa aiutare l'integrazione quando necessario? Hanno ragione! Il pachidermico ministero dell'Istruzione, con i suoi provveditorati (quasi un milione di dipendenti e decine di migliaia di scuole da gestire), oltre a non poter dare risorse sufficienti per affrontare questi problemi, non dispone nemmeno di informazioni aggiornate sulle realtà locali per decidere dove intervenire e che cosa fare (figuriamoci: non riesce nemmeno ad assicurare che a inizio anno tutte le classi abbiano gli insegnanti necessari!).

E, soprattutto, alle scuole non viene data una piena autonomia di gestione delle risorse, in particolare quelle umane, e di disegno dell'offerta formativa. Di questa autonomia le singole scuole avrebbero bisogno per risolvere, con la loro migliore conoscenza delle situazioni locali, non solo il problema dell'immigrazione, ma tutti gli altri problemi che quotidianamente devono affrontare. Un modo per sperimentare scuole «pubbliche ma autonome» c'è: con Guido Tabellini lo abbiamo descritto nell'ebook del Corriere «Liberiamo la scuola». Una proposta che non impone soluzioni, ma chiede solo che sia consentito a chi vuole provare offerte educative diverse di poterlo fare in un ambito regolato, sperimentale e valutato dalle scelte degli utenti.

24 settembre 2013 | 8:48

Cortana, l'intelligenza artificiale di Windows

Corriere della sera

Si chiamerà come l'aiutante virtuale di Master Chief nel videogioco Halo. In attesa di avere anche una forma "fisica"

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MILANO - Dopo l'acquisizione del reparto mobile di Nokia, Microsoft ha in serbo un altro colpo di scena per conquistare il mercato degli smartphone: Cortana. Agli appassionati di videogame questo nome non è nuovo ed evoca l'assistente virtuale della serie Halo, un'intelligenza artificiale rappresentata sotto forma di una fascinosa ragazza dagli occhi blu e tutina aderente. Certo, Windows Phone ha già il suo assistente vocale ma con Cortana, Redmond spera di portarlo un passo più avanti e magari di battere Siri e Google Now, che al momento sono ad anni luce di distanza dallo sfidante.


NON SOLO SU SMARTPHONE - L'uscente Steve Ballmer aveva promesso uno sviluppo del genere che dagli smartphone poi dovrebbe dilagare anche su Xbox One e all'interno di Windows ma ciò che fa specie è proprio il nome. Now e Siri infatti sono assistenti impersonali, due icone che, una volta attivate, rispondono alle nostre richieste. Cortana invece porta avanti un'idea di tecnologia più futuristica: quel nome evoca un viso, un'immagine, una rappresentazione grafica di un'intelligenza artificiale proprio come accade in tutti gli automi della fantascienza odierna. Certo, sul nostro device non comparirà un robot pronto a esaudire ogni nostro desiderio ma il fatto di richiamarlo alla memoria è già un passo in avanti rispetto a un'icona e poi potrebbe avere la stessa voce usata nel gioco, una chicca che i gamer apprezzeranno sicuramente. E chissà poi che con il potenziamento dei device non si farà proprio un passo in avanti verso la visualizzazione dell'assistente. Staremo a vedere.

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VERA INTELLIGENZA ARTIFICIALE - Il sistema comunque dovrebbe arrivare con l'aggiornamento Windows Phone 8.1 previsto per i primi mesi del 2014 ma già ora sono disponibili alcuni screenshot pubblicati da The Verge che dimostrano come Microsoft stia davvero lavorando in tal senso. Si vedono le integrazioni con il calendario, le notifiche dell'agenda, il meteo, la rubrica. Non si conosce la precisione nell'eseguire i compiti ma si vocifera che Microsoft sfrutterà i meccanismi già implementati all'interno di Bing per far in modo che Cortana anticipi le richieste dell'utente e sia in grado di imparare dalle sue domande, focalizzandosi quindi solo sui risultati più consoni a ognuno di noi. Se così fosse ci troveremmo di fronte alla prima vera intelligenza artificiale per smartphone degna di questo nome.

 Cortana, dal gioco alla realtà Cortana, dal gioco alla realtà Cortana, dal gioco alla realtà Cortana, dal gioco alla realtà Cortana, dal gioco alla realtà

SI PENSA ANCHE A SURFACE - Oltre a Cortana, l'altra mossa di Redmond nel mondo mobile è cercare di rilanciare il suo Surface, tablet dalle funzioni interessanti che però non ha conosciuto una risposta dal pubblico. Le vendite infatti stazionano intorno ai due milioni di unità in otto mesi, ben lontani quindi dai tre milioni di iPad venduti in tre giorni lo scorso novembre e i 57 milioni di tavolette vendute dalla Mela dal lancio del Surface. Per invertire la rotta l'azienda di Bill Gates ha ideato un'offerta a dir poco eclatante: fino al 27 ottobre e solo negli Stati Uniti e in Canada, Microsoft concede un buono di almeno 200 dollari a chiunque consegna in permuta il proprio “iPad 2, 3, o 4 in buone condizioni”. Il che significa che si può acquistare un Surface RT, il più vecchio, dando una differenza di massimo 149 dollari mentre per il Surface Pro ne servono al massimo 599. Differenza che chiaramente può assottigliarsi visto che 200 dollari è la valutazione minima.

23 settembre 2013 | 16:46

Pensione ritardata ai donatori Avis guida la protesta del sangue

Corriere della sera

I giorni di permesso per il prelievo non vengono calcolati, quindi c'è chi dovrà lavorare ancora per dieci mesi


CREMONA - Dopo gli esodati, l'ex ministro Elsa Fornero ha un altro nemico: i donatori di sangue. I più anziani di loro stavano già pregustando la pensione, ma dovranno aspettare ancora perché costretti a recuperare i giorni in cui, con regolare permesso, sono rimasti a casa per il prelievo. Per alcuni si parla di dieci mesi in più. L'alternativa è smettere di lavorare alla data fissata, ma con un assegno diminuito di circa il 2%. L'allarme sugli effetti della riforma previdenziale era già stato lanciato, cadendo però nel vuoto.

Ora il caso è deflagrato a Cremona forse perché, in proporzione agli abitanti, è la città con più iscritti (6.000 che diventano 17.000 con la provincia) all'Avis. Il presidente comunale, Ferruccio Giovetti, 52 anni, medico, spiega com'è scoppiato il bubbone. «I nostri associati si sono recati ai patronati per i conteggi e hanno scoperto la sorpresa: i giorni utilizzati per dare il sangue non vengono calcolati ai fini pensionistici». È subito è partito il tam tam. «La nostra sede è presa d'assalto. Una persona in buona salute può fare sino a quattro donazioni all'anno per vari anni. Questo significa altri mesi di lavoro. Ci sono situazioni che stringono il cuore».

La battaglia per riscrivere la riforma è già scattata. I quaranta parlamentari «avisini» sono stati mobilitati, la deputata cremonese Cinzia Fontana (Pd) ha presentato un'interrogazione alla Camera. «Questo paradosso - dice - è forse il più clamoroso, ma la stessa cosa vale per le assenze per assistere un parente malato, la maternità facoltativa e, addirittura, lo sciopero». Anche l'Inps sta seguendo la vicenda. E mercoledì il presidente nazionale dell'Avis, Vincenzo Saturni, incontrerà il ministro alla Salute Beatrice Lorenzin. «C'è il rischio - avverte Giovetti - che la gente smetta di donare sangue». Potenza della beffa a chi vorrebbe fare qualcosa per gli altri.

23 settembre 2013 | 9:45

Il Paese senza Scilipoten

La Stampa

massimo gramellini


Viste da qui, le elezioni tedesche sono state un fenomeno paranormale. Alle sei le urne erano chiuse, alle sei e un quarto si sapeva già chi aveva vinto, alle sei e mezza Merkel si concedeva un colpo di vita e stiracchiava le labbra in un sorriso, alle sette meno un quarto il suo rivale socialdemocratico riconosceva la sconfitta e alle sette tutti andavano a cena perché si era fatta una cert’ora.
Qualsiasi paragone con le drammatiche veglie elettorali di casa nostra – gli exit poll bugiardi, le famigerate «forchette», le dirette televisive spalancate sul nulla, le vittorie contestate o millantate e la cronica, desolante assenza di sconfitti – sarebbe persino crudele.

La diversità germanica rifulge ancora di più il giorno dopo. Pur stravincendo, Merkel ha mancato la maggioranza assoluta per una manciata di seggi. Eppure non invoca premi di maggioranza o altre manipolazioni del responso elettorale e si prepara serenamente ad aprire le porte del potere a uno dei partiti perdenti: socialdemocratici o Verdi. I cittadini tedeschi, di destra e di sinistra, paiono accogliere questa eventualità senza emozioni particolari.

Nessun giornalista «moderato» grida al golpe. Nessun intellettuale «progressista» raccoglie firme per intimare ai propri rappresentanti di non scendere a patti con il nemico. Nessun Scilipoten eletto con l’opposizione si accinge a fondare un partito lillipuziano per balzare in soccorso della vincitrice. Né alla Merkel passa per l’anticamera del cervello e il risvolto del portafogli di trasformare il Parlamento in un mercato, agevolando il passaggio nelle proprie file dei pochi deputati che le basterebbero per governare da sola. 

Nelle prossime settimane, con la dovuta calma, i due schieramenti si incontreranno. Ci sarà una discussione serrata sulle «cose» e si troverà un compromesso nell’interesse del Paese. Nel frattempo il capo sconfitto della Spd avrà già cambiato mestiere, anziché rimanere nei paraggi per fare lo sgambetto al suo successore. E alla scadenza regolare della legislatura si tornerà al voto su fronti contrapposti (e con due ottime candidate donne, probabilmente: la democristiana Ursula von der Leyen e la socialdemocratica Hannelore Kraft). 

La saggezza popolare sostiene che i tedeschi amano gli italiani ma non li stimano, mentre gli italiani stimano i tedeschi ma non li amano. Ci deve essere del vero. Ma ieri, oltre a stimarli, li abbiamo invidiati un po’. Qualcuno dirà: troppo facile, loro possono coalizzarsi in santa pace perché nel principale partito del centrodestra hanno una Merkel, mica un Berlusconi, e in quello del centrosinistra gli ex comunisti sono spariti da un pezzo, a differenza dei presunti smacchiatori di giaguari. Anche in questa obiezione c’è del vero. Infatti è sbagliato dire che li invidiamo un po’. Li invidiamo tantissimo. 

Who Write Linux: uno sguardo quantitativo allo sviluppo del Pinguino

Il Giorno

Autore: Andrea Bai


Lo scorso 16 settembre, in occasione della LinuxCon Conference di New Orleans, la Linux Foundation ha pubblicato la quinta edizione del documento Linux Kernel Development (informalmente conosciuto anche con il nome di "Who Writes Linux") che dettaglia gli sviluppo del kernel linux offrendo una visione di insieme del lavoro che sta alle spalle del rilascio degli aggiornamenti stabili del kernel del pinguino. Il documento è pubblicato, seppur senza una cadenza precisa, circa una volta ogni anno con la prima edizione resa disponibile nel corso del 2008 coprendo lo sviluppo dalla release 3.3 alla release 3.10.

Questa edizione del documento si concentra sul periodo tra aprile 2012 e agosto 2013: nel periodo in esame sono stati proposte oltre 92 mila modifiche da parte di 3738 singoli sviluppatori che rappresentano 536 organizzazioni. La versione precedente del documento ha invece coperto il periodo tra dicembre 2010 e marzo 2012. Il ritmo dello sviluppo è cresciuto in maniera abbastanza sensibile, con la community che integra una media di 7,14 patch all'ora rispetto alle 6,71 del report precedente. Il kernel linux è ora composto da quasi 17 milioni di linee di codice, in crescita di circa 2 milioni di linee rispetto all'ultimo report.

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Il kernel che sta alla base di Linux è di fatto uno dei più grandi progetti software collaborativi mai portati avanti. Ogni due o tre mesi viene rilasciato un aggiornamento stabile a Linux, che include nuove funzionalità, il supporto a nuovi dispositivi e una ottimizzazione delle prestazioni. Sin dal 2005 quasi 10 mila sviluppatori individuali provenienti da oltre 1000 compagnie differenti hanno apportato il loro contributo al kernel linux. Il kernel è diventato una risorsa comune sviluppata su larga scala da compagnie che sono acerrime rivali in altre aree.

Molte nuove caratteristiche sono state integrate nella mainline, tra cui operazioni full tickless, user namespace, virtualizzazione KVM e Xen per ARM, per-entity load tracking nello scheduler, user-space checkpoint/restart, supporto all'architettura ARM a 64-bit, filesystem F2FS flash-oriented, molte migliorie sul lato networking mirate a risolvere problemi di latenza e di dilatazione del buffer, due sottosistemi indipendenti in grado di offrire caching veloce per dispositivi di block storage e molto altro.

Di notevole importanza è inoltre il progressivo spegnersi della questione sulle caratteristiche specifiche per Android: a titolo di esempio le funzionalità "wakelocks" (per la gestione energetica) è stata sostituita da una soluzione differente nella mainline che viene utilizzata dai più recenti dispositivi Android. Il contributo allo sviluppo del kernel proveniente da realtà che operano nel mondo mobile ed embedded continua a crescere: Linaro, Samsung e Texas Instruments, ad esempio, insieme contribuiscono all'11% dei cambiamenti effettuati nel periodo in esame, rispetto al 4,4% registrato nel periodo precedente.

In questa occasione viene inoltre rilevato un incremento significativo nell'impiego di strumenti automatizzati per trovare bug nei kernel in via di sviluppo, con il risultato di accorciare il ciclo di sviluppo e permettere alla community di consegnare release di maggior qualità.

Da un solaio spunta una copia del Messaggero di 114 anni fa

Il Messaggero


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Una copia di una prima pagina del Messaggero di oltre un secolo fa è stata ritrovata durante una ristrutturazione in una casa di Agerola, un comune in provincia di Napoli. A scoprire la copia del nostro giornale del 4 febbraio 1899 è stato il signor Alfonso Fusco. La pagina del Messaggero vecchia di oltre un secolo è spuntata nel rivestimento di un solaio in legno e, per quanto rovinata, è ancora in buono stato di conservazione, tanto che alcuni articoli sono ben leggibili. Quel giorno il Messaggero - che all'epoca aveva la redazione in via del Bufalo a Roma, a pochi passi dall'attuale sede di via del Tritone - raccontava, fra le altre cose, dell'affare Dreyfus, l'ufficiale francese ebreo ingiustamente accusato di spionaggio, di agitazioni in Bulgaria, della situazione in Niger e del disarmo in Russia.

Commerciante, una brutta parola

La Stampa

Yoani Sánchez


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Se la realtà potesse personificarsi, entrare in un corpo, avere contorni fisici, se una società potesse essere rappresentata come un essere vivente, la nostra sarebbe un adolescente nel periodo della crescita. Una persona che si vede allungare braccia e gambe, che desidera scrollarsi di dosso il paternalismo e diventare adulto. Ma quel ragazzo imberbe, indossa un vestito così stretto che non riesce quasi a respirare. La nostra quotidianità è rimasta schiacciata dal corsetto di una legalità fatta di eccessive proibizioni e di un’ideologia antiquata e poco funzionale. Dipingerei così la Cuba di oggi, perché una forma di pubertà repressa, rappresenta bene il contesto in cui vivo. 

Il governo non pare propenso a riconoscere le nostre necessità di espansione economica e politica. Al contrario, tenta di costringerci in forme assurde. Basti vedere il caso del limitato numero di occupazioni consentite per il lavoro “per conto proprio”, quel settore che in qualunque altro paese sarebbe definito “privato”. Invece di ampliare il numero di licenze per includere molte altre attività di produzione e servizi, le autorità pretendono di ritagliare la realtà in maniera tale da farla ricadere nell’elenco delle cose consentite. La legge non cerca di incentivare creatività e talento, ma è come una briglia stretta che limita il campo di azione individuale.

L’ultimo esempio di questa contraddizione lo vediamo con le azioni di polizia contro chi vende vestiti importati, che provengono fondamentalmente da Ecuador e Panama. Secondo i media ufficiali molti di questi mercanti hanno utilizzato una licenza da “Sarto” che consentiva di commercializzare gli articoli prodotti con le loro macchine da cucire, per offrire invece camicie, pantaloni e borse di confezione industriale. I trasgressori sono stati puniti con il sequestro della mercanzia e con multe esorbitanti. In questo modo gli ispettori pretendono di far indossare alla nostra realtà la camicia di forza di quanto stabilito dalla Gazzetta Ufficiale.

Invece di tanta persecuzione sarebbe opportuno autorizzare il lavoro del “commerciante”. Comprare, trasportare e rivendere articoli molto richiesti non dovrebbe essere considerato un delitto, ma un’attività regolata da contribuzione fiscale tramite imposte. Negare questo meccanismo strategico dell’ingranaggio di ogni società significa ignorare la struttura economica sociale. L’apparato legale di una società non esiste per condannarla all’infanzia del piccolo chiosco, della manifattura e della vendita di frittelle, ma per aiutarla a progredire professionalmente e materialmente. Fino a quando il governo cubano non accetterà queste regole elementari dello sviluppo, la nostra realtà dovrà crescere allungando le braccia verso illegalità e clandestinità. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Il paese fantasma dell’isola di Pianosa

La Stampa

Dove un tempo vivevano 60 famiglie e mille detenuti ci sono case che si sbriciolano, uffici sprangati,negozi abbandonati, barche lasciate a marcire e una scuola scomparsa

stefano sergi
ISOLA DI PIANOSA (LIVORNO)


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Millequattrocento metri di muraglione con le torrette blindate, costruito su una spiaggia da sogno per fermare le velleità di fuga dei mafiosi e rimasto lì a sbarrar la strada a lucertole e leprotti; una montagna di soldi pubblici buttati nel mare turchese; un paese fantasma che crolla con i suoi tesori; un manipolo di volontari al lavoro per salvare il salvabile e a cui lo Stato chiede pure pegno mensile e un Parco che tenta di trovare la difficile strada per conciliare tutela ambientale ed equilibrio economico.

L’isola di Pianosa, minuscola lingua di terra a 13 Km Sud Ovest dell’Elba, altezza massima 29 metri (42 sul tetto del faro) e dal 1858 al 1998 l’Alcatraz italiana, quindici anni dopo la chiusura del carcere di massima sicurezza che ora qualcuno vorrebbe riaprire racchiude al posto degli ergastolani un concentrato dei paradossi che affliggono il Bel Paese.

L’impatto è un salto all’indietro nel tempo: dove un tempo vivevano fino a sessanta famiglie e mille detenuti ci sono case (e un forte napoleonico) che si sbriciolano, uffici sprangati, insegne sbiadite di negozi abbandonati, barche lasciate a marcire nelle radure e pure dentro gli alloggi, campi da calcetto divorati dall’incuria e surreali cartelli che avvisano l’automobilista di rallentare in prossimità di una scuola scomparsa da un bel pezzo.

Le uniche auto hanno i lampeggianti blu della Forestale o degli agenti della penitenziaria tornati per vigilare sulla dozzina di detenuti in semilibertà che fanno lavoretti di manutenzione e gestiscono il bar-ristorante (con annesso angolo de “L’Artigianato Galeotto”) e l’albergo, dieci stanze da 50 euro a notte. Le strade sono dedicate alle vittime della mafia: c’è viale Falcone e Borsellino, piazza Boris Giuliano e così via ma le caratteristiche targhe di ceramica sono affisse a muri che ricordano Beirut più della Toscana.

Per sbarcare in questo paese fantasma si oltrepassa il braccio di mare che separa Pianosa dall’Elba, 45 minuti di traversata salutati da delfini e tartarughe, 21 euro di biglietto più altri 8 per il Parco perché l’isola fa parte dell’area protetta che abbraccia l’arcipelago toscano. Vietate pesca e caccia, vietata la navigazione entro un miglio, vietato portar via qualunque cosa, bagni permessi in un’unica spiaggia. E mezza isola, quella adibita a carcere, è accessibile solo con le guide. Insomma turisti sì ma guardati a vista, e non più di 250 al giorno.

L’onlus Associazione difesa di Pianosa riunisce 250 nativi che offrono ai visitatori libri e una mostra in due stanze dignitose: fanno i turni per lavorare gratis e lo Stato ringrazia chiedendogli 535 euro al mese di affitto. Non basta: nei prossimi sette anni, così dice il contratto, dovranno fare lavori di recupero degli edifici per 130 mila euro che poi è ciò che serve di più in questo momento. A ridosso del mare c’è una tensostruttura che protegge ciò che resta della villa romana di Agrippa. Aveva un mosaico che si è sgretolato, mani caritatevoli hanno raccolto in un secchiello quei preziosi tasselli prima che finissero in acqua.


Vanno Segnini, il sindaco di Campo nell’Elba sotto cui rientra l’isola degli ergastolani, riassume con efficacia: “E’ un gran casino”. D’altra parte a metter becco in ogni scelta ci sono 8 enti pubblici e laddove servirebbe efficienza, dilaga la burocrazia. Franca Zanichelli, appassionata direttrice del Parco che due mesi fa ha inaugurato un centro visitatori (unica costruzione con impianti a norma), racconta che per lo scavo di 30 centimetri delle fogne sono serviti 6 anni. “E’ una matassa, se tiri il filo si annoda ancora di più. Qui l’equilibrio si è rotto nel 1998 quando si decise di chiudere il carcere affidando tutto al Parco. Detenuti e agenti se ne andarono, ma il ministero no, perchè ha in uso molti degli edifici”. Il problema ora è che gli edifici cadono a pezzi.

«E’ come tornare agli Anni 60, in un luogo senza scritte sui muri né moto d’acqua» sottolinea Zanichelli. Alla sera il minuscolo porticciolo si riempie di centinaia di barracuda attirati dalla luce del lampione superstite. Per la direttrice il futuro dell’isola può essere solo legato a un turismo ecosostenibile e a progetti scientifici, coinvolgendo anche le scuole.

«Chi lo dice che l’isola non possa restare così? Salvando quegli edifici di valore, ma toccando poco o nulla. Anche la malinconia e l’oblio hanno un valore. Se apri un argine, entra il mare. Lo sa quanti privati potrei trovare, per trasformare la Villa dell’Agronomo in un resort? Ma ombrelloni e sdraio sarebbero una follia, qui. Ecco perché il Parco è visto male. Ora c’è un accordo per far tornare 40 detenuti a lavorare, si parla anche di recuperare le celle in cui furono reclusi personaggi come Pertini, ma anche come Riina, per mostrarle ai turisti».

E il muraglione sulla spiaggia? «Abbattere quell’ecomostro costa 2 milioni di euro – dice la direttrice -. Si potrebbe abbellire con murales o ricoprire di sabbia per ricostruire le dune scomparse». Il sindaco aggiunge: «I problemi ci sono, manca un progetto complessivo. Dopo 12 anni di contenzioso una sentenza ci ha affidato gli usi civici, cioè i terreni, ma tutta l’isola è sotto vincolo. Noi abbiamo istituito il collegamento marittimo e la gestione dei rifiuti, rispetto a cinque anni fa ci sono stati grossi miglioramenti ma non riusciamo a sfruttare l’isola come meriterebbe. Con investimenti privati si potrebbero fare progetti seri. Oggi crolla tutto».

La famiglia di Giuseppe Mazzei Braschi, 73 anni, ufficiale della Marina, arrivò qui nel 1860. Oggi lui presiede l’onlus per la difesa di Pianosa e spiega: «Abbiamo chiesto una sede 13 anni fa, quest’anno a luglio finalmente abbiamo firmato il contratto. Non trovo normale che si debba pagare per fare volontariato, ma qui è così. Con 17 mila euro abbiamo rimesso a posto le cappelle del cimitero e tra qualche settimana dovrebbe cominciare la messa in sicurezza della Torre dell’Orologio. Il problema è sempre il solito, non ci sono soldi. Ma riaprire il supercarcere sarebbe una follia, con spese pazzesche. Quest’isola rivivrà quando torneranno non i mafiosi, ma i gerani e i panni stesi sui davanzali».

I pediatri dichiarano guerra a SOS Tata

La Stampa

Ricorso al garante: “Stop all’esposizione di bambini nei reality show in situazioni umilianti e diseducative” “Sbagliato educare al sonno i più piccoli con l’estinzione graduale del pianto”


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L’Associazione Culturale Pediatri insieme ad altre associazioni, in una lettera aperta chiede al Garante per la protezione dell’infanzia e dell’adolescenza, Vincenzo Spadafora, di intervenire contro «l’esposizione dei minori nei reality show», facendo riferimento in particolare «ad alcune scene mandate in onda sabato 14 settembre, su La 7, durante la trasmissione `SOS Tata´». «In questa trasmissione, un bimbo di appena 12 mesi veniva lasciato piangere solo nel suo lettino, chiuso in camera, perché si addormentasse. Il bimbo aggrappato alle sbarre del letto gridava, sudato, disperato, terrorizzato, con la telecamera puntata su di lui per vari minuti.

Nel frattempo -si legge nella lettera aperta- la mamma veniva intrattenuta in cucina dalla Tata rassicurante, mentre il fratellino maggiore si tappava le orecchie. Finalmente alla mamma è stato permesso di andare dal bimbo, mettergli il ciuccio e adagiarlo sotto le coperte. Il bimbo a questo punto rallentava il pianto, guardava la mamma, tenendole le braccia in cerca di conforto; ma la madre, secondo le indicazioni della tata, se ne andava via, rilasciandolo solo. Il bimbo, deluso, ripiombava in un pianto ancora più straziante. Dopo altri interminabili minuti, il bimbo sfinito non piangeva più e si addormentava».

«Esprimiamo ancora una volta -prosegue il testo- il nostro dissenso per i metodi per `educare i bambini piccoli a dormire´ che si basano sull’estinzione graduale del pianto. Sappiamo ormai dalla ricerca scientifica, se non bastasse il buon senso, che la fisiologia dell’essere umano prevede che riceva delle cure di tipo prossimale da parte della madre e degli adulti che se ne prendono cura, e che la pretesa che un bambino piccolo si addormenti da solo e dorma per tutta la notte senza richiedere la presenza e il contatto dell’adulto, oltre ad essere anti-fisiologica ed irrealistica, può provocare confusione nei genitori e grande stress nei bambini. Questi metodi possono minare fin dalla primissima infanzia la fiducia negli adulti e quindi in se stessi e interferire con lo stabilirsi di una sana relazione genitori-figli, oltre ad interferire (se il bambino è piccolo) con l’allattamento al seno». «Riteniamo che sia pericoloso e fuorviante promuovere in tv il ricorso a questi sistemi, senza che ai genitori vengano date informazioni complete e coerenti, affinché possano compiere decisioni informate.

Chiediamo quindi -prosegue l’Associazione Culturale Pediatri- che le redazioni televisive si facciano carico di questa responsabilità. Soprattutto, poi, pensiamo che puntare la telecamera su di un bambino piccolo, solo, stravolto, terrorizzato, e trasmetterlo indiscriminatamente a milioni di telespettatori, sia una violazione della dignità e dei diritti del bambino, compreso quello dei bambini che magari stavano guardando la tv a casa». «A questo proposito, ricordiamo che nella Carta di Treviso (protocollo firmato il 5 ottobre 1990 da Ordine dei giornalisti, Federazione nazionale della stampa italiana e Telefono azzurro con l’intento di disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia) si dice che `il bambino non va intervistato o impegnato in trasmissioni televisive e radiofoniche che possano lederne la dignità o turbare il suo equilibrio psico-fisico, ne´ va coinvolto in forme di comunicazioni lesive dell’armonico sviluppo della sua personalità, e ciò a prescindere dall’eventuale consenso dei genitori’».

«La visione di scene di questo tipo, potrebbe alimentare, in un pubblico adulto predisposto, pericolosi atteggiamenti di voyeurismo e sadismo nei confronti del dolore infantile. Chiediamo quindi all’Authority di intervenire, prendendo posizione contro i metodi di estinzione graduale del pianto e la loro promozione verso i genitori, e ponendo regole più severe per l’esposizione di bimbi molto piccoli nei reality show, in modo che mai più vengano trasmesse scene in cui questi ultimi sono sottoposti a situazioni stressanti e angoscianti, od umilianti, pur col consenso dei loro genitori», concludono Associazione Culturale Pediatri, Gruppo Allattando a Faenza, IBFAN Italia, Il Melograno Centri Informazione Maternità e Nascita, Movimento Allattamento Materno Italiano, Un Pediatra Per Amico. 

Kenya, assalto al centro commerciale Al Shabaab diffonde lista dei terroristi

La Stampa

Sarebbero almeno 17 i membri del commando che ha attaccato il Westgate di Nairobi: tutti hanno nomi africani o arabi, ma dodici risiedono in Paesi occidentali

enrico caporale


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Mentre all’interno del centro commerciale Westgate di Nairobi prosegue la crisi degli ostaggi (ancora non è chiaro quanti ne restino nelle mani degli assalitori) e dall’esterno si sentono raffiche di armi automatiche ed esplosioni, gli Shabaab, la costola somala di Al Qaeda, hanno diffuso una lista con i nomi e la nazionalità dei terroristi asserragliati nel Mall. 
La lista è stata pubblicata sull’account Twitter del gruppo. Su diciassette jihadisti dodici risiederebbero in Occidente: sei negli Stati Uniti, due in Svezia , uno in Canada, uno in Gran Bretagna, uno in Finlandia e uno nel Daghestan russo. Già ieri sera la Cnn aveva riportato la presenza di tre attentatori americani, ma la notizia non aveva trovato conferme ufficiali. Il Dipartimento di Stato e l’Fbi starebbero ancora indagando. Sembrerebbe invece smentita la presenza di una donna nel commando.

Nelle testimonianze dei sopravvissuti alla strage tornava spesso la descrizione di una «donna bianca». I sospetti dei servizi di intelligence di più Paesi puntavano su Samantha Lewthwaite, 29 anni, denominata «Vedova Bianca», ovvero la terrorista bianca più ricercata del mondo. Lewthwaite è la vedova di Jermaine Lindsay, uno dei kamikaze anglo-musulmani che il 7 luglio 2007 colpirono Londra, uccidendo 52 persone e ferendone altre 700. Secondo la polizia, però, non avrebbe partecipato all’assalto di Nairobi. La presenza di alcuni terroristi vestiti da donna potrebbe aver tratto in inganno.

Intanto, il ministro dell’Interno kenyota Joseph Ole Lenku ha ridotto il bilancio dei morti diffuso ieri: sarebbero 62, ma decine di persone risultano ancora disperse (ostaggi compresi). 
Di seguito la lista dei diciassette membri del commando diffusa dagli Shabaab. Sono tutti giovani (Shabaab in arabo significa appunto “giovani”) e hanno nomi apparentemente africani o arabi. La lista non ha ancora ricevuto conferme ufficiali da parte delle autorità keniane.


Ismail Guled, 23 anni, da Helsinki in Finlandia
Ahmed Nasir Shirdon, 24 anni, da Londra (UK)
General Mustaf Nuradin, 27 anni, da Kansas City (Usa)
Abdishakur Sheikh H., dal Maine
Abdifatah Osman Keynadiid, 24 anni, da Minneapolis, Minnesota (Usa)
Ahmed Mohamed Isse, 22 anni, da Saint Paul, Minnesota (Usa)
Abdikarem Ali M., dall’Illinois
Shafie D. da Tucson
Abdirazaq Mowlid, 24 anni, dall’Ontario in Canada
Eliko M., dalla regione russa del Daghestan
Mohammed A. e Moulid A dalla Svezia
A questi si aggiungono due somali (Siad Nuh, 25 anni, da Chisimaio , e Zaki Jma’a Arale, 20 anni, da Hargeisa). Due siriani (Saad D. da Damasco, e Mohamed B. da Aleppo) ed il kleniota Qasim Said, 22 anni. 

C’è la Boldrini a Palazzo Marino. E ci son 14 auto blu

L’intraprendente

di Matteo Borghi


«Tra me e l’auto blindata i problemi non mancano. Nell’abitacolo mi sento soffocare, anche perché i finestrini sono bloccati. Un rapporto travagliato che passa per mal di stomaco e continue soste. Insomma, stavo meglio prima!».


Cattura
Così Laura Boldrini, in una lettera al quotidiano Libero di qualche settimana fa, descriveva il suo travagliato rapporto con la grossa Bmw in dotazione alla presidenza di Montecitorio. Roba da far morire di tristezza e compassione le migliaia di pendolari che, ogni giorno, prendono le Ferrovie dello Stato o le Ferrovie Nord per recarsi al lavoro: chissà se anche a loro è mai capitato, in un caldo pomeriggio d’estate, sentirsi soffocare nel bel mezzo d’un vagone affollatissimo. Davvero, signora presidente, l’idea che lei stia usando ancora quella fuoriserie made in Monaco di Baviera ci fa piangere il cuore. Eppure ci chiediamo una cosa. Perché, se quella macchina le provoca così tanto orrore, non se n’è disfatta? In fondo poteva benissimo venderla, optare per una più sobria utilitaria oppure prendere anche lei i mezzi pubblici. Ed invece, non sappiamo per quale ragione, ha voluto comminare a se stessa una punizione così severa.

Oggi la Boldrini era a Palazzo Marino per il convegno dal titolo “I Comuni d’Italia per l’Expo”. Mentre dentro si parlava dei problemi insostenibili del bilancio di Stato ed Enti locali, all’esterno – nella via adiacente al Comune – era tutto un lussureggiare di auto blu. Gioielli a quattro ruote che arrivano a costare cifre a cinque zeri. Il capogruppo leghista in Comune Alessandro Morelli ne ha contate la bellezza di 14, tutte rigorosamente parcheggiate in divieto di sosta (alcune addirittra contromano). Ha scattato la foto che potete vedere qui a fianco ed è intervenuto in consiglio comunale per denunciare l’accaduto, sollecitando il presidente dell’assemblea comunale Basilio Rizzo a scrivere al suo omonimo alla Camera dei Deputati per lamentarsi dell’accaduto. «L’argomento del giorno – ha sottolineato Morelli – era Expo e non l’esposizione di autovetture, per carità molto belle, per la maggior parte straniere».

Anche perché resta da capire come mai così tante quando le autorità col bisogno di spostarsi erano solo quattro: la Boldrini, il sindaco di Roma Ignazio Marino, quello di Torino Piero Fassino e il sottosegratrio a Expo Maurizio Martina e il commissario del padiglione Italia Diana Bracco. Ora, anche ponendo che Bracco e Fassino ne abbiano usate ben due a testa vuol dire che da Roma ne sono arrivate 10. «Che bisogno c’è di tante auto – ha proseguito Morelli – tutte da un posto solo? Pur comprendendo la necessità di un mezzo di trasporto non capisco perché non si sia riuscito a fare economia sulle auto blu visto che lo stesso Letta ha detto che ciò sarebbe stato uno dei punti qualificanti della spending review». Riduzione della spesa che pare non interessare molto alla nostra presidente che, alla Camera, l’ha aumentata di ben cinque milioni in sei mesi (come riporta il Fatto Quotidiano).

Facendo un calcolo della distanza fra piazza Montecitorio e Piazza della Scala (575 km) dove ha sede il Comune e moltiplicandola per i costi chilometrici Aci per un’auto blu tipica (una Bmw 740) si ottiene un costo di 816 euro ad autovettura. Il che vuol dire, per le 10 presunte auto blu romane (di Boldrini, marino e Martina), una spesa di oltre ottomila euro, senza contare le “indennità di missione” dei vari accompagnatori dei politici (segretari, addetti stampa etc). Di questi privilegi puoi usufruire se ti chiami Boldrini e Martina ma anche Marino o Fassino (che almeno un’auto di servizio ce l’hanno), tutti guru dell’ambientalismo de noantri. Se invece ti chiami in altro modo l’auto in città non usarla. O se lo fai, mi raccomando, paga l’Area C.