venerdì 27 settembre 2013

Barilla, la Signora Boldrini e i clic assicurati

Corriere della sera

di Corinna De Cesare


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Il presidente della Camera che diventa la Signora Boldrini, le donne nobilitate dalla pubblicità perchè curano la casa e la famiglia (Non lo sapevamo, grazie!) e infine le frasi sui gay. Quello che più mi stupisce dell’intervista a La Zanzara di Guido Barilla che ha scatenato l’ironia del web e l’ira delle associazioni omosessuali, è il contesto.

E voglio tranquillizzare chi dovesse cominciare a sentir puzza di bigottismo. Qui non si tratta di far le bacchettone, ma di raccontare quello che ormai è diventato un ritornello talmente banale da brillare per la sua ripetitività. «Amica Boldrini perché perdi tempo su queste puttanate, fatti gli affari tuoi, no?» dice Giuseppe Cruciani, conduttore de La Zanzara. Risate assicurate. A cui si aggiungono poi le dichiarazioni di Guido Barilla, che in una mossa sola è riuscito a fare due gaffe. Quella più nota sugli omosessuali e quella sulle donne. Secondo Barilla la Signora Boldrini «non capisce bene che ruolo svolge la donna nella pubblicità: nobilita la figura della donna che cura la casa e la famiglia. In tutti i paesi del mondo la donna è estremamente usata, la figura della donna nella pubblicità è fondamentale».

In realtà la Signora Boldrini capisce bene qual è il ruolo della donna nella pubblicità, come lo capiamo bene tutte noi quando guardiamo gli spot sul silicone sigillante con ragazze in minigonna che salgono le scale con le chiappe inquadrate dalle telecamere. E sì, non sarà uno dei principali problemi del nostro paese in questo momento anche perché, ora che ci penso, insieme silicone e chiappe un loro senso ce l’hanno!
Come ce l’ha lo spot delle auto con le donne in guepière o quella in cui a lavare i cessi è sempre lei. O ancora quella  in cui «il capofamiglia sta seduto a tavola e non fa un cazzo» (ancora Cruciani). Il giorno prima era stata la volta di Andrea Scanzi su Facebook: «Ogni volta che c’è da banalizzare il femminismo rendendolo caricaturale e anacronistico, tra lotte patetiche a Miss Italia e appelli retorici contro il machismo mediatico, la Presidente Permalosa Boldrini non manca mai. E chi osa criticarla è misogino maschilista (vamos). Di fatto la maestrina Laura ha due pulsanti soli: difendere Napolitano made on e Sembrare femminista play. Più che la nuova Nilde Jotti, sembra sempre più la versione sinistrorsa di Paola Binetti». Oltre 7 mila mi piace e più di 2.400 condivisioni su Facebook.

Ora lo sappiamo anche noi: qualche battuta, una parolaccia, un insulto a una donna e il gioco è fatto. Chapeau

P.s.
Ovviamente non sono mancate quelle che «Io servo in tavola e sono felice». I commenti li lasciamo a voi






Barilla: «Mai uno spot con famiglie gay, se a qualcuno non va, mangi un'altra pasta»

Corriere della sera
 
Il presidente della multinazionale di Parma a «La Zanzara»: «Ognuno faccia quello che vuole senza disturbare gli altri»

Guido Barilla a La Zanzara: «Mai spot con gay» (26/09/2013)
«Sono per la famiglia tradizionale, non realizzerò mai uno spot con i gay». Le parole di Guido Barilla, presidente della multinazionale, mercoledì a «La Zanzara» di Radio 24 hanno scatenato diverse reazioni in rete. Su Twitter, rapidamente, l'hashtag #boicottabarilla è entrato tra i trend, diventando velocemente internazionale nella versione inglese. Su Facebook le campagne di comunicazione sulla pagina ufficiale sono state intasate di commenti nel medesimo senso. Barilla, giovedì mattina, ha emesso una nota scusandosi «se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche, o se hanno urtato la sensibilità di alcune persone», diffondendola poi anche via Twitter.

LA FAMIGLIA SACRALE - Coinvolto in un discorso di genere sugli spot, in cui è sempre la donna a servire, il 55enne Barilla, pronipote del fondatore Pietro, si trova a parlare anche di coppie omosessuali: «Noi abbiamo una cultura vagamente differente. Per noi il concetto di famiglia è sacrale, rimane uno dei valori fondamentali dell'azienda. La salute, il concetto di famiglia. Non faremo uno spot gay perché la nostra è una famiglia tradizionale».

«MANGERANNO UN'ALTRA PASTA» - La multinazionale di Parma normalmente cura molto la comunicazione. Ma sul tema Guido Barilla non ci sta: «A uno può non piacere. Se gli piace la nostra pasta, la nostra comunicazione, la mangiano. Se non gli piace quello che diciamo, faranno a meno di mangiarla e ne mangiano un'altra. Ma uno non può piacere sempre a tutti».

«SENZA DISTURBARE GLI ALTRI» - Di fronte a una nuova domanda del conduttore Giuseppe Cruciani su un'eventuale famiglia omosessuale seduta a tavola, Guido Barilla ribadisce: «Non lo farei, ma non per una mancanza di rispetto agli omosessuali, che comunque hanno il diritto di fare quello che vogliono e ci mancherebbe altro, però senza disturbare gli altri, ma perché non la penso come loro e penso che la famiglia cui ci rivolgiamo noi è comunque una famiglia classica. Nella quale la donna, per tornare al discorso di prima, ha un ruolo fondamentale, è il centro culturale di vita strutturale di questa famiglia».

 Boicottabarilla, la reazione della rete al no agli spot con gay Boicottabarilla, la reazione della rete al no agli spot con gay Boicottabarilla, la reazione della rete al no agli spot con gay Boicottabarilla, la reazione della rete al no agli spot con gay Boicottabarilla, la reazione della rete al no agli spot con gay

SÌ AL MATRIMONIO GAY, NO ALL'ADOZIONE - Cruciani a questo punto chiede a Barilla cosa vuol dire «senza infastidire gli altri». E la risposta è: «Un essere umano è un essere che può essere disturbato dalle decisioni di altri. Ognuno ha diritto a casa sua di fare quello che vuole senza disturbare le persone che sono attorno rivendicando diritti che sono più o meno leciti». Però assicura: «Il matrimonio omosessuale io lo rispetto, perché tutto sommato riguarda persone che vogliono contrarre matrimonio. Io una cosa su cui non sono assolutamente d'accordo è l'adozione nelle famiglie gay. Perché questo riguarda una persona che non può decidere. Io che sono padre so che ci sono delle difficoltà nel crescere i figli, e mi chiedo quelle che ci sono in una coppia con due persone dello stesso sesso».

LE REAZIONI DEL MONDO LGBT - Non mancano nemmeno le reazioni delle associazioni Lgbt. Aurelio Mancuso, di Equality Italia, sottolinea che aderirà al boicottaggio: «Nessuno ha mai chiesto alla Barilla di fare spot con le famiglie gay, è evidente che si è voluta lanciare una offensiva provocazione per far sapere che si è infastiditi dalla concreta presenza sociale, che è anche un segmento importante di consumatori». Fabrizio Marrazzo, presidente di Gay Center, scrive: «Dopo le dichiarazioni di Guido Barilla ci chiediamo chi sceglierebbe se dovesse avere un testimonial tra Obama e Giovanardi. Il primo è a favore dei matrimoni gay, il secondo è un omofobo». Dal mondo della politica è Alessandro Zan, deputato di Sel ed esponente del movimento gay, a rilanciare l'idea del non acquisto: «Aderisco al boicottaggio della Barilla e invito gli altri parlamentari, almeno quelli che non si dimettono, a fare altrettanto».

Caso Barilla, Aurelio Mancuso: «Boicotteremo i suoi prodotti» (26/09/2013)
I PRO - Solidarietà ed elogi, invece, dal Moige (Movimento italiano genitori) e dall'onorevole Pdl Eugenia Roccella. Paola Ferrari De Benedetti, portavoce dell'Osservatorio nazionale bullismo e doping, sottolinea che non ha senso indignarsi: «Ormai affermare che si crede solo nella famiglia sacrale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, diventa addirittura una espressione, un esempio di omofobia». La notizia, nel frattempo, è stata ripresa da molti giornali internazionali: dall’Independent a Le Monde fino alla Reuters e l’Huffington Post (versione spagnola). Le aziende concorrenti di Barilla hanno colto la palla al balzo. Buitoni ha pubblicato su Facebook una foto con la didascalia «A casa Buitoni c’è posto per tutti», idem per Garofalo: «Le uniche famiglie che non sono Garofalo sono quelle che non amano la buona pasta».

26 settembre 2013 (modifica il 27 settembre 2013)


 

Barilla e i gay, si scatena la guerra della pasta

Corriere della sera

I concorrenti incalzano: «Noi aperti a tutti i tipi di famiglie». La gaffe del manager italiano fa il giro del mondo

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Qual è l'orientamento sessuale della pasta italiana? L'intervista alla Zanzara di Guido Barilla è stata ripetutamente rettificata, il manager ed erede dell'impero alimentare emiliano si è scusato in ogni dove, cospargendo di cenere anche i propri profili social. Ma a quanto pare non è bastato. La battuta («mai una famiglia gay nei nostri spot») ha innescato la fantasia dei creativi che hanno inondato Youtube di video scherzosi a base di pasta gay. I siti di mezzo mondo, dall'Huffigton Post alla Bbc, passando per Le Monde e il Guardian, hanno riportato la notizia. Ma se la pasta Barilla sembra essere rigorosamente eterosessuale, quali sono i gusti degli altri maccheroni italici?

I CONCORRENTI - Il profilo Facebook della pasta Buitoni riporta dallo scorso 26 settembre, da quando cioè è deflagrata la polemica, una suggestiva foto di un portone che si spalanca su un cortile adornato di prati fioriti. E lo status: «A Casa Buitoni c’è posto per tutti». Cioè anche per gli amici gay. Il tema è talmente eccitante che richiama anche oltre i confini del piatto di pasta. La Misura ha così sfornato un banner fatto di biscottini maschietti e femminuccia, accoppiati in senso tradizionale e omosex. Il Pastificio dei Campi, marchio di nicchia che appartiene al gruppo Di Martino, ha optato per un elegante abbraccio tra due rigatoni. E lo slogan: «L'amore non ha confini di genere».

La guerra della pasta La guerra della pasta La guerra della pasta La guerra della pastaLa guerra della pasta
Frasi anti-gay, scuse di Barilla «Nessuna discriminazione» (28/09/2013)
I FINTI MEME - Sui social network ha poi furoreggiato per qualche giorno un meme che riportava due coppie di farfalle e pennette e una coppia «mista» farfalla-pennetta. Con la scritta in pseudo-vernacolo napoletano: «Nun c'emporte cu' cchi o ffaie, basta ca a' faie toste», giocando sul doppio senso che è facile attribuire alla caudiatura della pasta. Il meme è stato costruito come una pubblicità del pastificio Garofalo, con tanto di logo. L'azienda partenopea si è subito affrettata a smentire (anzi, ri-smentire, visto che aveva già avuto modo di prendere le distanze dallo scherzo digitale): «Sul web gira un'immagineche non abbiamo fatto noi, che non ci piace, che è stata per alto copiata da un'altra (bella) ed è scritta in un napoletano completamente scorretto, cosa cui noi poniamo particolare attenzione». Detto questo, i pastai napoletani non si sono lasciati sfuggire l'occasione di rimarcare la pansessualità delle proprie strategie di marketing, commentando sempre su Facebook con un lapidario: «Le uniche famiglie che non sono Garofalo sono quelle che non amano la buona pasta».

28 settembre 2013 | 15:40

Basta con il jet lag permanente» Madrid vuole lasciare l'ora europea

Corriere della sera

Già approvato in Commissione il ritorno al fuso di Londra
Dal nostro corrispondenteANDREA NICASTRO


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MADRID - Quando si guida da Barcellona a Madrid, a circa un terzo del viaggio si passa sotto un arco sottile in leggera diagonale rispetto all'autostrada. I cartelli spiegano che proprio in quel punto corre il «meridiano di Greenwich». Ci vorranno altri 450 chilometri verso l'Atlantico per arrivare a Madrid e almeno altri 300 per il confine portoghese. A guardare l'orologio sotto l'arco, però, i conti non tornano. A Londra, vicinissimo a Greenwich, sono, diciamo, le 19. In Spagna invece l'orologio segna le 20. Eppure il sole è alla stessa altezza sull'orizzonte. Gli inglesi stanno cenando dopo essere usciti dall'ufficio e aver fatto una capatina al pub. A Madrid invece nessuno pensa di mettersi a tavola. I parchi sono pieni di bambini che giocano, negli uffici si lavora e i negozi si preparano per l'ondata finale di compere prima della chiusura fissata tra le 21 e le 22. La Spagna è sullo stesso fuso orario di Roma, Parigi e Berlino. Ma nessuno ha avvertito il sole di tramontare quando tramonta sulla Porta di Brandeburgo.

A inserire la Spagna nel fuso centro europeo fu nel 1942 il caudillo, il dittatore Francisco Franco, per condividere anche l'ora di Hitler e Mussolini oltre al comune odio per il comunismo e le democrazie liberali. Settantun'anni dopo, le lancette potrebbero fare marcia indietro. Ieri, dopo dieci anni di lotte, convegni, studi, ricerche, la Comisión Nacional para la Racionalización de Horarios Españoles, è riuscita a portare la sua guerra dei fusi nel Congresso. La prima battaglia è vinta: l'apposita commissione parlamentare ha «raccomandato» al governo di cambiare l'orario per legge. Con un iter normale il cambio dell'ora potrebbe essere varato già l'estate prossima.  Come si fa a mettere a letto i bambini con un sole ancora alto così?

Come si prepara la cena quando il caldo soffoca la cucina. E, di conseguenza, come ci si può svegliare presto e lavorare già alle 8 del mattino quando la sera prima ci si è messi a tavola per la cena alle 22 e il fischio d'inizio della partita in tv è alle 22.30? In fondo la questione del fuso è tutta qui. In Spagna si va a letto tardi. Se la cena fosse alle 21 anche l'appuntamento con Morfeo si avvicinerebbe di un'ora. Lo stesso, forse, per la sveglia del mattino e l'inizio del lavoro. In Spagna è raro vedere negozi aperti prima delle 10 e sostanzialmente sino a mezzogiorno le città funzionano a ritmo ridotto. Senza contare l'intervallo pranzo lungo almeno due ore che ha inglobato la celebre siesta già combattuta nel decennio scorso dai governi socialisti. In compenso la sera si sta in ufficio sino alle 20 e il 90% dei programmi tv finisce dopo le 23.30.

La «Comisión Nacional» è un organismo privato, promosso da imprenditori, economisti, scienziati di ogni branca. Hanno studiato bioritmi, produttività, salute, risparmio energetico e persino le possibilità di un aumento del Pil nel caso le loro ricette venissero applicate. Tante dotte ricerche dicono in sostanza che il «mattino ha l'oro in bocca» e che non è il caso di perderlo ciondolando per una notte troppo corta. È indubitabile: in Spagna si dorme poco. Un'ora (appunto) meno della media europea. Le conseguenze si vedono nelle anticamere dei chirurghi plastici e negli indici di produttività. Come in altri Paesi caldi, Italia compresa, in Spagna si lavora più ore per lo stesso rendimento rispetto ai Paesi del Nord.

Ma basterà spostare le lancette per trasformare in efficienti mattinieri degli inveterati nottambuli come gli spagnoli?  Carmen Quintanilla, presidente della Commissione parlamentare ha proclamato che il cambio di fuso è «una pietra miliare», ma solo il principio di un'opera di ingegneria sociale che renderà gli spagnoli più simili agli inglesi. «Già - ha commentato amaro Francis Ortiz un lettore di El Pais - dovremmo anche guidare a sinistra, ubriacarci nei weekend, avere solo tre piatti tipici invece di mille, guadagnare il doppio (e in sterline) e mascherarci da paradiso fiscale. Così sono d'accordo anch'io». La guerra del fuso è appena cominciata.

27 settembre 2013 | 12:52

Venezuela, boom di viaggi all’estero È scattata la caccia al dollaro

La Stampa

Il turismo non c’entra: si va all’estero per fare incetta di biglietti verdi per poi rivenderli al mercato nero a cifre esorbitanti una volta rientrati in patria.

paolo manzo

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Quando la settimana scorsa, in quel di Caracas, il direttore dell’aeroporto internazionale di Maiquetía, Luis Graterol, ha dichiarato gongolante che rispetto allo scorso anno i viaggiatori dei suoi terminal sono aumentati del 7% non immaginava proprio che dietro i numeri si celasse una verità più amara.

Il turismo, infatti, stavolta non c’entra nulla. Sì, è vero, i venezuelani che partono e che sono aumentati assomigliano in tutto e per tutto ai comuni turisti ricchi di un qualsiasi paese sudamericano. Ben vestiti, macchina fotografica al collo e tanta felicità stampata in faccia. Ma il business in realtà è un altro. Se i viaggi all’estero sono aumentati - tanto più se si considera la crisi economica che sta attanagliando il Venezuela - la ragione è solo una e non c’entra nulla con il fatto che oggi stanno meglio di ieri e, dunque, spendono di più per arricchirsi culturalmente: è scattata la caccia al dollaro.

Si va cioè all’estero per fare incetta di biglietti verdi. Per poi rivenderli, una volta rientrati in patria, a cifre esorbitanti sul mercato nero. Tra le mete più gettonate dei venezuelani “affamati di dollari” Miami ma anche la Colombia, Panama e le vicine isole di Aruba o Curaçao. Il trucco è semplice. Visto che anche sulla carta di credito il governo ha imposto un limite e per il suo uso all’estero chiede un’autorizzazione preventiva, si comprano un tot di biglietti aerei mostrando i quali si riceve il placet governativo. Ma poi a partire, in genere, è solo una persona del gruppo con però tutte le carte di credito degli altri.

Una volta all’estero, con un sistema di finte fatture il “turista” riesce a simulare acquisti portando invece a casa dollari per tutti, in cambio di una commissione per i dollari ritirati dai bancomat di Miami, Aruba o Bogotà al cambio ufficiale imposto dal governo bolivariano. Dollari che poi però vengono smerciati sul mercato nero venezuelano - è dal 2003 che il controllo del governo sul cambio si è fatto soffocante, va in galera ad esempio chi ne scrive sui giornali o ne parla in tv - a cifre esorbitanti rispetto a quelle del ritiro bancomat all’estero. Se infatti sul mercato ufficiale un dollaro vale 6,3 bolivares, con questo stratagemma per un dollaro che si riesce a “importare” e poi a “vendere in strada”, i “turisti” incassano circa 42 bolivares. E per fare questo, ossia per moltiplicare per sette il proprio patrimonio in valuta nazionale, ai venezuelani oggi non resta che viaggiare. 

La Cina a caccia di nuovi status-symbol Apre la prima scuola per maggiordomi

Corriere della sera

Richiesti dai nuovi ricchi. Otto settimane di corso organizzati dalla International Butler Academy
Dal nostro corrispondenteGUIDO SANTEVECCHI


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PERCHINO - Dalla Cina nominalmente ancora comunista arriva una nuova prova della presenza di un mercato di super-ricchi che vogliono tutto quello che la nobiltà occidentale ha avuto grazie al latifondismo e poi al capitalismo: apre una succursale della più nota scuola per maggiordomi. La International Butler Academy diretta da Robert Wennekes ha deciso di installarsi anche a Chengdu, capoluogo del Sichuan. Nel corso di otto settimane, tra le altre incombenze, gli esperti professionisti di mr Wennekes insegneranno ai cinesi aspiranti butler (maggiordomo in inglese) come comportarsi quando un ospite è famelico, come convincere un visitatore divenuto sgradito a togliersi di torno, come reagire in caso venga offerta una mancia.

REALE E VIRTUALE - Molti milionari cinesi hanno bisogno del maggiordomo anche per capire come comportarsi in Occidente o con ospiti venuti a discutere d’affari dalla vecchia Europa. Quindi si tratta di un investimento oltre che di uno status symbol non proprio da Repubblica popolare. Oltre ai miliardari che il maggiordomo lo vogliono in carne, ossa e giacca con le code (e in Asia vive la metà di questi super-ricchi del mondo), in Cina c’è una classe media che il butler non se lo può permettere, ma che ama guardarlo in tv. Sta andando benissimo nella Repubblica popolare la serie inglese «Downton Abbey», che racconta le avventure del valletto Bates e del maggiordomo Carson al servizio del conte di Grantham. Nel 1912, 800 mila case britanniche avevano servitori, e di questi 30 mila erano a disposizione della nobiltà. Oggi sono solo 8 mila. Ma la società Greycoat Placements di Londra dice di avere nei suoi elenchi 20 mila servitori professionisti pronti o a partire per l’Asia o a lavorare nelle case londinesi dei nuovi-ricchi cinesi. Con la nuova scuola di Chengdu questi maggiordomi europei avranno presto dei concorrenti nati in Cina.

27 settembre 2013 | 13:57

Apple inventa l'autografo digitale

La Stampa

bruno ruffilli

Cupertino deposita un brevetto con cui sarà possibile personalizzare libri e dischi acquistati su iTunes


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Ci sono molte cose che i libri di carta offrono e quelli digitali ancora non hanno: l’odore di inchiostro, il rumore delle pagine sfogliate, la ruvidezza della carta. E la possibilità di scrivere dediche o autografi. 

Così Apple ha pensato bene di inventare un sistema per includere in un eBook una notazione personalizzata, scritta a mano dall’autore. È al momento solo una richiesta di brevetto e non è detto che davvero Cupertino adotterà questa tecnologia sui libri venduti tramite iTunes, ma è interessante notare come con lo stesso sistema sarebbe possibile scrivere una dedica anche brani musicali o film, proprio come accade con cd o dvd.  

Nella richiesta di brevetto si spiega come siano necessari due dispositivi; sull’iPad (o iPhone) dell’autore dev’essere installata un’app che consente di autografare il media digitale, mentre sull’apparecchio del lettore sarà iBooks a consentire il trasferimento dell’autografo. Nel libro sarà previsto uno spazio apposta e la firma potrà essere trasmessa tramite bluetooth o internet, magari associata a un’immagine o a una breve registrazione audio. È previsto anche un sistema di autenticazione via iCloud per garantire che l’autografo sia originale e rimanga legato a quel volume o quella canzone, che potranno essere scaricati su altri apparecchi senza perdere la personalizzazione. 

L’idea rimanda ad altre scelte di Apple, come la possibilità di sfogliare le copertine dei dischi in iTunes o lo scaffale virtuale dell’edicola. Entrambe erano però scelte solo estetiche, espressioni di quello “scheumorfismo” chiaramente in via di abbandono con il nuovo sistema operativo mobile iOS7 e il prossimo Maverick per Mac. Questo brevetto certamente si muove nella stessa direzione, ma ha un senso diverso e più profondo, perché non punta solo a imitare nel digitale la realtà concreta, ma a rendere l’opera d’arte di nuovo unica (almeno per il fruitore), e proprio nell’epoca della sua massima riproducibilità tecnica.

Usano l'iPhone come navigatore e si ritrovano sulla pista dell'aeroporto

Il Mattino


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NEW YORK - Fidarsi delle indicazioni stradali dello smartphone è bene, ma non fidarsi troppo forse è meglio. Lo hanno scoperto a loro spese alcuni 'arditì automobilisti americani che, seguendo pedissequamente le indicazioni del loro cellulare 'smart', si sono ritrovati al centro di una pista d'aeroporto correndo il serio rischio di farsi atterrare un aereo sul tettuccio dell'auto.

Gli episodi di smarrimento aeroportuale sono stati registrati in uno scalo dell'Alaska dove due diversi automobilisti, ingannati dalle istruzioni errate del loro iPhone, si sono ritrovati a vagare per le piste. «Abbiamo avuto due incursioni in pista il 6 e il 20 settembre», racconta Angie Spear, direttore di marketing e comunicazione dell'aeroporto internazionale Fairbanks, in Alaska centrale. «In entrambe i casi le persone coinvolte hanno spiegato di aver seguito le istruzioni fornite dal proprio iPhone per raggiungere l'aeroporto». Fortunatamente non ci sono stati incidenti ma la signora Spear punta il dito su una 'app' per iPhone 5 che è quella che 'ingannà gli automobilisti. L'applicazione - spiega - «non indica specificamente di attraversare la pista» ma inganna facendo vedere al di là il terminal senza indicare la strada giusta per il transito.

Resta da capire come degli 'accortì automobilisti che certo non desiderano rischiare la vita possano attraversare le piste visto che ci sono decine di cartelli e segnali luminosi che informano con massima evidenza dei divieti di traffico. Ma - spiega Spear - «le persone erano così concentrate sul loro telefono che invece di fermarsi, credevano che l'errore fosse nei pannelli di segnalazione».
La Apple è comunque già intervenuta mettendo in guardia gli utenti ed entro pochi giorni l'applicazione incriminata sarà corretta eliminando del tutto le indicazioni per l'aeroporto. Non è la prima volta che le applicazioni 'stradalì di Apple vengono messe sotto accusa. Già a settembre dello scorso anno l'amministratore delegato del gruppo, Tim Cook, era stato costretto a chiedere scusa ai clienti per lo scarso rendimento dell'applicazione. Insomma: meglio guardare (i cartelli in questo caso).

 
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giovedì 26 settembre 2013 - 16:40   Ultimo aggiornamento: 16:41

Noi che da 15 anni googoliamo…

Corriere della sera

di Alessandro Sala


Cosa stavate facendo il 27 settembre del 1997?



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Era un sabato e per il calendario dei santi era il giorno dedicato a San Vincenzo de’ Paoli, che in quello stesso giorno nel 1660 moriva. Il sole sorgeva alle 6.02 e tramontava alle 17.59. Se fate parte della generazione dei Millennials, nati tra gli anni Ottanta e il Duemila, probabilmente eravate ancora alle prese con i giochi dell’infanzia, con i tormenti adolescenziali, con le fatiche dei primi anni di liceo. Se, come chi scrive, appartenete invece almeno a quella precedente, che sociologi e sintesi giornalistiche hanno ribattezzato come Generazione X (che poi quella definizione era nata in realtà per definire il movimento punk inglese e la sua voglia di mandare a quel Paese la società intera, ma tant’è), forse per l’ultima volta – o comunque una delle ultime, suvvia – siete andati in una biblioteca a consultare un’enciclopedia. Per l’ultima volta avete preso in mano un vocabolario per conoscere l’esatto significato di un termine o per cercare un sinonimo. Per l’ultima volta avete consultato il  Tuttocittà della Sip/Telecom per trovare un indirizzo.

Era sabato, il sabato del villaggio in un’Italia ancora legata ai vecchi ritmi industriali che prevedevano la settimana lavorativa di soli 5 giorni. Non così in America, dove Larry Page e Sergey Brin, quel sabato, fondarono il loro motore di ricerca per Internet: Google. Non era il primo in assoluto in quegli anni ante-adsl in cui la Rete iniziava a farsi largo anche nelle case degli italiani, quasi sempre ancora con il doppino telefonico e il modem a 5k (i più fortunati avevano l’Isdn). C’erano già stati Lycos, Excite e soprattutto Altavista e Yahoo; dalle nostre parti si cercava anche con Virgilio. Oggi alcuni di questi motori di ricerca non ci sono più, mentre Google è diventato il sinonimo stesso di ricerca, oltre che il sito in assoluto più visitato al mondo e, dal punto di vista del business, un gruppo multimediale che impera in ogni anfratto della Rete.

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Google, dunque, compie 15 anni e per festeggiarli non poteva non regalare ai suoi utenti l’ennesimo doodle, ovvero la variazione sul tema nella grafica del proprio logo abbinata a particolari date o eventi. In questo caso il birthday doodle è – se avete un tablet, altrimenti è solo un simpatico disegno – un giochino interattivo: la scritta Google ha al centro, al posto della seconda “o”, una torta con il classico triangolino del player. Cliccandoci sopra compare una pignatta a forma di stella che la “g”, bendata, deve cercare di colpire con un bastone facendo cadere quante più caramelle possibile. Giochino tipico da feste di compleanno negli Usa; passatempo divertente e caramelloso – siamo pur sempre nell’era del Candy Crash! -,  per trascorrere 10 secondi di cazzeggio prima della ricerca vera e propria.

In 15 anni molte cose sono cambiate, ma non staremo qui a fare la retorica del tempo trascorso. Google, però, ha modificato di netto le nostre abitudini. Chi ha figli in età scolare sa bene che oggi anche le ricerche assegnate da maestre e professori si fanno partendo da lì. E a guardare i ragazzini che già alle elementari mettono insieme in pochi minuti tutto il materiale possibile e immaginabile – e con tanto di foto – sulla tale regione italiana, sulle caratteristiche di una specie animale o sugli effetti delle droghe sull’organismo umano,  non si sa se essere felici per come la tecnologia cambia in meglio la vita o nostalgici per le lunghe ore trascorse in biblioteca a scartabellare fra volumi rilegati in pelle, considerati allora i veri e unici depositari del sapere, che anche in termini di allenamento mentale avevano comunque un loro perché.

To google (il nome nasce da una contrazione di googol, termine coniato nel 1938 per definire il numero 1 seguito da 100 zeri) nei Paesi anglosassoni è diventato ormai un verbo di uso comune, sia per esprimere stupore sia per indicare grandi quantità (e in questa forma, declinato in googleplex, e lo usa ad esempio Oskar, il protagonista di “Molto forte, incredibilmente vicino” di Johnatan Safran Foer). Ma anche nel nostro parlato quotidiano “googolare”, inteso semplicemente come effettuare una ricerca in Google, è ormai definitivamente sdoganato e non fa più orrore, se non a qualche purista della lingua che probabilmente un motore di ricerca sul web neppure si sogna di utilizzarlo.

Ma voi quanto googolate ogni giorno? E quanto avete googolato negli ultimi 15 anni?

Quanto al sottoscritto, mai mi sarebbe venuto in mente di scrivere oggi questo post sul compleanno della grande G, che non è certo un appuntamento che tengo segnato sull’agenda (che peraltro non ho). Ma questa mattina avevo bisogno di cercare un indirizzo e, ça va sans dire, ho googolato. E così mi sono imbattuto nella pignatta virtuale (e per la cronaca ho fatto 92)…

Twitter: @lex_sala

Pazienti in stato vegetativo La difficile vita delle famiglie

Corriere della sera

L'assistenza comporta un gravoso impegno economico e, spesso, costringe i familiari ad abbandonare il lavoro

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Il problema è anche economico, soprattutto in questi momenti di crisi: chi ha un parente in stato vegetativo, per mesi o addirittura per anni, non solo deve sopportare il peso dell’assistenza e affrontare gli aspetti emotivi, ma può andare anche incontro a gravi difficoltà finanziarie. E, secondo un’indagine condotta all’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, molti sono anche costretti a rinunciare al lavoro, in maniera temporanea o definitiva, per accudire il familiare. Spesso i pazienti sono uomini con un’età media di 55 anni che, se superano i primi tre anni, durante in quali la mortalità è più elevata, si stabilizzano e tendono a sopravvivere a lungo, rimanendo in carico alle famiglie. La ricerca del Besta ha coinvolto in totale 602 pazienti con grave cerebrolesione acquisita (Gca): nel giro di due anni 207 sono deceduti, 120 sono migrati in altre strutture e anche se i loro dati sono stati rintracciati, non sono stati presi in considerazione per lo studio. Sono rimasti così 275 pazienti che sono stati seguiti contemporaneamente ai loro familiari (in totale 216).

MINIMA COSCIENZA - I ricercatori hanno potuto così valutare l’evoluzione delle condizioni cliniche dei malati e l’impatto che questa loro situazione ha avuto sui familiari. Diversamente da quanto si è pensato finora, i pazienti possono evolvere clinicamente nel tempo: il 14 per cento, infatti, nel giro di due anni è passato dallo stato vegetativo (caratterizzato da uno stato di veglia, ma senza contenuto di coscienza e consapevolezza di sé o dell’ambiente circostante) a quello di minima coscienza (caratterizzato da uno stato di coscienza alterato nel quale comportamenti minimi, ma definiti dimostrano una consapevolezza di sé e dell’ambiente) o dalla minima coscienza alla gravissima disabilità.

SPENDING REVIEW - «La nostra ricerca evidenzia - commenta Matilde Leonardi, coordinatrice dello studio e responsabile della Struttura di Neurologia - che le capacità residue dei pazienti, e non la diagnosi, possono dare un’indicazione circa l’evoluzione successiva e che la riabilitazione non deve essere interrotta per dogma o per spending review. Infatti, le potenzialità di recupero che possono non essere così evidenti nei primi mesi, quando sono i problemi di sopravvivenza ad avere il sopravvento, si possono esprimere in momenti successivi, grazie alla plasticità del sistema nervoso. Per queste ragioni, il malato e la famiglia devono poter contare su un’assistenza adeguata durante tutta la malattia e non solo nelle prime fasi».

CARICO EMOTIVO - Per quanto riguarda i familiari, invece, lo studio ha dimostrato che il carico assistenziale giornaliero si mantiene elevato anche a distanza di due anni, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da una condizione di malattia che tende a stabilizzarsi. La percentuale di familiari che passa più di tre ore al giorno con i malati, in due anni, è salita dal 55 per cento al 59,7. E il 34 per cento dei familiari è stato costretto a rinunciare al lavoro, in maniera definitiva o temporanea, per accudire il parente malato. Oltre al carico assistenziale e a quello economico, rimane importante anche quello emotivo, nonostante il passare del tempo sembri ridurre l’entità dei sintomi depressivi fra i caregiver.

27 settembre 2013 | 11:02

Omofobia, il leghista Buonanno mostra un finocchio: caos in Aula

Il Mattino


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Un finocchio appare sui banchi della Camera durante il dibattito innescatosi sulle dichiarazioni di Barilla in merito alla contrarietà agli spot con famiglie omosessuali. Lo ha piazzato ieri sulla sua postazione il leghista Gianluca Buonanno e si è sfiorato lo scontro con il deputato di Sel Toni Matarrelli che si stava recando ai banchi della presidenza per chiederne la rimozione. Il contatto è stato evitato dal pronto intervento degli assistenti parlamentari.


Finocchio in aula, caos


Ctrl+Alt+Canc? È stato un errore» Bill Gates: tutta colpa di un designer

Corriere della sera

Il cofondatore di Microsoft confessa: per uscire dai programmi sarebbe stato meglio un singolo tasto al posto della combinazione

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Bill Gates confessa: «Control-Alt-Canc? È stato un errore» È capitato a tutti gli utenti Windows: di colpo, il computer s’impalla e non c’è via d’uscita per continuare a lavorare. La scappatoia per eccellenza, l’unica per far ripartire o escludere un programma: premere contemporaneamente i tasti Control-Alt-Canc. Un’azione alquanto seccante, che si fa con tre dita. Ebbene, quel comando - tra i più usati del mondo dei pc - fu un errore. Per ammissione dello stesso cofondatore di Microsoft, Bill Gates, che avrebbe preferito un singolo tasto. La colpa: «Di un tizio ad Ibm».

IL DESIGNER - Control-Alt-Canc (Ctrl+Alt+Del sulla tastiera inglese) permette di visualizzare il Task Manager, da cui è possibile chiudere un processo bloccato. La stessa combinazione, tuttavia, serve pure per effettuare il login sui sistemi operativi a partire da Windows Nt. In una lunga, e a tratti divertente intervista col finanziere statunitense David Rubinstein sul palco dell’università di Harvard per una raccolta fondi, il 57enne Gates ha confessato che a suo tempo sul tavolo c’era una soluzione molto più semplice, cioè un unico tasto. Questa, però, fu ostacolata da un designer della tastiera ad Ibm. David Bradley, questo il nome del responsabile, «non voleva darci un tasto solo fatto apposta», ha sottolineato Gates.

DIFETTO - L’«invenzione» ha reso Bradley una sorta di eroe tra i programmatori in giro per il mondo. Ancora oggi molti fan si fanno autografare dal designer la propria tastiera alle conferenze. Per essere chiari, Gates nell’intervista-confessione si riferisce a Ctrl-Alt-Canc per l'accesso a Windows, non al comando per il riavvio dopo la schermata blu, quando si genera un errore non risolvibile. Bradley quella combinazione non l’aveva infatti ideata per il login, questa decisione fu presa in seguito da Microsoft, rivela GeekWire. «Io posso aver inventato il Control-Alt-Canc, ma Bill Gates l'ha reso famoso», aveva detto qualche tempo fa il designer.

NOSTALGIA - Se i più frustrati continuano ad odiare quel comando assai goffo - non è certo il caso degli utenti Mac - sono invece migliaia coloro che in queste ore celebrano il Ctrl+Alt+Canc, oramai un ricordo indelebile nella memoria di tantissimi e famoso come uno dei difetti del pc più fastidiosi legati agli anni ‘90.

27 settembre 2013 | 11:58

Due anni di carcere a«Parmesan» Il baro italiano con lenti a infrarossi

Corriere della sera

Colpiva soprattutto nei casinò della Costa Azzurro. Con l'aiuto di un complice in una sola notte ha vinto 70 mila euro

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Le sue astuzie da baro professionista avrebbero impressionato anche l'avvocato Santelia, il mitico truffatore di «Regalo di Natale», pellicola girata da Pupi Avanti nel 1986. Peccato che i trucchi tecnologici al tavolo verde del cinquantaseienne Stefano Ampollini, conosciuto in Francia tra gli appassionati di poker come «Parmesan», siano stati scoperti e il giocatore sia stato condannato mercoledì a due anni di carcere e a 100.000 euro di multa dal tribunale di Grasse, città di 40.000 nell'entroterra della Costa Azzurra. Assieme a lui sono finiti in carcere altre cinque persone, tra cui altri due italiani, Gianfranco Tirrito, 55 anni che dovrà scontare tre anni e il cinquantasettenne Rocco Grassano, condannato a due anni e mezzo di prigione

TRUFFE - Le truffe di Ampollini sono state portate a termine tra l'estate e l'autunno del 2011 e le vittime erano gli ospiti del casinò «Les Princes» di Cannes. Armato di lenti a contatto a infrarossi acquistate in Cina per duemila euro e con la complicità di un altro baro italiano soprannominato «The Israeli» che indicava con smorfie le carte a lui utili, Ampollini è riuscito in una sola notte a vincere oltre 70.000 euro. Tuttavia la sua estrema «fortuna» è stata notata nel casinò transalpino e quando due mesi dopo vi è tornato, vincendo con gli stessi trucchi altri 21.000 euro, Ampollini è stato arrestato dalla polizia mentre stava lasciando il tavolo verde. Le intercettazioni telefoniche hanno dimostrato che l'italiano era riuscito a corrompere alcuni membri dello staff del casinò che gli garantivano l'uso di carte segnate con inchiostro invisibile

AMMIRAZIONE - A Marc Joando, il giudice che lo ha condannato, Ampollini ha spiegato di essere «un giocatore e un baro di fama internazionale» e di essere orgoglioso del suo lavoro. Da parte sua il magistrato ha espresso grande ammirazione per i trucchi sofisticati usati da Ampollini al tavolo verde, definiti dallo stesso giudice «un mix di tecniche antiche e moderne, di grande astuzia». Marc Concas, avvocato del proprietario del casinò di Cannes, ha raccontato alla Corte che le vincite di Ampollini sono apparse subito poco chiare: «La sicurezza del casinò ha trovato il suo comportamento piuttosto strano e le sue vincite troppo facili. Presto si sono convinti che conoscesse le carte del croupier».

27 settembre 2013 | 16:42

Privacy, la Dichiarazione di Varsavia per “difenderci” dalle app

Corriere della sera


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Alle applicazioni per dispositivi mobili che invadono la nostra vita, i Garanti per la protezione della privacy di tutto il mondo, riuniti a Varsavia, hanno dedicato una dichiarazione, la “Dichiarazione di Varsavia sulle applicazioni della nostra societa”, appunto. I Garanti hanno affrontato il tema consapevoli che le app “sono ormai onnipresenti. Le troviamo negli smartphone e nei tablet, sulle auto, in casa e fuori casa”, e il loro numero aumenta costantemente. Ammontano ad oltre 6 milioni “ed è un numero che aumenta di oltre 30.000 unità al giorno. Le app facilitano e vivacizzano molte delle attività che svolgiamo giornalmente; allo stesso tempo, le app raccolgono anche una grande mole di informazioni personali. Tutto ciò permette un monitoraggio digitale permanente, mentre gli utenti spesso non ne hanno consapevolezza nè ne conoscono i fini ultimi”, sostiene ancora la “Dichiarazione di Varsavia” di cui dà notizia la Newsletter del Garante italiano.

Tutto questo, ovviamente, crea problemi di riservatezza che sono finiti sotto la lente dei garanti: si daranno da fare per promuovere la consapevolezza in materia, applicheranno le norme e dopo un periodo di osservazione decideranno il da farsi nel prossimo appuntamento mondiale a Mauritius. I pericoli ci sono, a loro avviso, anche perché “spesso gli sviluppatori di app non conoscono le implicazioni associate alla loro attività in termini di privacy”, mentre i “sistemi operativi e le piattaforme app più diffusi permettono, in realtà, di configurare alcune impostazioni relative alla privacy, ma non consentono agli utenti di avere il pieno controllo dei propri dati personali”.

Per questo la 35ma Conferenza internazionale tenutasi il 23 ed il 24 settembre 2013 a Varsavia, i rappresentanti delle autorità per la protezione dei dati e la privacy hanno discusso della “appificazione” della società esprimendo l’impegno inequivocabile affinché “sia garantita agli utenti una migliore interazione in termini di privacy, ed intendono rivolgersi a vari soggetti pubblici e privati per richiamarli alle funzioni ed alle responsabilità rispettive”. Per i Garanti “è fondamentale che gli utenti abbiano e continuino ad avere il controllo dei propri dati. Devono poter decidere quali informazioni condividere, con chi condividerle e per quali finalità. A questo scopo, devono disporre, anche all’interno delle app, di informazioni chiare e comprensibili sui dati raccolti, prima che abbia inizio la raccolta effettiva di tali dati”, no a “elementi nascosti, nessuna raccolta di informazioni effettuata in modo occulto e non verificabile”.

Per i Garanti “occorre che si tenga conto dei requisiti di privacy fin dalle fasi iniziali di messa a punto di un’app. In tal modo, la privacy può apportare anche benefici in termini di competitività perché consente di accrescere la fiducia dell’utente. Gli sviluppatori devono stabilire con chiarezza quali informazioni siano necessarie per il funzionamento dell’app, e devono garantire che non siano raccolti dati personali ulteriori senza il consenso informato dell’utente”.

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Anche ai “fornitori di sistemi operativi competono specifiche responsabilità con riguardo alle rispettive piattaforme. È vero che ciò sta avvenendo in misura crescente, perché questi fornitori offrono la possibilità di gestire in via generale le impostazioni di privacy sui dispositivi mobili. Tuttavia, tali impostazioni non hanno una granularità sufficiente a  consentire il pieno controllo dell’utente su tutti gli aspetti significativi della raccolta di dati personali. Poiché i fornitori di piattaforme operative creano e gestiscono l’architettura entro cui le app sono utilizzabili, essi si trovano nella condizione ideale per garantire la protezione dei dati; sulle loro spalle pesa una particolare responsabilità nei confronti degli utenti. Da questo punto di vista, occorre incoraggiare l’impegno assunto dalle aziende del settore di rispettare certificazioni di qualità in termini di privacy o altre forme di certificazione che comprendano una verifica della loro osservanza”.

Compito delle singole Autorità per la privacy e la protezione dei dati è “sensibilizzare sul tema sia tutti coloro che operano nel settore delle app, sia gli utenti delle app e l’opinione pubblica in generale. È opportuno, in particolare, instaurare un dialogo con i fornitori di sistemi operativi al fine di garantire che le rispettive piattaforme operino secondo i principi-cardine della protezione dati. Non vogliamo rovinare la festa agli utilizzatori di app, ma bisogna evitare ogni  abuso dei dati personali. Se le attività volte a promuovere migliori prassi in termini di privacy si riveleranno non  sufficientemente efficaci, le Autorità saranno pronte ad applicare le norme di legge nel quadro di un impegno globale a riaffermare il pieno controllo da parte dell’utente”.

“Le Autorità per la privacy e la protezione dei dati di tutti i Paesi del mondo intendono adoperarsi nei prossimi dodici mesi per migliorare sostanzialmente la privacy e la protezione dei dati in questo ambito, e intendono riesaminare la questione durante la 36ma Conferenza internazionale di Mauritius”.

Da un ‘Ansa firmata da Elisabetta Stefanelli

Smeraldi, zaffiri, rubini: scoperto il tesoro del Monte Bianco: trovato da un alpinista francese

Il Messaggero


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PARIGI - «È il tesoro, l'hanno trovato». La notizia ha fatto il giro della valle di Chamonix in un lampo.
Tutti quelli che abitano ai piedi del ghiacciaio dei Bossons, sotto la vetta del Monte Bianco, lo sanno: la più grande cascata di ghiaccio d' Europa custodisce ancora i resti del Malabar Princess e del Kangchenjunga. I loro morti. E i loro tesori. Ieri quella piccola scatola di metallo che un alpinista ventenne ha visto affiorare sotto la neve, quella scritta quasi illeggibile, «made in India», quei sacchetti di tela pieni di rubini, zaffiri e smeraldi, hanno dimostrato che non era solo una leggenda, che tra i bagagli del Lockheed L-748 schiantatosi la mattina del 3 novembre 1950 sulla roccia della Tournette, o nella stiva del Boeing 707, finito il 24 gennaio 1966 sulla parete verticale sotto la vetta, c'era davvero un tesoro. Per ora le prime stime parlano di 200, forse 250mila euro di pietre preziose.

IL RITROVAMENTO La scoperta è avvenuta il nove settembre. È stato un ragazzo, un alpinista esperto, originario della Savoia, che ha chiesto di restare anonimo. Ha capito subito di avere tra le mani il resto di una delle due tragedie che alimentano tanti racconti nella valle. Ma non ha pensato nemmeno un minuto di tenersi la scatola e le pietre. È andato alla gendarmeria di Bourg Saint Meurice e ha consegnato il tutto. «Avrebbe potuto tenersela, ma sapeva che queste pietre appartenevano a qualcuno che è morto lassù. È stato onesto» ha commentato Sylvan Merly, comandante dei gendarmi del paese. Il tesoro è ora in mano alla procura di Albertville, che ha già contatto le autorità indiane per cercare di risalire a possibili eredi. Sono anni che il ghiacciaio dei Bossons restituisce resti delle due tragedie.

Anni che cercatori d'oro o vari Indiana Jones delle montagne si avventurano nei suoi crepacci - poco frequentati dagli alpinisti - per scoprire quello che resta dei due aerei, delle loro storie, dei loro carichi. Il Malabar Princess di Air India era diretto da Bombay a Londra e avrebbe dovuto fare scalo a Ginevra. Trasportava 39 passeggeri, quasi tutti soldati diretti in una base inglese, e sei membri dell'equipaggio. Probabilmente sfiorò con la coda una parete rocciosa mentre stava prendendo quota, nessuno si salvò. C'era tempesta, i soccorritori arrivarono sul posto soltanto giorni dopo, la maggior parte dei corpi furono lasciati sul ghiacciaio. Sedici anni dopo, stesso punto, altro disastro: il volo 101 di Air India Bombay-New York si schianta contro il Bianco a 4.600 metri, mentre avrebbe dovuto volare a almeno 5.800. A bordo 117 persone, tra cui il celebre fisico nucleare indiano Homi J. Bhabba.

LE SPEDIZIONI
Nel 1975, la guida d'alta montagna Christian Mollier scopre il carrello del Malabar, e un pezzo della carlinga, con lo stemma, il disegno di una danzatrice indiana. Nel settembre del 2008, Daniel Roche, un avventuriero di Lione che alla storia delle due tragedie ha dedicato una vita di spedizioni, ritrova il motore del Lokheed e, una borsa con dei giornali del 23 gennaio 1966, vigilia dello schianto del Kangchenjunga. Nell'agosto del 2012 due alpinisti vedono affiorare dalla neve una valigia diplomatica, un grosso sacco marrone perfettamente conservato del ministero degli Esteri indiano pieno di documenti. Negli anni, il ghiacciaio ha restituito anche resti di corpi, brandelli di abiti, effetti personali, qualche gioiello. Da sempre si parla di un «tesoro», non meglio identificato, nella stiva del Boeing sarebbe stato caricato un cofano pieno di monete d'oro.

La scatola di metallo ritrovata il nove settembre potrebbe esserne solo una parte. «Sembra una scatola di zucchero o di biscotti, come ce n'erano anni fa - si è limitato ad aggiungere il procuratore di Albertville - le pietre e le gemme sono tutte molto piccole, ma di buona qualità, secondo una prima stima. La più grossa non pesa più di un grammo e mezzo». Un dipendente del ministero degli esteri indiano era già venuto in Savoia quando è stato scoperto il sacco diplomatico. «La ricerca di possibili eredi dei proprietari si annuncia molto difficile» ha fatto sapere il procuratore. I gendarmi di Bourg Saint Meurice conoscono però bene il regolamento: se nessun nome verrà fuori, le pietre appartengono al giovane alpinista. Per il momento, l'importante è preservare i luoghi, evitare una «corsa all'oro». «È una questione di sicurezza - dicono alla gendarmeria - e di rispetto, per tutti quei morti».

Noi, settecento italiani in fuga per aprire aziende in Svizzera

Stefano Filippi - Ven, 27/09/2013 - 08:45

Un giorno a Chiasso con gli imprenditori attirati dal regime fiscale del Ticino, che prevede imposte al 17,1% e Iva all'8%. Con una sola avvertenza: le paghe minime non si toccano

Il miraggio della Svizzera ha l'aspetto di un teatro di epoca fascista stipato di imprenditori italiani (o dei loro commercialisti di fiducia) che non ne possono più di tasse, burocrazia, giustizia lenta e incerta.


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Chiasso sembra l'eldorado: si trova appena oltre il confine, le istituzioni parlano italiano, il carico fiscale medio per un imprenditore è del 17,1 per cento, l'Iva è ferma all'8, bastano 15 giorni per l'iscrizione al Registro del commercio e 24 ore per immatricolare un veicolo. Chi assume personale del luogo ha rimborsati per due anni gli oneri sociali e un quarto degli investimenti in settori innovativi gode di contributi a fondo perduto. I più fortunati possono ottenere, per qualche anno, l'esenzione totale dalle tasse.

Il comune di Chiasso ha organizzato una giornata per spiegare tutto questo eden. Si aspettavano 200 domande di iscrizione: ne sono arrivate 682 e ieri ne sono state selezionate 168, con 220 persone invitate soprattutto di Como e Varese ma anche dal Piemonte e perfino da Ancona. C'è di tutto, dal manager in doppiopetto all'artigiano tatuato in jeans e maglietta. Chi non ha trovato posto è stato indirizzato all'Ente regionale di sviluppo del Mendrisiotto.

«Voglio curiosare, vedere, sentire», dice Daniele Castelli, titolare di una ditta di trasporti e logistica comasca. «Mi attirano le poche tasse e la minore burocrazia. I nostri lavoratori? Prima di decidere se trasferirci li sentiremo». Andrea Caretti, professionista torinese, rappresenta alcune aziende tra cui un produttore di acqua minerale del Cuneese. «Pensano di fabbricarsi le bottiglie in plastica senza più comprarle da altri fornitori - spiega - e vogliono capire se conviene farlo in Svizzera dove si apre un'attività in poche settimane. Non abbiamo ancora deciso». Un altro consulente torinese, Stefano Ridolfi, ha clienti che vogliono scappare dall'Italia: «Fuggono dal fisco e dall'incertezza delle regole. Non vogliono più essere in balìa del funzionario di turno, di un sistema impositivo insopportabile, di adempimenti sempre più pesanti».

A Chiasso non sono arrivate aziende moribonde ma ditte solide, imprenditori pieni di speranza, che cercano un futuro certo per i dipendenti e magari per i figli, esasperati dalle difficoltà che incontrano in patria. Giuseppe Cagiano lavora il marmo a Carugo (Como), un'ora d'auto da Chiasso. «Siamo sei: io, mia moglie, due figli e due operai. Prenderò un pulmino e guideremo un giorno a turno, io i dipendenti non li abbandono, mica siamo la Telecom.

Sono stufo di prendere soltanto calci nel sedere dal fisco. Porto via l'azienda, non la famiglia: lasciare il mio Paese è come togliermi una costola e voglio essere sepolto in Italia, ma in Svizzera ho avuto una bella impressione, gente chiara, precisa, efficiente, veloce». Un piccolo imprenditore tessile commenta: «Se cerchi di espanderti all'estero, qui ti stendono i tappeti rossi. In Italia ti arriva la Guardia di finanza». Gli fa eco un consulente attivo da anni in Ticino: «Gli elvetici non criminalizzano gli imprenditori. Per le stesse accuse, Berlusconi è stato assolto in Svizzera e condannato in Italia».

Certo, c'è il rovescio della medaglia e il sindaco di Chiasso, Moreno Colombo, non lo nasconde. Il suo problema è che la crisi della finanza ha lasciato disoccupazione e parecchi immobili sfitti. Le imprese che vorrebbe attirare non sono manifatturiere, non c'è spazio per nuovi capannoni, e nemmeno gli odiatissimi call-center: «In pochi mesi ne abbiamo fatti chiudere quattro». A Chiasso interessano le aziende di servizi, export, informatica, digitale; ditte sane e innovative, ad alto valore aggiunto, proiettate sull'estero e che possano impiegare i ticinesi qualificati ma senza lavoro. Non tutti i frontalieri sono graditi: «Operai specializzati sì, segretarie e bancari no», sintetizza Colombo. E ancora: «Chi è in crisi in Italia, resti in Italia». Nell'opuscolo distribuito agli imprenditori sono elencate le paghe minime sindacali da cui non si deve sgarrare. Patti chiari. E per il resto, porte spalancate agli italiani tartassati.

Il falò della servitù

Corriere della sera


ANTONIO POLITO



Pare che circolino dei moduli prestampati per consentire ai parlamentari del Pdl di presentare le loro dimissioni senza star lì a perder tempo. Ma poiché la Costituzione dice che il parlamentare è senza vincolo di mandato, e questa assomiglia molto a una servitù di mandato, si precisa che chi vuole può anche scriversela di suo pugno la lettera, con le motivazioni che preferisce, purché la firmi. A questo il Porcellum ha ridotto il Parlamento, e non solo a destra per la verità: a un bivacco di subordinati.

Ma del resto quasi tutto è senza precedenti in questa storia delle dimissioni di massa postdatate. Al punto che il presidente della Repubblica ha sentito il dovere di alzare la voce come non aveva mai fatto prima, condannandola con parole durissime, segnalandone la «gravità e assurdità». Napolitano l'ha interpretato come un atto che porta il gioco politico già estremo di queste settimane oltre il segno, oltre un punto di non ritorno. Le dimissioni dei ministri del Pdl avrebbero sì aperto una crisi di governo; ma le dimissioni dei parlamentari aprirebbero una crisi costituzionale, mettendo in conflitto tra di loro i poteri dello Stato. Esse minacciano, cioè, un atto al limite dell'eversione (la serrata del Parlamento) per protestare contro ciò che si definisce un «atto eversivo» (un voto del Parlamento sulla decadenza).

Berlusconi sembra dunque sperare che la decadenza dell'intero Parlamento possa rendere meno amara la inevitabile fine della sua vita parlamentare. Coinvolgendo le istituzioni nel proprio destino giudiziario, accetta però il teorema dei suoi nemici, che vorrebbero ridurre la sua storia politica ventennale a una vicenda di processi e di condanne. E toglie le castagne dal fuoco a chi nel Pd alimenta da mesi il falò dell'intransigenza, diventando lui il sicario di un governo in realtà mai digerito a sinistra.

Ma tant'è: da oggi si può davvero dire che l'esecutivo Letta è al capolinea. Non avrebbe senso assumere altri impegni di bilancio, per evitare l'aumento dell'Iva o il ritorno dell'Imu, quando non si sa chi potrà rispettarli. Il presidente del Consiglio deve dunque fare la cosa giusta e istituzionalmente corretta: andare alle Camere per verificare se ne ha ancora la fiducia. In questi mesi, anche per gli errori di un governo che ha sommato invece di selezionare le pretese dei partiti, Letta non è riuscito a domare il fronte di chi voleva le elezioni a febbraio e che ha sfruttato la vicenda giudiziaria di Berlusconi per averle. Ora non gli resta che l'ultima carta: rimettere al centro la ragione per cui è nato.

Il 15 di ottobre, infatti, non è solo la data in cui Berlusconi andrà agli arresti domiciliari o ai servizi sociali. È anche il termine per presentare la legge di Stabilità, e cioè il principale strumento di politica finanziaria dello Stato. Senza di quello, l'Italia può tornare nel gorgo dove stava affogando nel novembre del 2011. Due anni di lacrime e sangue vanificati in un istante. Vediamo chi vota per la rovina nazionale.

27 settembre 2013 | 8:08

Ecco le nuove regole per portare a spasso il cane

Il Giorno

Dal guinzaglio all'attenzione alla scelta dell'animale da adottare. I consigli per non sbagliare

Milano, 26 settembre 2013


A spasso con Fido? Ecco le nuove regole. Il 6 settembre è infatti entrata in vigore una nuova ordinanza del Ministero della Salute. In sostanza, per portare a passeggio il proprio quattrozampe è necessario seguire alcune regole che possano tutelare le persone e gli altri animali. La sedizione Diritti degli Animali della Provincia di milano ha messo a disposizione di tutti i navigatori un utile vademecum (stilato dalla dottoressa Federica Pirrone, dell'Università degli Studi di Milano)  con alcuni informazioni essenziali. Eccole.

1) Il proprietario deve tenere a mente di essere il responsabile del proprio quattrozampe. Conseguentemente, ricorda l'esperta, è importante ricordare che il padrone risponde davanti alla legge di danni o lesioni causate dall'animale.
2) E' opportuno informarsi con accortezza in merito alle caratteristiche dell'animale prime di adottare un esemplare.
3) Il cane va sempre portato sempre con un guinzaglio, che non può essere più di un metro e mezzo, sia per strada che nei locali pubblici. (Nelle aree verdi dedicate ai cani questi obblighi vengono meno).
4) Necessario avere sempre con sé una museruola (rigida o morbida) se esiste il rischio che il cane possa mordere. Particolari indicazioni sono stabilite per i proprietari di cani che hanno morso.
5) Sacchetto e paletta sono strumenti indispensabili. Raccogliere deiezioni del proprio animale è infatti obbligatorio

Alberoni replica alla Boldrini: "Sei una femminista radicale, da sempre la donna è nutrice"

Andrea Indini - Gio, 26/09/2013 - 17:44

Il sociologo zittisce la presidente della Camera: "Quella della nutrice è la funzione materna per eccellenza". E difende Guido Barilla: "Vende un prodotto che si rivolge alla famiglia tradizionale"

"Laura Boldrini è una femminista radicale che non userebbe mai le parole madre e padre". Francesco Alberoni non fa giri di parole e va dritto al nocciole del problema. Le battaglie contro il vocabolario italiano, le prese di posizione sul ruolo della donna all'interno della famiglia e della società e, soprattutto, la ciecità ottusa dinnanzi alle differenze sostanziali e strutturali tra uomo e donna sono figlie di un femminismo integralista che ha spopolato in America e nel Nord Europa.


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A rinfocolare la polemica è stata proprio la presidente della Camera nella sua invettiva contro le pubblicità che mettono le donne a servire a tavola. Una vera e propria stilettata contro la Barilla che, nelle ultime ore, è finita sotto il fuoco incrociato delle associazioni omosessuali perché Guido Barilla ha spiegato che non metterà mai nei suoi spot una coppia gay, non per mancanza di rispetto ma perché "il concetto di famiglia sacrale rimane uno dei valori fondamentali dell'azienda".

Alla base di entrambe le polemiche c'è, da parte della Boldrini e delle associazioni arcobaleno, una voluta stortura del ruolo della donna tra le mura domestiche. "È madre, nonna, amante, cura la casa, cura le persone care, oppure fa altri gesti e altre attività che comunque ne nobilitano il ruolo - ha spiegato Barilla a La Zanzara - è una fondamentale persona per la pubblicità, non solo italiana".

Per Guido Barilla la pubblicità è "una cosa molto seria" che va discussa solo con "persone che ne capiscono". Proprio per questo abbiamo deciso di rivolgerci al professor Alberoni che con la Barilla ha un filo diretto. Il noto sociologo e scrittore, che sul Giornale cura la rubrica L'angolo del lunedì, è il padre dell'eterna favola del Mulino Bianco. "L’idea che ebbi - aveva spiegato tempo fa Alberoni - con Barilla era quella di creare una pubblicità che si opponesse al momento drammatico che stava vivendo la società italiana di allora: dopo gli anni di piombo. Da allora sono cambiate tante cose ma il significato è rimasto immutato. Protagonista è sempre la famiglia perché il suo scopo è rassicurare".

Oggi come allora niente è cambiato. Eppure non mancano gli attacchi e le polemiche. Secondo Alberoni, la posizione della Boldrini è appunto figlia di "un femminismo radicale che non userebbe mai le parole 'padre' e 'madre', ma cerca di sostituirle con 'genitore uno' e genitore due'". È la stessa posizione del ministro all'Integrazione Cècile Kyenge e, più in generale, di una sinistra integralista che mira a stravolgere la realtà di cui si può quotidianamente fare esperienza. "Guido Barilla vende un prodotto che si rivolge alla famiglia tradizionale - assicura il sociologo - non ce l'ha certo con gli omosessuali, piuttosto mette in scena la situazione che coinvolge la stragrande maggioranza della popolazione".

Da sempre nelle pubblicità della Barilla ci sono bambini che giocano sorridenti, da sempre accanto a loro ci sono mamme che li accudiscono. "La donna che serve a tavola - fa notare Alberoni - è rappresentata così com'è in una famiglia tradizionale". Dall'anno scorso la Mulino Bianco, invece, ha percorso una strategia diversa. "Non c'è più bisogno della donna - spiega ancora - perché è stato preso un famoso attore". Si tratta, appunto, di Antonio Banderas. L’attore spagnolo, sex symbol nel ruolo di mugnaio, è stato ingaggiato perportare i clienti dentro al mulino e mostrar gli ingredienti genuini, le uova covate dalle galline, il grano appena colto e l'acqua di sorgente.

"La pubblicità - fa notare Alberoni - utilizza sempre le persone più adatte a veicolare il messaggio che vuole essere trasmesso". E così fa Barilla. Con buona pace per le associazioni gay che hanno lanciato una vera e propria campagna per boicottare la pasta famosa in tutto il mondo. L'attacco mosso dalla Boldrini e il vespaio scatenato dalle associazioni omosessuali non hanno la stessa radice. Alberoni si rifiuta di ricondurre il problema a livello politico, punta piuttosto il dito contro l'errore in cui è incappata la presidente della Camera.  

"Sono le donne che fanno i figli - fa notare - sono le donne che fanno da mangiare e curano, i figli come anche i mariti". La madre è, appunto, una nutrice. "È la funzione materna per eccellenza", fa notare il sociologo che trova la posizione della Boldrini sbagliata a partire dal punto di vista filologico. "Ci sono gruppi femministi che arrivano ad usare, solo ed esclusivamente, parole femminili - racconta Alberoni - questo è estremismo culturale". Tutt'altro discorso per il boicottaggio organizzato dalla comunità omosessuale. "Ci sono altri prodotti - conclude Alberoni - per i quali è meglio usare una coppia gay. Fa effetto sentir dire certe cose perché va contro l'esperienza".

Conforme all'islam o lapidata? Ecco le cosce a prova di sharia

Sergio Rame - Gio, 26/09/2013 - 15:28

"Libertà o Islam?". Parte la campagna di sensibilizzazione contro gli abusi dei musulmani. Ma lo stilista Louboutin s'infuria: "Non usate le mie scarpe nello spot"

Braccio di ferro tra la maison francese Louboutin e l'associazione belga "Femmes contre l'islamisation".


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Al centro della polemica la campagna di sensibilizzazione per difendere i diritti delle donne, troppo spesso calpestati dai fedeli musulmani. Lo spot immortala le bellissime gambe di una donna di spalle in minigonna nera. Ai piedi le famosissime decolléte dalla suola rossa firmate da Louboutin. Ma la campagna dell'associazione belga vicina all'estrema destra ha scontentato lo stilista francese convinto che lo scatto possa penalizzare il suo marchio.

Il manifesto ideato da "Femmes contre l'islamisation" riprende i tratti del fotoprogetto virale della studentessa canadese Rosea Lake per denunciare il sessismo. Nella nuova pubblicità l'associazione belga indica la lunghezza della gonna "accettabile" dalla sharia islamica e le nudità poco o per nulla gradite dagli occhi dei musulmani. Così si va da "conforme al Corano" a "lapidazione". Lo slogan della campagna di sensibilizzazione è chiarissimo: "Libertà o Islam?".

Secondo l'agenzia Belga, la modella sarebbe Anke Van dermeersch, ex Miss Belgio che è poi diventata senatrice per il partito di estrema destra Vlaams Belang. Secondo Christian Louboutin, la campagna potrebbe danneggiare l'immagine delle calzature di lusso famose in tutto il mondo. Proprio per questo, lo stilista francese ha chiesto con urgenza al Tribunale di Anversa di vietare la diffusione delle immagini e che il materiale venga immediatamente distrutto.