lunedì 30 settembre 2013

Striscia smaschera la Boldrini

Luca Romano - Lun, 30/09/2013 - 15:49

La presidente della Camera ha lavorato nella produzione di "Cocco", programma del 1989 con ragazze semi-nude che ballavano e cantavano. Oggi si scaglia contro Miss Italia...

Fuori programma al Festival del Diritto di Piacenza per la presidente della Camera, Laura Boldrini.


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Al suo arrivo a palazzo Gotico per un incontro del festival è stata accolta da Valerio Staffelli di Striscia la Notizia che ha cercato di consegnarle un Tapiro d’Oro. Staffelli è riuscito a lasciare il premio sul tavolo dei relatori e anche a scambiare alcune frasi con Boldrini sul femminismo.  "Mi auguro che lei a casa si comporti bene, meglio di come si sta comportando qui", ha detto a Staffelli la presidente della Camera. L’inviato di Striscia la Notizia è stato condotto fuori dalla sala dalle forze dell’ordine, tra le urla dei tanti cittadini accorsi all’incontro che sembrano avere poco gradito il fuori programma.

Come racconta Striscia, Valerio Staffelli (truccato con barba finta e parrucca per non farsi riconoscere) l’ha avvicinata durante il Festival del Diritto di Piacenza e, consegnandole il Tapiro, le ha chiesto: "Non pensa che la sua battaglia per i diritti e l’immagine della donna sia poco coerente con il suo lavoro a Cocco?". Cocco è una trasmissione del 1988-1989 di RaiDue in cui il piatto forte erano le ragazze seminude divise fra le Babà e le Spogliatelle. La regia era di Pier Francesco Pingitore (l’artefice del Bagaglino) e la Boldrini faceva l’assistente di produzione. "Incoerente sarà lei", ha replicato piccata la presidenta. "Lì c’erano delle donne che ballavano con tutto il sederone fuori.

Non trova sia incoerente la partecipazione come assistente a questo programma?.

Teatro San Carlo, su Radio2 l'appello agli alieni: «Salvateci»

Il Mattino

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Questa mattina, nel corso della trasmissione radiofonica "Il ruggito del coniglio", su Radio2, un dipendente del teatro San Carlo di Napoli è intervenuto chiedendo di lanciare un messaggio agli alieni. Quando ha ottenuto la parola si è rivolto agli extraterrestri lanciando il suo sos per la salvezza dello storico teatro napoletano.



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lunedì 30 settembre 2013 - 16:50   Ultimo aggiornamento: 17:23

Vajont, la terza guerra mondiale degli alpini

Corriere della sera

I soccorritori: «Non c'era più nulla, solo ghiaia e cadaveri»

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LONGARONE (Belluno) - Fu soltanto la prima ed è rimasta l’ultima per sempre. «Una ragazza nuda, voltata di fianco, il viso poggiato sulla spalla, le braccia distese, i lunghi capelli biondi sparsi nel greto di un torrente. Non c’era un rivolo d’acqua. Lei mi fissava. Era morta». Quando la notte del Vajont l’alpino Lino Chies entrò a Longarone, lui con il suo Sesto Artiglieria della caserma di Belluno, la vide. Ancora adesso, cinquant’anni dopo la strage del 9 ottobre 1963, la trova allo stesso posto. «Se guidando passo in quel punto, sul ponte d’asfalto sopra il torrente, io rallento e già lo so. Già so che girandomi, oltre il finestrino, nel greto vedrò il cadavere della giovane donna. Come se non l’avessero mai coperta, portata via e seppellita. In mezzo secolo».

I SEGRETI DEGLI UFFICIALI - Le colpe dell’uomo e le complicità della natura. Un massacro annunciato e perfino in un certo senso atteso. Un altro forte settantenne, un altro alpino di quella prima squadra di soccorritori è Alvise Gandin. Vicino al suo albergo ha realizzato uno straordinario museo sulle guerre. Armi, lettere e indumenti scovati in mercatini e cantine di mezzo mondo. «Sono tre le grandi guerre di noi alpini. Il primo conflitto mondiale, il secondo e poi il Vajont. Ci sono stato 58 giorni di fila, a Longarone. Per scavare, spostare macerie, cercare superstiti. Ma non c’era più niente. Niente». Qualcuno non ha resistito. Altri soccorritori scapparono. Altri ancora uscirono pazzi nel corso degli anni. Qualcuno si tolse la vita.

Del resto traballarono anche i granitici reduci dalla ritirata di Russia. Se li ricorda bene, Lino Chies. «Uomini d’età e di esperienza. Uomini duri. Ma in mezzo alla distesa di ghiaia, ghiaia ovunque, incontrarono difficoltà». E fra loro più di un ufficiale sapeva alla vigilia dell’imminente disastro. Giura Gandin: «Era da una settimana che i vertici ci tenevano in allerta, ripetevano che sarebbe potuto partire da un momento all’altro l’ordine di evacuazione di un paese. Quale paese fosse, non lo specificavano. E ugualmente noi poveri alpini ignoravamo le cause. Nessuno degli ufficiali raccontava nulla. Non ci dicevano niente. Doveva restare un segreto».

Il Vajont nel ricordo dei soccorritori (30/09/2013)
LA MAPPA DEL NULLA - Eppure anche in valle tutti sapevano. Da un pezzo. Il Monte Toc, il monte che poi franò nella diga del Vajont sprigionando un’onda d’acqua di oltre cento metri, ogni giorno scivolava di qualche centimetro. Si muoveva. Stava per cedere. Per cancellare la valle. Un terzo reduce intervistato dal Corriere, Diego Colombo, non un alpino ma un ex ufficiale dell’Esercito, cerca di mimare il disorientamento di allora. Si guarda freneticamente intorno senza trovare pace. «Longarone era un paese di emigranti. Arrivarono alla spicciolata e iniziarono a domandare un aiuto: "Io abitavo vicino all’albergo, scavate là, là c’è la mia famiglia…" diceva uno. E un altro: "Io vivevo dietro il fornaio, forza, vi ci porto io…" Il problema è che mancavano punti di riferimento. Non c’era più l’albergo, non c’era più il fornaio. Non c’era differenza fra i luoghi visto che era un deserto unico». Il ritorno degli emigranti - Non si scoraggiavano lo stesso, gli emigranti. L’alpino Natale Perini scelse di lavorare alla costruzione del nuovo cimitero. Cadaveri da comporre, cadaveri da identificare, cadaveri ai quali dar pace e terra.

«Un giorno mi si fece avanti un signore, lavorava lontano, a Longarone aveva perso in tutto trenta, quaranta parenti ed era rientrato, peraltro con un drammatico finale vagare tra i monti in cerca di un varco, essendo franate tutt’intorno alla valle anche le strade e le ferrovie. Il signore mi chiese di aiutarlo a preparare le bare per i suoi cari. Non ne avevamo di bare, in quel momento, erano terminate. Le prime arrivarono dopo un giorno. E quel signore rimase lì fermo, immobile, nello stesso punto, in silenzio, per quarantotto ore consecutive. Fino a quando tutti i famigliari non furono via via sepolti. Allora ringraziò noi alpini uno a uno, e se ne andò. Probabilmente se ne tornò in fretta da dov’era venuto, per paura di perdere il posto di lavoro».

30 settembre 2013 | 9:55






Gli angeli del Vajont «Eravamo ragazzini, ritornammo uomini»

Corriere della sera

Domenica a Longarone il raduno dei soccorritori: attesi in mille. Lo scout: «Avevo 16 anni, spostavo i corpi»


LONGARONE (Belluno) — «Arrivò una camionetta e i militari scaricarono un fagotto. All’interno c’erano un piede e la testa di una bambina. Aveva i capelli lunghi, raccolti in una coda trattenuta da un fermaglio colorato. È stato terribile: per settimane, notte dopo notte, ho continuato a sognare quella bambina…». Enrico Biagioli nel 1968 aveva sedici anni e faceva parte degli scout, quando arrivò la notizia che una frana era piombata sul bacino artificiale del Vajont, sollevando un’onda che aveva spazzato via interi paesi. Partì dal suo paesino in provincia di Perugia senza sapere bene cosa aspettarsi.

«Volevo solo dare una mano, non avrei mai immaginato ciò che avrei vissuto in quei giorni», racconta. Morti, macerie, distruzione. «Io e altri scout fummo assegnati al cimitero. Dovevamo ricomporre le salme che venivano raccolte a Longarone, sistemando come riuscivamo quei corpi nudi e dilaniati in modo da poterli fotografare, per consentire ai parenti di riconoscerli». Ci sono ricordi che non si possono cancellare. Flashback che a cinquant’anni di distanza conservano tutti i dettagli, le luci della prima alba che si stagliò su quell’abitato trasformato in campo santo, e i suoni dei badili. Perfino l’odore, quello dei cadaveri in putrefazione, non si può scordare.

Il vicentino Pietro Besoli a 22 anni Il vicentino Pietro Besoli a 22 anni E allora sono proprio quelle immagini e quei gesti che uniscono i diecimila angeli del fango che, nei mesi successivi a quel 9 ottobre del 1963, andarono ad aiutare le popolazioni colpite. Domenica, quando ormai mancheranno una manciata di giorni al cinquantesimo anniversario del disastro, molti di loro si ritroveranno a Longarone. All’epoca erano militari, infermieri, scout, o semplici civili. Oggi, chi c’è ancora, è in pensione. Sono almeno un migliaio quelli attesi in un commovente abbraccio coi superstiti. Perché anche loro, in qualche modo, sono dei sopravvissuti al Vajont.

Come Pietro Besoli, vicentino che oggi ha 72 anni e all’epoca era un alpino che svolgeva il servizio di leva a Ponte delle Alpi. «A mezzanotte ci dissero che era crollata una diga, partimmo subito. Quando l’alba cominciò a illuminare la zona, dove prima esisteva un paese ora c’era un deserto. Vidi le rotaie del treno divelte, gli edifici spazzati via…». I morti erano dappertutto. «Rimasi sul campo per 45 giorni, durante i quali raccogliemmo decine di salme, nessuno sembrava essere sopravvissuto…». Domenica al raduno dei soccorritori parteciperà anche il vigile del fuoco Alessio Babetto, di Teolo. «Si lavorava per 10, anche 15 ore al giorno. Le salme venivano raccolte e sistemate l’una accanto all’altra sul ciglio della strada.

L’odore cominciò a sentirsi dopo qualche giorno, quando iniziarono ad affiorare i resti che erano rimasti imprigionati tra le macerie...». Ricordi drammatici che si mescolano ad altri più dolci. «C’è una piccola cosa, di quei giorni, che mi è rimasta impressa: dopo aver lavorato per tutto il giorno, la sera andavamo al bar a Ponte delle Alpi, e lì c’era sempre qualcuno che ci offriva da bere.
È gente di montagna e questo era il loro modo di dirci grazie». Come ai giovani scout perugini, anche all’infermiere Giovanni Artuso di Rosà, nel Vicentino, toccò il compito di sistemare le salme che venivano scaricate al cimitero. «Impossibile dimenticare tutti quei morti, fu un disastro...». Anche l’alpino Franco Azzolin, di Marostica, ricorda tutto di quei giorni.

«Fummo i primi ad arrivare sul posto, quando ancora era buio. Il comandante ci ordinò di rimanere fermi, schierati a ventaglio, per attendere l’alba. Lentamente, le prime luci del giorno cominciarono a illuminare la zona: il paesaggio era cambiato, l’onda aveva spazzato via tutto. Sembrava di stare sulla luna. Il capitano disse: "Qui forse c’era Longarone". E allora capimmo cos’era accaduto». Per giorni raccolsero i cadaveri. «Alcuni commilitoni trovarono una donna e un bimbo ancora vivi». Troppo poco per ridare conforto a quei primi soccorritori. Domenica torneranno in quei luoghi. Il fango è stato ripulito, le case ricostruite. Ma la diga è ancora là, a fare da monito alle generazioni future. Non sarà facile, per loro, rivederla. Enrico Biagioli, lo scout, ancora si emoziona. «Sono partito per il Vajont che ero un ragazzino. Sono tornato uomo».

Andrea Priante14 settembre 2013






Vajont, tre giorni per non dimenticare

Corriere della sera

Dal 13 al 15 a Longarone il primo atto delle celebrazioni. Da Orlando a Zaia, al raduno dei soccorritori


VENEZIA - Una tre giorni per ricordare, ma anche per fare il punto sulla prevenzione, sulle attività di soccorso in caso di disastri, sapendo, come ha ricordato il sindaco di Longarone (Belluno), Roberto Padrin, che con la tragedia del Vajont, del 9 ottobre 1963, che causò quasi 2.000 vittime, di fatto «è nato il primo embrione della Protezione Civile in veneto». È fitto di appuntamenti delle celebrazioni «La Protezione Civile e il Vajont. Prevenzione, Soccorso, Memoria», in programma da domani, venerdì 13 a Longarone, con la prevista presenza del ministro dell'Ambiente Andrea Orlando e del governatore veneto Luca Zaia il 15, nel quadro delle iniziative per il 50. anniversario del disastro che spazzò via interi paesi.

«Non vogliamo fare una celebrazione - ha detto Roberto Tonellato, della direzione dell'Unità di protezione civile e del Centro funzionale decentrato della Regione Veneto - ma pianificare e portare a casa un risultato concreto». Nei tre giorni, che si apriranno con un convegno sul tema della pericolosità idraulica a valle delle dighe, sarà sempre presente Franco Gabrielli, capo del Dipartimento della protezione civile. Tra i momenti chiave, domenica mattina il raduno dei soccorritori del Vajont. Dopo una sfilata per le vie cittadine di Longarone ci sarà il momento toccante del passaggio del testimone ai volontari della Protezione civile.

«Riteniamo sia doveroso - ha detto Padrin - esprimere la nostra gratitudine alle persone, furono circa diecimila, provenienti da tutt'Italia, che parteciparono alle operazioni di recupero delle salme, di soccorso al territorio devastato e di conforto ai pochi superstiti. Sarà l'occasione per riabbracciare tutte queste persone e una sorta di passaggio di testimone con i volontari attuali». «Rispetto al Vajont - ha ricordato l'assessore regionale alla Protezione civile Daniele Stival - è cambiato tutto: c'è una conoscenza e un'informazione in tempo reale che riesce ad essere preventiva rispetto alle problematiche. Questi tre giorni, comunque, saranno fondamentali per far crescere non solo il sistema veneto, ma anche tutto quello che vi ruota intorno».

Sabato, è prevista una esercitazione, con la simulazione, a Tambre, in Alpago, di un sisma di intensità 5,8 Richter con epicentro a 7,5 chilometri di profondità e un contemporaneo incendio boschivo, con black out totale degli ordinari mezzi di comunicazione via cellulare. «Sarà la prima applicazione della procedura - ha evidenziato il capo di gabinetto del Presidente della Regione Veneto, Fabio Gazzabin - che la Giunta ha voluto e che prevede un insieme di attivazioni per coordinare tutta la Regione in caso di calamità, ora codificate dopo che la gestione si era consolidata nel tempo. L'esercitazione ci permetterà di verificare se quel che la procedura prevede sia realmente gestibile».

(Ansa)
14 settembre 2013






Gli angeli del Vajont «Eravamo ragazzini, ritornammo uomini»

Corriere della sera

Domenica a Longarone il raduno dei soccorritori: attesi in mille. Lo scout: «Avevo 16 anni, spostavo i corpi»


Cattura
LONGARONE (Belluno) — «Arrivò una camionetta e i militari scaricarono un fagotto. All’interno c’erano un piede e la testa di una bambina. Aveva i capelli lunghi, raccolti in una coda trattenuta da un fermaglio colorato. È stato terribile: per settimane, notte dopo notte, ho continuato a sognare quella bambina…». Enrico Biagioli nel 1968 aveva sedici anni e faceva parte degli scout, quando arrivò la notizia che una frana era piombata sul bacino artificiale del Vajont, sollevando un’onda che aveva spazzato via interi paesi. Partì dal suo paesino in provincia di Perugia senza sapere bene cosa aspettarsi.

«Volevo solo dare una mano, non avrei mai immaginato ciò che avrei vissuto in quei giorni», racconta. Morti, macerie, distruzione. «Io e altri scout fummo assegnati al cimitero. Dovevamo ricomporre le salme che venivano raccolte a Longarone, sistemando come riuscivamo quei corpi nudi e dilaniati in modo da poterli fotografare, per consentire ai parenti di riconoscerli». Ci sono ricordi che non si possono cancellare. Flashback che a cinquant’anni di distanza conservano tutti i dettagli, le luci della prima alba che si stagliò su quell’abitato trasformato in campo santo, e i suoni dei badili. Perfino l’odore, quello dei cadaveri in putrefazione, non si può scordare.

E allora sono proprio quelle immagini e quei gesti che uniscono i diecimila angeli del fango che, nei mesi successivi a quel 9 ottobre del 1963, andarono ad aiutare le popolazioni colpite. Domenica, quando ormai mancheranno una manciata di giorni al cinquantesimo anniversario del disastro, molti di loro si ritroveranno a Longarone. All’epoca erano militari, infermieri, scout, o semplici civili. Oggi, chi c’è ancora, è in pensione. Sono almeno un migliaio quelli attesi in un commovente abbraccio coi superstiti. Perché anche loro, in qualche modo, sono dei sopravvissuti al Vajont. Come Pietro Besoli, vicentino che oggi ha 72 anni e all’epoca era un alpino che svolgeva il servizio di leva a Ponte delle Alpi.


«A mezzanotte ci dissero che era crollata una diga, partimmo subito. Quando l’alba cominciò a illuminare la zona, dove prima esisteva un paese ora c’era un deserto. Vidi le rotaie del treno divelte, gli edifici spazzati via…». I morti erano dappertutto. «Rimasi sul campo per 45 giorni, durante i quali raccogliemmo decine di salme, nessuno sembrava essere sopravvissuto…». Domenica al raduno dei soccorritori parteciperà anche il vigile del fuoco Alessio Babetto, di Teolo. «Si lavorava per 10, anche 15 ore al giorno. Le salme venivano raccolte e sistemate l’una accanto all’altra sul ciglio della strada. L’odore cominciò a sentirsi dopo qualche giorno, quando iniziarono ad affiorare i resti che erano rimasti imprigionati tra le macerie...».

Ricordi drammatici che si mescolano ad altri più dolci. «C’è una piccola cosa, di quei giorni, che mi è rimasta impressa: dopo aver lavorato per tutto il giorno, la sera andavamo al bar a Ponte delle Alpi, e lì c’era sempre qualcuno che ci offriva da bere. È gente di montagna e questo era il loro modo di dirci grazie». Come ai giovani scout perugini, anche all’infermiere Giovanni Artuso di Rosà, nel Vicentino, toccò il compito di sistemare le salme che venivano scaricate al cimitero. «Impossibile dimenticare tutti quei morti, fu un disastro...». Anche l’alpino Franco Azzolin, di Marostica, ricorda tutto di quei giorni. «Fummo i primi ad arrivare sul posto, quando ancora era buio.

Il comandante ci ordinò di rimanere fermi, schierati a ventaglio, per attendere l’alba. Lentamente, le prime luci del giorno cominciarono a illuminare la zona: il paesaggio era cambiato, l’onda aveva spazzato via tutto. Sembrava di stare sulla luna. Il capitano disse: "Qui forse c’era Longarone". E allora capimmo cos’era accaduto». Per giorni raccolsero i cadaveri. «Alcuni commilitoni trovarono una donna e un bimbo ancora vivi». Troppo poco per ridare conforto a quei primi soccorritori. Domenica torneranno in quei luoghi. Il fango è stato ripulito, le case ricostruite. Ma la diga è ancora là, a fare da monito alle generazioni future. Non sarà facile, per loro, rivederla. Enrico Biagioli, lo scout, ancora si emoziona. «Sono partito per il Vajont che ero un ragazzino. Sono tornato uomo».

Andrea Priante
13 settembre 2013






Vajont, tre giorni per non dimenticare

Corriere della sera

Dal 13 al 15 a Longarone il primo atto delle celebrazioni. Da Orlando a Zaia, al raduno dei soccorritori


VENEZIA - Una tre giorni per ricordare, ma anche per fare il punto sulla prevenzione, sulle attività di soccorso in caso di disastri, sapendo, come ha ricordato il sindaco di Longarone (Belluno), Roberto Padrin, che con la tragedia del Vajont, del 9 ottobre 1963, che causò quasi 2.000 vittime, di fatto «è nato il primo embrione della Protezione Civile in veneto». È fitto di appuntamenti delle celebrazioni «La Protezione Civile e il Vajont. Prevenzione, Soccorso, Memoria», in programma da domani, venerdì 13 a Longarone, con la prevista presenza del ministro dell'Ambiente Andrea Orlando e del governatore veneto Luca Zaia il 15, nel quadro delle iniziative per il 50. anniversario del disastro che spazzò via interi paesi. «Non vogliamo fare una celebrazione - ha detto Roberto Tonellato, della direzione dell'Unità di protezione civile e del Centro funzionale decentrato della Regione Veneto - ma pianificare e portare a casa un risultato concreto».

Nei tre giorni, che si apriranno con un convegno sul tema della pericolosità idraulica a valle delle dighe, sarà sempre presente Franco Gabrielli, capo del Dipartimento della protezione civile. Tra i momenti chiave, domenica mattina il raduno dei soccorritori del Vajont. Dopo una sfilata per le vie cittadine di Longarone ci sarà il momento toccante del passaggio del testimone ai volontari della Protezione civile. «Riteniamo sia doveroso - ha detto Padrin - esprimere la nostra gratitudine alle persone, furono circa diecimila, provenienti da tutt'Italia, che parteciparono alle operazioni di recupero delle salme, di soccorso al territorio devastato e di conforto ai pochi superstiti. Sarà l'occasione per riabbracciare tutte queste persone e una sorta di passaggio di testimone con i volontari attuali».

«Rispetto al Vajont - ha ricordato l'assessore regionale alla Protezione civile Daniele Stival - è cambiato tutto: c'è una conoscenza e un'informazione in tempo reale che riesce ad essere preventiva rispetto alle problematiche. Questi tre giorni, comunque, saranno fondamentali per far crescere non solo il sistema veneto, ma anche tutto quello che vi ruota intorno». Sabato, è prevista una esercitazione, con la simulazione, a Tambre, in Alpago, di un sisma di intensità 5,8 Richter con epicentro a 7,5 chilometri di profondità e un contemporaneo incendio boschivo, con black out totale degli ordinari mezzi di comunicazione via cellulare. «Sarà la prima applicazione della procedura - ha evidenziato il capo di gabinetto del Presidente della Regione Veneto, Fabio Gazzabin - che la Giunta ha voluto e che prevede un insieme di attivazioni per coordinare tutta la Regione in caso di calamità, ora codificate dopo che la gestione si era consolidata nel tempo. L'esercitazione ci permetterà di verificare se quel che la procedura prevede sia realmente gestibile».

(Ansa)
12 settembre 2013






Vajont, il sindaco raduna i soccorritori «Mille eroi incontreranno i superstiti»

Corriere della sera

Da Longarone spedite le lettere-invito: già cinquecento risposte. All’alba del tragico 10 ottobre 1963 quelle persone accorsero a per aiutare le vittime


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BELLUNO — Torneranno sui luoghi della tragedia, alcuni per la prima volta, altri per l’ennesima. Uniti, come quel maledetto giorno di 50 anni fa, quando in un sol colpo la tragedia del Vajont si portò via quasi 2.000 vite. Oltre un migliaio di soccorritori, accorsi da tutta Italia dalle prime luci dell’alba del 10 ottobre 1963, si riuniranno domenica 15 settembre a Longarone a conclusione del meeting regionale della protezione civile, al via venerdì 13. Un evento fortemente simbolico, voluto dal sindaco di Longarone, Roberto Padrin, per radunare tutti assieme militari, poliziotti, carabinieri, alpini e tanta gente comune che in quei giorni permisero al paese di ricominciare.

«Sono molti gli eventi che quest’anno abbiamo dedicato al Vajont, ma questo è quello che mi emoziona di più, già dalle fasi organizzative - spiega Padrin - Quel giorno ha segnato per sempre i ricordi e le vite di tutte queste persone e ora, 50 anni dopo, stanno per tornare qui, sugli stessi luoghi, in molti per la prima volta. Vogliamo accoglierli come fossero nostri fratelli, dire a ciascuno un enorme, sentitissimo grazie». E’ così che nelle scorse settimane dall’ufficio postale di Longarone, un po’ alla spicciolata, sono partiti oltre un migliaio di lettere a mo’ di «invito». Nome dopo nome, ognuno a raggiungere un volto e dietro ad esso tanti diversi ricordi. E, prontamente, le prime risposte non si sono fatte attendere. «Ne abbiamo già ricevute più di 500 - continua Padrin - Ringraziamenti, conferme della propria presenza.

Vogliamo davvero raggiungere quante più possibili di queste persone. Negli anni abbiamo raccolto tanti nomi in un lungo elenco, purtroppo però non saranno mai tutti. Spero che chiunque apprenda la notizia di questo "raduno" passi parola fino a informarli tutti». Il programma della giornata prevede il ritrovo alle 9 davanti al municipio, da dove partirà poi una sfilata da pelle d’oca attraverso Longarone, fino al Palasport. Celebrata la messa, seguirà uno dei momenti più toccanti dell’intera giornata, l’incontro con i superstiti, fino al simbolico passaggio di consegne tra i soccorritori del Vajont e i volontari di protezione civile. Tutti i soccorritori non raggiunti dall’invito via lettera potranno presentarsi la mattina del raduno. Per info chiamare lo 0437/573000, scrivere all’indirizzo mail soccorritori.vajont@gmail.com o via fax al numero 0437/771445.

Bruno Colombo
30 agosto 2013 (modifica il 31 agosto 2013)

Con il Superbollo lo Stato ci perde» Così la tassa sul lusso è diventata un boomerang

Corriere della sera

L’imposta sulle auto più potenti doveva portare 168 milioni

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Abolire il Superbollo,subito. Una tassa che ha portato molti meno soldi nelle casse dello Stato di quanti erano previsti, secondo gli addetti ai lavori. È la richiesta delle associazioni di categoria dell’automobile. Con una lettera al ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni firmata da Anfia (produttori italiani), Aniasa (autonoleggio), Assilea (leasing), Federauto (concessionari), Unasca (agenzie), Unrae (costruttori esteri).

INTRODOTTO NEL 2011-Il balzello introdotto nel 2011 dal governo Berlusconi, modificata ed estesa a tutte le vetture sopra i 185 kW dall’esecutivo guidato da Mario Monti, «il Superbollo doveva portare 168 milioni di euro l’anno, ma ha prodotto una serie di effetti perversi che stanno penalizzando l’Erario, il mercato dell’auto e il suo indotto». Il calcolo è presto fatto: secondo le associazioni l’anno scorso lo Stato ci ha rimesso «fra minori entrate fiscali il mancato introito è di circa 140 milioni di euro». Qualche giorno fa era stato il vice-ministro dell’Economia Luigi Casero a mettere in discussione il Superbollo, «esempio di una politica fiscale che va abbandonata».

COME È STATO AGGIRATO -Insomma, la tassa si è trasformata in un clamoroso boomerang: la domanda di auto sopra i 185 kW è calata bruscamente (-35% nel 2012). Non solo: per aggirarla sono nati «trucchetti» come il leasing con targa tedesca o della Repubblica Ceca, che consentono pure di sfuggire al «redditometro». O come la «esterovestizione», termine orribile, dietro al quale si nasconde un altro stratagemma: i veicoli vengono radiati per l’esportazione in altri paesi dell’Unione europea, ma continuano a circolare in Italia con targa tedesca, austriaca, bulgara o romena. Inutile dire che lo Stato in questo caso non guadagna un euro, visto che le tasse sono versate all’estero. A sostegno di questi tesi le associazioni snocciolano alcuni dati: le esportazioni nel 2012 sono più che raddoppiate per le autovetture sopra i 185 kW(da circa 13.000 unità del 2011 a quasi 29.000, +115%). «Serve un alleggerimento della pressione fiscale sull’auto» prosegue la nota «che è cresciuta costantemente fino a superare nel 2012 o 72 miliardi di euro, pari al 17% delle entrate fiscali».

30 settembre 2013 | 17:47

Napoli. Multe cancellate, l'assessore Tommasielli si dimette prima del voto di sfiducia

Il Mattino


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Questa mattina, al protocollo generale del Comune, l'assessore Giuseppina Tommasielli ha "consegnato in maniera irrevocabile e con effetto immediato le deleghe allo Sport, alle Pari Opportunità ed alla Sanità conferitele dal sindaco Luigi de Magistris il 13 giugno 2011". Lo comunica attraverso una nota l'ufficio stampa di Palazzo San Giacomo. La mossa evita il voto di sfiducia in aula fissato tra 48 ore per l'assessore finita sotto inchiesta per una vicenda tutta da chiarire sulle multe cancellate. Già il 25 luglio scorso, l'assessore aveva rimesso le sue deleghe nelle mani del primo cittadino e, attraverso una lettera, ribadito la sua estraneità dai fatti che le sono contestati nell'inchiesta della Procura di Napoli, cioè il presunto ritiro di sette multe per ingresso non autorizzato nella ztl al cognato, primo cittadino di Villaricca, e alla sorella. Poi, a ferragosto, il "perdono" del sindaco.

 
Multe cancellate ai parenti, Tommasielli si difende: «Ho le mani pulite»
Napoli, indagato l'assessore Tommasielli
De Magistris perdona la Tommasielli
L'assessore Tommasielli torna in pubblico dopo il caso multe e piange davanti ai giornalisti
Comune di Napoli, rinviata la sfiducia a Tommasielli

Italia chiama spazio: oggi si inaugura il super-radiotelescopio

La Stampa

piero bianucci
torino


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Questa mattina alle 11,30 verrà ufficialmente inaugurato il Sardinia Radio Telescope, in sigla SRT (foto). E’ una parabola orientabile dal diametro di 64 metri che permetterà agli astronomi di studiare molti aspetti enigmatici dell’universo: stelle di neutroni (le pulsar), nebulose in cui si formano molecole più o meno complesse, quasar, radiogalassie, eventuali segnali intelligenti di origine extraterrestre. A tagliare il nastro, se la tempesta scatenata da Berlusconi contro il governo Letta non lo impedirà, sarà Maria Chiara Carrozza, ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. 

Questo 30 settembre sarà ricordato come un giorno storico per la scienza italiana. Il SRT sorge in provincia di Cagliari ed è incastonato in una impressionante struttura alta come un edificio di 20 piani:. La sua superficie, costituita da mille pannelli di alluminio, è di 3200 metri quadrati e mantiene la giusta curvatura con la precisione di frazioni di millimetro anche quando, per l’orientamento assunto dalla colossale parabola, la gravità tenderebbe a deformarla. Diecimila saldature di alta precisione sono state necessarie per tenere insieme le sue 15 mila tonnellate di ferro. 

Utilizzando diverse posizioni focali, il Sardinia Radio Telescope (foto) coprirà le frequenze da 0,3 a 100 GHz. Un eccezionale potere di risoluzione, superiore a qualsiasi telescopio ottico, si otterrà usando questa parabola nel network europeo e mondiale con la tecnica dell’interferometria a larghissima base (VLBI). Ma una forte risoluzione si otterrà anche in interferometria “locale” con le altre due parabole nazionali, quella da 32 metri che da parecchi anni lavora a Medicina, in provincia di Bologna, e quella, pure da 32 metri, in funzione a Noto, in Sicilia. 

Applicazioni di utilità pratica saranno nel settore della geodinamica: la nostra rete di radiotelescopi permette di rilevare lo spostamento delle “placche” della litosfera, che è la causa dei terremoti. Inoltre con questa parabola si potranno tenere i collegamenti radio con sonde interplanetarie in viaggio nello spazio profondo, come il “Voyager 1”, a 19 miliardi di chilometri dalla Terra, primo oggetto costruito dall’uomo che abbia raggiunto l’ambiente interstellare. Finanziato dal ministero dell’Istruzione e Ricerca, dall’Agenzia spaziale italiana , dall’Inaf e dalla Regione Sardegna, SRT sorge a Pranu Sanguni, 35 chilometri da Cagliari, nel comune di San Basilio.

Questo il sito: http://www.srt.inaf.it/ E’ interessante ricordare che l’Italia fu in un certo senso pioniera nel campo della radioastronomia, salvo poi arrivare piuttosto tardi a farne un settore di punta della propria ricerca astrofisica. Nell’estate del 1895 Guglielmo Marconi sulle colline vicino a Bologna realizzava la prima trasmissione radio: tre impulsi elettromagnetici, una S in alfabeto Morse, arrivarono senza fili - via etere, si diceva allora - a un chilometro di distanza, al di là di una collina, dove a constatare la riuscita dell’esperimento c’era un contadino armato di schioppo.

Quando un rudimentale ricevitore captò i tre segnali, il contadino sparò a salve. Era la nascita della radio, della televisione, dei cellulari, del villaggio globale delle telecomunicazioni in cui oggi siamo immersi. E potenzialmente era anche l’inizio della radioastronomia. Marconi stesso sospettò che delle onde radio potessero arrivarci dallo spazio e nel 1927 registrò disturbi nelle trasmissioni in coincidenza con la comparsa di grandi macchie solari e di aurore boreali manifestatesi il 20 settembre e il 14 ottobre. Poteva essere quello l’atto di nascita della radioastronomia, ma non fu così.

All’epoca non c’era interesse a captare “rumori cosmici” ma semmai a eliminarli. Questo orientamento aveva, qualche anno dopo, anche Karl Jansky, oggi considerato il vero padre della radioastronomia. Poco più che ventenne, a Holmdel, nel New Jersey, USA, Jansky lavorava come ingegnere ai Bell Telephone Laboratories (ora A.T.&T. Bell Laboratories). In quel paesino di 500 abitanti a un centinaio di chilometri da New York, il suo compito era di studiare i radiodisturbi sia nelle onde lunghe (4000 metri) sia nelle onde corte (14 metri).

Queste ultime richiedevano antenne particolari, tali da permettere di individuarne anche la direzione di provenienza. Per risolvere il problema, nella primavera del 1929 Jansky progettò uno strano aggeggio: era una intelaiatura di tubi metallici lunga venti metri, larga quattro e alta cinque. Questa specie di gabbia a sbarre molto larghe venne montata sulle ruote di una vecchia Ford modello T e un motore faceva ruotare il tutto su una pista di mattoni. In 20 minuti l’antenna completava un giro, captando i rumori parassiti, in pratica delle “scariche”, provenienti da tutte le direzioni.

L’antenna fu pronta nel 1930 e venne subito familiarmente chiamata “la giostra”. Alcune delle scariche che captava erano facilmente interpretabili: a causarle erano temporali in corso nel raggio di un centinaio di chilometri. Ma la “giostra” di Jansky captava anche un “rumore” diverso e inspiegabile. “Un sibilo persistente di origine sconosciuta”, annotava l’ingegnere. E aggiungeva: “Ci vorrà qualche mese di osservazioni prima di poterne capire qualcosa”. Ci volle di più. Un paio di anni. Il 5 maggio 1933 il “New York Times” pubblicava un articolo intitolato “Radioonde dal centro della Via Lattea”.

In effetti Jansky aveva scoperto che quel sibilo proveniva dalla costellazione del Sagittario, dove si trova il nucleo della nostra galassia. A proseguire le ricerche sarà il radioamatore Grote Reber, che nel 1939 disegnò la prima radiomappa della Via Lattea, scoprendo altre due sorgenti nel Cigno e in Cassiopea. Nel 1943 Reber individuò anche segnali provenienti dal Sole (già sospettati da Marconi), ma perché‚ la radioastronomia si sviluppasse fu necessario attendere la fine della seconda guerra mondiale e l’abolizione del il segreto militare sulla tecnologia del radar. Il più grande radiotelescopio a parabola è quello dell’Osservatorio di Arecibo, a Puerto Rico, gestito dal National Astronomy and Ionosphere Center della Cornell University.

E’ una calotta sferica dal diametro di 305 metri con raggio di curvatura di 265 metri e occupa l’intero avvallamento di una dolina. La calotta concentra il segnale su due antenne sospese a 140 metri di altezza sopra quella principale, una di 25 metri e una di 8, che inviano il segnale al ricevitore. Naturalmente, a differenza dal Sardinia Radio Telescope, l’impianto di Arecibo è fisso: provvede il moto di rotazione della Terra a far scorrere il cielo davanti all’antenna. Aggiustamenti di puntamento entro un cono di 20° intorno allo zenit sono possibili spostando leggermente le antenne secondarie. 

Dal 1993 è in funzione quello che possiamo considerare il più grande strumento scientifico che l’uomo abbia mai costruito: il VLBA. Si estende virtualmente dalle isole Hawaii, in mezzo all’oceano Pacifico, alle isole Vergini nel Mar dei Caraibi, e di qui, passando per la California e il deserto nel New Mexico, fino alla costa Est degli Stati Uniti, a Nord di New York. Questa parte della rete può lavorare insiemne con la rete europea, della quale fa parte anche l’Italia con il Sardinia Radio Telescope e le parabole di Medicina e di Noto. Ne risulta un radiotelescopio largo ottomila km che permette di scrutare l’universo più in profondità di qualsiasi telescopio ottico, compreso lo Space Telescope Hubble. E la sua capacità di separare punti angolarmente vicini à tale che, se operasse nel campo ottico, vi permetterebbe di leggere i caratteri di questo schermo alla distanza tra Roma e Washington.

Minzolini vince: Travaglio va processato

Anna Maria Greco - Lun, 30/09/2013 - 09:06

La Cassazione dà ragione al senatore Pdl e pungola i giudici che hanno graziato il vicedirettore del "Fatto"

Trascinare in tribunale Marco Travaglio con una querela per diffamazione è davvero dura. La Cassazione è dovuta intervenire per ben due volte, bacchettando i giudici che si opponevano alla richiesta di Augusto Minzolini di avere giustizia dopo essere stato accusato dal fustigatore de Il Fatto, con la giornalista del Tg1 Grazia Graziadei, di aver «sparato cifre a casaccio», «dati farlocchi», «balle sesquipediali», «truffaldine» e «ridicole», in un servizio tv sulle intercettazioni.


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Solo 3 anni dopo, grazie alla pronuncia della Suprema Corte di venerdì scorso, si torna al punto di partenza. Con un giudice che, forse, rinvierà a giudizio l'intoccabile Travaglio. E lui, dopo una lettera di Minzolini a Dagospia sulla vicenda, che fa? Annuncia: «Con le sue insinuazioni calunniose e false, il cosiddetto onorevole Minzolini, detto Mazzancolla, si è guadagnato un nuovo processo. Sarà un piacere ritrovarlo in tribunale, cioè nel suo habitat naturale». Che finisca dritto in tribunale per Travaglio non c'è dubbio: è sicuro che per lui non ci sarà bisogno di due gup e due ricorsi in Cassazione.

Ma partiamo dall'inizio. Luglio 2010: l'attuale senatore Pdl dirige il primo telegiornale Rai quando Travaglio si scaglia contro il servizio firmato dalla Graziadei. Ma i dati contestati dal Fatto sono quelli ufficiali del ministero della Giustizia su numero e costi delle intercettazioni e parte la querela. Il pm è convinto che ci voglia il processo, ma il giudice non la pensa così. «Le richieste di rinvio a giudizio presentate dalla pubblica accusa vengono accolte nel 93 per cento dei casi- fa notare Minzolini nella lettera a Dagospia - ma con Travaglio è quasi impossibile avere giustizia».

Più di un anno fa il gup di Roma decide il non luogo a procedere. Non dice che il reato non c'è, anzi riconosce il contrario citando frasi manifestamente diffamatorie. Però, cavilla sul fatto che il pm non ha citato proprio quelle frasi ma altre, nella sua richiesta. Anche se c'è allegato tutto l'articolo. Un altolà eccezionale, ma la cosa non finisce qui. Con caparbietà il pm e il legale di Minzolini e Graziadei, Viglione, si rivolgono alla Cassazione. E vincono: dichiarato illegittimo il non luogo a procedere, perché il giudice è «effettivamente incorso in un errore di interpretazione del capo di imputazione», visto che il pm aveva ritenuto diffamatorio l'intero articolo, nessuna frase esclusa.

Ma non si va in tribunale neppure stavolta. Perché un secondo gup fa muro in difesa di Travaglio. Altro non luogo a procedere e secondo ricorso in Cassazione. Con la stessa conclusione a favore di Minzolini e Graziadei, arrivata due giorni fa. «Per ottenere il rinvio a giudizio del beniamino dei magistrati di un certo tipo - scrive Minzolini - bisogna chiederlo a due gup e rivolgersi due volte in Cassazione. Ancora non basta. Intanto però (Travaglio è ferrato sull'argomento, ma solo quando riguarda gli altri) maturano i tempi di prescrizione».

La bacchettata bis degli ermellini deve aver dato molto fastidio all'editorialista del Fatto. Per Minzolini, un segnale di tanta irritazione sta in una strana coincidenza: il suo quotidiano, infatti, all'indomani della sentenza della Cassazione riaccende i riflettori sulla controversia giudiziaria dell'allora direttore del Tg1 con la Rai per la questione delle note spese e dei pranzi a base di pesce. Lo fa con un servizio in prima pagina, con «tutti i menu», sul ricorso in appello dopo l'assoluzione di Minzolini a febbraio dall'accusa di peculato. «Perché Il Fatto pubblica oggi (sabato, ndr) - chiede il senatore Pdl - un ricorso che la Rai ha presentato a giugno? La spiegazione è nella natura di quel giornale».

Napoli. Quattro Giornate. Aldo De Gioia: «Quando la fame e la rabbia ci portarono alla rivolta»

Il Mattino
di Marco Perillo

“Spara ‘o cannone e spara na’ mitraglia/ quanta scugnizze cumbattono p’’a via./primma ‘e murì te chiammano: “Napule!”. E l’urdemo risciato s’astregne ‘ncopp ‘o core”. 



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Sono i versi conclusivi di una poesia di Aldo De Gioia, 78 anni, storico della città, poeta e giornalista testimone dei bombardamenti su Napoli del ’43 e delle gloriose Quattro Giornate il cui settantennale si celebra in questi giorni. Il componimento, tra i più toccanti della raccolta “Sogni lontani”, è intitolato non a caso “Quattro Giornate”. De Gioia ha anche dedicato all’argomento numerosi libri e un testo teatrale che sarà presto messo in scena a Napoli Sotterranea. Aveva solo 8 anni il professor De Gioia nel ’43, anno in cui sulla città partenopea cadde il maggior numero di bombe: centinaia di tonnellate esplosive su Napoli e dintorni, che provocarono centinaia di morti e la distruzione quasi completa di una chiesa come Santa Chiara. Dal 10 giugno 1940 al ’44 furono ben cento i bombardamenti sulla città; Napoli non era preparata alla guerra, ma grazie al suo ventre di tufo cavo, furono aperti ben 400 ricoveri antiaerei da Capodimonte al porto. Uno dei più grandi e dei più importanti, oggi conosciuto come “Napoli sotterranea” e gestito dalla passione di patron Enzo Albertini, era quello di piazza San Gaetano. Lì si rifugiò in quegli anni terribili Aldo De Gioia con la sua famiglia.

Professor De Gioia, che ricordo ha della vita nel ricovero? «Quando ci furono i bombardamenti inglesi nel ’40, appariva anche piacevole andarci. Gli inglesi miravano infatti solo bersagli militari o industrie e quando ci rifugiavamo facevamo conversazione, nascevano amori. Poi coi bombardamenti americani e tedeschi, che colpivano i civili, cambiò tutto e cominciò il dramma. Dappertutto piovevano bombe e si sentiva urlare: “’A sirena, a sirena, fuite!”. Le mamme chiamavano i loro figli: “Gennarì, Pascalì, nun te perdere!”. Tanto che ricordo di una mamma che entrata nel ricovero si rese conto di aver smarrito per strada suo figlio. Tornò indietro, nella zona degli Incurabili. Ma proprio in quel momento cadde una bomba nei pressi dell’ospedale. Dopo non si trovò né il cadavere della donna, né quello del bimbo».

Quanto tempo si riusciva a resistere in un ricovero? «Eravamo costretti a star lì anche quattro o cinque ore al giorno. Ma i ricoveri erano umidi e si prendevano polmoniti, malattie reumatiche. In quelle ore cercavamo di distrarci conversando: “E’ morto tizio e caio, sei riuscito a mangiare oggi? Ho comprato patate in quella zona: andateci pure voi”. Inutile dire che morivamo di fame: mangiavamo bucce di piselli e di patate, se ci andava bene. Ricordo il caso di una persona affamata che trovò un gatto morto per strada e lo divorò».

Il ricordo più atroce?
«Il 21 febbraio del ’43, quando nel ricovero di San Gaetano morirono 72 persone. Tanta fu la gente, da varie parti della città e di vari estrazione sociale che venne a rifugiarsi al centro storico. E nello scalone d’ingresso al ricovero avvenne la tragedia: molte persone furono travolte dalla fiumana umana e scamazzate. Morirono così. Il ricovero quel giorno era affollatissimo: avevamo meno di un metro quadrato a persona».

Il giorno più difficile?
«Il 4 agosto, sempre di 70 anni fa. Ben 500 aeroplani americani volarono su Napoli e ognuno sganciò 6 bombe di un quintale. Santa Chiara fu distrutta e arse per più di 5 giorni. Un monaco cercò di salvare la pisside con le ostie carbonizzate. Anche San Lorenzo fu in parte bombardata. Per i napoletani fu la goccia che fece traboccare il vaso. Non si cantò più in città, cosa molto significativa. Bombe caddero, in quell’anno, anche sul ponte della Maddalena, sull’ospedale dei Pellegrini, sul ricovero di Santa Lucia, spargendo morte e dolore.A marzo era scoppiata nel porto la nave Caterina Costa, provocando più di mille morti. Solo pochi giorni dopo sorse un canto di protesta: “Scoppia ‘a nave dind’’o puorto, vola sempre l’aeroplano. Mò mannnaggia chitemmuorto chesta storia adda fernì”. Era il preludio alle Quattro Giornate».

Che però avvennero contro i tedeschi.
«Sì. Gli americani entrarono a Napoli il 1° ottobre ’43 e furono visiti come liberatori. Ma già dopo l’8 settembre, data dell’Armistizio, sulla città piovevano bombe tedesche e non più americane. I tedeschi adottarono la tecnica della terra bruciata. Era talmente la fame, la paura e l’odio contro i tedeschi che gli americani furono visti come salvatori e tutti dimenticammo che fino a 10 giorni prima ci avevano coperti di bombe. La rabbia e la determinazione del popolo partenopeo portò alla Liberazione che noi tutti conosciamo. E festeggiamo.»

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lunedì 30 settembre 2013 - 15:49   Ultimo aggiornamento: 16:33

All’armi, la Francia ci invade” Le esercitazioni svizzere mandano Parigi su tutte le furie

La Stampa
alberto mattioli

Berna: il Paese è sull’orlo del crac, potrebbe attaccarci


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In piena bancarotta, schiacciata dal deficit e devastata dalla crisi, la Francia si è spaccata in varie entità macroregionali. Sulle rovine di Hollandia è nata così la Saônia, corrispondente appunto alle zone attraversate dal fiume Saône: grosso modo, la Borgogna e la Franca Contea. Ora, un’organizzazione paramilitare, la Bld (Brigata Libera di Digione), braccio armato del governo saonese in difficoltà finanziarie, decide di «andare a cercare il denaro che la Svizzera ha rubato alla Saônia» e invade quindi il sacro suolo della Confederazione, marciando su Ginevra, Losanna e Neuchâtel. Gli svizzeri, ovviamente, resistono eroicamente: tutti Guglielmi Tell.

Non è un racconto di fantapolitica. È il presupposto sul quale l’esercito elvetico ha basato le (concretissime) manovre estive delle sue forze blindate. L’operazione «Duplex-Barbara», rivela «Le Matin dimanche», si è svolta dal 26 al 28 agosto nella Svizzera romanda. Naturalmente, giurano gli svizzeri, è del tutto casuale che Parigi e Berna siano attualmente ai ferri corti perché la Francia cerca di stanare i suoi cittadini che hanno portato i soldi dall’altra parte della frontiera. «L’esercitazione - spiega il comandante della brigata corazzata svizzera, Daniel Berger - non ha nulla a che vedere con la Francia che apprezziamo ed è stata preparata nel 2012, quando le relazioni fiscali franco-svizzere erano meno tese». E tutta la storia della Saônia è stata inventata solo per dare ai soldati «un quadro realistico» (si fa per dire).

Fantastici svizzeri. L’anno scorso, per la manovra «Stabilo Due», avevano immaginato un’Europa nel caos per il crollo dell’euro con un conseguente massiccio afflusso di rifugiati nella Confederazione. Ne avevano parlato perfino i grandi giornali americani. Tipico, però: da sempre, la neutralità si basa su solide tradizioni militari e una non meno solida preparazione bellica. Il Paese che non entra mai in guerra è prontissimo a farla. Domenica scorsa, il 73,2% degli svizzeri ha votato contro la proposta di sostituire con un’armata di mestiere l’esercito di popolo, basato sul principio che chi vuole la libertà dev’essere disposto a battersi per lei. I cittadini-soldati continuano a tenere il fucile nell’armadio e a presentarsi alle esercitazioni a intervalli regolari. La linea fortificata sul confine italiano è stata smantellata solo alla fine degli Anni Settanta. Meglio essere pronti, casomai fosse saltato in mente a Fanfani o Andreotti di invadere il Ticino irredento... 

Alloggi delle onlus ai rom: via alle prime assegnazioni

Il Giorno

di Giambattista Anastasio


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Milano, 30 settembre 2013 - Partiranno nei prossimi giorni le prime assegnazioni di appartamenti alle famiglie rom attualmente ospitate in via Lombroso. «Siamo in dirittura d’arrivo» assicuravano ieri da Palazzo Marino. Prende così il via la seconda fase del piano di integrazione dei nomadi varato a novembre del 2012 dalla Giunta comunale e rimasto in stand by fino a marzo. Solo allora, infatti, il Governo ha definitivamente sbloccato i fondi per il piano rom: 5,6 milioni di euro destinati a finanziare interventi graduali con l’obiettivo di porre fine agli accampamenti abusivi e di superare la logica stessa dei campi per inserire i nomadi in società sostenendoli nella ricerca di un lavoro e di una casa.

Ad agosto il Comune aveva quindi inaugurato il centro di accoglienza di via Lombroso: 148 i posti letto disponibili, tutti riservati ai nomadi nel frattempo sgomberati dagli insediamenti irregolari. Regole chiare, nonostante qualche mal di pancia: quello di via Lombroso vuole essere un centro di breve permanenza. Le famiglie rom possono soggiornarvi per non più di 160 giorni: il periodo massimo è in realtà fissato a 40 giorni ma, a seconda dei bisogni e dei casi, si possono ottenere fino a quattro proroghe. Che succede una volta raggiunto il limite dei 160 giorni?

«Questo centro — aveva spiegato Marco Granelli, assessore comunale alla Sicurezza e alla Coesione sociale — rappresenta il primo passo del percorso d’integrazione studiato dall’amministrazione in base ai dettami del piano rom approvato dal Governo nel 2008. Gli operatori del Comune e della Fondazione Arca terranno colloqui con gli ospiti per stilarne un profilo e aiutarli a trovare un lavoro».
Una volta fuori da via Lombroso, le famiglie che avranno accettato il percorso di inserimento proposto loro dagli operatori e che avranno mosso i primi passi per rendersi autonome, potranno ottenere una casa tra quelle gestite dal terzo settore. E per una ventina di famiglie il momento di lasciare i prefabbricati di via Lombroso è ormai arrivato. Nei prossimi giorni saranno infatti assegnati i primi appartamenti.

A metterli a disposizione del Comune sono state, come previsto, le associazioni del terzo settore rispondendo al bando da 300 mila euro lanciato proprio da Palazzo Marino contestualmente all’inaugurazione del nuovo centro di breve permanenza. Il contratto d’affitto sarà siglato tra le famiglie e le associazioni proprietarie degli alloggi a prezzo calmierato e per un massimo di 2 anni. Poi le famiglie dovranno provvedere da sé.

giambattista.anastasio@ilgiorno.net

Il cyberspazio è un'area militare»: la Regina pronta a dotarsi di un esercito di «geek»

Corriere della sera

L'annuncio del segretario della Difesa britannico: «La guerra moderna sdarà combattuta davanti ai computer»

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MILANO - "Le persone riconoscono la terra, il mare e l'aria come spazi militari. Noi da tempo abbiamo individuato una quarta area, lo spazio. Adesso ce n'è una quinta: il cyberspazio". Così il segretario alla Difesa britannico Philip Hammond ha annunciato la nascita del cyberesercito della Regina. "La guerra moderna", ha spiegato, "sarà combattuta da persone assiepate in un bunker davanti a schermi di computer e impegnate nel controllo remoto di armi aeree e nella gestione di quelle cibernetiche". I soldati di nuova generazione saranno quindi "smanettoni informatici (il termine utilizzato da Hammond è 'geeks IT', nda)".

La selezione del ministero della Difesa britannico inizierà il prossimo mese, ci sarà spazio anche per i civili esperti di tecnologia. Chi non è in grado di superare le prove fisiche per entrare nell'esercito avrà quindi la possibilità di far valere le sue competenze con mouse e tastiera alla mano. Secondo le stime del Daily Mail, sul piatto ci sarebbe una cifra intorno ai 500 milioni di sterline per strutturarsi sul fronte dell'attacco. Esiste infatti già, lato difesa, una squadra votata a respingere le intrusioni informatiche degli altri Paesi. Nel solo mese di luglio il Regno Unito ha contato 70 operazioni di cyberspionaggio contro le reti del governo o delle industrie del paese.

Motivo per cui, secondo Hammond, concentrarsi solo sulla difesa non è più sufficiente: serve "una capacità offensiva che collabori con l'unità di spionaggio del quartier generale governativo delle Comunicazioni". Per respingere le polemiche su una riduzione delle risorse per le armi convenzionali, il segretario ha garantito che i sistemi tradizionali continueranno a caratterizzare i conflitti. Ma ha anche ammesso la crescente dipendenza dai sistemi di It e la maggior precisione degli attacchi cibernetici: "Nessuna città e nessuna infrastruttura da ricostruire. Una volta, un collega americano mi ha chiesto: 'Perché bombardare un campo di aviazione se posso paralizzarlo con un attacco informatico?".

Il riferimento agli States non è causale. Nel novembre del 2012 il Washington Post ha svelato l'esistenza di un campo di addestramento virtuale gestito da una società del New Jersey su richiesta dell'Areonautica militare. La testata ha parlato nel maggio dello stesso anno del Plan X del Pentagono per sviluppare tecnologie in grado di rendere gli Usa sempre più competitivi sul fronte dei conflitti informatici. Sul piatto ci sono 110 milioni di dollari.

L'Estonia, primo governo a dover fronteggiare nel 2007 un attacco informatico, si è mossa nel 2011 con la costituzione di una Lega di cyber difesa formata da volontari. Anche l'Unione europea è attiva tempo con il programma Cyber Security 2010. Se l'Italia ha fatto un primo passo lo scorso gennaio con il decreto volto alla costituzione di un'architettura di sicurezza informatica, l'Iran e altri paesi mediorientali si sono confrontati lo scorso anno con il virus Flame, arma realizzata congiuntamente da Stati Uniti e Israele. Attive sul nuovo terreno di guerra con eserciti informatici riconducibili alla volontà dei governi anche Siria e Cina.

30 settembre 2013 | 11:46

Ma che fine hanno fatto tutti gli amici di Pisapia?

Giannino della Frattina - Lun, 30/09/2013 - 07:14

Desaparecidos. Chi li ha più visti? Scomparse le «anime belle» della sinistra al caviale, lasciando il povero Giuliano Pisapia a macerarsi nella solitudine del numero primo.
 

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Da solo, dopo che per la folla dei cortigiani in quell'ormai lontano 30 maggio del 2011 era perfino difficile riuscire a salire sul carro del vincitore. Che folla ad accorrere secondo italico costume in soccorso di chi aveva già trionfato. Per fortuna che c'è internet a riproporre impietose immagini di chi non si era voluto perdere i festeggiamenti, ma che non s'è certo visto al momento di aumentare il biglietto del tram, togliere gli abbonamenti scontati agli anziani, far lievitare indistintamente qualunque tassa comunale tartassando i bar che mettono i tavolini fuori e le famiglie per le immondizie. A giustificare con parole altrettanto nobili il rincaro degli asili o la mannaia sugli aiuti a chi ne ha bisogno. Perché la vittoria ha tanti padri, ma le casse vuote del Comune sono invece figlie di nessuno. Anzi del solo Pisapia, costretto a mettere nome e faccia sulle manovre più lacrime e sangue che Milano ricordi.

Mica solo colpa sua. I tempi son brutti, lo Stato è vampiro e a Milano grandinano tasse. Ma è proprio in questi momenti che quel tapino del sindaco avrebbe più bisogno degli amici. Ammesso che quelli lo fossero. Magari di Lella Costa e Paolo Rossi che si fecero belli del Discorso di Pericle di Tucidide. «Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi e per questo viene chiamato democrazia». Bello. Magari da riprendere, ad averne il coraggio, il giorno in cui i molti saranno costretti a pagare di più il biglietto dei mezzi pubblici, mentre i pochi continueranno a viaggiare con l'autista privato o l'auto blu.

E dov'è finito il lìder rosso Nichi Vendola che a Milano si è visto a esultare «(«Ora abbracciamo i fratelli rom e musulmani») e poi mai più? Per non parlare di Gino Strada e chi gli regalò la maglietta dell'Inter personalizzata con il 57, il suo posto tra i sindaci di Milano. In tanti erano anche alla chiusura della campagna elettorale: Claudio Bisio, Gioele Dix, Antonio Cornachione, Debora Villa, Gad Lerner, Neri Marcorè, Elio e le Storie Tese, Giuliano Palma. Immancabili Serena Dandini e Geppi Cucciari, Adelfo Cervi figlio di uno dei sette fratelli Cervi arrivato a parlare di antifascismo, il numero uno Cgil Susanna Camusso e quello allora del Pd Pierluigi Bersani oggi desaparecido anche nel partito. Non s'è più vista nemmeno la Banda degli ottoni a scoppio che suonava Bella ciao. E dove son finiti quegli snob del «Gruppo dei 51», lobby economico-politica nata per appoggiare la candidatura?

Piero Bassetti e Marco Vitale, Piero Schlesinger, Carlo Fontana, Mario Artali, Antonio De Lillo, Luca Beltrami Gadola, Salvatore Bragantini, Filippo Ranci, Umberto Voltolina, Guido Martinotti, Stefano Rolando. Ah no. A Rolando è toccata una poltroncina al Corecom.

Agguato all'agente del Nocs sul Gra spunta il giallo dell'Ordine di Malta

Il Messaggero

di Sara Menafra


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Un istruttore dei Nocs con una seconda vita come gestore di un poligono di tiro e a bordo di un’automobile con una targa ancor più strana, del Sovrano ordine di Malta. A pochi giorni dall’agguato sul Raccordo anulare dal quale il poliziotto delle teste di cuoio italiane e suo figlio sono usciti vivi per miracolo, le indagini della Digos si stanno concentrando su tutti i particolari della sua carriera, dentro e fuori il corpo scelto della Polizia di stato. Partendo dall’assunto che quello di venerdì era un agguato mortale, perché i due motociclisti che l’hanno affiancato venerdì scorso mentre correva sul Raccordo con una Chrysler targata Smom, hanno mirato alla testa del conducente.

I PUNTI OSCURI  Una delle ipotesi è che l’automobile targata Smom possa aver indotto gli aggressori ad uno scambio di persona, visto che non è di proprietà dell’istruttore che non la usa neppure abitualmente. Una circostanza piuttosto misteriosa. Il Sovrano militare ordine di Malta è il corpo «militare» dell’Associazione cavalieri di Malta e abbandonati gli scopi bellici oggi si dedica a servizi sanitari e assistenza in affiancamento alla Protezione civile. Nulla di segreto, tanto più che nell’organizzazione è incluso persino il volontariato infermieristico, è vero, ma è altrettanto vero che tanto l’Associazione quanto, soprattutto, l’Ordine dei cavalieri di Malta sono società chiuse non facilmente penetrabili dall’esterno. Le targhe Smom sono emesse direttamente dal ministero della Difesa e ovviamente sono in numero molto limitato. Su come e perché avesse quella macchina e a chi fosse in uso abitualmente, l’istruttore e ispettore aggiunto vittima dell’agguato ha dato risposte ancora parziali.

LA CAVA  C’è però anche un’altra pista, più direttamente collegata alla vita e alla professione dell’ispettore. Dopo una vita come agente operativo con alcune importanti operazioni di liberazione ostaggi all’attivo oggi è uno degli istruttori delle giovani leve. Ma fuori dall’orario di lavoro possiede e gestisce una vecchia cava nei pressi del Lago di Nepi, all’interno della quale è stato organizzato un poligono di tiro molto professionale. Quello per il cosiddetto «tiro dinamico» con bersagli mobili che gli stessi agenti dei Nocs usano per le esercitazioni e che usava ormai molti anni fa anche Samuele Donatoni, l’agente morto in una sparatoria all’epoca del sequestro dell’industriale Soffiantini, probabilmente vittima di fuoco amico.

L’ispettore preso di mira nell’agguato di venerdì scorso non era ancora nel reparto scelto, all’epoca prestava servizio al commissariato San Giovanni, ma il poligono potrebbe essere stato il luogo in cui si sono incrociati testimoni e protagonisti della sparatoria che uccise il collega, sulla quale è ancora aperta un’inchiesta della magistratura romana. Più difficile che nell’agguato sia coinvolto il figlio trentenne che gestisce un negozio di attrezzatura per airsoft, il gioco di guerra simulata che utilizza pistole con proiettili di gomma. Come ha raccontato il padre a verbale, ha visto arrivare i motociclisti «nello specchietto retrovisore»: quando hanno sparato, dunque, puntavano al lato del conducente.


Lunedì 30 Settembre 2013 - 07:01
Ultimo aggiornamento: 09:40

Pausa caffè a caro prezzo, per 23 milioni di italiani aumenta la tazzina al distributore

Il Mattino


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«Con l'inasprimento dell'Iva» nel 2014 per i prodotti nei distributori automatici «si fa più amara la pausa caffè per 23 milioni di italiani e per le aziende del comparto». Ad affermarlo è Lucio Pinetti, presidente di Confida, l'associazione dei distributori uutomatici aderente alla Confcommercio, sottolineando che «per finanziare l'ecobonus il governo punisce oltre mille imprese».

«L'adeguamento al nuovo regime fiscale non può essere oggetto di trattativa con il singolo cliente. Se calano i consumi - afferma Pinetti- sono a rischio migliaia di posti di lavoro». «Sarà difficile spiegare ai 23 milioni di clienti che ogni giorno in uffici, ospedali, posti di lavoro, fabbriche, scuole e università consumano a prezzi contenuti caffè, cappuccini, bevande e snack vari nei circa 100 milioni di distributori automatici che saranno loro a pagare a causa dell'Iva che il governo ha portato dal 4% al 10% per finanziare l'Ecobonus attraverso il D.L n.63 del 4/6/2013».

 
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lunedì 30 settembre 2013 - 10:23   Ultimo aggiornamento: 10:38

Wojtyla e Roncalli santi il 27 aprile L'annuncio di Papa Francesco

Il Messaggero


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E' il 27 aprile 2014 la data in cui il papa proclamerà santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II: lo ha annunciato lo stesso Francesco durante un concistoro di cardinali in corso in Vaticano. Il Papa ha scelto come data per la canonizzazione di Angelo Roncalli e Karol Wojtyla la data già ventilata del 27 aprile, in cui la Chiesa festeggia la festa della Divina Misericordia.

Prima che Bergoglio proclamasse la formula e annunciasse la data della canonizzazione, il prefetto per la Congregazione delle cause dei santi, Angelo Amato, ha tracciato un breve profilo biografico dei due futuri santi. Il cardinale Amato ha in particolare ricordato «il loro servizio alla pace» assimilandolo a quell'«impegno a cui Vostra Santità ci sollecita». Il porporato ha anche citato la «mite fermezza» con la quale i due Papi defunti hanno entrambi vissuto in «tempi di radicali trasformazioni», promuovendo «con autenticità» la dignità dell'uomo.


Lunedì 30 Settembre 2013 - 10:39
Ultimo aggiornamento: 10:40

Netanyahu va all'Onu e avverte il mondo: non fidatevi dell'Iran

Fiamma Nirenstein - Lun, 30/09/2013 - 09:11

Il premier di Gerusalemme terrà un discorso controcorrente e ricorderà a chi l'ha dimenticato cos'è davvero il regime islamico

Difficile viaggio all'Onu per Benjamin Netanyahu, sbarcato ieri a New York. È suo il compito ingrato, di fronte alla carezzevole cadenza farsi del presidente iraniano Rohani,di dire all'Assemblea generale delle Nazioni Unite quello che nessuno vuole sentire: sveglia, è bello sognare la pace con l'Iran, ma per ora sono solo parole, e le centrifughe girano all'impazzata.


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Le rapide contro cui si avventura la sua canoa sono pericolose, Israele rischia l'isolamento. Siamo a fine sessione, tante delegazioni sono tornate a casa, ma il Primo Ministro di Israele sia al presidente americano sia parlando a una platea che sogna la pace, dirà a voce alta che «il re è nudo». Ci saranno colpi di tosse, sopracciglia alzate, risatine. Netanyahu sosterrà che la promessa di Rohani di aprire trattative serie sul nucleare è una menzogna per guardagnare tempo. Lo scopo, dirà, è rimuovere le sanzioni economiche senza cambiare il programma nucleare.

Bibi pensa a una grande, ingannevole tela di Penelope. Si tesse di giorno, si disfa di notte. Quale possibilità ha di dimostrarlo? Obama ha già deciso per la trattativa, ma Netanyahu vuole che Israele ponga la sua pietra miliare, in controtendenza. Sarebbe facile dichiararsi soddisfatto, unirsi al coro guidato dall'alleato più prezioso, gli Stati Uniti. Non mancheranno, perciò, anche i toni concilianti, ma i fatti la faranno da padrone: nell'ufficio del Primo Ministro una cura pignola e indefessa ha guidato la stesura di un discorso punteggiato di «fatti incontestabili da chiunque».

Netanyahu, per credere al regime degli ayatollah chiede: cessazione dell'arricchimento dell'uranio, rimozione di tutto l'uranio arricchito, chiusura della centrale sotterranea di Fordow, smantellamento delle nuove centrifughe di Natanz. Condizioni ragionevoli nei confronti di un regime di fanatici odiatori dell'Occidente e che ha promesso per anni la totale distruzione di Israele, fino a un paio di giorni fa. Il rischio è che Obama risponda: ok, ma mi chiedono di rimuovere qualche sanzione prima della trattativa e di verificare se l'arricchimento è a scopo civile. Un'ipotesi esclusa dalle ispezioni dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica.

Bibi un anno fa tenne all'Onu il famoso discorso della «linea rossa». Col disegnino di una bomba con la miccia accesa come quelle di Mickey Mouse e parole roventi, Netanyahu indicò il traguardo degli iraniani a 250 kg di uranio arricchito al 20 per cento. Adesso siamo a quota 190, ma gli ultimi rapporti dell'Iaea, l'agenzia per l'energia atomica, ci dicono che Teheran ha adesso nuove centrifughe molto veloci, che potrebbero completare il processo entro qualche mese. Netanyahu probabilmente spiegherà bene questo rischio nascosto, così come la difficoltà di verificare le intenzioni profonde di un Paese che patrocina il terrorismo in tutto il globo.

L'Iran per risultare credibile dovrebbe smantellare l'aiuto a Assad, dovrebbe dare segni di rispetto per dissidenti, donne, omosessuali. Insomma, dovrebbe cambiare pelle, altrimenti il rischio è fornire più forza al regime per perseguire il nucleare. Forse nel lungo periodo Obama sorveglierà i confini indicati da Bibi. Ma quello che l'iniziativa ora produce, è lo svanire della minaccia militare se la bomba sarà a portata di mano. Ormai, anche per Israele sarebbe difficile attaccare Rohani anche se nascondesse col suo abito da chierico 250 chili di uranio arricchito. Ma Netanyahu ha annunciato partendo: «dirò la verità», e non sorrideva.

Il dialogo atei-credenti? Un'amichevole ipocrisia

Marcello Veneziani - Lun, 30/09/2013 - 09:59

L'incontro sul terreno comune del pensiero è positivo. Ma spesso nasconde le rispettive posizioni. Che (al di là del buonismo) sono sempre agli antipodi

Dopo una lunga afasia è tornata sulle bocche degli intellettuali e dei sacerdoti la parola chiave che scaturì dal Concilio Vaticano II: dialogo. Papa Francesco che dialoga con Eugenio Scalfari, in precedenza il dialogo tra il cardinal Martini e il filosofo della scienza Giulio Giorello, poi quello di Ratzinger col matematico Piergiorgio Odifreddi, il cortile dei gentili e dei giornalisti del cardinal Ravasi, la svolta teologica de la Repubblica che da un mese ha almeno un editoriale al giorno sul tema religioso.


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Chiesa del dialogo si chiamò quarant'anni fa l'apertura di alcuni preti, vescovi e teologi agli atei e ai credenti di altre fedi. E il dialogo teologico fu il prologo in cielo del dialogo politico che si aprì tra cattolici, laici e comunisti negli anni Settanta. Col paradosso ancora attuale, notato allora da Augusto del Noce, che i cattolici progressisti dialogano con i progressisti non cattolici ma non con i cattolici non progressisti. Ovvero il progressismo è il punto fermo e la fede cattolica la variabile subordinata. Prima che Berlinguer lanciasse il compromesso storico, le intese politiche tra cattolici e sinistra furono infatti chiamate patti conciliari. Quel dialogo si richiamò a una terna di patroni: Papa Giovanni XXIII, John F. Kennedy e il comunista post-staliniano Nikita Cruschev. In Italia la Chiesa del dialogo penetrò tramite associazioni come le Acli, movimenti intellettuali e civili come i cattocomunisti o i cristiani per il socialismo.

Vi fu un accenno di dialogo anche con autori scettici e conservatori: il più famoso fu tra Paolo VI e Giuseppe Prezzolini, dopo il suo libro Dio è un rischio. I più recenti tra Marcello Pera e il cardinal Ratzinger (che dialogò pure con MicroMega) e tra Oriana Fallaci e monsignor Rino Fisichella. In passato abbozzi di dialogo furono tentati pure con Augusto Guerriero, più noto come Ricciardetto, dopo che scrisse Quaesivi et non inveni. Ma si trattò di esortazioni a conversioni in extremis che non ci furono. Dove porta oggi quel dialogo, cos'è il tratto comune per atei e credenti? Parte dall'accettazione di un terreno comune, il pensare, e dalla sospensione del terreno diviso, quello del credere. L'universalità che fa dialogare le due sponde è il pensare.

Il cattolico ritiene inscindibile il binomio di fede e ragione, l'ateo invece vede nel terreno comune del pensare il sigillo illuminista che mette tra parentesi l'irrazionalità delle credenze religiose. Strettamente connesso a quella premessa è il disarmo bilaterale della verità: ovvero nessuno dei dialoganti, pur convinto della sua scelta, ritiene di detenere il monopolio della verità e di poter decretare in suo nome i dannati e i salvati. Per gli atei la verità è figlia del tempo e dei soggetti; per i credenti noi non possediamo la verità ma siamo suoi figli. I non credenti tendono a prescindere dalla trascendenza e dalla tradizione. Ovvero dialogano mettendo tra parentesi Dio e la millenaria esperienza cristiana e partono dall'umanità di Cristo e dalla Chiesa dopo il Concilio Vaticano

II. Gesù Cristo viene considerato come apostolo della carità, dell'amore verso il prossimo, dell'uguaglianza e del riscatto dei deboli, i poveri e gli sfruttati; e non come il Figlio di Dio. In questa prospettiva, la storia della Chiesa è relegata nel buio oscurantista dei millenni; si salvano solo le origini e gli ultimi 50 anni, grazie al Concilio Vaticano II e ora a Papa Francesco. Il passepartout che il Papa e i dialoganti di fede porgono ai non credenti è l'amore. Cristo è amore, la verità è amore, la missione della Chiesa è amore verso l'umanità nel nome di Cristo. L'amore disarma ogni resistenza, si può tradurre laicamente in altruismo e filantropia, generosità e carità, ma anche in amore tra gli uomini; se la verità è amore non s'impone con la forza ma è mite, non violenta, rivolta al bene di tutti.

Nessuno oserebbe opporsi a questa catechesi fondata sull'amore, che si oppone all'odio e ci connette al mondo. Ma quante volte l'amore confligge con la verità, con la giustizia e la responsabilità? La verità a volte è aspra e contraddice l'amore; il principio su cui si fonda la giustizia, a ciascuno il suo, è in contrasto con la generosità su cui si fonda l'amore; e l'etica della responsabilità urta con la morale del perdono su cui si fonda l'amore. Stabilire un'identità tra amore, verità e Cristo è una magnifica predica ma non corrisponde alla verità del mondo, della condizione umana e al nostro giudizio. La vita, la storia e il pensiero spargono esempi di lancinante divergenza tra amore e verità. E poi non è umanamente possibile amare tutti dello stesso amore.

Sulla stessa ambiguità si gioca il richiamo alla verità: non esiste la verità assoluta, dicono gli atei e i credenti concordano. Ma i primi intendono dire che la verità è relativa, cioè soggettiva e soggetta ai tempi e alle interpretazioni; i credenti invece intendono dire che non è assoluta in senso etimologico, cioè sciolta da tutto, ma al contrario è in relazione con tutto. Due parole simili ma due idee assai diverse: la verità è relativa per gli uni, la verità è relazione per gli altri. Nel credente permane la convinzione che vi sia una verità oggettiva e superiore, rivelata. Nell'ateo, invece, la verità o la sua ricerca resta nell'ambito della coscienza individuale e del processo evolutivo.

Su questi equivoci si può fondare un dialogo fruttuoso? Certo, dialogare è un bene in sé e rispettare, non solo tollerare, chi non la pensa come te è il fondamento di una nuova civiltà. Ma pensare che sia possibile stabilire un'intesa mettendo da parte i principi della fede o giocare sull'equivoco e sulla mozione unanime dell'amore, significa alimentare l'ipocrisia. Vi è una tragica e irreparabile ma onesta e veritiera distanza che non può essere colmata con le buone maniere o con i bei discorsi.
Meglio accettare la divergenza, ma disarmarla del disprezzo e della diffidenza che di solito l'accompagna. Se invece si cerca un punto di convergenza del dialogo, si arriva alla riduzione del cristianesimo a catechismo umanitario.

A questo punto meglio fermarsi sulla soglia del dubbio: ossia le due posizioni accettano di mettersi in discussione, lasciando la decisione finale a una scommessa di tipo pascaliano, che per il credente si risolve «in dubio pro deo»; ossia nel dubbio meglio scommettere su Dio che sul Nulla. Però questo comporterebbe spostare il baricentro del dialogo dalla ricerca di un'amorevole intesa tra atei e credenti all'interrogativo sul destino dell'essere, dell'uomo e del mondo che esige scelte cruciali e verticali, non consolatorie e interpersonali. Dio è un rischio e non una pappa del cuore.

Una «coperta» mimetica sui veicoli dei narcos per diventare invisibili alle ricognizioni aeree

Corriere della sera

I mezzi usati dai trafficanti scoperti dalla polizia in una riserva indiana al confine con il Messico

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WASHINGTON - Una «coperta», fatta sua misura, per i veicoli usati dai trafficanti al confine tra il Messico e l’Arizona. Pochi giorni fa la Border Patrol ha scoperto alcuni mezzi che erano stati mimetizzati con cura nella speranza di sottrarli alla ricognizione aerea. I Suv avevano un telo che li rivestiva completamente e lasciava speciali aperture all’altezza dei finestrini: un modo per permettere agli autisti brevi movimenti in attesa del momento migliore per lanciarsi in profondità nel territorio Usa. I fuoristrada, però, sono stati individuati nei pressi di Ajo, all’interno della riserva indiana Tohono, a sud ovest di Tucson (Arizona).

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LE «PISTE» - Questa regione è attraversata da strade asfaltate e «piste» utilizzate dai narcos che trasferiscono grandi partite di marijuana dal Messico negli Usa. Scarsamente abitata, con condizioni climatiche dure, è uno dei principali corridoi battuti dai criminali. La riserva è contigua al territorio messicano dal quale è divisa da una recinzione bassa e non dal classico muro eretto in altri punti del confine. La Border Patrol cerca di controllare il settore con tecnologia e pattuglie mentre altre agenzie doganali - come abbiamo raccontato anche su Corriere.it - ricorrono ai cercatori di tracce indiani. Lo stesso settore è segnato dai percorsi degli immigrati clandestini provenienti da Messico e dal Centro America. Un viaggio pericoloso che costa ogni anno dozzine di morti, uccisi dal calore, dalla fatica e da malori. Nella riserva, dove scarseggia l’acqua, basta poco per perdersi. E il deserto non perdona.


30 settembre 2013 | 8:04