martedì 1 ottobre 2013

Gli bruciano l'auto, sindaco calabrese lascia «Stato sordo e assenteista nella nostra terra»

Corriere della sera

Intimidazioni a lui e alla famiglia: Rosario Rocca rinuncia alla carica primo cittadino di Benestare, nel Reggino

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Benestare (Reggio Calabria) – Il nuovo attacco intimidatorio della criminalità organizzata contro amministratori pubblici nella Locride ha prodotto il suo effetto. Rosario Rocca, avvocato,esponente regionale di Sel, sindaco di Benestare, comune collinare di 2.500 anime, ha deciso di dimettersi dopo che un attentato, nella notte tra lunedì e martedì, ha distrutto la sua auto. «Lo stato di abbandono, di isolamento in cui versa il nostro territorio, dimenticato volutamente e tragicamente da uno Stato sordo e assenteista, non mi consente più di rappresentare dignitosamente la mia gente» ha detto Rocca.

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LA LETTERA - Il sindaco di Benestare non ha perso tempo. Dopo l’attentato ha scritto la lettera di dimissioni e l’ha inviata al Capo dello Stato Giorgio Napolitano, al Presidente della Camera Laura Boldrini e al Prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli. «Non ho più la forza di continuare dopo anni di resistenza isolata (e inascoltata) al malaffare, alla criminalità e alla burocrazia autoreferenziale», ha scritto Rocca. Niki Vendola, presidente di Sinistra Ecologia e Libertà su Twitter ha espresso il desiderio che le Istituzioni «non abbassino la guardia contro questi vigliacchi e le loro rabbiose reazioni».

LE INTIMIDAZIONI - Sin dal suo insediamento il sindaco di Benestare, a capo di una coalizione di centro sinistra, ha cercato di garantire ogni forma di legalità nell’attività amministrativa. E questo, probabilmente, ha indispettito le cosche che trovandosi di fronte un sindaco intransigente, hanno cercato in tutti i modi di intimidirlo. E per farlo desistere da quel suo atteggiamento poco incline al «dialogo» mesi addietro hanno bruciato l’Alfa Romeo 147 della sorella Maria, 38 anni, anche lei avvocato. Rosario Rocca reagì fermamente di fronte a quell’attentato che aveva colpito la sua famiglia. Non si piegò, ma ha continuato per la sua strada nell’attività amministrativa. Senza riguardo alcuno, per nessuno. In un territorio come la Locride, però, e questo lo sanno bene moltissimi amministratori che hanno subito intimidazioni di ogni tipo, non basta avere la voglia e la determinazione per andare avanti. Lo scontro qui è impari: da una parte c’è lo Stato che come ha scritto Rocca è stato da sempre «assente», dall’altra esiste un antistato che vigila sulla cosa pubblica, pronto a metterci le mani in ogni occasione.

COLPITO ANCHE IL PARROCO - E in questo contesto anche la Chiesa ha pagato un tributo. Nei mesi scorsi l’auto del parroco di Benestare don Elangui Rigobert, di origini congolesi, è stata distrutta da un incendio doloso. Anche don Rigobert ha pagato per il suo impegno antimafia. Come tanti altri amministratori pubblici in Calabria. Nel rapporto annuale sulle intimidazioni agli amministratori elaborato da «Avviso Pubblico», la Calabria si trova al primo posto con 85 casi. Il 31% a livello nazionale. La provincia più colpita è proprio quella di Reggio Calabria.

1 ottobre 2013 | 17:23

Mister Kyenge: "Ho sposato una negra"

Libero

Intervistato su Radio 24 il marito della ministra, Domenico Grispino, spiazza i politically correct: "Basta che i toni non siano offensivi". Ovvio che alla Boldrini preferisca "la Pivetti"


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Aveva già detto di aver votato leghista, "ma in passato, mentre a questo turno ho scelto Pd perchè c'era mia moglie". E aveva pure già invitato a pranzo Roberto Calderoli, dopo la sparata del'esponente del Carroccio, che aveva paragonato Cecile Kyenge a"un orango". Ora Domenico Grispino, meglio noto come il marito del primo ministro nero della storia della Repubblica Italiana, ne spara di nuove, intervistato a La Zanzara su Radio24 da Giuseppe Cruciani. Sentite questa: "La parola negro si può usare, basta che i toni non siano offensivi. La Lega, tra l'altro, è stato il primo partito a candidare una negra". Negro si può dire? Cioè lui ha sposato una negra (chissà cosa dirà la campionessa del politically correct Laura Boldrini: magari manderà un messaggio di solidarietà alla Kyenge accusando di stalking il marito".

Cruciani non si è fermato lì ed è passato alle vicende giudiziarie di Berlusconi. Nei confronti del quale mister Kyenge si è mostrato alquanto 'aperto': "E’ stato condannato per cose che a livello imprenditoriale sono abbastanza frequenti e per il tipo di reato farei solo una pena accessoria, del tipo restituisci 20-30 volte quello che mi devi e ti perdoniamo, restituisci il maltolto con gli interessi. Processi ne ha avuti tanti, forse troppi anche se quasi sempre è riuscito a girarli a suo favore. Ma se lo votano può continuare a fare politica, non capisco perché debba sparire”. “Boldrini? Preferisco la Pivetti – dice ancora il marito del ministro – è stata brava, si è mossa bene. La Boldrini dovrebbe essere più asettica, ci vuole esperienza per quel ruolo”. Un vero leghista dentro, questo mister Kyenge.

Quanto alla carriera politica della moglie rivela: “Cecile è ministro grazie a Livia Turco che l’ha segnalata a Bersani. Con la Turco si è occupata di integrazione per dieci anni”. E sulla sua numerosa famiglia: "Dei 38 fratelli di cecile ne ho conosciuti venti". Chissà se mister Kyenge se ne ricorda pure i nomi?

Francia, i rifiuti di Napoli stasera in tv. L'ironia con un finto sindaco mafioso

Il Mattino


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Stasera in Francia sul canale Arte andrà in onda (alle 21.45) un documentario realizzato da Raffaele Brunetti in cui si racconta del problema rifiuti di Napoli e si promette una intervista al sindaco De Magistris che annuncia la grande sfida: raggiungere l'obiettivo "zero rifiuti" entro il 2020.  Stamattina in Francia il sito TeleLoisirs pubblica la consueta pagina sui programmi della giornata raccontati da una audace "speakerine" che in un video ironico spiega quali sono le offerte televisive della giornata. Quando si tratta di presentare il programma su Napoli la "speakerine" si trasforma in una parodia del padrino sotto la quale compare la scritta "Giuseppe, lo spazzino, Pepperoni, sindaco di Napoli". Il sindaco Pepperoni spiega quale sarà la maniera per liberarsi dai rifiuti.


Il video lo potete vedere qui sotto. La parte con il finto sindaco la trovate nel finale.


 
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martedì 1 ottobre 2013 - 09:38   Ultimo aggiornamento: 09:49

Mondadori, Berlusconi attacca Napolitano Il Quirinale replica: "Delirante invenzione"

Quotidiano.net

L'ora dei veleni. Scoppia il caso dell'audio trasmesso su La7. "Il Capo dello Stato ha voluto in anticipo il verdetto"


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Roma, 30 settembre 2013 - Si allarga lo strappo tra Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano. In un'audio esclusivo della trasmissione di 'Piazzapulita', di cui uno stralcio è stato anticipato da Enrico Mentana nel corso del tg di La7, il Cavaliere si sfoga con un esponente del Pdl sul ruolo del presidente della Repubblica nelle battute finali del processo sul Lodo Mondadori. "Mi è stato detto che il capo dello Stato avrebbe telefonato per avere la sentenza prima che venisse pubblicata", dice Berlusconi nella telefonata 'captata' mentre l'interlocutore del leader del Pdl stava concedendo un'intervista al giornalista Antonino Monteleone.

"Dopodiché ha ritelefonato da capo, ha fatto ritelefonare da Lupo (Ernesto Lupo, consigliere giuridico del Quirinale ed ex presiente della Cassazione, ndr) al presidente della Cassazione (Giorgio Santacroce, ndr) che ha chiamato il presidente di Sezione (Francesco Trifone, ndr) costringendolo a riaprire la camera di consiglio. Cosa che non succede mai! Perché la sentenza era già pronta il 27 di giugno". Nel seguito della conversazione, trasmessa intergralmente da Piazzapulita, Berlusconi spiega anche quali sono stati secondo lui gli effetti concreti di questo presunto intervento del Quirinale.

"Riaprendo la camera di consiglio hanno tolto circa duecento milioni di quelli da cui che De Benedetti doveva avere in meno. E’ una cosa gravissima", si sente dire ancora al Cavaliere.
Il collegio che il 27 giugno ha dato definitivamente torto alla Fininvest sulla 'guerra di Segrate' per il controllo della Mondadori era composto dal presidente Francesco Trifone e dai giudici Giacomo Travaglino, che ha svolto la relazione introduttiva, Maria Margherita Chiarini, Angelo Spirito e Maurizio Massera. La Camera di consiglio è durata circa cinque ore.


QUIRINALE - Secca smentita sull'intera vicenda da parte del Quirinale. "Quel che sarebbe stato riferito al senatore Berlusconi circa le vicende della sentenza sul Lodo Mondadori è semplicemente un’altra delirante invenzione volgarmente diffamatoria nei confronti del Capo dello Stato", si apprende dall’ufficio stampa.

SANTACROCE - "E’ pura fantascienza", dice, dal canto suo, il primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce parlando con l’Ansa.

PD - Subito sono scattati poi i comunicati di solidarietà al presidente della Repubblica. "Rivolgo la nostra solidarietà e stima al Capo dello Stato per le parole calunniose e inaccettabili su di lui pronunciate da Silvio Berlusconi. Ritengo sia stato passato il segno. Berlusconi ha evidentemente perso il controllo di se stesso", scrive Danilo Leva, responsabile Giustizia del Partito democratico.

SCELTA CIVICA - "La portata intimidatoria e mestatoria delle dichiarazioni di Berlusconi nei confronti del presidente Napolitano, a cui va tutta la rinnovata stima e solidarietà di Scelta Civica, si commenta da sé", afferma per parte sua Gianluca Susta, presidente dei senatori di Scelta civica, augurandosi che l’Italia possa "liberarsi da un giogo che non ha precedenti nella nostra vicenda repubblicana".

GHEDINI - Prima della messa in onda era intervenuto Niccolò Ghedini. "Si apprende da alcune agenzie di stampa - ha scritto il legale del Cavaliere in una nota - che durante la trasmissione 'Piazza Pulita' in onda questa sera verrebbe messa in onda una telefonata intercorsa fra il presidente Berlusconi ed altro parlamentare. Se fosse vero si tratterebbe di una gravissima violazione dei principi costituzionali. Ovviamente procederemo in tutte le sedi giudiziarie del caso invitando nel contempo i responsabili della trasmissione a non voler utilizzare il materiale palesemente vietato".

Il maratoneta che sfida il deserto «Stanco delle corse tradizionali»

Corriere della sera

Gare su distanze da 170 a 270 chilometri con 50 gradi. «Mi chiamano desert fox, domino i mostri di sabbia
Ci nutriamo con acqua, Parmigiano, Nutella e purè»

Giuliano Pugolotti


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BOLOGNA - Giuliano Pugolotti è un 53enne di Barbiano, provincia di Parma, pubblicitario di professione con la passione per la corsa. Fin qui niente di strano, senonché la sua specialità sono le maratone del deserto. Non della distanza classica su strada, 42,195 km, ma fra i 170 e i 270 chilometri. Su sabbia. Con temperature che vanno dai 48-50° di giorno ai 2-3° di notte.

SFIDA PERSONALE - Al suo attivo ha 18 maratone tradizionali fra il 1992 e il 2002, poi dal 2005 è scoppiato l'amore per il deserto con 14 gare disputate in questi otto anni. «Mi ero stancato, l'idea di correre una maratona tradizionale per abbassare il mio record personale di qualche secondo non mi dava più motivazioni – spiega Pugolotti – La corsa è sempre una passione, così ho cercato qualcosa di diverso, una nuova sfida. Nel 2005 ho fatto la prima maratona nel deserto, nel Sahara in Tunisia. Una corsa abbordabile, di 119 km».

A chi in seguito avrebbe affrontato anche una no-stop di 270 km sul massiccio dell'Ahaggar, sempre Sahara, in Algeria, si può concedere di considerare abbordabile una 119 km. Non fu, però, amore a prima vista con il deserto. «La prima volta volevo scappare a casa, non ho chiuso occhio la prima notte. Però ero entusiasta di questa sfida, ho trovato un messaggio positivo nella paura e nel richiamo della natura. Ora il deserto non ha più segreti per me, è casa mia, mi chiamano “Desert Fox” (volpe del deserto, ndr). Sono diventato parte del deserto, ora quando corro sono un pezzo si sabbia, un pezzo di sole. La prima volta ero lontano anni luce da esserlo, ho imparato ad affrontare l'ottovolante di sensazioni che si provano durante gare del genere, col fisico che risponde bene e un attimo dopo ti lascia a terra».

L'uomo col deserto ai piedi








CONDIZIONI ESTREME - Gare di questo tipo durano un giorno e mezzo, una 250 km si completa in circa 41 ore anche se dipende dai percorsi. Per recuperare, Pugolotti ha bisogno di un mese da 10 chilometri al giorno a ritmo “blando”, mentre la preparazione mirata per la gara dura tre mesi e mezzo. I momenti difficili arrivano inesorabilmente gare così, come ha provato nell'ultima disputata, lo scorso agosto in Islanda (250 KM), in un contesto completamente diverso da quelli a cui era abituato, fra ghiacci e vulcani. «Un'altra sfida con me stesso per vedere dove potevo arrivare. Le condizioni climatiche sono state tremende, il vento impressionante, a 110 kh/h, e per questo la pioggia, durata tutta la gara, mi arrivava orizzontale.

La temperatura è stata di due gradi, ma quella percepita in quelle condizioni molto più bassa. Con esperienza me la sono cavata e ora so come affrontarla in futuro, i 250 km sono stati il problema minore. La più difficile in assoluto? Quella nel deserto del Gobi, un'area tremenda, si corre su un altopiano a 3.600 metri, in posti tagliati da venti fortissimi, anche se non come quelli in Islanda, 42-43° umidissimi. Il deserto più caldo è in Egitto, con 50° fissi a settembre-ottobre. Le tempeste di sabbia sono un altro ostacolo non da poco. Ne ho prese cinque, una volta in Marocco la gara venne interrotta».

PARMIGIANO E NUTELLA - Fondamentale in queste gare è l'equipaggiamento, ma anche i momenti in cui reidratarsi, mangiare e riposarsi: «Ci muoviamo con dei Gps e ogni 25-30 chilometri ci sono dei passaggi obbligatori per il rifornimento, dove riceviamo tre bottiglie d'acqua da un litro e mezzo. Io cerco di tenere lo zaino il più leggero possibile, il peso minimo sono 7 chili, devi conoscerti bene e caricarlo con le cose strettamente necessarie. Io mi alimento con Parmigiano, Nutella e liofilizzati, ad esempio purè. Per ripararmi dal freddo delle notti ho una mantellina traspirante e magari una maglia. Le notti sono paurose e provocano il 90% dei ritiri. La pila frontale illumina per venti metri, praticamente è come non vedere nulla, vai con l'istinto e l'esperienza. Io non dormo praticamente mai, una volta ho provato a riposarmi puntando la sveglia 40 minuti dopo, ma dopo mezzora ero quasi in iportermia».

MOSTRO DI SABBIA - Ovviamente queste maratone sono anche occasioni per conoscere luoghi, persone e culture diverse. «Mi affascinano i Tuareg, mi hanno insegnato a non avere paura della vita. Loro non hanno niente, noi al loro confronto siamo dei miliardari, ma sono sempre positivi e non hanno la paura di non avere un posto fisso dove vivere. Il deserto, ormai, non ha più segreti per me: esistono 20 tipi di sabbia diversi, dal colore e dall'ondulazione ora so individuare di che tipo sono e come correrci. In macchina non lo farei mai, il solo rumore del motore ti fa perdere la magia di quei posti. Lì devi essere da solo, come un naufrago, il rumore più forte che senti è quello del battito del tuo cuore. Per un omino piccolo come me, l'idea di dominare il mostro di sabbia è una soddisfazione incredibile».

Luca Aquino
01 ottobre 2013

John McAfee lancia il gadget (lowcost) anti-NSA

Corriere della sera

di Greta Sclaunich


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Quanto costa la privacy? Solo 100 dollari: il prezzo di “D-Central”, il gadget anti-NSA che John McAfee si prepara a lanciare sul mercato. Dopo essere diventato famoso con l’omonimo antivirus (ed essere balzato agli onori della cronaca per eccessi e stravaganze, come il trasferimento in Belize e la fuga dopo essere stato sospettato di omicidio) l’informatico ed imprenditore statunitense ora punta sulla lotta allo spionaggio e su un nuovo strumento capace di bloccare l’accesso ai dati personali degli utenti da parte della NSA. Grazie al nuovo gioiellino “in nessun modo le agenzie sapranno chi sei o dove sei”, ha riassunto McAfee.

L’annuncio è arrivato durante un intervento alla San José McEnery Convention Center: “D-Central” per ora esiste solo sulla carta ma John McAfee ha le idee ben chiare su come dovrà essere. Innanzitutto, il dispositivo dovrà creare reti di protezione intorno a piccoli network privati in modo da renderli inespugnabili ai controlli della National Security Agency; dovrà essere integrabile a smartphone, tablet e laptop in modo da permettere agli utenti di comunicare fra loro tramite tutti i supporti. Ma soprattutto, dovrà essere lowcost: il prezzo sarà di circa 100 dollari. Grazie a “D-central” gli internauti potranno comunicare tra loro tramite reti private in movimento (dell’ampiezza di tre isolati, come ha spiegato McAfee) e inviarsi file restando invisibili ai controlli della NSA.

Il rischio? Che qualcuno lo usi per fini illegali. Ma McAfee non si scompone: “Certo che può essere utilizzato per scopi criminali, ma anche il telefono può essere usato allo stesso modo”, ha sottolineato spiegando le caratteristiche del nuovo strumento. E se produzione e vendita verranno proibite negli Usa, nessun problema: “Lo venderò in Inghilterra, in Giappone, nel Terzo Mondo”, ha replicato a chi gli domandava se avesse considerato l’ipotesi.Il progetto, secondo quanto dichiarato dal creatore, è già pronto. McAfee ha spiegato che ci sta lavorando da anni, ma che negli ultimi mesi ha deciso di intensificare gli sforzi in modo da lanciarlo al più presto (che l’accelerazione sia dovuta allo scoppio del “Datagate”, nel giugno scorso?). Ora sta cercando dei partner per lo sviluppo ma spera di riuscire a produrlo entro i prossimi sei mesi.

Device e sistemi anti-spionaggio potrebbero quindi diventare una nuova nicchia del settore tech, visto che dal “Datagate” in poi la questione della privacy è sempre più dibattuta, negli Usa ma non solo. Il “D-Central” firmato McAfee non è né il primo né l’unico dispositivo che si ripromette di creare sistemi di protezione a prova di intelligence. Basti pensare a Occupy.here, il network utilizzato dal movimento Occupy per permettere agli attivisti di comunicare tra di loro senza essere intercettati. O a FreedomBox, sistema che consente di avviare chat schermate: il software, sviluppato grazie ai finanziamenti ottenuti via Kickstarter, costa solo 50 dollari. La metà del possibile prezzo di lancio del dispositivo di McAfee.

Quanto pagheresti per riaverlo?” Il Messico e i sequestri dei cani

La Stampa

Sono oltre 26 mila i casi documentati negli ultimi sei anni. Le associazioni animaliste si stanno battendo, ma manca l’aiuto dello Stato

claudia audi grivetta (agb)


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«O il cane o la vita». Queste è la minaccia che un ignaro cittadino di Città del Messico o di Guadalajara può sentirsi rivolgere mentre porta il suo amato amico a quattro zampe a fare una passeggiata o un bisognino. In Messico infatti i furti di cani di razza si sono quadruplicati negli ultimi anni, passando da episodi certo sgradevoli ma sporadici, a vera e propria ondata di criminalità organizzata indirizzata esclusivamente nei confronti di fido e del suo padrone. Solo negli ultimi sei anni sono 26 mila gli esemplari sequestrati per le strade o sottratti dalle abitazioni. Numero che si riferisce esclusivamente ai casi documentati di rapimento con riscatto, ma è probabile che siano molti di più, se si considera che non per tutti è possibile pagare una cifra decisamente alta per riavere indietro il proprio cane. Non sempre poi i rapitori pretendono un riscatto, ma usano gli animali per le tristemente celebri lotte di cani (addestrando quelli di taglia grossa in modo da farli diventare violenti), o per farne delle cucciolate destinate alla vendita (in caso di esemplari particolarmente costosi). 

Dinamiche
Le dinamiche dei rapimenti sono due. La prima: al parco o in strada, un uomo con volto coperto si avvicina al proprietario che passeggia col cane al guinzaglio e, puntandogli una pistola, gli ordina di consegnargli l’animale. Il padrone, ovviamente terrorizzato, gli cede il cane. In seguito riceverà telefonicamente una richiesta di riscatto molto salata. L’organizzazione di questi sequestri è evidentemente curata nei minimi dettagli, i criminali studiano le abitudini del proprietario dell’animale e della famiglia, sanno quando l’abitazione è vuota e quando il cane vi si trova al suo interno da solo. Ed è proprio in questa circostanza che mettono in atto la seconda modalità di furto, introducendosi in casa e prelevando direttamente da lì l’animale. L’iter seguente rimane invariato: la telefonata, la domanda: «Quanto pagheresti per riaverlo?», ma è una domanda retorica. La cifra equivale sempre ad almeno sette volte quello che il padrone ha sborsato per comprare il cane al negozio. 

La crociata
Mariam Luzcan, attivista specializzata nella difesa dei cani e dei loro diritti che vive a Città del Messico, detiene un triste primato: il suo cane “Doggie” di razza Dachsund è stato rapito ben quattro volte, per un totale di più di seicento euro spesi in riscatto per riportarlo a casa sano e salvo. «Non fareste la stessa cosa per un figlio? Ma questo è un crimine senza punizione. La polizia non si occupa dei sequestri di persone, figuriamoci se si tratta di cani», dice Mariam molto realisticamente. «C’era una coppia di amanti dietro a dei cespugli, io stavo camminando col mio cane e non mi è proprio venuto in mente che potessero essere dei ladri. Improvvisamente si sono piazzati davanti a me e mi minacciavano con una pistola.

Giorni dopo sono stata chiamata dalla stessa gang che operava alla stazione Tacubaya», racconta la Luzcan a “Reuters”. La sua è diventata una vera e propria crociata contro questa piaga e non solo, si è evoluta in una battaglia contro l’acquisto di cani di razza. Mariam gira per le strade della capitale con il suo furgoncino rosso, a bordo decine di cani e molti altri ne raccoglie per strada. Li porta nella sua casa e li tiene con sè (anche più di quaranta cani per volta) fino a quando non ha trovato loro un padrone che li adotti. La sua pagina Facebook è letteralmente inondata di immagini di cani randagi che, attraverso il social network e il passaparola, trovano quasi sempre una sistemazione accogliente. 

La polizia
Il problema dei sequestri di cani in Messico è ulteriormente complicato dal fatto che la polizia raramente si interessa a questi casi, che non coinvolgono le persone direttamente ma solo indirettamente. In un paese dove la metà della popolazione vive in povertà e in cui il traffico di droga ha ucciso più di 70 mila individui, spesso gli agenti non hanno il tempo di occuparsi anche degli animali. Ma la questione pare essere diventata tanto capillare che, in giro per Città del Messico, capita sempre più spesso di notare decine e decine di cartelli affissi sugli alberi o sui muri con le foto degli animali scomparsi e in cui i padroni offrono spontaneamente una ricompensa ai rapitori pur di poter riabbracciare il proprio cane. Il contatto diretto con i criminali tramite il telefono pare essere più efficace di qualsiasi tipo di denuncia ufficiale.

La proposta dei veterinari
Negli ultimi anni sono nate in Messico decine di associazioni che si battono per la difesa degli animali e per la sensibilizzazione nei confronti di questi casi. Purtroppo però, nonostante il reato si possa considerare alla stregua dell’estorsione o della frode, non esiste ancora una legislazione specifica. L’unica soluzione per il momento pare essere quella che propongono i veterinari: impiantare al cane un microchip identificativo sottopelle di modo da poterlo localizzare in qualsiasi momento, cosa che agevolerebbe anche l’eventuale intervento della polizia. Il costo si aggira sui cinquanta dollari, circa quaranta euro, nulla in confronto alle cifre vertiginose chieste dai sequestratori. 


Il Medio Oriente dopo le rivolte “Potrebbero nascere altri 9 Paesi”

La Stampa

Sul New York Times le previsioni della giornalista Robin Wright: «La Siria resta la Regione più prossima alla frammentazione»

francesca paci

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E’ dal disfacimento dell’impero ottomano che ci s’interroga sulla natura del Medioriente, quel mosaico di etnie, religioni, culture su cui un secolo fa le potenze straniere tracciarono, con l’arroganza dei vincitori, confini destinati a stridere sin dal giorno successivo alla partizione (il merito del “disegno” va al britannico Sir Mark Sykes e al francese François Georges-Picot). Non a caso gli arabi contemporanei sono particolarmente sensibili all’argomento, temendo, al solo menzionarlo, un nuovo complotto occidentale per dividerli e indebolirli ancora una volta. 
Eppure, da due anni a questa parte, le cose stanno cambiando davvero.

Rinvigorite dalle involontarie conseguenze delle primavere arabe, le forze centrifughe di identità diverse e spesso rivali stanno mettendo a ferro e fuoco una regione che per la prima volta, nel 2011, è parsa voler cercare un ruolo non “commissariato” nello scacchiere geopolitico mondiale con gli egiziani, i tunisini, i libici, gli yemeniti e i siriani determinati a rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione con buona pace dei dittatori locali. Decine di milioni di arabi scesero allora in piazza chiedendo la fine di regimi polverosi ma anche una decentralizzazione del potere che tenesse conto del territorio e della distribuzione delle risorse. La rivolta siriana, la meno prevedibile di tutte secondo l’intellettuale egiziano Tariq Ramadan, ha rappresentato una svolta nel trend regionale moltiplicando al suo interno (e all’esterno) i fronti, le contrapposizioni e i rischi.

Quale sarà dunque la natura del Medioriente quando il vento della primavera araba si sarà calmato? La giornalista Robin Wright, autrice del volume “Rock the Casbah: Rage and Rebellion Across the Islamic World” e analista del United States Institute of Peace and the Wilson Center, abbozza sul New York Times una mappa ipotetica in cui, al termine del terremoto in corso, da cinque paesi (Siria, Libia, Yemen, Iraq, Arabia Saudita) ne verrebbero fuori quattordici. Senza calcolare la possibilità di città Stato tipo Misurata.

Ecco grossomodo le sue linee guida.

1. La Siria è il paese più prossimo alla frammentazione. Da una parte l’Alawitistan, il regno della minoranza del presidente Assad che ha controllato il paese per decenni e ora potrebbe ritirarsi nella fascia costiera attraverso un corridoio che comprende Homs, Damasco e Hama, dall’altra il Sunnistan, il paese della maggioranza sunnita che potrebbe anche federarsi con le province sunnite dell’Iraq, e infine il Kurdistan siriano nella zona nord del paese che è in parte già autonomo dal 2012 (i kurdi siriani sono diversi dai kurdi iraqeni ma da mesi stanno stanno creando una comunità transfrontaliera unica).

2. L’insurrezione libica è stata la risposta al feroce despotismo del colonnello Gheddafi ma ha raccolto anche le richieste separatiste della regione di Bengasi, insofferente al controllo di Tripoli. Parliamo di due aree geografiche distinte ma anche di due tribù: i tripolitani, più orientati al Maghreb e al mondo islamico occidentale, e i cirenaici rivolti invece all’islam orientale, nemici giurati culturalmente ma anche economicamente giacchè sin dai tempi di Gheddafi la capitale gestiva gli introiti del petrolio proveniente all’80% dalla Cirenaica. Oggi dunque la Libia potrebbe spaccarsi in due o tre parti dopo che a giugno il Consiglio Nazionale della Cirenaica ha dichiarato l’autonomia. Il terzo pezzo potenziale è il Fezzan meridionale dove ci sono etnie e tribù diverse tanto dai tripolitani quanto dai cirenaici.

3. Lo Yemen è un altro paese suscettibile di un divorzio geografico mancando di un senso comune di identità nazionale e culturale. Dopo la cacciata del presidente Saleh, lo Yemen, il più povero tra i paesi arabi, ha lanciato il cosiddetto dialogo nazionale per accompagnare il paese verso un nuovo ordine. Ma a minacciare la road map ci sono i separatisti del nord e quelli del sud, che premono per un referendum sull’indipendenza. Nel quadro di una ipotetica divisione, il sud potrebbe federarsi con l’Arabia Saudita, giacchè qui la maggior parte della popolazione è sunnita, una soluzione che garantirebbe gli yemeniti un miglioramento economico e ai sauditi l’accesso al mar arabico in modo da renderli meno dipendenti dallo stretto di Hormuz (controllato dall’Iran).

4. L’Iraq finora ha resistito alla balcanizzazione in virtù dell’interresse straniero per le sue risorse. Ma la guerra civile in Siria sta infuocando anche l’Iraq, che è l’avamposto dello scontro regionale tra sunniti e sciiti. In un futuro fantageopolitico la minoranza sunnita iraqena, concentrata nella provincia occidentale di Anbar e sede di forti proteste antigovernative, potrebbe trovarsi più a suo agio da sola con la spalla dei sunniti siriani. Mentre il sud potrebbe diventare una sorta di Sciitistan. Il Kurdistan si legherebbe a quello siriano.

5. Infine, l’Arabia Saudita, la terra meno “toccata” dalla primavera araba ma la più esplosiva. Il regno saudita ha cristallizzato il paese sotto la cappa dei grattacieli e delle autostrade a otto corsie che nasconde non soltanto un governo tirannico ma un complicatissimo puzzle di etnie, culture, tensioni tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita concentrata nel petrolifero est, disparità economiche su cui preme il 30% di disoccupazione giovanile.

L'assessore Tommasielli si dimette: atto irrevocabile e con effetto immediato

Corriere del Mezzogiorno

Il sindaco: «Dispiaciuto ma apprezzo il gesto»


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NAPOLI - Questa volta è vero, non si torna indietro. Stamattina, al protocollo generale del Comune, Giuseppina Tommasielli ha «consegnato in maniera irrevocabile e con effetto immediato le deleghe allo Sport, alle Pari Opportunità ed alla Sanità conferitele dal sindaco Luigi de Magistris il 13 giugno 2011».

A nulla è servito recente gesto del primo cittadino di riconfermare le deleghe all'assessore finita al centro di una inchiesta per alcune multe elevate a carico di familiari per le quali avrebbe chiesto favori. Il sindaco aveva «stigmatizzato il suo comportamento», ma le aveva ridato fiducia «in ragione del positivo lavoro da lei svolto in questi due anni di amministrazione, durante i quali l'assessora Tommasielli non si è mai risparmiata in termini di impegno, serietà e passione». Ma ora che nell'aria c'è odore di rimpasto la Tommasielli fa un definitivo passo indietro. Non solo. Forse ad aver suggerito l'atto definitivo potrebbe essere stata l'imminete discussione sulla sfiducia che la riguardava personalmente, fissata per il prossimo due ottobre.

IL SINDACO - «Sono dispiaciuto e rammaricato - afferma il sindaco de Magistris - sul piano umano prima ancora che politico. Pina Tommasielli è stata sempre in prima linea nella lotta per il cambiamento della nostra città. Apprezzo questo atto di dimissioni che le consentiranno di poter esporre le sue ragioni e argomentare il lavoro da lei compiuto. Una decisione motivata anche dalla volontà di evitare, in un momento delicato per la città, possibili difficoltà all'amministrazione rispetto ad una vicenda che ha causato un serrato dibattito pubblico, afferendo a temi molto sentiti, in questa fase storica, dal tessuto sociale e dall'opinione pubblica».


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Redazione online30 settembre 2013

De Magistris sindaco travicello

Corriere del Mezzogiorno


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Enrico Letta sa di poterlo diventare e rifiuta la prospettiva. Luigi De Magistris l’accetta come se nulla fosse. Essere o non essere un re travicello? Questo è il dilemma. Accogliendo le dimissioni dell’assessore Tommasielli, quella delle multe cancellate al cognato, il sindaco ha dato la sua risposta. Preferisce galleggiare, vivacchiare senza maggioranza netta, aspettare che la corrente lo porti da qualche parte, che un Renzi diventato segretario Pd lo salvi dalla deriva. Intanto fa quello che i consiglieri comunali gli dicono di fare. E per ora, giustamente, gli hanno detto di sacrificare un assessore che di recente il sindaco, vestendosi di autorità morale e politica, aveva invece deciso di perdonare.

L’inefficacia del perdono sindacale la dice lunga sui poteri reali di de Magistris.  Ogni suo atto, da oggi in poi, potrà essere messo in discussione. Di fatto, abbiamo un sindaco senza maggioranza precostituita. Un sindaco di minoranza. Un sindaco travicello, appunto. E cosa si voglia intendere con questa espressione è facile intuirlo. “Re Travicello – ci spiega infatti Wikipedia- è un’espressione idiomatica della lingua italiana. Si usa per indicare una persona che occupa una posizione importante o una carica ufficiale, ma che non ha autorità o capacità sufficienti a esercitarne il potere”. Paradossale epilogo per un sindaco scelto con una elezione diretta e con un generoso premio di maggioranza.

Canino, un paese nel terrore: gli uccelli attaccano le persone, già nove feriti. "Li prenderemo"

Il Messaggero
di Massimo Chiaravalli


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VITERBO - Finora hanno attaccato almeno nove persone, spesso ferendole e mandandole all’ospedale. Neanche lo stesso Alfred Hitchcock avrebbe mai immaginato che “Gli uccelli”, uno dei suoi capolavori, sarebbe diventato realtà esattamente mezzo secolo dopo la sua uscita. E invece sta accadendo in questi giorni a Canino, un paese sotto shock a causa di una coppia di allocchi che – inspiegabilmente – attaccano le persone come nel film.

La zona è quella del centro. Salverio Salvi è uno degli aggrediti. «Sono almeno una decina di giorni – dice - che una coppia di allocchi sta attaccando. Finora è successo sempre a gente adulta, ma vista la frequenza abbiamo paura per i bambini. E’ una bella bestia: l’apertura alare sarà un metro e mezzo, mette paura». Pare che abbiano nidificato. «Sono spariti anche gatti e piccioni. Girano tra la chiesa e il giardino pubblico. Una signora che è dovuta andare in ospedale». Ecco la sua testimonianza. «Una di queste sere – racconta Letizia De Nobili – fuori casa sentivo dei versi strani, non come quelli degli animali che si vedono qui. Così sono uscita e l’ho visto. Non ho fatto nulla, l’ho solo osservato: me lo sono trovata addosso senza avere neanche il tempo di reagire».

Sarà alto almeno 40 centimetri, assicura. «Non me lo aspettavo – continua la donna - pensavo avessero loro paura di noi, invece è il contrario. Dopo mi sono chiusa dentro casa, ero sanguinante. Mi ha colpita al naso, al labbro e al viso. Fortunatamente portavo gli occhiali, altrimenti mi avrebbe portato via un occhio». Una scena identica a quelle girate dal maestro del brivido. La sera la gente esce a cercarli. Tra le persone attaccate anche il presidente del centro anziani Gabriele Ballanti, un’intera famiglia, i Marcoaldi, e una dottoressa. Su un gruppo Facebook di Canino si leggono commenti che mostrano il paese diviso tra chi vuole uccidere gli allocchi e chi no. Dalla polizia locale confermano che i casi ammontano a nove, sono partiti due settimane fa «ma nell’ultima – raccontano – si sono intensificati». A Canino venerdì sera sono state posizionate dalla Forestale due trappole per catturarli. Sono sulle terrazze di persone aggredite. La speranza comune è che li catturino presto, «prima che facciano male a qualche bambino».


Domenica 29 Settembre 2013 - 21:06
Ultimo aggiornamento: Martedì 01 Ottobre - 08:31

La Francia non vuole Romania e Bulgaria nello spazio Schengen

La Stampa

Il ministro degli Interni Valls rilancia contro i campi illegali. Si moltiplicano gli sgomberi,vari ministri socialisti insorgono

alberto mattioli
corrispondente da parigi


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La Francia non vuole Romania e Bulgaria nello spazio Schengen. Lo ha ripetuto il ministro degli Esteri, Laurent Fabius, allineando quindi Parigi alla maggior parte dei ventisei Paesi europei (ventidue dell’Unione più Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda) che fanno parte della zona di libera circolazione. Ma l’uscita di Fabius è importante perché da una settimana la classe politica francese in generale e la maggioranza di governo in particolare litiga sui rom e sulla fermezza del ministro degli Interni, Manuel Valls, contro i campi illegali.

In effetti, romeni e bulgari possono circolare liberamente nella Ue da quando ne sono diventati membri, nel 2007. Il passaggio delle frontiere richiede solo un semplice controllo d’identità e il soggiorno fino a tre mesi in ogni Paese è libero. In compenso, per restare più a lungo romeni e bulgari devono dimostrare di avere un reddito o un lavoro, il che non è certamente il caso della maggioranza dei rom. Queste restrizioni finiranno con il 2013, insieme al periodo «di prova» europeo di Romania e Bulgaria. 

Per aderire a Schengen, tuttavia, ci vuole il parere favorevole e unanime di tutti i Paesi che ne fanno già parte. Il problema è che, con Romania e Bulgaria, la Ue si trova ad avere tre nuove frontiere, due terrestri, con Ucraina e Turchia, e una marittima, sul Mar Nero. E bisogna essere sicuri che Bucarest e Sofia siano effettivamente in grado di controllarle. Finora erano stati Germania e Paesi Bassi a opporsi all’ingresso in Schengen dei due nuovi partner. Adesso si schiera contro anche la Francia: «Alle condizioni» attuali» dice Fabius, l’ingresso è «molto difficile».

Da politico scafato, Fabius è stato molto attento a non mischiare il dossier romeno e bulgaro con quello dei nomadi. Ma è chiaro che la sua posizione rafforza quella di Valls. Il «primo flic di Francia» ha scelto la linea dura, anzi continua quella dei suoi predecessori sarkozysti. Si moltiplicano gli sgomberi dei campi non autorizzati e le espulsioni manu militari di chi ci vive. Di recente, Valls ha poi infranto un tabù del politically correct dichiarando che i rom non vogliono integrarsi e che il loro stile di vita «è radicalmente diverso» da quello francese.

Ne è nata l’ennesima cacofonia governativa: un paio di ministri socialisti hanno attaccato Valls, quella verde Cécile Duflot l’ha accusato di «mettere in pericolo il patto repubblicano», le associazioni antirazziste sono insorte. Valls tira dritto, definisce «insopportabili» le frasi della Duflot (che molti nella maggioranza ritengono insopportabile tout court), incassa il pubblico appoggio di sedici «ténors» socialisti e soprattutto, secondo l’ultimo sondaggio, del 77% dei francesi. Intanto, mentre a Parigi si litiga, Bruxelles ricorda che i rom sono cittadini europei come tutti e minaccia sanzioni. 

I blindati dell'esercito alle polizie locali Le cittadine Usa si militarizzano

Corriere della sera

I mezzi usati contro gli ordigni in Afghanistan dati a chi li chiede. E ogni piccolo centro ha anche i suoi «Swat»

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WASHINGTON - Madison, Indiana, 12 mila abitanti. Preston, Idaho, 5200 anime. Murfreesboro, Tennessee, 111 mila persone. L’Ohio State University. La Contea di Dallas, Texas. Solo alcune delle decine di località Usa dove polizie o sceriffi hanno ricevuto dal Pentagono i blindati MPRA, mezzi costruiti per affrontare gli ordigni esplosivi in Iraq e in Afghanistan. Veicoli in surplus donati, in base ad una legge in vigore da anni, a quelle agenzie che li hanno richiesti. L’unica spesa, per ora, è il trasporto. Poi ci sarà la manutenzione, con costi non secondari, ma a questa ci penseranno i contribuenti.

A COSA POSSONO «SERVIRE» - Molti si sono chiesti, a ragione, se le cittadine abbiano davvero bisogno di mezzi da guerra. Gli ufficiali hanno dato risposte diverse. Quelli di Dallas li useranno quando dovranno arrestare qualche criminale pericoloso. L’ateneo dell’Ohio pensa al pericolo degli sparatori di massa, spesso protagonisti di attacchi nelle scuole. Altri si premuniscono nel caso di una presa d’ostaggi. E c’è persino chi azzarda a un impiego per la protezione civile: se c’è un’alluvione i blindo hanno il «passo alto» e sono in grado di raggiungere zone isolate. In realtà il fenomeno si inserisce in una progressiva militarizzazione delle polizie americane, alcune con un’esperienza ridotta al minimo, ma con un armamento degno di un esercito. Sempre grazie alla famosa legge hanno acquisito dal Pentagono fucili d’assalto, fuoristrada Humvee, apparati elettronici. Il materiale è poi passato alla miriade di Swat team, le unità di teste di cuoio che ogni dipartimento ha formato in modo autonomo.

«SWAT» PER TUTTI - Un numero aiuta a capire. Nel 1980 erano stati registrati 3000 interventi di reparti speciali. Oggi i blitz Swat sono arrivati a 80 mila. Spesso show di forza sproporzionati rispetto alla minaccia. Però avendo l’unità - e ora il super blindato - gli sceriffi non vedono l’ora di mandarli in azione. La distribuzione degli MPRA è favorita dal progressivo disimpegno americano dall’Afghanistan e da altri teatri. Su un parco mezzi di 25.500 blindati, il Pentagono prevede di tenerne circa 11 mila. Molti di quelli schierati nello scacchiere afghano saranno rottamati nonostante il costo unitario di un milione di dollari. Per l’esercito locale sono troppo sofisticati ed hanno un mercato ridotto sul piano internazionale.

1 ottobre 2013 | 6:35






Lo «shutdown» chiude la Statua della Libertà

Corriere della sera
Chiusi i parchi, da Yellowstone a Yosemite, impossibile visitare memoriale di Lincoln, niente visite a Casa Bianca e al Congresso

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America sotto pressione per il mancato accordo sul bilancio. Il braccio di ferro che paralizza il potere legislativo si è accasciato. E mentre inizia l'era «obamacare», la riforma della discordia, entra in vigore la legge che di fatto ha provocato lo shutdown. La paralisi della pubblica amministrazione americana scattata a mezzanotte (ora di Washington) non risparmia parchi nazionali, musei, zoo, e persino la Statua della Libertà. Il blocco dell'intera pubblica amministrazione in Usa, la prima volta da 17 anni, oltre a mettere a rischio il posto di lavoro di 800 mila lavoratori statali, crea non pochi problemi anche ai turisti. Mentre anche alla Casa Bianca e al Congresso molti servizi verranno sospesi.

STATUA LIBERTÀ OFF LIMITS - Il monumento simbolo di New York e degli interi Stati Uniti chiude i battenti a causa dello 'shutdown' del governo americano. Liberty Island, gestita dal National Park Service - agenzia federale duramente colpita dal blocco - è destinata a restare momentaneamente chiusa per la mancanza di fondi.

DA YELLOWSTONE AL GRAND CANYON - Ingressi sbarrati nei 401 parchi nazionali Usa, tra cui il Grand Canyon, Yellowstone e Yosemite, con quest'ultimo che oggi festeggia un triste compleanno. E mentre Google celebra con un apposito Doodle proprio i 123 anni del parco nazionale Yosemite, il sito viene chiuso al pubblico.

CASA BIANCA A SCARTAMENTO RIDOTTO - Lo shutdown colpisce anche la residenza presidenziale. Al numero 1600 di Pennsylvania Avenue opera un personale ridotto e le visite turistiche sono sospese, mentre il sito della Casa Bianca non verrà aggiornato «a causa - si legge - del fallimento del Congresso». Fermi anche i siti di quasi tutti i dipartimenti e le agenzie federali.

NIENTE TOUR A CAPITOL HILL - Chiusa al pubblico anche la sede del Congresso americano. A causa della mancanza di fondi, il Capitol Building ha cancellato «sino a nuovo avviso» i tour guidati.

MEMORIAL CHIUSI E FONTANE SPENTE - Transenne impediscono l'accesso ai turisti anche ai memoriali, tra cui quelli dedicati a Lincoln, Martin Luther King e Franklin Delano Roosevelt a Washington. A causa della paralisi della pubblica amministrazione, sono state spente le 45 fontane della Capitale.

STOP VISITE MUSEI E ZOO - Porte chiuse allo Smithsonian e al National Zoo di Washington, dove verrà oscurata anche la famosa Panda Cam per osservare la crescita del cucciolo di cinque settimane. Il personale verrà utilizzato soltanto per nutrire e accudire gli animali .

NASA A TERRA - Compleanno amaro anche per l'agenzia spaziale americana, fondata esattamente 55 anni fa. In seguito alla paralisi della pubblica amministrazione, il 97% dei suoi impiegati sono rimasti senza stipendio. Gli unici a ricevere una paga regolare sono coloro i quali si occupano di sicurezza dei satelliti e degli astronauti che si trovano nello spazio.


Obama: «Repubblicani irresponsabili»
«Shutdown», le star di Hollywood non ci stanno


1 ottobre 2013 | 18:31

Io, violato, maledico il Forteto degli orrori. Rossi.

Il Giornale.it

Dal “Diario di una vecchia checca” di Nino Spirlì


Martedì 1 ottobre 2013 – Santa Teresa del Bambino Gesù – In un luogo indefinibile, in fondo all’abisso dei ricordi


30 Novembre 1986 – Sant’Andrea Apostolo Roma



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Gli avevo aperto la porta.
Era il fine settimana dei morti, intorno alle otto e mezza di sera di venerdì. Preparavo la cena. Il cane dormiva sul divano. Televisore spento; nello stereo, le canzoni di Piaf. Poi, ha squillato il telefono. Era Giuseppe, dalla cabina telefonica a pochi metri da casa mia. Mi ha implorato di riceverlo e, così, ho ceduto. E l’ho invitato a cena. Volevo parlargli, spiegargli, convincerlo. Quando il campanello ha squillato, meccanicamente ho aperto dal citofono sia il cancello che il portone di casa e sono tornato ai fornelli.

Poi la furia.
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Ho sentito solo sbattere la porta d’ingresso e ho visto Giuseppe entrare in sala assieme a due energumeni. Non mi hanno dato il tempo di dire Amen ed hanno cominciato a pestarmi a calci, pugni, testate contro il muro, contro i mobili e a turno hanno abusato di me. Continuando a picchiarmi. Tutti e tre. Probabilmente pieni di cocaina. Mi parlavo nella mente e mi dicevo non gridare tanto è inutile. Mi parlavo da morto e non provavo dolore. Avevo il gusto del sangue sotto la lingua e sentivo come due fiamme ardere ai fianchi. E ancora pugni e calci. E poi mi trascinavano sul pavimento. Ho sentito guaire il mio cane. Probabilmente pestato anche lui. E il buio. Come se mi fossi addormentato. Come un sonno non sonno. Mi sono risvegliato domenica pomeriggio, immerso in un mare di piscio, merda, vomito, sangue e Dio sa cos’altro, col mio cane che mi leccava sul viso freneticamente, come per svegliarmi; ero stato in coma, ma Dio non mi ha voluto. 

Ho tentato di alzarmi per avvicinarmi al telefono, ma ho un po’ di ossa rotte e non ce l’ho fatta. Strisciando ho raggiunto l’apparecchio. E, nel torpore della memoria, ho ricordato il numero di Francesco, il medico più discreto e disponibile che abbia conosciuto in questa città chiacchierona. È venuto, mi ha portato nella sua clinica dove abbiamo dichiarato che ero precipitato giù dal cantiere della mia casa di campagna. Gli infermieri si sono guardati negli occhi coi medici: nessuno ci ha creduto. Hanno fatto finta di farlo. Sono ancora a letto. A casa di Francesco. Ai miei abbiamo detto che ho avuto un piccolo incidente di moto e che è tutto sotto controllo. Sono io che non sono sotto controllo. 

Gli avevo aperto la porta…
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Ditelo a Rosy Bindi e a Massimo D’Alema, prima che vadano a testimoniare a difesa di Gianni Romoli. Dite a loro e anche a tutta quella sinistra Sinistra che ha visitato, incoraggiato, aiutato il Forteto di Roberto Fiesoli, il lager alle porte di Firenze, nella rossa Toscana, perché continuasse a fare come stava facendo, che quei maledetti, mai messi in dubbio, violentavano e schiavizzavano ragazzine e ragazzini che venivano loro affidati. E Dio solo sa cos’altro succedesse, in quel cimitero dell’Anima. Dio e le Vittime. Ma le Vittime, spesso, “si parlano da morto e non provano dolore”.

Io, pure. Io, Nino Spirlì, mi parlo da morto. Da 27 anni. Quel Diario è la mia vita. Io so cos’è la violenza.  Ditelo, o mettetemi in contatto e glielo dico io, che quelle piaghe, nel cervello, nel cuore, nell’anima di quei ragazzi, non rimargineranno mai. Che resteranno lì a imperituro ricordo delle nefandezze umane. Dite ai disattenti amministratori che l’hanno ingrassato, il Forteto, per oltre tent’anni e con milioni di euro pubblici, che quel luogo era l’Inferno travestito da paradiso. E che le code dei diavoli spuntarono più volte fuori dal cancello. Ma furono opportunamente ricacciate all’interno. La vergogna fu più importante del peccato. E dettò le sue leggi. Maledette leggi.

… Proprio oggi una cara amica mi ha raccontato il suo dolore di madre. Anni fa, un uomo della sua famiglia violò la sua bambina. Un uomo importante. Quella bambina, oggi una donna, porta in sé tutto lo squilibrio mai più risolto, metabolizzato. Anzi.

Noi violati continuiamo a respirare da morti, pur vivendo.
E, dunque, Bindi e D’Alema testimonino se sanno. Senza omettere. Se ce la fanno. Pensando alle Anime dei morti viventi.

Io non c’ero, al Forteto. Il mio è  uno di quei casi di “violenza domestica”(ma, ne sono certo, il gelo dentro è lo stesso). Il caso di un ragazzo che dice di no ad un uomo ricco e potente, che decide di “dargli una lezione e, magari, farlo fuori”. Così non parla. Peccato per lui che io abbia già spento 52 candeline e ne voglia spegnere almeno altre 48…

… fra me e me. Tremando, al ricordo.

Piazza Fontana, gip archivia indagine sulla doppia bomba

Luca Fazzo - Lun, 30/09/2013 - 18:37

Una inchiesta contro ignoti, nata con poche speranze e finita in una archiviazione. L'ultimo tentativo giudiziario di aggiungere tasselli di verità alla ricostruzione della strage di piazza Fontana si arena ufficialmente oggi, a quasi 44 anni di distanza dal massacro che segnò l'inizio della strategia della tensione.
 

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Il giudice preliminare Fabrizio D'Arcangelo, accogliendo la analoga richiesta della procura di Milano, archivia il fascicolo aperto due anni fa, quando alcune testimonianze, piuttosto vaghe a dire il vero, ed il libro di un giornalista avevano cercato di riaprire il caso. A sostegno della riapertura dell'inchiesta si era mosso il comitato dei parenti delle vittime della bomba che il 16 dicembre 1969 seminò la morte nella Banca nazionale dell'Agricoltura. Ma l'opposizione del comitato dei parenti è stata respinta dal gip. L'idea di fondo del libro di Paolo Cucchiarelli, reporter investigativo dell'Ansa, era transitata anche nel film di Marco Tullio Giordana "Romanzo di una strage": quella di una doppia bomba, una piazzata per scoppiare a banca chiusa, l'altra - collocata da apparati deviati dello Stato - finalizzata al massacro.

Scenario affascinante per alcuni, strampalato per altri. Ma che comunque non ha trovato alcun riscontro. La vicenda giudiziaria di piazza Fontana rimane dunque quella delineata da un percorso processuale quanto mai tortuoso. Innocente con sentenza definitiva Pietro Valpreda, l'anarchico arrestato pochi giorni dopo; innocenti, anche essi con sentenza definitiva, i neofascisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura; innocenti, infine, gli esponenti dell'ultradestra veneta finiti nelle nuove inchieste degli anni Novanta, che però hanno indicato in Freda e Ventura i registi dell'attentato, senza però poterli incriminare nuovamente (anche perchè nel frattempo Ventura è morto). Riconosciuto colpevole, ma graziato dalla prescrizione, il pentito dell'inchiesta-bis Carlo Digilio, anche lui ordinovista veneto. Unico condannato di tutta la vicenda resta l'ufficiale del controspionaggio Gian Adelio Maletti, condannato per depistaggio.