venerdì 4 ottobre 2013

Strage Lampedusa, caso a Gemonio Tolte le bandiere dal municipio "No al festival dell'ipocrisia"

Il Giorno

Nel paese di Bossi il primo cittadino si rifiuta di esporre a mezz'asta le bandiere davanti al municipio e le rimuove. Poi su Facebook si scaglia contro "il becero buonismo" del ministro Kyenge e del presidente della Camera Laura Boldrini

Gemonio, 4 ottobbre 2013


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"Io a questo festival nazionale dell’ipocrisia non ci sto!”. Con queste parole scritte su Facebook, Fabio Felli, sindaco leghista di Gemonio, ha motivato la scelta di togliere le bandiere davanti al municipio, rifiutandosi di esporle a mezz’asta nella giornata di lutto nazionale per i migranti morti a Lampedusa. Sul social network, il sindaco ha postato anche le sue foto mentre, con la fascia tricolore, toglie le bandiere dell’Italia e dell’Unione europea dal pennone.

La protesta segue la richiesta giunta a tutti i municipi d’Italia dopo il Consiglio del Ministri di ieri sera, dove è stato deciso il lutto nazionale per le centinaia di morti finiti annegati nel canale di Sicilia: ‘’Chi si deve vergognare, anzi sprofondare nella vergogna sono i nostri governanti, il ministro Kyenge e la ‘presidenta’ Boldrini, per il becero buonismo nel volere l’integrazione e l’accoglienza a tutti i costi".

"Supportate dal vostro governo di inetti e ipocriti - prosegue rivolgendosi al ministro Kyenge e a Laura Boldrini -, prendete l’aereo e andare in giro per il mondo a spese nostre a berciare ‘venite, venite’. Allora andate a prenderli con un traghetto - conclude - e date ai comuni i soldi necessari a mantenere tutta questa povera gente. Tutti questi morti sono, soprattutto, sulle vostre coscienze’’.

Amburgo, 300 profughi inviati dall’Italia Ma la Germania vuole rimandarli indietro

Corriere della sera

I migranti arrivati con un pass e 500 euro concessi da Roma per lasciare la Sicilia. Berlino: «Treni gratis per tornare nella penisola»

Sbarchi e stragi continuano a funestare le coste italiane, ma un altro dramma si sta consumando apparentemente lontano da noi, ma che ci riguarda invece da vicino. Trecento profughi, esuli da Libia, Togo e Ghana sono giunti ad Amburgo con un pass e 500 euro a testa concessi dall’Italia a chi avesse lasciato l’isola siciliana, ormai sovraffollata. Ora attendono in Germania una soluzione alla loro situazione precaria .


SOSPESI - La legittimità dell’operazione è stata messa in dubbio dalle autorità tedesche e dal quotidiano Die Welt, che giudica irresponsabile il comportamento dell’Italia . Il nostro Ministero dell’Interno Angelino Alfano ha ribadito la regolarità dell’intervento, ma il ministro tedesco Detlef Scheele sottolinea: «Non hanno nessun diritto legale a un alloggio né a un’assistenza economica, sarebbe folle dar loro false speranze di un futuro lavorativo qui» . Scaduti i permessi temporanei, gli immigrati dovrebbero tornare in Italia, e le autorità tedesche hanno già messo a disposizione biglietti del treno gratis per riportarli nella penisola. In questo palleggiarsi le responsabilità tra i due Paesi, in trecento ad Amburgo attendono una risposta dalla Cancelliera Merkel.

04 ottobre 2013

Ma Berlusconi è davvero finito?

La Stampa

Alcune considerazioni sulla domanda che tutti ci fanno
 

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La domanda che più insistentemente viene posta da chi osserva l'Italia - ma anche da chi ci vive incastrato dentro, soprattutto da un'intera generazione perduta che va dai diciotto ai quarant'anni (gli altri, nel bene o nel male, sono sistemati da qualche parte e/o compromessi)  - è semplice, e banale quanto una conversazione al bar: Berlusconi, tanto più nella giornata della sua decadenza votata in Giunta al Senato, è finito?

Come sapete, per la terza volta (le altre due sono state alla fine degli anni novanta, e poi nel 2006-2007) i media italiani tendono largamente a ritenere di sì, e stanno dunque accompagnando con non celata soddisfazione l'operazione politica che ha portato Alfano a sostenere Letta assieme a un gruppo di ex democristiani e ex  socialisti del Pdl. Non è solo uno di loro, l'antico collaboratore di Cossiga Naccarato, a scomodare senza tema d'enfasi il fantasma di Aldo Moro: sono tanti commentatori e persino osservatori del campo democratico (che danno voce al medesimo sentimento che ha portato il pubblico di Ballarò ad applaudire a mani spellate mentre Cicchitto - un vecchio socialista - dava dello stalinista a Sallusti. Meraviglie del possibile). 

Addirittura, il povero Angelino - uno che non ha mai particolarmente goduto di buona stampa, che veniva sempre descritto come il ragazzotto siciliano formatosi facendo in sostanza da assistente al Cavaliere e anzi, appena un mese fa era a un passo dalla rovina politica per l'improntitudine con cui aveva gestito il caso Shalabayeva (allora fu Letta a salvarlo, oggi è lui che ha salvato Letta) - ecco, viene invece oggi raccontato con impalcature da "personaggio" in altri tempi destinate a leader veri. Insomma, è diventato grande.  E' diventato - così viene detto da alcuni - un grande. 

Ci viene al contrario detto che non è più, invece, "un grande" - nonostante quanto sussurri in aula il premier Letta - il vecchio caimano Silvio Berlusocni. Gli articoli migliori lo raccontano coi denti spuntati e sostanzialmente in preda a continui disturbi dell'umore e crisi di pianto. E' sicuramente vero. Se ne può dedurre, in automatico, la fine politica? Qui spiegherò alcune delle ragioni che considero più importanti per mettere un po' in guardia da questa conclusione rapida.

- Posto che mai ho creduto al mito del Berlusconi invincibile, occorre partire però da una constatazione: dopo l'incresciosa giravolta all'ultimo secondo (al punto da chiedermi se sia stata tutta una farsa), Berlusconi ha davvero mostrato che in questo momento non può fare a meno di Alfano. Nulla però toglie il tarlo dalla mente che il tutto fosse, non certo previsto, ma messo almeno nel conto. E' vero che Berlusconi non ha più la potenza di fuoco per applicare ai dissidenti il metodo della damnatio a suon di colpi bassi, toccato in varie forme a Follini, Casini, e assurto al rango di "metodo Boffo" con Boffo, appunto, e con Fini; ma era pur sempre abbastanza forte - economicamente, e nel sistema dei suoi media - da intraprendere subito una campagna di distruzione sistematica dell'immagine di Alfano, e delle altre "colombe". Poteva, ma non l'ha fatto.

Non ha mai neanche timidamente criticato il segretario del Pdl, neanche quando sembrava che Alfano ostentatamente gli si ribellasse, peraltro con la comica frase dei "diversamente berlusconiani". Anzi già prima del voto rispondeva a uno dei tanti falchi, che ne chiedevano lo scalpo, che Alfano era nel suo cuore, un intoccabile: "Martedì notte - ha detto Berlusconi -  intorno alle due, Angelino è venuto a trovarmi a Palazzo Grazioli, e non per convincermi a votare la fiducia o per mettermi in guardia da qualcuno. Mi ha semplicemente detto delle cose che porterò per sempre nel cuore". L'uomo resta la sua leva di questa fase, E NON il capo dei suoi traditori. Forse Berlusconi ha tradito i falchi, all'ultimo secondo. O forse ha usato i falchi e le colombe, sia pure magari in extremis, e costretto dalla situazione.

- Berlusconi sa - l'ha sempre saputo, a mio avviso - che in questa fase non otterrà le elezioni, che sarebbero comunque difficili. E allora che fa? Resta comunque agganciato al governo, ma si prepara un'uscita e uno smarcamento nel caso (possibilissimo) in cui questo dovesse andare avanti a colpi di tasse e riforme zoppicanti. Quando le elezioni ci fossero, tornerebbe a calare il logo Berlusconi sul tavolo, a quel punto meno compromesso dalla partecipazione diretta all'esecutivo. Potrebbe urlare in campagna elettorale: ve l'avevo detto io. Io volevo farli cadere. Non importa la sua incandidabilità: basta il nome. 

- Perché dico che basta il nome? La sacrosanta decadenza - su cui oggi ci si avvita - politicamente non è neanche rilevante, alla fine. E' un accessorio, che fa quasi parte dello show. Come Berlusconi disse nel videomessaggio a lungo meditato, lui ci sarà comunque, un leader è un leader se ha i voti, non se decade o meno. E' un tassello fondamentale della sua visione del mondo, rinforzato da una circostanza: se lui in persona, per molte ragioni, sarà improponibile, non lo sarebbe la figlia, ma al limite basterebbe il semplice nome "Berlusconi" sul simbolo del partito. A quel punto la domanda diventerebbe: nonostante Alfano e Letta governino, chi è che ha i voti? 

- Si può rispondere innanzitutto per via negativa. Alfano, pare di tutta evidenza, no. Non è neanche certo che un suo ipotetico gruppo centrista - con o senza lo sfondamento trasversale di Letta - abbia il medesimo appeal che ebbe il gruppo Monti alle ultime elezioni. I sondaggisti (che peraltro valgono quello che valgono) su Monti avevano sbagliato meno che su altro: valeva attorno al dieci, poco più poco meno. Lo stesso hanno ripetuto ieri a La Stampa interrogati su Alfano. Né chi è stato inviato in giro in questi mesi può testimoniare onestamente dell'esistenza di un sentimento alfaniano nel "Paese reale"; mentre uno berlusconiano - scosso, ammaccato, traballante - c'è ancora, attenzione che c'è. 
- In che misura esiste, questo berlusocnismo alla Salò?

E' questa, non i giochi e gli assetti di establishment, la vera domanda che bisogna porsi se no si fosse totalmente affabulati dal Palazzo; una domanda a cui è impossibile dare una risposta, se non sotto elezioni (che non ci sono). L'Italia è davvero uno strano Paese, ma nulla autorizza a escludere nulla. Ciò che sarà cruciale è sicuramente la scelta di una legge elettorale. Con un purissimo proporzionale Letta indebolirebbe Renzi, e Alfano Berlusconi: è stato osservato da altri e è vero. Resta tuttavia un piccolissimo intralcio: bisogna andare a prendersela, anche una maggioranza proporzionale. Prima o poi. E qui lo statista Alfano potrebbe tornare il ragazzo siciliano. 

twitter @jacopo_iacoboni

Bomba a La Stampa, poteva uccidere

La Stampa

Hard disk con 120 grammi di esplosivo recapitato a un cronista: nella rivendicazione si cita l’alta velocità

claudio laugeri
torino


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Una bomba mascherata da hard disk. Per uccidere. Centoventi grammi di polvere esplosiva pressata dentro un hard disk, con tanto di cavetto per il collegamento al computer. Una trappola. È arrivata martedì nella redazione de «La Stampa», indirizzata al collega Massimo Numa, che da tempo si occupa delle tematiche della Val di Susa e dei No Tav. E proprio quello è l’argomento richiamato nella lettera formato A4, infilata nella busta assieme alla bomba travestita da memoria per il pc. L’esplosivo era collegato a un chip, destinato a fondere appena raggiunto dalla corrente elettrica. Il corto circuito avrebbe causato l’esplosione. Devastante per il collega e per chi gli fosse stato accanto.

Secondo attentato
Il 9 aprile era arrivata un’altra busta, indirizzata alla redazione. In quell’occasione, un fattorino si era insospettito per il gran numero di francobolli e per la mancanza del timbro di spedizione. Dentro c’era un astuccio per cd, imbottito di polvere esplosiva. Non è esploso soltanto per un caso. È finito sul tavolo dei fattorini, assieme alla posta per i giornalisti, per la direzione. L’addetto allo smistamento ha aperto il plico, ha notato alcuni fili elettrici e ha capito che erano collegati a una bomba. L’ordigno è stato rivendicato alcuni giorni dopo con una lettera inviata al Secolo XIX dalla Federazione anarchica informale (Fai)/Fronte rivoluzionario internazionale (Fri), con un documento di critica ai media, dove i giornalisti venivano indicati come ipotetici bersagli. 

La telefonata
Il plico recapitato martedì era stato annunciato da una telefonata, un mese e mezzo fa. Sembrava una segnalazione come tante, di un lettore che voleva offrire documentazione fotografica sui campeggi di lotta No Tav a Venaus e Chiomonte. Il cronista si è dichiarato disponibile a ricevere il materiale. Era una trappola. Confezionata alla perfezione. Compresa la lettera di accompagnamento, formato A4, scritta al computer, per illustrare il presunto contenuto dell’hard disk.

La bomba
Alle 10,30, la busta è stata recapitata al giornale. Senza mittente. È stata subito identificata come sospetta ed è stata lasciata sul banco dei sorveglianti, all’ingresso della redazione. È rimasta lì finché il giornalista non l’ha prelevata per portarla sulla propria scrivania. Un lembo della linguetta di chiusura era leggermente scollato, abbastanza da poterlo sollevare per guardare dentro e notare le prime parole sulla lettera di accompagnamento all’oggetto che appesantiva il plico. Il giornalista ha aperto, estratto foglio e hard disk, infilati nella busta assieme al cavetto di collegamento per il computer. Il cronista ha letto il documento e poi si è fermato. Un gesto d’istinto. Ha chiamato la polizia, lasciando la memoria per pc sulla scrivania, accanto a lettera e cavetto. Gli agenti di Digos, reparto Artificieri e Scientifica hanno esaminato l’hard disk, sembrava innocuo. Soltanto gli esami di laboratorio fatti alcune ore dopo hanno svelato che era una bomba. Potente. Confezionata con perizia. Con l’obiettivo di uccidere. 

Le indagini
Gli investigatori si sono messi subito al lavoro. Hanno preso le impronte digitali del destinatario e di coloro che hanno maneggiato il plico in redazione. La polizia Scientifica, poi, ha anche esaminato con particolare cura l’involucro (ma anche la memoria per pc) alla ricerca di tracce biologiche. Lo stesso scrupolo sarà applicato all’analisi della lettera di accompagnamento: benché scritta al computer, la stampa e il carattere potrebbero offrire elementi utili all’indagine.



Una farsa tragica che dobbiamo evitare
La Stampa

cesare martinetti


Si può - si deve - continuare a ragionare anche di fronte a un pacchetto di esplosivo che poteva uccidere. Né un articolo di giornale né un bel discorso riusciranno a disarmare chi è deciso a fare delle armi il suo strumento di rapporto con il mondo. E dunque queste righe sono dedicate a chi invece pensa che nella nostra società sia legittimo opporsi con le normali armi della critica: parole, scritti, manifestazioni. Ecco, chi la pensa così sappia che noi qui a «La Stampa» la pensiamo allo stesso modo e dunque difenderemo sempre questo diritto. Chi manda in giro pacchetti esplosivi, invece, vuole uccidere questo diritto e far tacere chi lo difende.

Un paio di settimane fa abbiamo scritto che in Valsusa una certa pratica terroristica è già in azione. L’attentato fortunatamente fallito al collega Massimo Numa – al quale va la nostra incondizionata solidarietà -, dimostra che avevamo ragione. Lo diciamo senza compiacimento. Non abbiamo mai avuto nessuna intenzione di soffiare sul fuoco. Semmai di spegnerlo. Ma quando intorno a quel cantiere accade che imprenditori e lavoratori vengono minacciati, i macchinari incendiati, le strade controllate, i giornalisti schedati e intimiditi, una forma di terrorismo è già in azione, mescolata in un singolare cocktail con pratiche mafiose di controllo del territorio.

E di questo si deve ragionare.
Tutto ciò assomiglia – ma ne è una tragica caricatura – a quanto accadeva all’inizio degli anni di piombo: uno stato di insicurezza diffusa, un’atmosfera minacciosa mirata. Avendo vissuto quegli anni e sapendo come ne siamo usciti abbiamo il dovere di evitare che si compia la tragica e farsesca ripetizione. I terroristi allora hanno perso perché si sono trovati soli con i loro miserabili proclami. I mittenti dei pacchetti esplosivi devono sapere, di più, devono sentire che non ci sono ambiguità tra chi legittimamente si oppone alla Tav. 

Questo cantiere è diventato un luogo esageratamente simbolico, un totem, un feticcio. Un luogo di riscatto per rancori personali e collettivi, grottesco palcoscenico per anziani professori e vecchi aspiranti rivoluzionari che ora esibiscono – lo ha fatto Erri De Luca pochi giorni fa in un’università – il piacere della partecipazione a un sabotaggio simile al brivido provato anni fa nell’accarezzare la P38, senza peraltro aver avuto il sinistro coraggio di usarla. Questa retorica penosa e pelosa allarga e alimenta un margine di equivoco che legittima la viltà dei fabbricatori di pacchetti esplosivi. I quali, devono sapere, non avranno nemmeno il piacere della solidarietà di questi cattivi maestri, perché saranno i primi a nascondere i segni delle loro colpe.

È tutto chiaro, le responsabilità di ciascuno sono davanti a tutti.

Cina, Apple aiuta la censura Rimossa l'app gratuita per aggirare i controlli

Chiara Sarra - Ven, 04/10/2013 - 13:03

Scomparsa dall'AppStore OpenDoor, il software che permetteva in Cina di navigare con ip straniero

Apple aiuta il governo cinese a mantenere la censura su alcuni siti web.

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Come denunciano alcune Ong, infatti, il colosso di Cupertino ha deciso di rimuovere dall'AppStore l'applicazione gratuita Open Door che permetteva di collegarsi a internet tramite un ip (la "targa" che contraddistingue ogni utente) straniero, ingannando così i software che bloccano alcuni contenuti in base al Paese da cui si naviga.

"Praticamente l'unico strumento gratuito per navigare su internet, è ormai andato", ha affermato deluso Kevin Wang, uno studente cinese della scuola superiore, "Per diverso tempo ho usato OpenDoor per navigare sul web in forma anonima e rimanere in contatto con amici americani su Facebook. Avevo raccomandato l'applicazione a quasi tutti i miei amici che vogliono superare la censura e l'ingiusto controllo su internet".  

OpenDoor è un vpn (virtual private network) molto usato nei paesi dove ci sono restrizioni su internet, come la Cina ma anche l'Iran. Secondo dati forniti dagli sviluppatori fino ad ora è stato scaricato in Cina da circa 800mila persone. Naturalmente non è l'unica applicazione che permette di aggirare i controlli, ma di certo la migliore tra quelle (poche) a pagamento. "Apple è determinata ad avere una quota della grande torta che è il mercato cinese di internet e sa che senza una rigorosa auto-censura, non può entrare nel mercato cinese", denuncia un altro utente.

Anonymous: «Ecco come incastriamo i pedofili»

Corriere della sera

Parlano gli hacktivist italiani e raccontano come incastrano gli orchi online, fingendosi bambini e facendo ricerche sulla vita dei sospettati

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Contro i pedofili, a favore dell’ambiente e contro ogni ingiustizia. In questo periodo gli Anonymous italiani, gli hacktivist che si nascondono dietro la maschera di Guy Fawkes, non sono particolarmente attivi. O, almeno, non lo sono all’apparenza, dato che le loro recenti operazioni hanno avuto scarsa rilevanza sui media. In realtà in agosto hanno attaccato il sito del Comune di Niscemi per protestare contro le antenne Muos in Sicilia, hanno violato il sito della Iren Emilia contro il rigassificatore di Parma (quello entrato in funzione a fine agosto, per la cui accensione è finita nella bufera l’amministrazione del Cinque Stelle Pizzarotti) e hanno continuato a portare avanti i loro attacchi nell’ambito dell’OpGreenRights.

Il tutto a pochi mesi da una retata e dall’arresto di quattro esponenti di Anonymous, tra cui l’ex consulente dei servizi segreti Gianluca Preite, accusato di aver agito sotto la bandiera di Anonymous per fini personali con l’obiettivo di dimostrare la vulnerabilità di alcuni siti per poi fornire agli stessi amministratori consulenze. Il movimento però non sembra essersi fermato di fronte questi arresti. E le operazioni sono andate avanti.

DARK NET - In particolare, Anonymous ha continuato ad esercitare un’attività di monitoraggio dei pedofili presenti in rete. Gli hacktivist specializzati in questo settore – sono pochi e molto gelosi del loro anonimato - ci hanno raccontato di tenere sott’occhio le chat frequentate da adolescenti. Ma non solo. Fingendosi adolescenti, spesso intercettano presunti pedofili. A quel punto iniziano a indagare sulla vita digitale di queste persone. “Digital profiling”, lo chiamano loro. E se scoprono che il soggetto in questione è davvero un criminale lo contattano intimandogli di smettere. In alternativa? Il suo nome, cognome, indirizzo e numero di telefono viene messo online. La lotta di Anonymous alla pedofilia non è un certo una novità.

Soprattutto all’estero. Famoso è il caso del suicidio di Amanda, ragazzina canadese che si è uccisa un anno fa, dopo essere stata vittima di cyber bullismo. In quel caso esponenti di Anonymous pubblicarono il nome e il cognome di un 32enne, accusandolo di essere lo stalker, responsabile della morte della giovane.

Poi, con l’operazione DarkNet nel 2011, vennero oscurati 40 siti pedopornografici e vennero pubblicati i nomi di 1500 persone coinvolte nel traffico di materiale pedo-pornografico. E ogni qual volta si parla di queste iniziative, ricominciano le polemiche. Se infatti la lotta alla pedofilia è un’attività nobile, in molti osservano come debbano essere le autorità a investigare ed eventualmente denunciare i colpevoli. Sia quel che sia, Anonymous sceglie di andare avanti per la sua strada e si fa giustizia da sé. Uno degli attivisti specializzato nella caccia a pedofili ha accettato di parlare con noi e ci ha rivelato alcuni dettagli sui sistemi adottati per stanare i mostri.

Come agite?
«Ci sono tanti e diversi modi di operare per entrare in contatto telematico con pedofili (o presunti tali). Bisogna farli sentire a proprio agio. Li si smaschera fingendosi come loro. Hanno un preciso codice e linguaggio. Se lo impari lo puoi usare contro di loro. Oppure si fa ricorso alle attività, sempre undercover, di pedo-bait, fingendosi bambini disponibili ad abboccare alle proposte del pedofilo. L’ambiente è la chat. È quello il canale dove si trova più materiale illecito. Le chat sono assolutamente non riconoscibili dall’utente: i pedofili si contattano tra di loro per scambiarsi materiale. Poi monitoriamo Facebook e Twitter e creiamo delle black list tenendo d’occhio anche i siti, sia quelli in chiaro che quelli del deep web (il web nascosto)».

1Ma come fate ad avere la conferma che un utente sia davvero un pedofilo? «Non ci vuole molto, scaviamo nella sua vita. Non perdiamo tempo con chi non è un pedofilo al 100 per cento. Non roviniamo la vita a persone che hanno solo vizietti nascosti e che non creano danni ai bambini».

Se vi imbattete in un’aggressione di un minore su un minore come vi comportate?
«Avvisiamo i genitori. Comunque ci sono molti gruppi che monitorano i pedofili, non solo di Anonymous. Ma tutto questo non dovrebbe essere compito delle autorità? Noi diamo una mano, diciamo così. Noi segnaliamo la persona, cosa fa, forniamo le prove documentali se servono...ma se nessuno si fa avanti, il viral marketing/spam produce molti più effetti....in alcuni casi i colpevoli vengono anche indagati».

Come fate a stanarli? Vi fingete pedofili anche voi? «In realtà, facciamo quello che potrebbe fare chiunque. Entriamo nelle chat frequentate dai teen ager fingendoci minori. Ma non c’è bisogno di inventarsi nulla. Basta che entri è vieni inondato da richieste assurde. Quando contattate i pedofili, come reagiscono? La maggior parte nega, poi quando capiscono che abbiamo le prove, piangono e ci supplicano di non rovinarli. E giurano che non lo faranno mai più».

LE ALTRE OPERAZIONI - Oltre alla pedofilia però sono altre le attività degli hacktivist. Alcune hanno visto la pubblicazione di documenti riservati dei sindacati di Polizia e della Polizia stessa. Ma soprattutto la comunità di hacker italiani, all’indomani delle rivelazioni sul Datagate, si interroga su ciò che sta succedendo in Italia. E le loro posizioni diventano interessanti, alla luce dell’allarme lanciato dal Copasir sulla cessione a Telefonica di Telecom. E questo è quello che gli esponenti più attivi ci hanno raccontato.

Pensate che anche il governo italiano controlli le nostre conversazioni via web, proprio come ha fatto l’amministrazione Obama?
«L’Italia non è da meno rispetto agli USA circa controlli e grande fratello. Anche se, fortunatamente, serve ancora l’autorizzazione della magistratura per mettere il naso nella vita delle persone. Ma la legge è tutt’altro che dalla nostra parte.Il datagate italiano è ormai una realtà ben consolidata, che ha inizio con alcune riforme risalenti al 2007. Quell’anno infatti entrò in vigore una riforma dei servizi segreti che stabilisce che il traffico di ognuno di noi può essere intercettato da questi ultimi ai fini di sorveglianza con una preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Tuttavia, il decreto firmato dall’ormai ex premier nel 2012 sancisce che questi 007 possono accedere a banche dati di enti (provider internet, provider email, telefonia mobile, ecc..), privati o pubblici, che svolgono un qualsivoglia servizio e con i quali abbiano previamente stipulato “convenzioni”. Tutto senza dover rendere conto a nessuno. Inutile dire che Telecom Italia è stata una delle prime compagnie a firmare tali convenzioni, seguita da Poste Italiane.

Avete prove per affermare ciò?
«No. Ne sentiamo parlare, leggiamo quello che è stato pubblicato da Wikileaks. Ma tutto lascia pensare che non si tratti solo di voci. Inoltre il problema non sono solo gli agenti segreti ed enti statali non sono i soli ai quali interessano le nostre info personali. È noto infatti che esistono anche in Italia società che si occupano del profiling degli utenti della rete. Queste ultime sono in grado di ricostruire un dossier personale che racchiudono le più disparate informazioni (foto, amicizie, abitudini, salute, relazioni, perversioni, ecc..ecc..) mediante attività che ognuno di noi compie in rete, che possono essere delle ricerche. Ma anche i nostri tweet, gli aggiornamenti di stato del proprio profilo Facebook e così via.. «

Quindi si tratta di spionaggio commerciale… «Esatto, non è un caso fortuito che dopo aver cercato sul vostro motore di ricerca preferito i sintomi di una eventuale disfunzione erettile, banner pubblicitari di viagra e cialis vi balenino sullo schermo. Alla luce di questi fatti si evince che le tecniche con cui viene violata la nostra rete sono innumerevoli».

Voi come fate ad eludere questa vigilanza? «Portiamo avanti una campagna di sensibilizzazione per fa conoscere i metodi per evadere controlli/intercettazioni/grandi fratelli. Una possibile soluzione è l’uso dei i servizi anonimizzazione come TOR e VPN, accompagnati dall’uso di crittografia aggiuntiva ovunque sia possibile (https, pidgin+OTR, gpg/pgp. ecc..), l’utilizzo di servizi privacy-oriented ed autogestiti (riseup, a/i, ecn, ecc..) Cose non alla portata di tutti, insomma»

Di recente però anche voi siete caduti “nelle rete”. In maggio c’è stata una retata. E quattro di voi sono stati arrestati con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di lucro. Ma è questo lo scopo di Anonymous, ricattare per denaro? «No, assolutamente. In realtà, estendere l’accusa di finalità di lucro a tutti gli arrestati è un chiaro tentativo di screditare l’intero movimento e di ingannare l’opinione pubblica che, disincantata e delusa, così non vedrebbe più in Anonymous gli hacktivisti che lottano per la libertà senza alcun scopo di profitto. Noi in realtà siamo proprio questo: non agiamo in nome del denaro, bensì per una causa collettiva. Sono gli ideali ad accendere in noi la scintilla della rivolta; non certo il guadagno: mai un centesimo è passato nei nostri conti. Alcune delle persone arrestate avevano preso, da tempo, le distanze dal movimento. Non sappiamo che genere di attività portassero avanti al di fuori di Anonymous, ma ribadiamo che nessuna delle nostre operazioni è legata in alcun modo al profitto».

La Polizia Postale in occasione degli arresti affermò di aver decapitato Anonymous. Ma le operazioni sono andate avanti…Tutto falso allora? «Certo, e come successo con gli arresti del 2011 (allora gli arresti furono 15, e vennero arrestati anche dei minori, ndr) abbiamo facilmente smentito le menzogne con i fatti. Abbiamo voluto dare un segnale forte e chiaro, mandando offline il sito del tribunale di Roma per poi sommergerlo di fax attravverso un’operazione di “faxbombing” lanciata sui nostri social. Poi abbiamo defacciato (modificato, ndr) il sito del Siulp, rilasciando più di 15 mila indirizzi di membri delle forze dell’ordine, per poi attaccare il Sap ed anche in quell’ occasione abbiamo pubblicato 250 mb di “leaks”».

04 ottobre 2013

Vietnam , addio al generale Giap l’eroe che sconfisse i francesi

Corriere della sera

Nel 1954 liberò il suo Paese dall’occupazione delle truppi di Parigi. Aveva 102 anni

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Il generale Vo Nguyen Giap, eroe dell’indipendenza vietnamita e comandante delle truppe che sconfissero i francesi a Dien Bien Phu nel 1954, è morto a Bankok all’età di 102 anni. Era l’ ultimo dirigente storico del Vietnam comunista ancora in vita. Lo hanno riferito un responsabile governativo e una fonte militare. Giap fu al fronte anche in significative battaglie contro gli americani come nell’offensiva del Tet (1968) e in quella di Pasqua del 1972, ricoprendo successivamente diversi incarichi governativi dopo la riunificazione del Paese.

AMBIENTALISTA - Negli ultimi anni, nonostante la tarda età, Giap aveva espresso più volte la sua contrarierà allo sfruttamento delle miniere di bauxite nel centro del Paese, citando preoccupazioni ambientali e di sicurezza nazionale.


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04 ottobre 2013

No-Tav, attentato al cronista Ecco l'escalation voluta dai Br

Simona Lorenzetti - Ven, 04/10/2013 - 07:32

Pacco con un hard disk imbottito di esplosivo arriva a un giornalista de "La Stampa" da tempo nel mirino dei violenti: l'obiettivo era ucciderlo

Era confezionato per uccidere il pacco bomba inviato ieri alla redazione del quotidiano La Stampa di Torino. Un hard disk di memoria esterna da computer che una volta collegato sarebbe esploso: all'interno, compresso, circa un etto e venti di esplosivo, avvolto in una fascia metallica che con la deflagrazione si sarebbe spaccata in mille pezzi, mille proiettili.


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Il plico, indirizzato al collega Massimo Numa, da tempo nel mirino delle frange più violente del movimento No Tav, è arrivato in redazione mercoledì sera, ma solo giovedì mattina è stato consegnato al cronista. Oltre al micidiale hard disk c'era una lettera nella quale si spiegava che la memoria conteneva filmati inerenti i camping estivi dei No Tav a Chiomonte, in Val Susa, immagini utili per individuare «il figlio di un noto magistrato» e altri «cattivi maestri». Una trappola ben organizzata. Premeditata, perché preceduta nei mesi scorsi dalla telefonata di un uomo che annunciava al cronista l'invio di un video sui No Tav.


Un attentato in piena regola, che rappresenta il salto di qualità della strategia No Tav tanto invocato da più parti. Da settimane, all'interno del movimento si registrano spaccature e scissioni tra chi non si accontenta più di combattere il Tav con manifestazione e assalti al cantiere con pietre e bombe carta e chi, invece, inneggia ad alzare il tiro. La scorsa settimana due brigatisti, Vincenzo Sisi e Alfredo Davanzo, in carcere perché considerati membri delle nuove Br, avevano diffuso un documento contro il sistema carcerario nel quale si invitava i No Tav a «compiere un altro salto in avanti, politico organizzativo, assumendone anche le conseguenze, o arretrare».

In sostanza, il messaggio era «sparate o fatevi da parte». Parole che non sono cadute nel vuoto e che evidentemente hanno fatto breccia in quei gruppi eversivi che da tempo agitano e intimidiscono chi in Val Susa è favorevole alla realizzazione dell'opera. Il livello di scontro è ormai a livelli altissimi. E oggi non possono che riecheggiare le parole di alcune settimane fa del procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, che aveva usato senza mezzi termini l'espressione «eversione» per descrivere cosa sta succedendo in Val Di Susa e per attaccare quegli intellettuali che «si rendono con il loro silenzio conniventi».

Il pacco bomba rappresenta l'ultimo atto di una lotta senza confini dove l'unica regole è «o con noi e contro di noi». E il collega destinatario del pacco è da mesi al centro di intimidazione e minacce. Non più tardi di dieci giorni fa Anonymous, il gruppo hacker che appoggia la battaglia No Tav, ha violato il computer di un familiare del cronista per inviargli lettere di minacce. Lettere in cui si fa riferimento anche a dati sensibili del cronista, che evidenziano come sia stato seguito e sorvegliato da persone organiche ai No Tav. Inoltre, sempre Anonymous ha diffuso in rete alcuni documenti personali tratti dal carteggio tra lui e il parente. Circostanze inquietanti. Così come l'escalation di sabotaggi e attentati contro aziende che lavorano al cantiere del Tav a Chiomonte.

Sul pacco bomba alla Stampa, la procura di Torino ha aperto un'inchiesta coordinata dai sostituti procuratori Andrea Padalino e Antonio Rinaudo. «Le indagini sono all'inizio - spiega il procuratore capo di Torino Caselli -. Una premessa doverosa. Ma tutto rientra in questo mondo di anarchici, antagonisti, dove chi tocca i fili rischia, siano essi politici, magistrati e giornalisti. Questo è un ordigno particolarmente sofisticato e pericoloso e rappresenta una chiaro progresso criminale». In tarda serata, in una nota, il Movimento contro il collegamento Torino-Lione ha detto di «respingere al mittente ogni collegamento» tra il pacco bomba e i No Tav affermando che «pallottole e bombe non ci appartengono».

Ha accento napoletano, non può lavorare

Corriere della sera

Scartata a un colloquio a Lugano dopo soli 20 secondi

Mariacristina: sarebbe stata scartata a un colloquio di lavoro per il suo accento napoletano


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NAPOLI - Da Napoli al Ticino con un figlio da crescere, un curriculum sfavillante e 15 anni di marketing alle spalle per sentirsi dire che «signora, lei ha tutti i requisti ma... non possiamo assumerla: ha l'accento meridionale». E' finito così, neanche un «le faremo sapere», il colloquio di lavoro sostenuto a Lugano (Ch) da Mariacristina, esperta-vendite partenopea in cerca di un impiego nel paradiso elvetico che, con la crisi nostrana, è sempre più anche terra promessa del lavoro, terra di agenzie interinali e di annunci online. E questo era perfetto: «cercasi receptionista part-time, area marketing».

Ma c'è l'inghippo. «Sono rimasta sbalordita» racconta la 40enne che, in Italia, ha lavorato per tre lustri nel telemarketing gestendo anche una propria agenzia a Torino. «Ho sempre fatto il mio lavoro con gratificazione e ottimi risultati, ma qui sono stata giudicata a prescindere. Mi hanno fatta parlare 20 secondi, il tempo di ascoltare l'accento. Come se non mi avessero già sentita per telefono e non ci fosse scritto sul curriculum, che sono di Napoli. E poi nelle vendite quello che conta è la serietà, la dialettica... lo dico per esperienza».

Vallo a spiegare all'azienda. «E' stata una decisione basata su riscontri avuti in passato, non abbiamo alcun pregiudizio verso i meridionali» spiegano. Per Dario Cadenazzi dell'Unia, il principale sindacato del Ticino «simili episodi sono da condannare fermamente, anche se finora non erano mai arrivate segnalazioni del genere». Il momento è delicato: «purtroppo la xenofobia e il razzismo nei confronti di lavoratori immigrati o frontalieri hanno gioco facile nel nostro cantone, vista la pressione sul mercato del lavoro nostrano generata alla crisi italiana».

Anche Mariacristina se ne è fatta una ragione: «Ho mandato dozzine di curricula in tutta la Svizzera italiana ma rispondono solo per posti da cameriera o di catering. Ora ho capito il motivo». Intanto le aziende cercano: in Svizzera (dati di questa settimana) la disoccupazione è appena al 4,2%, gli occupati stranieri aumentano a un ritmo superiore a quello degli stessi residenti (+3% contro +0,6% nell’ultimo anno). Un sogno al confronto lasciamo stare della Campania, ma della Lombardia. L'altra faccia della medaglia è la storia di Mariacristina.

Marina Sogliani
04 ottobre 2013

Addio a Panattoni, inventò la stracciatella

Corriere della sera

Quarant’anni fa il dramma del figlio Mirko, il primo bimbo rapito


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Lo conoscevano in tutto il mondo come l’inventore del gusto di gelato alla stracciatella. Enrico Panattoni, ristoratore di Bergamo, è morto nella notte. Aveva 85 anni. Proprio nel 1953 aprì lo storico bar La Marianna di Bergamo Alta e creò il gusto che lo rese famoso. Nel ‘62 Panattoni rilevò anche la gestione del ristorante Il Pianone sempre in Città Alta, passando dal gelato alla ristorazione.

Era arrivato dalla provincia di Lucca nel ‘46 per fare il castagnaccio. Con i risparmi della famiglia, 180 mila lire, aveva aperto un bar pasticceria in via Colleoni. Sette anni dopo, l’esperienza della Marianna, che allora si chiamava Bar Colle Aperto. Esattamente 40 anni fa il dramma del sequestro del figlio Mirko, che tra l’altro fu il primo rapimento di un bambino in Italia. Mirko era stato poi liberato dopo 18 giorni e gli autori del sequestro non vennero mai presi. I funerali di Enrico Panattoni saranno celebrati domani, alle 10, nella chiesa del Carmine.

04 ottobre 2013

Il Leonardo mai visto in una collezione privata Scoperto il ritratto fatto a Isabella d’Este

Corriere della sera

Risolto un mistero durato 500 anni. Il dipinto è emerso da un caveau svizzero. Il racconto della nostra collaboratrice Veronica Artioli

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È lì, rinchiusa in un caveau svizzero, con una corona in testa e una palma impugnata come uno scettro, dettagli quasi certamente aggiunti dagli allievi «più affezionati» (Salaì e Melzi) che il maestro portò con sé a Roma nel 1514. Isabella d’Este, addobbata come fosse santa Caterina d’Alessandria, aspetta di entrare, per la prima volta da quando la dipinse Leonardo, in un museo.

La sua storia - ricostruita in esclusiva da «Sette» - ha gli ingredienti di un thriller. Con buone probabilità di approdare a un epilogo positivo. Era cominciata con un cartone preparatorio (conservato al Louvre) abbozzato da Leonardo nel 1499 durante un soggiorno a Mantova, ospite dei Gonzaga; negli anni successivi, più volte la marchesa inviò lettere e ambasciatori implorando che lo schizzo venisse trasformato «de colore», ma nulla di più, salvo l’«avvistamento», nel 1517, del ritratto di una signora lombarda nel castello di Blois.

Poi, un silenzio «assordante» che ha prodotto fiumi d’inchiostro e la conclusione, di sconsolati studiosi, che forse il quadro non era mai stato realizzato o che Isabella non foss’altro che la Gioconda: Mona Lisa, ovvero Mona l’Isa (bella). Tre anni e mezzo fa, infine, il ritratto è riemerso dall’eredità di una famiglia che vive, dagli inizi del Novecento, tra il Centro Italia e la Svizzera, a Turgi, nel cantone Argovia.

Ma andiamo per ordine. Innanzitutto, i proprietari (di cui non conosciamo il nome) apprenderanno da queste pagine che il loro non è più un segreto. Da cronisti, non potevamo attendere: venuti in possesso della fotografia del quadro, della prova del Carbonio 14 (che data i materiali) e, soprattutto, di una lettera con le conclusioni del professor Carlo Pedretti, ritenuto unanimemente il massimo studioso di Leonardo (direttore del Centro Studi Vinciani dell’Hammer Museum di Los Angeles), dovevamo andare a fondo e raccontare tutta la storia, dopo aver raggiunto la ragionevole certezza di non essere incappati in una sorta di «falso diario di Hitler».

Anche perché, negli ultimi anni, le polemiche attorno a Leonardo e a sue ipotetiche opere hanno animato le cronache (ancor più dopo il romanzaccio di Dan Brown). Prima di andare in stampa, allora, abbiamo parlato con Pedretti. Il professore ci ha scongiurato di aspettare: «Non ci sono dubbi che il ritratto sia opera di Leonardo, però, dopo tre anni e mezzo di studi, ci serve ancora una manciata di mesi per definire quali sono le parti aggiunte dagli allievi e proporre di cancellarle».

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Al professore, il quadro era stato portato da un insegnante d’arte che ha dedicato la vita allo studio di Leonardo, Ernesto Solari, non nuovo a scoperte in materia leonardesca, di cui Pedretti ha stima avendolo citato più volte nei suoi libri. Solari aveva avuto l’intuizione e, soprattutto, sapeva dove cercare. In questi tre anni e mezzo, oltre ai documenti che riportiamo su «Sette», sono stati fatti altri accertamenti scientifici. Il primo, realizzato grazie a tre prelievi dall’opera, ha dimostrato che i pigmenti sono esattamente quelli utilizzati da Leonardo; il secondo, che l’imprimitura della tela è preparata secondo la ricetta scritta da Leonardo nel suo Trattato; infine, la cosa più stupefacente: la fluorescenza ha fatto riapparire, davanti alla mano, il libro, simbolo di Isabella protettrice di Lettere e Arti, presente nel cartone del Louvre.

Ora si apre il dibattito sull’autenticità del dipinto. Se, come tutte le ricerche sembrano attestare, il ritratto è stato realizzato da Leonardo e poi ultimato dai suoi allievi, potrebbe cambiare un pezzo significativo della Storia dell’Arte. Il quadro e la sua tecnica sono precedenti la realizzazione della Gioconda e del San Giovanni Battista, sui quali ha quindi profondamente influito. Dovrebbero anche essere ridiscusse alcune conclusioni a cui è giunto il numero due degli studiosi di Leonardo: Martin Kemp. Le sue teorie sembrano costruite addosso a quest’opera, in particolare quando sostiene che Leonardo non era un pittore di professione e quasi mai ha portato a termine le sue opere, spesso conservandole presso di sé fino alla morte; dice, inoltre, che era uno sperimentatore, soprattutto nella pittura, escludendo, però, che avesse realizzato quadri su tela. Questa Isabella è su tela, una tela preparata secondo la «ricetta di Leonardo». Misteri di un genio. E misteri delle opere a lui attribuite.

04 ottobre 2013

Cani, gatti e capezzoli: chi vuol “craccare” l’iPhone?

Corriere della sera

La follia accompagna ogni lancio di Cupertino: fan e “nemici” cercano performance sempre più estreme per emergere in Rete

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MILANO - Sono passate più di due settimane dalla presentazione dei nuovi iPhonee dieci giorni dal rilascio del sistema operativo iOs 7ma l’euforia (e la follia) collettiva non accenna a esaurirsi. A Cupertino hanno iniziato a stappare le bottiglie di champagne lunedì: iPhone 5s e 5c hanno toccato quota nove milioni di pezzi venduti a tre giorni dal lancio e il nuovo Os è stato installato su più di 200 milioni di dispositivi. In Rete, intanto, continua la caccia alla funzione nascosta, all’indiscrezione più strana e al test più assurdo delle novità della Mela che, nonostante la concorrenza sempre più agguerrita, non perde la capacità di catalizzare l’attenzione sui suoi prodotti. A scatenare la fantasia degli utenti è stato soprattutto Touch ID, il sensore di impronte digitali integrato nel tasto home dell’iPhone 5s. L’utente che registra l’impronta del proprio dito è l’unico in grado di accedere alle funzioni del dispositivo. Se un’altra persona, o il possessore stesso, tentano di premere l’unico pulsante presente sullo schermo del melafonino con un polpastrello sconosciuto non accade nulla.


Gli hacker del gruppo tedesco Chaos Computer Club hanno preso la cosa molto sul serio e avrebbero già studiato un sistema per aggirare il blocco. Non si tratta esattamente di un escamotage alla portata di ogni ladruncolo: bisogna catturare l’impronta del proprietario del dispositivo dallo schermo touch e lavorarla con una colata di lattice rosa per creare un modellino in grado di ingannare il sensore.


Sul portale giapponese Rocket News hanno fatto invece capolino metodi più creativi per vincolare l’iPhone nuovo di zecca a parti del proprio corpo meno scontate. Dall’alluce del piede al capezzolo: le due estremità non esattamente comode da sguainare nel momento del bisogno sono state correttamente registrate dal sensore e hanno garantito il successivo sblocco. I tentativi di mettere in confusione TouchID con l’altro capezzolo o con l’indice del piede non sono andati a buon fine, a dimostrazione del funzionamento dei buffi metodi.


Perché non coinvolgere anche i migliori amici dell’uomo, e dei possessori di iPhone? La testata TechCrunch ha provato, con successo, a utilizzare la zampa di un gattino. E le estremità dei cani non si sono dimostrate da meno. Per l’arrivo dei nuovi iPad, previsto per la seconda metà di ottobre, dotati di TouchID c’è da scommettere su altrettanti, tanto simpatici quanto inutili, esperimenti.


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Ce n’è anche per iOs 7. Un falso messaggio pubblicitario che inneggiava a un’improbabile impermeabilità dei melafonini dotati del nuovo sistema operativo ha messo in difficoltà una serie di utenti. L’annuncio, graficamente molto simile a quelli di Cupertino, parlava di un sistema automatico di emergenza in grado di proteggere le componenti del telefonino in caso di contatto con l’acqua. C’è chi ci ha creduto e ha risposto positivamente alla richiesta circolata su Twitter di effettuare un test. Poco dopo, sempre sul microblog, le lamentele dei boccaloni. Nelle ultime ore il design di iOs 7 è stato invece additato come causa di nausea, vertigini e mal di testa. La colpa sarebbe delle nuove animazioni e della velocità con cui le icone sfrecciano sullo schermo. Sul forum Apple c’è chi paragona l’esperienza con il sistema operativo al tentativo di leggere un libro in auto. Un altro utente si è addirittura dato malato in ufficio e ha preferito rientrare a casa a causa dei forti disturbi. Insomma, tra cani, gatti, capezzoli e mal di testa, con le novità della Mela - e la fantasia della Rete - ci può scappare anche una mezza giornata libera.


04 ottobre 2013







“L’iPhone mi dà la nausea”

Corriere della sera


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Apple racconta di oltre 200 milioni di possessori di iPhone e iPad che nei primi tre giorni dal lancio – era il 20 settembre – hanno installato sul proprio dispositivo iOS7, il nuovo sistema operativo di Cupertino per i propri dispositivi mobili. L’intasamento dei server creato dai cosiddetti “early adopters”, i fanatici della novità (specie se targata Apple) che non sono più un numero sparuto come in passato, era evidente soprattutto nelle prime ore. Poi il tappo è esploso e l’esercito dei figli di Steve Jobs (il 17% del totale dei possessori di smartphone e il 33% per i tablet) ha potuto fluire ordinato per mettere occhi e dita sul nuovo software: dopo una settimana i “7” erano già oltre il 50% del totale dei dispositivi della Mela. E allora sono iniziati i primi problemi.

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“L’iPhone mi dà la nausea” è una frase apparsa online a opera di diversi utenti che certo non erano alfieri della “libertà” portata dai device con Android. Il malessere non era filosofico ma proprio fisico. In termini medici si dice “chinetosi”, nel gergo di tutti i giorni si traduce come mal d’auto: la sensazione appunto di nausea che si prova per esempio leggendo un libro in viaggio. Niente di così intrinseco alla novità tecnologica in sé, come può essere per la visione in 3D – e i mal di testa conseguenti, per esempio, all’uso prolungato della console Nintendo 3Ds -, ma un effetto delle animazioni del nuovo sistema operativo su soggetti particolarmente sensibili. La soluzione? Quella definitiva la potrà regalare solo Cupertino con un aggiornamento che permetta di eliminare gli effetti di zoom nella transizione da un’app all’altra. Nel frattempo si può mitigare l’effetto optando per uno sfondo statico, e non per quelli dinamici proposti appunto dal nuovo iOS.

Si può chiedere il risarcimento vent’anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro?

La Stampa


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Il lavoratore che, nel momento in cui il diritto dell’ente previdenziale al versamento dei contributi è estinto per prescrizione e viene così completata la fattispecie produttiva del danno, non prova di avere chiesto invano al datore la costituzione della rendita vitalizia di cui all’art. 13 l. n. 1338/1962, concorre con la propria negligenza a cagionare il danno. Lo ha affermato la Cassazione nella sentenza 20827/13.

Il caso
 
Il socio di fatto di una società di fatto era stato condannato, in solido con altri soci, al pagamento di una somma a titolo di risarcimento danni per l’omesso versamento di contributi previdenziali da parte della società a una lavoratrice, previo riconoscimento dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra le parti. Il soccombente, contro tale decisione, ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il periodo di quasi vent’anni trascorso fra la cessazione del rapporto di lavoro e l’esercizio dell’azione risarcitoria ex art. 2116 c.c. contro il datore, senza che la lavoratrice avesse assunto alcuna iniziativa riparatoria o risarcitoria nei confronti dello stesso datore oppure dell’ente previdenziale, rende evidente l’inerzia colposa della medesima, idonea a ridurre o a elidere il risarcimento ai sensi dell’art. 1227 c.c.

Per la Suprema Corte la censura è fondata. In base all’art. 2116, comma 2, c.c., qualora le istituzioni di previdenza, per mancata o irregolare contribuzione, non siano tenute a corrispondere in tutto o in parte le prestazioni, l’imprenditore è responsabile del danno che ne deriva al prestatore; ma maturato il termine di prescrizione, come nel caso di specie, il credito si estingue di diritto. A riguardo, gli Ermellini hanno ribadito l’orientamento prevalente secondo cui, quando il danno da omessa contribuzione consista nella perdita della pensione, esso non può considerarsi realizzato, e non è pertanto risarcibile, prima che il lavoratore abbia raggiunto l’età pensionabile: da questo momento, e non prima, può pertanto decorrere la prescrizione. In risposta, l’ordinamento offre al soggetto passivo del diritto la possibilità di reagire attraverso l’invocazione dell’art. 1227 c.c., che permette la diminuzione del risarcimento per concorso colposo nella produzione del danno.

La sentenza impugnata aveva sostenuto che l’art. 2116 c.c. non subordina l’azione risarcitoria spettante al lavoratore, ad alcuna azione «da esperire preventivamente e necessariamente». Ciò, per Piazza Cavour «è vero, ma non tiene conto dell’onere di diligenza che al lavoratore è imposto dall’art.1227 c.c.». Infatti, secondo la Cassazione, il lavoratore che, nel momento in cui il diritto dell’ente previdenziale al versamento dei contributi è estinto per prescrizione e viene così completata la fattispecie produttiva del danno, non prova di avere chiesto invano al datore la costituzione della rendita vitalizia di cui all’art. 13 l. n. 1338/1962, concorre con la propria negligenza a cagionare il danno suddetto, per cui il risarcimento può essere ridotto oppure escluso ai sensi dell’art. 1227 c.c.Pertanto, la sentenza è stata cassata con rinvio.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Sempre più bambini vittime di incidenti Ecco i consigli per difendere i più piccoli

La Stampa

flavia amabile

I dati dello studio dell’Ospedale Bambino Gesù: tra le cause più frequenti gli scontri stradali e l’annegamento. Il vademecum per rendere sicuro ogni luogo


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Ogni 30 secondi, nel mondo, un bambino muore per un incidente “non intenzionale”, vale a dire non provocato o subìto volontariamente. E’ uno dei dati emersi nel corso del convegno “Un mondo sicuro per i nostri bambini”, prima di una serie di iniziative promosse dall’Istituto per la Salute del Bambino e dell’Adolescente (ISBA) dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Gli incidenti nell’infanzia e nell’adolescenza rappresentano la più comune causa di morte e la seconda più comune causa di malattia. Per ogni bambino che muore, 4 restano invalidi permanenti, 27 devono essere ricoverati e circa 700 perdono giorni di scuola e ore lavoro.

I dati epidemiologici raccolti e analizzati da Emanuela Ceriati, chirurgo dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, indicano che in Europa ogni 2 minuti si verifica una morte per incidente (tutte le età), mentre un bambino su 10 rimane vittima di incidenti che comportano l’accesso al pronto soccorso.

Anche nel continente europeo, come nel resto del mondo, gli incidenti rappresentano la prima causa di morte in bambini di età compresa tra 1 e 14 anni (28% di tutte le morti) e, tra questi, soprattutto gli incidenti stradali.

La seconda causa di morte è l’annegamento. Il decesso avviene in pochi secondi, in silenzio, anche in 5 cm d’acqua. Seguono i traumi da caduta che in molti Paesi europei rappresentano la prima causa di ricovero. Il rischio maggiore è stato rilevato tra i maschi. Al quarto posto, le ustioni. Il picco si registra tra i bambini di 5 anni; la principale causa è l’incendio domestico. Il rischio di avvelenamento, quinto nella classifica delle cause di morte, è maggiore tra i bambini più piccoli a causa della loro grande curiosità nell’esplorare l’ambiente circostante. Tra gli adolescenti il rischio di avvelenamento è invece legato all’assunzione di alcol. All’ultimo posto il soffocamento, principalmente entro i primi 12 mesi del bambino.

Numeri consistenti anche se si analizzano, in particolare, gli incidenti domestici: ogni anno se ne registrano 10 milioni, le morti correlate sono 40mila, 1 milione i ricoveri. Tra 0 e 5 anni gli incidenti in casa più frequenti sono le cadute (58% del totale), seguono i traumi (6%), le ustioni (6%) e l’avvelenamento (4%). I bambini europei sono spesso vittime anche di incidenti mentre si gioca: il dato annuale europeo indica 139 mila accessi al pronto soccorso per incidenti da attrezzature da gioco (in aree sia pubbliche che private) e 57 mila accessi per problemi legati all’uso di giocattoli. Nella top ten dei giocattoli/attrezzature potenzialmente pericolosi: l’altalena, lo scivolo, il seggiolone, i fasciatoio, la giostra, la carrozzina, il passeggino, i barattoli di pillole, il triciclo.

La situazione italiana
In Italia gli incidenti rappresentano la principale causa di morte e di disabilità in età evolutiva dopo il primo anno di vita e la maggior parte di quelli con esito mortale nell’infanzia (circa il 50% del totale), avviene sulla strada. Secondo le stime (SINIACA) ogni anno gli incidenti domestici coinvolgono circa 3 milioni di persone di tutte le età e costano la vita a oltre 5.000 persone, di cui il 2% tra 0 e 14 anni (circa 100 bambini). In età pediatrica gli incidenti prevalgono nettamente tra i maschi, per la maggiore predisposizione a fare – sin da piccolissimi – giochi più pericolosi, a esplorare il mondo in maniera diversa rispetto alle femmine.

L’età del bambino incide sul tipo di rischio: fino ai 3 mesi di vita gli incidenti domestici in genere avvengono per disattenzioni dei familiari (cadute da fasciatoio, marsupio, letto, non adeguata somministrazione di alimenti o farmaci). Dai 3 ai 6 mesi aumenta il rischio di cadute per la maggior mobilità del piccolo. Tra i 6 e i 12 mesi la fanno da padrone le cadute, ingestioni e inalazioni di corpi estranei. La fascia di età 1-3 anni è quella di maggior rischio per l’accresciuta autonomia del bambino. Anche in questo caso gli incidenti più frequenti sono intossicazioni, traumi, ustioni, ingestioni ed inalazioni di corpi estranei. Tra i 3 e i 6 anni aumentano i traumi legati all’attività ludica, mentre oltre i 6 anni si registra l’aumento del rischio di traumi legati allo sport.

Attenti ai giochi
L’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ha realizzato uno studio dettagliato dell’attività del pronto soccorso analizzando gli accessi (22.760) nell’arco di 6 mesi (luglio-dicembre 2011). Dall’indagine è emerso che più di un bambino su 10 (11,02% degli accessi) arriva in ospedale con diagnosi di “incidente”. La maggior parte è di sesso maschile (58,2% contro 41,8% femmine).

Tra i codici rossi (il grado più grave su una scala di 4: rosso, giallo, verde e bianco), la maggior parte dei bambini è arrivata in pronto soccorso con trauma cranico (33,3%) o con la frattura del cranio (16,7%). Stesse percentuali per i politraumi (33,3%) e per le intossicazioni (16,7%). Tra i codici gialli, la percentuale più alta riguarda la frattura di gambe e braccia (arti superiori 37,2%, arti inferiori 4,6%). Percentuali minori per le intossicazioni (6%), ingestione (5,2%) e inalazione (2,5%) di corpi estranei.

La caduta è la modalità di incidente più comune in età pediatrica (circa il 50% dei casi). Si cade da fermi o in movimento; dalle braccia di mamma e papà, ma anche dal letto, dal seggiolone, dalla sedia, dal passeggino, dalle scale; quando si gioca dall’altalena, se si fa sport dai pattini e da cavallo. Alle cadute di qualsiasi tipo seguono gli urti, i traumi sportivi, gli incidenti stradali, le pallonate, gli schiacciamenti, lo scivolamento in piscina o nella vasca e le aggressioni.

Se si considerano complessivamente gli esiti degli incidenti domestici, il 78,6% dei bambini ha riportato un trauma, il 12,4% ferite, il 5,9% ha inalato o ingerito corpi estranei, 1,7% è rimasto vittima di intossicazioni, l’1% di ustioni e lo 0,4% di morsi di animali. Per 76,9% dei bambini la prognosi e inferiore ai 20 giorni, per il 17,6 superiore a 30 giorni.

Da segnalare un tipo di trauma in grande ascesa tra i bambini negli ultimi anni: quello legato ai momenti di gioco sui gonfiabili. Dagli 8 casi del 2002 si è passati agli 81 registrati nel 2012. I 431 incidenti totali si sono verificati per la maggior parte nella fascia d’età 3-6 anni. La metà dei piccoli ha riportato una frattura e per 2 su 10 è stato necessario il ricovero.

CONSIGLI - COME PROTEGGERE I BAMBINI DAGLI INCIDENTI DOMESTICI

La casa dovrebbe essere il luogo sicuro per eccellenza, soprattutto per i più piccoli. A volte, però, le insidie e i pericoli finiscono per nascondersi proprio tra le mura domestiche. Per ridurre sensibilmente il rischio di incidenti in ogni ambiente della casa, è possibile adottare alcune accortezze. Gli esperti dell’Istituto per la Salute del Bambino e dell’Adolescente - Bambino Gesù hanno predisposto un vademecum:

BAGNO
• Non lasciate mai i vostri bambini da soli nella vasca; per il pericolo di annegamento bastano 5 cm d’acqua.
• Utilizzate tappetini antisdrucciolo in vasca da bagno e protezioni antiurto sulle rubinetterie così da rendere il rito del “bagnetto” divertente e sicuro.
• Tenete in bagno solo gli elettrodomestici strettamente indispensabili, posizionandoli su ripiani o dentro armadietti inaccessibili ai più piccoli.
• Tenete fuori della portata dei bambini oggetti spigolosi o taglienti come forbici, lime e lamette da barba.
 
CUCINA
• I piccoli elettrodomestici possono causare folgorazioni e bruciature, ricordatevi di staccare sempre la spina dalla presa di corrente dopo l’utilizzo.
• Quando si cucina utilizzate i fornelli più interni e pentole pesanti provvedendo a girare il manico verso il muro.
• Assicuratevi che la porta del forno sia in vetro termoisolante o dotata di una piastra supplementare in acrilico.
• Evitate tovaglie che pendono abbondantemente dal tavolo.
• Conservate i prodotti di uso domestico in confezioni riconoscibili e dotate di chiusura di sicurezza.
• Non travasate mai sostanze tossiche in contenitori alimentari.

CAMERA DA LETTO
• Non addossate sedie o tavolini alla finestra, evitate scaffalature e cavi di prolunga non fissati al muro.
• I letti a castello sarebbero da evitare o almeno dotateli di barre laterali contro la caduta. I bambini sotto i 6 anni non dovrebbero mai dormire nella parte alta di un letto a castello.
• Ganci a molla applicati dietro le porte impediscono che i bimbi si schiaccino le mani tra la porta e lo stipite.
• Nella camera dei bambini non installate lampade che possono ribaltarsi o surriscaldarsi.

BALCONE
• Verificate che le sbarre della ringhiera non siano orizzontali e quindi scalabili. Se verticali, che siano abbastanza strette da non permettere al bambino di infilarci la testa.
• Verificate sempre che non ci sia alcun oggetto che possa fare da gradino per una pericolosa “scalata”.

CULLA PER NEONATO
• Non riempite la culla di giocattoli e quando dorme non fategli indossare catenelle, braccialetti o ciondoli.
• Non lasciate mai il bimbo da solo né sul piano di appoggio che utilizzate per cambiarlo né nella vasca del bagnetto, neanche per un solo istante.

IN TUTTE LE STANZE
• Non lasciate assolutamente a portata di bambino monete, bottoni, caramelle, batterie, penne e altri oggetti di piccole dimensioni che potrebbe accidentalmente ingerire.
• Ricoprite gli spigoli dei mobili con paracolpi.

Il Pendolino compie 25 anni: festa in Stazione Centrale e apertura degli archivi storici

Il Giorno

Un treno storico, capace di affrontare le curve a 250 km/h, grazie alla possibilita' di inclinarsi senza compromettere la sicurezza e il confort dei passeggeri. Oggi è alla quinta generazione

Milano, 3 ottobre 2013


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Buon compleanno Pendolino: lo storico treno compie 25 anni di servizio a tutta velocita'. Le Fs lo hanno festeggiato oggi alla Stazione Centrale di Milano, ricordando i primati del
supertreno sviluppato da Fiat Ferroviaria (oggi Alstom) nel 1974 ed entrato in servizio 14 anni piu' tardi come Etr 450, capace di affrontare le curve a 250 Km/h, grazie alla possibilita' di inclinarsi senza compromettere la sicurezza e il confort dei passeggeri.  Oggi, con l'Etr 480 (Frecciargento), il Pendolino e' alla quinta generazione.

I CONVOGLI IN ITALIA E ALL'ESTERO - In tutto il mondo sono stati venduti circa 500 esemplari del supertreno simbolo della creativita' e dell'ingegno italiani, che hanno percorso complessivamente, nel servizio commerciale, piu' di 700 milioni di chilometri. Il Pendolino è già operativo in Italia con 53 convogli ancora in servizio per Trenitalia. Si tratta di 14 Etr 480 impiegati principalmente nei collegamenti tra Roma e Venezia e con la Puglia; 9 Etr 460 in servizio sulla dorsale tirrenica; 12 Etr 600 e 7 Etr 610 sulla relazione Roma-Venezia, 6 Etr 450 impiegati nella flotta Intercity per i collegamenti con la Calabria e 5 Etr 470 utilizzati tra Milano e la Svizzera.

Ma il Pendolino viaggia, sotto altre insegne ferroviarie, sui binari di Germania, Repubblica Ceca, Svizzera, Slovenia, Regno Unito, Portogallo, Spagna, Finlandia, Cina, Russia e, presto, in Polonia. I Pendolini sono sviluppati da Alstom Ferroviaria e vengono prodotti negli siti di Savigliano (Cuneo), principale stabilimento mondiale per la fabbricazione dei treni ad alta velocita' basati sulla tecnologia tilting (la capacita' di inclinarsi in curva, da cui il nome 'Pendolino', ndr), Sesto San Giovanni (Milano), che fornisce i convertitori di trazione, e Bologna, responsabile dei sistemi di segnalamento.

L'ARCHIVIO STORICO - La Fondazione Fs mette a disposizione del pubblico a partire da oggi, in concomitanza con la celebrazione dei 25 anni di servizio del Pendolino, un ricco archivio di documenti storici: una prima dotazione di oltre 15.000 volumi, già censiti e catalogati nella Sede centrale di Villa Patrizi a Roma. Un patrimonio di oltre mezzo milione di foto, 3.000 pellicole cinematografiche, una biblioteca con 50.000 volumi, centinaia di rotabili storici, migliaia di cartografie e progetti di ponti, gallerie, linee ferroviarie.

In archivio si trova di tutto, dalle foto del viaggio pastorale di Pio IX nel 1863 a Velletri al filmato del pellegrinaggio in treno ad Assisi nel '62 di Papa Giovanni XXIII, dai progetti delle grandi infrastrutture del Paese (il Traforo del Sempione, la Galleria del Frejus, la Direttissima Roma-Firenze), alla mitica locomotiva a vapore Bayard del 1839, esposta nel Museo di Pietrarsa (Napoli). Per gli amanti del cinema, sono esposte anche le immagini memorabili di un film di Toto' girate in un vagone letto degli anni '50. La Fondazione, poi, ha in cantiere l'organizzazione di viaggi storico-turistici a bordo di treni d'epoca.

Ora in Europa tutti piangono ma nessuno ha mai fatto nulla

Gian Micalessin - Ven, 04/10/2013 - 08:42

Bruxelles si è mossa subito contro i respingimenti. E pur sapendo dei profughi siriani in Egitto ridotti alla disperazione, non ha mosso un dito. E Roma? Muta

Chiunque se ne lavi le mani definendola inaspettata o imprevedibile mente. E sa di farlo. L'accusa vale sia per le autorità e le istituzioni italiane, sia per quelle europee ed internazionali.


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Dietro ai morti di Lampedusa ci sono l'indifferenza e l'inadeguatezza di chi a Roma e Bruxelles dovrebbe occuparsi dell'emergenza profughi, ma assiste da mesi e senza muovere un dito al deteriorarsi della situazione in Egitto e in Libia, le due nazioni incubatrici della tragedia. Fatti e date lo dimostrano. Già lo scorso 18 agosto il ministro per l'integrazione Cecile Kyenge denuncia il rischio di una nuova ondata migratoria, annuncia la creazione di una commissione d'inchiesta e chiede all'Unione Europea d'intervenire. Parole a cui segue il nulla di fatto sia da parte dello stesso ministro sia da parte dell'Unione Europea.

Per capirlo basta leggere l'allarmato comunicato con cui quasi un mese dopo, il 13 settembre, Adrian Edward, portavoce del l'Alto Commissariato per i profughi delle Nazioni Unite di Ginevra, denuncia l'arrivo «negli ultimi 40 giorni di 3300 siriani principalmente in Sicilia». Quei 3300 disperati sono solo la punta dell'iceberg di una vicenda di proporzioni molto più vaste che affonda le sue radici nei disastri creatisi in Egitto e in Libia dopo le cosiddette «primavere arabe» e la caduta di Hosni Mubarak e Muhammar Gheddafi. Nella nostra ex colonia - trasformata in una nazione senza legge dalla guerra tra milizie e dal riemergere dei gruppi al qaidisti - i mercanti di uomini agiscono alla luce del sole e la tratta dei profughi alimenta un'attività semi ufficiale organizzata sulle banchine dei principali porti. Come quello di Misurata da dove è partita - tre giorni fa - la carretta naufragata davanti all'Isola dei Conigli.

All'origine del capitolo egiziano c'è la decisione del presidente Mohammed Morsi di accogliere quasi trecentomila rifugiati siriani. Alla caduta di Morsi quei trecentomila disperati dipinti da alcuni media egiziani come «parassiti islamici» o «amici dei Fratelli Musulmani» diventano i bersagli di una vera campagna odio. E a sfruttarne la disperazione si presentano puntuali i contrabbandieri di umani. L'Alto Commissariato per i rifugiati già il 26 luglio ricorda come la situazione dei 300mila rifugiati siriani in Egitto si aggiunga a quella libica dove somali ed eritrei sono la merce prediletta dei nuovi negrieri. Subito dopo anche la Federazione Internazionale per i diritti dell'Uomo si chiede «fino a quando la comunità internazionale resterà indifferente».

Ma a Roma e Bruxelles nessuno si scompone. Il premier Enrico Letta ammette che la situazione va peggiorando, ma si guarda bene dall'alzare la voce con Bruxelles. La Kyenge dimentica subito gli annunci di agosto e archivia sia le pressioni sull'Europa, sia l'idea di una Commissione. L'Alto Consiglio d'Europa, prontissimo ieri a spiattellare un cinico comunicato in cui liquida come «sbagliate o controproducenti» le misure prese negli ultimi anni dall'Italia per gestire i flussi migratori, è il primo a non muovere un dito. Peccato che ai cosiddetti «errori» dell'Italia si contrapponga l'impassibile «laissez faire» degli altri stati europei. Un atteggiamento evidenziato dai secchi niet con cui Gran Bretagna, Belgio, Francia, Germania e Svezia rispondono in questi ultimi due mesi alle richieste dell'Alto Commissariato Onu di aprire le frontiere ai profughi provenienti dalla Siria.

Ancor più paradossali sono, però, il silenzio e la rassegnazione con cui il nostro governo accetta supinamente i niet dell'Europa acconsentendo di fatto a trasformare il nostro paese nell'ultima spiaggia di tutte le tragedie del Mediterraneo. Dimenticando che l'accoglienza generalizzata alimenta i traffici di uomini, finanzia le organizzazioni internazionali e giustifica l'indifferenza e la passività della comunità internazionale di fronte a drammi come quello egiziano e libico dove il ricatto dei nuovi negrieri è l'unico modo per sfuggire all'odio, alla guerra e alla violenza xenofoba.

Grillo: “Il portale? È in costruzione”

La Stampa

Il leader del Movimento 5 Stelle risponde alle critiche sui ritardi della nuova piattaforma online. «Il sistema operativo ha 90mila iscritti»


Cattura
Il “portale” online? Esiste, in costruzione, da due anni. Il blog di Grillo attacca e replica al “tormentone” da «giornalista pidimenoellino».
«Allora ... a quando il portale che chiede la base? A quando la piattaforma, ci dovete una risposta! Sono anni che aspettiamo; Democrazia diretta solo a parole, date alle persone la possibilità di scegliere come avete promesso!». 

Queste tiritere da giornalista pidimenoellino - si legge sul blog - sono uno dei tormentoni della politica italiana. Delle due l’una, o sono scemi, o sono orbi. Il Sistema Operativo del MoVimento 5 Stelle è in costruzione da due anni. Ad oggi sono quasi 90.000 gli iscritti certificati nel data base, quasi raddoppiati in un anno». Sul blog si elencano «le applicazioni on line disponibili e gratuite (non dovete pagare due euro ogni volta che votate)». E conclude con un post scriptum “per i giornalisti dubbiosi”: «Una piattaforma non ve la daremo mai. Nel frattempo studiate. applicatevi, portalizzatevi!». 

Quei 19.142 caduti

Corriere della sera


«Sul mare galleggiavano scarpe da bambino e merendine...». Tolgono il respiro le testimonianze dei soccorritori impegnati a Lampedusa a tirar su cadaveri, cadaveri, cadaveri. E noi lì, a guardare impotenti. A chiederci: cosa possiamo fare? Poco, oggi. Possiamo solo raccogliere quei corpi, chiuderli in una bara di cellophane, dire una preghiera, lasciarci strattonare da papa Francesco: «È una vergogna...».

È il momento del soccorso, della pietà e del lutto, oggi. Ma, asciugate le lacrime e sfogato lo sdegno contro quei criminali che gestiscono la tratta dei disperati e ammassano cinquecento persone su una barca di pochi metri, bisognerà poi dire basta. Ieri pomeriggio, il sito fortresseurope.blogspot.it , che da anni tiene con furente compassione il conto delle vite inghiottite dal mare, era già aggiornato: con quelli di ieri, siamo a 19.142 morti. Almeno. Più tutti quelli annegati senza avere due righe su un giornale.

La Commissione migrazioni del Consiglio d’Europa ci aveva bacchettati mercoledì, rinfacciando all’Italia di non essere «in grado di gestire un flusso che è e resterà continuo» e di essere diventata «una calamita per l’immigrazione» a causa soprattutto «di sistemi di intercettazione e dissuasione inadeguati». Cioè?

Lo stesso direttore del Consiglio italiano per i rifugiati Christopher Hein, che suggerisce come unica possibilità la creazione di percorsi sicuri che sottraggano chi ha diritto all’asilo ai trafficanti di anime, confessa: «Non ho capito cosa propongano, lassù. Il fatto è che i barconi approdano qui, non in Gran Bretagna o in Olanda». Vogliamo tornare al cinismo dei respingimenti, che violando la Convenzione di Ginevra del 1951 e la stessa Costituzione delegavano il lavoro sporco agli aguzzini di Gheddafi i quali secondo la Chiesa violentavano l’85% delle donne in viaggio verso il sogno europeo?

Davvero è quella la soluzione? Il messaggio «non veniteci a morire sotto gli ombrelloni»?
Guai a voi, ha detto Strasburgo. Con varie sentenze di condanna. Il problema, però, resta intatto. E quella Europa che ogni giorno pretende d’aver bocca nelle nostre scelte perché riguardano tutti non è poi ansiosa di spartire con noi la rogna delle frontiere Sud.

Sia chiaro, come ricorda lavoce.info , gran parte di quanti sbarcano proseguono verso Nord: «I dati 2011 parlano di 571.000 rifugiati per la Germania; 210.000 per la Francia; 194.000 per il Regno Unito; 87.000 per la Svezia; 75.000 per i Paesi Bassi contro 58.000 per l’Italia». In rapporto alla popolazione, certi strilli xenofobi sono ancora più immotivati: ogni mille abitanti ci sono 9 rifugiati in Svezia, 7 in Germania, 4,5 nei Paesi Bassi e in fondo in fondo ci siamo noi: uno.

Ma quelle ondate di sbarchi non possono essere un problema italiano. Riguardano tutti. E come il sindaco di Lampedusa invoca Letta «venga a contare i morti con noi» per urlare il senso di solitudine, lo stesso urlo dovrebbe essere girato a Bruxelles. Vengano a contare i morti nel Mare Nostrum. Sono anche loro.

04 ottobre 2013

Minaccia il figlio di non fargli vedere la nonna: madre punibile

La Stampa

Il comportamento della madre che minaccia il figlio al fine di costringerlo a rimettere la querela presentata nei suoi confronti dal padre - poi defunto -del ragazzo, è configurabile come tentata violenza privata continuata. Lo ha affermato la Cassazione nella sentenza 37324/13.

Il caso

CatturaUna madre è stata condannata per il reato di tentata violenza privata continuata. Secondo l’accusa, al fine di costringere il figlio a rimettere la querela presentata nei suoi confronti dal padre del ragazzo – poi defunto -, aveva minacciato di separarlo dalla nonna paterna, con cui il ragazzo conviveva da tempo e con cui aveva stabilito un significativo rapporto affettivo, ritrovando, così, uno spazio di vita funzionale alla sua serenità. 

Contro la decisione di condanna, la donna ha presentato ricorso, deducendo che non può essere considerata minaccia la prospettazione della madre di allontanare il figlio dalla nonna al fine di ricondurlo a vivere con lei, come consentito dall’esercizio della potestà genitoriale. Con una seconda censura, invece, la ricorrente ha affermato la inidoneità della condotta al raggiungimento dello scopo, e quindi al perfezionamento del reato, giacché la volontà del minore avrebbe comunque dovuto essere integrata da quella di un tutore. Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. 

La potestà genitoriale non è di natura padronale. Infatti, gli Ermellini hanno affermato che è vero che la potestà genitoriale comprende la facoltà di stabilire in quale ambito debba vivere il figlio, ma tale facoltà non può essere esercitata in contrasto con le aspirazioni del figlio, tantomeno per costringerlo a comportamenti funzionali alla soddisfazione di interessi – morali ed economici – del genitore e allo stesso tempo contrastanti con quelli, della stessa natura, del figlio. Nella specie, per Piazza Cavour, il minore ha subito forti pressioni dall’imputata, non per migliorare la condizione del minore o per recuperare il rapporto con lui, ma per ottenere comportamenti che soddisfacevano il suo esclusivo interesse personale (contrastante con quello del figlio). 

Relativamente al secondo motivo di ricorso, per il S.C., il fatto che la rimessione della querela, operata dal minore, fosse soggetta ad «approvazione» del rappresentante (art. 153 c.p.) non elide la capacità offensiva della condotta, giacché nessun «rappresentante» avrebbe potuto fare a meno di tener conto del volere del ragazzo, «con la conseguenza che, seppur la volontà di quest’ultimo non è, da sola, sufficiente a produrre l’effetto remissorio, è tuttavia sufficiente a innescare il meccanismo funzionale alla remissione». Pertanto, per i giudici di legittimità, «è di tutta evidenza che l’evento dannoso o pericoloso, di cui all’art. 49 c.p., non era affatto impossibile» in conseguenza dell’azione della madre.