martedì 8 ottobre 2013

Kuwait, vietato l’ingresso ai gay

Corriere della sera

Il ministro della sanità locale intende bloccare le frontiere agli omosessuali: «Minacciano la salute del Paese»

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GERUSALEMME – «Condotta inappropriata». Potrebbero bastare queste due parole, dall’anno prossimo, per vedersi negare il permesso d’entrare in Kuwait e, magari, di vivere in uno qualsiasi dei Paesi arabi del Golfo. «Inappropriata», verrà definita la preferenza d’ogni uomo che non sia eterosessuale. L’idea è del ministro della Sanità kuwaitiana, Yussef Mendkar, già famoso per gli allarmi lanciati sul rischio di diffusione dell’Aids nelle terre del Profeta, che l’11 novembre ad Amman lancerà la proposta a tutti i governi dell’area: imitare quel che intende fare il suo emirato e bloccare le frontiere agli omosessuali.

Una procedura semplice e rapida: l’obbligo d’una visita medica, al momento della richiesta d’un visto, e poi la decisione di bandire o meno il gay dichiarato o scovato. «C’è un problema serio di pubblica salute minacciata da tanti stranieri che arrivano in Kuwait», sostiene il ministro. Che per questo andrà a parlare a un organo intergovernativo, il Comitato centrale per i lavoratori immigrati, e a chiedere un’azione comune contro l’ «inaccettabile» ondata omosex. La decisione è delicata e non è detto che passi. Tacciono per ora gli altri Paesi, anche se Giordania (dove si discuterà la proposta) e Bahrein sembrano fermamente contrari e Dubai, dove hanno investito molti ricchi esponenti delle comunità gay asiatiche ed europee, ha già fatto capire di non gradire.

QUANDO GAY VUOL DIRE GUAI - Nei Paesi musulmani, si sa, capita spesso. Anche nel Corano si narra della famiglia di Lot e dell’ira divina. E se ci sono governi così poco islamizzati (l’Albania) da prepararsi perfino ai matrimoni dello stesso sesso, ce ne sono altri (Arabia Saudita, Mauritania, Yemen, Iran) che prevedono la pena di morte: a Teheran, addirittura, la Guida suprema Khamenei arriva a incoraggiare (e in parte finanziare) il cambio di sesso, pur di “trasformare” le coppie gay in coppie etero. Il Kuwait, finora, s’era posto in una posizione di mezzo: ammette l’amore fra donne, ma punisce l’omosessualità maschile col carcere dai 6 ai 10 anni. Rimangono nella memoria i ventotto gay arrestati nel 2005 davanti a un fast-food e processati, in assenza d’altre prove, per «disturbo alla quiete pubblica». O i frequenti blitz della polizia a feste private. La legge s’è fatta molto restrittiva, negli ultimi anni: un articolo del codice penale kuwaitiano, aggiornato nel 2008, vieta anche d’indossare «gli abiti del sesso opposto» e di pubblicare libri o giornali che possano «incitare alla trasgressione».

I FILM VIETATI - Sono nati, per reazione, molti movimenti per la difesa dei diritti omosessuali. Che non hanno rappresentanze politiche, ma si fanno sentire sul web, talvolta con ironia (uno porta il nome d’un califfo abbaside che faceva vestire le sue schiave come maschi), spesso con determinazione. In Libano, per esempio, in queste ore è forte la protesta per il nuovo caso di censura cinematografica che colpisce il Beirut International Film Festival: «Lo sconosciuto del lago», thriller di Alain Guiraudie che racconta l’amore fra due uomini, è stato escluso dal cartellone e non potrà essere distribuito nel Paese assieme a un’altra pellicola, «Ti ho offerto il piacere», sotto accusa per alcune scene di sesso troppo esplicito. In molti casi, questi blocchi sono aggirati diffondendo i film libanesi su YouTube, ma stavolta i registi non vogliono: chiedono che i diritti gay, anche in quello che è sempre stato il più tollerante dei Paesi arabi, non siano barattati nello scambio politico con gli Hezbollah filo iraniani. La protesta va su Facebook: «Il bavaglio ai gay è peggio del velo imposto alle donne».

08 ottobre 2013

Post anti-Kyenge, primo leghista assolto

Redazione - Mar, 08/10/2013 - 08:31

Forse sarà ricordato come il primo politico sfuggito alla dura legge del "guai a chi tocca la ministra"

Forse sarà ricordato come il primo politico sfuggito alla dura legge del «guai a chi tocca la Kyenge». 


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Andrea Draghi, assessore comunale leghista a Montagnana con delega alla Cultura nonché consigliere provinciale di Padova, non sarà processato per diffamazione. Il pm ha trasmesso il fascicolo all'ufficio del giudice per le indagini preliminari con la richiesta di archiviazione. Draghi si è difeso spiegando di aver compiuto un gesto istintivo, ovvero aveva condiviso sulla propria bacheca di Facebook un post pubblicato da un altro utente del social network. La fotografia in questione offendeva il ministro di colore mettendola in relazione con il famoso spot pubblicitario con protagonista un gorilla che dice «Dino dammi un crodino». Per dimostrare di non essere un razzista l'assessore ha portato davanti al magistrato gli atti compiuti a favore degli extracomunitari da assessore. E poi, le foto del battesimo del figlio con un sacerdote congolese.

IrpiLeaks: nasce la prima piattaforma italiana di “segnalazione anonima”

La Stampa

luca indemini


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“Leaker”, “gole profonde”, “whistleblowers” giocano un ruolo fondamentale nel giornalismo investigativo. Ce lo hanno insegnato Julian Assange, con la sua WikiLeaks, e più recentemente l’ex tecnico della CIA Edward Snowden, “talpa” del Datagate. Da oggi anche l’Italia può vantare una piattaforma sicura per “segnalazioni anonime”: IRPILEAKS

Come spiegato sul sito dell’IRPI, utilizzando il sistema di navigazione Tor – tecnologia all’avanguardia per quanto riguarda la protezione digitale dell’anonimato –, grazie al software libero GlobaLeaks, creato dal Centro Studi Hermes per la trasparenza e I diritti umani in rete, IrpiLeaks permette a chiunque di svelare informazioni in tutta sicurezza alla squadra di giornalisti investigativi dell’Investigative Reporting Project Italy (IRPI), primo centro di giornalismo d’inchiesta transnazionale in Italia.

“In alcuni casi solo i ‘leaks’ di persone coraggiose possono rivelare comportamenti scorretti di politici o uomini di potere o tentativi di insabbiare informazioni importanti per la cittadinanza – Lorenzo Bodrero, il coordinatore di IRPILEAKS –. I whistleblowers, conosciuti in italiano come ‘vedette civiche’, possono giocare un ruolo fondamentale per quei giornalisti che agiscono come ‘cani da guardia’ della democrazia, tanto più se parliamo di una democrazia alle volte corrotta e ad alto rischio di infiltrazione mafiosa come quella italiana”.

L’Italia è infatti uno di quei luoghi dove è particolarmente pericoloso “soffiare il fischietto”. Nel nostro paese la legislazione in merito alla protezione dei “whistleblower” è ancora agli inizi. L’art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 (Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione, in G.U. n. 265 del 13-11-2012) ha

disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana, ancora in maniera parziale e problematica, la figura del whistleblower, con particolare riferimento al “dipendente pubblico che segnala illeciti”, al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Secondo la norma: “Nell’ambito del procedimento disciplinare, l’identità del segnalante non può essere rivelata, senza il suo consenso, sempre che la contestazione dell’addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione”.

Si è tuttavia precisato che, “qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l’identità può essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato”, con un evidente indebolimento della tutela dell’anonimato. IRPILEAKS permette proprio di evitare esposizioni mediatiche o ritorsioni verso coloro che decidano di denunciare illeciti.

La segnalazione rappresenta il primo passo, per arrivare alla presentazione al pubblico il “leak” deve essere verificato attraverso un approfondito lavoro giornalistico di “fact-checking”. Le informazioni che verranno sottoposte a IRPI tramite la piattaforma IRPILEAKS, saranno quindi accuratamente verificate e solo quelle ritenute di interesse pubblico verranno presentate sotto forma di inchieste giornalistiche.

Sul sito si trova una guida sui rischi connessi al leaking e sui comportamenti da adottare per proteggere la propria identità, oltre che tutte le informazioni sul software da utilizzare.
Per sostenere il progetto, IRPI ha lanciato una campagna di crowdfunding su Indiegogo , al fine di raccogliere i fondi necessari a coprire i costi di base del progetto, dal noleggio del server sicuro su cui poggia la piattaforma alle spese promozionali per far conoscere l’iniziativa.

Trovate le armi del partigiano Johnny

La Stampa

Fucile e pistola appartenuti a Beppe Fenoglio saranno donate dalla figlia al Centro studi dedicato allo scrittore


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Sono state ritrovate in un armadio di casa e saranno messe in esposizione al Centro Studi Beppe Fenoglio le armi possedute dallo scrittore partigiano di Alba e descritte nel libro “Una questione privata”, in dotazione al protagonista Milton. Ad annunciarlo è la figlia Margherita Fenoglio, che ha ritrovato al fondo di un armadio una carabina M1 calibro 30 e una pistola Colt 45 automatica, silenziosamente custodite per cinquant’anni dalla moglie dello scrittore Luciana Bombardi. Terminate le pratiche, i cimeli saranno visibili ad appassionati e studiosi che potranno così contare su un reperto in più per tracciare punti di contatto tra la vita e la letteratura di Beppe Fenoglio. 

Le contraddizioni del cittadino Fico

Corriere della sera


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Non vorrei farmi sgridare dall’on. prof. Renato «All’u-na-ni-mi-tà» Brunetta per via della Commissione di Vigilanza Rai. Mi ero permesso di consigliare all’on. prof. di non partecipare ai talk show della Rai per rispetto della sua carica: un controllore non può calarsi, simultaneamente, anche nella parte del controllato. E che succede?
Che l’on. cittadino Roberto Fico, presidente della Vigilanza Rai, si presenta addirittura da Fabio Fazio, dopo aver maledetto in tutte le salse i programmi tv. Sono proprio comici questi pentastellati, come il loro santo fondatore!

A parte il fatto che i Crimi, le Lombardi, i Fico farebbero bene a tenersi lontani dalle telecamere (ogni apparizione è un punto perso), il discorso che valeva per Brunetta, a maggior ragione vale per Fico. Il presidente sfiora il ridicolo quando dice: «Io spero di essere l’ultimo presidente della Commissione di Vigilanza». Ma non era meglio non metterci piede? Non era meglio combattere per l’abolizione di questo istituto che serve solo a sancire il controllo dei partiti sulla Rai? Temo che Fico si sia già innamorato del giocattolo. Il colmo di comicità lo raggiunge quando afferma: «Tanti dipendenti vengono da me perché vogliono essere valorizzati». Valorizzati? Tanti dipendenti vanno da lui perché cercano un padrinato politico, perché da quelle parti usa così.

È sempre più facile manifestare idee audaci che capire le cose e comportarsi di conseguenza.
P.S. Da Fazio era anche ospite Oscar Farinetti che, novello Isidoro di Siviglia, insiste sulla falsa etimologia di utopia. Fa derivare la parola da «eu» (buono) e «topos» (luogo). Ma questa è solo una paretimologia. Tommaso Moro crea la parola unendo la «u» (in greco oy, cioè «non») a «topos», per indicare un’idea che non può avere luogo. Ma gli utopisti, si sa, sono fantasiosi.

08 ottobre 2013

Lampedusa, ad ogni superstite i soldi di Papa Francesco

Il Messaggero

di Franca Giansoldati


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«Monsignor Krajewski a Lampedusa: da #PapaFrancesco un aiuto a ciascuno dei superstiti per provvedere alle esigenze più immediate». L’Osservatore Romano twitta e diffonde urbi et orbi via web l’attività che sta svolgendo sull’isola siciliana il braccio destro del Papa sul fronte della carità don Konrad, padre Corrado per gli italiani, l’arcivescovo polacco appena nominato Penitenziere e al quale Bergoglio ha affidato compiti di emergenza caritativa.

(“Tu non sarai un vescovo da scrivania, Tu dovrai essere il prolungamento della mia mano per portare una carezza ai poveri, ai diseredati, agli ultimi”). La missione di Krajewski a Lampedusa inizialmente doveva rimanere segreta, il Papa si era anche raccomandato di andare laggiù in incognito, ma poi la cosa è diventata praticamente impossibile visto che padre Corrado benediceva bare, incontrava i superstiti del naufragio, parlava con i sommozzatori ai quali ha consegnato un rosario da portare laggiù in fondo al mare dove sono ancora intrappolati nella stiva della nave centinaia di corpi. Il tutto sotto gli occhi di centinaia di fotografi e giornalisti. Diverse immagini hanno fatto il giro del mondo: l’arcivescovo Krajewski sulla banchina che incoraggia gli sforzi dei volontari, distribuendo altre coroncine del rosario benedette.

Ogni sua azione non passa inosservata e lui trasmette a Roma cosa accade a Lampedusa in tempo reale, in modo che Papa Francesco possa tenersi costantemente informato sugli sviluppi della più grave tragedia avvenuta negli ultimi tempi. “Una vergogna” aveva tuonato da Assisi qualche giorno fa. Ieri mattina don Corrado è voluto anche salire sul gommone della guardia costiera per seguire da vicino altri recuperi. Lo ha fatto pregando, fissando quei poveri inghiottiti dalla disperazione e dai flutti. Don Corrado, 50 anni da poco compiuti, vuole mettere in pratica il desiderio del pontefice di “prolungare il suo cuore e portare laddove si soffre la misericordia del Padre celeste».

Prima di diventare Penitenziere ha lavorato come cerimoniere, e non era difficile scorgerlo dietro Wojtyla, Ratzinger e poi dietro Bergoglio durante le messe a San Pietro. Prima di arrivare in Italia ha lavorato per un anno come cappellano in un istituto psichiatrico in Polonia, e forse proprio il contatto con la sofferenza psichica lo ha indotto a proseguire anche a Roma una attività di volontariato parallela a quella di cerimoniere. Nel tempo libero si recava nella case per anziani, molti dei quali abbandonati dai familiari, la sera assieme alle Guardie Svizzere recuperava gli avanzi della mensa, li metteva dentro dei pacchettini di plastica e usciva dalle Mura leonine per distribuirle ai barboni che trovano sotto i porticati di via della Conciliazione.

Il Papa quando gli ha ordinato di distribuire denaro e aiuti ai poveri della Capitale, gli ha raccontato che quando era a Buenos Aires lo faceva lui stesso la sera, ma adesso che vive “recluso” in Vaticano non può più farlo. Così spetta a lui intervenire a suo nome. Bergoglio avrebbe voluto andare lui stesso a Lampedusa, ma diventava complicato. Ecco perché ha mandato don Konrad, utilizzando però l’aereo della Kyenge.


Lunedì 07 Ottobre 2013 - 20:43
Ultimo aggiornamento: 21:53

La Lampedusa dell’Oceano Pacifico Così l’isola australiana fa i conti con l’invasione di migranti da Giava

La Stampa

I primi arrivi di profughi risalgono a oltre dieci anni fa ma quest’anno il flusso si è intensificato. Canberra schiera la marina, ma il flusso cresce


INVIATO A BALI


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Il Forum dei 21 Paesi del Pacifico si è concluso parlando di commercio e investimenti per la crescita comune ma il tema informale più discusso nei corridoi fra le delegazioni è stata Christmas Island, meglio nota da queste parti come la “Lampedusa del Pacifico”. 

La definizione nasce dalle somiglianze con l’isola italiana: si tratta infatti di una terra emersa di piccole dimensioni - 135 kmq - alle prese con un’invasione di clandestini perché si trova ad appena 360 km di distanza dalle coste di Giava. Trattandosi del lembo di terra australiano più vicino all’Indonesia, le barche dei clandestini puntano ad arrivarci considerandolo una sorta di porta verso il mondo industrializzato, proprio come è Lampedusa nel caso dell’Italia. I primi arrivi di clandestini risalgono a oltre dieci anni fa ma è da giugno che il flusso si è intensificato. La reazione iniziale di Canberra è stata di schierare la Marina per intercettare e, quando possibile, rimandare i barconi indietro.

Ma l’esito è stato quasi nullo: rispetto ai suoi circa 2000 abitanti, Christmas Island oramai ospita oltre 3000 clandestini detenuti in cinque prigioni australiane. Poiché gli arrivi continuano - soprattutto da Afghanistan ma anche da Iran, Sri Lanka e Pakistan - il premier Tony Abbot ha studiato un’altra via d’uscita: un’intesa bilaterale con il governo della Nuova Papua Guinea affinché accetti automaticamente qualsiasi clandestino sbarcato su Christian Island. E Canberra si incarica di sostenere i costi di questa accoglienza forzata, che garantirà ai clandestini lo status di rifugiato ma non l’asilo politico. Ma l’avallo della piccola e indipendente Nuova Papua Guinea - che potrebbe essere seguito da un accordo analogo con Nauru - ha sollevato l’allarme in più Paesi dell’Estremo Oriente. 

A cominciare dall’Indonesia perché teme che, data la scarsa affidabilità della sicurezza nella Nuova Papua Guinea, i profughi possano finire per tornare sul suo territorio. Altre voci di giuristi e legali, dalla Malaysia al Vietnam, rimproverano a Canberra un’eccessiva leggerezza nell’aver immaginato un sistema destinato ad assomigliare alle deportazioni. Arrivato a Bali per il summit dell’”Apec”, Abbott sapeva di finire sotto-processo a causa del piano anti-clandestini ma in più occasioni è riuscito ad evitare l’assedio tagliando corto: “La decisione è già presa, andremo avanti fino in fondo”. E l’Indonesia, nelle vesti di padrone di casa, non ha voluto il duello aperto con Abbott, consentendogli di tornare in patria potendo affermare di non essere indietreggiato di un millimetro. Resta il fatto che le forze navali di Canberra si preparano a far applicare l’intesa appena il memorandum sarà siglato, nella consapevolezza che i primi trasferimenti in un Paese terzo innescheranno una processo destinato a segnare l’identità australiana.

Nuovo processo nel M5S L’accusa al grillino: “Ha tenuto 70 mila euro”

La Stampa

andrea malaguti
roma


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«If». Il deputato Cinque Stelle Ivan Catalano, (divorato dall’antico dilemma: vale di più il mio onore o la serenità di chi mi sta a fianco?), ha scoperto la sindrome di Rudyard Kipling. Che cos’è che fa di un deputato un uomo, figlio mio? Ci ha pensato un sacco, Catalano. Lacerato dai dubbi, divorato dai sensi di colpa, schiacciato dall’insostenibile fardello di chi è costretto a scegliere tra il bene e il giusto, ha trovato la sua complicata sintesi astenendosi dal restituire mezza indennità e diaria in eccedenza per devolvere il gruzzoletto a una più nobile, umanitaria e sconosciuta causa. «Mi sono trovato a un bivio. Da una parte il codice di comportamento 5 Stelle dall’altra la mia incapacità di ignorare i bisogni primari di persone a me vicine».

Familiari, amici, dirimpettai? Chi lo sa. La privacy è privacy. In ogni caso «un uomo», avrebbe detto Kipling. Contraddicendo l’idea di un folto gruppo di cittadini parlamentari, che per mesi hanno restituito ottomila euro a botta, contro la media di cento euro del ventiseienne collega lombardo. «Tra una cosa e l’altra si è messo in tasca settantamila euro». Bugia? Verità? E, soprattutto, fessi loro o davvero iellato lui? Nell’incertezza - e forse sentendo la malinconia dei bei tempi andati, quando i dissidenti finivano alla sbarra senza tanti complimenti - i deputati Cinque Stelle hanno chiesto spiegazioni. «Se non le dà è fuori». Perciò, ieri sera, si sono ritrovati in un’auletta di Montecitorio e hanno inscenato il primo atto del processo. «Ivan, che ti prende?».

Catalano, che entrando nel Palazzo aveva un’espressione immobile da museo delle cere, si era preparato la risposta con cura. Una cosa del tipo: ho peccato, ma non per me, e presto vi restituirò ogni singola moneta. E quando l’ha detto i suoi occhi, nell’ombra, hanno brillato di una luce verdastra come quelli dei gatti. «Non ho intenzione di lasciare il Movimento». Era convinto che quelle frasi fossero destinate a suscitare solidarietà e invece gli onorevoli-cittadini-portavoce si sono limitati a guardarlo contrariati. «Davvero rendi?». «Rendo».

Un comportamento almeno più cortese di quello tenuto dai militanti in rete. Venuti a conoscenza dell’incresciosa questione l’avevano lapidato. «Venduto». «Opportunista». «Vigliacco». Tenerezze di questo tipo. E anche molto peggio. Il consueto «metodo Boffo» 2.0 alimentato da una serie di dichiarazioni passate del deputato lombardo non esattamente in sintonia con la linea Grillo-Casaleggio. Aperture al Pd. Solidarietà a Orellana. Attacchi ai responsabili della comunicazione Cinque Stelle. Come se avesse voglia di farsi cacciare.

Edmond Dantès del Conte di Montecristo alla disperata ricerca di una via di fuga. Che ancora non gli si è dischiusa. Perché il Movimento ha scoperto la pazienza, avendo capito che ogni espulsione si trasforma in un autogol. Gli irrequieti, irascibili, scombinati riottosi, in fin dei conti nel Palazzo li hanno portati loro. Sono questi i dirigenti a cui volete dare in mano il Paese? Catalano, nel frattempo, rimane incollato al suo velenoso mondo antico. «Ero e resto fiducioso. La mia è una questione risolvibile». E lo dice placido come se fosse affondato nel pouf davanti alla tv. Fine della storia? Difficile. Improbabile.

Truccare il registro? Se è elettronico si può

Corriere della sera

Il software del ministero ha una falla: le credenziali dei prof viaggiano in chiaro, gli studenti possono rubarle

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Il sogno proibito di ogni studente. Truccare i voti sul registro. Il 3 in matematica? Un piccolo, sapiente intervento a mano et voilà: diventa un 8. Generazioni di ragazzi si sono esercitati a fantasticare che il prof o la prof lasciasse il registro incustodito. Bene: con il nuovo registro elettronico questo sogno può diventare realtà. Lo ha scoperto il marito di una professoressa delle medie. Che ha spiegato al Corriere le poche mosse necessarie per rovesciare il destino scolastico di uno studente. Di seguito, la storia.

UN GIOCO DA RAGAZZI - Insegnante di scuola secondaria di primo grado - le medie - lei, informatico in una banca, lui. Lei è tornata a casa dopo il primo giorno di scuola con una delle novità introdotte dal Governo di Mario Monti: il registro elettronico. E lui ha scoperto che, per un alunno connesso alla stessa Rete del professore, catturare le credenziali di accesso e cambiare voti e note nella piattaforma è poco più di un gioco da ragazzi con il pallino dell’informatica. L’utilizzo di un computer e di un collegamento a Internet al posto del tradizionale registro cartaceo blu fa parte del pacchetto di norme che avrebbero dovuto digitalizzare obbligatoriamente l’operato degli insegnanti già dallo scorso anno scolastico, ma la scarsità dei fondi e le infrastrutture non adeguate hanno reso l’introduzione della novità graduale. Dal settembre appena concluso la questione si è riproposta, motivo per cui la docente è rientrata a casa con il materiale necessario ad assolvere al nuovo compito.


CREDENZIALI IN CHIARO - Si tratta, nello specifico, dell’accesso a SissiWeb, uno dei programmi acquistabili delle scuole per mettere i professori in condizione di gestire con il pc programmazione e attività didattiche. La deformazione professionale del marito, che ha preferito rimanere anonimo, lo ha portato a indagare sulla sicurezza del sistema. «Soprattutto perché nella descrizione è paragonata a quella di una banca», afferma l’informatico. «Non è così, le credenziali viaggiano in chiaro in Rete», prosegue. Questo vuol dire che nel momento del login, inserimento di username e password, le informazioni transitano senza alcun sistema di criptaggio. Lato utente, ce ne si rende conto facilmente: se a margine dell’indirizzo Internet consultato è presente un piccolo lucchetto, come accade quando si accede ai portali di home banking, c’è anche un certificato SSL che blinda le informazioni. In caso contrario è pericolosamente semplice approfittare di una connessione comune per rubare i dati di accesso e fare il bello e il cattivo tempo all’interno della piattaforma.

E, ne abbiamo avuto la riprova, SissiWeb si presta a un’intrusione di questo genere. Per compiere il furto d’identità è sufficiente che alunno e docente stiano utilizzando la stessa connessione a Internet, indipendentemente dai sistemi operativi utilizzati da entrambi. All’alunno sono sufficienti pochi minuti, non più di tre, per modificare le impostazioni del browser (Internet Explorer, Chrome, Firefox, ecc) del professore. Ipotizziamo che si sia allontanato per andare in bagno o che abbia addirittura dato il dispositivo allo studente per chiedere lumi sul funzionamento dello stesso. Il ragazzo, intanto, ha già dotato il suo computer di un programma gratuito e di altrettanto rapida installazione Quando il professore, senza essersi reso conto della manomissione, entra nel registro elettronico l’alunno vede contemporaneamente sul suo schermo le credenziali inserite. Il famoso registro è così alla mercé del ladruncolo per modifiche di qualsiasi genere.

UNA FALLA NEL SOFTWARE - Distribuito da Axios Italia, SissiWeb è stato acquistato con una licenza annuale da circa 300 euro da più di 1.300 scuole e gode della notorietà dell’antenato Sissi, software open che concede agli istituti le funzioni base, realizzato da Axios e ceduto al Miur che lo distribuisce sotto il suo cappello. L’amministratore delegato di Axios Giancarlo Delli Colli difende il suo prodotto paragonando l’intrusione all’installazione di una telecamera alle spalle del docente. In realtà, in questo caso si sfrutta la scarsa sicurezza del sistema per sbirciare quanto viene inserito. A questo proposito, però, Delli Colli spiega di essere in possesso della certificazione VeriSign - e lo dimostra facendocela vedere - e di non averla attivata sul registro elettronico a causa della migrazione delle sue soluzioni su nuovi server che «si dovrebbe concludere in tempi brevi». E ancora, l’ad di Axios afferma che all’interno delle aule professori e alunni «viaggiano su due reti diverse, una dedicata alla didattica e l’altra all’amministrazione».

STUDENTI E INSEGNANTI, UNA STESSA RETE - Paolo Ferri, professore della Bicocca di Milano e consulente per l’innovazione del Miur ci conferma l’esistenza di due reti separate, ma precisa che alunni e docenti operano sulla stessa. «L’altra è dedicata alle segreterie», spiega. Conferma in questo senso ci arriva dal ministero: «Le reti Internet negli istituti scolastici non sono separate per studenti e insegnanti». Stiamo parlando, è bene ricordarlo, di una copertura che coinvolge ancora «le aule di non più del 10-11% delle scuole italiane», sottolinea Ferri. Il Miur fa riferimento a un 87% degli istituti che dichiara di avere una collegamento, ma precisa che si tratta di «una connessione commerciale, non a banda larga garantita, pertanto non utilizzabile esaustivamente per la didattica in tutto l’istituto». Il governo Letta ha recentemente sbloccato 15 milioni di euro per metterci una pezza (wireless), ma quello della scarsa copertura resta uno dei principali motivi che sta frenando l’adozione del registro elettronico e di soluzioni analoghe. Altri sono riconducibili a situazioni come quella descritta: «Quando ho mostrato la falla a mia moglie mi ha risposto che è una ragione in più per continuare a usare il registro cartaceo».

08 ottobre 2013 (modifica il 08 ottobre 2013)

Martina Pennisi

La «battaglia» degli abitanti di Rio: «Ridateci il vecchio tram»

Corriere della sera

Lo storico «bondinho», cartolina della città da oltre 100 anni , è sospeso dall’agosto 2011:la protesta degli abitanti del quartiere

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Quando un mezzo pubblico trascende dalle funzioni per cui è stato creato (trasportare le persone) e diventa un elemento iconico del paesaggio urbano: è il caso del tram di Lisbona, il 28 di tabucchiana memoria. O delle streetcar di San Francisco, che lentamente si inerpicano sulle alture della città californiana.

UN’ASSENZA «RUMOROSISSIMA»- E poi del Bonde, familiarmente detto Bondinho, la vettura completamente aperta di Rio de Janeiro che da più di cento anni sferraglia per le strade di Santa Teresa, il quartiere «bohémien» della metropoli brasiliana. Insomma immancabile cartolina della Cidade Maravilhosa, al pari del Cristo del Corcovado o del Pan di Zucchero. Purtroppo sarebbe meglio dire, sferragliava: a differenza dei suo colleghi di Lisbona o di San Francisco, da due anni infatti il tram carioca non c’è più. Un’assenza «rumorosissima »a Santa Teresa, un’assenza che il turista distratto, o con una guida non aggiornata al 2011, non riesce a spiegarsi. Perché nell’agosto di quell’anno infatti, una delle vecchie carrozze (hanno tutte più di un secolo) deragliò , andando a sbattere contro un lampione: cinque morti (conducente compreso) e ventisette feriti.

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SOSPESO A TEMPO INDETERMINATO - Una tragedia che spinse l’amministrazione comunale di Rio a prendere una decisione piuttosto drastica: servizio sospeso a tempo indeterminato. Mettendo in ginocchio un quartiere e una comunità, fino a ieri cuore della Rio vecchia, oggi del tutto deserto e silenzioso. Già, il bando resiste tuttora. E la gente del «bairro» , il popoloso «bairro» di Santa Teresa non ci sta. Perché il bondinho, alla fine, non era soltanto un divertissement per turisti: ma un mezzo che «viveva », portando gli adulti al lavoro e i bambini a scuola. Per questo motivo, gli abitanti del quartiere hanno messo in piedi manifestazioni, attaccato adesivi, dipinto murali per riavere il loro tram.

VETTURE NUOVE? - Pare che il comune di Rio rimetterà in funzione il servizio nel 2014, ma nulla è chiaro, al momento. Tra le ipotesi, quella di mandare in pensione le vetture «secolari» per sostituirle con quattordici nuove di zecca: una mossa che toglierebbe qualunque fascino al Bonde quando basterebbe invece mettere in sicurezza i tram di prima generazione, ma soprattutto rivedere e rifare i tracciati delle rotaie. Una mossa che poi esigerebbe prezzi ben più alti per i biglietti, trasformandolo davvero in un mezzo artificiale, com’è il caso di quelli di San Francisco, affollati esclusivamente da turisti. Vecchi o nuovi insomma, si vedrà, l’importante è che i tram ritornino a Rio: perché quell’insopportabile silenzio, a Santa Teresa, non si può più sentire.

08 ottobre 2013 (modifica il 08 ottobre 2013)

Senza braccia né gambe, Renato ottiene la patente

Corriere della sera
di Pensiero Solidale

di Alessandro Barba 


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Ci sono cose che, in teoria, non sono possibili. Non succedono punto e basta. Guidare senza mani né piedi è una di queste. E Renato Visinoni, 51enne di Castione della Presolana in  provincia di Bergamo, fino a l’altro ieri ne era la prova: un’infezione alla milza, quattro anni fa, un batterio, tutti e quattro gli arti amputati. Poteva accontentarsi di essere ancora vivo. E invece no: da “gran testardo” quale ama definirsi Renato non si è accontentato. Si è ri-iscritto alla scuola di guida. Oggi in Italia è la prima persona con quattro protesi ad avere una patente.
A luglio così scriveva sul suo profilo facebook:

“Amici è con immensa gioia che vi annuncio l’acquisto della macchina che ho ritirato venerdì sera. Ora nei prossimi giorni mi vedrete in giro (spostatevi, e parcheggiate bene!!!) insomma…fate largo!!! Mi preme ringraziare tutti perché è anche grazie a voi che mi avete sostenuto e spronato, l’essere arrivato a questo traguardo. Prossimo passo…fine luglio con l’esame patente!!!!”
C’è voluta una buona mezz’ora di esame pratico, con tanto di ingengere della motorizzazione sul sedile posteriore. Ma ce l’ha fatta. La prova, superata da Renato nell’ultima sessione estiva in una scuola di Bergamo, è l’esito di un lungo percorso iniziato quattro anni fa e portato avanti a passi piccoli ma decisi. Prima le protesi (carissime) acquistate grazie a donazioni di amici e raccolte fondi. Poi gli sforzi per ri-imparare a camminare, a muoversi nel quotidiano. Per finire l’impresa titanica: i permessi, la trafila burocratica
“sono dovuto andare fino a Roma” ha raccontato
per creare un precedente unico in Italia e con pochi omologhi in Europa.
Ora Renato percorre senza problemi le strade delle valli bergamasche in cui vive, a 1000 metri sul livello del mare. Guida, e non solo: a bordo della sua vettura speciale, realizzata su misura per lui con comandi vocali e una manopola applicata sul volante, può accompagnare passeggeri, autostoppisti e appiedati di qualsiasi genere. E forse avrebbe qualcosa da insegnare a tanti autisti più fortunati e meno coscienziosi di lui.

Resto in Italia per cambiare le cose Ma quanto è vicino il confine»

Corriere della sera

«Mi sento un po’ come il bancomat dello Stato. Inizio a capire chi trasferisce le sue aziende all’estero»

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«Il problema è che la mia azienda funziona», esordisce Massimo Santinelli. Goriziano, 49 anni, ha fondato BioLab nel 1991 a 26 anni, «con tanti sacrifici perché all’epoca il biologico non lo conosceva quasi nessuno».

La consapevolezza di aver puntato sulla carta giusta Santinelli l’ha avuta solo qualche anno fa, quando il settore ha iniziato a crescere. Così, mentre tofu, seitan e farro facevano la loro comparsa nei supermercati, la sua azienda si ingrandiva: nel 2008 i dipendenti erano 15, ora sono 48 tra aziendali e interinali. Il fatturato è passato dai 900mila euro del 2009 ai circa 6 milioni di quest’anno.

«Crescite importanti, ma quando ho visto il saldo di novembre e ho scoperto che fra tasse e anticipi devo dare allo stato circa il 70% di ciò che ho guadagnato, non ci ho visto più», racconta. Così ha scritto una lettera al Corriere della Sera (pubblicata nella sezione “Idee e Opinioni” di lunedì 7 ottobre) sfogandosi contro un Paese con un «sistema rigido e obsoleto, che molto spesso ritarda o blocca le iniziative imprenditoriali».

Ma soprattutto raccontando i dubbi di chi vive e lavora a 500 metri dalla frontiera, oltre la quale lo aspetta uno stato – la Slovenia – che alle aziende offre «un sistema di incentivi e una burocrazia meno pesante della nostra».

Senza contare un fisco più leggero: le srl, oltre confine, pagano circa il 20% di tasse. «I dubbi ho iniziato ad averli quando la mia impresa ha iniziato a crescere – spiega – Ora mi sento un po’ come il bancomat dello stato. Inizio a capire chi trasferisce le sue aziende all’estero, a patto che lo faccia in maniera onesta: perché dobbiamo restare qui a farci spremere dallo stato?».
Le sue difficoltà di ogni giorno Santinelli le riassume in una sola parola: incertezza. L’incertezza del domani, legata al timore di non riuscire a consolidare i successi ottenuti. L’incertezza di potersi permettere investimenti, dato che non vengono detratti dai costi fiscali. L’incertezza di poter assicurare ai dipendenti quei 200 o 300 euro in più, che dovrebbero finire in busta paga ogni mese e non solo nella tredicesima.

L’incertezza, infine, di un Paese che «non premia né distingue coloro che fanno da quanti parlano e basta. Io non mi sento sostenuto dai politici, ma nemmeno dalle associazioni di categoria. Non sono l’unico a pensarla così, eppure il tessuto economico italiano è formato all’80% da pmi: perché siamo allo sbando?», si chiede. BioLab, intanto, continua a crescere.

Niente turnover: i dipendenti più anziani sono con Santinelli da una decina d’anni, «se lavorano bene vengono valorizzati e non ci penso proprio a licenziarli». L’azienda, oltre all’Italia, si sta espandendo anche all’estero: la sua presenza si sta consolidando in Germania e in Slovenia, ma i prodotti iniziano ad essere venduti anche in Croazia, Francia, Svizzera e Inghilterra. Santinelli, oltre alla sua società, si è concentrato anche su progetti per il territorio, lanciando nel 2010 il Festival Vegetariano a Gorizia (una formula che funziona: quest’anno ha registrato 40mila presenze).

Eppure la Slovenia resta una tentazione: a mezzo chilometro dalla sede di BioLab c’è il valico di Salcano, una frazione di Nova Gorica. E di imprenditori che sul trasloco all’estero ci fanno un pensierino ce ne sono parecchi, merito anche di una campagna promozionale ad hoc che da anni la Slovenia sta portando avanti per convincere le imprese a trasferirsi. Malgrado la frontiera sia lì, a portata di mano, Santinelli per ora resiste: «Qualcosa mi ha trattenuto in Italia. Non so nemmeno io cosa: forse gli ideali che stanno alla base di BioLab, e cioè il rispetto e la cura per la terra, per la salute. O forse il fatto che sono convinto che lavorare nel proprio paese è l’unico modo per far davvero cambiare le cose».

07 ottobre 2013

Arrestata ladra rom: i parenti lasciano il suo bambino di 7 mesi in caserma

Corriere della sera

Lo stratagemma per far liberare la 23enne. Per il momento il piccolo è stato affidato a una comunità


VARESE - Alina è accusata di essere una ladra seriale, ma è anche una mamma. Venerdì scorso è stata arrestata per un tentato furto in appartamento, a Samarate, e per cercare di intenerire i carabinieri, i suoi «complici» sono ricorsi a un espediente teatrale. Mentre la ragazza, una nomade rom di 23 anni, si trovava nella caserma di Busto Arsizio in attesa del trasferimento nel carcere femminile di Monza, una mano ignota ha abbandonato di nascosto, nella sala d’aspetto, il figlioletto di 7 mesi, in lacrime. I carabinieri, con grande stupore, hanno sentito il pianto disperato del piccolo e sono corsi a vedere cosa stava accadendo. Il bimbo era solo. I militari in servizio hanno capito subito che c’era una relazione tra la ladra arrestata e lo strano ritrovamento: «È suo questo bambino?» hanno domandato ad Alina. Lei ha confermato senza indugio: «Sì, è mio figlio».

Poco dopo si sono presentati altri nomadi che ne hanno richiesto la custodia ma i carabinieri hanno avvisato i magistrati. Alle 21 di sabato sera, gli uomini del capitano Antonino Spinnato hanno chiamato il magistrato di turno in Procura a Busto Arsizio, Raffaella Zappatini, e di concerto con lei anche il procuratore per i minorenni di Milano, Anna Maria Fiorillo, che, in attesa di capire se l’identità del piccolo fosse davvero quella dichiarata dalla donna arrestata, ha disposto un provvedimento d’urgenza a tutela del minore secondo quella che è la prassi in questo genere di situazioni.Il bimbo è stato affidato a una comunità protetta, dove si trova tuttora.

La procura non ha tolto il figlio ai genitori, per intenderci, ma ha solo disposto un provvedimento temporaneo: dopo l’udienza di convalida dell’arresto, il bambino potrebbe anche tornare con la ragazza, una volta stabilita la misura detentiva, e quando si avrà la certezza dell’identità della madre, che è domiciliata al campo nomadi di Baranzate (Milano). Ma l’episodio è significativo perché svela un meccanismo che viene utilizzato da alcuni gruppi di nomadi per fare pressioni sulle forze dell’ordine, in particolare, quando viene arrestata una donna che ha figli. In definitiva, per gli inquirenti la scena del bambino abbandonato in caserma non è altro che uno stratagemma ordito dall’entourage della giovane.

Resta da capire se sia stato un episodio isolato o se si ripeteranno vicende simili in futuro.Intanto le indagini non si fermano. L’altra sera, i carabinieri, per una serie di coincidenze, non hanno visto chi abbia lasciato il bambino nella sala d’aspetto e hanno fatto una denuncia contro ignoti per l’abbandono del bambino, senza tuttavia incolpare i genitori. I filmati della telecamera a circuito chiuso indicano che è stata una donna a depositare il piccolo ma non è stato ancora possibile identificarla. La madre ha affermato di averlo lasciato ad alcuni parenti. Il padre - o comunque una persona che si è spacciata per tale - si è fatto vivo per telefono in nottata, e ha inveito contro i carabinieri. Alina è di origini serbe, e risiede in un campo nomadi del milanese, a Baranzate di Bollate. Il furto che stava tentando di compiere con un complice, in una villetta, era l’ultimo di una lunga serie.




07 ottobre 2013


Il contributo più votato
18

Lettore_21609437 Ottobre 2013 | 11.43
QUESTE "risorse" tanto care al sindaco e compari, dimostrano SEMPRE una concreta volonta' di integrazione, il rispetto di leggi e persone, quindi benvenute !!!


taipan657 Ottobre 2013 | 16.29
magari non è neanche suo figlio, d'altronde è vecchia la storia del neonato in prestito prassi abituale alla questura di Milano dove le preziose risorse in attesa del permesso di soggiorno si presentano alla fila con neonati in prestito per scavallarla ai danni di persone che sono in fila magari dalle 5 del mattino.


Lettore_80912487 Ottobre 2013 | 15.02
FUORI TUTTI:::BASTA ne abbiamo fin troppo di questo schifo!!!


LadyAngelika7 Ottobre 2013 | 14.09
che schifo mi fa sta gente. Chudere le frontiere, i rom qui non li vogliamo


Lettore_90749767 Ottobre 2013 | 13.59
Adesso avanti con le associazioni a protezione di queste nuove risorse. Questa non è integrazione e pertanto quei " parenti" "furbetti"devono tornare a casa loro.


fermat627 Ottobre 2013 | 13.57
Ma in che paese viviamo? Qualcuno si informa cosa succede in altri paesi europei in questi casi? Siamo davvero sicuri che in Europa funziona tutto allo stesso modo? Se è così, allora mi sbaglio io, ma forse temo che non sia così! Allora che Europa siamo? Tutti bravi a riempirci la bocca di Europa, vedi cosa succede in questi giorni per l'episodio Lampedusa, ma la vera Europa è questa? Un neonato che vive e cresce in un tessuto di malavita e degrado, cosa diventerà da grande? Ingegnere forse? o commercialista, avvocato magari, o semplicemente operaio in fabbrica. Io vorrei che sul serio a questi bambini venisse data una vera opportunità, cominciando a sottrarli ai loro clan, quando questi non danno chiari segni di volersi comportare come persone oneste e civili. Allora succederebbe che la madre di questo bambino andrebbe a farsi la sua galera, perchè ha commesso un reato non dimentichiamolo, e suo figlio andrebbe in istituto fino al completamento del corso scolastico, peraltro obbligatorio su tutto il territorio nazionale. Ho detto una stupidata forse? E' incivile?


Olifante7 Ottobre 2013 | 12.11
" Speriamo almeno i magistrati" Ahahahahaha! Ahahahahaha i magistrati!
Risposta a: Lettore_8678800 Vedi la discussione

Lettore_29833157 Ottobre 2013 | 12.07
hanno strategie riproduttive "r".

Lettore_2506067 Ottobre 2013 | 12.02
bella idea da copiare - sicuramente qualcuno prenderà spunto.


Lettore_86788007 Ottobre 2013 | 11.55
Pazzesco. Oramai coi nostri sistemi legislativi iperprotettivi e tutelanti verso i delinquenti, ci facciamo prendere sempre più in giro!! Speriamo almeno i magistrati riescano in qualche modo a punire questi scempi...
Vedi la discussione completa


wklo007 Ottobre 2013 | 11.55
Visto l'utilizzo del piccolo come "merce di scambio e contrattazione", voglio augurarmi che venga tolta la patria potestà ai genitori e che il bambino venga affidato in via permanente alle cure dello stato.


Maur11117 Ottobre 2013 | 11.49
Povera mammina, liberatela immediatamente in modo possa tornare a delinquere in tutta tranquillità!


Lettore_21609437 Ottobre 2013 | 11.43
QUESTE "risorse" tanto care al sindaco e compari, dimostrano SEMPRE una concreta volonta' di integrazione, il rispetto di leggi e persone, quindi benvenute !!!


giorgio pellegrini7 Ottobre 2013 | 11.28
sicuri che fosse figlio suo?

Quirinale, le tre telefonate che affossarono la candidatura Prodi

La Stampa

Subito dopo l’ex premier disse alla moglie: «Non passerò»

fabio martini
roma


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È il 19 aprile duemilatredici, manca un’ora alla ennesima votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica e i mass media non solo italiani preannunciano la svolta, l’imminente ascesa al Quirinale di Romano Prodi. Ma il Professore, dal Mali dove si trova in missione per l’Onu, telefona al figlio Giorgio e alla moglie Flavia e prevede: «Non passerò».

La previsione si rivelerà azzeccata: di lì a poco si materializzerà l’oramai celebre «tradimento» dei 101 parlamentari del Pd. La convinzione del Professore aveva preso corpo anche a seguito di tre telefonate che lo stesso Prodi aveva fatto nelle ore precedenti: con Massimo D’Alema, con Mario Monti, con Stefano Rodotà, a sua volta legato a filo doppio con Beppe Grillo. Le tre telefonate, assieme a tutto quello che preparò la caduta, sono raccontate da Sandra Zampa, già portavoce del Professore, in un libro che uscirà mercoledì, “I tre giorni che sconvolsero il Pd”, editore Imprimatur e che naturalmente è stato letto in anteprima da Romano Prodi.

Un libro senza pretese da «saggio politico», ma che programmaticamente si propone di ricostruire minuto per minuto le 72 ore decisive e - proprio grazie a questo passo da instant book - consente di capire come alcune illustri personalità abbiano contribuito all’affondamento di Prodi a due passi dal Quirinale. Davvero significative sono le tre telefonate che precedono la fatidica votazione, anche se la Zampa non le mette in sequenza logica. 

E’ Prodi a farle, per la prima volta attivo nella corsa per il Quirinale dopo che nei mesi precedenti aveva fatto prevalere l’indole provvidenzialista tipica di un certo cattolico italiano, per cui se le cose devono accadere, accadono. Nella mattinata del 19, Prodi telefona a Massimo D’Alema che - come ricostruisce Sandra Zampa - gli esprime «profonda contrarietà per le modalità con cui è avvenuta la candidatura». Dunque, annota mentalmente Prodi, una parte del Pd gli è contraria. L’ex premier telefona anche a Mario Monti, in quel momento ancora presidente del Consiglio. Scrive la Zampa: «Da un esponente di Scelta civica raccolgo l’informazione che da parte di Monti ci sarebbe stata la disponibilità a votare Prodi, se fossero state date garanzie sul reincarico a Monti stesso». Uno scambio che Prodi molto significativamente «lascia cadere nel vuoto». 

E sempre nella mattinata che precede la votazione pomeridiana, il Professore cerca Stefano Rodotà, in quel momento candidato del Cinque Stelle: «Stefano, mi dispiace che ci troviamo in una situazione di conflitto...». Ma Rodotà fa capire che a chiamarlo deve essere Bersani e comunque in quelle ore decisive, dichiara: «Per parte mia non sarò d’ostacolo qualora il Movimento Cinque Stelle voglia prendere in considerazione soluzioni diverse». L’essenza del passaggio è chiara: davanti ad una soluzione “alta” come quella di Prodi, Rodotà non si ritira. 

E il movimento pentastellato? Il libro ricostruisce il zig-zag dei Cinque Stelle, favorevoli a Prodi quando loro risultano decisivi, irridenti quando sono aggiuntivi. Ma davvero eloquente è una battuta, a cose fatte, di Beppe Grillo da Tolmezzo: «Pensavo che Rodotà rifiutasse la candidatura, perché lui e Prodi sono amici, ma mi ha risposto: “Sono onorato e metto il mio mandato in mano alle Cinque Stelle. Saranno loro a decidere se sarò presidente o no”».

E i famosi 101 “traditori”? Scrive la Zampa: «I nostri elettori vogliono i nomi», ma la portavoce di Prodi dice che produrre un elenco dettagliato oscurerebbe «il vero nodo che riguarda l’intero Pd e la sua classe dirigente». Ma nel racconto dei tre giorni, si dà comunque conto del fatto che alcuni parlamentari hanno preparato «prove a discolpa» e viene citato chi - Beppe Fioroni in testa - esibisce «non richiesto», la foto della sua scheda. E ancora: nelle ore decisive il senatore Ugo Sposetti (dalemiano doc) «faceva telefonate per sollecitare un no a Prodi», ma non era «l’unico telefonista in servizio».

Ripercorrendo nel dettaglio quelle frenetiche 72 ore, si capisce meglio, come la caduta di Prodi non sia stato l’effetto della trama di un “uomo nero”, ma di una somma di pulsioni: il calcolo ma anche l’ antipatia per Prodi di singoli e di gruppi organizzati, il narcisismo di qualche big, i risentimenti dei popolari per la bocciatura di Franco Marini, dei dalemiani contro Bersani e contro Prodi stesso. Ma emerge anche la superficialità del gruppo di comando del Pd nelle ore decisive. Inedito un passaggio: quando Bersani, per uscire dalla sfilza di sconfitte fin lì cumulate, annuncia ai parlamentari del Pd la scelta di Prodi, non dice che il Professore «aveva chiesto che il suo nome venisse sottoposto a votazione segreta» e invece «l’intervento di Luigi Zanda aveva chiuso con rapidità la questione». Risultato: Prodi fu acclamato in pubblico e affondato nel segreto dell’urna.

La Cassazione: non sottovalutare libertà di culto dei detenuti in carcere

La Stampa

Annullato il provvedimento emesso dal magistrato di sorveglianza di Novara che aveva risposto con una semplice procedura informale al reclamo di un detenuto sottoposto al regime di 41 bis, il quale lamentava «lesione di diritti»


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La libertà di culto religioso è uno dei diritti garantiti dalla Costituzione: per questo, a un detenuto che protesta per il mancato accesso in carcere di un maestro buddista zen e la mancata previsione di vitto vegetariano, lo Stato deve rispondere in maniera adeguata, valutando le sue istanze come «denuncia di violazione di un diritto». Lo sottolinea la prima sezione penale della Cassazione, annullando senza rinvio, con la trasmissione degli atti a un altro giudice di sorveglianza, il provvedimento emesso dal magistrato di sorveglianza di Novara che aveva risposto con una semplice procedura informale al reclamo di un detenuto sottoposto al regime di 41 bis, il quale lamentava «lesione di diritti». Il magistrato di sorveglianza, si legge in una sentenza della Suprema Corte depositata oggi, «ha chiaramente ritenuto di escludere, sia pure implicitamente, che i comportamenti denunciati si configurassero come una lesione di diritti costituzionalmente garantiti del detenuto».

Secondo la Cassazione, però, quella del magistrato di sorveglianza non è una «valida risposta»: il detenuto, ricordano i giudici di piazza Cavour, «individuava determinati comportamenti dell’Amministrazione penitenziaria come una violazione al proprio diritto di libertà di culto religioso rispetto al quale la dieta vegetariana deve ritenersi un corollario di pratica rituale», mentre il magistrato di sorveglianza si era «limitato a comunicare al ricorrente, all’esito di procedura informale, una relazione dell’amministrazione penitenziaria in merito alla non inclusione di maestri buddisti Zen nel novero dei ministri di culto abilitati all’ingresso nelle strutture penitenziarie ed un provvedimento in materia di vitto assunto su reclamo di altro detenuto». Il magistrato di sorveglianza, dunque, dovrà riesaminare le istanze del detenuto, approfondendo nei dettagli le tematiche sollevate da esso, per chiarire se si sia di fronte o meno a una lesione dei diritti. 

Kabobo, la perizia: "In grado di intendere e di volere"

Libero

Kabobo non è pazzo.Ora pena esemplare. E Kyenge che dice?

La perizia sul picconatore di Milano: "In grado di intendere e di volere". Verrà processato. Salvini: "In cella fino alla morte"

 

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Il picconatore di Niguarda non è matto. I periti "condannano" Kabobo, che lo scorso 11 maggio uccise a colpi di piccone tre uomini a Milano. "Al momento dei fatti la capacità di intendere era grandemente scemata, ma non totalmente assente - si legge nelle conclusioni della perizia -, la capacità di volere era sufficientemente conservata". Adam Kabobo "è capace coscientemente di partecipare al procedimento". Infine, i periti scrivono che "la pericolosità sociale psichiatrica è presente, in forma elevata".

Disturbo mentale - E ancora: "Non può dirsi che la malattia ha agito al suo posto, anche se la patologia ha avuto un ruolo di rilievo", spiegano i periti che hanno deliberato sulla capacità di intendere e di volere del ghanese. La perizia riconosce che il killer è "affetto da un disturbo mentale di natura psicotica grave, compatibile con una malattia dello spettro schizofrenico". Ma, sottolineano, "non ha commesso gli omicidi in totale assenza di coscienza, del tutto travolto dalla malattia". Questo viene dimostrato dal fatto che "ricorda la numerosità delle vittime, il loro genere, le sequenze degli atti e le armi usate". Kabobo, dunque, verrà processato.

Bisogni primari - Quanto al movente, viene scritto, l'ipotesi è che "in preda alla necessita di soddisfare i bisogni primari" e non essendo "in grado di soddisfarli per la limitatezza strutturale delle risorse emotive - cognitive e della confusione psicotica", abbia messo in atto "un comportamento predatorio primitivo finalizzato all’acquisizione di tali risorse, senza operare una valutazione razionale del rapporto costi - benefici".

Salvini: "In galera" - La prima reazione alla perizia che spedisce il picconatore di Niguarda alla sbarra è stata quella di Matteo Salvini. Il commento arriva su Facebook: "Perizia psichiatrica su Kabobo: quando ha ucciso, non era matto. Bene, ora a processo, e in galera fino a che crepa". Così il vicesegretario generale della Lega Nord.



Kyenge, il ministro che non vuole integrarsi

libero

 

Pesa l'assenza di Cècile ai funerali delle tre vittime del picconatore di Milano

di Gianluigi Paragone
@GParagone


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Più volte abbiamo scritto sull’importanza dei simboli in politica. Per mesi ce la prendemmo col governo Monti così insensibile da non partecipare mai ai funerali di uno solo degli imprenditori suicidati per colpa della crisi economica. Scrivevamo che così facendo si rafforzava il muro tra palazzo e cittadini. Da mesi scriviamo che la crisi impone alla politica un atteggiamento meno presuntuoso, meno distante, più aperto al dialogo: leggere ancora che un alto dirigente del senato se ne va in pensione, grazie anche alle prebende di consigliere di Stato, con una cifra che è tre volte quanto prende il presidente della Repubblica, manda in bestia. Ecco, di esempi così ce ne sono parecchi e tutti riconducono all’importanza dei simboli in politica.

Questa non breve introduzione mi era d’obbligo per domandare al ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge perché non ha ritenuto opportuno partecipare, ieri, ai funerali dei tre uomini barbaramente uccisi dalla follia di Kabobo. Non entrerò nelle polemiche politiche che hanno fatto e stanno facendo da contorno alla nomina del primo ministro nero (anche perché alcune di queste hanno autentiche ventature razziste), né entrerò nel merito della proposta sullo ius soli anticipate dalla stessa Kyenge, non foss’altro perché – secondo me – oltre l’annuncio ci sarà il nulla.

Mi limiterò invece a girare alcune considerazioni, nell’illusione di una risposta da parte del ministro. Intanto la follia omicida non ha colori di pelle, né dipende dal diritto di cittadinanza: giustappunto ieri una madre italiana ha gettato dalla finestra alta sette metri i suoi due figli. Ci sono ombre di nero con cui siamo e saremo costretti a convivere. La folle notte omicida di Kabobo non fa eccezione. Poteva essere fermato? Non doveva essere in Italia? Le domande si moltiplicano e quasi tutte resteranno senza una risposta azzeccata. Resta quell’atroce gesto e resta la rabbia e il dolore dei familiari. Da ogni fatto, anche da questo tragico, si può estrapolare un senso politico.

Che la signora Cecile ritenga più saggio arrivare a una maggiore integrazione degli immigrati attraverso il diritto dello ius soli, quindi modificando quasi radicalmente il meccanismo di cittadinanza finora in uso, è un suo diritto di donna impegnata in politica; che lo possa fare in un governo di larghe intese nato dalla necessità di trovare risposte politiche per contenere i danni della crisi economica (ero sul punto di usare un’altra espressione e cioè nato per rilanciare l’economia italiana, ma mi sembrava davvero eccessivo) è invece un’opinione. La questione insomma resta aperta e necessita di un confronto aperto, programmatico e preliminare, coi cittadini, o attraverso le elezioni (nel senso che si sceglie il partito con una proposta o un’altra) o attraverso un referendum. Non è il nostro caso. Si discute solo per effetto di una dichiarazione. La quale sfortunatamente è arrivata pochissimo tempo prima del grave fatto di cronaca che ha visto coinvolto un cittadino extracomunitario, clandestino.

Come dicevamo, delle vittime di Kabobo è stato celebrato ieri il funerale. Mi sarebbe piaciuto vedere il ministro per l’Integrazione in chiesa a Milano. Sarebbe stato uno di quei simboli che riportano le discussioni coi piedi per terra. Essere lì avrebbe tradotto in un fatto la parola integrazione. Essere lì avrebbe significato che al di là di come la si pensi sul tema c’erano tre famiglie da consolare. Essere lì avrebbe svuotato ogni dibattito pretestuoso e fazioso. Essere lì, infine, avrebbe significato che la politica può non avere sempre barriere. La presenza delle istituzioni in certi momenti significa che lo Stato ha un volto, significa che lo Stato si mischia ai suoi cittadini.

L’integrazione è un percorso lungo e difficile. Non credo che un tipo di legge la possa facilitare e soprattutto non credo nemmeno che la retorica – in un senso o nell’altro – faciliti suddetto processo. Di solito si afferma che l’integrazione è un percorso culturale e sociale assieme. Certo che lo è, ma poi è nella quotidianità che si misurano le attitudini alla convivenza. Le classi dei nostri figli sono sempre più multirazziali e multiculturali: la loro autocapacità di prendersi vicendevolmente le misure è la migliore lezione possibile. Nei campetti sportivi non si dividono tra bianchi e neri, tra comunitari ed extracomunitari, eppure in quelle squadre c’è un miscuglio di genti diverse: al limite si dividono tra compagni di classe o fanno comunella con l’amico più simpatico.

Ricordo sempre la strofa di «Un’idea» di Gaber laddove si prende in giro la modernità di un progressista la cui figlia sposò un uomo di colore e lui non riuscì più a dormire. Quella strofa è la didascalia di una generazione in via di superamento. C’è una integrazione che ha già cambiato il passo. Quali regole si dovranno scrivere? Le regole del buonsenso in primis. Poi, certo, la politica qualche scelta la dovrà fare, evitando gli strappi. Resto convinto che si debba tendere alla massima integrazione possibile e che una comunità ha un imprinting dominante (per la somma delle tradizioni, non certo per chissà quale vocazione) e che su quell’imprinting si possono sommare esperienze diverse. Nessuna legge troverà il giusto bilanciamento in questa contaminazione. Tocca alle comunità misurarlo e misurarsi. Esattamente come fanno i nostri figli, i quali – sul tema – sono spesso già più avanti di noi.

18/05/2013

Il Censis: per gli italiani il Web è il Grande Occhio: sa tutto e ti può controllare

Il Mattino


Quasi tutti gli italiani (il 96,2%) considerano giustamente inviolabile il diritto alla riservatezza dei propri dati personali e la diffidenza nei confronti di Internet resta alta: più di otto italiani su dieci sono convinti che sulla rete sia meglio non lasciare tracce (l'83,6%).
È quanto emerge da una ricerca del Censis, che evidenzia l'ingresso nell' «era biomediatica», in cui si è diffusa la pratica della condivisione delle biografie personali attraverso i social network.


CatturaDalla ricerca, presentata da Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, e discussa da Luca De Biase, editor d'innovazione de Il Sole 24 Ore, Giuseppe De Rita, presidente del Censis, e Antonello Soro, presidente dell'Autorità Garante per la privacy, emerge anche che l'82,4% degli italiani pensa che fornire i propri dati personali sul web sia pericoloso perchè espone al rischio di truffe, L'83,3% teme che molti siti web estorcano i dati personali all'insaputa degli utenti, il 76,8% pensa che usare la carta di credito per effettuare acquisti online sia rischioso. L'88,4% degli italiani è consapevole che i grandi operatori del web, come Google e Facebook, possiedono gigantesche banche dati sugli utenti.

La maggioranza pensa che i dati personali siano un patrimonio che può essere sfruttato a scopi commerciali (72,3%) o politici (60,5%).Il 60,7% ritiene quindi che il possesso di un gran numero di dati rappresenti un enorme valore economico. E il 51,6% è convinto che in futuro il potere sarà nelle mani di chi deterrà il maggior numero di dati personali. Tra gli utenti di Internet, il 93% teme che la propria privacy possa essere violata online e il 32% lamenta di avere effettivamente subito danni.
La legislazione vigente in materia di privacy è ritenuta soddisfacente soltanto dal 7,5% degli italiani connessi in rete, mentre è pari al 54% la quota di chi giudica necessaria una normativa più severa.

Ma il 24,5% è scettico, perchè pensa che oggi sia sempre più difficile garantire la privacy. «Come successo per la difesa dell'ambiente, occorre far crescere una cultura della difesa dei dati personali contro la minaccia cibernetica - ha commentato Soro -. La bulimia di trasparenza, che per certi aspetti è considerata un elemento virtuoso, è d'altra parte un processo da cui occorre rientrare. Occorre un concorso dei singoli individui e delle istituzioni e non sarà facile trovare le tecniche più adatte».
«Il processo di digitalizzazione è più lento di quanto si pensi - ha aggiunto De Rita -. Ci sono sacche di resistenza, perchè la società ha bisogno di tempo per assestarsi, di riflettere e metabolizzare. Si rifiuta il Grande Fratello per paura di una dimensione non controllabile. Il futuro sarà nel controllo dei sottoinsiemi, non dei singoli individui. Siamo di fronte a un processo regolabile non con la legge generale, ma con la regolamentazione dei livelli intermedi».

 
Segui @mattinodinapoli
lunedì 7 ottobre 2013 - 14:55   Ultimo aggiornamento: 15:21

Si sposano in Francia, ma l'anagrafe non le registrerà

Il Mattino


Cattura
Spose in francia, ma l'anagrafe non le registrerà in Italia. Le due docenti universitarie francesi sono residenti in provincia di Avellino. Hanno due figli ottenuti con l'inseminazione. Il sindaco del paese: la legge non prevede il caso, è un'evidente distorsione, visto che siamo in Europa, chiedrò al prefetto. Dopo trentadue anni di vita vissuta insieme, i genitori che non capivano all'inizio la loro storia e due figli nati dall’inseminazione artificiale, hanno coronato ieri il loro sogno d'amore nel comune francese di Tourcoing. Un matrimonio non come tutti gli altri per Giuseppina La Delfa e Raphaelle Hoedts. Le due donne, entrambe francesi ma residenti da anni a Santo Stefano del Sole, insegnanti alla Facoltà di Lingue dell'Università di Salerno, hanno colto al volo l'occasione offerta dalla Francia, nono paese in Europa, che dallo scorso aprile riconosce il diritto alle nozze omosessuali.

Matrimonio che consentirà alle due donne di poter adottare l'una il figlio dell'altra. I due bambini avranno lo stesso cognome delle madri. Ma il problema sorgerà nel momento in cui richiederanno il riconosciuto dalle istituzioni italiane: la legge non consente ancora matrimoni tra persone dello stesso sesso. Far trascrivere su tutti i documenti del comune di Santo Stefano del Sole il nuovo status non sarà cosa facile. «Si sapeva in paese che si sposavano in Francia - racconta il sindaco di Santo Stefano del Sole ed ex presidente della Provincia, Carmine Ragano -. C’era un pò di curiosità. Giuseppina e Raphaelle si sono volute far riconoscere un diritto che in Italia non c'è». Il primo cittadino conosce da tempo le due donne.

Il problema sorgerà quando le due donne, ormai felicemente sposate, faranno domanda al Comune per la registrazione degli atti del matrimonio allo stato civile. E si aprirà certamente una battaglia legale. «L’aspetto burocratico è regolamentato da leggi dello Stato ed il sindaco è tenuto ad applicarle - prosegue Ragano -. Vedremo quando sarà presentata la trascrizione all'anagrafe alla quale daremo una risposta e poi penso che loro si opporranno nelle sedi competenti. Capisco pure che vogliano avviare una battaglia legale per tutelare un diritto che, riconosciuto in Francia, non trova poi attuazione in Italia».

 
Segui @mattinodinapoli
domenica 6 ottobre 2013 - 22:03   Ultimo aggiornamento: lunedì 7 ottobre 2013 12:22

Il maxi-yacht di lusso Made in Italy

Corriere della sera

Progettato e costruito ad Ancona dalla Crn, Chopi Chopi ha un cuore tecnologico gestito da un tablet touch da 42 pollici

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MILANO - Ci pensa la tecnologia a tenere alta l’eccellenza del Made in Italy nella nautica. La Crn di Ancona ha presentato al Monaco Yatch Show in anteprima mondiale Chopi Chopi un megayacht hi-tech di 80 metri realizzato in Italia all’insegna dell’innovazione. Parliamo ovviamente di un oggetto di lusso, destinato a una nicchia di ricchi amatori. L’imbarcazione è stata costruita e progettata nelle Marche, lo scafo in acciaio e alluminio è sviluppato su 5 ponti e può ospitare fino a dodici passeggeri, alloggiati in sei suite. Il concetto è quello di una “casa famiglia” galleggiante, in cui tutti gli ospiti a bordo sono coccolati dalla tecnologia. Il prezzo però non è per tutte le famiglie: varierà a seconda degli optional a bordo, ma parliamo di circa 1 milione di euro al metro, per un totale di almeno 80 milioni.

LO YACHT SI COMANDA DA TABLET - La plancia sfrutta i sistemi I-Bridge Mt e I-Chart, il nome è in inglese e richiama quello dei dispositivi Apple, ma l’azienda è di Lucca (Team Italia). Il software permette all’armatore una personalizzazione dei comandi, oltre alla scelta della modalità d’utilizzo e la disposizione sullo schermo. È possibile integrare a scelta: Radar, Chartplotter, Nav Data Conning, Engine Data Conning, Monitoring, CCTV e VHC. I-Bridge MT su Chopi Chopi è accessibile grazie ad uno schermo touch integrato nel tavolo I-Chart che vanta una diagonale di 42”, paragonabile a quella di un pannello TV di discrete dimensioni.

Proprio per questo motivo, il display in alta definizione non è destinato solamente al comando della nave, ma anche all’intrattenimento, è possibile per esempio utilizzarlo per navigare in Internet, ascoltare musica o vedere dei film. I-Bridge MT ha anche un altro vantaggio, può essere aggiornato da remoto, senza l’aggiunta di hardware. “Dobbiamo continuare ad investire sui nostri asset fondamentali, che rimangono il design, la tecnologia, l’artigianalità, la capacità di innovazione e l’italianità”, ha commentato Lamberto Tacoli (presidente e amministratore delegato di Crn). Il manager non ha tutti i torti perché proprio in questi ambiti dove lusso e creatività danno il meglio di sé l’Italia riesce ad esprimersi.


APP PER IL RELAX - Nel maxi yacht c’è spazio anche per la domotica grazie alle app sviluppate da Videoworks (Ancona) per i dispositivi Apple. MyConcierge trasforma l’iPhone o l’iPad in un telecomando elevato a potenza. È un’app dedicata ai più pigri e a chi ama essere servito, è possibile utilizzarla per farsi portare un cocktail o un piatto dal menu, ma anche un giornale o per l’accesso ad un canale Tv. MyOlos invece è pensata per l’intrattenimento multimediale – TV, radio, o la riproduzione di Blu-ray e mp3 - e per la gestione delle luci e dell’aria condizionata.

07 ottobre 2013

Saviano teste e parte offesa oggi in aula contro Gomorra

Il Mattino

di Leandro del Gaudio


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Racconterà tutto dall’inizio, come teste e parte offesa nel processo ai boss di Gomorra, sin dalle prime tappe della sua attività di giornalista e di scrittore. Questa mattina tocca a lui, a Roberto Saviano , rispondere alle domande di pm e avvocati di parte, su quella sorta di «papello» letto in Assise appello nel corso del processo Spartacus. Terza sezione penale, presidente Aldo Esposito, dopo la testimonianza della giornalista Rosaria Capacchione (era assistita dal penalista Vittorio Giaquinto), è il momento di Roberto Saviano , chiamato a raccontare la propria versione nel dibattimento che vede imputati i due boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, ma anche gli avvocati Carmine D’Aniello e Michele Santonastaso.

Era il 13 marzo del 2008, dinanzi alla seconda sezione di Assise appello, quando venne letta la richiesta di trasferimento del processo Spartacus, richiamandosi alla legge Cirami. In sintesi, Capacchione e Saviano venivano indicati come pezzi di un progetto mediatico-giudiziario finalizzato a condizionare lo svolgimento dei processi a carico dei Casalesi, già a partire dalla assegnazione dei fascicoli a giudici più o meno graditi agli stessi inquirenti. Una memoria letta tutta di un fiato nel corso di un’udienza nell’aula bunker del carcere di Poggioreale, dinanzi a decine di parenti di detenuti e al cospetto di quei boss presenti dietro le gabbie o collegati in videoconferenza. Giornalisti indicati come prezzolati, come al servizio di un fantomatico disegno giudiziario volto a condizionare il regolare svolgimento dei processi.

Un documento che, almeno da un punto di vista cronologico, va ricondotto a quella che viene definita come la primavera del terrore, con la strategia sanguinaria di Giuseppe Setola. Sotto scorta dal 2007, l’autore di Gomorra - il best seller che ha avuto il merito di porre al centro dell’agenda nazionale la questione dei Casalesi - racconterà questa mattina l’escalation di intimidazioni subite durante la sua carriera. Minacce aggravate dalla finalità camorristica, secondo le accuse del pm antimafia Antonello Ardituro. Ordine dei giornalisti costituito parte civile (rappresentato dalla penalista Anna Maria Ziccardi), difesi dagli avvocati Mauro Valentino, Gennaro Somma e Riziero Angeletti, gli imputati questa mattina si ritroveranno di fronte lo scrittore che ha sprovincializzato il fenomeno camorra nella battaglia alle mafie nel sud Italia.

 
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lunedì 7 ottobre 2013 - 11:17   Ultimo aggiornamento: 11:19



Saviano cambia identità? Via al totonome. Per Dagospia e la Lucarelli tutti «copiati»

Corriere del Mezzogiorno


Tra i papabili:«Diego Armando de Gomorras»


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NAPOLI - Dal totonome agli «sfottutissimi» post su Facebook. Come un temibile duo Dagospia e Selvaggia Lucarelli prendono in giro Roberto Saviano dopo il suo sfogo durante il processo Bidognetti-Iovine in cui aspirava a un trasferimento all'estero con conseguente cambio d'identità per riacquistare la libertà negatagli dalla vita sotto scorta. La Lucarelli con il suo ormai fedelissimo twitter ha postato: «Chissà a chi copierà nome e cognome». E subito si sono scatenati i retweet e le risposte (una anche da un tal «Cagnolino Dudu» di ispirazione berlusconiana.

ADDIO ITALIA - Dagospia è più sarcastico e completo con il suo articolo «Addio Italia Crudele!», completo di «toto-nome» per lo scrittore che è visto dai dagospiani già in partenza. Nomi alquanto ironici e, leggermente «copiati» come: «Fabio Saviano? Roberto De Fazio? Diego Armando de Gomorras? Da quando, stamattina, Roberto Saviano ha annunciato di voler lasciare per sempre l'Italia per farsi una nuova identità e una nuova vita all'estero, è scattato il "totonome": come sceglierà di chiamarsi il telescrittore?». Un macigno nello stagno per il sito web che usa toni quasi sollevati quando scrive: «Basta trasmissioni tv con il gemello diverso Fabio Fazio, basta conferenze, basta interventi, interviste, post (sfottutissimi) su fb: Saviano non ne può più di essere Saviano e vuole rifarsi una vita da qualche parte nel mondo dove non ci sia un festival di Sanremo al quale (non) partecipare». L'ipotesi più «plausibile» è quella di una cattedra universitaria negli Stati Uniti, come già paventato dal sito, che però ricorda: «Come farà a ottenerla cambiando nome?».

Redazione online07 ottobre 2013

L'anniversario : Nomi, foto, anime: così parla il Vajont montagna ferita a morte

Quotidiano.net

Il ricordo a 50 anni dal disastro: "Chi c'era prova ancora rabbia"
 
dall’inviato
RITA BARTOLOMEI
LONGARONE (Belluno), 7 ottobre 2013 


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MA COM’È andata a finire? Cos’è diventato il Vajont, cinquant’anni dopo? «Chi c’era prova ancora rabbia, sarà così per sempre. L’onda lunga della strage non ha fine. Ma le nuove generazioni non ne possono più. I giovani, sulla frana, vorrebbero farci una pista da motocross». Giuliano Filippin accompagna ogni giorno i turisti sulla diga. Vuol dire lungo camminamenti sospesi a 261 metri e 60 sulla valle. Numeri, foto, lapidi.

Dolore, inestirpabile. Si cammina sopra il bordo, in un ponte imbragato di rete metallica per attraversare la gola, da un punto all’altro. Dà le vertigini. Si cammina su un cimitero. Poi nel bosco, da dove è partito tutto. Nove ottobre del 63, in tv davano la Coppa dei campioni. Alle 22.39 la montagna frana nel lago artificiale e solleva un’onda di 230 metri che scavalca la diga. In pochi minuti è un disastro. Dino Buzzati lo racconterà così: «Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia». Ma la fatalità non c’entrava, la diga non si doveva costruire. L’onda polverizza Longarone, distrugge intere borgate lì vicino e uccide 1910 persone, tante non verranno mai ritrovate.

«Cos’è il Vajont oggi? Un monumento all’avidità e alla stupidità umana», traduce la guida, con durezza da montanaro. Dice anche: «Ci hanno sempre insegnato che la gente cammina e le montagne stanno ferme. Ma qui è successo proprio il contrario...». Sono giorni carichi di eventi e di visitatori. Non bastano i parcheggi per accogliere la folla che arriva qui da tutta Italia. Lungo i tornanti della strada che s’inerpica sui monti tra due regioni — la diga in Friuli, Lavarone a valle, nel Veneto del Piave — ci sono auto ovunque. E gruppi di alpinisti impegnati a fare roccia. C’è anche un’osteria chiamata diga del Vajont.

MA DOVE sono i segni dei morti? Bisogna cercarli con occhio attento, «perché qui non siamo a Napoli», quasi rivendica una giovane donna dai capelli bianchi, che ha contato troppi morti in famiglia e non ne vuole parlare. Le tracce delle vittime sono negli angoli che puoi vedere solo camminando a piedi. Ecco là sul bordo della strada una lapide della famiglia Filippin, erano in cinque, la più piccola aveva 12 anni. Qualcuno ha acceso un lumino.

SI FERMA una coppia di Bassano, Pietro e Annamaria. Lui guarda per terra, si vede ancora qualche pietra tra l’erba. Immagina: «Questo doveva essere il pavimento della cucina...». Più a valle sono ricordate altre due famiglie, ciascuna ha la propria edicola, in pietra e legno. E nella galleria subito prima della diga hanno dedicato una parete intera alla Spoon river del Vajont. Quella sera dal monte Toc si staccarono 260 milioni di metri cubi di roccia. La guida lo traduce così: «Se cento camion lavorassero giorno e notte, estate e inverno, Pasqua e Natale, senza sosta e senza sindacati, dovrebbero passare settecento anni prima di riuscire a portare via tutto». Ma cos’è, oggi, l’inferno del Vajont? Pietro di Bassano ci pensa un momento e lo dice in dialetto: «I morti son morti, per carità, ma quando sparisce la terra, il posto dove uno l’è nado, l’è un dolor... C’è gente che si è suicidata, per questo».

NON C’È un sentimento comune, non tutti sono entrati nelle associazioni dei superstiti. Lionello De Bona, 78 anni (foto in basso) , nel disastro ha perso la madre e il fratello, vive nelle case popolari di Longarone, qualcuno le ha ribattezzate il bunker, una colata di cemento armato. «Nessun rancore, per me il Vajont è un capitolo chiuso». Lo ripete anche a se stesso mentre apre la porta finestra che dà sul terrazzo, vista diga. Ormai non ci fa più caso. Longarone, tutto ricostruito, difficile ritrovarci l’anima del borgo montanaro. Il giovane sindaco Roberto Padrin alza le braccia: «Non si tocca più nulla, avete presente il patto di stabilità?». Piuttosto vorrebbe chiedere allo Stato di accollarsi le spese del cimitero monumentale: «Ci costa 50mila euro all’anno, Ciampi l’ha fatto monumento nazionale, è giusto che ci pensi Roma».

UN PRESIDENTE della Repubblica lo aspettano anche a Erto. Anzi, si dice Erto e Casso, un solo comune, due paesi storicamente rivali. Piccole comunità che combattono per non morire. Dodici anni fa hanno riaperto l’osteria del Gallo cedrone. Osvalda Pezzin, mamma di Massimo, il titolare, sospira: «Dopo agosto apriamo nei fine settimana. Finché non c’è neve...». Sul corso si apre qualche vetrina. Forse non basta per il futuro. Sicuramente lo pensa chi sfoga la sua rabbia su una facciata intera e scrive senza troppo riguardo alla forma, «Dio ci salvi dai sciacalli del Vajont».

Video Vajont, lo spettacolo di Marco Paolini



Il regista che raccontò l'inferno "Questa gente è stata umiliata"

Quotidiano.net

Renzo Martinelli: "Aspettano ancora le scuse dello Stato"
LONGARONE (Belluno)


RENZO MARTINELLI, regista di ‘Vajont’. Che sentimento coglie oggi nella gente?
«C’è tanta rabbia. Quello che è accaduto qui, supera ogni capacità di sopportazione umana. Ci sono persone che hanno perso di colpo venti, trenta cari. Ma non è solo questo. Intere comunità sono state cancellate. Una tragedia dalle dimensioni impensabili. Penso a Longarone. Dopo, non esisteva più niente. Nessun punto di riferimento, nemmeno i ricordi».

In tanti ripetono: lo Stato deve ancora chiedere scusa.
«Basterebbe poco. Basterebbe che il presidente della Repubblica venisse qui, com’è andato a Porzus. Sarebbe un gesto molto importante, sicuramente pacificatore. Queste persone sono state umiliate e abbandonate».

Dodici anni fa il film, oggi sta lavorando sul dopo Vajont.
«Ci stiamo provando. Con molta fatica perché in questo Paese fare progetti di impegno civile è un’impresa sempre molto complicata. Ma ce la faremo. è giusto raccontare agli italiani l’inferno sofferto da questa gente negli anni. Uno pensa che tutto si esaurisca con la strage. Non è così. L’inferno è cominciato dopo».

Lei è qui nei giorni dell’anniversario. Al cimitero, nella domenica dei superstiti, l’hanno fermata per ringraziarla. È rimasto legato a questa terra.
«Per me è un appuntamento fisso, tutti gli anni. All’inizio sono stato accolto con aperta ostilità. Ma poi quando ci hanno visto lavorare venti ore al giorno, l’ostilità si è trasformata in affetto straordinario. Avevo affittato una casetta, ricordo che uscendo la mattina trovavo di tutto, formaggi, salami, verdure».

Intanto c’è un progetto nuovo, sulla diga del Vajont. Privati e Comuni insieme, si pensa a una centralina idroelettrica. «Mah... Quello è un cimitero a cielo aperto e va lasciato così. Rimettere in moto le turbine? No. Fine. Basta. Rispetto nei secoli».

Rita Bartolomei