mercoledì 9 ottobre 2013

Tibet, ucciso il monaco che fondò il primo monastero in Occidente

La Stampa

Rinpoche, 73 anni, era riuscito a mantenere il rispetto e la venerazione della comunità tibetana in esilio, sia a riallacciare contatti con la Cina, pur essendo scappato dall’altipiano tibetano nel 1959, in seguito all’invasione cinese che portò alla fuga anche del Dalai Lama, il capo spirituale tibetano

ilaria maria sala
hong kong


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Ucciso a coltellate Coje Akong Rinpoche, monaco tibetano rispettato sia in Cina che fra la comunità in esilio, fondatore del primo tempio e monastero tibetano all’estero – il Kagyu Samye Ling, eretto in Scozia nel 1967. Il delitto è avvenuto la mattina di martedì a Chengdu, nella Cina del sud-ovest, e sono stati ritrovati uccisi, insieme al Rinpoche (termine con cui si indicano i leader spirituali più rispettati del buddhismo tibetano) , anche il suo autista e suo nipote. Chengdu, la principale città cinese ai piedi dell’altipiano tibetano, ospita un’importante comunità tibetana, ma ha anche un crescente problema di criminalità, sia nei quartieri cinesi che tibetani.

Il Rinpoche, di 73 anni, era una rara figura tibetana, in quanto era riuscito sia a mantenere il rispetto e la venerazione della comunità tibetana in esilio, sia a riallacciare contatti con la Cina, pur essendo scappato dall’altipiano tibetano nel 1959, in seguito all’invasione cinese che portò alla fuga anche del Dalai Lama, il capo spirituale tibetano. 

Akong Rinpoche era però riuscito a convincere le autorità cinesi ad accettare il lavoro suo e della sua Ong ROKPA International, che si occupa di portare cliniche ospedaliere e scuole nelle aree tibetane più povere. Il ruolo di Akong Rinpoche, inoltre, era stato particolarmente significativo nel 1992, quando fu messo alla guida del gruppo di prelati incaricati di identificare la reincarnazione del Diciassettesimo Karmapa Lama, una delle tre più importanti figure della gerarchia spirituale tibetana, insieme al Panchen Lama e, naturalmente, al Dalai Lama.

Akong identificò dunque Apo Gaga, un ragazzino che all’epoca aveva sette anni e faceva parte di una famiglia nomade. Divenuto Urgyen Trinley Dorje, il Karmapa rimase in accordo con Pechino per nove anni, per scappare poi verso l’India, dove risiede tutt’ora. All’epoca, il Karmapa aveva detto di essere fuggito alla ricerca “del suo cappello” (un copricapo nero che era stato trasportato in India quando il Dalai Lama era scappato da Lhasa), e in seguito vennero a galla le tensioni fra lui e Pechino. Oggi, il Karmapa è visto come uno dei più probabili successori del Dalai Lama.

Non è chiaro quale sia stata la causa dell’assassinio: le autorità cinesi hanno solo confermato il decesso, e annunciato che una perizia è in corso. Secondo quanto trapelato in modo non ufficiale fin’ora, però, si potrebbe trattare di un litigio per cause di danaro, e gli accoltellatori sarebbero tre tibetani. Non si sa dunque se ci siano motivi politici dietro l’uccisione, che ha causato sgomento tanto a Dharamsala che in Cina, nella diaspora tibetana e fra molti studiosi.

A parte questo tragico assassinio, però, questi continuano ad essere tempi duri in Tibet: proprio oggi, alcune organizzazioni di tibetani in esilio hanno dichiarato che la polizia cinese avrebbe sparato sulla folla a Driru, nel Tibet orientale, e ferito almeno 60 persone, dopo una manifestazione che chiedeva la liberazione di Dorje Draktsel, un uomo arrestato per essersi rifiutato di far sventolare la bandiera cinese da casa sua il giorno nazionale, il 1 ottobre scorso, e che aveva incoraggiato altri a fare altrettanto.

Per quanto l’incidente non sia stato confermato dalle autorità cinesi, si tratta solo dell’ultimo caso in cui si diffondono simili notizie, testimoni di un perdurare dell’estrema tensione sull’altipiano negli ultimi cinque anni, da quando cioè scoppiarono le rivolte anti-cinesi precedenti ai Giochi Olimpici di Pechino del 2008.

Leghista piromane accusava gli stranieri

Corriere della sera

Arrestato esponente del Carroccio: appiccava incendi a garage e cassonetti e poi scriveva ai giornali


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VARESE - Scriveva lettere ai giornali in cui accusava gli extracomunitari di incendiare i cassonetti, ma la realtà era ben diversa. Secondo la polizia, era proprio lui il piromane che da qualche anno mette a soqquadro la città di Varese. Tutto iniziò con piccoli incendi mirati, prima ai bidoni dell’immondizia (sette episodi per cui ha patteggiato, nel giugno scorso, una pena a nove mesi) e adesso ai garage dei condomini (tre roghi per cui è stato arrestato ieri su ordinanza di custodia cautelare).

PIROMANE - L’uomo accusato di essere un pericoloso incendiario non è tuttavia uno sbandato, bensì uno stimato professionista che il sindaco di Varese, Attilio Fontana ha nominato nel 2012 rappresentante del Comune alla casa di riposo Molina. Stefano Chelazzi, 40 anni, militante leghista, era stato anche candidato alle elezioni comunali del 2007, e aveva avuto un incarico nel cda di un consorzio; promotore finanziario, è inoltre istruttore di arti marziali in una palestra. Secondo quanto appurato dalla Digos, la sera passeggiava per la città compiendo dei sopralluoghi, e poi appiccava il fuoco a garage e condomini.

Il tutto senza un apparente motivo. Nessun astio verso i residenti, nessuna rivendicazione. Solo un’ossessione nella testa e la piromania come vizio. L’estate scorsa, in tre diverse occasioni, avrebbe cercato di incendiare due box e un magazzino edile del centro cittadino, in via Maspero, via Dandolo, e in via Bixio. Le telecamere di sorveglianza lo hanno ritratto sul luogo del primo incendio in orario compatibile con il rogo, mentre il 19 settembre in via Bixio è stato riconosciuto da un testimone mentre si aggirava nella zona. In più di un caso, le fiamme potevano coinvolgere anche gli inquilini, tanto che gli è stata contestata un’aggravante specifica dal gip Giuseppe Battarino su richiesta del pm Sara Arduini.

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INDAGINI - Tra i suoi hobbies , quello di informare i giornali. Nel 2008 Chelazzi inviò una lettera al sito Varesenews, in cui indicava gli extracomunitari come responsabili degli incendi. La Lega Nord, di cui è socio militante nella sezione di Varese, lo espellerà. Il sindaco Attilio Fontana commenta stupito: «Non sapevo fosse coinvolto in questi fatti - ribadisce -: me ne avevano parlato bene e l’avevo nominato, di certo non c’era ancora stato il patteggiamento». Il segretario cittadino della Lega aggiunge: «C’erano delle voci - spiega Marco Pinti - e così gli ho chiesto il casellario giudiziario, da cui risultò però incensurato». Le indagini vanno avanti da alcuni anni: la prima denuncia contro Chelazzi risale infatti proprio al 2008.


08 ottobre 2013

Il prodigioso milligrammo

La Stampa

Yoani Sánchez



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Quando frequentavo la scuola secondaria erano due le parole che mi infastidivano, tra le tante che venivano usate per insultare. Una di quelle era autosufficiente. Il suo uso derivava da quei mea culpa recitati per entrare nell’Unione dei Giovani Comunisti, dove gli aspiranti facevano autocritica per non essersi comportati – in ogni momento - come parte di un collettivo. 

Un altro termine usato in senso dispregiativo era cosciente, che in quel contesto indicava una persona troppo intellettuale, dedita ai libri, applicata alle materie di insegnamento. I buoni alunni erano apostrofati come “troppo coscienti” e i leader naturali che sorgevano in ogni gruppo si vedevano affibbiare l’etichetta dell’autosufficienza. Meglio non mettersi in mostra, non sforzarsi troppo… sembravano suggerire certe espressioni dispregiative. 

Venerare la mediocrità individuale genera società mediocri. Offendere i talenti e gli imprenditori, ritarda lo sviluppo di una nazione. Il capitale professionale non si costruisce solo con titoli, lauree e specializzazioni, ma deve scaturire da una popolazione che apprezza la cultura. 

È fondamentale che l’intelligenza non sia un attributo da nascondere, quasi con vergogna o pudore. Tutti siamo potenziali scienziati e inventori, ma abbiamo bisogno di un ambiente in cui le nostre capacità trovino rispetto. Un paese di scienziati deve mostrare i suoi laboratori e i suoi vaccini; ma deve anche garantire che le persone comuni possano brevettare i risultati raggiunti e ottenere ricompense – materiali e spirituali – per il loro ingegno. 

A Cuba ci potranno anche essere molti laureati, ma fino a quando non godranno di un vero riconoscimento sociale, salariale e legale per il loro lavoro, non potremo definirci una nazione votata alla scienza. È molto triste che vengano dedicate più statue e piazze a persone che hanno impugnato il machete o le armi, piuttosto che ai salvatori di vite umane grazie a microscopi e siringhe. Il prodigioso milligrammo * del sapere ha bisogno di un ambiente idoneo a moltiplicarsi. Quel terreno fertile possiede il seme dell’educazione, immaginare una vita migliore grazie alle scoperte scientifiche e l’imprescindibile concime della libertà. 

NOTE
* «Una formica rimproverata per i suoi carichi troppo lievi e per le sue frequenti distrazioni, una mattina, deviando nuovamente dal percorso, incontrò un prodigioso milligrammo. Sena fermarsi a meditare sulle conseguenze della scoperta, prese il milligrammo e se lo mise sulle spalle. Si rese conto con soddisfazione che era il peso giusto per lei. Il peso ideale di quell’oggetto conferiva al suo corpo una strana energia: come il peso delle ali nel corpo degli uccelli.» (Tratto da «Il prodigioso milligrammo», in Arreola, Juan José, Narrativa Completa, Messico, Alfaguara, 1997)
* Grazie a Universal Thinking Forum per avermi sollecitato questa riflessione… e molte altre.


Immagine tratta da: http://cvc.cervantes.es/actcult/arreola/confabulario/prodigioso.htm

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Nella Milano di Pisapia non c’è più la proprietà privata

L’intraprendente

di Marianna Baroli

Il vicesindaco Ada De Cesaris presenta la bozza del regolamento edilizio. Tra le novità, l'obbligo ai privati di ristrutturare immobili inutilizzati, o in alternativa il loro passaggio a «destinazione pubblica» (leggi centri sociali elettori del sindaco). Bentornati in Unione Sovietica



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Se c’è una regola che è racchiusa nella notte dei tempi, quella è che “quel che è mio è mio”. Se quindi io Gina compro una mela, la mela è mia anche se decido di tenerla lì sul comodino per anni perché mi piace sapere di averla senza mangiarla. La stessa cosa vale per tutto: oggetti, mezzi di trasporto e addirittura abitazioni. Si chiama proprietà privata. La Costituzione italiana, poi, sottolinea l’importanza di questo concetto base, di questo diritto naturale dell’umanità, nell‘articolo 42 che recita: «la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge». A Milano, però, tutto è possibile e nel clima aranciato di Giuliano Pisapia ecco spuntare l’idea che riporta alla condivisione tra kompagni e alla lotta contro il proprietario privato.

C’è infatti un che di sovietico nella bozza del regolamento edilizio presentata in commissione urbanistica dalla vice sindaco De Cesaris. All’articolo 11 si legge che se il proprietario non cura il proprio immobile, il Comune constatato lo stato di sporcizia perenne, di inutilizzo del 90% della superficie e di incuria dell’immobile stesso, prima lo diffida (dando 60 giorni al proprietario per presentare un progetto preliminare per l’esecuzione degli interventi edilizi, per la sistemazione e la manutenzione, o per la riconversione funzionale degli stessi spazi), poi in caso di impossibilità o nessuna risposta provvede direttamente alla manutenzione addebitando però tutti i costi al privato e facendosi così rimborsare l’intervento e infine dopo 5 anni destina a da loro dette “finalità sociali” l’immobile. E tu, proprietario, ti attacchi proprio al tram e tiri.

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Un procedimento ad occhio complesso ma che, in termini di detto come si mangia, si chiama esproprio. Il Comune quatto quatto punta il dito, sceglie, e si prende il tutto dandolo a chi reputa più meritevole. Facciamo un esempio forzatissimo. Se, sempre io Gina, ho comprato una casa diroccata e non so soldi per sistemarla e lascio passare cinque anni dall’acquisto perché di risparmiare a sufficienza per fare dei lavori non ci riesco proprio, mi potrei ritrovare nel mirino dell’amministrazione arancione che, constatato quanto quella casa sia una pericolante catapecchia, potrebbe invece darla a tal associazione o tizio casuale per un progetto di interesse pubblico. Ingiusto, per me Gina, ma anche per chi sarebbe anche vagamente invogliato a investire in immobili a Milano.

Chi me lo fa fare di comprare sotto la Madonnina se poi il Comune si arroga il diritto di intascarselo se a sua detta fa troppo schifo per esistere? L’amministrazione di Giuliano pare proprio assatanata contro i privati e attualmente ha quantificato in 270 gli immobili privati riutilizzabili. «Siamo alla socializzazione della proprietà privata. Con questo strumento si vorrebbe forse evitare ai centri sociali la fatica di occupare immobili tipo la Torre Galfa, perché il Comune glieli potrebbe affidare direttamente» spiega il consigliere di Forza Italia, Fabrizio De Pasquale, che sottolinea il tentativo della Giunta di “superare addirittura la Costituzione”. Il nocciolo della follia arancione poi, è tutto nelle fantomatiche destinazioni sociali. Se i Pisapia sono amici di centri sociali, rom e compagnia bella, prepariamoci a vivere in una città dominata dalle arti di Macao, dai concerti del Leonka e dalle grigliate miste targate Zam.

La nuova banconota da cento dollari

Corriere della sera

Debutta oggi la nuova banconota da 100 dollari, la più ‘copiatà dai falsari di tutto il mondo


A caratterizzare il nuovo biglietto è una banda tridimensionale blu e una campana disegnata dentro un calamaio, mentre al centro rimane il volto di Benjamin Franklin, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti

La Fed inizia a far circolare oggi i nuovi 100 dollari dopo una lunga attesa: allo studio da dieci anni e annunciata nel 2010, l’esordio della banconota è stato ritardato per più di due anni e mezzo

La sua introduzione era infatti prevista per il febbraio 2011, poi è stata posticipata per problemi con le nuove misure di sicurezza

La banconota è ora più difficile da falsificare, e per il pubblico è più facile da riconoscere


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(Reuters)

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Milano, sindacato Carabinieri contro alcuni pm: "Non siamo i vostri passacarte"

Libero

Il sindacato degli agenti di Milano contro i pm: "Siamo investigatori, ma ci costringono a fare lavori da segretari. Siamo mortificati dai magistrati"


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"Pm, non siamo i vostri segretari". Il consiglio di base di rappresentanza dei Carabinieri (Co.Ba.R.) ha firmato all'unanimità un documento rivolto ai vertici dell'Arma nel quale si denuncia il rapporto (viziato) che c'è tra alcuni pubblici ministeri della Procura di Milano e gli agenti di Polizia giudiziaria. Qual è il problema? Che i carabinieri, anziché essere impiegati in attività investigative, sono costretti a passare le giornate in ufficio tra fotocopie e compilazioni di atti formali.

Un'attività di segreteria, insomma, da cui deriva "l'inaccettabile mortificazione della dignità professionale degli agenti e ufficiali". Nel Palazzo di Giustizia milanese ci sono pm che utilizzano i carabinieri "in modo continuo e in via permanente", si legge nel documento sindacale, per "registrare fascicoli, scrivere richieste di rinvio a giudizio, di applicazione delle misure cautelari, d'intercettazioni telefoniche, decreti di acquisizione di tabulati telefonici, avvisi di conclusione di indagini, decreti penali di condanna, richieste dio archiviazione, di giudizi immediati e i capi d'imputazione per le direttissime". Gli agenti non solo finiscono a fare i burocrati, ma con turni di lavoro più duri degli altri impiegati della Procura: iniziano "il servizio prima dell'arrivo del pm" e chiudono "per ultimi".

Non se la cavano meglio gli investigatori di polizia giudiziaria, denuncia ancora il Cobar, che si ritrovano "addetti alle fotocopie degli uffici pre udienza, dove l'unico compito è eseguire migliaia di fotocopie per la preparazione del fascicolo dibattimentale". Non è questo il nostro lavoro, è filo conduttore del documento sindacale: "Molto di quanto elencato - prosegue la denuncia - spetterebbe al personale di segreteria , non certo al persoale di polizia giudiziaria che percepisce 1200 euro al mese".

Calderoli: «Ecco il retroscena della porcata»

Corriere della sera
Bernardo Iovene info@reportime.it

Tutti i nomi dei partecipanti e spunta anche Ciampi


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«Era una buona legge, poi ognuno ha pensato al suo orticello: Casini con il proporzionale, Fini con le liste bloccate, Berlusconi con il premio di maggioranza e la tutela dei partitini che facevano parte della costellazione del centro destra».



09 ottobre 2013

Sbarco di immigrati. Luttwak dà la colpa al Papa

Franco Grilli - Mar, 08/10/2013 - 13:22

Il politologo americano a La Zanzara: "Il Papa è andato a Lampedusa a incoraggiare lo sbarco di persone che vengono illegalmente in Italia e che sono cittadini illegali"

Il politologo americano Edward Luttwak interviene sul tema immigrazione e sbarchi prendendo di mira Papa Francesco.


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Intervenuto al programma La Zanzara osserva: "Ero assolutamente scioccato quando il Papa è andato a Lampedusa per benedire l’arrivo illegale di immigrati illegali. Il Papa è andato lì a incoraggiare lo sbarco di persone che vengono illegalmente in Italia e che sono cittadini illegali". E insiste: "Il Papa fa queste cose perché ormai in Italia è diventato normale far morire e seppellire lo stato di diritto. Chi se ne infischia della legge e della legalità? E’ normale questo sorridere ad ogni forma di illegalità". 

A sostegno della propria tesi Luttwak fa un esempio: "A Venezia ogni turista vede vu cumprà che sono illegalmente in Italia a vendere oggetti contraffatti in maniera illegale senza licenza. E i vigili urbani ben nutriti di Venezia chiacchierano tra di loro a piazza San Marco e fanno finta di non vedere".  Il politologo propone la propria soluzione agli sbarchi sulle coste italiane: "Il governo italiano deve incaricare la Marina di individuare i punti di imbarco dei barconi e interdire la loro partenza. Può prendere in affitto o comprare navi commerciali o motopescherecci di una certa stazza. Si comprano radar per 20mila euro, si mettono a bordo di pescherecci sul quale c’è il personale della Marina, si ripete questa operazione 50 volte e si ha una flotta che controlla questi punti di imbarco".

Il seggiolino salva-bimbi in auto vince il concorso dei giovani inventori

Corriere della sera

Premiati anche la scrivania a induzione magnetica che ricarica i dispositivi elettronici e un nuovo materiale edilizio sostenibile

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«Se fossi un’impresa, lo metterei subito in produzione». Trapelano entusiasmo le parole di Rosella Palomba del Cnr, mentre racconta del seggiolino fatto apposta per non dimenticare i bambini in auto, messo a punto dai ragazzi dell’Isis Fermi di Bibbiena. Invenzione che si è aggiudicata il primo posto alla quarta edizione di InvFactor-anche tu genio!. Una competizione per studenti inventori, organizzata dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpps-Cnr) con la rappresentanza in Italia della Commissione europea. Gara a cui, ogni anno, partecipano decine di scuole italiane e in cui si cerca di scovare giovani talenti con il pallino per le invenzioni. Molti, tra i 42 progetti in gara, i temi toccati dai giovani Archimede. Tra cui, il risparmio energetico, il riciclo, la tecnologia e la sostenibilità ambientale. Ma anche, il diritto dei bambini a mandare un Sos quando è in gioco la loro vita.


IL SEGGIOLINO SALVA-BIMBI - Premiato non solo per il funzionamento, ma anche per l’attenzione ai fatti di cronaca, il seggiolino per non dimenticare i bambini in macchina. Risposta degli studenti del Fermi di Bibbiena che, per i genitori, potrebbe evitare il rischio di trasformare una sbadataggine in tragedia. «Si tratta», spiega la coordinatrice del concorso nazionale, «di un seggiolino che può funzionare in autonomia, oppure integrato all’impianto dell’auto. E che si attiva, quando il motore viene spento e la portiera del guidatore viene aperta». Prima abbassando i finestrini (la maggior parte dei decessi infantili in automobile, infatti, avviene per soffocamento), poi facendo lampeggiare le quattro frecce e suonando il clacson. E, se ancora non fosse abbastanza per carpire l’attenzione del genitore, cominciando a mandare una serie di messaggi a un numero di telefono. «Una tecnologia semplice», prosegue Palomba, «ma in grado di salvare tantissime vite».

INVENZIONI DA NON PERDERE - A venire premiate, oltre al vincitore, altre due invenzioni, messe a punto nelle classi superiori italiane. Al secondo posto, l’inductive desk realizzata dall’Itis Fermi di Roma. «Si tratta», prosegue Palomba, «di una scrivania a induzione magnetica in grado di ricaricare gli oggetti elettronici che vi vengono posati sopra. Un’invenzione totalmente wireless che sarebbe molto utile non solo in casa, ma anche nei ristoranti». Infine, tra i vincitori, anche il recupero dei materiali del territorio di appartenenza con il progetto Pet cave e mosaici delle studentesse dell’Iis Marconi Galletti di Domodossola che, oltre al terzo posto, si è aggiudicato anche il premio per la creatività femminile. Grazie alla scoperta di un nuovo materiale edilizio sostenibile, creato con gli scarti delle polveri di marmo, provenienti dalle cave dei loro territori, e dalle bottigliette di Pet. «Le ragazze», illustra la coordinatrice, «sono riuscite a realizzare un materiale totalmente nuovo, a basso costo e impatto ambientale». E da cui si possono anche ottenere pezzi da usare come mosaico e rivestimenti.

GIOVANI E SCIENZA - «Prendete come modello Steve Jobs». È quello che dice ai ragazzi la ricercatrice del Cnr quando si parla di riuscire a mettere in commercio le proprie invenzioni. «Per riuscire a sfondare non basta avere un’idea, ma bisogna trovare i fondi per realizzarla. E, per riuscire a prenderli, bisogna essere in grado, in primo luogo, di comunicarla». E, forse anche per questo, il fondatore della mela morsicata sembra il modello più adeguato. «Non basta più essere scienziati e ricercatori. I ragazzi devono diventare manager delle proprie idee».

E LE IMPRESE STANNO A GUARDARE - Idee scientifiche che, tuttavia, sembrano fare breccia nel mondo industriale italiano fino a un certo punto. «Nonostante le ottime idee degli scienziati (junior e senior), l’Impresa nazionale resta sempre un po’ sorda. Non solo per via della crisi, ma anche per la poca propensione a investire nell’innovazione. Per questo ai giovani scienziati consigliamo di diventare padroni di altre lingue e, se possibile, di trascorrere tempo in scuole straniere. In modo di allargare il giro delle opportunità che, in Italia, purtroppo si trovano ancora fino a un certo punto».

08 ottobre 2013

Nord Corea, l’ultima follia di Kim: l’impianto da sci

Corriere della sera

Soldati-operai costretti a portare blocchi di cemento sulla schiena per costruire una grande stazione invernale con piste da slalom

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PECHINO - La Corea del Nord ha 24 milioni di abitanti e, secondo dati ufficiali, 5.500 sciatori. Nonostante solo lo 0,02 per cento della popolazione sia in grado di usare gli sci, l’ultimo regime marxista-stalinista della terra ha deciso di costruire una grande stazione invernale con piste da slalom. Il progetto sul Passo Masik, costa orientale del Paese, è in fase di allestimento. Tanto che le autorità hanno invitato il corrispondente e un fotoreporter dell’agenzia Associated Press (unico mass media occidentale accreditato a Pyongyang) a un tour guidato. Ne è uscito un quadro surreale. Soldati che trasportano blocchi di cemento sulla schiena come forzati; altri che spianano la roccia con i picconi; cartelli con scritte in rosso fuoco che incitano alla «guerra senza quartiere contro gli aggressori americani»; altoparlanti che diffondono canti patriottici. Un’atmosfera tra il campo di lavoro e quello di battaglia.

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SOLDATI OPERAI - Il segretario dell’Associazione sci nordcoreana ha spiegato che i soldati-operai fanno parte di una «brigata d’assalto» selezionata per concludere i lavori a tempo di record: dieci mesi per le piste da sci, quelle per gli slittini, impianti di risalita, due alberghi da 400 stanze complessive, un parcheggio sotterraneo ecc. ecc. Sembra l’ultima follia del dittatore nordcoreano Kim Jong-un, trentenne, terzo della dinastia vetero-comunista con la passione per le armi nucleari. Il giovane Kim, che ha studiato in un collegio in Svizzera, a quanto pare ama lo sci. La data dell’inaugurazione è stata fissata al 10 ottobre, 68esimo compleanno del Partito dei Lavoratori.

Ma i lavori non sono finiti: i due alberghi sono ancora scheletri di cemento. Kim Tae Yong, il capo dei 5.500 sciatori nordisti, dice che il grosso degli impianti sarà costruito nella «Fase due». Il suo unico cruccio, ha confessato alla Ap, sono gli ski lifts: il governo svizzero ha bloccato la consegna di cavi e macchinari da parte di un produttore elvetico. Motivo? L’embargo Onu sulle forniture di lusso alla Corea del Nord. Pyongyang ha definito la decisione della Svizzera «una grave violazione dei diritti umani e sportivi dei coreani». C’è ancora tempo: secondo gli analisti questo progetto faraonico sarebbe stato ideato in previsione delle Olimpiadi invernali del 2018 assegnate alla Corea del Sud. Kim Jong-un vuole dimostrare di saper emulare i cugini-nemici e magari sogna di ospitare qualche gara olimpica.

08 ottobre 2013

Messico, costretta a partorire su un prato «Non era stata ammessa in ospedale» Un fotografo riprende la scena: choc nel Paese

Il Messaggero

di Federico Tagliacozzo

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Una donna messicana di origine india è stata costretta a partorire appena fuori da un ospedale di Oaxaca dopo un’attesa di due ore. Una foto inquietante della neomamma e del suo neonato con il cordone ombelicale ancora attaccato compare a tutta pagina sull'ultimo numero de “La Razon”, pubblicazione messicana. Le ragioni per cui la donna abbia dato alla luce il bimbo fuori dalla struttura, non sono ancora state chiarite. Dopo il parto, la mamma e il neonato sono stati portati all'interno dell’ospedale per le cure necessarie.

La donna, identificata con il nome di Irma Lopez Aurelio, 28 anni, si era svegliata a casa sua poco prima delle due del mattino del due ottobre scorso per le contrazioni sempre più forti. Insieme al marito ha raggiunto a piedi l’ospedale più vicino, situato a San Felipe Jalapa de Diaz. Quando la coppia è arrivata, la donna era completamente dilatata e le acque rotte. Il personale sanitario ha visitato la donna, ma poi non l’ha ammessa. Secondo quanto spiegato da fonti dell’ospedale, in quel momento la struttura aveva un numero ridotto di personale per uno sciopero. Secondo La Razon, all'origine dell’accaduto potrebbe esserci un’incomprensione linguistica: la coppia proviene dalla Sierra Mezateca, zona dove lo spagnolo è poco parlato.

Due ore dopo l’ingresso in ospedale, verso le otto del mattino, la signora Lopez si è poggiata su un ginocchio sul prato antistante la clinica, e ha cominciato a spingere. Le sue urla hanno attirato le persone che si sono affacciate alle finestre degli edifici accanto. Un fotografo è riuscito a immortalare la scena alcune frazioni di secondo dopo il parto. Membri dello staff dell’ospedale sono subito accorsi sulla scena e si sono presi cura della neomamma e del nuovo nato. Secondo quanto spiegato da German Tenorio, segretario dell’Ospedale di Oaxaca, il personale paramedico avrebbe semplicemente detto alla coppia di aspettare fuori dalla struttura in attesa che fosse preparato tutto l’occorrente per il parto. L’uomo ha poi sottolineato come la donna avesse difficoltà a comprendere lo spagnolo.


Martedì 08 Ottobre 2013 - 10:54
Ultimo aggiornamento: 12:43

Zanoni: inaccettabile inserire la corrida nel patrimonio Unesco

La Stampa

L’europarlamentare: «L’uccisione cruenta di un animale non può essere considerata cultura»


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La Commissione Cultura del Congresso spagnolo vuole presentare la richiesta all’Unesco per inserire la corrida nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. L’eurodeputato Andrea Zanoni ha affermato: «L’uccisione cruenta di un animale non può essere considerata cultura. È il retaggio di un passato che deve essere cancellato nell’Europa del ventunesimo secolo. Il Parlamento iberico faccia subito retromarcia» 

La Commissione Cultura del Congresso spagnolo vuole presentare la richiesta all’Unesco per inserire la corrida nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Il Parlamento spagnolo, però, si è spaccato sulla proposta: il provvedimento è stato messo ai voti ed è stato approvato con i voti del Partito Popolare, che ha la maggioranza assoluta, e degli autonomisti della Navarra dell’Upn, mentre Psoe e Unione Progresso e Democrazia si sono astenuti e i rimanenti hanno votato contro. 
Ora il testo della richiesta sarà inviato al Senato e sarà avviato l’iter di richiesta ufficiale. L’eurodeputato Andrea Zanoni, vice Presidente dell’Intergruppo per il Benessere e la conservazione degli Animali al Parlamento europeo ha affermato: ½La morte di un animale tra atroci sofferenze non può essere spettacolarizzata e soprattutto non è patrimonio dell’umanità.

La società del XXI secolo deve essere improntata sul rispetto della vita ed è inaccettabile che si possa anche solo pensare che l’uccisione lenta e dolorosa possa rientrare nell’elenco delle ricchezze culturali dell’Unesco. All’inizio di luglio scorso avevo inviato una lettera a nome dell’Intergruppo per il Benessere e la Conservazione degli Animali al Parlamento europeo, esprimendo profonda preoccupazione per il disegno di legge 120/000005 che prevede l’istituzione della corrida come un patrimonio culturale spagnolo. L’Europa non riconosce la tortura degli animali come patrimonio da preservare. Il Senato iberico ponga rimedio a questa vergogna: la corrida è un crimine e va bandita dal mondo». 

A metà maggio, uno studio condotto da ERC/Catalonia Sí ha denunciato che circa 129 milioni di euro di fondi agricoli vengono destinati ogni anno all’alimentazione dei tori destinati alle corride. La stima si basa sui soldi spesi per ettaro e, secondo gli eurodeputati spagnoli, è scontata la loro vera finalità visto che i tori sono destinati solo a questa attività. Già a giugno 2013, Zanoni aveva firmato la petizione contro l’uso di fondi UE per l’allevamento di tori destinati alla corrida in Spagna, indirizzata al Commissario Ue all’Agricoltura Dacian Ciolos con cui si chiede di eliminare immediatamente questi sussidi.

Foie grais, è guerra fra Amazon e la Francia

La Stampa

Il colosso statunitense ha messo al bando la vendita del prodotto da sempre nelle mira degli animalisti per i metodi crudeli a cui vengono sottoposte le oche


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Bando on-line per il foie gras. Amazon, il colosso americano del web, ha vietato la vendita sul sito britannico del celebre prodotto gastronomico della Francia, ottenuto con una pratica ritenuta da molti inumana e indegna per un Paese civile: ingozzare le oche per far crescere il fegato a dismisura. Mentre Parigi batte i pugni sul tavolo con il ministro francese per l’Agroalimentare, Guillaume Garot, che tuona: «Deploriamo questa decisione’’.

Aderendo alle nuove regole di vendita improntate al rispetto dei diritti degli animali, Amazon ha deciso di bloccare nel Regno Unito le vendite di foie gras. Vengono banditi i «prodotti a base di balena, delfino, squalo, elefante (incluso l’avorio) o animali minacciati..», oltre a «tutti i prodotti contenenti foie gras», scrive Amazon.co.uk. «Tutti i venditori devono aderire alle nostre linee direttrici relative ai prodotti messi in vendita sul nostro sito», ha aggiunto un portavoce del gruppo, senza fornire ulteriori dettagli.

Il foie gras, la cui importazione è legale nel Regno Unito, rimane comunque disponibile su molti altri siti britannici. La decisione di Amazon è stata salutata da associazioni per la difesa degli animali come Viva!, Peta o L214, che ritengono il trattamento delle oche o delle anatre per la produzione del foie gras crudele e disumano. Viva! precisa inoltre di aver presentato ad Amazon delle «prove sulle atroci sofferenze causate da questa produzione e una petizione firmata da 10.000» persone.

Il ministro francese per l’Agroalimentare ha «deplorato» il divieto, ma si è detto tuttavia «fiducioso» sul successo di questo «prodotto dell’eccellenza francese». «Voglio ricordare gli sforzi che i produttori francesi stanno facendo da anni per mantenere una vera qualità dei prodotti, rispettando il benessere animale. Io difendo una filiera perché difendo dei posti di lavoro e al tempo stesso una certa idea del patrimonio gastronomico», ha aggiunto. Per lui, la filiera del foie gras rappresenta 35.000 posti di lavoro diretti e 60.000 indiretti in tutto il territorio francese.

Secondo il Daily Mail, più di cento prodotti contenenti foie gras sono stati ritirati dal catalogo di Amazon. In Gran Bretagna, il foie gras è stato anche boicottato dalla Camera dei Lord per le feste di fine anno 2012. Mentre il ministero dell’Agricoltura si è schierato contro a causa delle sofferenze inflitte agli animali.

Intanto, in Francia, c’è chi interpreta questo divieto come una rappresaglia alla proposta di legge `anti-Amazon´, adottata la settimana scorsa dall’Assemblea Nazionale. In particolare, i deputati francesi hanno dato un primo via libera alla norma che difende le tradizionali librerie rispetto alla concorrenza degli operatori online, accusati di dumping. Con questa nuova proposta, che ora deve passare al vaglio del Senato, i colossi del web non potranno più cumulare la gratuità delle spese di trasporto con lo sconto del 5% autorizzato sul prezzo di copertina dei libri venduti in Francia. Nei giorni scorsi, Amazon ha denunciato una misura discriminatoria e nociva per le tasche dei consumatori.

La piccola mela tedesca batte Apple

Corriere della sera

Guerra dei loghi tra un caffè di Bonn, “Apfelkind” e Cupertino. Che dopo due anni si ritira dalla disputa legale

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MILANO - A prima vista i due loghi non si assomigliano affatto. Impossibile confondere il famoso marchio del colosso tecnologico con quello più creativo di un piccolo caffè di Bonn, in Germania. Apple, tuttavia, non la pensava così e due anni fa coinvolse i gestori della caffetteria tedesca in una lunga disputa legale. Ora è arrivata la svolta, una retromarcia inaspettata.

MELA CONTRO MELA - Christina Römer, con la sua meluccia rossa, sconfigge la Mela morsicata. La tedesca potrà continuare ad usare il nome e il logo creati per il suo locale a gestione familiare, l’«Apfelkind», dove «Apfel» sta per mela e «Kind» per bambino. L’Ufficio tedesco per i brevetti e i marchi ha infatti comunicato che Apple ha fatto marcia indietro. La disputa legale tra la potente società e la piccola caffetteria per famiglie ricorda per certi versi la famosa battaglia tra Davide e Golia. Tutto è iniziato nel 2011 fa quando Christina Römer decise di registrare il marchio della sua attività: una mela rossa col profilo di una bambina corredato dalla scritta «Apfelkind». Da Cupertino drizzarono subito le antenne. In una missiva inviata a Römer, gli avvocati californiani sostenevano che quel logo causava confusione con il marchio globale di Apple e invitavano la donna a ritirarlo subito e rinunciare ad usarlo.

CatturaCLAUSOLA - La battaglia legale, scrive la stampa tedesca, è stata lunga e a tratti bizzarra: lo scorso anno Apple avrebbe proposto alla controparte un accordo transattivo. La donna, tra le altre cose, avrebbe dovuto promettere di non vendere nel suo caffè alcun prodotto tecnologico col logo Apfelkind, solo tazze e giocattoli. Di più: porre immediatamente fine alla lite sorta e non menzionare una parola sui dettagli dell’accordo firmando una clausola di silenzio-assenso. Nei giorni scorsi, però, è arrivato la retromarcia del colosso che ha ritirato la propria opposizione. Da Cupertino si trincerano dietro un no comment. In ogni caso, la controversia ha fatto di Apfelkind un marchio noto. Römer ha raccontato di aver intenzione di aprire presto un secondo caffè e di creare e vendere col marchio Apfelkind prodotti e vestiti per bambini.

08 ottobre 2013

Francobolli rari e con errori nascosti Così le Poste americane sfidano la crisi

La Stampa

Per rimediare alla drastica riduzione degli affari si punta al collezionismo. Lanciata una versione “elaborata” del famoso “Inverted Jenney”

paolo mastrolilli
INVIATO A NEW YORK


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L’imitazione di un francobollo sbagliato, per risvegliare la passione dei collezionisti. In sostanza il falso di un falso, con l’aggiunta di qualche errore volontario e nascosto. Non ha limiti la fantasia del Postal Service americano, per combattere la crisi provocata dalla rivoluzione digitale, recuperare fondi, e tenere in piedi la propria attività.

Nel 1918 le poste degli Stati Uniti avviarono un servizio sperimentale, per trasportare con gli aerei le lettere tra New York e Washington. Allo scopo di celebrare l’evento, emisero un francobollo speciale da 24 centesimi, che ovviamente mostrava l’immagine di un velivolo. Si trattava del biplano Curtiss JN-4, chiamato anche affettuosamente Jenny. Per qualche ragione ancora ignota, però, gli stampatori fecero un errore. L’immagine, sopra un numero limitato di esemplari, uscì capovolta. Il collezionista William T. Robey, visitando l’ufficio postale dove si recava ogni giorno, notò lo sbaglio e fece incetta di francobolli rovesciati. Ne acquistò subito cento, li battezzò “Inverted Jenney”, e li portò a un rivenditore. Con i proventi andò in pensione, comprandosi una lussuosa casa a New York.

Quasi cento anni dopo, il Postal Service ci riprova. Il servizio è in grave difficoltà, perché la rivoluzione digitale, la e-mail, i messaggini sui cellulari e le comunicazioni attraverso i social media hanno ridotto molto il suo traffico e i suoi ricavi. Per risparmiare e sopravvivere, è arrivato a considerare la sospensione della consegna delle lettere il sabato, ma rischia comunque la bancarotta.
L’alternativa è cercare di inventare altre forme di guadagno, e soprattutto rilanciare tra la gente l’affetto per questo servizio storico. Una strada può essere anche il collezionismo, e quindi il Postal Service ha deciso di percorrerla, emettendo una nuova versione dell’Inverted Jenny.

Per realizzarlo sono state usate le stampe originali, quelle con l’errore, in modo da riprodurlo fedelmente. Gli esperti filatelici, però, hanno deciso di aggiungerci una chicca, sommando lo sbaglio allo sbaglio. In sostanza hanno preso la matrice difettosa, e ci hanno aggiunto un altro errore, capovolgendo ancora il biplano. Per tenere alta l’attenzione, hanno incartato tanto le riproduzioni fedeli dell’Inverted Jenny, quanto quelle con il nuovo sbaglio, così nessuno può sapere quale sta comprando.

I francobolli sono stati messi in vendita tutti al prezzo di due dollari, ma chi avrà la fortuna di trovare nella sua busta quelli difettosi due volte, sarà subito un po’ più ricco. La speranza è che queste iniziative rilancino il collezionismo, riportino l’attenzione sull’importanza del servizio postale, e aiutino a tenerlo in vita nell’era della tecnologia digitale. 

Cina, rilasciata l’avvocata anti-sgomberi Ni Yulan

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


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La dissidente, avvocata e attivista per i diritti umani, Ni Yulan, è stata rilasciata in Cina dopo oltre due anni di carcere. Amnesty International aveva portato avanti una compagna per ottenere la sua scarcerazione. La donna è costretta su una sedia a rotelle,  secondo quanto ha denunciato lei stessa dopo essere stata ripetutamente picchiata e torturata dalla polizia.

La persecuzione delle autorità di Pechino nei confronti di Ni Yulan dura da più di dieci anni. Al 2002 risale, infatti, il primo arresto per aver incitato gli abitanti di un distretto di Pechino a resistere all’abbattimento delle loro case. Torturata per diversi giorni in una stazione di polizia di Pechino, da quel primo incontro col potere Ni Yulan era uscita paralizzata, in sedia a rotelle,e con una condanna a un anno di carcere per “intralcio al lavoro delle autorità”, ossia per aver denunciato gli agenti che l’avevano torturata.

Dal 2003, Ni Yulan aveva ripreso a difendere le vittime degli sgomberi forzati, impegno aumentato con l’approssimarsi delle Olimpiadi del 2008. Prima dell’inaugurazione dei Giochi olimpici di Pechino era stata arrestata, torturata e condannata a due anni di carcere per aver cercato di opporsi alla demolizione della sua abitazione. Nel 2010 insieme al marito fu costretta a vivere per un periodo in una cosiddetta “prigione nera”, un hotel controllato dalla polizia dopo che la loro casa era stata demolita.

Nel 2011 ancora un nuovo arresto e una nuova condanna, a due anni e mezzo di reclusione, per “disturbo all’ordine sociale”. Lei stessa ha raccontato in una lettera tutti i soprusi subiti ma anche le esperienze umane viste in carcere e l’amicizia con gli altri prigionieri, alcuni dei quali erano seguaci del gruppo Falun Gong, messo fuorilegge dal governo cinese come “eretico” nel 1999.

”Sono finalmente libera – ha detto la donna uscita dal carcere – mi sono mancati tanto i miei amici. Ma continueremo a combattere. Non è facile proteggere i diritti della gente”. “Questa donna ha subito di tutto – ha scritto un utente cinese su internet – è stato paralizzata in carcere. La sua casa è stata demolita con la forza. Bisogna ricordare questa donna, che merita il rispetto di tutti i cinesi. In futuro il nome di Ni Yulan sarà nei libri di testo cinesi”.
Ni Yulan nel 2011 ha anche vinto un premio conferito dal governo olandese per il suo impegno nel campo dei diritti umani ma non le fu allora concesso di volare in Olanda per prendere il premio.

Sigaretta elettronica, successo già svaporato Chiusi 123 negozi in 2 mesi: colpa delle tasse

Corriere della sera

In Grecia sono proibite, in Francia sono medicinali, in molti Paesi non ci sono norme specifiche. Le usa il 15 % dei fumatori

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MILANO - Dal boom allo «sboom». È già finita la «moda» delle sigarette elettroniche? A leggere le cifre, pare di sì. Giusto il tempo di introdurre nuovi termini come «e-cig» e «svapare». Di incuriosire per quel combinato di vapore acqueo, aromi, microprocessore, luce Led, batteria e nicotina. E di vedere immortalati tanti vip con in mano questo congegno elettronico: da Lindsay Lohan a Kate Moss, da Sean Penn a Jack Nicholson.Poi è arrivata la tassa governativa che, in Italia, le equipara alle «bionde» normali.

E, denunciano le organizzazioni di categoria, ci si è messa pure «una pubblicità negativa». Così i segni più, anche a tre cifre, sono precipitati verso il meno. Tanto da spingere l’Associazione nazionale fumo elettronico (Anafe) a parlare di «omicidio premeditato». Mentre il sindacato Confesercenti dei rivenditori e produttori di vaporizzatori elettrici dice che il settore è «sotto attacco da parte del Fisco». Settore che, in Italia, occupa più di cinquemila persone in oltre tremila punti vendita da Nord a Sud.

Se nel nostro Paese gli «svapatori» hanno raggiunto quota 1,5 milioni (il 15% sul totale dei fumatori), sono i dati sui rivenditori a sintetizzare un mercato che, da giugno registra soltanto segni meno. A Genova, per esempio, ha chiuso il 20-25 per cento dei negozi. A Torino si è passati dal +71,9 per cento del 2012 al -2,4. Se poi si vanno a vedere le catene di franchising, ecco il bilancio parziale dell’Anafe: -123 punti vendita in soli due mesi (maggio-giugno), -99 per cento nella richiesta di nuove aperture.

«La seconda metà del 2013 andrà molto male, con cali tra il 50 e l’80 per cento», spiega Massimiliano Mancini, presidente dell’Anafe da poco entrata in Confindustria. Mancini è titolare di un’azienda che produce liquidi per le e-sigarette. Dice che il mercato estero va benissimo, «è quello italiano che è in forte contrazione». Colpa di una «pubblicità negativa» e di una «tassazione che dal 2014 passa a un totale di 80,5 per cento».«I negozi piccoli chiudono - continua il presidente dell’Anafe - gli altri per ora resistono». Con il nuovo prelievo fiscale, poi, «a me, come produttore, conviene andare all’estero». Mancini dice che per ora non ci pensa a «delocalizzare». Ma, ammette, «più di un’azienda l’ha già fatto: ora lavora nell’Est Europa o in Francia. E questo vuol dire centinaia, migliaia di occupati in meno».

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Secondo il ministero dell’Economia le sigarette elettroniche un impatto - negativo - l’hanno avuto: nei primi otto mesi di quest’anno le entrate dell’imposta sul consumo dei tabacchi sono calate del 6,1 per cento (-455 milioni di euro) anche «grazie» alle «e-cig».Tutto questo succede quando oggi, al Parlamento europeo, ci sarà una «battaglia». Da un lato c’è la commissione Salute che chiede di assimilare le sigarette elettroniche a un prodotto medicinale e di venderle solo in farmacia da un certo tasso di nicotina in su. Dall’altro ci sono i «popolari» del Ppe, i liberal-democratici e i conservatori che vogliono continuare con il mercato libero.

Sullo sfondo c’è un’Europa che si muove in ordine sparso. In Italia - come in Germania, Bulgaria, Irlanda e Spagna - non c’è ancora un quadro normativo specifico. La Grecia ha deciso di proibirle in mancanza di un’autorizzazione del ministero della Salute. Belgio e Lussemburgo, invece, le considerano «prodotti del tabacco» se contengono estratti di tabacco e «medicinali» se contengono nicotina, ma non tabacco. Mentre in Francia le «e-cig» sono classificate come medicinali se superano i limiti di nicotina (10 o 20 milligrammi per millilitro).

08 ottobre 2013






Sigaretta elettronica, i bambini la aprono in 16 secondi: indagano i magistrati

Corriere della sera

I serbatoi non hanno la chiusura anti bambini, non obbligatoria. Ma poche gocce sulla pelle possono essere letali

Una boccetta con i liquidi da mettere nella sigaretta elettronica. Liquidi con nicotina a varie percentuali o con aromi vari, anche da mixare. Una «fumata» al «sapore» di rum e coca-cola si può fare. Tutte le aziende produttrici delle boccette di ricarica rispettano severe regole per i contenitori. Tutti a prova di bambino. A tutela della salute del bambino. Così non è, però, per la sigaretta (l’e-cig) di per sé. I serbatoi delle e-cig non sono a prova di bambino. I test sono stati fatti da un’azienda produttrice di ricariche, con tanto di filmati. Una bimba di solo 4 anni riesce a smontare in soli 16 secondi l’e-cig, aprire il serbatoio e toccare o, peggio ancora, ingerire il liquido contenuto. Che, se a base di nicotina, è altamente tossico. A contatto con la pelle già può dare seri problemi, ma se ingerita anche in piccolissimi quantitativi può anche essere letale.

I TEST - Il risultato dei test con i bimbi è stato inviato all’Istituto superiore di sanità, e quindi al ministero della Salute, prima dall’azienda che le aveva effettuati poi dalla Procura di Torino. Gli esperti del procuratore Raffaele Guariniello, hanno infatti ricevuto l’incarico di verificare quanto riscontrato. E l’allerta è arrivato anche a Roma. C’è una domanda a cui occorre rispondere al più presto. Perché, per legge, le ricariche devono avere una chiusura anti bambini e i serbatoi delle sigarette elettroniche no? Il contenuto, la nicotina, non è lo stesso? Ed è importante che mamme e papà e-cig dipendenti sappiano i rischi, prestando attenzione a dove lasciano l’elettronico vizio.

PERICOLOSITA’ - Qualche dato sulla pericolosità della nicotina: per un uomo adulto di 80 chili sono sufficienti 40 milligrammi di nicotina, che penetra attraverso al pelle, per avere effetti letali. I liquidi di ricarica hanno varie concentrazioni, per fortuna basse. Ma alte concentrazioni sono letali già in termini di poche gocce. E questo sempre nell’adulto, che peraltro non dovrebbe disdegnare i guanti per ricaricare l’e-cig (non si sa mai). Pensate in un bambino di pochi chili che, peraltro, tende anche ad ingerire.

08 ottobre 2013

In mostra da Sotheby's il diamante rosa più grande al mondo

Il Messaggero


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GINEVRA - 60 milioni di dollari. E' questo il valore di The Pink Star, il diamante rosa più grande del mondo che il Gemological Institute of America (GIA) abbia maianalizzato. La casa Sotheby's nel corso dell'asta del 13 novembre a Ginevra, dedicata ai Magnificent Jewwls, presenta il meraviglioso diamante rosa con taglio ovale di 59.60 caratri. Scoperto in Botswana, il diamante grezzo di 132.5 carati è stato tagliato e pulito con estrema cura da Steinmetz Diamonds per oltre due anni ed è stato trasformato in questa gemma di lusso.

The Pink star è stato inserito tra i diamanti rosa con i più alti gradi di colore 1 e purezza dal Gia ed è stato incluso in quel raro gruppo di diamamtnoi Type IIA. Le pietre che appartengono a questo esclusivo gruppo sono le più pure e trasparenti in assoluto. Questa esclusivissima gemma, inoltre, è più del doppio del Magnificent Graff Pink, il diamante fancy intense pink di 24.789 carati che ha stabilito il record mondiale a Ginevra nel 2010 con un valore stimato di 46.2 milioni di dollari.

Il mio Jack, ucciso a colpi di fucile"

Il Giorno

Valeria Bonetti ha visto morire il suo meticcio di un anno e mezzo, ferito da un cacciatore nelle campagne del Pavese. "Non ha mai smesso di fissarmi negli occhi, come se mi chiedesse 'perche?'"

RivanazzanoTerme (Pavia), 6 ottobre 2013


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"Non ce l'ho con nessuno, ma dovevo segnalare quanto accaduto. Quello che è successo al mio Jack, non deve accadere a nessun altro". Ha la voce ancora rotta dalla commozione Valeria Bonetti, la proprietaria di un meticcio di un anno e mezzo, ferito a colpi di fucile a Rivanazzano Terme e morto dopo una lenta agonia. Tutto è successo mercoledì 2 ottobre.

Valeria era uscita di casa per la consueta passeggiata con Jack. Erano le 8 di mattina e si trovavano in prossimità della cappella della Madonnina di viale De Amicis. "Improvvisamente Jack si è sfilato dal collare e si è messo a correre probabilmente all' inseguimento di qualche animale e in un attimo è sparito dalla mia vista - racconta Valeria -. Non sono serviti i ripetuti richiami e le mie disperate ricerche". Valeria non si dà per vinta: prende l'auto e comincia a perlustrare le campagne della zona. Poi riceve notizie del quattrozampe. Ma non quelle sperate. "Circa un'ora dopo ho ricevuto una chiamata al cellulare da un amico agricoltore, che mi avvertiva di aver trovato un ciclista che cercava di soccorrere un cane ferito in via per Pontecurone".

Lei va sul posto, con il cuore in gola e lì trova Jack: senza forze, sdraiato in un fosso. Non appena i due sguardi si incrociano il cane ha scodinzolato. Ma era debole.  "Avvicinandomi ho notato del sangue sulla zampa e sul fianco, e una serie di piccole ferite circolari - ricorda Valeria- ho immediatamente compreso che era stato colpito da un colpo di fucile, infatti poco dopo il veterinario ha confermato le mie paure, Jack era stato raggiunto da distanza ravvicinata da un colpo sparato da un fucile da caccia. Infatti la radiografia ha rilevato la presenza di moltissimi pallini di piombo diffusi in tutto il corpo e purtroppo anche nei principali organi vitali". Circa due ore dopo l'arrivo dal veterinario (lo stesso che lo aveva aiutato a nascere, in un parto difficile) è morto.

Resta lo sgomento e il dolore che può comprendere a fondo solo chi ha avuto il privilegio di condividere il proprio tempo con un animale. Un affetto incondizionato che non chiede nulla in cambio. "In quelle due ore non ha mai smesso di fissarmi negli occhi, come se mi chiedesse ..."Perche?"". Valeria non vuole puntare il dito contro i cacciatori. "Mio padre è un cacciatore, Quello che penso è che chiunque abbia fatto questo non è un vero  cacciatore. Un vero cacciatore, non sparerebbe mai, per nessun motivo ad un cane per uccidere". Valeria Bonetti ha presentato denuncia ai carabinieri di Rivanazzano. "L'ho fatto per lanciare un allarme",  per far capire che chi compie gesti simili non deve restare impunito. "Ma niente, purtroppo, riporterà indietro il mio Jack".

di C. D.

Fra’ Maurizio, l’amico dei gatti di Chiaravalle

Corriere della sera

Nell’abbazia da 13 anni prospera una colonia felina che si è appena arricchita di cinque micetti adorabili


Cattura
Nell’Abbazia di Chiaravalle vive una comunità di gatti: Briciolo, Tato, Tata e Nera, mamma di 5 micetti appena nati. Di loro si occupa Fra’ Maurizio, con cura e amore. Preghiera e lavoro manuale, silenzio e contemplazione: la vita nell’abbazia segue l’antica regola scritta da San Benedetto. Tutti i giorni la sveglia suona prima dell’alba. Fra’ Maurizio è il responsabile dell’orto, della stalla e del pollaio all’interno della clausura del Monastero. Proprio in quest’angolo dell’Abbazia, grazie all’occhio benevolo dell’allora superiore, i primi due gatti hanno trovato casa quasi 13 anni fa.


«Rambo era un randagio cresciuto nel borgo, mentre Meo - racconta Fra’ Maurizio - viveva nella biblioteca dell’abbazia insieme con Padre Alberico». La colonia felina di Fra’ Maurizio con il tempo è cresciuta: siamo ormai alla quarta generazione. Il monaco si prende cura dei gatti, anche grazie all’aiuto della gente che porta al convento scatolette di cibo confezionato. La signora Ilaria, una parrocchiana conosciuta al tempo in cui Fra’ Maurizio era il responsabile dello spaccio alimentare, è la veterinaria della colonia felina. Giacomo Ferrara, dell’Associazione Onlus Tutor Animali, aiuta Fra’ Maurizio ad acciuffare i nuovi randagi che arrivano all’Abbazia per poi farli sterilizzare.

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Nell’ultimo mese Nera, una gatta di circa due anni, ha partorito cinque micetti adorabili. Fra’ Maurizio prepara loro le sue pappe speciali. Da qualche settimana i cuccioli soffrono di congiuntivite, e così Fra’ Maurizio si è trasformato anche in infermiere: una crema medicinale prescritta dalla veterinaria, tutti i giorni, oltre agli impacchi fatti con la camomilla coltivata negli orti dell’Abbazia. Quando saranno guariti, i gattini saranno adottabili: chiamare l’Associazione Onlus Tutor Animali al 339.5948913.

08 ottobre 2013