giovedì 10 ottobre 2013

Ecco l'auto che evita gli ostacoli da sola: il veicolo intelligente lanciato da Ford

Il Mattino

LONDRA - Auto sempre più intelligenti che dopo parcheggiarsi da sole si guidano sole ed evitano ostacoli. Anche Ford entra nel club dei costruttori di auto a guida autonoma, proponendo - per il momento a livello di prototipo - un'auto che grazie alla tecnologia Obstacle Avoidance è in grado di evitare pedoni e ostacoli frenando e sterzando automaticamente all'occorrenza. Quando il sistema sarà montato su una vettura di normale produzione il guidatore saprà di poter contare su un 'assistentè di totale affidabilità capace da solo di rallentare, frenare e, se necessario, cambiare corsia ed effettuare una manovra evasiva di emergenza.


CatturaIl sistema Obstacle Avoidance (letteralmente 'aggiramento degli ostacolì) messo a punto da Ford si attiva se il guidatore non reagisce in tempo a un evento improvviso, come un'auto che frena bruscamente o un pedone che attraversa senza guardare la strada. L'auto su cui è stata installata a livello sperimentale questa tecnologia, una Focus, è stata sviluppata nell'ambito del progetto europeo interactIVe (Accident Avoidance by Active Intervention of Intelligent Vehicles, cioè 'veicoli intelligenti con tecnologie di intervento attivo per evitare gli incidentì) guidato da Ford assieme a 29 partner. L'Obstacle Avoidance si avvale di tre radar, di sensori a ultrasuoni e di una telecamera che tiene sotto controllo per 200 metri la strada davanti all'auto. Quando rileva la presenza di un pedone o di un ostacolo, il sistema avvisa il guidatore della possibile emergenza ed entra in azione solo in caso di mancato intervento. Per primo, il sistema automatico provvede a rallentare l'auto. Poi, se necessario, L'Obstacle Avoidance controlla che la strada sia libera e tramite il servosterzo elettronico evita l'impatto effettuando una manovra d'emergenza che riporta successivamente l'auto nella corretta traiettoria. La tecnologia è già stata sperimentata con successo fino a oltre 60 km/h.


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mercoledì 9 ottobre 2013 - 09:43   Ultimo aggiornamento: 09:46

Shutdown, bufera su stop contributo a funerali soldati: prima abolito poi ripristinato

Il Messaggero

WASHINGTON - «Non c'è rispetto nemmeno per chi sacrifica la vita per il proprio Paese»: le famiglie dei soldati caduti in guerra finiscono nel tritacarne dello 'shutdown', la paralisi della pubblica amministrazione americana, e in America scoppia una feroce polemica.


CatturaIn condizioni normali, il governo versa ai parenti dei militari morti, nelle 36 ore successive alla tragedia, una somma di circa 100 mila dollari (chiamata 'death gratuity') in modo da contribuire alle spese per i funerali e per la sepoltura, oltre a venire incontro alle prime esigenze. Ora però, a causa della 'chiusurà del governo, alle famiglie dei soldati uccisi in questo weekend è arrivata una comunicazione secondo la quale, in seguito allo shutdown, non riceveranno nulla. Una situazione che ha fatto indignare non soltanto i parenti dei defunti, ma che ha scandalizzato il Paese intero. Furiosa la Casa Bianca: «Ci aspettiamo che il problema sia risolto subito», aveva detto il portavoce Jay Carney. E dopo poche ore la Camera dei Rappresentanti all'unanimità ha varato un provvedimento che ripristina i benefici per i familiari dei caduti. Il caso è scoppiato proprio nel giorno in cui alla Dover Air Force Base sono atterrate le bare dei cinque militari caduti in Afghanistan.

Alla cerimonia ha partecipato anche il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, non solo per onorare la memoria dei quattro soldati e un marine che hanno perso la vita, ma anche per portare ai congunti un messaggio di rassicurazione. «Non ci sono parole per descrivere questa situazione, dobbiamo vergognarci», era stato il duro commento del senatore repubblicano ed ex candidato alla Casa Bianca John McCain. «Queste famiglie hanno già subito una perdita insopportabile, e ora anche questo, a causa di una paralisi vergognosa e imbarazzante», aveva incalzato Harry Reid, leader della maggioranza democratica in Senato. Proprio ai militari, Obama ha rivolto le prime parole subito dopo il blocco dello Stato federale, che dura oramai da otto giorni. «Voi e le vostre famiglie meritate molto di meglio delle disfunzioni che abbiamo visto in Congresso», aveva detto il presidente alle truppe americane attraverso un video-messaggio. Una mossa che ha rilanciato il profilo di un Commander in Chief a fianco di chi si batte e si sacrifica per la libertà e la sicurezza degli Stati Uniti.


Mercoledì 09 Ottobre 2013 - 21:23
Ultimo aggiornamento: 22:43

Noi, cristiani del Pakistan vittime del terrore»

La Stampa

Intervista con mons. Joseph Coutts, leader dei vescovi pachistani. «I talebani identificano i cristiani con l’Occidente»

Mauro Pianta marta petrosillo
Roma


Cattura
«La peggiore discriminazione è non essere considerati al pari degli altri cittadini». Ecco la quotidianità dei cristiani pachistani raccontata da monsignor Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi e presidente della Conferenza episcopale del Pakistan. Invitato in Italia dalla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, oggi il presule interverrà ad un incontro alla  Pontificia Università della Santa  Croce.

Eccellenza, nel solo attacco alla Chiesa di Tutti i santi a Peshawar, sono morte 126 persone e oltre 150 sono rimaste ferite. Perché tanto odio contro i cristiani?
«Quanto accaduto a Peshawar è qualcosa d’inedito. Perché colpendo la comunità cristiana, i terroristi hanno voluto inviare un messaggio agli Stati Uniti, affinché interrompano immediatamente le missioni dei droni (aerei senza pilota, ndr) sul territorio pachistano. Altrimenti hanno minacciato di attaccare molte altre chiese. Dovete comprendere che questi gruppi identificano i cristiani con l’occidente e sono quindi convinti di poter esercitare pressioni su Washington minacciando o attaccando la nostra comunità».

Di quanta libertà religiosa godono oggi le minoranze in Pakistan? E cosa, concretamente, i cristiani non possono fare?
«La Costituzione ci garantisce molte libertà di cui in effetti godiamo, come poter gestire scuole e ospedali. Ma all’interno della nostra società non siamo considerati al pari degli altri cittadini. I cristiani sono discriminati in ambito lavorativo ed i ragazzi cristiani che frequentano le scuole statali sono penalizzati negli studi o subiscono pressioni affinché si convertano all’Islam».

Non è possibile abolire leggi liberticide, come ad esempio quella sulla blasfemia?
«La legge sulla blasfemia è nata per nata per proteggere l’onore del profeta Maometto e preservare il Corano dalla dissacrazione ed un qualsiasi tentativo di abolirla scatenerebbe la dura opposizione della comunità musulmana. Ma il problema non è tanto la norma in sé, quanto l’uso improprio che ne viene fatto e la reazione emotiva che un’accusa di blasfemia può innescare. Una volta che il presunto blasfemo è stato incolpato, è quasi impossibile per lui provare la sua innocenza. E anche nei rari casi in cui l’imputato viene prosciolto, sia lui che il giudice rischiano di essere uccisi».

Oltre alle dichiarazioni formali, cosa sta facendo il governo pachistano per proteggere le minoranze?
«Dopo l’attentato a Peshawar il governo ha offerto agenti di sicurezza per proteggere le nostre chiese. Ma in casi come questo le autorità possono ben poco. I fondamentalisti combattono lo stesso governo pachistano, perché vogliono che il Pakistan diventi una teocrazia islamica. Prima della Chiesa di Tutti i santi avevano già effettuato altri attacchi contro l’esercito, le forze di polizia e le istituzioni».

C’è qualche novità riguardo al caso di Asia Bibi?
«Purtroppo non vi è alcuna novità. Molti fanatici non hanno gradito la pressione esercitata dai media internazionali, perché non accettano che l’occidente “s’intrometta in questioni nazionali”. Dobbiamo attendere che le acque si calmino e cercare di dialogare con i suoi accusatori. È l’unica soluzione possibile».

Come può la comunità internazionale aiutare le minoranze in Pakistan?
«Si può esercitare una certa pressione sul governo affinché tutti i diritti umani delle minoranze siano rispettati e sia garantita loro protezione».

Che considerazione hanno i musulmani pachistani della figura di Papa Francesco?
«Sono sicuro che il messaggio inviato dal Papa alla comunità islamica in occasione del mese del Ramadan avrà ripercussioni positive sulla visione che molti musulmani hanno di noi. È davvero importante che Papa Francesco si sia rivolto a loro in maniera diretta ed amichevole, perché così ha contribuito a sfatare il pregiudizio di un occidente cristiano nemico dei musulmani».

Dopo le blatte siamo invasi dai topi. Qualcuno ci aiuti»

Il Mattino


Cattura
Salve !! Scrivo a nome e per conto degli abitanti del famoso quartiere Pignasecca. Vi voglio segnalare una emergenza che dopo le blatte estive, sta condizionando la vita di molta gente che come si sa affolla i numerosi bassi che ancora esistono nel nostro quartiere.
Sto parlando dei topi !!! Negli ultimi giorni siamo letteralmente invasi da questi schifosi animali che, dato l'aumento della spazzatura non prelevata, ed il relativo sito mercatale, hanno vita facile in superfice e banchettano nei rifiuti.




Sollecitiamo una derattizzazione urgente !! Non so se questo messaggio inviatovi potra' esserci d'aiuto, ma le sto provando tutte affinche' qualcuno ci ascolti............AIUTO !!
Un abitante della Pignasecca.
Ciro Bruno
 
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mercoledì 9 ottobre 2013 - 16:46   Ultimo aggiornamento: giovedì 10 ottobre 2013 09:47




DAI LA TUA OPINIONE
COMMENTI PRESENTI (6)


x cersal
il commento di Emigrato è assolutamente sarcastico, non ce l'aveva con gli abitanti dei vicoli.. piuttosto mi sembra che sia rivolto a "Giggino"... povera Napoli!!!
Commento inviato il 10-10-2013 alle 08:35 da FCO_forever


Chiamate SUPERGIGGINO !
Niente paura ! Ora arriva Supergiggino e ci pensa lui a mettere in fuga i topi, le blatte e chi più ne ha più ne metta !
Commento inviato il 09-10-2013 alle 21:33 da Napoli tricolore


Accattatv o' gatt!
Accussi' nun s veron cchiu'
Commento inviato il 09-10-2013 alle 20:53 da malcomrussel


risposta al commento sign. emigrato
avete data questa risposta solo perche vedendo che il video e^ stato girato nei vicoli di napoli e molto probabilmente non pagano le tasse per questo mandereste vigili urbani e guardia di finanza, io le dico che fanno bene a non pagare perche anche se pagassero avrebbero lo stesso i ratti nei vicoli e nessuno li salvaguardasse da questo disagio.
Commento inviato il 09-10-2013 alle 20:23 da cersal



Municipalità II
Contattare il Presidente Francesco CHIRICO che stasera sarà impegnato al teatro a vedere in Video Conferenza un concerto di Verdi.
Commento inviato il 09-10-2013 alle 17:38 da parklane

Napoli, ancora fango a piazza Carlo III dopo una notte di pioggia: i residenti spalano

Il Mattino


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Piazza Gianbattista Vico, i cittadini si mettono a spalare fango e acqua sin dalle prime luci dell’alba perché il servizio fognature del comune di Napoli non ha i messi. È accaduto questa mattina a pochi passi da piazza Carlo III, dove un gruppo di residenti dopo la pioggia battente di stanotte ha dovuto rimboccarsi le maniche per ripulire la strada.
Armati di guanti e secchi i cittadini si sono “improvvisati” dipendenti comunali, dato che i tecnici dell’ufficio comunale preposto hanno risposto così alla segnalazione: niente stivali, né benzina né automezzi. Ragion per cui numerose persone si sono dovuto mettere, muniti di secchi, scope e guanti, a rimuovere fango e acqua da strada e marciapiedi.

 
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mercoledì 9 ottobre 2013 - 15:24   Ultimo aggiornamento: 15:31

Napoli, sondaggio europeo: maglia nera per qualità della vita

Il Mattino

di Livio Coppola


Cattura
Qualità della vita, questa sconosciuta. È addirittura un’inchiesta della Commissione europea a consegnare l’ennesima maglia nera a Napoli in termini di indicatori sociali, economici e ambientali. Inchiesta che, peraltro, non fa altro che raccogliere a livello continentale le opinioni dei cittadini. Così si viene a sapere che gli abitanti di Napoli, insieme a quelli di Palermo, sono secondi solo a quelli di Atene in una graduatoria tutt’altro che lusinghiera: la classifica di insoddisfazione rispetto alla propria qualità di vita. Il rapporto della Commissione arriva dopo un lavoro imponente, basato sulle opinioni di oltre 41.000 persone residenti in 79 città divise tra tutti gli stati membri dell’Unione europea, con l’aggiunta dell’Islanda, della Norvegia, della Svizzera e della Turchia.



Una platea assai allargata, all’interno della quale Napoli viene nettamente bocciata rispetto a temi scuola, sport, sicurezza, pulizia e occupazione.

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mercoledì 9 ottobre 2013 - 08:47   Ultimo aggiornamento: 08:58

Il tramonto arancione di De Magistris

Stefano Zurlo - Gio, 10/10/2013 - 08:29

Nel libro del direttore de "Il Tempo" Chiocci e di Di Meo, 10 anni di errori commessi dal sindaco di Napoli

Galleggia ancora sulla propria fama. Ma la sua stagione pare ormai avviata al tramonto. Luigi de Magistris ha vissuto almeno due vite: la prima come pm d'assalto, la seconda come leader del movimento Arancione e sindaco di Napoli.


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Qualcuno pensava che avrebbe emulato Antonio Di Pietro e l'epopea di Mani pulite. Non è stato così: ai titoli di giornale, mirabolanti come fuochi d'artificio, hanno corrisposto inchieste sgarrupate, mai all'altezza delle promesse. E la sua esperienza di primo cittadino prosegue accompagnata dal rumore di fondo di critiche sempre più aspre e definitive. No, Luigi de Magistris, da molti osannato come una delle poche novità nella grande palude degli ultimi anni, è un flop. Anzi, un doppio flop. Prima con la toga. E poi in abiti civili. Le indagini in gran parte si sono perse per strada. E allora la rivoluzione tanto attesa si è trasformata in un lungo e polemico commiato. Fra scandali, dicerie e proclami.

Qualcuno forse immagina ancora in un de Magistris salvifico, ma il personaggio non coincide con la persona in carne e ossa: quella ha deluso le aspettative. E non arriva al basamento del monumento venerato da molti fan e supporter. Ora Gian Marco Chiocci, ex inviato del Giornale oggi direttore del Tempo, e Simone Di Meo tratteggiano per oltre quattrocento pagine la storia di questo colossale fallimento, soffermandosi naturalmente a lungo sulle pagine di cronaca giudiziaria. Il libro, pubblicato da Rubbettino, è critico fin dal titolo: de Magistris il pubblico mistero. Dove il mistero è lo spazio che separa quei titoli così roboanti da una realtà molto più prosaica. Anzi, modesta. Una specie di sconfinato pantano in cui tutta la grandeur del pm-sindaco è affondata e affonda in modo malinconico.

Dunque, de Magistris è un prodotto di quella cultura giacobina e giustizialista che l'Italia ha coltivato dopo l'esplosione di Mani pulite. Un esperimento disastroso e inconcludente che non a caso perde forza negli stessi mesi in cui si è spenta la stella di Antonio Di Pietro e rischia di scomparire anche quella spumeggiante di Antonio Ingroia, passato in breve dal ruolo di pm di mafia sulla frontiera di Cosa nostra a quello di collezionista di gaffe e figure imbarazzanti.

Parevano invincibili i Di Pietro, gli Ingroia e i de Magistris. Ora Di Pietro, che del terzetto era il più roccioso, ha perso il feeling con la pancia del Paese. E de Magistris annaspa e inciampa dentro il recinto di un presente sempre più stretto. Lui si difende sempre allo stesso modo: evocando l'albero diabolico dei poteri forti che come magistrato e come politico ha provato a scuotere, con dubbi risultati. Se le cose non vanno come dovrebbero è perché in agguato ci sono loro: «Grandi vecchi e burattinai, massoneria coperta, magistrati collusi - ecco l'interminabile, elenco dei nemici compilato dagli autori - gli immancabili servizi segreti deviati, consorterie affaristico-criminali e via discorrendo». L'alibi è sempre pronto. 

E l'alibi è un trattato di dietrologia tutta italiana. La realtà è fatta di errori, svarioni, approssimazione, coriandoli di un'ideologia colorata e leggera leggera. La realtà ce la a raccontano le tantissime persone finite ingiustamente negli ingranaggi del sistema de Magistris e incontrate dalla coppia Chiocci-Di Meo. Come Rosa Felicetti, insegnante di Catanzaro, fermata il 21 giugno 2005, ammanettata e portata in un carcere di massima sicurezza a Reggio Calabria sotto il peso di accuse infamanti: dall'associazione per delinquere al traffico di esseri umani. Peccato che dietro queste presunte trame sinistre ci fosse un proposito terra terra: la signora intercettata stava solo cercando una badante.



Azienda chiede i danni: sequestrata per due anni durante l'inchiesta flop

Carmine Spadafora - Gio, 10/10/2013 - 07:50


NapoliLa toga se l'è scrollata di dosso ormai dal 2009 ma le imprese da ex pm continuano a far parlare di sé Luigi de Magistris. Un'altra vittima di «Giggino 'a manetta», il Gruppo Marinagri, coinvolta nella inchiesta delle «Toghe lucane», si è rivolta alla Corte di Strasburgo per vedersi riconosciuto un risarcimento circa un ingiusto sequestro (un villaggio turistico, conti correnti) durato 2 anni. Danni per molti milioni che hanno rischiato di mandare in fallimento l'operazione, un villaggio turistico, Marinagri di Policoro (Matera) che dà lavoro a 120 persone.

Il 13 luglio scorso il legale della Marinagri, Francesco Mele, aveva presentato alla Corte di Strasburgo una istanza interlocutoria per consentire l'apertura di una procedura contro il governo italiano. A seguito di tale lettera è stato avviato un procedimento e, secondo prassi, è stato inviato un formulario a Strasburgo, nel quale sono spiegate le ragioni della rivendicazione. «Sostanzialmente addebitiamo al sistema normativo italiano, il mancato riconoscimento di qualsiasi forma di indennizzo per chi subisca misure cautelari patrimoniali, nonostante all'esito del giudizio venga riconosciuta la totale innocenza degli imputati», spiega al Giornale l'avvocato Mele. Nel caso in cui la Marinagri dovesse vedere riconosciuti i suoi diritti, lo Stato dovrà risarcire l'azienda di Policoro. Un esborso eventuale di svariati milioni, forse, decine di milioni, che, ovviamente, grazie a Giggino ricadrà sui cittadini.

L'intera vicenda delle «Toghe lucane» è durata 11 anni, 33 persone sono state indagate, tra queste, un sindaco, professionisti, imprenditori, coinvolti anche due magistrati. Nove i capi d'imputazione a carico del principale imputato, Marco Vitale, proprietario del villaggio turistico. Accuse poi demolite prima dal gip del tribunale di Catanzaro e successivamente dai giudici della Corte di Appello, con l'assoluzione di tutti gli imputati mentre, «vi fu una declaratoria di inammissibilità della Corte di Cassazione, perché il ricorso fu, tra l'altro presentato fuori termini», spiega al Giornale l'avvocato Riccardo Laviola. «Ciò fu fatto rilevare alla Procura generale, che decise di rinunciare al ricorso», dice il penalista.

De Magistris nel frattempo è stato trasferito d'ufficio e dalle funzioni di pm dal Csm. Sbarcò nella sua Napoli con il ruolo di gip. Ma poco dopo, nel 2009, si sfilò la toga per correre ad abbracciare il suo ex amico Antonio Di Pietro. Appena sei giorni fa la cronaca giudiziaria si era già dovuta occupare di de Magistris, per un'altra sua indagine terminata in Cassazione con l'assoluzione piena di tutti gli imputati. L'inchiesta «Why not», avviata quando Giggino era un pm in forza alla Procura di Catanzaro. «Why not», «Toghe lucane», storia di due indagini smontate dagli ex colleghi di de Magistris, fino al terzo grado di giudizio, con la piena assoluzione di tutti gli imputati, oltre 130 nell'ambito delle due inchieste. Ecco perché l'ex pm, da «Giggino 'a manetta», titolo che gli è valsa una grande popolarità e il trionfale lancio nel mondo della politica, è diventato nel giro di una mezza dozzina di anni, «Giggino 'o flop». E Napoli, che generosamente lo ha eletto pure sindaco, convinta di fare la scelta migliore, è finita nella sue mani. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
carminespadafora@gmail.com

Via il reato di immigrazione clandestina Il Senato approva l’emendamento del M5s

Corriere della sera

Primo step per la modifica della legge Bossi-Fini da parte della Commissione Giustizia di Palazzo Madama

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La commissione giustizia del Senato ha approvato un emendamento che elimina il reato di immigrazione clandestina, con l’ok del governo. Durante la visita a Lampedusa, il premier Letta ha annunciato in mattinata che il governo avrebbe affrontato l’argomento .

L’EMENDAMENTO - L’emendamento che di fatto abolisce il reato di clandestinità per gli immigrati che soggiornano in maniera non regolare in Italia (reato introdotto dal governo Berlusconi nel 2009 con il pacchetto sicurezza del ministro Maroni), è stato presentato dai senatori del Movimento Cinque stelle Andrea Buccarella e Maurizio Cioffi . Ma, precisano dal Movimento, «rimangono in piedi tutti i procedimenti per l’espulsione e tutte le altre fattispecie di reato collegati, compresi dalla Bossi-Fini». In sostanza l’immigrato che entra o soggiorna in Italia in maniera non regolare non commetterà più un reato: il suo resterà, com’era prima, un illecito amministrativo che potrà essere punibile solo con un ordine di espatrio, ma non con l’arresto. «Alla prova dei fatti il “reato di clandestinità” non ha risolto nulla aggravando solo i costi per la Giustizia - spiegano dal M5S- con meno sicurezza per le strade, senza combattere il fenomeno e lo sfruttamento legato a quest’ultimo, addirittura aggravandolo».

IL GOVERNO - L’approvazione dell’emendamento che di fatto cancella il reato di clandestinità ha avuto anche l’ok del governo. «In commissione Giustizia del Senato ho espresso parere favorevole all’abrogazione del reato d’immigrazione clandestina, art. 10 bis della Legge Bossi-Fini- spiega il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri in un tweet - La sanzione penale appare sproporzionata e ingiustificata. E la sanzione penale pecuniaria è di fatto ineseguibile considerato che i migranti sono privi di qualsiasi bene». Oltretutto, ha aggiunto, «il numero delle persone che potrebbero essere potenzialmente incriminate sarebbe tale da intasare completamente la macchina della giustizia penale, soprattutto nei luoghi di sbarco.

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«REGOLARE I FLUSSI» - «Lo Stato deve regolare i flussi migratori in modo compatibile con le concrete possibilità di accogliere i migranti - ha proseguito il sottosegretario - e questo non solo per ragioni di ordine pubblico ma anche per motivi umanitari. A persone che cercano di sfuggire da situazioni di estrema indigenza e spesso disumane dobbiamo garantire un’ospitalità dignitosa. Occorre invece continuare a punire con severità chi sfrutta e favorisce questi fenomeni migratori incontrollati che possono causare tragedie come quella di Lampedusa» .

PD - «Il parere favorevole del governo e l’approvazione dell’emendamento che abroga il reato di immigrazione clandestina rappresentano due ottime notizie». Così Khalid Chaouki, deputato Pd e responsabile Nuovi italiani del partito. «Con il voto in commissione Giustizia del Senato - prosegue Chaouki - inizia un percorso che, in tempi rapidi, dovra’ cancellare questo odioso reato che criminalizza i sopravvissuti alla drammatica tragedia di Lampedusa e porre le basi per una nuova legge sull’immigrazione. Un plauso al sottosegretario Cosimo Ferri, al governo e ai colleghi del Senato - conclude - per questa prima concreta decisione dopo le ore di commozione e di lutto».

LEGA - «L’abolizione del reato di immigrazione clandestina è una vergogna. È un messaggio che lanciato in questo momento può destabilizzare la sicurezza e i flussi migratori verso il paese. Ci batteremo in aula per reintrodurre il reato di immigrazione clandestina». Dichiara Massimo Bitonci, capogruppo della Lega al Senato. «Il ministro Alfano e tutto il Pdl - prosegue Bitonci - siano coerenti con quanto hanno fatto e detto fino ad oggi e pongano rimedio a questo grave errore anche perché l’introduzione del reato di clandestinità era stato approvato, anche con i loro voti, nella scorsa legislatura con il pacchetto sicurezza del ministro Maroni».

09 ottobre 2013






Grillo sconfessa senatori M5S: «Abolizione reato di clandestinità non fa parte del programma»

Corriere della sera
Il leader:«Loro posizione è del tutto personale». Ed è gelo in Parlamento, mentre scoppia la bagarre con i leghisti

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Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio sconfessano i senatori dell’M5s che mercoledì hanno presentato, facendolo approvare, un emendamento (a firma Buccarella e Cioffi) per l’abolizione del reato di clandestinità. «La loro posizione in Commissione è del tutto personale, non faceva parte del programma. Non siamo d’accordo sia nel metodo e nel merito». E in Senato, durante la discussione sull’emendamento presentato dai due, è scoppiata una bagarre, quando i leghisti hanno alzato dei cartelli di protesta contro l’abolizione del reato di clandestinità .

DOTTOR STRANAMORE - «L’M5S non è nato per creare dei dottor Stranamore in Parlamento senza controllo». Beppe Grillo e Casaleggio attaccano così i due senatori che mercoledì hanno presentato in commissione Giustizia l’emendamento per l’abolizione del reato di clandestinità. Per i leader M5S l’emendamento è un invito ad imbarcarsi per l’Italia. «Il messaggio che riceveranno sarà interpretato nel modo più semplice: “la clandestinità non è più reato”. Quanti clandestini siamo in grado di accogliere se un italiano su otto non ha i soldi per mangiare?».

«Il M5S - ricordano Grillo e Casaleggio - non è nato per creare dei dottor Stranamore in Parlamento senza controllo. Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico». «Sostituirsi all’opinione pubblica, alla volontà popolare è la pratica comune dei partiti che vogliono “educare” i cittadini, ma - avvertono - non è la nostra. Il M5S e i cittadini che ne fanno parte e che lo hanno votato sono un’unica entità».

ATTACCO - Ma c’è un attacco diretto da Grillo e Casaleggio anche a come il M5S prende le decisioni in Parlamento: «Non siamo d’accordo all’emendamento approvato mercoledì in Senato nel metodo perche’ un portavoce (il capogruppo al Senato ndr) non può arrogarsi una decisione cosi’ importante su un problema molto sentito a livello sociale senza consultarsi con nessuno».

IL GRUPPO - In ogni caso, dopo la mossa di Grillo e Casaleggio è gelo nel M5S. Nessuno risponde al telefono, tutti tacciono. E grande è la consapevolezza che sulla questione saranno particolarmente forti le tensioni nelle prossime ore. Il tutto mentre è attesa per le 20 una riunione congiunta dei gruppi di Camera e Senato sull’argomento. A rompere il silenzio è il deputato Manlio Di Stefano che su Facebook scrive: «Facciamo un po’ di chiarezza sul reato di clandestinità, io nel merito lo detesto per il semplice fatto che l’Italia non è la Francia, noi subiamo sbarchi continui e questo reato non fa altro che complicare i rimpatri e affollare le carceri. Resta il problema del metodo e le colpe sono varie e condivise. I nostri senatori hanno agito in buona fede, la tragedia di questi giorni ha accelerato il processo decisionale senza consultare niente e nessuno. Errare è umano e quando si è in buona fede si può sempre rimediare. A riveder le stelle».

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Poco dopo parlano anche Buccarella e Cioffi che difendono la loro scelta: «Noi pensiamo di aver svolto il nostro lavoro al meglio e non pensiamo di aver commesso errori». «Probabilmente- dice Buccarella in Senato- ci possono essere sistemi da affinare e da migliorare nella condivisione di scelte piu’ delicate. Potremmo aver sottovalutato la portata di quell’emendamento, magari potendo difficilmente immaginare che sarebbe passato in commissione». Cioffi aggiunge: «E’ tutto molto tranquillo, molto semplice, qual e’ il problema? Noi abbiamo un regolamento, decidiamo a maggioranza. Grillo? Io non ci ho parlato, nessuno di noi ci ha parlato». Erano stati infatti tanti i senatori e i deputati che avevano salutato questo provvedimento come un successo del Movimento Cinque Stelle. In serata dall’ufficio stampa del Senato del M5S era arrivato un comunicato in cui si sottolineavano le posizioni dei Cinque Stelle.

Dall’account Twitter ufficiale del Movimento Cinque Stelle era partito l’annuncio. Come dire, insomma, che all’interno tutti apparivano abbastanza compatti sul provvedimento. C’era chi, come il deputato Bernini su Twitter addirittura aveva salutato con entusiasmo l’emendamento, oltre ovviamente ai senatori Buccarella e Cioffi. Nessun cenno era invece arrivato dal portavoce al Senato Paola Taverna, che evidentemente conosceva già i dubbi di Grillo e Casaleggio. Poi, in mattinata, arriva post a doppia firma, che non lascia più dubbi. In questi mesi non sono mancate le polemiche sulle posizioni del M5S sullo ius soli. Non ne parliamo perché non è nel programma ma non vuol dire che siamo contrari, era la posizione che circolava. Ora però la spaccatura sul rispetto dei diritti dei migranti e sulla questione immigrazione all’interno del Movimento sta diventando sempre più netta. E le accuse a Grillo e Casaleggio «Siete come Le Pen» stanno diventando sempre più forti. Ma non solo. Il tema rischia anche di spaccare i sostenitori. E tanti sono i commenti negativi che in questi minuti arrivano sotto il post e su Twitter: «State solo pensando a prendere i voti della Lega», è l’accusa di alcuni. «E questa sarà la vostra tomba elettorale», è il giudizio dei detrattori.

10 ottobre 2013

Littizzetto e Benigni nel mirino: "La Rai pubblichi i loro cachet"

Paolo Giordano - Gio, 10/10/2013 - 09:10

Brunetta chiede a Tarantola e Gubitosi di confermare le voci sui compensi stellari E Catricalà annuncia: obbligatorio segnalare se il programma è pagato dal canone

Brunetta non ci pensa proprio a fermarsi. Con tre interrogazioni diverse ha fatto un'altra mossa sul tavolo della Rai che più interessa i contribuenti: le retribuzioni di divi e dirigenti che, come si sa, non vengono quasi mai rese pubbliche.


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Nel mirino innanzitutto Roberto Benigni e Luciana Littizzetto. Nella prima di tre interrogazioni, in sostanza si chiede al presidente della Rai Tarantola e al direttore generale Gubitosi se «non ritengano opportuno rendere noti tutti i costi del prossimo show di Benigni dedicato ai Dieci Comandamenti, in particolare il compenso che verrà percepito dal comico toscano». Tanto per capirci, in queste settimane sui giornali si è letto che il cachet non sarebbe inferiore ai 4 milioni di euro, non proprio due bruscolini. Un confronto, quello con Benigni, che il capogruppo Pdl porta avanti da un bel po'. Come quello con la Littizzetto, oggetto della seconda interrogazione che, giusto precisarlo, è stata come tutte le altre presentata al presidente della Vigilanza Rai, Roberto Fico, ospite domenica scorsa di Che tempo che fa su Raitre.

Nel programma di Fazio, l'attrice comica percepirebbe «un cachet che ammonta a 20mila euro per ogni puntata, che prevede dieci minuti di monologo». Oltretutto, sempre la Littizzetto avrebbe percepito 350mila euro al Festival di Sanremo (condotto con Fabio Fazio, compenso 600mila) «suscitando diverse polemiche per l'ammontare» dei cachet. Si tratta di richieste reiterate da tempo e comunque, prima di Brunetta, avanzate nel corso degli anni nei confronti di tanti personaggi Rai (ospiti e conduttori) sospettati di aver ricevuto ingaggi principeschi a fronte di prestazioni non prolungate o decisamente di secondo piano.

Per ricordarne una, nell'anno della conduzione festivaliera di Pippo Baudo e Michelle Hunziker nel 2007, il bailamme fu talmente grande che intervenne persino l'allora ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa. «Non sono d'accordo - disse - che un'azienda pubblica possa offrire cachet così alti» (a Pippo erano stati attribuiti 700mila euro, alla Hunziker quasi un milione - ndr). Adesso la drammatica situazione generale e i delicati equilibri della tv di Stato consigliano ancora più attenzione. Per questo motivo, nella terza interrogazione di Brunetta al presidente e al direttore generale, si affronta un argomento spesso relegato in secondo piano, chiedendo di «rendere noti,

attraverso la pubblicazione sul sito internet della Rai, tutti i curricula del personale di recente nomina e, più in generale, di tutto il personale Rai con i corrispondenti compensi, anche alla luce del prossimo contratto di servizio e in linea con la vigente normativa in materia di trasparenza». Dopotutto, come ricorda Brunetta, la legge 69 del 2009 stabilisce che «tutte le pubbliche ammnistrazioni debbano rendere note, attraverso i propri siti internet, alcune informazioni relative ai dirigenti, come il curriculum vitae, la retribuzione e i recapiti istituzionali».

E proprio in merito al nuovo contratto di servizio che lega Stato e Rai, il vice ministro per lo Sviluppo Economico Catricalà ieri ha riferito alla Commissione Vigilanza che la Rai sarà «obbligata» a indicare in sovrimpressione se un programma è finanziato con i soldi del canone d'abbonamento. La segnalazione dovrà essere all'inizio, alla fine o nel corso della trasmissione e poi ripetuta sia sul sito Rai che su Televideo. È - o dovrebbe essere perché si sa che spesso certe direttive cadono misteriosamente nel vuoto - un passaggio decisivo nel rapporto tra Tv pubblica e cittadini.

Difatti, come ha sottolineato lo stesso Catricalà, la trattativa con la Rai è stata «lunga e non semplice». Si tratta di modificare equilibri decennali che una prassi ha rapidamente cristallizzato. Ora la palla passa alla Commissione di Vigilanza, presieduta dal grillino Fico che si trova a poter trasformare parole volatili (del suo programma elettorale) in fatti più concreti (aumentare la trasparenza in Rai).

Piazza Duomo, via i caldarrostai: il Comune fa spazio agli abusivi

Marta Bravi - Gio, 10/10/2013 - 09:32

Per questioni di decoro gli storici ambulanti "sloggiati" nelle vie più laterali. Ma nessuno muove un dito contro chi vende braccialetti, libri e cianfrusaglie

Via le caldarroste da piazza del Duomo. Cari milanesi, è una questione di decoro. Così la tradizione meneghina per eccellenza, il cartoccio di castagne bollenti che scalda le mani e rinfranca l'animo nel gelo dell'inverno lombardo, viene spazzata via in nome dell'estetica urbana.


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Chiariamoci: i «duomini», i camioncini che dagli anni Settanta (il vecchio regolamento è del 1971) animano la piazza con castagne, gelati e bibite, souvenir da fine novembre traslocano, anche se di pochi metri. L'importante è che non disturbino la contemplazione e non interferiscano con il cannocchiale ottico dal Castello a San Babila. Chi otterrà la nuova licenza non parcheggerà al solito posto, ma un po' più in là per non dare fastidio. Non importa se, per raggiungere la nuova postazione, dovrà fare lo slalom tra le decine di abusivi che affollano il centro. Basta fare due passi per rendersene conto: venditori di libri, di braccialetti, «lanciatori» di led blu, sciarpe e foulard. E ancora rose, fotografie, accendini.

Mimi e questuanti. Così se questi venditori hanno il pregio di essere ambulanti e quindi di rappresentare un ostacolo solo mobile alla contemplazione delle bellezze storico architettoniche del centro, così non è per i camioncini che vendono da quarant'anni, sempre nello stesso posto, castagne o souvenir. Il Comune non li vuole più vedere, a differenza degli altri commercianti, anche se illegali.
Via da piazza Duomo, dal sagrato basso e dai portici settentrionali, da piazzetta Reale, dalla Galleria, da piazza Scala, via Mangoni e piazza Santa Maria delle Grazie. Off limits anche «i cannocchiali prospettici degli edifici monumentali di particolare pregio, gli ambiti di interesse architettonico, paesaggistico e di ambiente urbano». Così è vietato sistemare bancarelle «a meno di 50 metri dalle principali chiese, musei, cimiteri, a 10 metri dai luoghi di interesse culturale, come la vendita nei parchi da oggetti diversi da souvenir, stampe, alimenti, bevande e fiori». Questo quanto stabilito dal nuovo Regolamento del commercio approvato dal consiglio comunale nel marzo scorso.

Il 30 novembre scadono le 13 concessioni per i «duomini» che verranno rinnovati dall'amministrazione solo a chi sostituirà il mezzo con uno ecologico - in base alle enorme di accesso al centro stabilite da Area C - e rispetterà alcuni canoni estetici. Di questi, 5 si sono già adeguati, gli altri lo stanno facendo. «Siamo riusciti a garantire la possibilità di esercizio a tutti i 13 venditori di caldarroste e gelati, i cosiddetti “duomini” - garantisce l'assessore al Commercio Franco D'Alfonso - sull'asse piazza San Babila, corso Vittorio Emanuele, largo Cairoli. Grazie al dialogo con i concessionari abbiamo condiviso un percorso di ricollocazione delle postazioni e di rinnovo del parco mezzi, al fine di migliorare il decoro di luoghi pregiati e rispettare le norme di ingresso in Area C».

Ma chi disturba di più il decoro? La percezione si sa è cosa soggettiva tanto che per alcuni, come il consigliere di Sel Mirko Mazzali, gli abusivi non ci sono: «Giro spesso a piedi in galleria, oggi in commissione sono intervenuto dicendo che non vedo abusivi. Un boato di consiglieri e rappresentanti dei commercianti ha accolto la mia affermazione. Alla fine mi hanno spiegato di cosa parlavano, dei venditori di elefantini, di quelli di ombrelli e di quelli che vendono fazzolettini. E mi è venuto in mente che avevano ragione e che ero io che non li ritenevo un problema. Sono abusivi non ci piove, rimango però dell'opinione che le priorità di intervento non possano essere quelle». Così diversa la realtà per i vigili che operano in centro: «La situazione è molto migliorata, di giorno ce ne sono pochissimi».



Una storia milanese cancellata da Pisapia

Elena Gaiardoni - Gio, 10/10/2013 - 09:26


La forza della politica sta nel riuscire a mantenere quel profumo di «civitas» che fa di una città una culla di civiltà. Se oggi va di moda prendere i politici in castagna quando rubano gli euro, non è più costume invece prenderli in castagna quando rubano la cultura, che in una civiltà coi «marroni» dovrebbe essere un furto peggiore del mettersi in tasca un volgare euro.

La giunta Pisapia è stata presa in castagna: se ne infischia della cultura del territorio, un tempo cara alla sinistra, e scaccia da piazza Duomo una tradizione gradita ai cittadini. I marroni e le castagne alla brace: le caldarroste. Il loro profumo, protettivo in autunno come il profumo del grano in estate, deve sparire dalla piazza. Con lui sparisce il piacere di sentire che, anche in mezzo alla crisi, la natura per fortuna resta fertile nei suoi doni; il piacere di raccogliere in una mano nel freddo che disorienta il calore di un pacchettino che ti orienta fin da quando eri bimbo. Via l'albero di Natale. Via le caldarroste. Ma perché, cari amministratori, perseguite nel misfatto di toglierci dalle mani le gioie della nostra infanzia? Dite la verità, se poteste, togliereste via anche la Madonnina perché il suo oro sa troppo di gioia?

Stai a vedere che le caldarroste se le prendono i cinesi. «Quei di brusaa o di scott», ovvero gli antichi venditori di caldarroste, si troveranno in via Paolo Sarpi. E così in piazza Duomo chi ci resta? Ci restano uomini che delle castagne hanno il colore della pelle e che ogni due metri ti mettono sulla testa i braccialettini di filo. Sì, perché ora le bande di uomini neri non ti chiedono nemmeno più: vuoi un braccialetto? No. Te lo mettono proprio in testa, senza chiederti nulla. Ci restano quelli che tentano di rifilarti i libri con i racconti dell'Africa. Ti infastiscono ad ogni passo. Perché non dirlo? Perché altri uomini di colore sono morti a Lampedusa? I venditori di braccialettini non hanno nulla a che vedere con quelle vittime. I venditori di braccialettini non sono vittime: per loro ogni passante è solo un avventore da raggirare con una favola, il braccialetto portafortuna, che è non è nata in Africa ma a Napoli!

Ci restano quelli che ti vendono foulard oppure degli strani oggettini volanti che di notte fanno una lucina smortina. Insomma in piazza Duomo non ti senti più milanese, ti senti un extraterrestre perseguitato da terrestri con un solo obiettivo: rubarti l'euro come i politici, ma questi chissà perché in galera non ci vanno! Anche i marroni costano, ma tu puoi scegliere se comperarli. I caldarrostai non te li lanciano addosso, perché i marroni in tutte le civiltà hanno un valore. Hanno il valore di ciò che si chiama lavoro, che rientra nella tradizione culinaria milanese. Ecosostenibile tra l'altro, perché le castagne fanno bene. Insomma c'è chi si spreme per lanciare un'idea di fiera come «Fai la cosa giusta», dove si espongono i prodotti buoni, ecologici, di una volta, e poi i caldarrostai di una volta vengono presi a calci. Ma di quante assurde contraddizioni è fatta la politica che non fa la cosa giusta?

Giallo sull’eredità di Pietro Mennea Per i tre fratelli il testamento è falso

Corriere della sera

Tutto il patrimonio lasciato alla moglie. Azione al tribunale di Roma per una perizia grafologica sulla firma : «E’ apocrifa»

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Un giallo sull’eredità di Pietro Mennea . Il re della velocità azzurra, scomparso il 21 marzo di quest’anno, ha lasciato un testamento redatto e firmato soltanto 9 giorni prima della morte che vede come unica beneficiaria del suo patrimonio la moglie Manuela. Ma i tre fratelli di Mennea non riconoscono quella firma e sono convinti che sia falsa. Così Vincenzo, Giuseppe e Luigi si sono rivolti al tribunale civile di Roma per ottenere il sequestro giudiziario dell’intero patrimonio dell’ex primatista mondiale dei 200 metri. In attesa di una perizia sul documento, depositato da un notaio di Roma.

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PRIMO ESAME -I tre fratelli sono convinti di avere ragione, anche perché un esame «non ufficiale» è già stato fatto. « Sul documento - spiega l’avvocato Tiziana dell’Anna che segue la vicenda - è stata già eseguita una perizia privata, con la comparazione tra la firma riportata e quelle che compaiono in documenti ufficiali. Questa ha concluso che il testamento è apocrifo. Il testamento nel caso di Mennea - spiega ancora il legale - era necessario per poter lasciare tutto il patrimonio alla moglie, come è avvenuto. Non avendo figli, la legge prevede che un terzo spetti ai fratelli. E, invece, in questo caso nulla. Esclusi sia i tre fratelli che la sorella. Ma i suoi fratelli ci sono rimasti malissimo».



I funerali di Pietro Mennea (23/03/2013)
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09 ottobre 2013

Cagliari, ammazza il padre che lo aveva abbandonato: “Mi ha fatto vivere da bastardo”

La Stampa

Gli ha dato il suo cognome solo dopo sei anni dalla nascita e non lo ha mai aiutato. Un omicidio frutto dell’odio accumulato durante una vita difficile

nicola pinna
cagliari


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Il movente è tutto qui: «Mi ha fatto vivere da bastardo e io da bastardo mi sono comportato». Roberto Meloni confessa quasi subito di fronte ai carabinieri di Cagliari: ha ucciso il padre perché non lo hai mai trattato come un figlio, perché non lo ha mai fatto sentire amato, non lo ha mai aiutato e anzi ha cercato in ogni modo di dimenticarselo. Non lo voleva neppure accettare, in realtà, e infatti gli ha dato il suo cognome soltanto dopo sei anni dalla nascita.

E ieri sera, accecato dall’alcol e dall’ennesimo attacco d’odio, Roberto Meloni si è presentato all’agenzia di scommesse dove il padre lavorava, in via Anglona nel quartiere Is Mirrionis, e ha esploso tre colpi in successione. Ercole Meloni, ex macellaio di 72 anni, è morto subito, raggiunto da un proiettile al collo, ma il figlio non si è arreso: quando era già steso a terra gli ha sparato al petto per altre due volte. Un doppio colpo di grazia che dimostra tutto l’odio accumulato in quarantott’anni di vita difficile. 

I carabinieri del comando provinciale di Cagliari, guidati dal tenente colonnello Alfredo Saviano e dal capitano Michele Cappa, hanno sospettato quasi subito che il killer dell’agenzia di scommesse potesse essere il figlio della vittima. Lo hanno trovato a casa e lo hanno messo subito alle strette. La confessione è arrivata poco dopo, ma ancor prima i militari del Nucleo investigativo hanno recuperato la pistola usata per l’omicidio: una 7,65 che Roberto Meloni aveva già nascosto sotto il letto. 

A quel punto è scattato l’arresto e in caserma il falegname quarantottenne ha raccontato agli investigatori da quanto tempo coltivava l’idea di far fuoro il padre che non gli aveva mai voluto bene: «Mi ha abbandonato e mi ha fatto vivere un inferno». La vita di Roberto Meloni, secondo la ricostruzione dei carabinieri, non è stata né facile né fortunata: un lavoro incerto, portafogli sempre mezzo vuoto e neppure una casa. Ora viveva con la madre, rimasta vedova da poco, che condivideva con lui i pochi soldi della pensione. Ercole Meloni, dopo la nascita di quel bambino che non voleva riconoscere, si era fatto un’altra vita: si era sposato e aveva avuto altri due figli. Da tempo aveva chiuso la macelleria e ora gestiva l’agenzia di scommesse.

Robert Redford vince battaglia contro la macellazione cavalli

La Stampa

Almeno per ora il presidente della Nazione Navajo ha rinunciato all’abbattimento degli animali ritenuti responsabili, dei danni alle coltivazioni locali


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Robert Redford e i gruppi animalisti hanno vinto la prima battaglia per risparmiare la vita ai cavalli selvaggi delle riserve Navajo: il presidente della Nazione Navajo Ben Shelly ha cambiato posizione e rinunciato a chiedere, almeno per ora, l’abbattimento delle mandrie che, a giudizio di molti della sua tribù, danneggiano le coltivazioni.

L’accordo annunciato oggi è frutto della mediazione di Bill Richardson, l’ex governatore del New Mexico: al centro dell’intesa è la raccomandazione al governo federale a far di più per aiutare i pellerossa Navajo a contenere le decine di migliaia di cavalli selvaggi che pascolano liberi sulle loro terre e che, secondo le stime di Shelly, costano alla Nazione Navajo 200 mila dollari all’anno (circa 150 mila euro) in danni alle proprietà e ai campi. «Sono interessato a una soluzione umana a lungo termine per controllare la nostra popolazione di cavalli», ha detto Shelly: «La nostra terra è preziosa per i Navajo così come tutti i cavalli della Nazione Navajo. I cavalli per noi sono animali sacri».

I cavalli selvaggi sono un simbolo del Vecchio West, ma gli indiani delle riserve non vedono in loro qualcosa di romantico, quanto piuttosto una minaccia alla loro economia. Nella riserva Navajo ce ne sono oltre 75mila, e ciascuno consuma 18 litri d’acqua e otto chili di foraggio al giorno.

«C’è un divario tra la realtà e il romanticismo quando alcuni “estranei” come Redford interpretano le lotte degli indiani d’America», aveva sostenuto in agosto il presidente dei Navajo dichiarandosi a favore della macellazione delle mandrie: «Forse Redford può venirci a trovare per vedere cosa può fare per aiutarci». Oggi la svolta: per Richardson l’accordo raggiunto segna «una enorme svolta», perché «una delle più importante e numerose tribù del paese si è pronunciata contro la macellazione e questo dovrebbe essere un fattore determinante sia in Congresso sia nei tribunali». 

Il dipendente di Twitter e il pensionato nella strana banda degli Anonymous

La Stampa

E per la prima volta il 5 novembre gli hacker scenderanno in strada per protestare contro il governo

giuseppe bottero


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Gli agenti dell’Fbi che hanno condotto il blitz pensavano di trovarsi di fronte ragazzini rapidi con il mouse e con la testa, anarcoidi, hacker della prima ora. Tra 13 militanti di Anonymous incriminati con l’accusa di aver partecipato al sabotaggio dei siti di Mastercard, Sony, Scientology e Bank of America, invece, ci sono anche un impiegato di Twitter, un 65enne e un ex collaboratore di Amazon appena sbarcato alla corte di Dick Costolo, l’uomo che sta traghettando il social network verso Wall Street. 

La strada banda composta dall’ingegnere Phillip Simpson, dallo studente Anthony Tadros- che ha lavorato nel reparto di sicurezza della sua università- e da altri 11 professionisti, spiccano Geoffrey Commander, di Hancock, New Hampshire, e Dennis Owen Collins, nato in Ohio nel 1960. Su tutti pende l’accusa di «cospirazione internazionale». Nel mirino delle autorità c’è «l’Operazione Payback», annunciata il 6 dicembre 2010: una escalation di attacchi Ddos contro le compagnie che hanno “tagliato i ponti” con Wikileaks, il sito di Julian Assange, impedendo le donazioni online. 

La prossima mossa del collettivo, per una volta, sarà condotta lontana dai pc. Gli hacker americani il 5 novembre scendono in piazza per protestare contro il governo, nel nome di Edward Snowden, Julian Assange e Bradley Manning. Lo scorso fine settimana,a Washington, sono iniziati a circolare i volantini per la manifestazione - chiamata «Million Mask March» - e secondo quanto riportato dai media statunitensi finora gli Anonymous avrebbero raccolto 13 mila adesioni. Secondo la pagina Facebook dell’evento, la marcia si svolge «per ricordare ciò che questo mondo ha dimenticato, ossia che equità, giustizia e libertà non sono soltanto parole»

Quando Stalin rifiutò 47 articoli a Lenin

La Stampa

I due futuri leader russi e la Pravda

anna zafesova


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Non si separava mai dalla sua matita blu. Gliel’avevano vista in mano Churchill, mentre si spartivano l’Europa postbellica, e Zhukov quando studiavano la mappa della Stalingrado assediata. Il suo tracciato grasso ed energico era ancora visibile quando, più di 50 anni dopo la firma, i russi ammisero l’esistenza dei protocolli segreti del patto Molotov-Ribbentrop, con i quali Mosca e Berlino si divisero l’Europa, e tirarono fuori dagli archivi segreti le carte geografiche dell’accordo: un bel tratto deciso che tranciava la Polonia.

Iosif Stalin si era abituato a portarsi dietro la matita blu quando si chiamava ancora Dzhugashvili ed era redattore della Pravda, in un’epoca in cui le bozze venivano fotografate prima di venire mandate in stampa, e le correzioni in blu erano invisibili nella foto. Ed era un editor spietato: aveva respinto al mittente ben 47 articoli di Lenin, che ammirava profondamente le qualità giornalistiche del suo pupillo. Che, anni dopo, avrebbe fornito al leader malato e confinato nella sua villa di campagna apposite copie della Pravda stampate solo per lui, in modo da tenerlo all’oscuro di quello che stava accadendo.

Molti dittatori avevano avuto come primo mestiere quello del giornalista, e Stalin aveva imparato il grande segreto delle redazioni: colui che edita e corregge ha più potere di chi scrive. Schiere di storici hanno studiato gli appunti e le correzioni di cui il Baffone disseminava ogni pezzo di carta che gli capitava tra le mani, dai libri della sua biblioteca ai documenti del partito, alle bozze dei giornali. E sono rimasti intrigati: dallo studio delle correzioni con la matita blu emerge un personaggio molto diverso da quello che ci si potrebbe immaginare, caustico, razionale, sobrio.

Depennava i passaggi ridondanti e ideologici, cancellava le sviolinate adulatorie dedicate a lui, prendeva in giro con degli “Ah-ah” ai margini roboanti affermazioni retoriche, odiava gli aggettivi altisonanti. E correggeva, editava, appuntava maniacalmente tutto: le bozze delle risoluzioni del Politburò come le vignette che i suoi compagni si passavano durante le interminabili riunioni, articoli di giornale e relazioni di scienziati (di qualunque disciplina), accordi internazionali e liste dei condannati. 

La matita blu, scrive Holly Case, professoressa alla Cornell University, in un bellissimo saggio dedicato allo Stalin-editor (The Chronicle Review), era la sua arma segreta, con la quale forgiava la cronaca, la storia e infine il mito. Prolifico scrittore oltre che censore supremo, non era però un patito della firma, e la sua opera più importante, il “Breve corso della storia del partito comunista dei bolscevichi”, la Bibbia dello stalinismo, non l’ha firmato. Ossessionato dal voler fornire la versione perfetta e definitiva di un testo, aveva voluto che venisse studiato da tutti i sovietici, non attraverso mediatori dell’esercito dei propagandisti-sacerdoti, ma di persona, in una sorta di protestantesimo comunista dove il testo era la principale se non unica fonte di fede.

Una versione critica del “Breve corso” con tutte le correzioni che mostrano l’evoluzione del pensiero di Stalin – perché per un editor ossessivo in un testo resta sempre qualcosa da correggere ancora e ancora – sta per venire pubblicata dalla Yale University, e promette nuove rivelazioni. Del resto, in un Paese dove per un refuso nei testi ufficiali si poteva finire nel Gulag (come nella scena dello “Specchio” di Tarkovsky dove la protagonista, correttrice di bozze, scampa per miracolo l’errore) il capo supremo non poteva che essere un redattore armato di matita. 

Violenze e pestaggi per entrare nella banda Così funzionava la gang latina Ms13

Corriere della sera

Riti di iniziazione e tatuaggi per distinguersi. Tra gli arrestati anche una donna e sette minorenni


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MILANO - I poliziotti di Milano sanno che quando fermano un marero devono controllarlo anche in bocca. Il segno è là, sotto le labbra, all’interno, marchiato con l’inchiostro nella carne viva: Ms13 . Il nome della pandilla , del gruppo. In un verbale allegato alle indagini della seconda sezione della Squadra mobile, un ragazzo spiega: «Appena si entra nella gang ci si deve tatuare in un posto non visibile, il primo in genere viene fatto all’interno del labbro inferiore. Anch’io sono stato tatuato lì». I segni sul corpo che arrivano dopo sono conquiste. Gradi nella gerarchia. Autobiografia per immagini di vita criminale. «Se durante gli scontri con i rivali si riesce a ferire qualcuno, si possono guadagnare dei nuovi tatuaggi da fare in parti del corpo più esposte».

EL SALVADOR - Non è (soltanto) folclore. Non è un cinema di ragazzini stranieri che giocano a fare i gangster. E non è neppure (all’opposto) lo sbarco in Italia della Mara salvatrucha 13 , gruppo che l’Fbi cataloga come seconda organizzazione criminale degli Stati Uniti; una gang globale che tra il Salvador, Paese d’origine, e il resto del Centro America, conta almeno 50 mila mareros : un contro-potere in grado di sfidare lo Stato. Il gruppo scoperto a Milano era in contatto con il Salvador, ma era autonomo. Ed è stato smantellato a partire dalle indagini su due tentati omicidi avvenuti nel gennaio 2011 (alla fermata della metropolitana Duomo) e nel successivo mese di febbraio (in via Pompeo Castelli, a Nord della città).

GLI ARRESTI - Le ordinanze hanno portato in carcere 24 uomini e una donna, tra i 17 e i 36 anni, sette dei quali minorenni. Un passaggio dell’ordinanza firmata dal Gip Andrea Salemme spiega: «L’esistenza dell’Ms13 si inserisce in un contesto di vera e propria guerra tra bande latinoamericane che si fronteggiano per conquistare l’egemonia sulla popolazione latinoamericana insediata nel territorio... l’Ms13 si contraddistingue per attività criminali quali omicidi, furti, contrabbando, spaccio di droga e commercio di armi al mercato nero».

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LE GANG - In questo sentiero deviato che si sta scavando da un decennio nella comunità sudamericana immigrata a Milano, le indagini della Squadra mobile, guidata da Alessandro Giuliano, hanno portato allo scoperto (con i responsabili in Tribunale e in carcere) l’aspetto della violenza. Gli scontri tra Ms13 , Ms18 , Trebol , Latin Kings , Netas . Per il resto, le inchieste pongono alle città italiane, e alle istituzioni, un tema più profondo: migliaia di ragazzini con problemi di adattamento e di inserimento nelle scuole che galleggiano tra una vita normale (e difficile) e la vida loca della strada.

I TATUAGGI - Il richiamo del recupero di identità attraverso la violenza passa anche per i simboli; la mitologia dello scontro metropolitano da segnare sulla pelle. Loco 13 , vecchio capo del gruppo milanese arrestato nel 2011, porta addosso i tatuaggi con le iniziali della gang in caratteri gotici; le lettere Sur , che significano sureño o southerner , «ad evocare - come scritto nell’ordinanza - la latinità dell’America nelle guerriglie urbane di Los Angeles» (dove la Ms è nata); una rappresentazione delle «due facce della vita», che incarnano i concetti di reir y llorar , ridere e piangere, emblema di vita violenta e di emozioni travolgenti. E poi c’è Kamikaze , il suo erede, nuovo capo, appena arrestato: sulla pelle esibisce la morte simboleggiata da un teschio (simbolo di solito «concesso» a chi può «vantare» un omicidio); la scritta El Salvador sulla schiena; le lettere Ms13 sul braccio; la scritta fuck su un dito; un rosario intorno al collo, emblema di devozione. È una mescolanza di tatuaggi biografici e di gruppo, che hanno una doppia strumentalità: indicano un vincolo indissolubile di appartenenza, destino comune; e allo stesso tempo servono ad affermare un’identità pubblica. La regola dice che, una volta entrati, dal gruppo non si può uscire. E questa sarà la sfida. Evitare che i nuovi ragazzini scelgano di tenersi il labbro inferiore tra le dita, mentre un tatuatore gli incide nella pelle Ms13 .

09 ottobre 2013






Pestaggi, stupri di iniziazione e aggressioni in branco: arrestati 25 giovani «latinos»

Corriere della sera


Hanno tra i 17 ed i 36 anni e sono per lo più salvadoregni. Tra le accuse associazione per delinquere e rapina


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La Squadra mobile di Milano ha eseguito nelle prime ore di martedì mattina una serie di arresti, che hanno portato a sgominare una banda di latinos appartenenti alla gang Ms13. La polizia ha eseguito 25 ordinanze di custodia cautelare (in carcere e ai domiciliari) nei confronti di soggetti di età compresa tra i 17 ed i 36 anni, per lo più salvadoregni, accusati di associazione per delinquere, rapina, lesioni, detenzione e porto d’armi da taglio. A capo della banda, definita dagli investigatori «una vera e propria organizzazione criminale», c’era il 25enne Josue Flores Soto, detto «Kamikaze», che dagli altri membri della gang era chiamato «Ranflero». Nel corso delle perquisizioni, avvenute a Milano, nell’hinterland, in altre province lombarde e in quella di Novara, sono stati trovati quattro machete utilizzati nel corso dei tentati omicidi e delle numerose rapine in strada che la banda commetteva per finanziarsi.


DECALOGO CRIMINALE - A casa degli arrestati gli investigatori hanno trovato anche un decalogo di regole strettissime che gli affiliati all’Ms13, la «Mara Salvatrucha 13», dovevano osservare e che erano state comunicate direttamente dalla gang in Salvador. Gli investigatori hanno anche documentato numerosi episodi di violenza all’interno della banda. I membri della gang che non obbedivano prontamente e i membri di altre organizzazioni subivano spesso violente punizioni. A dare l’ordine di intervenire, chiamata «luce verde», era «Ranflero». Anche per entrare nella pandilla, i giovani subivano un pestaggio mentre le donne erano sottoposte a una violenza sessuale. Tutti i membri della banda avevano tatuaggi di riconoscimento ed erano soliti contrassegnare i luoghi dove si riunivano scrivendo sui muri la sigla della banda con la vernice spray. Gli investigatori hanno trovato queste tag anche al Parco Nord di Milano e in via Giovanni da Procida.

DUE ANNI - Gli episodi criminali per cui si procede vanno da ottobre 2010 a settembre 2012. Due anni di indagini durante i quali sono stati commessi pestaggi e aggressioni, tutti nell’ambito dello stretto controllo psicologico esercitato dal gruppo, dalla banda, che reclutava nuovi affiliati tra i giovani più intemperanti e «difficili». I gip di Milano che hanno emesso le ordinanze, Andrea Antonio Salemme e Rosanna Calzolari (quest’ultima del Tribunale per i minorenni) hanno fatto eseguire 25 provvedimenti restrittivi (7 dei quali a minori).

08 ottobre 2013

Ecco le «paralestinians»: le prime paracadutiste donna della Palestina

Corriere della sera

Tra le prime nel mondo arabo. Si stanno addestrando in Russia

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GERUSALEMME – Invece del velo, il casco. Un filo di trucco. Una paura da non dire: «Ci ho messo qualche minuto a lanciarmi – racconta con un po’ d’enfasi Lara che ha vent’anni - poi ho pensato a tutta la fatica per arrivare a quel punto. E allora mi sono detta: coraggio, vai». Le chiamano le «paralestinians», le palestinesi volanti, e sono le prime donne paracadutiste nella storia dello Stato che non c’è, tra le prime di tutto il mondo arabo.

LE PRIME - Le loro foto sulla stampa palestinese s’aggiungono a quelle delle prime donne soldato, delle prime donne rallyste, delle prime donne deejay e la loro impresa è già cantata con toni epici: «Si libravano come falchi nel cielo – la descrizione che ne ha fatto l’agenzia ufficiale Maan-, cercando di elevare il cuore d’una patria che è sempre stata presente nell’arena internazionale…» .

ADDESTRAMENTO IN RUSSIA - Le quattro palestinesi volanti hanno avuto il loro battesimo del cielo su un campo d’addestramento in Russia, dopo aver seguito tre mesi di corsi teorici e pratici a Gerico. Sono state selezionate dalle unità speciali dell’Autorità palestinese, i baschi verdi che si occupano anche della sicurezza del presidente Abu Mazen. I paracadute sono russi, così come gl’istruttori, ed è la prima volta dopo tanto tempo che le forze di sicurezza di Ramallah ricorrono all’aiuto di Mosca per addestrare le nuove reclute: i soldati scelti dell’Anp, di solito, ricevono la loro formazione in Giordania da G-Men americani o ufficiali britannici. S’è partiti da una quota minima di lancio, 800 metri, ma il corso proseguirà nei mesi futuri con prove più difficili: «E’ un’esperienza senza precedenti», spiega Hafith Rifaay, portavoce militare palestinese: «Queste ragazze aprono una nuova via». «E’ stata un’emozione enorme – dice Manar Barahma, anche lei 20 anni -, è una svolta nelle nostre vite».

CADUTA LIBERA - Che cosa faranno adesso, non è chiaro. Tornate a Betlemme dove sono di stanza, in attesa di ripartire per altri lanci in Russia, le paracadutiste sono «a disposizione». Non manca qualche commento ironico della stampa israeliana: «L’Autorità palestinese non dispone d’un aereo, né d’un elicottero – scrive il Jerusalem Post -: da dove si lanceranno le ragazze? Non c’è un’aeronautica militare palestinese. Ed esiste solo una compagnia civile, la Palestinian Airlines, che però sta in un aeroporto del Sinai egiziano, ha un solo Boeing e vola su Amman». Chiaro il significato simbolico dell’addestramento, con le divise e il nuovo stemma del corpo consegnati alle quattro paracadutiste, ma la domanda ha un senso: perché la comunità internazionale finanzia simili iniziative, parà senza un’aviazione, quando i Territori hanno un miliardo e mezzo di deficit, sopravvivono d’aiuti e spesso faticano a pagare gli stipendi della pubblica amministrazione? Soltanto lo scorso marzo, il governo di Ramallah ha chiesto fondi urgenti a Stati Uniti, Unione europea, Giappone e Paesi arabi per fronteggiare il rischio default.

VERSO IL FUTURO - Proprio in questi giorni, la Banca mondiale pubblica un rapporto approfondito sul «futuro dell’economia palestinese» e l’analisi è cruda: il controllo militare israeliano del 61 per cento dei Territori palestinesi toglie, al prodotto interno lordo, una cifra stimabile sui tre miliardi e mezzo di dollari l’anno, mentre la corruzione che arriva ai più alti livelli dell’amministrazione di Ramallah impedisce di sfruttare al meglio la cooperazione internazionale. Fino a qualche tempo fa, da queste parti veniva Tony Blair, incaricato dal Quartetto di rilanciare l’economia dell’area. Una volta gli sottoposero perfino il progetto d’una Marina militare palestinese. Non chiese nemmeno a che cosa servisse, in territori senza mare: cancellò con un tratto di penna.

08 ottobre 2013

Sparisce Dio dal giuramento degli scout britannici

La Stampa

Anche gli atei potranno dichiarare la loro personale adesione ai valori del movimento

claudio gallo
corrispondente da londra


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Per fortuna viviamo nell’era delle possibilità infinite e uno per aderire a un’associazione nata per diffondere i valori cristiani, può farlo giurando su Dio (scusate quell’offensiva maiuscola, è l’abitudine), oppure su sé stesso, se crede che la superata figura di vecchio con la barba vada tenuta fuori dalle faccende umane. E’ ciò che succederà da gennaio negli scout britannici, abituati al giuramento in cui ci s’impegna al dovere “verso Dio e la regina”. Chi vorrà potrà continuare a farlo, gli apprendisti scout atei potranno invece dichiarare la loro personale adesione ai “valori degli scout”. 

Storicamente i “valori degli scout” sono sempre stati contenuti da un cornice religiosa cristiana per cui l’escamotage è per i critici solo una concessione ipocrita. Prova ne è che alcuni gruppi laici hanno già criticato la scelta dicendo che non è abbastanza. Meglio sarebbe fare come ha fatto l’associazione delle ragazze scout che ad agosto aveva annunciato che ogni riferimento a dio (con la d più piccola possibile) sarebbe stato cancellato dalle loro pratiche. Terry Anderson, presidente della National Secular Society ha detto: “Non è una scelta coraggiosa da parte loro. Molto meglio le Girl Guides (le scout femmine) che hanno avuto il becco di togliere del tutto ogni riferimento alla religione”. 

Ma perché gli scout lo fanno? In sostanza, sembra, per attirare più iscritti, anche se ammantano la cosa con una più nobile apertura alla religione del politicamente corretto. Ha spiegato Wayne Bulpitt, commissario capo gel movimento scoutistico britannico: “Siamo determinati a diventare veramente inclusivi rispetto a tutti i segmenti della società”. Altro che scelta evangelica tra Dio e Mammona: dio, mammona e avanti il prossimo. Le Girl Guides, che sono più avanti, già giurano, promettendo di “essere sincere con se stesse”. Insomma, gli sforzi per sbarazzarci di dio ci hanno messo sotto l’egida dell’io. Un progresso?

Un personaggio di Joseph Roth diceva di essere ateo ma di credere nella Chiesa cattolica, omaggio decadente a quel nucleo della civiltà che è la forma. Si potrà in questo modo non credere in dio ma credere negli scout? Elémire Zolla ha scritto in uno dei suoi primi libri una cosa del genere: se l’uomo si mette al posto di Dio, prende in realtà il posto del proprio cane”. Non immediato, ma folgorante. E funziona anche per chi non crede in dio.

La particella che “dona” la massa Ecco che cos’è il bosone di Higgs

La Stampa


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Il bosone di Higgs è una particella elementare, ossia non è composta da altre particelle più piccole. Più tecnicamente appartiene alla famiglia chiamata dei «bosoni di gauge», che comprende anche i fotoni, i cosiddetti «bosoni deboli» W e Z (la cui scoperta valse a Carlo Rubbia il Nobel per la Fisica nell’ ’84), il gluone (che non ha massa, come il fotone) e il gravitone (per il quale non esistono ancora prove sperimentali). Ma come nasce e come “funziona” il bosone di Higgs, chiamato dai media «la particella di Dio»? Al momento del Big Bang, minuscole particelle super-energetiche si stringevano in ogni goccia dello spazio-tempo. Man mano che le gocce si espandevano e si raffreddavano, le particelle perdevano energia. La «massa», non esisteva ancora. 

Cento miliardesimi di secondo dopo il Big Bang, quando la temperatura si era abbassata appena un po’, l’intero Universo si ritrovò improvvisamente permeato da un campo, una presenza che si materializzo’ di colpo proprio come l’acqua che, raffreddandosi, diventa improvvisamente ghiaccio. Questo cambiamento di fase è quello che i fisici chiamano «campo di Higgs», e che ebbe un effetto incredibile sulle particelle elementari che, fino a quel momento, si muovevano alla velocità della luce. Alcune, infatti, lo attraversavano senza nessun impedimento mentre altre si trascinavano con maggiore difficoltà, rallentando la loro velocità. Una parte dell’energia delle particelle veniva riconvertita in qualcos’altro. 

Einstein ha dimostrato che è possibile convertire l’energia e la massa l’una nell’altra e il campo di Higgs conferiva massa alle particelle. I fisici quantistici immaginano che il campo di Higgs sia fatto da piccolissime particelle che trasmettono l’effetto del campo e che si chiamano “bosoni di Higgs”. Il campo di Higgs non è per niente immobile, le sue fluttuazioni sono provocate da bosoni di Higgs che compaiono e scompaiono. Il risultato è un mare in ebollizione di particelle che si spintonano a vicenda.

Quando un elettrone, per esempio, entra in questo campo, attraversa con facilità il mare di bosoni di Higgs. Altre particelle, invece, vengono rallentate maggiormente dai bosoni e, rallentando, convertono molta della propria energia in massa. Più le particelle vengono rallentate dal campo di Higgs, più la loro energia viene condensata in una forma super-concentrata che chiamiamo massa. Il bosone di Higgs spiega dunque come mai tutte le particelle elementari che compongono la materia abbiano una massa e interagiscono formando la materia, anziché schizzare via alla velocità della luce. 

La conferma sperimentale della previsione teorica del bosone del 1964 ha richiesto quasi mezzo secolo e il lavoro di più di un migliaio di fisici, oltre alla costruzione del più grande e costoso strumento scientifico mai realizzato, l’acceleratore Large Hadron Collider (Lhc) del Cern (Centro Europeo Ricerche Nucleari) che si sviluppa in un tunnel sotterraneo lungo 27 chilometri. Il bosone di Higgs è stato osservato per la prima volta nel 2012, negli esperimenti Atlas e Cms dell’Lhc e la sua scoperta è stata ufficialmente confermata il 6 marzo del 2013 nel corso di una conferenza tenuta a La Thile da parte dei fisici del Cern.

Basandosi sull’ipotesi che i bosoni di Higgs compaiano e scompaiano, i fisici teorici si erano infatti convinti che fosse possibile con un esperimento scientifico creare e distruggere bosoni. È stato questo uno dei compiti principali svolti dall’Lhc del Cern di Ginevra: i fisici ritenevano che l’energia scambiata da due protoni che si scontrano frontalmente alla velocità della luce avrebbe potuto portare alla creazione di bosoni di Higgs (in realtà, per ogni protone, sono le interazioni dirette di gluoni e quark, che costituiscono i protoni, che possono creare i bosoni di Higgs). 

Il bosone di Higgs, una volta prodotto, si disintegra immediatamente in coppie di particelle che però i fisici sanno riconoscere: l’individuazione di queste particelle è stata la prova definitiva che il bosone di Higgs non è solo una supposizione teorica e che è stato aggiunto un altro mattone fondamentale alla nostra conoscenza dell’Universo. Il Large Hadron Collider è stato spento all’inizio di quest’anno ed è previsto rimanga inattivo fino al 2015 a causa di importanti lavori di rinforzo dei dispositivi di sicurezza. 

Quanto vale un Nobel?

La Stampa

a cura di valentina arcovio

Ieri gli scienziati James E. Rothman, Randy W. Schekman e Thomas C. Sudhof hanno vinto il premio Nobel per la Medicina. Quanti altri ne sono stati assegnati da quando è stato istituito questo celebre riconoscimento internazionale?


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Dal 1901, anno in cui è stato istituito il Nobel, a oggi sono state assegnate 201 medaglie per la Medicina. Solo in nove occasioni non c’è stato nessun vincitore: per quattro anni consecutivi, dal 1915 al 1918, poi nel 1921, nel 1925, nel 1941 e, infine, nel 1942. Questo perché lo statuto della Fondazione prevede che, nel caso in cui nessuna opera in esame corrisponda ai requisiti richiesti, il premio in denaro sarà riservato all’anno successivo. Se anche l’anno seguente il premio non verrà assegnato, il denaro aggiunto sarà destinato alla Fondazione stessa. In realtà, analizzando le date in cui il premio non è stato assegnato, si può riscontrare un’evidente connessione con la Prima e Seconda guerra mondiale.

Quante sono le donne che hanno vinto il Nobel e qual è l’età media dei vincitori?
Dei 201 Nobel per la Medicina assegnati, solo 10 sono i vincitori di sesso femminile. Tra questi l’italiana Rita Levi Montalcini, una delle 6 concittadine che possono vantare questo importante riconoscimento. Invece, Barbara McClintock, biologa statunitense, è stata l’unica donna ad aver ricevuto il premio nel 1983 senza condividerlo con nessun altro grazie alla scoperta dei trasposoni, ovvero porzioni del Dna in grado di spostarsi da un cromosoma all’altro. Per quanto riguarda l’età dei vincitori, uomini e donne, la media è di 57 anni. Il più giovane è il canadese Frederick G. Banting, che nel 1923 ha vinto il premio a 32 anni. Il vincitore più anziano è lo scienziato statunitense Peyton Rous, che nel 1966 ha vinto a 87 anni».

Quando e come vengono assegnati i premi Nobel per la Medicina?
I Nobel per la Medicina vengono annunciati ogni anno ad ottobre, nello stesso giorno in cui i membri dell’Accademia delle Scienze di Stoccolma nominano i vincitori. La decisione viene presa tramite una votazione: vince senza possibilità di appello chi ottiene la maggioranza dei voti. Il premio viene poi annunciato con una conferenza stampa subito dopo la votazione.

In cosa consiste il premio e quante persone possono vincerlo contemporaneamente?
Il Nobel prevede l’assegnazione di una somma di denaro. Fino a due anni fa consisteva in 10 milioni di corone. Dallo scorso anno la somma è stata ridotta del 20%, passando a 8 milioni di corone (poco meno di 900 mila euro). I premi vengono ancora finanziati grazie agli interessi ottenuti sul capitale donato dall’industriale Alfred Nobel, inventore della dinamite, all’inizio del secolo scorso.

Il premio può essere speso per scopi prettamente personali?
La somma può essere spesa a discrezione del vincitore. In genere, i vincitori non sono persone ricche. Ecco perché la maggior parte spende il premio in modi che molti potrebbero definire banali: estinguere il mutuo, comprare un’automobile o risparmiarli in previsione di tempi più bui.

Sono stati assegnati Nobel per la Medicina a scienziati già deceduti?
No. Anche se dal 1974 lo statuto della Fondazione ha stabilito che un premio non può essere assegnato postumo, a meno che il decesso avvenga in seguito all’annuncio. C’è stata una sola eccezione. Si tratta di Ralph Steinman, scelto nel 2011 dopo solo tre giorni dalla sua morte. In quel caso l’Accademia delle Scienze di Stoccolma decise che il Nobel andava comunque assegnato allo scienziato deceduto in quanto la commissione ignorava la sua morte al momento della votazione.

Le candidature al premi Nobel per la Medicina sono pubbliche?
No, rimangono segrete per 50 anni. Nei database si possono però trovare curiosità interessanti. Sigmund Freud, il papà della psicoanalisi, è stato candidato 32 volte senza mai vincere. Nel 1929 il comitato ha incaricato un esperto di effettuare una serie di indagini sul neurologo austriaco per capire se meritasse o meno il riconoscimento. Alla fine l’esperto ha concluso che il lavoro di Freud non aveva valore scientifico dimostrato e quindi lo scienziato è stato escluso. Freud è stato anche candidato una volta per il Nobel per la Letteratura nel 1936, sostenuto da un conoscente, il Nobel Romain Rolland.

Quanti e chi sono gli scienziati italiani che hanno vinto il Nobel per la Medicina?
Sono 6: Camillo Golgi nel 1906, Daniel Bovet nel 1957, Salvador Luria nel 1969, Renato Dulbecco nel 1975, Rita Levi Montalcini nel 1986 e Mario Capecchi nel 2007. Se si considerano tutte le categorie del Nobel, gli italiani che hanno ricevuto il riconoscimento sono 18.