venerdì 11 ottobre 2013

Davanti a scuola col burqa, i genitori si ribellano e il sindaco chiama il marito

Quotidiano.net
di Daniele De Salvo


La donna ha dovuto rinunciare al velo. Il primo cittadino ha fatto valere un regio decreto del 1931. Le famiglie: "Bambini spaventati"

Sirtori, 11 settembre 2013


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Quella donna coperta da capo a piedi con il burqa che lasciava intravedere a stento gli occhi non poteva passare inosservata a Sirtori, piccolo centro di tremila anime nel cuore della cattolicissima Brianza lecchese. A molti non piaceva, specie ai genitori e ai nonni degli alunni della materna e delle elementari dove l’islamica accompagna tutti i giorni i suoi tre figli.

Non per questioni religiose e nemmeno per razzismo, solo perché avrebbe spaventato i bambini o perché sotto quell’indumento integrale avrebbe potuto celarsi chiunque, magari un terrorista o più semplicemente un malintenzionato. Per questo qualcuno si è rivolto al sindaco per chiedere di intervenire e obbligarla ad abbandonare i panni coranici. E il primo cittadino Davide Maggioni, 37 anni, a capo di una lista civica di centrosinistra («mio malgrado», assicura) non ha potuto fingere di nulla, perché un regio decreto del 1931 stabilisce che «è vietato comparire mascherato in luogo pubblico». «Di fronte alla legge siamo tutti uguali e tutti dobbiamo rispettarla, anche se è datata di quasi un secolo», spiega quasi scusandosi.

Piuttosto che passare direttamente alle vie legali, ha tuttavia preferito ricorrere ad una missiva indirizzata alla signora e al marito, il quale è stato convocato in municipio affinché convincesse la consorte a sostituire il niqab (il velo integrale) con uno chador, che copre solo il capo e le spalle. Detto, fatto: prima ancora che le venissere recapitata la lettera, la musulmana ha infatti optato per il semplice copricapo. A dover rinunciare alla tunica tradizionale è una giovane marocchina contro cui si sono lamentate in municipio diverse mamme e la nonna di un compagno di classe: «Non è stato per razzismo — garantisce l’ultima — ma i mei nipoti avevano paura, e anche io quando la incontravo mi inquietavo».

Adesso che la legalità è stata ripristinata, nessuno ha nulla da temere e tutti possono portare tranquilli figli e nipoti in classe. Prima che a Sirtori ci avevano già pensato a Calolziocorte a vietare il burqa, nel 2004, quando il sindaco dell’epoca, Paolo Arrigoni, adesso senatore della Lega Nord, emanò addirittura un’ordinanza, poi cassata dal prefettto di Lecco Roberto Aragno, perché «superflua» e perché in zona non si erano «verificati episodi tali da giustificare un simile provvedimento».

Google pronta a vendere i commenti degli utenti agli inserzionisti pubblicitari

Quotidiano.net

Il colosso di Mountain View ha aggiornato i suoi termini d'uso. I dati saranno presi dai commenti pubblicati su Google Plus, su YouTube e su qualsiasi altro servizio offerto dal motore di ricerca. Ma gli utenti potranno decidere



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New York, 11 ottobre 2013 - Dopo Facebook anche Google vuole vendere i commenti dei suoi utenti agli inserzionisti per aiutarli ad aumentare l’interesse attorno ai prodotti da loro pubblicizzati. Il colosso di Mountain View, infatti, ha aggiornato i termini di utilizzo dei suoi servizi che ora permettono al gruppo di usare le informazioni degli iscritti - compresi il nome, le foto e i commenti - all’interno di pubblicità su Internet.

Le nuove regole saranno applicate dal prossimo 11 novembre. In questo modo Google potrà vendere il sostegno dei suoi utenti nei confronti di prodotti o eventi al suo network di oltre due milioni di siti che fanno promozioni, con un bacino di visitatori di circa un miliardo di persone. I dati saranno presi dai commenti pubblicati su Google Plus, il social network del gruppo, su YouTube e su qualsiasi altro servizio offerto dal colosso.

A differenza di Facebook - nei mesi scorsi aveva ricevuto diverse critiche da parte dei suoi iscritti che avevano anche citato a giudizio il social network - Google permetterà di scegliere se cedere le proprie informazioni per fini pubblicitari oppure no e, inoltre, non userà i dati dei minori di 18 anni.
Il sostegno da parte di un utente nei confronti di un prodotto è un potente motore pubblicitario che può diffondere messaggi di marketing su larga scala. Google, però, non ha ancora rivelato il modo in cui gestirà le informazioni e quali marchi saranno coinvolti nel nuovo progetto.

Amnistia e indulto, ecco cosa sono

Quotidiano.net

Sono i due rimedi indicati da Napolitano per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri. Si tratta di provvedimenti di clemenza generali deliberati dal PArlamento con maggioranza qualificata

Roma, 8 ottobre 2013


Indulto e amnistia sono due dei rimedi indicati dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario. Si tratta dei provvedimenti di clemenza previsti dall’ordinamento, insieme alla grazia: quest’ultima e’ concessa dal capo dello Stato, l’indulto e l’amnistia sono deliberati dal Parlamento con maggioranza qualificata.

L’ INDULTO - E’ previsto dall’articolo 174 del codice penale e ‘’condona in tutto o in parte la pena inflitta, o la commuta in un’altra specie di pena stabilita dalla legge”. Non estingue le pene accessorie, salvo che la legge disponga diversamente, e neppure gli altri effetti penali della condanna.

L’ AMNISTIA - Prevista dall’art. 151 del codice penale, ‘’estingue il reato e, se vi e’ stata condanna, fa cessare l’esecuzione della condanna e le pene accessorie. Puo’ dunque estinguere il reato mentre il procedimento penale e’ in corso (amnistia propria), oppure puo’ intervenire dopo che e’ stata pronunciata una sentenza penale definitiva di condanna (amnistia impropria). Secondo l’ ultimo comma dell’ articolo 151, l’amnistia non si applica ai recidivi, ai delinquenti abituali, o professionali o per tendenza, salvo che la legge disponga diversamente.

E’ l’art. 79 della Costituzione che regola gli istituti dell’indulto e dell’amnistia: ‘’L’amnistia e l’indulto sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale. La legge che concede l’amnistia o l’indulto stabilisce il termine per la loro applicazione. In ogni caso, amnistia e indulto non possono applicarsi ai reati commessi successivamente alla presentazione del disegno di legge’’.

Morto a Roma l’ex SS Erich Priebke

Corriere della sera

Capitano tedesco, nel ‘44 partecipò all’eccidio delle Fosse Ardeatine. Aveva 100 anni, era stato condannato all’ergastolo

 

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ROMA - E’ morto a Roma l’ex ufficiale delle SS Erich Priebke, aveva 100 anni. Militare tedesco durante la seconda Guerra Mondiale, capitano delle SS in Italia, era stato condannato all’ergastolo per aver partecipato alla pianificazione e alla realizzazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. L’ex ufficiale scontava la sua pena agli arresti domiciliari a Roma, in un appartamento del quartiere Aurelio.

RAPPRESAGLIA PER VIA RASELLA - Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e fino al maggio 1944 Priebke operò nella capitale italiana sotto il comando di Herbert Kappler. In seguito all’attentato di via Rasella ai danni di una compagnia del battaglione Bozen - messo a segno dai Gap, Gruppi di Azione Patriottica - , il 23 marzo 1944, Kappler ordinò le esecuzioni di 335 ostaggi, da fucilare per rappresaglia dentro le Fosse Ardeatine. Operazione condotta il giorno 24 marzo anche dall’SS-Hauptsturmführer Priebke.

ARRESTO E PROCESSO - Nel 1994 viene rintracciato da una televisione americana e poi arrestato dalla polizia argentina a Bariloche. L’Italia ne chiede subito l’estradizione per la strage delle Fosse Ardeatine, estradizione che avviene l’anno successivo. A maggio del ‘96 inizia il processo militare per le sue responsabilità nella strage delle Fosse Ardeatine e nel ‘97 arriva la sentenza di primo grado: Priebke viene condannato a 15 anni (10 dei quali condonati). Nel ‘98 comincia il processo di Appello mentre, sempre nel ‘98 la Corte Militare d’Appello lo condanna all’ergastolo Erich Priebke , pena confermata dalla Corte di Cassazione . Dal ‘99 Il tribunale militare di sorveglianza concede a Priebke la detenzione domiciliare per motivi di salute.


 IL PERMESSO DI LAVORO - Nel giugno 2006, all’ex capitano SS era stato concesso il permesso di lavorare fuori casa. All’epoca il condannato per l’eccidio delle Ardeatine aveva 93 anni. Ma la sua «libera uscita» era durata solo un giorno: il magistrato militare di sorveglianza aveva cancellato il permesso dopo neppure 24 ore.

SVASTICHE E STRISCIONI - Per il compleanno del suo secolo, nel luglio 2013, a Roma erano comparse svastiche sulle sedi dell’Anpi (l’associazione dei partigiani e dei reduci) e del Pd, poi cancellate dalle squadre dell’Azienda municipale per l’ambiente. Eppure pochi giorni prima lo stesso sindaco di Roma Ignazio Marino, rispondendo a un appello del presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici, aveva avvertito: «Vigilerò personalmente affinché nessuna “festa” pubblica sia autorizzata in occasione dei 100 anni di Erich Priebke. Come più volte ricordato, Roma ha il dovere di ricordare chi ha combattuto per liberare la città dall’occupazione nazifascista e chi per mano di questa ha perduto la propria vita. Roma è stata insignita della Medaglia d’Oro della Resistenza e nessuno può festeggiare uno dei responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine».

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L’ANPI: «UN CRIMINALE MA RISPETTIAMO MORTE» - «Rispettiamo la persona di fronte alla morte, ma non possiamo dimenticare le vittime delle Fosse Ardeatine. Erich Priebke è stato un criminale, al servizio di una dittatura sanguinaria». Così Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

«NON FESTEGGIATE UN CRIMINALE» - Lo stesso giorno, il 29 luglio, militanti di Sel del XIII Municipio di Roma avevano poi organizzato una «forte mobilitazione al fine di evitare ogni festeggiamento pubblico del centesimo compleanno del criminale di guerra, Erich Priebke». Durante il presidio erano stati letti i nomi delle vittime dell’eccidio e alcune lettere di condannati a morte della Resistenza.

11 ottobre 2013

 


Priebke, comunità ebraica riunita in preghiera sotto casa dell'ex SS (29/07/2013) 
Cento anni Priebke, aggredito nipote sotto casa (29/07/2013)
Roma: Priebke a spasso con badante e scorta (23/07/2013)
 Dagli anni di Bariloche al quartiere Boccea ?Buon Natale assassino?: Roma lo accolse così (11/10/2013) 

100 anni Priebke, striscioni e svastiche di auguri Il sindaco Marino: «La città non tollera» (29/07/2013)

Priebke, capo della Gestapo di Brescia (23/07/2013) 

I cento anni di Priebke, scoppia il caso Il sindaco Marino: no a feste pubbliche (23/07/2013)

Il permesso di Priebke dura solo un giorno (18/06/2007)

 


Ecco il testamento choc di Priebke: "Fedele al passato e ai miei ideali"

Nell’ultima intervista rilasciata nei giorni a cavallo del suo centesimo compleanno, l'ex SS nega l'Olocausto: "Nei campi le camere a gas non si sono mai trovate"

Sergio Rame - Ven, 11/10/2013 - 17:09


"Ho scelto di essere me stesso". Anche nell’ultima intervista rilasciata nei giorni a cavallo del suo centesimo compleanno, Erich Priebke nega l’evidenza dell’Olocausto: "Nei campi le camere a gas non si sono mai trovate, salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau".
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E rivendica con orgoglio di essere sempre stato coerente con se stesso senza mai negare le proprie azioni. "La fedeltà al proprio passato è qualche cosa che a che fare con le nostre convinzioni - sottolinea l'ex ufficiale delle Schutzstaffeln - si tratta del mio modo di vedere il mondo, i miei ideali e ha a che fare con il senso dell’amor proprio e dell’onore". Sette cartelle di domande e risposte senza alcuno spazio per il pentimento che possono essere lette come una sorta di testamento politico.

Dall'ideale nazista ai campi di concentramento, nelle ultime parole di Priebke rivive tutto il dramma della Seconda guerra mondiale che sconvolse l'umanità macchiando il suolo europeo col sangue di milioni di innocenti. Alla domanda se si sentisse ancora nazista, il capitano delle Ss condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine ribadisce "la fedeltà al proprio passato". Un punto fermo che per Prieble ha a che fare con le convinzioni del Nazionasocialismo.

"Si tratta del mio modo di vedere il mondo, i miei ideali, quello che per noi tedeschi fu la Weltanschauung ed ancora ha a che fare con il senso dell’amor proprio e dell’onore - spiega - la politica è un’altra questione. Il Nazionasocialismo è scomparso con la sconfitta e oggi non avrebbe comunque nessuna possibilità di tornare". Nella lunga intervista l'ex SS racconta di aver conosciuto personalmente i lager. "L’ultima volta sono stato a Mauthausen nel maggio del 1944 a interrogare il figlio di Badoglio, Mario, per ordine di Himmler - spiega - ho  girato quel campo in lungo e in largo per due giorni. 

C’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Niente camere a gas". Secondo l’ex capitano nazista, a Norimberga sono state inventate un’infinità di accuse. Per quanto riguarda le camere a gas all'interno dei campi di concentramento, per esempio, Priebke resta convinto del fatti che non siano mai state presentate prove a sostegno di tale accusa. "Nei campi i detenuti lavoravano, molti uscivano dal lager per il lavoro e vi facevano ritorno la sera - spiega - il bisogno di forza lavoro durante la guerra è incompatibile con la possibilità che allo stesso tempo in quel punto del campo vi fossero file di persone che andavano alla gasazione". E ancora:  

"L’attività di una camera a gas è invasiva nell’ambiente, terribilmente pericolosa anche al suo esterno, mortale. L’idea di mandare a morte milioni di persone in questo modo nello stesso luogo dove altri vivono e lavorano è pazzesco". "In quegli anni terribili di guerra, rinchiudere nei lager popolazioni civili che rappresentavano un pericolo per la sicurezza nazionale era una cosa normale", spiega ancora l'ex SS ricordando come, nell’ultimo conflitto mondiale, lo abbiano fatto sia i russi sia gli americani.

La medaglia per Francesco con refuso

Corriere della sera


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Errore nella medaglia ufficiale del primo anno di Pontificato di Papa Francesco, coniata dall'Istituto Poligrafico e Zeccadello Stato Italiano, in vendita da ieri. Il retro della medaglia, come si legge nel certificato di garanzia, dovrebbe riportare nell'incisione un'espressione tratta dalle Omelie di san Beda il Venerabile: VIDIT ERGO JESUS PUBLICANUM ET QUIA MISERANDO ATQUE ELIGENDO VIDIT, AIT ILLI SEQUERE ME. Ma al posto della lettera «J» di Jesus nella medaglia è stata incisa una lettera «L» (Omniroma)


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Assolto Moccia». I 2 fratelli magistrati: Libero vince la sfida con Paolo Mancuso

Corriere del Mezzogiorno

Uno di loro fece condannare il clan, e l'altro li ha difesi


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NAPOLI — La prima notizia è che Antonio Moccia, indicato fino a ieri come a capo dell'omonimo clan, è stato assolto perché «il fatto non sussiste». La seconda è che «la sentenza ha escluso l'esistenza stessa di un'associazione camorrista denominata clan Moccia». E che quindi la sfida in casa Mancuso l'ha vinta Libero, l'ex magistrato oggi avvocato, il quale ha assunto la difesa della famiglia di Afragola nonostante i suoi componenti fossero stati perseguiti (vent'anni prima) dal fratello Paolo, procuratore a Nola, che censurò duramente la scelta del fratello.

Quando Libero Mancuso inviò una nota di due pagine per dire che era in atto «un'offensiva calunniosa contro i Moccia» e che c'era «una regìa occulta volta alla distruzione della famiglia», tutti si chiesero perché mai a un magistrato con la sua storia (ha indagato su Br, mafia, P2, strage di Bologna) fosse saltato in mente di perorare la causa di quella che veniva indicata come la dinastia nera della camorra. Lui non si scompose. E rispose così: «Ho incontrato Angelo Moccia in carcere. E mi sono convinto della giustezza della causa: per questo li assisto senza remore, nonostante le perplessità familiari». Cioè quelle del fratello Paolo, capo dei pm a Nola, che quand'era alla Procura antimafia di Napoli portò alla sbarra (quasi) tutta la famiglia. E che, una volta venuto a conoscenza della decisione di Libero, reagì così:

«In coerenza con ciò che ho sostenuto nella mia attività professionale, nulla condivido dei giudizi e della valutazioni di mio fratello». Che alla fine, però, ha avuto ragione. Ieri, infatti, la sesta sezione penale del tribunale di Napoli al termine di un processo lungo 78 udienze ha assolto Antonio Moccia dall'accusa di essere stato «promotore, direttore ed organizzatore» dell'omonimo clan. La Procura aveva chiesto vent'anni di carcere. «Si è dimostrata l'infondatezza di radicati teoremi accusatori pervicacemente sostenuti a dispetto dei fatti», scrive in una nota Libero Mancuso, che Moccia l'ha assistito insieme con l'avvocato Saverio Senese. E che, parlando delle «inaudite aggressioni» ai danni del suo assistito, commenta: «La magistratura giudicante italiana, quale che sia la contraria opinione di parte del mondo politico, mostra di saper affermare la propria terzietà e di saper difendere la propria indipendenza».

Gianluca Abate10 ottobre 2013

Libia 1970, quando la Farnesina pensava alla grande fuga da Tripoli

La Stampa

Nuove sorprese emergono dagli archivi: l’allora ministro degli Esteri Aldo Moro temeva che gli italiani finissero a migliaia in ostaggio del regime di Gheddafi

francesco grignetti


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Nuove sorprese emergono dagli archivi. Il 1 agosto 1970, pochi giorni dopo che Gheddafi aveva proditoriamente ordinato la confisca dei beni degli italiani residenti in Libia, l’allora ministro degli Esteri Aldo Moro incontrava a Beirut il suo omologo libico, Buesir. Un incontro urgente che era stato organizzato da un ennesimo mediatore, il ministro degli Esteri turco Caglyangil. Moro era preoccupatissimo perché la Libia non stava facendo più partire gli italiani e temeva che finissero a migliaia in ostaggio del regime. Altro che ostacolare la Cacciata (come avvenne formalmente il 7 ottobre), la Farnesina si preoccupava di organizzare una grande fuga da Tripoli. 

“Da parte italiana – si può leggere in una relazione che l’allora consigliere diplomatico Aldo Marotta sottoponeva al vicepresidente del Consiglio, Francesco De Martino, e che si può leggere sul sito Internet del Senato, sezione archivi online – la conversazione è stata inquadrata principalmente sulla necessità che i libici lascino partire, al più presto e tranquillamente, gli italiani. Si perciò rimandato ad ulteriori contatti la questione della confisca dei beni (e dei relativi indennizzi) nonché dello sviluppo – in una nuova atmosfera – dei rapporti italolibici”.

Occorre qui fare un passo indietro. Il nuovo regime libico aveva preso il potere nel settembre 1969. Dopo qualche mese di confusione e di segnali contraddittori – ben raccontati dal libro dello storico Arturo Varvelli, “L’Italia e l’ascesa di Gheddafi” – il 9 luglio 1970 Gheddafi teneva a Misurata un discorso dai fortissimi toni anti italiani; il 21 luglio veniva emanato un decreto per la confisca dei beni degli italiani che travolgeva 273 proprietari di aziende agricole e 720 proprietari di beni immobili o aree fabbricabili. 

Da quel momento è il panico. Sia nella comunità italiana residente in Libia, sia alla Farnesina. Contestualmente agli italiani vengono bloccati tutti i visti per lasciare il Paese. Moro si convince che Gheddafi, con il quale la diplomazia italiana non riusciva a interloquire, e perciò due mesi prima aveva chiesto inutilmente aiuto a un altro mediatore, il raiss egiziano Nasser, potrebbe prendere gli italiani in ostaggio. “Si ha la netta impressione – riferisce a palazzo Chigi l’ambasciatore Marotta, basandosi su incontri avuti con il segretario generale della Farnesina, Roberto Gaja – che i libici vogliano servirsi del “possesso” della comunità come arma di pressione per risolvere varie questioni secondo loro pendenti (evidentemente anche quella degli indennizzi relativi alla confisca che essi pensano difficilmente accettabile sic et simpliciter)”.

Per un momento, dunque, caliamoci nel clima del momento. Ci sono migliaia di cittadini italiani che sono stati spogliati dei loro averi, che temono anche di peggio, ma che non possono partire. “Buesir ha ovviamente accennato agli ostacoli burocratici che impedirebbero la partenza di molti degli italiani (dimostrazioni di avvenuti pagamenti, ricerca di atti di proprietà, etc.) evidentemente sperando di spacciare per buono un perfezionismo amministrativo di cui in Libia (dove molti archivi sono stati sempre tenuti “sotto le palme” o non ci sono mai stati) mai si è fatto segno”. 

Moro a quel punto fa la faccia dura: o vedrà “subito concreti segni della volontà libica a far partire i nostri connazionali e a rendere meno intollerabile l’atmosfera attuale; come primi segni concreti sono state chieste le partenze, al pieno, delle prossime navi. A giorni si vedrà se i libici lasciano partire i 500 italiani prenotati da tempo su una nave che dovrebbe lasciare Tripoli”. Inutile dire che sullo sfondo si agita la questione petrolifera. Quando Moro accenna ai “rapporti futuri”, è l’Eni che intende. Infatti, “Egli e il ministro Moro ha l’impressione che si va incontro a una lunga, difficile e complicata trattativa che potrebbe portare anche a decisioni ultimative (quale la revisione della politica petrolifera finora seguita)”.

La conclusione del colloquio, comunque, tranquillizza Moro: Buesir s’impegna a lasciar partire gli italiani e anche ad abrogare il provvedimento che ordinava la chiusura di tutti i negozi degli italiani. Moro e il suo collaboratore Gaja, comunque, non si fanno illusioni. “Per quanto riguarda la questione della confisca dei beni (e dei relativi indennizzi), nonché quelle relative alla nuova impostazione dei rapporti italo-libici si prevedono molte difficoltà, lungaggini e tortuosità arabe”. Concludendo, Gaja si sfoga con il suo amico Marotta, che era stato suo vice nelle trattative con l’Austria: “Mi pare che si sia aperto un altro Adige”.

Vajont, mezzo secolo da sopravvissuti Maria e Polonia nel paese fantasma

Corriere della sera

A Erto e Casso, borgo abbandonato. « Abbiamo vissuto con 4 mucche e una vitellina.Ora vogliono tornare ma sfruttare la diga»

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ERTO E CASSO (Pordenone) – Nel paese fantasma c’è una vecchia casa con una piantina di fiori, una persiana aperta e una luce fioca. Dentro, sedute sul piccolo divano di quest’unica stanza, loro: Maria e Polonia, 84 e 82 anni,inseparabili sorelle sopravvissute al Vajont. Sono sempre rimaste qui, prima e dopo il disastro, nella via Fortunato di Erto Vecchia che è una striscia ondulata di case abbandonate e chiuse da cinquant’anni: «Stemo qua, dove semo nate», dice Maria con orgoglio. Sembra di entrare in un’altra epoca: la stufa a legna, il pentolone di ferro, le foto dei parenti persi, le mille cose di una lunga vita. Sono sorprese dall’anomala presenza, come se per mezzo secolo non avessero mai visto nessuno in questa loro tana.

Ci accolgono comunque con un bel sorriso, nonostante Maria stesse pure dormendo sul divano. Una sistematina ai capelli spiritati e, prese le misure, fa la lista di tutto ciò che non le va, partendo da chi torna solo ora al paesello «e vuole anche comandare». Dice che molti «hanno fatto i furbetti per i schei», mentre lei che ci abita da sempre deve pure pagare l’Imu su questa casa dall’aspetto fiero ma non proprio solidissimo. Dice che «fanno schifo quelli che sfruttano la diga dopo aver lasciato tutto» e che «Erto è morta anche perché sono andati via». Insomma, le sorelle Martinelli sono irritate per il mezzo secolo di solitudine, perché il mondo è cambiato mentre loro in quest’angolo di paese, sono rimaste con quattro mucche e una vitellina.

IL RITORNO AL PAESE E così, fra un improperio e l’altro delle sorelle Martinelli, Erto si sta risvegliando dal lungo letargo.Spunta qualche insegna, qualche cartello, qualche annuncio. «Centro storico, appartamenti per vacanze e camere.».«Sciasa Meneghin, affittasi anche per periodi brevissimi». Un fine settimana in via dei Baci, in una di queste case ristrutturate in pietra e legno, «costa 100 euro, quattro letti», fa sapere la signora che risponde al telefono. L’anima del paese per il momento è il Gallo Cedrone che è l’osteria della signora Osvalda e del figlio Massimo il cui biglietto da visita è una scritta a caratteri cubitali sul muro di fronte: «Dio ci salvi dai sciacalli del Vajont». 

Erto, il paese fantasma ucciso dal Vajont Erto, il paese fantasma ucciso dal Vajont Erto, il paese fantasma ucciso dal Vajont Erto, il paese fantasma ucciso dal Vajont

A fianco, qualcosa di più poetico: «Tendo l’orecchio e sento il passo dei ricordi della perduta casa solo una pietra cerco »,siglato M. C., cioè Mauro Corona, lo scrittore che è del posto e che ora vive e lavora nel quartiere nuovo, un chilometro più su. «Gente che viene ce n’è sempre di più – assicura Osvalda, che ha 75 anni e un po’ di rabbia per il tempo perso – Per 39 anni non abbiamo potuto entrare, ci consideravano abusivi. Troppi anni, troppi». Puntano sul turismo della memoria, su quel flusso di persone che vanno alla diga per capire e osservare l’immensità dell’opera in calcestruzzo, la sola ad aver retto l’urto della grande onda del 1963.Hanno fatto un calcolo: 150 mila turisti da marzo a settembre. «Il problema è che hanno pochi soldi, vengono in tre e mangiano per uno». Il movimento però esiste e al figlio Massimo non è sfuggito: «Ho aperto un’osteria anche vicino alla diga, speriamo bene».

LE NUOVE LUCI In centro storico c’è qualche altra insegna. Quella di un’enoteca con l’immagine del Che, «da Corona», cognome molto diffuso da queste parti, e un negozietto di chincaglierie, «Trapole», oggettistica fatta a mano. Una luce qui, una lì, una su, una giù. Erto pian piano si riaccende e prende vita come una nuova Pompei dove tutto è chiuso e suscita l’interesse dei turisti che passeggiano guardando lo scheletro di un paese che fu. E chi ci lavora lo fa per assecondare questo tipo di clientela. Il sindaco, Luciano Pezzin, parla di «quattro locali e tre esercizi nuovi».

I residenti sono 395, quasi tutti però a Erto nuova: «Erano 1931 prima del disastro». L’evacuazione forzata li ha costretti ad emigrare altrove, soprattutto verso il Friuli, a Vajont, un paese sorto a una ventina di chilometri da qui. Quasi tutti hanno tenuto le loro vecchie abitazioni. Facendo così esplodere di colpo il problema della seconda casa, cioè dell’Imu, che devono pagare. «Da una parte lo Stato ammette le colpe e dall’altra ci fa pagare l’imposta sulle case che ci ha costretto ad abbandonare», qualcuno si lamenta. Ma è uno strano lamento, non urlato, quasi isolato. Possibile che nessuno denunci il fatto che lo Stato chieda l’Imu sul paese fantasma?

L’IMU SUL VAJONT Le cose, infatti, non stanno esattamente così. Almeno a sentire la spiegazione di un tecnico della diga che quel 9 dicembre ha dovuto abbandonare la sua casa di Casso per trasferirsi definitivamente a Pordenone: «L’Imu la verso, certo, ma c’è un ma. In teoria, quando me ne sono andato avevo venduto la casa allo Stato per avere la nuova abitazione. Dico in teoria perché le volture della compravendita non sono mai state fatte e dunque la casa di Casso mi è rimasta. Per questo pago l’Imu, perché se non la pagassi lo Stato potrebbe riprendersela». Se il caso del signor Mazzucco e’ quello di tutti, dunque, dietro la Pompei del Nord Est qualcosa di poco chiaro c’è. E le sorelle Martinelli, quando ci pensano, si scaldano. Anche loro hanno infatti beneficiato dell’altra casa nel paese nuovo: «Si’, ma questa non l’abbiamo mai lasciata... Siamo tornate tre mesi dopo il disastro, con le bestie davanti e i carabinieri dietro. Ma i furbetti no, tornano adesso e vogliono anche comandare».

11 ottobre 2013

New York, capo la molesta e lei non può fargli causa Il giudice: «È una stagista, non una dipendente»

Corriere della sera

Polemiche sull’assenza di tutele per chi è in stage dopo la sentenza su Lihuan Wang. La 26enne è tornata nel suo paese di origine, la Cina

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A New York essere uno stagista non comporta solo la difficoltà di lavorare per un compenso molto limitato, o spesso addirittura nullo: i giovani lavoratori senza un contratto di assunzione non sono neppure protetti contro gli abusi sul lavoro. Un giudice di Manhattan - come ha riportato Bloomberg Businessweek, ripreso subito da molti media - ha infatti stabilito che Lihuan Wang, 26 anni, ex stagista nell’ufficio di New York di Phoenix Satellite Television, non può citare in giudizio il suo capo per molestie sessuali: non è una dipendente regolarmente assunta dall’azienda.

LEGGE MAI MODIFICATA - «La tutela dei lavoratori non si estende agli stagisti non retribuiti - ha spiegato Kevin Castel, giudice della Corte federale di Manhattan -. Questi ultimi non sono coperti dalla legge sui diritti umani della città». Castel ha poi sottolineato che il Comune ha avuto varie opportunità di modificare la legge per proteggere i tirocinanti, ma non è mai riuscito a farlo.

LE MOLESTIE - Wang, originaria della Cina, ora è tornata nel suo Paese d’origine. La ragazza, che ha iniziato un periodo di stage presso l’ufficio di New York nel 2010, quando aveva 22 anni, sostiene che il suo supervisore l’ha più volte molestata toccandole il fondoschiena e tentando di baciarla.

10 ottobre 2013

Strasburgo: «I portali che pubblicano commenti offensivi degli utenti possono essere multati»

Corriere della sera

La Corte Europea dei Diritti Umani stabilisce la responsabilità dei gestori dei siti riguardo i post dei loro utenti

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Un commento di un lettore insulta la persona o la società citata in un articolo? Il responsabile è il sito che lo pubblica. L’ha stabilito la Corte europea dei diritti umani in una sentenza con cui ha assolto l’Estonia per aver multato uno dei più grandi portali d’informazione del Paese.

LA RESPONSABILITA’ DEI GESTORI - Il portale aveva pubblicato un articolo sulle scelte controverse operate da una compagnia di navigazione, cui i lettori avevano risposto con commenti ritenuti estremamente offensivi e diffamatori, arrivando anche a minacciare i proprietari della compagnia di navigazione. Nella sentenza la Corte sottolinea che la responsabilità per i commenti pubblicati sul portale, in ultima analisi, è dei gestori del sito. I gestori sono infatti gli unici che potevano impedire o cancellare i commenti in questione, cosa che non poteva essere fatta né dagli utenti, né dalla parte offesa. Inoltre, i giudici affermano che sono gli stessi gestori ad aver fissato le regole per postare i commenti e che avendo permesso agli utenti di rimanere anonimi si sono di fatto assunti la responsabilità del contenuto dei loro giudizi.

10 ottobre 2013

Aspetta la pensione, ma l'Inps gli comunica: niente da fare, sei morto

Corriere del Mezzogiorno

Protagonista della vicenda è l'ex comandante della Polizia Municipale di Ischia, Elio D'Amato che ha denunciato l'istitutio previdenziale per falsità ideologica


NAPOLI - Attendeva la pensione ma ha appreso da una comunicazione dell'Inps indirizzata ai suoi eredi, di essere morto l'1 gennaio 2013. Protagonista della vicenda è l'ex comandante della Polizia Municipale di Ischia, Elio D'Amato, che ha il grado di tenente colonnello. Collocato forzatamente in pensione dall' amministrazione comunale, poi reintegrato per altri 6 mesi dall'autorità giudiziaria, dal primo agosto di quest'anno D' Amato è definitivamente in pensione. «Ma sul mio conto - racconta l'ex Comandante - non è stato accreditato l'assegno di pensione.

Qualche giorno fa, indirizzata "agli eredi di Elio D'Amato", è giunta una comunicazione dell'Inps nella quale si afferma che «a causa del decesso del pensionato in oggetto avvenuto l'1 gennaio 2013 non è stato possibile completare le operazioni di liquidazione dell'Irpef». «Fortunatamente sono vivo e vegeto, dice al telefono D'Amato. <Sono tre mesi che attendo il versamento della pensione dall'Inps», aggiunge. L'ex Comandante della Polizia municipale ha denunciato l'Inps per falsità ideologia ed illecito extra contrattuale. «Vedremo come è nato l'errore», conclude.

10 ottobre 2013

Spunta una «corsia dei baci» davanti alla stazione per chi vuole salutarsi con calma

Il Mattino


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«Only kiss + park». Strano, ma simpatico, il modo scelto dal Comune per indicare (in inglese) la corsia che, in stazione ferroviaria a Padova, porta proprio sulla soglia del terminal. La sosta, però, deve essere breve, massimo 15 minuti, giusto il tempo di scaricare i bagagli e, appunto, darsi un bacio.

Gattino gettato nell'autocompattatore: salvato con una colletta

Il Mattino


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Cani e gatti randagi, raccolti 300 euro: con i fondi operato un gattino finito in un autocompattatore. Si chiama Antoni, ha 8 mesi e da oggi ha una nuova vita: grazie all'impegno dei volontari del Circolo Airone il micio, schiacciato 4 mesi fa da un compattatore della nettezza urbana in via Martiri d'Africa a Torre del Greco, è stato operato e rimesso in sesto.

Gli sono state amputate le falangi e curato un occhio, affetto da sindrome da schiacciamento ma è in via di guarigione. "L'abbiamo recuperato in fin di vita e grazie all'aiuto di tutti ora è salvo. Purtroppo abbiamo ancora tante emergenze - spiegano le volontarie - e abbiamo bisogno di fondi. Potete continuare a donare attraverso Facebook all'account Circolo Airone Tdg"

 
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giovedì 10 ottobre 2013 - 11:22   Ultimo aggiornamento: 13:33

Come se niente fosse accaduto

Corriere della sera


I l rischio che una destra radicale conquisti la scena politica in Italia non è certo svanito con la vittoria dei «governativi» nel Pdl. Come dimostrano i Tea Party, capaci di prendere in ostaggio il Grand Old Party repubblicano spingendo l'America fino al limite del default, o i sondaggi di Marine Le Pen in Francia, o l'affermarsi di partiti antieuro in Austria e in Germania, il vento della storia non soffia certo oggi nelle vele dei moderati.

Farebbe bene a tenerlo a mente innanzitutto la sinistra italiana. Molti indizi segnalano infatti che sta ricadendo in un antico errore: quello di considerare Berlusconi un accidente storico, eliminato il quale il popolo tornerebbe a seguire la retta via progressista. È un'illusione perché, come dice il titolo di un bel libro di Roberto Chiarini, alle origini di questa nostra «strana Repubblica» c'è il fatto che «la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra».

Ci sono dunque tendenze di fondo della nostra società destinate a sopravvivere al berlusconismo, magari dando vita a nuove e imprevedibili forme politiche (una di queste, già all'opera, è il grillismo). Invece a sinistra è tutto un fiorire di propositi di rivincita. Dario Di Vico su questo giornale ha già segnalato quanto sventata fosse l'idea di ri-tassare piccoli appartamenti urbani presentandoli come abitazioni di lusso.

Ma il contagio si estende. In una recente intervista a La Stampa , Matteo Renzi ha risposto così alla domanda su chi pagherà il costo della sua rivoluzione: «Bisogna toccare i diritti acquisiti. Chi percepisce pensioni d'oro su cui non ha versato tutti i contributi deve accettare che sulla parte regalata venga imposto un prelievo». Poiché in Italia sono state considerate «pensioni d'oro», colpite dal blocco delle indicizzazioni, anche quelle superiori ai millecinquecento euro al mese, potrebbe trattarsi dei «diritti acquisiti» di non pochi italiani.

Nella stessa intervista Renzi ha riaperto le porte anche all'idea della patrimoniale: «Molti amici imprenditori si dicono pronti a pagarla». Gli amici imprenditori forse sì. Ma tutti gli altri, i piccoli proprietari di casa, gli artigiani, i commercianti? Domani il futuro leader del Pd presenterà il suo programma: sarà interessante capire se anche lui si propone di tosare i ceti medi per finanziare la spesa pubblica.

Ancor più emblematico è ciò che sta accadendo sul tema dell'immigrazione. È perfettamente lecito per la sinistra sostenere che la Bossi-Fini è da abrogare (non foss'altro perché è vecchia); ed è vero che il reato di clandestinità va superato perché ha prodotto solo dolore ai migranti e inutile superlavoro alle Procure. Ma bisognerebbe al contempo dire con che cosa si vuole sostituire la normativa che fu varata dal centrodestra.

Altrimenti si dà al Paese l'impressione che, eliminato Berlusconi, la sinistra si prepari ad aprire le porte indiscriminatamente ai flussi migratori, magari fornendo traghetti e voli di linea. Il che non solo non avviene in nessun Paese europeo, a partire dai più civili; ma potrebbe anche essere foriero di nuove tragedie, perché richiamerebbe sulle coste africane folle di disperati più grandi di quelle che ogni notte consegnano la loro vita nelle mani degli schiavisti.

Non a caso Grillo, smentendo i suoi senatori, si è precipitato ieri a lasciar solo il Pd su questa strada, che giudica molto impopolare. A dimostrazione del fatto che i problemi della sinistra italiana non decadranno insieme con Berlusconi.

11 ottobre 2013

Attacco israeliano alla Siria»: il tweet rimbalza i mercati vanno in tilt. Ma è riferito al 1973

Corriere della sera

Come nella «Guerra dei mondi» di Welles: il tweet era invece uno dei messaggi storici dedicati all’anniversario della guerra del Kippur

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GERUSALEMME – “10 ottobre. Aeronautica israeliana bombarda aeroporti in Siria per impedire che armi sovietiche raggiungano l’esercito siriano”. Diciassette parole di troppo, qualche miliardo di meno. Un imprudente tweet messo in rete dal portavoce dell’esercito israeliano venerdì mattina, mittente @IDFSpokeperson, ha mandato per qualche minuto in confusione i mercati petroliferi di mezzo mondo. Facendo sussultare i prezzi del grezzo, spingendo a scambi rapidi, provocando una scossa che s’è avvertita dalle borse asiatiche a quelle europee. La notizia non era in sé sbagliata: semplicemente, era vecchia di quarant’anni.

Osservando meglio le 140 battute del messaggio, infatti, tra la data e il testo era stato inserito l’hashtag #Yomkippur73. Che su molti display è però apparso in giallo, troppo pallido forse per essere subito notato: “Ovviamente - ha dovuto precisare (e un po’ giustificarsi) il portavoce militare, Peter Lerner, a un giornalista dell’ufficio Reuters di Gerusalemme -, questo comunicato fa parte della nostra serie di tweet storici dedicati alle celebrazioni per l’anniversario della guerra del Kippur del 1973. I fatti sono lì, semplici da leggere. Era tutto evidente dallo stesso tweet”.

IL PANICO SI DIFFONDE ALLE 10.20 - Tanta evidenza è sfuggita a broker e ai grandi trust finanziari. L’accenno alle “armi sovietiche” (e non russe) avrebbe dovuto magari insospettire, ma si sa a quale velocità circolino sui mercati, e quali rapide reazioni provochino, le notizie di nuove guerre e d’imprevisti bombardamenti. Così dopo le 10.20, l’ora del tweet, i prezzi del greggio sono schizzati un po’ dappertutto. La spinta verso l’alto è stata in parte bilanciata dalla speranza d’una svolta nella discussione sul debito americano e dalla soluzione rapida della crisi libica scoppiata all’alba, col sequestro-blitz del premier di Tripoli, ma è un dato di fatto che l’indice Brent Crude, nei quaranta minuti successivi al tweet, è salito d’oltre un dollaro: da 110,40 a 111,50. Alle 13, col concorso d’altri fattori di rincaro, s’è toccato il massimo mensile di 111,74 dollari.

DALLO CHOC PETROLIFERO A QUELLO MEDIATICO - Nel 1973, quella (vera) guerra tra Israele e Paesi arabi provocò uno choc petrolifero entrato nei libri di storia. Stavolta, il (falso) blitz israeliano sulla Siria è uno choc mediatico che investe l’ultimo arrivato dei media globali. Cambia il mezzo, non il messaggio fasullo e l’effetto che provoca. Accadde alla radio negli anni Trenta, con “La guerra dei mondi” di Orson Welles e migliaia d’americani, terrorizzati, che scambiarono un fantascientifico sceneggiato radiofonico per una vera invasione di marziani. E’ capitato spesso ai giornali, con le notizie-patacca di personaggi celebri dati per morti.

E’ successo più d’una volta con la tv: nel 2010, dovette intervenire la Commissione europea a tranquillizzare l’opinione pubblica georgiana, dopo un tg fasullo che raccontava un inesistente attacco dei russi, con la “notizia” in diretta dell’assassinio del presidente Mikhail Saakashvili. Ora tocca a internet e ai social network, spesso un Far West: in aprile, da un falso account dell’agenzia Associated Press, fu diffusa la bufala d’un attentato al Campidoglio, due bombe e addirittura il presidente Barak Obama ferito. Non s’è mai capito chi abbia lanciato quel sinistro cinguettio. S’è calcolato che, sui mercati azionari, è costato 200 miliardi di dollari.

11 ottobre 2013